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"Difendere la Resistenza", di Benedetta Tobagi

Che foste in piazza oppure no, tutti possiamo contribuire alla “resistenza culturale”. Il 25 aprile deve travasarsi in un lavoro quotidiano che non consente deleghe: un compito a cui siamo chiamati tutti, faticoso, ma irrinunciabile. In una Milano deserta, il corteo era affollato come sempre, colorato, tranquillo: l’invito a disertarlo per la gita di pasquetta
è caduto nel vuoto. Buon segno. E per fortuna non piove.Sui volti e nei discorsi delle persone che inondano le vie di una città ancora scossa dai manifesti osceni che paragonavano i magistrati alle Br affiorano però anche i sentimenti che ho incontrato di frequente nelle ultime settimane tra amici, colleghi, sconosciuti incontrati per caso: un forte senso d´impotenza, esasperazione, stanchezza. Sentimenti che io stessa ho provato. Sprazzi di rabbia – nei ragazzi che urlano dai carri “via il Rais”, un Berlusconi dipinto con la faccia da Joker, il nemico di Batman. Nelle strade, su cartelli, magliette, spille e striscioni, si sente l´effetto di logoramento psicologico prodotto dalle violente esternazioni antisistema di Berlusconi e dell´ala più oltranzista dei suoi sostenitori, a cui si è aggiunto il solito can can di dichiarazioni che sviliscono la festa nazionale di Liberazione.
Camminare in questa folla ripropone più urgenti domande e riflessioni: che effetti cerca chi da anni avvelena sistematicamente i pozzi mistificando i fatti, equiparando partigiani e ragazzi di Salò, magistrati e brigatisti (o trasformando i mafiosi in eroi e i latitanti in esuli politici perseguitati)? Lavora prima di tutto sul proprio elettorato, come ha scritto su queste pagine Miguel Gotor: distoglie il dibattito da problemi urgenti e complessi come economia e lavoro (norme blocca-processi e boutade blocca-discorsi: un cocktail mefitico), catalizza il consenso del ventre profondo della destra. Ma contemporaneamente agisce su chi non si riconosce nel governo e rinuncia alle vacanze piuttosto che al corteo antifascista: mette alla prova i nervi, ruba tempo, spazio, energie, vuole rinfocolare – irresponsabilmente – asperità e divisioni antiche e ancora sensibili.
Come quelle che si riaffacciano ogni 25 aprile. Perché la Resistenza è stata una guerra civile, ha avuto tante anime conflittuali al suo interno – e intristiscono i fischi ottusi (pochi per fortuna) ai partigiani della Brigata ebraica, definiti, addirittura, “fascisti”. La Costituzione è nata dalla dittatura e dal sangue, dalla coraggiosa mediazione tra le forze antifasciste per un interesse superiore: per questo è ancora così viva, per questo – non per feticismo – tanti, Napolitano in testa, la difendono dai ripetuti attacchi.
Si aizzano le tensioni per poi atteggiarsi a vittime; si lanciano menzogne e provocazioni per suscitare reazioni esasperate e irrigidire il dibattito – laddove serve piuttosto mantenere la mente lucida, coltivare “la virtù civile e morale del distinguere”, come l´ha chiamata Giovanni Moro nel bel libro sugli anni Settanta. La destra antisistema ha capitalizzato tutte le reticenze e i ritardi della cultura di sinistra. Il successo delle pubblicazioni di Pansa sul “sangue dei vinti” uccisi dai partigiani riposa sul fatto che le ricerche storiografiche sullo stesso tema hanno faticato a trovare spazio nella retorica pubblica. Traumi, errori, aberrazioni vanno elaborati, devono trovare spazio nella discussione collettiva, altrimenti tornano ad assediare il presente come fantasmi che chiamano vendetta. Distinguere è più difficile quando chi governa vuole confondere, e più che mai necessario.
