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"Il populismo che si nutre di ignoranza", di Barbara Spinelli

Quando Obama vinse le elezioni, nel 2008, furono molti a esser convinti che una grande trasformazione fosse possibile, che con lui avremmo cominciato a capire meglio, e ad affrontare, un malessere delle democrazie che non è solo economico. La convinzione era forte in America e in Europa, nelle sinistre e in numerosi liberali. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 sembrava aver aperto gli occhi, preparandoli a riconoscere la verità: il capitalismo non falliva.
Ma uno scandaloso squilibrio si era creato lungo i decenni fra Stato e mercato. Il primo si era ristretto, il secondo si era dilatato nel più caotico e iniquo dei modi. Lo Stato ne usciva spezzato, screditato: da ricostruire, come dopo una guerra mondiale.
Le parole di Obama sulla convivenza tra culture e sulla riforma sanitaria annunciavano proprio questo: il ritorno dello Stato, nella qualità di riordinatore di un mercato impazzito, di garante di un bene pubblico minacciato da interessi privati lungamente dediti alla cultura dell´illegalità. Non era un´opinione ma un fatto: senza l´intervento degli Stati, le economie occidentali sarebbero precipitate. Un´economia non governata non è in grado di preservare lo Stato sociale riadattandolo, di tenere in piedi l´idea di un bene pubblico che tassa i cittadini in cambio di scuole, ospedali, trasporti, acqua, aria pulita, pensioni per tutti.
Quel che sta accadendo oggi non smentisce i fatti. Li occulta, li nega, con il risultato che i cittadini si sentono abbandonati, increduli, assetati di autorità che semplifichino le cose con la potenza del vituperio. Intervenendo per sanare il mercato, Stati e governi hanno adottato misure forse corrette ma il momento della verità l´hanno mancato, con il consenso delle opposizioni. Hanno mancato di dire che al mondo di ieri non torneremo, e che gli sforzi fatti oggi daranno frutti lentamente, perché lenta e lunga è stata la malattia capitalista. Di qui il dilagare di populismi di destra, in Europa e America, e la forza ipnotica che essi esercitano sulle opinioni pubbliche.
Prima ancora che la crisi finanziaria divenisse visibile fu l´Italia a negare i fatti, con Berlusconi e Lega. L´Italia è stato il laboratorio di forze che ovunque, oggi, sono in ascesa: in Belgio il Vlaams Belang (Interesse fiammingo), in Olanda il partito anti-islamico di Geert Wilders, in Ungheria il Fidesz, in Francia il Fronte di Marine Le Pen, in Finlandia i Veri Finlandesi.
Il rifiuto dello straniero, la designazione dell´Islam come capro espiatorio, la chiusura delle frontiere mentali prima ancora che geografiche: i populismi odierni si riconoscono in tutto questo ma la xenofobia non è tutto, non spiega la natura profonda della loro seduzione. All´origine c´è una volontà ripetitiva, sistematica, di non sapere, non vedere la Grande Trasformazione in cui stiamo entrando comunque. C´è una strategia dell´ignoranza, come sostiene il professore di linguistica Robin Lakoff, un desiderio di fermare il tempo: «L´attrattiva dei populisti scaturisce da un affastellarsi di ignoranze: ignoranza della Costituzione, ignoranza dei benefici che nascono dall´unirsi in sindacato, ignoranza della scienza nel mondo moderno, ignoranza della propria ignoranza» (Huffington Post, 30 marzo 2011).
Il vero nemico dei nuovi populismi è la democrazia parlamentare, con il suo Stato sociale e la sua stampa indipendente. Di qui le incongrue ma efficaci offensive antistataliste contro Obama, nel preciso momento in cui l´economia ha più bisogno dello Stato. Di qui il diffuso fastidio per la stampa indipendente, quando più ci sarebbe bisogno di cittadini responsabili, quindi bene informati. A tutti costoro i populisti regalano illusioni, cioè il veleno stesso che quattro anni fa generò la crisi. Ai drogati si restituisce la droga. Cos´è d´altronde l´illusione, se non un gioco (un ludus) che dissolve la realtà nelle barzellette sconce quotidianamente distillate dal capo? Cos´è il fastidio per la stampa indipendente, se non strategia che azzera la conoscenza dei fatti? Meglio una barzelletta del potente che una notizia vera sul potente.
