Latest Posts

"Prodi: all'Italia serve un nuovo 25 aprile", di Romano Prodi

Domani è il 25 aprile. Una data fondamentale per la nostra storia, anche se la distanza ne ha affievolito il ricordo fino a renderlo quasi assente nelle più giovani generazioni. Non ci dobbiamo sorprendere di questo fatto perché il tempo tutto appiattisce e tutto cancella. Vale tuttavia la pena di ricordare che cosa significava questo giorno in passato e che cosa deve significare oggi. Il 25 aprile del 1945 è una data fondamentale nella storia italiana non solo perché ricorda la fine di una lunga tragica guerra e la liberazione della nostra Italia dal giogo del nazismo e del fascismo ma soprattutto perché apre finalmente una nuova prospettiva di vita economica e politica del Paese.

Non ci si libera solo dal nazi-fascismo ma si liberano le forze positive che, pur con grande fatica e con un procedere non sempre lineare, hanno alimentato il nostro sviluppo civile, sociale ed economico. Uno sviluppo che parte dalla fissazione dei valori e delle regole della Costituzione, frutto di un lungo, civile ed approfondito confronto fra le principali forze politiche democraticamente elette. Un momento unico della nostra storia perché mai dopo di allora il Parlamento è stato impegnato così a lungo e in modo così costruttivo in un dibattito dedicato a tracciare le grandi direzioni dello sviluppo futuro dell’Italia. Un dibattito che, pur con tanta fatica e tante difficoltà, è riuscito a fare convergere verso un’idea unitaria le principali forze politiche italiane. Per questo motivo, anche se alcuni aspetti tecnici della nostra Carta hanno dovuto essere adattati ai tempi, i principi fondamentali della Costituzione sono ancora il punto di riferimento della nostra identità politica e resistono anche di fronte ai ripetuti tentativi di sovvertirne la lettera e lo spirito.

Il 25 aprile è anche la data che pone le basi per una nuova politica estera dell’Italia, spinta a guardare verso le altre democrazie e a preparare il terreno per la costruzione europea che, pur con tutti i suoi limiti e le sue incompiutezze, ha garantito pace, sviluppo e progresso civile ad un continente per secoli massacrato da guerre e divisioni. Da quel momento, e solo da quel momento, è stata possibile una politica capace di preparare una consapevole risposta italiana ai cambiamenti del mondo. Una risposta che oggi sembra invece lontana, quasi impossibile.

Pur avendo conosciuto un crescente benessere l’Italia è infatti attraversata dalla divisione e dalla paura. Paura della nuova concorrenza, paura degli immigrati ma, soprattutto, paura di noi stessi e delle nostre insanabili divisioni. Per costruire un nuovo 25 Aprile bisogna perciò superare queste paure e liberare quelle forze che oggi non sono in grado di esprimersi e che, non potendo contribuire allo sviluppo del Paese, ne alimentano la paura.

È venuto il tempo di ricostruire la speranza per chi teme di non avere più un futuro, soprattutto per i ragazzi che pensano ormai di avere perduto la gara della loro vita e per le donne, che vedono il loro ruolo molto più debole di quello giocato dalle donne degli altri Paesi. Costruire il nuovo significa quindi, prima di tutto, combattere la paura. Non per nulla di tutti i discorsi che Giovanni Paolo II ha fatto nei lunghi anni del suo Pontificato la frase che più di tutte viene ricordata è proprio il «non abbiate paura». Un ammonimento che vale per tutti, ma soprattutto per noi italiani.

Solo fondandoci su una nuova speranza abbiamo la possibilità di guardare ai cambiamenti del mondo senza sentirci sopraffatti dalle grandi potenze o dai nuovi Paesi che cercano quello spazio che la storia aveva loro da lungo tempo negato. E dovremo anche capire che, se il mondo è tanto cambiato, vi è ancora più bisogno di una Europa forte e coesa. Un’Europa che noi dobbiamo costruire con fiducia giorno per giorno e non limitarci a lamentarne la mancanza quando non la sentiamo solidale di fronte ai nostri problemi.

Per avere un nuovo 25 Aprile noi dobbiamo inoltre riacquistare il senso di un destino comune. Il che significa rispettare lo spirito dell’Assemblea Costituente e ritrovare il valore delle regole, come esse sono scritte nella nostra Costituzione. Regole che non possono divenire uno strumento di sopraffazione e che non possono essere mutate a seconda della nostra convenienza.