“Non consentire che la storia del Novecento anneghi nell´indistinzione”, era l´ammonimento dello storico Luzzatto davanti alla crisi dell´antifascismo dopo l´89. Contro chi vuole azzerare la differenza sostanziale tra le scelte di partigiani e salotini, sempre valida la risposta di Vittorio Foa al missino Pisanò, che invocava l´esistenza di “ideali” seppur diversi, e il comune attaccamento alla patria: «Sarà pure come dice lei, però se vinceva lei io sarei ancora in prigione, avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me». La Resistenza ha avuto eccessi violenti, che non cancellano il suo valore: dovrebbero ricordarci, piuttosto, quanto efferata fu la dittatura fascista, dove stanno le radici di certi strascichi sanguinosi. Analogamente, qui a Milano viene spontaneo ricordare che chi vuole denunciare i malfunzionamenti della giustizia e le ferite al garantismo non può equiparare i magistrati che cercano di far funzionare la macchina della giustizia alle Br (forza antisistema che sabotava la logica democratica del processo e i magistrati li ammazzava), né tollerare che lo faccia il proprio leader, nella sua lotta senza quartiere contro chi cerca di processarlo: dovrebbe tenerlo presente il sindaco Moratti, che oggi era in piazza, ma non ha ancora esteso al premier le parole di condanna rivolte all´aspirante consigliere comunale Lassini. La giustizia è imperfetta, come tutte le cose umane, ma errori, abusi, eccessi si correggono dentro al sistema, non picconandolo. La critica delle aberrazioni non può coesistere con la negazione di fatti e principi costitutivi della nostra democrazia affaticata.
Il pomeriggio milanese le ridà un po´ di fiato. Sul palco sotto il duomo si sono alternati Moratti e Bersani, e considerando il clima pesante, i fischi non sono stati nemmeno tanti. Attenzione e applausi per l´intervento conclusivo del presidente dell´Anpi Carlo Smuraglia. Le strade piene che tardavano a svuotarsi trasudavano un forte desiderio di “liberazione”: da una cappa di menzogne, dallo svuotamento delle parole. Oltre al significato storico, “resistenza” nel linguaggio comune vuol dire opporsi a una pressione, rifiuto di abbandonarsi alla corrente, capacità di un organismo di contrastare le infezioni e sopportare sforzi prolungati, come nelle gare di fondo. E bisogna resistere, in questo senso, alla stanchezza e all´esasperazione. Controllare sentimenti che spesso rasentano il disgusto, mantenere la pacatezza senza rinunciare a ribadire con forza fatti, valori, convinzioni. Tutelare le parole. Non stancarsi di ristabilire la correttezza dei fatti storici. Uscire dal guscio degli interlocutori abituali, provare a parlare con chi la pensa diversamente, cercare umilmente di essere chiari, anziché alludere; argomentare per la persuasione, invece di rincorrere la provocazione o rassicurarsi a vicenda nel proprio orto. Certo, si rema contro il moloch della tv, contro posizioni refrattarie al dialogo, ma non siamo (ancora) impotenti. Come esiste una fascia di elettori incerti o disillusi, così ci sono molte persone semplicemente disinformate o stanche. Ci sono ragazzi che non hanno idea. Che foste in piazza oppure no, tutti possiamo contribuire alla “resistenza culturale”. Il 25 aprile deve travasarsi in un lavoro quotidiano che non consente deleghe: un compito a cui siamo chiamati tutti, faticoso, ma irrinunciabile.

