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"Chi mette le bandiere sul testamento biologico", di Michela Marzano

Ci sono dei temi che nessuno dovrebbe poter strumentalizzare. Eppure succede. Fin troppo spesso. Come se, in Italia, tutto fosse lecito. Soprattutto in periodo elettorale. Anche quando sono direttamente in gioco la sofferenza, la fine della vita, il senso della morte, come nel caso del disegno di legge sul testamento biologico. Perché morire è una della caratteristiche della condizione umana.
La vita è mortale proprio “perché” è la vita, come scriveva il filosofo Hans Jonas. Ma ognuno di noi dovrebbe poter essere riconosciuto come soggetto della propria vita fino alla fine, anche in punto di morte. Si può allora anche soltanto osare utilizzare il tema della fine della vita a scopi politici? Si può pensare di imporre, a chi ha chiaramente espresso la volontà di interrompere inutili terapie, l´alimentazione e l´idratazione forzata? Di cosa si parla quando si sventola la bandiera del “valore inalienabile della vita”?
La frattura tipicamente italiana tra coloro che assimilano l´interruzione dell´accanimento terapeutico all´omicidio e coloro che difendono l´esistenza di un diritto di morire si riapre in un clima teso, che non solo lascia poco spazio alla riflessione etica, ma che impedisce soprattutto di porre in modo corretto le questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte di ognuno di noi. Si decide di discutere in Aula di un progetto – uno tra i tanti – senza fare lo sforzo capire cosa possa voler dire rispettare la dignità della persona quando la morte si avvicina. Ci si dilania invocando norme e valori universali senza interrogarsi su come una persona malata possa “riappropriarsi” della propria morte. Si utilizza in modo superficiale il termine “eutanasia” senza fare alcuna distinzione tra il lasciar morire e il far morire. Si dà per scontato che il medico sappia meglio di chiunque altro ciò che si deve o non si deve fare. E nel frattempo, ci si dimentica che il dramma della fine della vita ci riguarda tutti. Perché tutti, un giorno o l´altro, ci ritroveremo lì, sentendoci impotenti di fronte alle decisioni che altri vorranno prendere al nostro posto… cercando disperatamente di essere rispettati almeno un´ultima volta… soprattutto quando non c´è più niente da fare…
Uno dei tanti problemi italiani risiede nell´incapacità di affrontare alcune questioni etiche fondamentali con pacatezza e rigore. Facendo i distinguo necessari. Analizzando la complessità delle situazioni. Chiarendo una buona volta per tutte che l´interruzione dell´alimentazione e dell´idratazione forzate non c´entra niente con il far morire di fame o di sete qualcuno. Che esiste una differenza di natura morale tra la somministrazione diretta di sostanze letali – che provocano quindi automaticamente il decesso – e l´interruzione di terapie inutili che, mettendo fine all´accanimento terapeutico, possono poi anche avere un “doppio effetto” e provocare la morte del paziente. Ma in Italia si preferisce semplificare e banalizzare i problemi. Scegliere la via della facilità ideologica opponendo “dignità” e “libertà”. Riempirsi la bocca di parole che suonano bene, che ci fanno sentire in pace con la nostra coscienza, che ci trasformano in paladini del valore della vita o dell´inalienabilità dell´autodeterminazione senza interrogarsi sul “senso” di quella vita, quel dolore, quella fine… Nei Fratelli Karamazov, Dostoevskij scriveva: “Ama la vita più del senso, e anche il senso troverai”. Ma quando niente è più possibile, quando si sopravvive solo perché attaccati ad un respiratore, nutriti con una sonda gastrica e trascinati come se non si fosse altro che una macchina biologica, che senso può ancora avere il concetto di dignità? Quando si è esplicitamente chiesto che in quelle condizione si desidera essere lasciati tranquilli, partire, andarsene, in nome di cosa qualcun altro può opporsi?
In Francia, la legge del 22 aprile 2005 affronta direttamente queste questioni spinose e rappresenta un modello cui potrebbero ispirarsi gli italiani. Anche semplicemente perché questa legge è il frutto di un dibattito etico portato avanti per anni, in cui il tema della fine della vita è stato sviscerato con spirito critico, fino ad arrivare ad una soluzione equilibrata e giusta. In primo luogo, la legge ribadisce la necessità di rispettare l´autonomia personale di ogni paziente: si tratta di prendere in considerazione la volontà del malato, espressa direttamente o per mezzo di un testamento biologico, senza che, per questo, il medico rifiuti di assumere le responsabilità legate al proprio ruolo. Abbandonando il tradizionale paternalismo, la Francia accetta l´idea che ogni persona abbia il diritto di esprimere il proprio punto di vista e che il medico non debba imporre a nessuno la propria concezione della morale. E non è tutto. Dopo aver riconosciuto l´importanza del “consenso” del malato, il legislatore francese prende posizione anche rispetto all´accanimento terapeutico, e afferma la necessità, per il medico, di non lasciarsi prendere la mano “dall´ostinazione irragionevole”: le cure possono essere interrotte o mai intraprese se il loro unico fine è quello di mantenere artificialmente in vita un malato. Infine, l´art. 2 permette al medico, sempre in accordo col malato e la famiglia, di somministrare forti dosi di analgesico per lenire la sofferenza, anche se la somministrazione “può avere come effetto secondario il fatto di accorciarne la vita”. Senza domandare ai medici di intervenire direttamente per far morire il paziente, la legge francese rispetta il diritto di ogni persona di morire in modo degno. Invece di proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, cerca di prendere in considerazione la specificità individuale di ogni malato.
Uno dei motivi per cui il dibattito italiano non riesce ad avanzare è la difficoltà che hanno i nostri politici, ma anche molti intellettuali, a mettere da parte le proprie credenze e le proprie prese di posizione ideologiche, per uscire dalle opposizioni di principio sterili e pericolose. Il problema non è tanto quello di opporre tra loro libertà assoluta e dignità intrinseca della vita. In entrambi i casi, si parla di qualcosa che non esiste o non ha senso. La libertà personale non è mai assoluta: la mia libertà non è solo limitata dalla libertà degli altri, ma è anche e soprattutto condizionata dai limiti della realtà, dal caso, dalle condizioni socio-economiche, dalla storia individuale di ognuno che interferisce sempre (nel bene e nel male) con le scelte che si possono fare. E un discorso analogo deve essere fatto nel caso della dignità: che valore si attribuisce realmente alla vita quando non si presta più alcuna importanza alla soggettività e quando, nel nome della dignità, si nega ogni valore alle scelte e alle decisioni individuali, ossia a tutto quello che dà senso alla vita e che ci protegge da ciò che Freud chiamava “la morte psichica”?

