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"Rinnovabili, il governo non cede oggi arriva il decreto ma le Regioni già lo bocciano", di Antonio Cianciullo

Le Regioni lo hanno bocciato, il Parlamento all´unanimità ha chiesto di modificarlo, il governo va avanti con il decreto soprannominato «ammazza rinnovabili». Oggi, ha annunciato il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, il testo sarà reso noto, ma la giornata di ieri ha chiarito il segno dell´operazione. «Questo decreto non risolve il problema dei diritti acquisiti e la riduzione degli incentivi ci sembra troppo brusca», ha sintetizzato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani. Il parere della Conferenza Stato-Regioni non è vincolante, ha ribattuto Romani.
Si profila dunque una chiusura muscolare della trattativa che rischia di creare complicazioni di non poco conto. Il responsabile energia della Cgil, Antonio Filippi, ha ricordato che «questo testo ha avuto il parere negativo delle Regioni, della maggioranza delle imprese del fotovoltaico, del commissario europeo per l´Energia, del sindacato. Vogliono andare avanti? Ma chi pagherà le multe di Bruxelles per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei?»
«E´ singolare che il governo ignori anche il parere della maggioranza che lo sostiene», commenta Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd. «Il Parlamento aveva trovato un accordo unanime sugli emendamenti necessari a dare stabilità al mercato e a evitare contenziosi che finirebbero per penalizzare le finanze pubbliche, ma il testo del decreto non ne tiene conto».
I primi contenziosi si sono già profilati. Un gruppo di aziende internazionali, seguendo l´iter previsto dal trattato di Lisbona, ha avviato una causa contro lo Stato italiano perché gli impegni economici triennali assunti a fine 2010 sono stati cancellati nel giro di pochi mesi. Queste aziende hanno anche annullato investimenti per oltre mezzo miliardo di euro annunciando il licenziamento di alcune migliaia di dipendenti.
Il «bicchiere del decreto è mezzo pieno», replica il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Saglia facendo notare che sono stati compiuti passi avanti nella direzione indicata dai Comuni. Positivo anche il giudizio di Confindustria: per Gifi-Anie «siamo sulla buona strada». Ma per il presidente dei Verdi Angelo Bonelli «il governo è eterodiretto da oligopoli», Assosolare ribadisce la «ferma e totale contrarietà all´impostazione del decreto» e il movimento Sos rinnovabili annuncia battaglia legale se il testo non verrà corretto prima di renderlo definitivo.

La Repubblica 29.04.11

"Pronta una nuova «porcellata» La firma Quagliarello del Pdl", di Claudia Fusani

Ci sarà anche tanto tempo, come assicurano a destra e a sinistra «che tanto mica si va votare prima del 2013». Ma il Pdl vuol essere pronto viste, anche, le fibrillazioni che diventano scosse quasi giornaliere ad alta frequenza. Così non è un caso che proprio in questi giorni in Commissione Affari costituzionali del Senato faccia capolino la nuova proposta di legge elettorale del pdl. Nuova nel senso che, spiega Carlo Vizzini presidente della Commissione Affari Costituzionali, «sostituisce, con un testo condiviso, tutte quelle presentate finora da membri della maggioranza in ordine sparso». E «risolutiva » perché tra i punti dirimenti, aggiunge Vizzini, «è previsto il premio di maggioranza al Senato in modo da evitare quel meccanismo dell’anatra zoppa che con la legge attuale dà una maggioranza garantita alla Camera ma non al Senato».

Il testo del pdl, primi firmatari Quagliariello e Gasparri , ha quindi come obiettivo quello di venire incontro alla esigenze di governabilità e stabilità dell’esecutivo che è, tra gli altri, uno dei motivi per cui lo stesso Berlusconi ha evitato per ora come la peste il voto anticipato che gli darebbe una maggioranza sicura a Montecitorio, dove il premio di maggioranza è su base nazionale, ma non a palazzo Madama dove invece il premio scatta solo su base regionale. Ed è proprio questo il passaggio su cui la nuova proposta del pdl interviene per soddisfare, da una parte, le esigenze del premier e, dall’altra, evitare i rilievi di tipo costituzionale. La Costituzione infatti fissa la ripartizione dei seggi tra le regioni. Toccare questo parametro significa far intervenire una modifica di tipo costituzionale. Cosa che il Pdl vuole evitare. La riforma elettorale firmata Pdl, che ha avuto il via libera in una riunione di partito circa un mese fa alla presenza dei coordinatori del partito e dei capigruppo di Camera e Senato, prevede anche collegi più piccoli «per garantire un rapporto più vero e diretto tra cittadini e elettori »; disciplina il rapporto di genere, fissa cioè le quote rose a circa un terzo. La proposta targata pdl dice anche «no alle multicandidature tranne che per i capi della coalizione che possono essere capolista in più collegi ».

In commissione al Senato ci sono 29 proposte dei vari gruppi. Quagliariello ne aveva già presentata una in ottobre che però, al punto del premio di maggioranza su base nazionale al Senato andava a sbattere contro il dettato costituzionale. Ora la modifica che, assicurano nella maggioranza, «cerca di tenere insieme l’esigenza di governabilità e stabilità con le regole della Carta». L’impianto delle legge conserva un modello maggioritario bipolare e taglia la testa ad ogni ipotesi di ritorno al proporzionale.

Stefano Ceccanti (pd), membro della Commissione Affari costituzionale, non ha dubbi: «Si tratta solo di tattiche finalizzate a mandare messaggi al terzo polo e dire a Fini e a Casini guardate che noi vi tagliamo le unghie quando vogliamo ». Le tensioni di questi giorni tra Lega e pdl sono solo «finzioni» e Ceccanti non riesce a vedere il cigno nero, l’evento non previsto, capace di aprireuna crisi di governo con relative elezioni anticipate. Altra cosa sarebbe «una crisi pilotata» e «il governo di decantazione».