La Repubblica 26.04.11

"Parigi e Roma mai così lontane", di Cesare Martinetti

Due leader in crisi di consensi e di identità si incontrano oggi a Roma per fingere di trovare un accordo che non ci può essere e battezzare insieme il capro espiatorio su cui dirottare il malessere di un’opinione pubblica percorsa da uguale disagio. Quest’ultimo si chiama Europa e riceverà domani una lettera firmata da Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. I due sorrideranno per le telecamere, fingeranno di aver ritrovato un’amicizia che si dirà «antica», si daranno – forse – appuntamento a Tunisi per un vertice trilaterale con gli eredi di Ben Ali. Poi si lasceranno, tornando ognuno al suo rompicapo politico.

Il vertice Berlusconi-Sarkozy che si svolge stamane a Roma è forse il più difficile degli ultimi anni, Le Monde lo definisce un «summit sotto tensione». Le ragioni sono molteplici, la più evidente e mediatica l’immigrazione o meglio quei venticinquemila tunisini sbarcati a Lampedusa che vogliono raggiungere la Francia e che la Francia respinge. Parigi ha di fatto già sospeso Schengen ripristinando i controlli alla frontiera di Ventimiglia. L’Italia si appella proprio a quel trattato per legittimare i permessi provvisori assegnati ai clandestini dei barconi. La lettera che Berlusconi e Sarkozy invieranno a Bruxelles chiederà alla Commissione di trovare la mediazione che i due non sanno e non vogliono trovare. Un deficit di politica attraversa l’Europa. I leader d’oggi – ha detto il presidente Ciampi ad Arrigo Levi nel colloquio che abbiamo pubblicato venerdì – mancano di visione. Il soffio europeo è perduto non solo a Roma ma anche a Parigi e Berlino. E non si tratta di retorica.

Berlusconi ha i suoi guai. Sarkozy – già in piena campagna per le presidenziali 2012 – ha uno spettro in carne ed ossa che si chiama Marine Le Pen, che dal padre Jean-Marie ha ereditato la leadership dell’estrema destra e che tutti i sondaggi danno vincente nel confronto con l’attuale Presidente. È nella competizione con il Front National che Sarkò si è costruito come leader e ad essa non può rinunciare. E quindi i tunisini non saranno mai accettati dalla Francia. Come ha detto ieri a Parigi il ministro per gli Affari europei Laurent Wauquiez, «l’Europa non significa libera circolazione degli immigrati illegali».

L’Italia avrebbe un buon argomento da far valere ricordando che i tunisini non sono estranei alla storia di Francia, parlano francese, tutti quelli sbarcati a Lampedusa vogliono guadagnare il territorio francese dove hanno parenti, amici, la ragionevole speranza di trovare una sistemazione. Sarkozy che si è inventato «protettore» delle rivolte arabe, il primo a riconoscere i ribelli di Bengasi, il primo a lanciare i suoi Mirage contro il colonnello Gheddafi, dovrebbe avvertire una certa responsabilità nei confronti di quei tunisini che per primi si sono ribellati contro un governo fino a pochi mesi fa amicissimo della Francia (il ministro degli Esteri ha dovuto dimettersi per la sua troppa vicinanza con il dittatore deposto). Il governo italiano, invece di lamentarsi alla conclusione dei vertici europei nei quali risulta quasi sempre silenzioso, dovrebbe far valere anche questi argomenti. Ma è stato proprio Sarkò a escludere Berlusconi come interlocutore e come partner, politico e militare. La decisioni italiana di partecipare ai bombardamenti in Libia annunciata ieri sera arriva su pressione americana e dopo un mese di frizione italo-francese in sede Nato.

D’altra parte la destra francese ha sempre guardato con sospetto l’impresario di un tempo che fece la televisione dell’odiato socialista Mitterrand (La Cinq) con la raccomandazione di Bettino Craxi ora diventato capo di un governo con gli ex fascisti e gli xenofobi della Lega. La destra italiana, dopo aver letteralmente perso la testa per Sarkò in un evidente transfert che li portava a vedere in lui il leader che avrebbero voluto fosse Berlusconi, ora lo deride come un neo-colonialista che ha indossato il «képi blanc» per ridorare la grandeur perduta (Giuliano Ferrara dixit).

È per questo che il summit di oggi assomiglia più a una foto-opportunity che a un vero punto di incontro. Ognuno resterà della sua idea, il prefetto delle Alpi Marittime bloccherà i tunisini provenienti dall’Italia, l’Italia rilascerà inutili permessi, Bruxelles prometterà di rafforzare l’attività di Frontex nel Canale di Sicilia, Berlusconi e Sarkozy tenteranno di superare il momentaccio. Fino alla prossima crisi.