Non avere paura significa infine avere fiducia nella nostra capacità di trovare in questo momento di gravissima crisi la solidarietà necessaria per convincere tutti gli italiani che la ricostruzione civile ed economica dell’Italia sarà portata avanti dai sacrifici di tutti ma dagli sforzi proporzionati alle spalle di chi li deve compiere. Proprio come apparve possibile il 25 Aprile del 1945, in un’Italia pur ancora dilaniata dagli odii e dalle divisioni.

Il Messaggero 25.04.11

"Lo sviluppo secondo la destra: meno ricerca e più mestieri", di Ignazio Marino

Non ho sempre pensato di fare il chirurgo. Da bambino mi affascinavano i carrettieri che sul molo di Genova trasportavano le merci su carri con ampi pianali trainati da imponenti cavalli; da ragazzo per un periodo ho pensato addirittura di fare l’orologiaio. Poi, dopo il primo trapianto di cuore eseguito da Christiaan Barnard, nel 1967, fui folgorato dalla chirurgia dei trapianti. I miei sogni e i miei dubbi di adolescente erano quelli di tantissimi giovani di oggi, ma io ho avuto una fortuna che molti non avevano: la possibilità di scegliere. Nello scenario politico senza visione di questi tempi, si sventola il vessillo del “lavoro manuale” e si scivola in dichiarazioni poco costruttive su “cattivi genitori” che spingono i figli alla laurea quando potrebbero “imparare un mestiere”. Non c’è nulla di sbagliato in questo ma deve rimanere una scelta, un progetto di vita che un giovane vuole costruire per seguire la sua passione. Temo non sia così. È evidente che la maggioranza di destra governa ritenendo di trovarsi di fronte a cittadini poco consapevoli nella scelta dei percorsi di studio e senza interrogarsi se sia o meno un errore rinunciare ad investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo. Questo orientamento sulle politiche educative diverrà presto un obbligo implicito, sono i numeri a dirlo: disoccupazione giovanile quasi al 30%; diminuzione delle immatricolazioni nell’anno accademico 2009/2010 (293mila a fronte delle 338mila del 2003/2004); calo di studenti che al termine delle medie secondarie decidono di proseguire gli studi. Gli investimenti in innovazione e sviluppo sono fermi da undici anni, secondo i dati Ocse, all’1,18% del Pil: fanno meglio di noi Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia ed Estonia. E tutto questo mentre l’amministrazione Obama parla di un nuovo “momento Sputnik” e punta su un milione di auto elettriche entro il 2015; sulla maggiore percentuale di popolazione laureata rispetto ad ogni altro Paese entro il 2020; sull’80% di energia pulita entro il 2035; e poi banda larga e internet superveloce per tutti. Nel ragionamento del governo manca inoltre una tessera fondamentale del mosaico sociale: il gelataio, il panettiere, l’orefice, il piccolo produttore di caffé hanno operato una scelta di vita legittima e lavorano per prodotti di alta qualità, ma vivono in un mondo globalizzato. Quale competitività mondiale potremo assicurare a questi prodotti se non avremo ad esempio, laureati in economia ed ingegneria? Di più, il ministro Gelmini è certa che in Italia non ci sia più bisogno di fisici nucleari o di ricercatori delle malattie neurodegenerative? E chi svilupperà i software delle cartelle cliniche elettroniche e la telemedicina negli ospedali ma soprattutto le nuove applicazioni informatiche sul nostro territorio? Gli italiani che fanno ricerca all’estero sono migliaia e producono ricchezza: la loro fuga, infatti, in vent’anni è costata all’Italia oltre 4 miliardi di euro (la cifra corrisponde a quanto ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali l’inventore principale è nella lista dei “top 20” italiani all’estero). Io vorrei vivere in un Paese in cui una cosa non esclude l’altra, in cui non ci sia una sola via all’occupazione: non è incitando i ragazzi ad accaparrarsi gli ultimi lavori da elettricisti, gruisti e falegnami che risolveremo il problema della disoccupazione giovanile.

L’Unità 25.04.11

"Errori umani e altro. Quello che il disastro non ci ha insegnato", di Pietro Greco