L’Unità 28.04.11

Documento di Economia e Finanza (DEF) 2011 – Relazione dell'on. Pier Paolo Baretta (PD)

Signor Presidente, Onorevoli colleghi,
la discussione di oggi avrebbe meritato una ben maggiore attenzione da parte della camera dei Deputati e nell’opinione pubblica. Le scelte che stiamo per compiere potranno segnare le prospettive economiche e sociali del nostro Paese oltre la attuale negativa congiuntura. La introduzione, infatti, della nuova governance comunitaria – il “semestre europeo” – si proporne, con la presentazione da parte degli Stati membri, in tempi prestabiliti, del DEF (comprendente il Programma di Stabilità e il Programma Nazionale di Riforme), di rafforzare il coordinamento preventivo (“ex ante”) delle politiche economiche e di bilancio nazionali, nonché la sorveglianza macro-economica e fiscale.

Ciò ha comportato la necessità di modificare la normativa contabile nazionale, ed è quel che abbiamo fatto poche settimane fa con legge 7 aprile 2011, n. 39, che ha adeguato la pur recente 196. Sono novità importanti che richiamano la esigenza di accelerare il processo di unificazione anche politica dell’Unione Europea.

Il punto di partenza è l’affermarsi di una cultura economica che prenda coscienza del fatto che misure di stabilizzazione, necessarie e coraggiose, non raggiungeranno l’obiettivo inderogabile del risanamento della finanza pubblica senza una robusta crescita economica, che favorisca condizioni generali di benessere materiale e di progresso civile; di equità sociale e riequilibrio territoriale.

E’ l’assenza di questa prospettiva la critica principale che rivolgiamo al Def, che, peraltro, non poteva che essere costruito così, essendo dall’inizio della legislatura (e sono ormai passati tre anni ed un bilancio si impone) che il governo traccheggia tra un risanamento incompiuto ed una crescita non perseguita. Un buco strategico derivato dal confronto tra la durezza della situazione economica e sociale, che la crisi ha esasperato e, da un lato, l’illusione ottica del “tutto va bene” dispensata dalla propaganda del premier e, dall’altro, l’evidente rassegnato pessimismo del ministro Tremonti sulla possibilità dell’Europa ed, ancor più dell’Italia, di competere nel nuovo scenario globale.

2) L’economia e la finanza pubblica

L’esito è un imprevisto, quanto tardivo realismo. Il Programma di stabilità rivede al ribasso le valutazioni contenute nella DFP del settembre 2010. (Per il 2011 il PIL italiano è stimato ad un tasso dell’1,1 per cento – rispetto all’1,3 per cento indicato nella DFP – e si mantiene, per tutto il periodo, ampiamente al di sotto del 2 per cento previsto dalla DFP: 1,3 per cento nel 2012, 1,5 per cento nel 2013 e 1,6 per cento nel 2014.). Si tratta di tassi sensibilmente più bassi della media dei paesi europei (2,4 per cento nel 2011 per la Germania, per la Francia l’1,6 e il Regno Unito l’1,7 per cento).

Come rilevato anche dalla Corte dei conti il debito pubblico è pari al 120 per cento del PIL nel 2011 e al 119,4 per cento nel 2013; con un indebitamento del 3,9 per cento del PIL nel 2011 e al 2,7 nel 2012; una pressione fiscale eccessiva (il 42,6 per cento); una ulteriore forte caduta degli investimenti pubblici (28 miliardi rispetto ai quasi 32 miliardi del 2010) e dal blocco temporaneo delle spese di personale delle amministrazioni pubbliche, disposto con il DL n. 78/2010. La spesa in conto capitale nel 2014 risulterebbe essere inferiore, al netto della manovra, di 8 miliardi di euro rispetto a quella del 2010 (una riduzione di 0,9 punti percentuali di Pil), e ammonterebbe al 2,6 per cento del PIL, il valore più basso degli ultimi decenni.

In questo quadro il Governo, ineffabilmente, prevede di rinviare al biennio 2013/14 (ovvero, sia detto neanche tanto per inciso, alla prossima legislatura!) l’onere di una massiccia manovra di circa 2,3 punti del PIL, pari a 20,3 miliardi di euro nel 2013 e per 40 miliardi nel 2014. Un aggiustamento che si profila di gran lunga superiore a quello compiuto per rispettare i parametri di Maastricht e poter partecipare fin dall’inizio alla moneta unica europea.

Mentre per il prossimo biennio 2011-2012 ci si affida all’andamento spontaneo dell’economia e della finanza pubblica, non essendo previsti stimoli alla crescita, nuove misure strutturali di riforma, interventi di contenimento del disavanzo, né azioni di riqualificazione della spesa.

Il Governo prevede, però, senza fornire indicazioni precise, tagli alla spesa dall’1 al 2 per cento l’anno. Nel complesso, tra il 2010 e il 2014 la spesa primaria corrente si ridurrebbe in termini reali di quasi il 7 per cento e, qualora il tasso di crescita del prodotto fosse inferiore, il raggiungimento degli obiettivi richiederebbe compressioni ancora più rilevanti.

C’è da chiedersi se sarà possibile raggiungere questi obiettivi e se non bisognerà prevedere un negoziato con la Commissione per una diversa modulazione degli obiettivi.