La Stampa 26.04.11

L’appello dell’Anpi: “Non si torna indietro”

Ecco l’appello dell’Anpi per la Festa di domani: “ ‘Cari compagni, ora tocca a noi (…) Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella’. Giordano Cavestro (‘Mirko’), 18 anni, studente di Parma, medaglia d’oro al valor militare, scrisse questa lettera appena prima di essere fucilato dai nazifascisti il 4 maggio 1944. Il 25 aprile ha il suo nome e di tutti quei meravigliosi ragazzi e ragazze che immolarono la loro breve vita, senza alcuna esitazione, alla causa della liberazione del proprio Paese dalla tirannia nazifascista. Il 25 aprile avremo i loro nomi nel cuore, nella coscienza, e li diffonderemo nelle piazze, ne faremo una ragione di impegno, ancora, per il futuro di una democrazia che, come sappiamo, come vediamo, non è data una volta per tutte, non vive di respiri propri, ma va irrobustita, vivificata, giorno per giorno. Il 25 aprile diremo il nome di Giordano Cavestro a quei senatori della destra, che stanno tentando, con una ignobile proposta di legge, di abrogare la XII disposizione transitoria della Costituzione che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Diremo NO! È una vergogna, un oltraggio ai caduti per la libertà. All’Italia intera. Il 25 aprile diremo che dalla Liberazione non si torna indietro”.

Carlo Galli, politologo
Questa giornata è l’antidoto alla giungla. Il 25 aprile è ciò che precede la nostra Repubblica, è la sua origine, l’energia propulsiva che l’ha fatta nascere, vivere e per qualche decennio anche prosperare. Per questo non possiamo trattarla come una data storica, ma dobbiamo viverla come una ricorrenza civile: è il compleanno della Costituzione. Noi oggi siamo di fronte a una sfortunata deriva, dove la vita associata del Paese assomiglia a una giungla, dove vince il più forte, dove anche le elezioni sono vissute come un giudizio divino. Il 25 aprile è stato, al contrario, l’inizio di una esistenza civile regolata, non primitiva o selvaggia, ma all’insegna del rispetto, dei diritti, del bilanciamento dei poteri, dei limiti dei poteri, compreso quello del popolo .
Se ci dimentichiamo questo passato, ci priviamo di un’arma con cui possiamo difendere la Costituzione da chi oggi vuole farla a pezzi per dare il via libera al peggio che è in noi.

Angelo d’Orsi, storico
Non ricordo un anniversario della Liberazione talmente vicino al crollo come questo. Oggi meno che mai non dobbiamo limitarci a celebrare, ma dobbiamo trasformare il 25 aprile in una occasione politica di mobilitazione. Dobbiamo riflettere sul significato storico del fascismo e sulla sua persistente minaccia sotto altre forme: sono assolutamente convinto che il berlusconismo sia il volto nuovo del fascismo. Per questo occorre mobilitarsi, ancora una volta, per cacciare il tiranno. Dobbiamo suonare la sveglia, spiegare agli ‘italiani tranquilli’ che sono seduti sull’orlo del baratro, che stanno per finirci dentro. Bisogna svegliare i dormienti, incitare i dubbiosi, incoraggiare gli esitanti.
Più tardi lo si fa, peggio è. Questo “partito della devastazione” sta spargendo un veleno che distrugge l’etica pubblica. Se non reagiamo, alla fine, diventeremo anche noi portatori sani di questo virus.

Carlo Lucarelli, scrittore
La festa della Liberazione è un riassunto. Un riassunto di tutto ciò che di bello e importante c’è nella nostra Italia. Perché tutto comincia da lì. Penso che il 25 aprile andrebbe festeggiato come la festa più importante dell’anno, almeno per l’Italia laica. C’è sempre stato e sempre ci sarà chi insulta la memoria. Il modo migliore per contrastare chi mortifica il 25 aprile è prendere in mano la memoria. Troppo spesso noi che siamo venuti dopo abbiamo delegato il racconto ai più anziani, a quelli che c’erano e non sempre questa operazione è riuscita al meglio . Tra non molto non avremo più la memoria diretta di chi ha fatto la Resistenza. Per fortuna esiste l’Anpi, che non è un’associazione per solo anziani partigiani, ma un luogo aperto a tutti. E negli ultimi anni le adesioni sono state tantissime. I valori non muoiono con chi li ha costruiti. Dipende da noi.

da Il Fatto Quotidiano 24.04.11

"Ecco chi dobbiamo ringraziare per i super-stipendi dei manager", di Luigi Zingales.