L´Italia è all´avanguardia anche in questo campo: la concentrazione dell´informazione televisiva nelle mani di uno solo è strumento principe dell´ignoranza militante, e distraente. In Ungheria l´odio per la stampa impregna il partito del premier Viktor Orbán: le nuove leggi varate dal governo prevedono un´autorità di controllo sui mezzi di comunicazione, composta di cinque esponenti nominati dal partito di maggioranza. All´autorità spetta di verificare se la stampa è «equilibrata e oggettiva», di decidere multe o chiusure di giornali o programmi tv, di imporre ai giornalisti la rivelazione delle fonti se sono in gioco «la sicurezza nazionale e l´ordine pubblico».
Anche lo straniero come capro espiatorio è gioco d´illusione, feroce, con la realtà multietnica in cui già da tempo viviamo. Il fenomeno non è nuovo. Negli anni ´20-´30, la Germania pre-nazista esaltò il Blut und Boden, il sangue e la terra, come fonte di legittimazione politica ben più forte della democrazia. Oggi lo slogan è imbellito – si parla di radicamento territoriale, davanti a una sinistra intimidita e plaudente – ma la sostanza non cambia. La brama di radici, ancora una volta, impedisce il camminare dell´uomo e lo sguardo oltre la propria persona, il proprio recinto. Consanguineità e territorio divengono fonti di legittimazione più forti della Resistenza.
Helsinki ladrona, Roma ladrona, Washington ladrona: si capisce da questo slogan (lo stesso in Finlandia, Italia, America) come l´anti-statalismo sia centrale. Come la xenofobia sia il sintomo più che la causa del male. Vedendo che la crisi perdura, le popolazioni hanno cominciato a nutrire un´avversione radicale verso l´idea stessa di uno spazio pubblico dove la collettività, tassandosi, difende i più deboli, i più esposti. I populisti non temono di contraddirsi, anzi. D´un sol fiato si dicono antistatalisti e promettono uno Stato controllore, tutore dell´etnia pura, normalizzatore delle coscienze e delle conoscenze.
I sondaggi sul successo del Tea Party, il movimento neoliberista Usa, lo confermano. La molla decisiva non è il razzismo: è il rigetto della riforma sanitaria di Obama, del principio dell´etica pubblica. L´etica pubblica mette tutti davanti alla stessa legge, perché nessun interesse privato abbia la meglio. Lo Stato etico dei populisti impone il volere del più forte: Chiesa, lobby, etnia. Lo chiamano valore supremo, non negoziabile. In realtà è puro volere: suprema volontà di potenza.
Come mai le cose sono andate così? Come mai Obama può perdere le elezioni? In parte perché i governi hanno sottovalutato l´enorme forza del risentimento. In parte perché non hanno spiegato quel che significa, nel mondo globalizzato, salvare il bene pubblico. Ma è soprattutto la verità che hanno mancato: sono quattro anni che descrivono la crisi come superabile presto, il tempo d´arrivare alle prossime elezioni. Obama stesso ha omesso di spiegarla nella sua lunga durata: come qualcosa che trasformerà le senescenti società occidentali, che le obbligherà a crescere meno e integrare giovani immigrati, se non vorranno scaricare i propri anziani come il vecchio capofamiglia sulla sedia a rotelle che i nazisti gettano dalla finestra nel Pianista di Polanski. Per paura elettorale i governanti celano la verità, e ora pagano il prezzo.
Anche l´Europa ha la sua parte di colpe. Gli strumenti li avrebbe: può usare l´articolo 7 del Trattato di Lisbona, contro le infrazioni antidemocratiche in Italia o Ungheria. Può costruire una politica dell´immigrazione, avendone ormai la competenza. Se non lo fa, è perché non guarda ad altro che ai parametri economici. Perché è indifferente all´ethos pubblico. Perché quando esercita un potere, subito se ne pente. Perché dimentica che anch´essa è nata nella Resistenza.
Nel momento in cui la sua fonte di legittimazione politica è usurpata (al posto della Resistenza: il radicamento territoriale) l´Europa ammutolisce. Ha vergogna perfino delle cose non sbagliate che ha fatto: del comportamento che ebbe nel 2000, ad esempio, quando i neofascisti di Haider divennero determinanti nelle elezioni austriache del ´99. Non mancarono certo gli errori: troppo presto si usò l´arma ultima delle sanzioni, presto abbandonate. Ma anche se disordinatamente, l´Unione almeno reagì, s´inalberò. L´Austria fu costretta a riaprire ferite tenute nascoste, a discutere colpe sempre negate, e il suo volto cambiò. Se l´Unione è così invisa ai populismi vuol dire che potrebbe far molto, se solo lo volesse.