La Repubblica 26.04.11

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“I furbetti delle parole: giocare con i termini per negare nuovi diritti”, di Carlo Flamigni

Eterologo, infertilità, embrione: sono tante le espressioni scientifiche usate a sproposito nella discussione bioetica. Così come idratare un morente non equivale a somministrare acqua e cibo. Ora che si torna a parlare di biotestamento prepariamoci ad altri strafalcioni. Voluti. C’è chi afferma (scherzando?) che la bioetica, con le mosche e i professori universitari, è una prova indiretta dell’inesistenza di Dio, un ente supremo che non potrebbe perdere il suo tempo nella creazione di cose, persone ed enti inutili. La cosa non mi convince per niente: in realtà la bioetica (che è, tra le altre cose, un contenitore dei diritti e delle libertà dei cittadini) è utilissima a chi vuole legiferare, almeno nel nostro Paese, tenendo conto unicamente della visione etica del mondo che ci viene ammannita dalla Chiesa Cattolica, in spregio alla laicità dello Stato e ad altre simili sciocchezze. Come i nostri parlamentari la maggior parte dei quali non crede nemmeno nel radicchio vengano ripagati per questo vergognoso comportamento lo sappiamo tutti, la sopravvivenza della Chiesa cattolica nel nostro Paese è almeno in parte legata alla possibilità di gestire un notevole numero di voti e di poter garantire cose di non poco conto come la supremazia e il potere politico. Deve trattarsi di un patto realmente scellerato, visto il supporto che eminenti esponenti vaticani hanno recentemente fornito alle case di tolleranza private. Per poter garantire questo contributo la Bioetica ha dovuto piegarsi a qualche disonesto compromesso ed è stata così brava che nessuno se ne è accorto.
Prima di tutto ha scelto di essere “normativa”, tradendo così la sua fondamentale natura, che è quella di essere “descrittiva”. Pensate per un momento (di più non è conveniente) al Comitato Nazionale di Bioetica e ai suoi documenti: secondo logica e buon senso dovrebbe esaminare i problemi etici proposti dalla ricerca scientifica in campo biologico e dalla medicina per chiarirli a tutti (cittadini e parlamentari) e per consentire alla politica di proporre mediazioni rispettose di tutte le posizioni morali compatibili con i principi e i diritti di un Paese laico e democratico, come fanno tutti i Paesi civili; invece si esprime a maggioranza (sempre, rigorosamente cattolica) e toglie le castagne dal fuoco ai nostri legislatori indicando a tutti, come unica soluzione dei problemi, la via più gradita oltre Tevere. Naturalmente deve ricorrere, per poter mentire senza essere contraddetta, ad una sorta di antilingua, che si sovrappone alla terminologia medica e scientifica e la sostituisce, un’operazione che mi sembra opportuno spiegare.
Biologia e medicina, almeno per gran parte delle loro attività e conoscenze, sono discipline empiriche, non hanno niente a che fare con le cosiddette “verità scientifiche”. La medicina, dal canto suo, vive soprattutto di consensi, cioè dei pareri formulati dai suoi esperti, ai quali è affidata anche la facoltà di formulare le definizioni. I consensi sono verità parziali e temporanee, spesso destinate ad essere sostituite in tempi brevi, ma finche esistono sono la nostra unica verità, chi non l’accetta sceglie di vivere in un mondo strampalato e vagamente disonesto. Solo alcuni esempi, per chiarire meglio questo concetto.
Eterologo in biologia significa «frutto della relazione tra soggetti di due specie diverse».
Se io avessi un rapporto imprudente con una ornitorinca, il termine sarebbe appropriato; applicato a donazioni tra soggetti appartenenti alla stessa specie, no. Perché forzare il significato del termine? Semplice, per sovrapporre al concetto di donazione di gameti un elemento bestiale; poi, l’esemplare ignoranza dei nostri parlamentari fa il resto.