Di recente ero a cena con una mia ex professoressa. Pur riconoscendo l’importanza degli incentivi (o proprio per questo) la deliziosa signora lanciava i suoi terribili strali contro Alessandro Profumo e la sua liquidazione multimilionaria, ricevuta in barba alle forti perdite subite dagli azionisti di UniCredit. Non potevo che annuire. Ma non mi sfuggì una certa ironia. Un suo amatissimo parente è un famoso manager, che siede nel comitato remunerazione di altre imprese e ha contribuito a pagare liquidazioni multimilionarie. Di chi è colpa se alcuni manager sono strapagati: dei manager stessi o dei consiglieri di amministrazione che votano tali stipendi?

Certo, decenza e professionalità vorrebbero che un manager non chiedesse la luna. Ma in linea di principio il compenso annuale e la liquidazione dovrebbero essere decisi, in totale autonomia, dal consiglio di amministrazione, su proposta del comitato di remunerazione. Spesso i consiglieri, ansiosi di conquistarsi le benevolenze del management, offrono pacchetti estremamente generosi. Ci aspettiamo veramente che i manager dicano no, questo è troppo? Quanti di noi, in tutta onestà, farebbero altrettanto?

La responsabilità dei compensi eccessivi quindi non è dei manager, ma dei consiglieri di amministrazione che votano questi pacchetti. Ancora più la responsabilità è dei consiglieri che siedono nel comitato remunerazione. Sono loro che ricevono le informazioni tecniche sui livelli di mercato. E sono loro che hanno il compito di istruire la pratica e fare le proposte al Consiglio. Nella maggior parte dei casi queste proposte sono accettate in toto o modificate in maniera marginale. Sono loro i maggior responsabili.

La lista dello scandalo che ogni anno i giornali pubblicano, però, include solo il nome dei manager e i loro compensi. I nomi dei membri dei comitati di remunerazione sono sepolti nelle relazioni allegate al bilancio, ignorate dai più.

Per questo motivo, sul Sole 24 Ore vorrei dare inizio a una nuova tradizione: la pubblicazione, per trasparenza, dei nomi dei membri dei comitati remunerazione dei cinque manager più strapagati d’Italia. Si noti, non più pagati, ma più strapagati, perché pagare tanto il talento non è cosa di cui vergognarsi.

Per evitare personalismi, imporrò degli standard. Innanzitutto, per cominciare è necessario dividere tra compensi normali e liquidazioni. Le liquidazioni sono elevate e “una tantum” e quindi falsano la lista dei compensi. Per quanto riguarda i compensi annuali (fisso più bonus), dividerò tra presidenti non esecutivi, amministratori delegati, e quelli che i francesi chiamano “Pdg” (presidenti che sono anche amministratori delegati). Per entrare nella lista, il manager deve essere stato pagato di più che la mediana dei compensi tra le imprese europee della stessa classe dimensionale. La quinta palma andrà al comitato che ha pagato complessivamente di più in spregio della performance azionaria del titolo nell’anno precedente.ella categoria delle liquidazioni, la palma va ovviamente al comitato remunerazione di Unicredit, che ha pagato 38 milioni di euro di liquidazione a Profumo. In Europa questi pagamenti sono in media una-due volte il compenso medio annuo, che corrisponderebbe a un valore tra i 2,5 e i 5 milioni. I principali responsabili sono Dieter Rampl, Luigi Castelletti, Enrico Tommaso Cucchiani, Piero Gnudi, Friedrich Kadrnoska, Carlo Pesenti e Hans Jürgen Schinzler, componenti del comitato remunerazione.

Nella categoria presidenti non esecutivi la palma va al comitato di remunerazione della Fiat. In Europa i presidenti non esecutivi ricevono in media 600mila euro all’anno. Il comitato della Fiat ha pagato Luca Cordero di Montezemolo, presidente della controllata Ferrari, ben 12 volte tanto: 7,5 milioni di euro. I principali responsabili sono Roland Berger, Luca Garavoglia e Mario Zibetti, componenti il comitato remunerazioni.