La Repubblica 27.04.11

"Missili in cambio di parole", di Lucia Annunziata

Non fosse stato per i soliti spiriti animali del mercato, l’atmosfera sarebbe stata decisamente euforica. Ma anche così, anche con l’Opa di Lactalis lanciata su Parmalat proprio nel giorno della pace franco-italiana, a Palazzo Madama si è ascoltato ieri mattina un grande respiro di sollievo. Testimoni gli imperturbabili amorini degli affreschi e le eterne edere del giardino italiano, Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno riportato la serenità nelle relazioni fa i loro Paesi, intorno a un accordo dopo tutto semplice: bombe italiane sulla Libia in cambio di una mano francese con gli immigrati. Naturalmente, l’equazione non è stata esposta esattamente in questi termini, ma, occorre dire, non fa una piega.

La maggiore difficoltà che il premier italiano ha incontrato è stata quella di spiegare il nostro lato del patto, cioè far capire come si può contemporaneamente bombardare ma negare di farlo. La frase che ha usato è la seguente: «Ho detto e ripeto che non bombarderemo, nel senso che non useremo le bombe cluster, a grappolo, quelle cioè che colpiscono anche i civili.

Faremo solo pochi interventi con missili mirati, che colpiscono esattamente gli obiettivi». Tradotto dal gergo, l’Italia si impegna a usare solo armi intelligenti. Sarkozy invece ha dovuto sbrogliarsi dalle domande dei cronisti presenti sul suo versante più delicato, quello degli immigrati. Anche lui ha usato una lunga formula per impegnarsi ad aiutare l’Italia con gli immigrati senza irritare il suo elettorato anti-immigrati. Ha così sostenuto che la Francia è a favore del fatto che Schengen «rimanga vivo, ma perché rimanga vivo deve essere riformato». La conclusione è però solo una lettera congiunta franco-italiana al presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy e al presidente della Commissione europea Manuel Barroso in cui, ha detto Berlusconi, «Abbiamo chiesto all’Ue maggiore collaborazione e solidarietà da parte dei nostri partner europei».

Questo scambio di favori – maggior impegno dell’Italia in guerra e maggior impegno a favore dell’Italia da parte della Francia con gli immigrati – sulla carta ha un suo senso. Ma a guardarlo bene, ci sono pochi dubbi che la parte più gravosa rimane sulle spalle dell’Italia: per quanto pochi possano essere i missili che lanceremo, le armi hanno una loro inevitabile materialità che pesa molto. Le lettere su Schengen invece sono impalpabilmente vaghe, promesse e impegni che sono in ogni caso, letteralmente, parole su carta. Eppure la richiesta fatta all’Italia di impegnarsi di più sul fronte della guerra con la Libia porta al Paese un indiretto riconoscimento: il coinvolgimento di Roma in quanto ex colonia e miglior amica di Gheddafi rafforza l’alleanza Nato ed evita il rischio (che è anche il terrore da parecchio tempo e su molti scacchieri da parte del Dipartimento di Stato Usa) che gli italiani facciano da scappatoia per il leader libico. Il rientro militare pieno dell’Italia come combattente nella Nato riscatta anche il nostro Paese dal rischio isolamento: «Essere stati esclusi dalle consultazioni è stato spiacevole» ha ricordato un premier inusualmente sincero. E se un prezzo da pagare interno c’è per questo nuovo ruolo guerriero – un prezzo quale il malumore della Lega- l’accordo su Schengen con la Francia può almeno essere offerto come un riequilibrio. La benedizione arrivata da Napolitano a questo nuovo ruolo italiano è la prova che almeno per ora il dossier è chiuso.

E’ rimasto aperto invece quello, scottante, delle relazioni economiche fra i due Paesi. L’importanza di questa seconda pagina nel vertice era testimoniata dalla presenza in prima fila, durante la conferenza stampa finale di Sarkozy e Berlusconi, anche dei due algidi ministri del Tesoro, Tremonti e Christine Lagarde, oltre a Frattini, Maroni per l’Italia, e al primo ministro François Fillon, Alain Juppé (Esteri) e Claude Guéant (Interno) per la Francia.

Fra Italia e Francia, come si ricorderà, si combatte da anni una battaglia di competizione industriale attraverso cui passa – dall’Alitalia agli assetti delle grandi banche – la difesa della «italianità». Alla lunga fila di casi si è aggiunto il recente tentativo della francese Lactalis di acquisire il controllo della Parmalat. Il ministro Tremonti, in difesa della italianità e di un elettorato del Nord interessato alle quote latte, si è speso in favore della Parmalat al punto di inserire il latte fra i prodotti strategici del Paese, e da proporre una modifica delle norme antiscalata.