Difetti di informazione e comunicazione minano la gestione delle emergenze. Casi recenti: gli incidenti alla piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico e alla centrale di Fukushima. Tutto inizia all’1:23:45 del 26 aprile 1986, alla centrale nucleare Vladimir I. Lenin di Chernobyl in Ucraina: la temperatura del reattore numero 4 aumenta in maniera incontrollata e si verifica un’esplosione che scaglia nella stratosfera una nube radioattiva, che nel giro di alcuni giorni si diffonde prima sull’Europa e poi sull’intero emisfero settentrionale. Quello che si verifica a Chernobyl è il peggiore incidente nella storia del nucleare civile. Uno dei peggiori nella storia della tecnologia umana. Perché si è verificato l’incidente? E cosa ci ha insegnato quella che è stata definita, tecnicamente, una catastrofe?
La risposta alla prima domanda dovrebbe contenere anche quella alla seconda. La storia, anche recente, si è incaricata di dirci che non è così. L’incidente di Chernobyl è diventata una catastrofe per il combinato disposto di almeno tre grandi ragioni.
1.La centrale nucleare con unreattore di tipo Bmrk, moderato a grafite e refrigerato con acqua bollente, è stata mal progettata. Il suo peggior difetto è che il reattore non ha alcun sistema di protezione. Solo le normali mura dell’edificio evitano che sia “a cielo aperto”. L’esplosione neppure si accorge di quelle mura e proietta senza impedimenti il suo carico inquinante nell’ambiente.

2. L’incidente è provocato da una serie incredibile di errori umani. I tecnici, nel corso di un test di sicurezza, per estremo paradosso, non rispettano alcuna norma di sicurezza finché si accorgono di aver portato il reattore fuori controllo.

3.Siamo ancora in Unione Sovietica. La protervia della burocrazia si accompagna alla codardia e all’omertà. Per giorni mancherà quella che il giovane Presidente dell’Urss e Segretario Generale del Pcus definisce la glasnost, la trasparenza. Il mondo viene avvisato tardi e male.Con più glasnost si sarebbe potuto gestire meglio l’incidente ed evitare almeno alcuni effetti non desiderabili.
Oggi sappiamo cosa è successo a Chernobyl venticinque anni fa. Conosciamo la catena di cause che hanno trasformato una serie di eventi in una catastrofe. Ma cosa ci ha insegnato Chernobyl? Che le
catastrofi tecnologiche sono quasi sempre spiegabili a posteriori, ma contengono un margine di imprevedibilità a priori. Che anche nei sistemi ritenuti più avanzati può esserci un difetto di progettazione.
Che gli incidenti sono il frutto quasi sempre di una serie di concause e quasi mai di una causa unica.
Che la glasnost, la trasparenza assoluta, è la migliore prevenzione e, nel medesimo tempo, la migliore gestione possibile anche dell’emergenza, a incidente ormai avvenuto.
Nell’ultimo anno si sono verificate due catastrofi di natura tecnologica in due paesi con tecnologia la più avanzata – alla Deepwater Horizon il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico, Stati Uniti, e a Fukushima in Giappone lo scorso 11 marzo – in cui tutti questi difetti si sono riprodotti come se Chernobyl nulla avesse insegnato. La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon e la centrale di Fukushima Daiichi con ogni evidenza hanno dimostrato di essere state mal progettate.
O almeno non progettate per resistere alle condizioni in cui si sono venute concretamente a trovare. In entrambi i casi errori umani si sono sommati a cause oggettive. In entrambi i casi c’è stata una così marcata mancanza di glasnost, da impedire la migliore gestione dell’emergenza e da impedire anche ai governi di sapere tutto intempo reale. Tanto che sia il presidente degli Stati Uniti sia il premier giapponese se ne sono pubblicamente lamentati. A riprova che di Chernobyl ormai sappiamo tutto. Ma che Chernobyl nulla ci ha insegnato.