Nella categoria “Pdg”, la palma va ai componenti del comitato remunerazione di Pirelli Spa, che hanno pagato Marco Tronchetti Provera 5,95 milioni. I maggiori responsabili sono Alberto Bombassei, Umberto Paolucci e Giampiero Pesenti, a cui si aggiungeva il professor Berardino Libonati, prematuramente scomparso in novembre. La generosità della famiglia Pesenti paga, visto che Giampiero Pesenti appare a sua volta ai vertici delle classifiche con 3,9 milioni di compenso come presidente di Italcementi (di cui 2 per trattamento di fine mandato).

Nella categoria “ad”, la palma va ai componenti del comitato remunerazione di FonSai, che hanno pagato complessivamente 5 milioni Fausto Marchionni, più degli amministratori delegati di Eni, Enel e Generali, che hanno una capitalizzazione di Borsa rispettivamente 70, 40 e 25 volte quella di FonSai. Fino a ottobre 2010 nel comitato remunerazione sedeva lo stesso Fausto Marchionni, Enzo Mei e Cosimo Rucellai. Quante persone possono vantare il privilegio di sedere nel proprio comitato di remunerazione? Per fortuna che la società si affretta a chiarire nella relazione di bilancio 2009 che «l’amministratore delegato non ha peraltro mai partecipato a riunioni in cui venisse decisa la sua remunerazione». Non ce n’era bisogno, visto che i due membri indipendenti erano rispettivamente il presidente della Società Gestione Capannelle, nel cui ippodromo si svolge ogni anno il concorso ippico sponsorizzato da Fondiaria Sai, e il vicepresidente di Milano Assicurazioni, una società del gruppo.

La generosità di questo comitato si vede anche dai compensi offerti al presidente Jonella Ligresti (2,4 milioni contro una media europea di 600mila) e al presidente della controllata Immobiliare Lombarda Gioacchino Paolo Ligresti (2,9 milioni). Sarebbe interessante sapere se il Consiglio di FonSai, «che ha ritenuto opportuno chiamare a far parte del Comitato remunerazione anche l’amministratore delegato per motivi di opportuno coordinamento con la gestione aziendale», si sia preoccupato che le decisioni prese potessero essere influenzate dal fatto che l’ex amministratore delegato determinava i compensi dei suoi azionisti di controllo.

Vista la composizione del Comitato remunerazione di FonSai non è sorprendente che vinca anche la palma per compensi straordinari in spregio alla performance di Borsa. FonSai nel 2010 ha perso il 40% del valore, contro un declino del Mib di solo l’11%, ciononostante l’amministratore delegato è stato premiato con 5 milioni. E poi molti dicono che la buona corporate governance non conta!
Il rischio maggiore nel compilare questa lista è che si riveli un’utile forma di pubblicità per i consiglieri generosi: i manager più avidi faranno di tutto per cooptarli nei propri consigli. Per evitare quest’effetto perverso il prossimo anno monitoreremo anche in quali società questi consiglieri generosi sono stati nominati. In quel caso potremo proprio dire che gli stipendi eccessivi i manager sono andati a cercarseli.

Il Sole 24 Ore 25.04.11

Per una città amica delle donne: 10 impegni

Il Partito Democratico sostiene dieci proposte, perché città più amiche delle donne sono città più accoglienti e vivibili per tutti
1. Giunte composte in modo paritario da donne e uomini ed impegno parlamentare per una legge per le elezioni comunali che preveda la doppia preferenza di genere.

2. Quote rosa nelle nomine dei consigli di amministrazione di società partecipate, secondo la proposta di legge appena approvata in senato.

3. Introduzione dei bilanci di genere e verifica sull’impiego delle risorse in tutti i settori dell’amministrazione (sport, cultura, trasporti, politiche del territorio …).

4. Risorse da destinare ai centri antiviolenza, piani per la prevenzione della violenza di genere e per la lotta contro la tratta delle donne.

5. Piani per la sicurezza della città, maggiore illuminazione pubblica, spazi urbani vivibili.

6. Campagne di sensibilizzazione contro immagini e stereotipi lesivi della dignità femminile.

7. Sostegno alla rete dei servizi per l’infanzia, a partire dall’incremento degli asili nido, per gli anziani e la non autosufficienza.