3) Il Programma nazionale delle riforme

Se, dunque, la variabile principale, ai fini della stabilità finanziaria, è la crescita, il Programma nazionale di riforma appare uno specchio dei limiti e dell’inefficacia della politica del Governo e, persino, dell’assenza di qualunque politica. Il PNR, infatti, solo in parte fa programmi o disegna riforme future; piuttosto, ripropone azioni già intraprese, attribuendogli meriti che non abbiamo visto.

Per il resto, sono contemplati solo obiettivi modestissimi, che non recuperano il gap con l’Europa, anzi… , sicché, come ha rilevato l’ISTAT, con queste scelte, nel 2020 diventeremo il fanalino di coda della comunità.

Non intendo entrare più di tanto nel merito dei punti del Def, rinviando alla lettura della relazione scritta consegnata ed alla risoluzione che abbiamo presentato e sulla quale chiediamo il voto della Camera. Non mi voglio esimere, però, dall’accennare ad alcuni titoli esemplificativi dei problemi irrisolti.

4) Il fisco per la ripresa economica e la sostenibilità sociale

In primo luogo il fisco. Alla politica fiscale viene dedicato uno spazio ampio, ma vuoto. La ennesima promessa di una riforma si sgonfia di fronte alla assenza di scelte concrete e al peso del debito pubblico. Abbiamo già notato l’eccesso di carico fiscale e bisogna ben passare dalle parole ai fatti. La priorità va data all’impresa ed al lavoro, soprattutto rispetto alla rendita, recuperando i contenuti della mozione a prima firma Bersani che la Camera ha approvato. In una progressione che tiene conto dell’equilibrio di bilancio, anche attraverso il recupero di risorse specifiche dalla lotta al nero e alla evasione, che restano piaghe insopportabili, bisogna dare risposte fiscali alle famiglie, soprattutto quelle con figli a carico, agli anziani soli e con basso reddito, ai giovani precari e a chi ha perso il lavoro.

Tutto ciò è particolarmente necessario a fronte del fatto che il Governo sembra affidare alla solidarietà famigliare la principale risorsa per far fronte a tutti i problemi di cui, nella maggior parte dei paesi, si fa carico in larga misura lo stato sociale: dalla povertà alla dipendenza in età anziana, dalla cura dei bambini al mancato adeguamento del sistema di protezione sociale a un mercato del lavoro flessibile, dove la precarietà e la disoccupazione colpiscono soprattutto i giovani: servirebbe, invece, un moderno sistema di ammortizzatori sociali e di tutele universali di cui godere, indipendentemente dal settore, dalla dimensione di impresa e dalla tipologia contrattuale.

Del tutto inaccettabile è l’assenza di un piano concreto di contrasto alla povertà. rispetto al quale del tutto insufficienti si rivelano essere i 50 milioni previsti dal PNR per la “carta acquisti”. E, a proposito di politiche sociali, va anche rilevata la contraddizione del Governo relativamente alla questione dell’immigrazione: nel DEF, infatti, essa compare quando garantisce un quadro di sostenibilità del debito pubblico, i cui scenari evolutivi di lungo periodo (fino al 2060) implicano un flusso netto medio annuo di 221 mila unità, per poi scomparire quando si tratta di potenziare le politiche di integrazione.

5) Le politiche dei fattori per la competitività e lo sviluppo

Il DEF richiama esplicitamente il legame fra infrastrutture e sviluppo, ma prevede un risparmio della spesa il cui effetto cumulato al 2014 è di circa 15 miliardi di euro. Eppure proprio l’Europa raccomanda di perseguire il risanamento dei conti pubblici senza penalizzare gli investimenti in infrastrutture.

L’energia è uno dei settori in cui meglio è rappresentata l’assenza di una strategia compiuta. Solo pochi mesi fa, nel precedente PNR il governo affidava ogni prospettiva di crescita alla sola energia nucleare. Dopo il disastro giapponese, saggiamente, ha annullato anche gli studi e non sarà facile, checché ne pensi Berlusconi, riprendere il tema in tempi brevi. Se non che, mentre rinunciava al nucleare, il governo tagliava gli incentivi alle rinnovabili. Oggi, dunque, non c’è un piano energetico, ma, nemmeno vi è, nel PNR, il Piano straordinario per l’efficienza energetica entro il 31 dicembre 2009, ma di questo non c’è traccia, anzi viene indebolito lo stesso 55 per cento per interventi di efficientamento degli edifici.

Per quanto riguarda la competitività il PNR la affronta indirettamente solo nella sezione “lavoro” attraverso l’obiettivo di rafforzare il legame fra salari reali e produttività; questione importante ma non esaustiva: innovazione tecnologica ed impiantistica, politiche commerciali sostenute dal Governo, credito propulsivo e politiche territoriali costituiscono altrettanti fattori di sviluppo. È necessario che la politica industriale torni a essere una delle componenti della più generale strategia di politica economica dell’Italia.

A fronte di queste ambizioni appaiono estremamente deludenti, in materia di ricerca e innovazione, sia l’obiettivo nazionale fissato dal PNR per il 2020 (la spesa all’1,53 per cento del PIL), molto lontano da quello dei principali paesi europei e dall’obiettivo che l’Europa si è data (il 3 per cento), sia gli strumenti indicati per raggiungerlo. Basti pensare al bluff del credito d’imposta al 90 per cento sulle commesse per ricerca di imprese a università e centri di ricerca pubblici, sostenuto, solo per il 2011, dai 100 milioni previsti dalla legge di stabilità.

Il PNR afferma la volontà di modernizzare la scuola e l’università, volontà che contrasta nettamente con le riduzioni di risorse effettuate (-20,5 miliardi dal 2009 al 2011). Clamoroso è il fatto che gli obiettivi di crescita dichiarati su questi argomenti ci collocano, nel 2020, all’ultimo posto in Europa.