Il mercato però non ha grande pazienza con i bizantinismi della politica – e proprio nel giorno del vertice, ieri, Lactalis ha lanciato una Opa volontaria totalitaria su Parmalat. Il nostro premier non ha gradito, e ha scusato il governo francese: «Il tempismo è tale da far escludere ogni responsabilità del governo francese». Non gli è rimasto però che prendere atto: «Auspico la creazione di grandi gruppi franco-italiani e italo-francesi che possano stare insieme nella competizione globale»; archiviando così di fatto tutte le battaglie fatte in nome della italianità. In cambio anche di questa ritirata, Sarkozy ha lodato Mario Draghi come un ottimo candidato alla guida della Banca centrale europea – ma davvero Draghi ha bisogno del voto dei francesi?

La Stampa 27.04.11

"Sull'imbroglio decida la consulta", di Stefano Rodotà

Sia lode al presidente del Consiglio. Con la disinvoltura istituzionale che lo contraddistingue ha svelato le vere carte del governo sul nucleare, carte peraltro niente affatto coperte. La frode legislativa, già evidente, diviene ora conclamata. Berlusconi è stato chiaro. Un tema tanto importante come il nucleare non può essere affidato a cittadini “spaventati” da quanto è avvenuto in Giappone, che debbono “tranquillizzarsi”. Meglio, dunque, non far votare un popolo emotivo, disinformato. Gli abbiamo scippato con uno stratagemma un referendum che avrebbe reso impossibile per anni il nucleare, e ora abbiamo le mani libere per tornare in pista già tra dodici mesi. Gabbati i cittadini, ma rassicurati gli imprenditori, poiché il presidente del Consiglio si è premurato di dire che i rapporti tra Enel e Electricité de France andranno comunque avanti. Un governo e una maggioranza senza dignità accantonano uno dopo l´altro gli strumenti della democrazia, non hanno neppure il pudore della reticenza, teorizzano il silenzio dei cittadini. Ma si può davvero restare passivi davanti a questo gioco delle tre carte istituzionali? Il famigerato emendamento approvato dal Senato diceva chiaramente quale fosse l´obiettivo che si voleva perseguire. Le parole di Berlusconi confermano l´interpretazione dei tanti che avevano sottolineato come la formale abrogazione delle norme sulle centrali nucleari fosse un espediente, anzi un imbroglio, per far sì che la politica nuclearista potesse continuare e per impedire che la partecipazione al voto di cittadini emotivi facesse raggiungere il quorum, consentendo così anche il successo del temutissimo referendum sul legittimo impedimento.
È bene ricordare i fatti. Quell´emendamento si presenta formalmente come una abrogazione delle norme oggetto del quesito referendario. Ma il primo e l´ultimo comma dicono il contrario. Si comincia con lo stabilire che il governo si riserva di tornare sulla questione, una volta acquisite “nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell´Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea”. E alla fine si dice che lo farà entro dodici mesi adottando una “Strategia energetica nazionale”, per la quale furbescamente non si nomina, ma neppure si esclude, il ricorso al nucleare, di cui peraltro si parla esplicitamente all´inizio dell´emendamento. Il Parlamento ha trangugiato senza batter ciglio questa brodaglia, ennesimo esempio dell´incultura politica e istituzionale che ci circonda.
Una volta che il decreto nel quale è stato infilato l´emendamento sarà stato convertito in legge, la parola passerà all´Ufficio per il referendum della Corte di Cassazione, che ha il compito di accertare se la nuova legge va nella direzione voluta dai promotori. Se la sua valutazione è positiva, il referendum non si tiene. Nel caso contrario, il referendum è “trasferito” sulle nuove norme e si va al voto. Dopo la clamorosa confessione pubblica del presidente del Consiglio, è dichiarato l´obiettivo di impedire il rispetto della volontà dei promotori.
A questo punto, però, le cose si complicano assai. Che cosa accadrebbe, infatti, se la Cassazione, prendendo atto della frode ai danni dei cittadini, decidesse di far tenere il referendum facendo votare pro o contro l´abrogazione dell´emendamento-imbroglio? Se gli elettori votassero sì all´abrogazione, cancellerebbero certamente le norme con le quali il governo ha voluto riservarsi di riprendere la politica nucleare a proprio piacimento. Ma cancellerebbero pure la parte dell´emendamento che abroga le attuali norme sul nucleare. Queste tornerebbero in vigore, ridando al governo, da subito, il potere di procedere sulla strada della costruzione delle centrali nucleari.
Come uscire da questo pasticcio? Facciamo un passo indietro. Nel 1978 la Corte costituzionale dovette affrontare appunto il problema di norme che, abrogando le disposizioni alle quali si riferiva il referendum, non rispettavano la volontà dei promotori. La soluzione fu trovata dichiarando l´incostituzionalità della norma della legge sul referendum che non prevedeva questa eventualità, e prevedendo il trasferimento del referendum sulle nuove norme. Ma, di fronte all´imbroglio attuale, questa strada non è praticabile, poiché produrrebbe l´esito paradossale di un voto referendario che si ritorce ancora di più contro l´intenzione dei proponenti. La Cassazione, allora, potrebbe sollevare la nuova questione, investendone la Corte costituzionale che, come nel 1978, dovrebbe cercar di porre riparo all´ennesima torsione alla quale il governo attuale sottopone le istituzioni.
Una parola sul modo in cui Berlusconi considera i cittadini, ai quali sarebbe precluso il diritto di votare in situazioni di emotività, di sostanziale incompetenza. Già in occasione del referendum sulla legge sulla procreazione assistita, nel 2005, uno degli argomenti adoperati per indurre all´astensione fu quello che sottolineava la complessità tecnica di taluni quesiti, che avrebbe impedito ai cittadini di esprimere una valutazione adeguata. Tutti questi sono argomenti pericolosissimi dal punto di vista democratico, perché subordinano la possibilità di votare al giudizio che qualcuno esprime sulla competenza di ciascuno di noi e mettono così “sotto tutela” la stessa sovranità popolare. In questi casi la via non è quella del silenzio forzato, ma dell´informazione adeguata, quella che produce lo “scientific citizen”, il “cittadino biologico”, cioè persone dotate dei dati che le mettono in condizione di formarsi una opinione critica. È un caso che la Commissione di vigilanza della Rai non abbia ancora approvato il regolamento sulle trasmissioni per i referendum, precludendo ai cittadini proprio quell´accesso all´informazione che li riscatterebbe dall´emotività?