8. Misure per una città più semplice da vivere: tempi e orari flessibili, a partire dai tempi della pubblica amministrazione.

9. Campagne di prevenzione per la salute femminile e rafforzamento della rete dei consultori.

10. Piani per il lavoro e l’occupazione femminile: bollino rosa per le aziende che partecipano alle gare pubbliche, incentivi all’imprenditoria femminile, politiche di formazione.

"In missione per conto di Dio", di Marco Catteneo*

Dal tempo della vivace polemica scatenata dal suo convegno che celebrava la fine della teoria dell’evoluzione darwiniana, mi ero ripromesso di non parlare più del professor Roberto De Mattei. Negli ultimi tempi, poi, mi limitavo a registrare la progressione aritmetica della petizione che ne chiede le dimissioni dalla vicepresidenza del CNR, arrivata ormai a quasi 15.000 firme.

Ma i suoi recenti interventi su Radio Maria mi impongono di infrangere il fioretto. Perché nel suo ultimo intervento il professor De Mattei ha rincarato la dose, dimostrando di essere non solo inadatto a ricoprire il ruolo di vicepresidente del maggior ente pubblico di ricerca italiano, ma anche uno storico mediocre.

Lasciando perdere il tormentone sui terremoti punitivi, da Messina al Giappone (a proposito, sull’Aquila niente da dire?), e attendendo con impazienza una spiegazione dell’eruzione del Krakatoa del 1883, mi ha particolarmente colpito l’affermazione secondo cui Varsavia, durante la seconda guerra mondiale, sarebbe stata distrutta “per i peccati che in essa si commettevano”.

Sfogliando poche pagine di libri di storia che al professor De Mattei non dovrebbero essere sfuggiti ho scoperto con una certa sorpresa che Varsavia fu distrutta prima, in parte, nel 1939, durante l’assedio dei nazisti, e poi definitivamente dagli stessi soldati del Terzo Reich nel 1944, quando le truppe sovietiche si avvicinavano alla città, passando per lo sterminio degli ebrei polacchi.

Se devo prendere alla lettera lo storico De Mattei, devo pensare – e mi fa orrore – che il Dio cristiano, immensamente buono, si sia servito di Hitler, Goering e Himmler per punire una città, Varsavia, e i suoi peccaminosi abitanti.
Se devo prendere alla lettera lo storico De Mattei, devo anche pensare che il Dio cristiano sia soggetto agli stessi capricciosi umori delle divinità pagane elleniche, che come loro intervenga quotidianamente nei fatti umani mettendo zizzania e levandosi lo sfizio di devastare individui e comunità con un certo sadico compiacimento. Perché ci saranno pure stati degli innocenti, a Messina come a Fukushima e a Varsavia, o no?

Sul fronte dell’ortodossia religiosa, il professor De Mattei è già stato sconfessato dall’intervento di padre Raniero Cantalamessa (nomen omen), predicatore della Casa Pontificia.

Sul fronte scientifico, finora ha trovato chi lo ha difeso, invocando a sproposito la libertà di opinione. E, d’altra parte, ha più volte precisato che i suoi interventi a Radio Maria non sono tenuti nella veste di vicepresidente del CNR.

Ma il professor De Mattei, con il suo collegio di avvocati autonominati, dovrebbe precisare anche il contrario, ovvero che la sua presenza al CNR non si svolge nella veste del predicatore di Radio Maria. In particolare, che le sue scelte in Consiglio d’amministrazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche siano scevre dal pregiudizio fondamentalista (letteralmente, “che si rifà ai fondamenti originali delle sacre scritture”) quando si discute di finanziare ricerche sull’origine dei terremoti, sull’evoluzione biologica, sulla genetica.

Professor De Mattei, nessuno le vuol tappare la bocca. Semplicemente, se ne faccia una ragione, a qualche suo concittadino sarebbe gradito sapere quali principi improntano le sue decisioni nell’indirizzare la ricerca scientifica.