Nessuno specifico progetto per il settore primario è presente nel Piano Nazionale di riforma, mentre non è più rinviabile l’individuazione di misure strategiche per l’agroalimentare che ha, invece, una grande valenza competitiva, ambientale, sociale e culturale.

L’obiettivo della riduzione dei divari regionali è condivisibile: tuttavia, l’analisi non è convincente, perché la retorica delle due economie con andamenti differenti non considera che il problema della crescita italiana riguarda sia il Nord che il sud. E’, però, pur vero che va data al Mezzogiorno una priorità che oggi non c’è. E’ quindi urgente che il Governo accerti con la Commissione europea la possibilità di rifinanziare con risorse comunitarie uno strumento di tipo automatico (credito d’imposta) volto all’acquisto di beni strumentali e all’incremento dell’occupazione e chiarisca come si concretizzerebbe l’annunciata misura di fiscalità differenziata, per la cui adozione è opportuno acquisire in tempi brevi le autorizzazioni comunitarie.

Per quanto riguarda le politiche di sviluppo e coesione, le percentuali di impegno e di spesa sul primo triennio dei piani relativi alla programmazione 2007-2013 sono molto più basse di quanto avvenuto nel ciclo precedente 2000-2006: segno che la capacità realizzativa sta peggiorando a causa di elementi (regole inefficienti, normative farraginose, programmazioni deboli, difficoltà di progettazione, procedimenti di selezione dei progetti poco efficaci, ecc.) che andrebbero velocemente rimossi ma dei quali il PNR non fa menzione.

Il DEF profila l’ennesima riforma della Pubblica amministrazione, certamente strategica soprattutto se il Governo non si limitasse ad annunciarla, ma la realizzasse davvero. La Corte dei conti ha di recente reso pubblico un documento che evidenzia come la manovra di finanza pubblica della scorsa estate abbia di fatto cancellato la riforma voluta dal Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione per accrescere la produttività del lavoro pubblico, valorizzare il merito dei dipendenti e responsabilizzare la dirigenza e come ad oggi non risulti alcun incremento della produttività.

Come abbiamo già detto, ad ormai tre anni dall’inizio della legislatura è tempo di trarre bilanci anziché annunciare nuovi interventi: le misure per la semplificazione degli adempimenti amministrativi non sono state realizzate, si pensi al trasferimento sulla rete internet dello sportello unico delle imprese o alle «zone a burocrazia zero»; mentre per le imprese, come ha ricordato la stessa Confindustria, la semplificazione degli adempimenti amministrativi previsti dalle leggi è essenziale; sarebbe invece necessario intervenire concretamente sulla lotta alla corruzione, sulla razionalizzazione della struttura amministrativa centrale e periferica dello Stato, sulla riforma della dirigenza, con l’introduzione di una maggiore trasparenza nelle nomine e di nuove regole nei concorsi, per evitare la dipendenza dei dirigenti dalla politica.

Infine, fondamentale per la competitività è anche la riforma del processo civile, per la quale bisogna portare avanti un effettivo percorso di razionalizzazione e semplificazione, per far fronte tanto allo smaltimento dell’arretrato quanto ai nuovi flussi di contenzioso.

Signor Presidente,

Questo è solo un elenco, necessariamente incompleto, ma sufficiente a dimostrare, in definitiva, come l’impulso espansivo del programma di riforme fin qui attuato è, per stessa ammissione del DEF, molto modesto, non sufficiente a condurre la crescita in prossimità di quel 2 per cento necessario a conciliare l’obiettivo di ridurre l’indebitamento e il debito pubblico.

Per tutti questi motivi il nostro parere sulla manovra economica del governo è negativo ed abbiamo ritenuto necessario presentare una nostra risoluzione alternativa sulla quale chiediamo il voto della Camera.

6) Un progetto alternativo

Ciò che è necessario, dunque, è un cambio di strategia.

Per contribuirvi il Partito Democratico ha elaborato un proprio Programma Nazionale di Riforma che, nel pieno rispetto della stabilità finanziaria e delle regole europee, rimette al centro dell’attenzione la crescita e l’occupazione, in particolare femminile e giovanile, l’efficienza e l’equità fiscale. Nel quadro di una politica economica europea per il sostegno della domanda interna, vanno realizzate riforme per incrementare il potenziale della nostra economia attraverso obiettivi concreti quali l’aumento del tasso di occupazione femminile al 60 per cento in un decennio, l’innalzamento della specializzazione produttiva, dell’innovazione e della ricerca, politiche di valorizzazione e partecipazione del capitale umano, possono generare, rispetto allo scenario tendenziale e senza misure di finanza straordinaria, un incremento medio annuo del PIL pari allo 0,5-0,6 per cento con effetti positivi sia sulla velocità di convergenza che sugli sforzi necessari alla riduzione del debito.

Non bisogna rassegnarsi al declino annunciato. Le difficoltà possono essere affrontate. L’Italia è, tuttora, uno dei più grandi paesi del mondo con risorse naturali, artistiche, produttive e logistiche che le permettono di ambire ad un ruolo protagonista nel mutato e complesso panorama globale.

www.areadem.info

Reato di clandestinità: arriva la bocciatura europea

Per la Corte di Giustizia della Ue è in contrasto con la direttiva sui rimpatri nel “rispetto dei diritti fondamentali”. Gozi: ”Sono due anni che chiediamo al governo di recepire la direttiva Ue sui rimpatri. Altro che processo breve e testamento biologico”. Nuova bocciatura dell’Unione europea al governo italiano. Questa volta è la Corte di Giustizia della Ue ha giudicare sbagliata la norma italiana sul reato di clandestinità, introdotto nel nostro ordinamento dal cosiddetto Pacchetto sicurezza del 2009. La legge che prevede il carcere per gli immigrati irregolari è in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini.