La Repubblica 27.04.11

Nucleare: smascherato il bluff di Berlusconi. Bersani: "Governo a tappetino con i francesi"

Il premier ammette che la moratoria sul ritorno all’atomo è solo uno stratagemma per evitare la sconfitta al referendum dopo il disastro di Fukushima. Bianchi: “Dopo parole Berlusconi referendum resta valido”. Cari italiani, vi abbiamo bluffato. La moratoria sul nucleare è solo un gioco per permetterci di mandare in aria il referendum del 12/13 giugno e per poter ripresentare il progetto di ritorno all’atomo quando il disastro giapponese sarà un lontano ricordo. Questa è la sintesi delle parole di Berlusconi con cui, senza nessun giro di parole, ha ammesso le intenzioni del suo governo durante la conferenza italo-francese a Villa Madama: “La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare”.

L’ammissione del raggiro pubblico continua nella spiegazione del premier: “L’accadimento giapponese (le esplosioni dei reattori della centrale di Fukushima) ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini. Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”.
“Sul nucleare il governo si è messo a tappetino di fronte alla delegazione francese”. Questo il commento del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, agli esiti del vertice italo-francese di stamane. “C’e’ di che restare allibiti – ha spiegato – è come se Berlusconi avesse detto agli italiani ‘evito di sentirvi perche’ so che non siete d’accordo e cosi’ vado avanti lo stesso'”.
Bersani ha ricordato che una prima occasione per mandare un messaggio al governo sono le prossime amministrative: “Gli italiani hanno capito che se vogliono liberarsi del nucleare devono liberarsi anche di Berlusconi”.

Infatti Berlusconi ha voluto rassicurare anche i principali “azionisti” per il ritorno al nucleare che i contratti con Enel e Edf non saranno da ritenersi conclusi. “Non vengono abrogati, non vengono annullati e stiamo decidendo di mandare avanti molti settori di questi contratti come quelli relativi alla formazione”. Insomma tutto viene interrotto, sospeso finché i sondaggi non diranno che il governo Berlusconi può di nuovo imporre le sue scelte. Ovviamente scelte di comodo. Ovviamente scelte sbagliate.