*Direttore de Le scienze, Mente e Cervello e National Geographic

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

"Il fascismo dentro di loro. Sotto attacco la democrazia", di Claudia Fusani

Sono quattro i disegni di legge in discussione tra Camera e Senato: dalla norma per disciplinare le associazioni combattenti e reduci a quella per abolire la XII norma transitoria della Carta sul partito fascista. Mescolare le acque in un unico calderone per mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini. Rivedere i libri di testo perché sulla storia «non sono imparziali». E già che ci siamo anche una bella commissione d’inchiesta su quello che è accaduto tra il ‘44 e il ‘48 nel triangolo tra la Liguria, il Piemonte
e l’Emilia, il triangolo rosso dove particolarmente duro è stato il regolamento di conti tra partigiani e fascisti. Sono proposte di legge spuntate qua e là in Parlamento negli ultimi tre mesi. Di queste ore la notizia di alcuni manifesti che a Roma e a Salerno mani di destra hanno fatto giocare sulla coincidenza di calendario che quest’anno vuole la Pasqua di Resurrezione festeggiata alla vigilia della Festa di Liberazione. L’attacco alla Carta, alle istituzioni, agli organi di garanzia come la Consulta e ai cardini dello stato di diritto come il Parlamento e la magistratura è cronaca quotidiana e battaglia condotta alla luce del sole dai partiti di maggioranza convinti che sia giunto il tempo di cambiare tutto o molto. Ma nella più generale volontà di ristrutturazione dello stato in nome, è la motivazione ufficiale del centro destra, «di un maggior efficientismo dell’organizzazione dello stato», trova posto anche un disegno finalizzato al revisionismo più sfacciato della resistenza e della liberazione dal nazifascismo.
«Non parliamo del tentativo più o meno esplicito di revisionismo – osserva Emilio Ricci, avvocato, membro del Comitato nazionale dell’Associazione
nazionale partigiani – che periodicamente è sempre spuntato fuori. Oggi è diverso. Da un paio d’anni, leggendo insieme varie iniziative, si ha la sensazione invece di assistere a un piano strutturato per riscrivere la storia in modo strumentale. Un piano che questa volta ha la forza dei numeri di cui gode la maggioranza politica».
Il progetto più serio, «insidioso e subdolo» dice Andrea Orlando responsabile Giustizia del Pd, riguarda due pdl in discussione in Commissione Difesa e che recuperano un precedente tentativo (era il 23 giugno 2008) di mettere sullo stesso piano repubblichini e partigiani.
Lo avevano chiamato Ordine del Tricolore. Il Pd si mise per traverso. Il presidente della Camera Gianfranco Fini lo fece morire nei cassetti.
Rispunta a febbraio, prime firme Cirielli e Fontana. In modo più generico vuole «disciplinare le associazioni combattenti e reduci» affidando il tutto alla regia del ministero della Difesa. Il punto è, insiste Orlando, che «chiunque, purchè abbia svolto attività militare, può reclamare il diritto di formare un’associazione di combattenti e reduci a prescindere da due criteri fondamentali: l’adesione ai valori della Costituzione e la distinzione tra legittimamente e illegittimamente
belligeranti». Pd e associazioni partigiane sono convinte che questa norma sia il trucco per dare ai repubblichini di Salò il riconoscimento che cercano da anni. Il 29 marzo viene presentato un altro progetto di legge, questa volta al Senato, che propone di cassare, dopo 63 anni, la 12° norma transitoria della Carta, che «vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista». Il primo firmatario della norma è Cristiano de Eccher, già condannato per via del partito fascista. È un crescendo. Il 12 aprile Gabriella Carlucci (pdl) chiede una commissione d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici. Ci aveva già provato Storace nel duemila. Questa volta la Carlucci si porta dietro 19 deputati. Il 20 aprile Fabio Garagnani (pdl) mette sul tavolo la carta più grossa: vuole anche lui un Commissione d’inchiesta «sulla violenza politica tra il
1944 e il 1948 nel triangolo rosso tra Piemonte, Liguria e Emilia dove ci fu un terrore di massa in nome della Resistenza ma in realtà in un’ottica marxista furono colpiti innocenti cattolici e laici». E’ il filone revisionista avviato da Giampaolo Pansa

L’Unità 25.04.11