In una nota della Corte si legge che non può essere oggetto di reclusione “il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato a un ordine di lasciare il territorio nazionale”. Per la direttiva europea la carcerazione compromette l’obiettivo “di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”.

Secondo i giudici europei, “gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio”.

In conseguenza della sentenza Ue, conclude la Corte del Lussemburgo, il giudice nazionale incaricato di applicare le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la piena efficacia “dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva – segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni – e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri”.

“Un altro schiaffo al ministro Maroni: è quello che arriva oggi con la bocciatura del reato di clandestinità da parte della Corte di Giustizia dell’Ue”. Questo è stato il primo commento di Sandro Gozi, Responsabile PD per le Politiche europee.

“Sin dall’inizio – ha continuato Gozi – da quando cioè Maroni presentò il reato nel pacchetto sicurezza, avevamo denunciato l’evidente violazione delle norme europee e sono due anni che chiediamo al governo di recepire la direttiva Ue sui rimpatri.
Anziché farlo, però, il governo ha messo in un limbo la legge comunitaria che giace dimenticata da qualche parte alla Camera, surclassata da processo breve e testamento biologico.
Avevamo presentato come PD una serie di emendamenti alla comunitaria volti proprio a evitare questa ennesima sconfitta dell’Italia in Europa. Chiediamo quindi che la Comunitaria venga messa immediatamente all’ordine del giorno dei lavori della Camera e che vengano recepite le nostre proposte: di bocciature e schiaffi, mi pare, ne abbiamo avuti già a sufficienza”.

Molto duro anche il giudizio di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD. “Il no della Corte Ue di Lussemburgo alla reclusione per i clandestini prevista della legge italiana dà sollievo e conferma quanto fossero a suo tempo fondate le obiezioni da parte dell’opposizione alla normativa del governo imposta dalla Lega. Questo pronunciamento, che arriva in un momento molto particolare, con il tema dell’immigrazione che si mischia ai drammatici eventi che interessano la sponda sud del Mediterraneo, deve far riflettere chi, anche in queste ore, affronta un tema così importante per il nostro futuro come l’integrazione in termini esclusivamente elettorali e demagogici”.

Per Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati del PD, “non si può governare l’immigrazione con la demagogia e, purtroppo, questo sta succedendo nel nostro Paese da molti anni, da quando un partito ha fatto della caccia agli immigrati uno dei pilastri della propria politica di consenso. La bocciatura da parte della Corte di Giustizia Ue del reato di clandestinità, da noi fortemente contestato, è la conferma che ogni azione propagandistica non soltanto non affronta il problema, ma lo aggrava perché, come ha specificato la Corte, ‘può compromettere la realizzazione dell’obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali’. Ci aspettiamo, ora, la rivolta della Lega e della maggioranza, contro l’Europa e contro i giudici. Ma, su questo fronte, da questo governo, davvero niente di nuovo”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Servizi sociali vittime dei tagli. E i Comuni si affidano ad associazioni e lavoro flessibile

Quarta rilevazione Auser su enti locali e terzo settore. “Nel 2011 i Comuni registrerebbero minori entrate per circa 2 miliardi di euro. E anche a regime il federalismo fiscale mostrerà problemi”. L’Auser ha presentato questa mattina a Roma la quarta rilevazione nazionale su enti locali e terzo settore. Una ricerca per capire come cambia il welfare nel nostro Paese. I tagli inferti ai trasferimenti statali ai comuni ed una serie di riduzioni ai fondi sociali, infatti, per l’Auser stanno modificando profondamente il sistema delle politiche sociali nel nostro Paese. Uno degli aspetti principali che emerge dalla rilevazione è che “per il 2011 si va verso un impoverimento dei servizi pubblici dei comuni o l’innalzamento delle tariffe dei servizi. I comuni puntano sempre di più sull’affidamento all’esterno dei servizi socio assistenziali, soprattutto alle associazioni, allo scopo di abbassare i costi con il ricorso al volontariato”. La ricerca ha passato al vaglio, per i primi 3 mesi del 2011, gli appalti comunali e i bandi per il reclutamento del personale. In molti casi si erogano le prestazioni sociali (ad esempio i centri estivi per anziani, i minori, ecc…) con contratti di collaborazione occasionale. Su 186 assunzioni esaminate riguardanti il settore dei servizi sociali, solo 24 sono a tempo indeterminato. Inoltre nella relazione fra enti locali e Terzo Settore ancora poche regole, poca trasparenza, scarsa programmazione ed efficienza, molta incertezza, senza contare i ritardi nei pagamenti.

La situazione. Prima di addentrarsi sugli esiti dell’indagine, l’Auser ha dunque delineato lo scenario attuale delle politiche sociali in Italia.

Il punto di partenza è la manovra della scorsa estate varata con il d.l. 78, che ha tagliato risorse alle autonomie territoriali per 14,8 miliardi di euro per i soli anni 2011 e 2012 (2,5 miliardi a regime per i comuni al di sopra dei 5mila abitanti). Inoltre, i Fondi nazionali per gli interventi sociali hanno perduto circa il 63% dei 1.472 milioni stanziati nel 2010. Infine, sollecitate dal Patto di stabilità le amministrazioni comunali hanno ormai intrapreso la strada del progressivo dimagrimento degli organici pubblici.