L’Unità 24.04.11

"La ferita di Milano", di Miguel Gotor

Non accenna a placarsi nel Pdl lo scontro sui manifesti che hanno equiparato i magistrati ai brigatisti. Ed è normale che sia così perché esso è rivelatore di tensioni più profonde a livello nazionale che, inevitabilmente, si riverberano anche su Milano, ieri culla del berlusconismo, oggi avamposto irrinunciabile per continuare a resistere al potere.
Dopo il severo monito del presidente della Repubblica, pesa come un macigno il silenzio del presidente del Consiglio sull´argomento. Senza contare che Lassini, l´autore dei manifesti, ha lasciato trapelare la notizia di avere ricevuto una telefonata di solidarietà da Berlusconi.
La Moratti ha dichiarato che il caso è chiuso, ma ha sottovalutato come, proprio all´interno del suo schieramento, ci sia chi continua a soffiare sul fuoco. Dentro il partito, infatti, agisce una fronda che vorrebbe eleggere comunque in Consiglio comunale il candidato promotore dei manifesti contro la Procura di Milano. Ciò avviene perché costoro sanno bene di poter contare sul consenso del premier, sull´attiva mobilitazione del giornale di sua proprietà e sull´azione della trimurti “Sallusti-Santanchè-Stracquadanio” che vorrebbe trasformare la candidatura di Lassini in una bandiera da sventolare contro la magistratura ambrosiana. In effetti, la vicenda resterà come una ferita aperta per l´intera campagna elettorale perché quello non è stato l´atto estemporaneo di uno sconsiderato, bensì la rappresentativa presa di posizione in favore di Berlusconi di un pezzo corposo del partito, che ha voluto dichiarare di essere disposto a seguirlo sulla strada della radicalizzazione dello scontro, secondo modalità di propaganda e di lotta che proprio a Milano erano appartenute negli anni Settanta alla cosiddetta «maggioranza silenziosa», un movimento moderato ampiamente infiltrato dalla destra radicale e da esponenti piduisti.
Il contrasto tra Moratti e Lassini è effettivo, e mostra il prevalere della parte più intransigente e oltranzista del Pdl, tanto che persino la Lega è costretta, per una volta, a dare prova di moderazione. Tuttavia, non bisogna dimenticare che l´ala istituzionale-moderata e quella movimentista-estremista costituiscono le due facce di una stessa medaglia, forgiata sull´impronta politica della matrice berlusconiana. Questo il Cavaliere lo sa bene e perciò sfodera le armi di sempre per portare l´avversario a combattere sul terreno a lui più favorevole. Anzitutto, personalizza la battaglia contro i giudici, spostando la competizione dal livello locale delle amministrative a una dimensione nazionale in cui si parla di magistratura e non di lavoro, di riforma della Costituzione e non di crisi economica. In secondo luogo drammatizza il conflitto rifiutandosi di sconfessare Lassini perché sa che la pancia populista del suo elettorato va mobilitata offrendo in pasto offese ai magistrati e forzature istituzionali in grado di spezzare l´equilibrio tra i poteri. L´idea di fondo è quella di alzare sempre più l´asticella dello scontro per non parlare degli effettivi problemi della città e consentire ai cittadini milanesi di esprimere un giudizio su come Moratti l´ha governata in questi anni. Berlusconi, infine, vittimizza la sua posizione indossando i panni seducenti del perseguitato giudiziario capace di resistere a un potere vessatorio e iniquo che, prima o poi, potrebbe colpire ingiustamente chiunque. Per questa ragione ha scelto addirittura di candidarsi come capolista.
Il premier si comporta così poiché teme di perdere Milano, un´eventualità che non può permettersi nelle condizioni di stallo in cui si trova. Se ciò avvenisse, il governo subirebbe gravi contraccolpi da parte della Lega, che non a caso, già da ora, sta facendo di tutto per smarcarsi a livello milanese dalla vicenda dei manifesti, auspicando di ricondurre la battaglia per le comunali alla sola dimensione territoriale. Dopo la vittoria parlamentare di Berlusconi del 14 dicembre 2010 si è purtroppo verificata l´ipotesi peggiore per il paese: un esecutivo che non è in grado di governare ed è perciò indotto a radicalizzare le proprie posizioni intorno alle battaglie personali del premier, acconciandosi al suo sovversivismo dall´alto che tende a coinvolgere nella bagarre anche le istituzioni di garanzia come la Consulta o il Quirinale. L´attuale stallo amplifica il vulnus costitutivo del berlusconismo, l´utilizzo privatistico delle istituzioni accompagnato dall´insofferenza verso il bilanciamento dei poteri, il sale di ogni democrazia. In questo contesto anche le posizioni terziste non costituiscono più un fattore di moderazione e di contenimento, ma finiscono per eccitare vieppiù il Cavaliere e il fronte oltranzista dei suoi seguaci che temono la sconfitta e preferiscono polarizzare lo scontro indicendo l´ennesimo referendum sulla sua persona.
Per tali motivi le tensioni di questi giorni sono significative e la battaglia di Milano è importante anche a livello italiano: per Berlusconi significa difendere con le unghie e con i denti la roccaforte del proprio potere economico e simbolico sperando che il vento ricominci a soffiare a favore; per le opposizioni vuol dire cogliere l´occasione per misurare l´intensità e la durata del tramonto del Cavaliere, proprio là dove è incominciata la sua avventura, sotto le insegne del Biscione, lo stemma che fu quello dei Visconti, anche loro divenuti da capitani di ventura – per qualche tempo – signori di Milano.