Ancora: Infertilità non significa sterilità ma incapacità di produrre una progenie sana e capace di sopravvivere. La parola è stata artatamente inserita nella legge 40 per creare confusione. La gravidanza inizia quando è terminato l’impianto dell’embrione (definizione dell’Oms). Il termine embrione non significa niente, va precisato, altrimenti non si capisce se il riferimento riguarda oociti attivati o penetrati, ootidi, zigoti, morule, blastocisti, gastrule e così via. La pillola del giorno dopo non è “abortigena”, lo sappiamo con certezza da almeno due anni, cioè da quando il Karolinska Institutet di Stoccolma ha dimostrato, con una sperimentazione diretta, che il levonorgestrel non impedisce gli impianti in utero. Ne consegue che non c’è più spazio per futili argomentazioni per giustificare il “principio di precauzione”, ma malgrado ciò i farmacisti chiedono di poter fare obiezione di coscienza, e presto la stessa richiesta verrà dagli ortolani, che sono costretti a vendere il prezzemolo (da cui si ottiene l’apiolo, questo veramente abortigeno).
Ma, mi chiederete, non accade mai che differenti gruppi di studiosi, che magari si sono riuniti ad insaputa gli uni degli altri, abbiano partorito “consensi” contrastanti tra loro? Ebbene sì, anche se molto raramente: ma in questi casi le differenze vengono messe a confronto e analizzate e non si usa più il termine consenso fino a che il problema è stato chiarito. E comunque, alla resa dei conti, il parere che conta è sempre quello dell’Autorità di grado più elevato che è stata chiamata in causa, quasi sempre l’Oms, altrettanto spesso le Società scientifiche competenti.
E veniamo ai problemi della fine della vita e del testamento biologico,oggi particolarmente importanti per via della vergognosa proposta di legge che il Parlamento intende approvare in tempi brevi. Sappiamo tutti che la nostra Costituzione ci consente di rifiutare le cure e che questo rifiuto non può essere disatteso. Cosa si inventa allora il Magistero cattolico per scipparci anche questo diritto? Sceglie una nuova e personale definizione e dichiara che il cosiddetto sostentamento ordinario di base, la nutrizione e l’alimentazione artificiali, non rappresentano né un atto medico né un possibile accanimento terapeutico, e che interromperle configura, da un punto di vista umano e simbolico, un crudele atto di abbandono del malato, illecito sia moralmente che giuridicamente. È chiaro che se accettassimo questa “originale” definizione, l’alimentazione artificiale non potrebbe far parte delle “cure” che la Costituzione ci consente di rifiutare e dovremmo accettare la possibilità che qualche tipo di “sollecitudine affettuosa” venisse ad inquinare la nostra povera dignità di morenti.
Poiché non sono mai stato molto impressionato dalla competenza scientifica dei teologi (non molto superiore a quella dei parlamentari) sono andato a cercare la definizione che ha dato, del “sostentamento ordinario” la Società italiana di nutrizione artificiale. Eccola: «La miscela nutrizionale è da ritenere un preparato farmaceutico che deve essere richiesto con una ricetta medica e deve essere considerato una preparazione galenica magistrale… Si tratta comunque di un trattamento medico a tutti gli effetti che prevede il consenso informato del malato o del suo rappresentante e che deve essere considerato un trattamento sostitutivo vicariante». Potete andare tranquillamente a cercare nei documenti delle Società scientifiche degli altri Paesi europei, la definizione è sempre la stessa. Non si tratta dunque di “cibo e acqua”, come scrivono i bioeticisti cattolici e idratare un morente non equivale a «procurare acqua e cibo alle persone che non sono in grado di procurarselo in modo autonomo». Questo linguaggio così evocativo e emotivamente coinvolgente del quale molti documenti cattolici sono intessuti è finalizzato a sostenere la tesi del forte significato umano, simbolico e sociale di sollecitudine per l’altro rivestito dalla somministrazione artificiale di “pane e acqua”. Mi dicono che si tratta di concezioni etiche che sono divenute parte della coscienza giuridica complessiva, capisaldi pregiuridici che non possono essere ignorati dal legislatore laico. A mio avviso è un tentativo di giustificare l’ennesima scelta di uno stato “laico” di privilegiare principi sostenuti da una specifica fede religiosa. Insomma, mentre io mi batto per il “diritto di avere diritti”, c’è chi si impegna perché su questo diritto io non possa contare, nemmeno in punto di morte.