Per il 2011, i comuni in regola con i conti possono assumere solo entro il tetto di spesa del 20% delle cessazioni dell’anno precedente. Limitazioni sono state introdotte anche per il personale flessibile, le esternalizzazioni e i servizi fruiti in convenzione con il terzo settore e le altre imprese; del resto, il Patto di stabilità sollecita le amministrazioni a snellire anche gli uffici.

Ma non è tutto. “Il decreto sul federalismo municipale non inverte questa politica ma la conferma – sottolinea l’Auser – con la variante che d’ora in avanti le amministrazioni comunali per autofinanziarsi potranno contare soprattutto su un margine di autonomia finanziaria più ampio (addizionale Irpef), piuttosto invece che su uno spostamento di risorse dal centro alla periferia, il Federalismo appunto. Tutto ciò porterà inevitabilmente a un ulteriore innalzamento della pressione fiscale per cittadini”.

L’Auser ricorda che il decreto sul Federalismo municipale prevede due fasi, di transizione (dal 2011 al 2013) e a regime (tra il 2014 e il 2017). Nella prima fase è previsto che lo Stato trasferisca ai comuni una serie di tributi erariali sul trasferimento e il possesso degli immobili, tra cui la “cedolare secca”, in sostituzione dell’Irpef sugli affitti. Questa devoluzione consentirà di spostare in periferia, secondo le stime del Copaff, circa 16 miliardi euro. Si tratta di risorse destinate a finanziare un nuovo “fondo di riequilibrio” in sostituzione degli attuali trasferimenti statali ai comuni, che ammontano a circa 13 miliardi di euro. Nell’ambito di tale operazione è previsto che lo Stato incameri la differenza (circa 2 miliardi, più l’accisa comunale sull’energia elettrica che ritorna adesso allo Stato). “Ciò significa che, nel 2011 i comuni riceveranno esattamente la stessa quantità di risorse che avrebbero ottenuto con il sistema vigente. La differenza è che in questa fase, le entrate comunali risulteranno fortemente decurtate rispetto alla situazione di partenza, in quanto la riduzione dei trasferimenti erariali disposta con il D.l. 78/2010 (1,5 miliardi nel 2011 e 2,5 miliardi dal 2012) contrariamente agli impegni non viene recuperata e l’introduzione della cedolare secca opzionale (per i proprietari di casa) produrrà per i comuni consistenti minori entrate rispetto all’attuale gettito Irpef sulle locazioni. In conseguenza, nel 2011 i comuni registrerebbero minori entrate per circa 2 miliardi di euro”.

E per l’Auser i problemi aumentano se si prende in considerazione il periodo a regime del Federalismo fiscale. “Nel 2014, infatti, i tributi erariali devoluti nel 2011 (eccetto la cedolare secca) dovrebbero in buona parte scomparire ed essere sostituiti dalla nuova “Imposta municipale unica”, l’Imu. Il gettito stimato per questa nuova imposta appare troppo sperequato sul territorio e variabile nel tempo per rappresentare un’adeguata fonte di finanziamento dei comuni”. Sempre secondo l’Auser, poi, il nuovo modello federalista manca di alcuni “blocchi” portanti, e in modo particolare della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni.

Ultimo nodo, il decreto sul Federalismo regionale, che per l’Auser “non attribuisce alle regioni maggiore autonomia e responsabilità”. E per il 2011 la vera novità rimane il taglio del 63% ai fondi sociali. “In questo contesto, il welfare vive una stagione particolarmente delicata”.

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"Italia in coda negli aiuti alle famiglie", di Marco Moussanet

Niente di nuovo sotto il cielo, per carità, ma l’Italia esce con le ossa rotte dalla lettura del primo rapporto Ocse sulla famiglia. I numeri sono impietosi e imbarazzante è il confronto, tanto per rimanere nel solco di una rivalità che proprio in questi giorni è tornata di gran moda, con la Francia, indicata per molti aspetti come un modello di riferimento.
Tre dati balzano immediatamente agli occhi: il tasso di occupazione femminile, quello di fertilità e quello sulla povertà infantile. Nelle tre classifiche l’Italia occupa le ultime posizioni. Rispetto a una media Ocse del 70,9%, la quota di donne al lavoro nella fascia 25-54 anni è infatti del 59,1%, la più bassa dopo Turchia, Messico e Cile. La Francia è al 76,6 per cento. E chi pensa che a una maggiore presenza delle donne in casa possa logicamente corrispondere una maggior propensione ad avere figli viene subito smentito dal tasso di natalità: l’Italia è a 1,4 figli per donna, rispetto a una media Ocse di 1,74 e con la Francia a 1,99.
Proprio la difficoltà a trovare lavoro e, una volta trovato, il rischio di non poterlo conciliare con eventuali impegni famigliari – per l’atavica ostilità di molte aziende e la carenza di servizi a costi accettabili – spingono infatti le donne a ritardare sempre più il momento della procreazione, con il risultato che poi i figli non arrivano. D’altronde solo nel 50% delle aziende italiane con oltre 10 dipendenti esiste la possibilità di avere orari flessibili.
L’inadeguatezza delle politiche a sostegno della famiglia si traduce inoltre in una forte percentuale di bambini poveri, appartenenti cioè a un nucleo il cui reddito complessivo – anche perché la ridotta occupazione femminile fa sì che di buste paga spesso ce ne sia una sola – è inferiore alla metà di quello medio: in Italia siamo al 15,3%, rispetto a una media Ocse del 12,7% e all’8% della Francia.
Un ruolo lo gioca anche il livello di istruzione dei genitori: in Italia solo nel 6,6% delle famiglie padre e madre hanno entrambi un’istruzione “superiore” (almeno la laurea), la media Ocse è del 13,2% e la Francia è al 15 per cento.
D’altronde l’Italia è uno dei Paesi Ocse che spende meno per le sue politiche famigliari: l’1,4% del Prodotto interno lordo, mentre la media dell’organizzazione è del 2,2% e la Francia è al 3,8 per cento. E soprattutto i Paesi che spendono di più spesso spendono meglio, concentrando cioè le risorse su tutti i servizi (a partire dai nidi e da orari prolungati pre e dopo scuola) di cui le donne hanno più bisogno nei primi anni di vita dei figli. Quando devono essere in condizione di poter riprendere il lavoro in condizioni di tranquillità e sicurezza.
Senza arrivare al record del Lussemburgo (93mila dollari), la Francia spende 55mila dollari all’anno in servizi e agevolazioni per ogni bambino al di sotto dei 5 anni. La media Ocse è di 36mila dollari, l’Italia è a 33mila.
La conseguenza è che il 42% dei bambini francesi va al nido (pubblico, gratuito e di eccellente qualità, anche se negli ultimi anni qualche problema di carenza di posti è emerso), rispetto al 29% in Italia (la media Ocse è del 31%). E solo il 6% dei bambini italiani tra i 6 gli 11 anni frequenta un pre-dopo scuola, in larga parte perché il servizio, a causa dei finanziamenti ridotti, non c’è.
L’organizzazione parigina chiude il suo rapporto con una serie di raccomandazioni ai Paesi membri: finanziare i nidi, varare politiche attive a sostegno dell’occupazione femminile, promuovere i permessi di paternità (la Confindustria francese, guidata da una donna, ha persino proposto di renderli obbligatori).