“Dopo le parole di Berlusconi il referendum resta valido” ha chiarito Stella Bianchi, responsabile Ambiente del PD. “Il premier – ha continuato Bianchi – ha chiarito oggi il senso dell’emendamento del governo sulle centrali nucleari. Berlusconi stesso dice che è solo un rinvio per paura del giudizio degli elettori e in spregio alle regole della democrazia che impongono al governo il rispetto di un referendum già indetto per il 12 e 13 giugno prossimi. In quel decreto omnibus non c’è di fatto nessuna abrogazione del decreto per riportare il nucleare in Italia. Il piano sbagliato del governo è in piedi come Berlusconi si affretta a confermare a Sarkozy e con esso gli affari miliardari per Edf sulle tasche dei cittadini italiani, insieme alla sorridente svendita di una parte importante dell’industria alimentare italiana. E se il piano di ritorno al nucleare rimane valido allora anche il quesito referendario sulla decisione di tornare o meno al nucleare mantiene la sua validità. Il presidente del Consiglio ha la presunzione di dire proprio oggi che l’energia nucleare è la più sicura al mondo esattamente il giorno dell’anniversario della catastrofe di Cernobyl. Se Berlusconi e’ così convinto da sfidare migliaia di morti, lutti, dolore, terreni contaminati perché mai dovrebbe temere il giudizio degli italiani contro il suo nucleare?”

“Berlusconi è ormai senza più alcuna vergogna. Ammettere di aver voluto la moratoria sul nucleare solo per evitare un referendum che avrebbe quasi certamente perso è inquietante e sebbene la truffa fosse evidente a tutti e semmai ce ne fosse ancora bisogno si tratta di un’ennesima prova di cosa pensa il presidente del consiglio della democrazia – attacca Ermete Realacci, deputato e responsabile green economy del partito – Prende in giro il Paese e se ne vanta. Ma su un tema tanto importante per il proprio futuro gli italiani non si faranno truffare ancora e la strada per il ritorno al nucleare è sempre più in salita. Del resto anche prima del disastro di Fukushima la maggior parte degli italiani, anche tra gli elettori del centro destra, era profondamente contraria ad un ritorno all’atomo, una scelta vecchia, sbagliata, insicura e antieconomica per l’Italia”.

“Che premier generoso abbiamo, vuole proteggere gli italiani dalle loro stesse paure. Non prendiamoci in giro, il blitz che il Governo ha attuato ai danni del referendum sul nucleare è il frutto del delirio paternalistico di Silvio Berlusconi, del suo timore di dar voce alla gente”. Così Ignazio Marino, senatore del Partito Democratico, dopo le esternazioni del premier nel corso della conferenza stampa al termine del vertice italo-francese.
“Berlusconi – aggiunge Marino – sa che per costruire un solo impianto servono almeno dieci anni? E’ conscio che ci vorrebbero molto più di cinque o sei centrali per risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico? Come e dove smaltiremo le scorie nucleari? Faremo come gli Stati Uniti che hanno speso 7,7 miliardi di dollari per il progetto di stoccaggio sotto la Yucca Mountain, mai entrato in funzione? L’energia dell’atomo, in verità, rappresenta un vantaggio solo per coloro che riceveranno dallo Stato l’incarico di costruire le centrali dal momento che nessun imprenditore privato sceglierebbe mai di investire in un settore così costoso e rischioso, al punto che le compagnie assicuratrici rifiutano di stipulare polizze contro i rischi per la salute”.
Per Alberto Losacco, deputato PD, “Berlusconi ha gettato la maschera confermando che la moratoria sul nucleare è un bluff. Pertanto, visto che l’emendamento del governo non cancella l’attuazione del piano di costruzione di nuove centrali nucleari, il referendum abrogativo è pienamente in vigore. Chiaramente più della salute degli italiani e dei costi assurdi di un progetto assolutamente non conveniente il governo antepone interessi che alla luce delle carte di WikiLeaks sono sempre più oscuri e controversi. D’altra parte se questo governo si appella tutti i giorni alla volontà popolare perché deve averne paura i prossimi 12 e 13 giugno?”