l’Unità 26.4.11

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“Il loro progetto: trasformare il ddl in clava elettorale”, di Maria Antonietta Farina Coscioni

È questione più di ore, che di giorni. La legge sul fine vita, che sostanzialmente nega la possibilità di esprimersi con un testamento biologico, già approvata dal Senato, sarà usata dal centrodestra come una clava in campagna elettorale: nella speranza di acquisire il sostegno, sempre più flebile, della comunità dei credenti cattolici e della gerarchia vaticana. I prodromi già si sono manifestati: il devoto ministro del Lavoro Sacconi auspica «il più tempestivo esame del Ddl Calabrò»; e con lui la non meno devota sottosegretaria Roccella e vari esponenti della maggioranza.
Qualche giorno fa la richiesta del centrodestra di calendarizzare immediatamente per l’Aula la legge sulle dichiarazioni anticipata di trattamento è stata respinta, ma solo per il ritardo con il quale a Montecitorio è stata licenziata la legge sulla prescrizione breve, dopo tre settimane di serrato ostruzionismo dell’opposizione. Entro il 30 aprile dovrà essere approvato il Documento economico-finanziario e ai primi di maggio sarà la volta del testamento biologico.
È evidente che lo vogliono esibire prima del voto; e in ciò si registra significativa convergenza tra maggioranza di centrodestra e Udc: il partito di Casini ha già fatto sapere che chiederà l’inversione dell’ordine del giorno e sarà spalleggiato da PdL e Lega.
Vogliono arrivare all’approvazione del Ddl Calabrò prima che si sviluppi nel Paese un dibattito e una riflessione su una legge che se fosse conosciuta dalla pubblica opinione nei suoi termini e nelle sue pratiche conseguenze, inevitabilmente provocherebbe una massiccia reazione di rivolta. Come ha detto Benedetto Della Vedova, che ha lanciato l’allarme a nome del Fli: «Vogliono fare campagna elettorale sulla pelle dei malati e delle famiglie».
Il Ddl Calabrò, se sarà approvato, sarà la pietra tombale della libertà e dell’autodeterminazione del cittadino. Occorre fare di tutto per rallentare l’iter legislativo e far crescere la resistenza nel Paese. Per questo chiedo alle compagne e ai compagni del Pd: si può rinunciare a sostenere, come già si è fatto al Senato, l’incostituzionalità della legge che ci vogliono imporre? Possiamo rinunciare a utilizzare tutte le pieghe che il regolamento della Camera ci consente, come si è fatto per la “prescrizione breve”? Grazie alle “invenzioni” di Roberto Giachetti e alla tenacia degli altri parlamentari di opposizione abbiamo guadagnato preziosi spazi informativi, perfino la televisione di Stato, obtorto collo, è stata costretta a darne conto, sia pure in modo molto parziale. Io credo che sia una lotta necessaria, opportuna, urgente.

L’Unità 26.04.11

Bersani: «Berlusconi al Colle? Ho i brividi Ci pensi chi frena le alleanze larghe…», di Simone Collini

Cravatta rossa e Toscano perennemente tra le labbra, Pier Luigi Bersani sfila per le vie di Milano e incassa molti applausi e qualche fischio da parte dei ragazzi dei centri sociali, poi sale sul palco in piazza Duomo per stringere la mano a Letizia Moratti ma solo dopo aver sottolineato he col voto di metà maggio si potrà contribuire a dare una svolta a questa città (il sindaco se la prende e definisce l’intervento «ingeneroso»). Il leader del Pd marcia tra le bandiere del suo partito, condanna l’assenza del premier, dice che questa è una «bellissima manifestazione che richiama i valori fondamentali della Costituzione» e insiste sui rischi di uno stravolgimento a colpi di maggioranza dell’architrave istituzionale: «La nostra Carta dice cose chiare, lavoro prima di tutto, uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, equilibrio dei poteri e disciplina nello svolgere le funzioni pubbliche. Se riprendiamo questi valori possiamo uscire insieme dai problemi che abbiamo, se continuiamo a picconare questi valori non riusciremo a fare un’Italia migliore».
Bersani dice che «ha ragione Napolitano» e assicura che per quanto riguarda la sua parte «nessuno vuole uno scontro cieco» (aggiunge anche che ieri non avrebbe fischiato La Russa, «ma due settimane fa in Parlamento sì»). Però il leader del Pd vede in pericolo i «pilastri fondamentali della Costituzione» e teme le manovre di Berlusconi e soci per il breve e per il lungo periodo. Ovvero: i tentativi della maggioranza di modificare la Carta e l’aspirazione del premier a scalare il Colle.
OBIETTIVO QUIRINALE
«Con questa legge elettorale ricorda mentre sfila per le vie di Milano basta un voto in più per la Camera per avere la possibilità di eleggere il presidente della Repubblica. E credo che chi sta apprezzando adesso un’opera come quella del presidente Napolitano potrà bene immaginare, credo con un brivido, come potrebbe essere diversa la situazione, con Berlusconi al Quirinale. Perché ormai è chiaro che perseguirà il massimo degli obiettivi, che il suo sogno è di una posizione di preminenza e non di equilibrio. Lo dico anche a chi ha un po’ di puzza sotto il naso quando parlo di alleanze larghe per la ricostruzione».
Sul fatto che col “porcellum” il rischio sia reale concordano tutti sul fronte opposizione. Se il leader dell’Idv Antonio Di Pietro dice che il premier «ambisce a tutti i posti che possono garantirgli immunità, se potesse anche il ruolo di Gesù Cristo», anche il vicepresidente di Fli Italo Bocchino paventa che Berlusconi possa «distruggerebbe la democrazia» andando al Colle e «scegliendo personalmente» premier e presidenti delle Camere «affidando questi ruoli a Schifani di turno». Come impedirlo? Dice Bersani, che pure lavora con gli altri partiti per una nuova legge elettorale, che «l’unico limite e il vero ostacolo tra Berlusconi e il Quirinale è il fallimento della sua politica».