Il Sole 24 Ore 28.04.11

"Sit in del Pd e degli «immigrati di seconda generazione». Nati qui ma non riconosciuti", di Mariagrazia Gerina

Costretti al permesso di soggiorno perché non c’è una legge a renderli subito «regolari». «Noi, italiani Vogliamo la piena cittadinanza». Bersani: «È una vergogna che lo Stato non riconosca un milione di nati in Italia». Alla Camera, due proposte di legge sulla cittadinanza in attesa di essere calendarizzate. Turco: «Fini passi dalle parole ai fatti». Ritmo sincopato. Parole leggermente piegate alle esigenze dell’hip hop. «Fratelli in Italia, l’Italia s’è desta…», cantano i nati nel paese che ancora non ha deciso il loro status. Né italiani, né stranieri, finché la legge non li riconoscerà per quello che sono. Loro davanti a Montecitorio l’inno d’Italia lo scandiscono come un rap di protesta, con le braccia che si levano su e giù come un avvertimento. E come dovrebbero cantarlo visto che lo Stato dove i loro genitori li hanno messi al mondo e/o cresciuti li ha lasciati per anni senza cittadinanza?
Le idee sul futuro del paese sembrano avercele più chiare loro, che, come dice Khalid Choauki portavoce del Forum Immigrazione conoscono anche l’inno di Mameli «meglio di tanti parlamentari della Lega».
«Appena finita la scuola vorrei montare pannelli solari, le energie alternative sono il futuro», spiega Jasmeet Singh Samra, 18 anni, all’ultimo anno dell’istituto tecnico industriale. «Il rap con i Termini Underground è un hobby». Quando è nato, nel Punjab, suo padre, che ora fa il giardiniere, era già l’Italia. Lui lo ha raggiunto che aveva appena 4 anni, con sua madre, che ora lavora in un ospizio per anziani. E ora a 18 anni si ritrova addosso l’inconfondibile accento della periferia romana in cui è cresciuto, a Quarto Miglio. Che non lo salva però dalla trafila riservata agli immigrati. Fatta di permessi di soggiorno. E di «perquise», che in gergo giovanile è «quando la polizia ti ferma in strada e ti comincia a domandare: da dove vieni?».
Cristina He, 17 anni, è nata in Italia, ma deve aspettare i 18 anni per chiedere la cittadinanza. I suoi, che erano appena arrivati dalla provincia del Zhejiang, le misero quel nome desiderando che loro figlia si sentisse sempre a casa sua nel paese in cui l’avevano fatta nascere. «È stato un trauma quando a cinque anni ho capito che non ero cittadina italiana». Era piccola ma sapeva già leggere e aveva visto che sulla carta sanitaria c’era scritto «cittadina cinese»: «Perché papà?».
Julija Stevanovic (che al rap preferisce una sintetica cronistoria) è un po’ più grande: 21 anni, iscritta a Scienze Politiche a Padova, anche lei è ancora in attesa di cittadinanza. «Ormai a casa mia ce l’hanno tutti, mio fratello mi prende anche in giro», ironizza Julija che è venuta in Italia a tre anni, con i genitori «cittadini croati di origine serba, costretti a fuggire per paura delle persecuzioni». Per fare la domanda ha dovuto aspettare i 18 anni e la risposta non è ancora arrivata: «Lo sai la cosa che mi fa più rabbia? È che ora ci sono i referendum e io non posso nemmeno votare».
Sullo sfondo, mentre i fratelli d’Italia si raccontano, Montecitorio sembra di cartapesta. Lì dentro giacciono indiscusse tutte e due le proposte di legge per riconoscere la cittadinanza ai nati in Italia. La prima, depositata dai deputati del Pd Bressa e Zaccaria, risale al 2008. L’altra, a doppia firma Sarubbi (Pd) e Granata (allora ancora Pdl), a quando Fini, proprio sull’immigrazione, cominciava a smarcarsi dagli alleati. «Siamo qui anche per dire al presidente della Camera che dopo più di un anno dovrebbe passare dalle parole ai fatti», scandisce Livia Turco, dallo stesso palco de i giovani rapper: «Sappiamo che il centrodestra è ostile, ma noi quella proposta l’abbiamo iscritta all’ordine del giorno e vogliamo che vada avanti». Anche Bersani nonèvolutomancarealsit-inorganizzato dal Pd. «Sull’immigrazione il fallimento delle politiche del centrodestra è stato totale», dice il segretario, «ma qui parliamo del diritto di chi è nato e cresciuto in Italia di essere cittadino italiano ed è una vergogna che pesa sulla coscienza del paese che ci sia un milione di ragazzi né immigrati né italiani». L’impegno del Pd spiega è riconoscerli italiani e basta ,«appena avremo mandato a casa il centrodestra». La legge sulla cittadinanza sarà all’ordine del giorno del primo Consiglio dei ministri, promette Livia Turco. E intanto il sit-in spiega Marco Pacciotti, coordinatore del Forum Immigrazione serve a dare una scossa a chi siede ora in parlamento.