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Bombardamenti in Libia: il governo delle giravolte. Bossi dice no, poi sì e dopo l'attacco del PD fa retromarcia

Ora Berlusconi ammette la partecipazione italiana ai bombardamenti in Libia. La Lega prima sbraita urlando no, poi, dice sì e a sera di nuovo no. Napolitano: “L’impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”. Franceschini: “In politica estera non c’è più maggioranza, non bastano le comunicazioni dei ministri al parlamento”
pubblicato il 26 aprile 2011 , 554 letture
Berlusconi balla
Sempre uguale. Stesso copione, stesse parole. In uno solo mese, Berlusconi è riuscito a dichiarare la non belligeranza italiana contro la Libia, a perdere il controllo su tutte le operazioni logistiche nel mediterraneo e a fare un clamoroso dietro front per confermare a Obama che anche l’Italia parteciperà ai bombardamenti contro le milizie di Gheddafi.
la lega in un solo girono ha detto no ai bombardamenti, sì e dopo gli attacchi del PD è tornata di nuovo sul no. Almeno fino a giovedì quando si vedranno Bossi e Berlusconi. “I nostri aerei non sparano e non spareranno”. Parole di Silvio Berlusconi, un mese fa, quando il presidente italiano era “addolorato per Gheddafi”, l’amico personale al quale aveva anche baciato la mano. Prima ancora non lo aveva voluto «disturbare» mentre il colonnello sparava sui suoi concittadini.

Infine, si era allineato all’intervento, ma con pubblica riluttanza, quasi costretto dal ministro degli Esteri, Franco Frattini (lo ha lasciato trapelare più volte attraverso i giornalisti che lo seguono più da vicino).

Ma si sapeva già che il presidente più frainteso della storia avrebbe dovuto fare un netto dietro front. L’Italia non gode affatto di una buona relazione diplomatica con le grandi potenze occidentali nonostante gli annunci di Berlusconi. È bastata una telefonata per fargli cambiare idea e programmi.

Ieri sera Berlusconi ha improvvisamente indossato i panni del guerriero e rendendo nota una telefonata con il presidente Usa, Barack Obama, ha annunciato che l’Italia bombarderà la Libia.

In realtà la decisione è stata presa giorni fa, durante la visita del presidente della commissione Esteri del Parlamento Usa, Kerry. Ma fino a ieri, quando Berlusconi ha avvertito Napolitano e poi emesso un comunicato, nessuno era stato informato: non il Parlamento, non le opposizioni.

A chiarire meglio la posizione dell’Italia è intervenuto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che facendo riferimento al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida della Nato ha ribadito che “l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”.

Le giravolte della Lega. I ministri leghisti sulle prime hanno fatto fuoco e fiamme contro scelta del governo, poi hanno chinato la testa. Ma in serata Bossi è tornato a dire no. Non è chiaro se avevano pensato a una sceneggiata in pubblico ad uso e consumo del proprio elettorato messa in crisi dalle denunce del PD. Staremo a vedere se poi in Consiglio dei ministri diranno sì. Infatti sono passate poche ore è tutte le urla contro le decisioni sono tramutate in classico “sì obbedisco, signor Berlusconi”. Per Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del PD, “ancora una volta la Lega ha fatto la voce grossa e poi si è piegata alle decisioni del presidente del Consiglio. Prima i leghisti tuonano contro il bombardamento delle posizioni del Rais libico e dieci minuti dopo Berlusconi li riduce a miti consigli. Oramai agli elettori della Lega viene detta una cosa la mattina e poi contraddetta all’ora di pranzo. La verità è che l’autonomia di Bossi e dei suoi da Berlusconi è praticamente nulla, quando il capo chiama la Lega risponde ubbidiente”. Dello stesso parere anche Antonio Misiani, tesoriere del Partito Democratico secondo cui “basta una telefonata di Berlusconi a Bossi per sconfessare le dichiarazioni degli pseudo-leader leghisti, contrarie all’utilizzo delle bombe sugli aerei militari italiani in Libia. E’ del tutto evidente che la Lega non ha una posizione su una questione fondamentale per la politica estera italiana. I dirigenti del Carroccio parlano solo a fini elettorali per assecondare gli umori della base ma alle urla e agli strepiti segue sempre il si obbediente a Berlusconi. E’ un comportamento che abbiamo visto e rivisto nelle questioni interne e oggi anche su quelle internazionali. La Lega la finisca con le sue sceneggiate inutili e ammetta la sudditanza al premier”.
Così Bossi in serata torna sui suoi passi: “Non sono d’accordo sui bombardamenti in Libia – ha detto il ministro per le Riforme e leader della Lega raggiunto al telefono dall’ANSA – le guerre non si fanno e comunque non si annunciano così. Berlusconi dirà pure che Gheddafi ci riempie di clandestini ma io dico che non sono d’accordo sui bombardamenti. Gli americani se vogliano bombardare facciano loro – ha concluso il ministro – noi dobbiamo pensare, oltretutto, che se andiamo a bombardare poi ci toccherebbe pure ricostruire”. Eppure il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, giura che la maggioranza non si dividerà… certo resta il comportamento ondivago dell’esecutivo. “Dopo che le ultime parole di Bossi sulla Libia certificano che in politica estera non c’e’ una maggioranza, mi pare davvero difficile immaginare che il Parlamento non si esprima con chiarezza. In questo nuovo quadro non possono bastare semplici comunicazioni dei ministri. Domani mattina ne parleremo all’Assemblea del gruppo e con le altre forze di opposizione” dichiara il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini. ”Il governo si compatta e viene in Parlamento unicamente quando si tratta di salvare il presidente del Consiglio”. Su tutti gli altri temi trionfano le divisioni: “Per il resto è un litigio e uno scontro quotidiano. È grave che avvenga anche sulla politica estera dove si misura l’esistenza o meno della stessa maggioranza di governo”.