L’Unità 26.04.11

"L'America e l'alleato riluttante", di Renzo Guolo

Berlusconi sa di non potersi permettere un rifiuto a Obama. L’Italia si allinea nel peggiore dei modi: senza una scelta autonoma o una valutazione strategica. Alla fine, l’alleato riluttante cede. L’Italia non può respingere le pressioni degli Stati Uniti che, affidata la missione agli europei, chiedono un maggiore coinvolgimento militare del nostro Paese sul fronte libico. Berlusconi non può dire “no” a Obama. Per ovvi motivi legati alle alleanze internazionali, al nostro ruolo nella Nato, alla tutela degli interessi nazionali nella prospettiva del dopo Gheddafi, ma anche per esigenze di carattere interno. Nonostante la ribadita intenzione di limitare il ruolo italiano alla concessione delle basi e alla missione navale, Berlusconi non può permettersi un rifiuto. Convinto com’è, il presidente del Consiglio, che in questa fase politica sia meglio non avere troppi nemici in riva al Potomac. O, quanto meno, una silenziosa ostilità di Washington. Se pezzi di establishment si saldassero anche con l’avallo americano, il fronte interno, già in movimento, potrebbe diventare troppo pericoloso.

Così, dopo mille ambiguità e cambi di posizione, dal rammarico per le sorti del Rais sino agli aerei che volano ma non bombardano, l’Italia si allinea agli altri paesi d’Occidente. Ma lo fa nel peggiore dei modi. Non per scelta autonoma, frutto di ponderata valutazione strategica. Non per convinzione, per difendere gli insorti. Ma per il richiamo dell’alleato di sempre. Esempio, ancora una volta, dell’occasionalismo della politica estera del governo e della strutturale arrendevolezza di Berlusconi, come già hanno rivelato i file di WikiLeaks, nei confronti di Washington: giusta o meno sia la causa.

Certo, al vertice con Sarkozy, Berlusconi potrà esibire la ritrovata entente cordiale con la Francia, peraltro competitor assai deciso nella Libia post-Gheddafi, così come fautrice di una restrittiva interpretazione di Schengen che vanifichi l’italica soluzione al problema dei migranti tunisini via Ventimiglia. Ma la scelta obbligata di un maggiore impegno militare nei confronti di Gheddafi, comporta l’ennesima divaricazione, sulla politica estera, con la Lega, nettamente ostile sin dall’inizio all’intervento della coalizione a guida franco-britannica nei cieli di quella che fu la Quarta sponda, nel timore che la caduta del satrapo della Sirte potesse provocare quell’esodo biblico destinato a rendere vana ogni misura contro l’immigrazione “clandestina”.

Il ministro Calderoli ha già preannunciato il suo “no ” a attacchi aerei che Berlusconi si è già premurato di definire “mirati”. Bene sarebbe, dunque, che in Parlamento ci fosse un pronunciamento chiaro nel merito dell’impegno italiano e che ciascuna forza politica si assumesse, senza infingimenti, le proprie responsabilità. A costo di rendere evidente l’assenza di una maggioranza degna di tal nome su questioni di vitale importanza per il Paese. Quelli che l’Italia ha davanti sono dilemmi tragici. Ma nessuna scorciatoia, tanto più se imboccata nel tentativo di garantire una stabilità interna che mostra ogni giorno di più i suoi limiti, può eluderli mediante il piccolo cabotaggio. La politica internazionale, come si è visto anche recentemente, è un campo in cui è sempre difficile barare. Prima o poi la realtà presenta il conto. Lo stesso appoggiato sul tavolo di Berlusconi da Obama in persona.