L’Unità 28.04.114

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“20 mila come fantasmi”, di Franco Giubilei

È il numero dei giovani nati in Italia da genitori stranieri che negli ultimi 18 mesi sono diventati maggiorenni: cittadini italiani fino al giorno prima, ora sono costretti a chiedere in questura il permesso di soggiorno per non essere clandestini “Noi, italiani con permesso di soggiorno”. Nati e cresciuti qui da genitori immigrati, a 18 anni perdono la cittadinanza: le loro storie in un film.
Un bambino (o una bambina) può nascere in Italia, andare all’asilo e poi a scuola in Italia, diciamo fino alla quinta superiore, ma non per questo potrà necessariamente dirsi italiano: sì, perché al compimento della maggiore età il figlio di due stranieri privi di cittadinanza si ritroverà in un’anagrafica terra di nessuno, dato che da noi si diventa cittadini a patto che lo sia almeno uno dei genitori, o che si rispetti una normativa contorta.
Una condizione in cui vivono quasi 20mila ragazzi che sono diventati maggiorenni fra il 2010 e il 2011 nel nostro Paese, tutti venuti alla luce lungo lo Stivale o giunti qui a pochi anni d’età, e tutti rigorosamente orfani di cittadinanza. Parla di loro il documentario «18 ius soli», realizzato da un regista nato a Bologna 40 anni fa da padre ghanese e madre italiana: Fred Kudjo Kuwornu, già aiuto di Spike Lee nel film «Miracolo a Sant’Anna», ha raccontato le storie di quindici giovanissimi costretti, loro malgrado, a fare il permesso di soggiorno nonostante siano italiani a tutti gli effetti.
Basta scorrere il curriculum di alcuni degli intervistati, come la ventenne Heena, nata a Reggio Emilia da genitori indiani, studentessa di Giurisprudenza e mediatrice culturale. O di Valentino, romano di origini nigeriane, studente di Biotecnologia e artista hip-hop. Oppure di Anastasio, parmigiano di nascita ma con padre e madre delle Mauritius, di professione cuoco, nel tempo libero volontario alla Croce Rossa. O vogliamo parlare di Angela, 23 anni, nata a Rimini ma dagli occhi a mandorla dal taglio inconfondibilmente cinese, studentessa di Economia e commercio?
A guardarli e ad ascoltarli nel documentario – che oggi sarà presentato in anteprima nazionale alla fiera Cittadini del Mondo di Reggio Emilia e che, per iniziativa della Regione Emilia Romagna, sarà proiettato in tutte le scuole superiori – c’è da chiedersi dove stia la differenza fra questi ragazzi e i loro coetanei italiani a tutti gli effetti, colore della pelle e lineamenti a parte.
Il fatto è che in Italia vige il criterio dello Ius sanguinis, il diritto di sangue, ragion per cui il titolo del film è «18 ius soli», in segno di auspicio perché la legislazione cambi tenendo conto della terra in cui si vive, mettendo così fine a un controsenso dai risvolti discriminatori. Nel documentario c’è anche la testimonianza del presidente della Camera Gianfranco Fini.
L’autore del film ricorda come, a complicare la vita dei figli degli immigrati, ci sia una burocrazia rugginosa: «Ci sono i ragazzi nati in Italia, che quando compiono 18 anni hanno un anno di tempo per presentare domanda e che devono dimostrare di aver vissuto ininterrottamente in Italia per un decennio. E poi c’è la casistica più numerosa, cioè quelli arrivati in Italia da piccoli, che a 18 anni possono fare domanda ma ai quali lo Stato non è tenuto a dare la cittadinanza, perché è un atto discrezionale. C’è anche un problema d’informazione, pochi conoscono le regole».
Prima della maggiore età ci sono difficoltà ad espatriare, anche solo per andare in gita scolastica all’estero, perché serve il permesso del consolato. Dopo i 18 anni poi bisogna trovare subito un lavoro, oppure non sgarrare negli studi, altrimenti il permesso di soggiorno non viene rinnovato e ci si trasforma in clandestini a rischio espulsione. Fra i casi estremi, quello di Anastasio, nato a Parma 21 anni fa: «E’ stato clandestino per sei mesi perché, per un errore dell’ufficio anagrafe in occasione di un trasloco della famiglia, il periodo di dieci anni necessario per la cittadinanza si è interrotto per un mese, e così ha dovuto ricominciare da capo. A lui sarebbe piaciuto fare il soldato, invece non ha potuto perché non ha ancora la cittadinanza. Ed è una persona ottima: quando c’è stato il terremoto all’Aquila è andato per un mese a far volontariato. Eppure incontra mille problemi».

La Stampa 28.04.11