La posizione del Pd resta coerente con quella presa negli ultimi anni sulle missioni internazionali. ”Su questo argomento abbiamo le stesse posizioni da anni: si rispettano e si applicano le decisioni della comunità internazionale, delle Nazioni Unite e della Nato”.

Gheddafi è sicuramente “un nemico del popolo libico che l’Occidente deve combattere” ha dichiarato Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, ma la partecipazione degli aerei italiani ai bombardamenti costituisce “una svolta improvvisa e inaspettata, di cui è fondamentale capire meglio le motivazioni”. Per questo il Pd ha chiesto un dibattito in Parlamento, necessario anche per capire se le nuove regole d’ingaggio della nostra aeronautica rientrino nel dettato costituzionale e nelle scelte già fatte dall’Onu. In ogni caso, “non si può chiedere ai nostri piloti di partecipare ai bombardamenti con un governo diviso e con un Parlamento che ancora non ne ha discusso”. I Democratici aspettano insomma il dibattito parlamentare e hanno fin d’ora fissato quali saranno i vincoli della loro posizione. Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, lo ha detto chiaramente: “Il nostro riferimento continua ad essere la risoluzione 1973 dell’Onu. Se verranno confermati i confini di quella risoluzione il Pd non farà mancare il suo assenso”. Fermo restando che “sono gravi le divisioni irresponsabili che continuano a manifestarsi dentro il governo, con la Lega che continua a prendere le distanze dalle decisioni di Berlusconi. Questo è un fatto per noi inaccettabile che testimonia della crisi continua e irreversibile di questo esecutivo”.

Per Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale del Pd, “la scelta annunciata dal Presidente del Consiglio di partecipare ai bombardamenti di obiettivi militari in Libia è la conseguenza obbligata della nostra appartenenza alla Nato ed è coerente con il ruolo geostrategico dell’Italia nell’area. La situazione sul campo si sta rivelando più complessa e impegnativa del previsto e per questo sarebbe necessaria una più incisiva iniziativa europea sul piano politico e diplomatico, oltre che su quello militare”.

“Anche in questo passaggio delicato -avverte Sereni- il governo italiano appare diviso e ciò non rende certo più forte e autorevole il nostro Paese di fronte ai partners della coalizione impegnata in Libia. Il Pd e le altre opposizioni non faranno mancare il loro contributo responsabile, nei limiti e nel rispetto rigoroso della risoluzione delle Nazioni Unite 1973. Crediamo sia tuttavia doveroso che il Governo riferisca in Parlamento e che cessino i distinguo da parte di ministri sull’impegno italiano in questa missione internazionale”.

A.Dra

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Carpi (mo) – Proclamato per il 27 aprile il lutto cittadino

In ricordo delle vittime dell’incidente di ieri in Piazza Martiri. Il Sindaco di Carpi Enrico Campedelli ha deciso di proclamare subito dopo l’incidente di ieri in piazza Martiri il lutto cittadino. Nella mattinata di oggi l’amministrazione locale ha scelto la giornata di domani, 27 aprile, per ricordare le tre vittime del tragico evento del giorno della Liberazione. Alle ore 10.30 si terrà un momento di raccoglimento sul luogo della tragedia, a cui parteciperà anche il Sindaco e a cui è invitata tutta la città. Gli esercenti del centro sono stati invitati a partire dalle ore 10.30 ad abbassare per quindici minuti le saracinesche dei negozi. Le sedi comunali esporranno le bandiere a mezz’asta e i dipendenti municipali osserveranno un minuto di silenzio. Anche il Consiglio comunale di giovedì 28 aprile avrà solo un punto all’ordine del giorno, non rimandabile, rispetto a quelli indicati in precedenza.