La Repubblica 26.04.11

"Istituti al gran caos dell'Invalsi. La Gelmini: i test si devono fare. Ma le scuole non lo prevedono", di Alessandra Ricciardi

Problemi anche per la struttura: dimessosi Cipollone, in arrivo un commissario straordinario. Giorni difficili, per l’Invalsi, l’istituto di valutazione è al centro di un duro braccio di ferro tra il ministero e le scuole sull’obbligatorietà delle prove da somministrare da quest’anno anche alle superiori. Ma non solo. Ci sono problemi anche interni, legati alle dimissioni del suo presidente, Piero Cipollone, e all’esiguità del personale. Una protesta dei dipendenti si è chiusa con la convocazione di un tavolo al ministero. L’ipotesi è quella di un commissariamento dell’ente, anche in vista di un suo ridisegno nell’ambito del nuovo sistema di valutazione. Intanto il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, è intervenuta nei giorni scorsi (circolare prot. 2792) per dire che non sono ammesse diserzioni. Gli insegnanti devono somministrare le prove alle superiori e devono correggerle. In calendario dal 10 al 13 maggio prossimi, le prove «concorrono alle rilevazioni periodiche e di sistema». Una rilevazione a cui le scuole non possono istituzionalmente sottrarsi, dice il ministero. Tanto che il piano annuale delle attività, predisposto dal dirigente scolastico e deliberato dal collegio dei docenti, «non può non contemplare tra gli impegni aggiuntivi dei docenti… le attività di somministrazione e correzione delle prove Invalsi». In quanto attività aggiuntive, poi, dovranno essere pagate, così come previsto dalla contrattazione integrativa e dunque attingendo al fondo di istituto. Ma senza risorse aggiuntive. Nelle scorse settimane, alcuni collegi dei docenti hanno deliberato di non somministrare le prove. Una decisione che viene bollata dal ministero come «impropria». Anche perché, secondo la nota, «le funzioni deliberative del collegio dei docenti devono essere esercitate nel rispetto del ruolo di concorso istituzionale che l’ordinamento scolastico assegna alle scuole nell’ambito del Servizio nazionale di valutazione». Ma c’è un problema di fondo, che la circolare non risolve: i piani della attività, che dovevano prevedere le prove Invalsi, sono stati deliberati ad inizio anno. E solo pochissimi prevedevano anche i test.

Secondo i Cobas, che stanno portando avanti una mobilitazione per far saltare le prove, «tutto il lavoro richiesto ai docenti per la somministrazione dei test non è obbligatorio». Le operazioni dirette e connesse con i test Invalsi comportano un lavoro aggiuntivo che non rientrerebbe fra i compiti obbligatori del docente. Il quale dunque non avrebbe così nessun obbligo a svolgerlo.

Alcuni presidi hanno provato ad aggirare l’ostacolo organizzando la somministrazione delle prove durante le ore di lezione, facendole rientrare nell’ambito della ordinaria funzione docente». Un escamotage contestato da molti lavoratori.

da ItaliaOggi 26.04.11

"Un futuro di tagli, ecco le cifre", di Corrado Zunino

Giovedì si inizia a votare il documento di Economia e Finanza 2011: lì dentro c’è lo “spianamento” della scuola italiana. Si arriva a 22 miliardi di “risparmi” nei 5 anni di questo governo. Mentre l’Occidente ha affrontato la crisi senza toccare tre voci: scuola, università, ricerca. Quattro miliardi e 561 milioni di tagli previsti ogni anno dal 2012 al 2014 (tabellone a pagina 37 del documento del Programma nazionale di riforme già approvato in Consiglio dei ministri). Tredici miliardi e 683 milioni succhiati via a un organismo in grave crisi di ossigeno a cui dal 2009 al 2011 ne sono stati portati via già otto miliardi e 13 milioni (con 87 mila cattedre annesse e 42 mila posti di personale amministrativo, tecnico, ausiliario). Tredici miliardi e 683 milioni più otto miliardi e 13: sono ventidue miliardi succhiati alla scuola pubblica italiana in una stagione di governo di centro-destra. Con numeri di questa entità si renderà così fragile e dissestata la nostra scuola pubblica da trasformarla in un istituto sostituibile. Con che cosa? Con la scuola privata italiana.

Il Def di Giulio Tremonti, diventato cosa nota a “Ballarò” grazie a un colpo di teatro di Enrico Letta (il ministro Gelmini necessitava di un suggeritore alle spalle per riuscire a dire che quei tagli, meglio, “minori spese”, erano già previsti dal 2008), attinge ancora una volta dalla scuola perché sa che lì ci sono numeri grossi: se si taglia sulla scuola, è il ragionamento, vi è certezza di ritorno economico. Su 60 miliardi per il risanamento generale nei prossimi tre anni, tredici

e sette vengono da lì.

Tutti gli stati occidentali avanzati hanno affrontato la crisi economica mondiale non toccando tre strutture: la scuola, l’università, la ricerca. Barak Obama ha sottratto risorse, per dire, al ministero degli Interni americano, ma ha fatto crescere gli investimenti pubblici nei tre campi dei giovani e del futuro: scuola, università, ricerca. Da noi, si spiana. Altri documenti di governo che sottendono il Def tremontiano hanno detto qualcosa sul nostro futuro, qualcosa di angosciante: “Nei prossimi trent’anni ci sarà una riduzione strutturale della popolazione scolastica”. Perché? Perché strutturale? Dobbiamo arrenderci al fatto che facciamo (e quindi faremo) meno figli? Ma non è forse che la gioventù strutturalmente precaria fa meno figli perché non ha idea di come potrebbe precariamente mantenerli? O forse la riduzione scolastica immaginata da Tremonti è figlia dell’idea che la gioventù precaria tornerà a fare lavori manuali, ben pagati peraltro, abbandonando un’utopia sessantottesca di accrescimento culturale e potenziamento della cittadinanza attraverso la scuola? Ancora, i migranti, che comunque hanno riportato la soglia della popolazione italiana intorno ai sessanta milioni, secondo questo governo non andranno nei prossimi trent’anni al liceo e all’università in Italia? Queste stime non tengono conto che negli ultimi anni la popolazione della scuola in verità è sempre cresciuta.

Riassumendo. La quota del Pil oggi impegnata nell’istruzione, il 4,2 per cento, secondo il nuovo Def calerà al 3,7 per cento nel 2015 e al 3,4 nel 2060. Ovviamente, per consentire questo non ci sarà contratto per i maestri e i prof fino al 2013 e il blocco degli scatti d’anzianità resterà tale: 320 milioni in meno a bilancio del Miur per i “prof” nel 2011, 640 in meno nel 2012 e 960 nel 2013. Prof più poveri per una scuola con meno alunni.

Ci scrive Enrico Letta, in un sms: “La cosa più pesante è che dalle tabelle del documento governativo emerge come la riduzione da un miliardo a 30 milioni della quota riservata per il diritto allo studio sia confermata anche per i prossimi tre anni”. Le dichiarazioni a raffica del ministro Gelmini – al termine del primo triennio di sacrifici reinvestiremo in una scuola più snella e migliore con i risparmi realizzati – si sono rivelate bugie. Arrivano nuovi tagli, i più duri, perché portati su un organismo boccheggiante.

Scrive la Rete 29 aprile, i ricercatori universitari precari che alla precarietà non si arrendono: “Quattordici miliardi di euro, a valori correnti, è quanto il Piano Marshall diede all’Italia dal 1948 al 1952”. Il Piano Tremonti, all’Italia e al suo futuro, li toglie.

La Repubblica 26.04.11

"Pdl indebolito, Pd «convalescente», terzo polo al 14,7%", di Roberto D'Alimonte

Un centrodestra indebolito ma non sconfitto. Un centrosinistra solo apparentemente tonico ma ancora amorfo. Un terzo polo che non sfonda ma ha i numeri per essere l’ago della bilancia al Senato. Questo è il quadro sintetico degli orientamenti politici rilevati dal sondaggio Cise-Sole 24 Ore. Il Pdl non è in buone condizioni. Il suo indebolimento è evidente. La stima del 28,6% di questo sondaggio è lontana dal 37,4% dei voti ottenuti nelle politiche del 2008. Eppure, nonostante tutto quello che è successo da allora (crisi economica, scandali, scissione di Fli), è ancora il primo partito del paese. L’indebolimento c’è ma non è una frana. Oltre tutto occorre tener conto che dal punto di vista del ciclo elettorale questo è il momento peggiore per un partito al governo che si vede penalizzato dal non voto dei delusi senza poter contare sulla mobilitazione legata alla campagna elettorale. In questa fase tutti i sondaggi ci danno dei dati “freddi”, destinati a cambiare nel momento in cui si surriscalda la campagna elettorale. In assenza di alternative credibili la capacità persuasiva del Cavaliere può fare miracoli nel rimobilitare gli indecisi-moderati.
Anche il centrodestra nel suo complesso non sta bene. La Lega Nord è stabilmente sopra il 10% ma la sua forza non compensa la debolezza del Pdl. Per questo la coalizione soffre. Tra elettorato leghista e elettorato del Pdl esiste un interscambio di voti ma è solo parziale perché la Lega non è presente dovunque. Una quota di elettori del Pdl stanno “tra color che son sospesi”. Delusi dal Cavaliere ma ancora in cerca di “asilo politico”. Sono i potenziali astenuti. Alcuni sono al Nord ma molti altri sono al Sud dove non c’è la Lega a intercettare la loro delusione. Per questo non dovremo attendere a lungo per vedere altre leghe proliferare in questa zona per dare una mano alla raccolta di voti utili.
Il Pd e il centrosinistra
Il Pd è in convalescenza. Sia il Pd che il Pdl hanno toccato il loro massimo nel 2008. Poi sono scesi entrambi. Il primo ha registrato il livello più basso di consensi nelle europee del 2009 con il 26,1%. Poi ha cominciato una lenta risalita che viene confermata da questo sondaggio che lo dà al 27,8 %. È un dato di fatto che al declino del maggior partito di governo non corrisponde una crescita significativa del maggior partito di opposizione.
ll Pd ha molti problemi. Uno è quello di avere due concorrenti agguerriti all’interno del suo bacino elettorale: la Sel e l’Idv. Anche questo sondaggio conferma il buon stato di salute di questi due partiti. In particolare va sottolineata la performance della Sel. Vendola in poco tempo è riuscito a dar corpo ad un partito che oggi è al quarto posto tra i partiti italiani in termini di consensi elettorali. Mai nella storia del paese il maggior partito della sinistra (Pci, Pds, Ds, Pd) ha dovuto fare i conti con una formazione così forte alla sua sinistra.

Il Sole 24 Ore 26.04.11

"Precari, stop ai ricorsi per decreto", di Alessandra Ricciardi

In arrivo un dl per negare i risarcimenti disposti dai giudici. Ma che apre alle assunzioni. Un decreto legge sull’emergenza precariato. Per affermare che i precari della scuola non hanno diritto a nessun risarcimento per le mancate assunzioni, contrariamente a quanto affermato in questi mesi dai tribunali del lavoro. Ma al tempo stesso per predisporre un piano di assunzioni che immetta in ruolo, su tutti i posti vacanti e disponibili negli organici di diritto, i docenti e gli Ata con contratto a tempo determinato.
Così da poter chiudere le pendenze con l’Unione europea che bacchetta l’Italia per l’abuso di precariato nella scuola, dando il destro alle sentenze di condanna del ministero. Il decreto legge sarà varato dal governo nei prossimi giorni. E si accompagnerà all’emanazione di un decreto ministeriale sull’aggiornamento delle graduatorie. I due atti si intrecciano nel delineare la complessa vicenda dei precari della scuola, su cui è in corso una trattativa tra il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, e il responsabile dell’economia, Giulio Tremonti. I provvedimenti dovrebbero essere ufficializzati nei prossimi giorni, certamente nel giro di una settimana il decreto di aggiornamento delle graduatorie. L’Istruzione ha infatti fretta di sanare le liste, per renderle pronte per le assunzioni da farsi per il prossimo anno scolastico. Già certa comunque la proroga di un mese, fino a fine agosto, dei termini per le nomine.

L’aggiornamento delle graduatorie sarà fatto su una sola provincia scelta, senza dunque nessuna penalizzazione come invece richiesto dalla Lega Nord. I docenti potranno scegliere per le graduatorie di istituto anche province diverse. L’aggiornamento del punteggio e la scelta della provincia dovrà essere fatto entro il termine perentorio di 30 giorni dalla pubblicazione del decreto. I criteri di valutazione restano sostanzialmente gli stessi dell’ultima tornata. È prevista la possibilità di iscrizione con riserva per coloro che sono in graduatoria a esaurimento in attesa dell’abilitazione, da acquisire entro il 30 giungo 2011 ma anche dopo. Le graduatorie saranno utilizzate per le assunzioni in ruolo sul 50% dei posti autorizzati ogni anno. La manutenzione dell’istituto delle graduatorie sarà poi realizzata attraverso il decreto legge che, nelle intenzioni del ministro Gelmini, dovrebbe portare da 3 a 5 anni il termine di permanenza obbligatoria in sede dopo la prima nomina. E che renderà triennale e non più biennale l’aggiornamento delle stesse liste. Intanto, il commissario ad acta nominato dal Tar per dare esecuzione alle sentenze di aggiornamento a pettine delle graduatorie, sta lavorando a ritmi forzati: 3 mila gli inserimenti cautelativi che hanno interessato un po’ tutti gli uffici scolastici provinciali. In un vertice con i sindacati della scorsa settimana, è emerso tra l’altro che il ministero potrebbe chiedere a giorni la revoca dell’incarico del commissario: la materia del contenzioso sarebbe di competenza del giudice del lavoro e non del tribunale amministrativo.

Sul fronte del piano di assunzione, c’è ancora incertezza sui numeri e sui tempi.

Le richieste dell’Istruzione, oggetto di un accesso confronto con Tesoro e sindacati, parlano di 30 mila posti vacanti nell’organico dei docenti e di 35 mila per assistenti, tecnici e amministrativi. Solo per l’anno già in corso. Se il governo volesse per davvero assumere su tutti i posti vacanti e disponibili, dovrebbe autorizzare altri 20 mila posti almeno per i prossimi due anni.

da ItaliaOggi 26.04.11