La Repubblica 24.04.11

"Precarità: cambiare si può ripartendo da Prodi", di Cesare Damiano

Le cifre sono impressionanti: oltre 7 milioni di giovani vivono nella precarietà lavorativa. Eppure basterebbe riprendere l’eredità lasciata dal governo di centro-sinistra. I dati sono noti, ma vale la pena ricordarli. Oggi, oltre 7 milioni di giovani hanno un rapporto di lavoro precario o altamente incerto. Basta fare due conti: un milione e 400mila lavoratori atipici (collaboratori a progetto e occasionali), due milioni e mezzo di contratti a termine e in somministrazione, 400mila false partite Iva, tre milioni di partite Iva individuali e professionisti senza tutele. Più 70mila vincitori di concorso che attendono di essere assunti. Totale: 7 milioni 370mila, una massa imponente. Intanto la disoccupazione giovanile si mantiene attorno al 29 per cento, mentre i rapporti di lavoro a tempo indeterminato diminuiscono e i contratti a termine aumentano.
Nel biennio 2009-2010 oltre il 76 per cento delle assunzioni è stata fatta a tempo determinato. I contratti di lavoro standard sono stati solo il 20,8 per cento.
Su quattro neoassunti tre sono precari. Investire sui giovani significa investire sul futuro. Invece quella che si sta costruendo è una società precaria, che cancella il futuro. Una prospettiva drammatica. Eppure il governo Berlusconi se ne lava le mani.
Quando non è intervenuto per apportare peggioramenti (è il caso del «Collegato Lavoro») è stato totalmente assente. Nessuna politica per l’occupazione. Nessun provvedimento di sostegno. Nessuna prospettiva di stabilizzazione. E tagli drastici nella scuola e nella pubblica amministrazione. Anche sul fronte dell’occupabilità – a parole cara alla destra – sono stati assunti provvedimenti raffazzonati e controproducenti. Le scelte sulla formazione scolastica, la «riforma» dell’università, la ristrutturazione dell’istruzione professionale ne sono la dimostrazione.
Intervenire in modo virtuoso, invece, si deve. Esi può. Rilanciando, per cominciare, l’eredità lasciata dal secondo governo Prodi. Il lavoro avviato nel 2006-2007 è stato interrotto, diversi provvedimenti assunti allora con il protocollo sul Welfare sono stanti cancellati e altri sono scivolati nel dimenticatoio, ma la strada è quella. Occorre che il centrosinistra
riaffermi la volontà dimuoversi nella direzione intrapresa.
Il governo Prodi aveva anzitutto previsto misure a sostegno del reddito, tra un contratto e l’altro, a favore dei lavoratori a termine. Perciò erano stati creati fondi (150 milioni nel triennio 2008-2010) per consentire l’accesso al credito dei parasubordinati rimasti senza impiego. Altri fondi (di microcredito) erano stati istituiti per incentivare le attività innovative e altri ancora erano stati previsti a sostegno dell’apertura di attività autonome da parte di giovani lavoratori.
Anche in materia previdenziale il centrosinistra aveva individuato interventi a favore dei giovani costretti a carriere discontinue. Primo atto, la copertura figurativa piena – commisurata alla retribuzione percepita – per consentire ai dipendenti con contratti a termine di colmare i vuoti contributivi ed aumentare così le prestazioni pensionistiche future. In questa logica era stata individuata anche una corsia privilegiata per la totalizzazione di tutti i periodi contributivi (portando la franchigia da 6 anni a 3 anni) attraverso un meccanismo di utilizzazione dei contributi stessi versati in qualsiasi fondo. Obiettivo, consentire la maturazione di un’unica pensione. Di particolare rilievo, poi, la norma per rendere conveniente il riscatto della laurea. A questo fine è stata stabilita tanto la totale computabilità dei periodi riscattati ai fini del raggiungimento dei requisiti pensionistici quanto la possibilità di chiedere il riscatto ancor prima di iniziare l’attività lavorativa mediante il pagamento di un contributo dilazionabile, senza interessi, fino a dieci anni. Per rafforzare la posizione pensionistica dei giovani parasubordinati era stato inoltre deciso un aumento graduale dell’aliquota contributiva. Il tutto accanto al rafforzamento e all’espansione della previdenza complementare. L’obiettivo era garantire, a termine carriera, una pensione pari al 60 per cento della retribuzione (contro il 40 per cento precedente). Per consolidare questa prospettiva servono però azioni conseguenti e costanti da parte di tutti i governi che si succederanno. Il rischio, altrimenti, è di avere intere generazioni di pensionati al limite della sussistenza.
Sul fronte del mercato del lavoro e dell’occupazione il centrosinistra si è mosso lungo la strada della stabilizzazione. Sono note le regolarizzazioni avvenute nei call center. Nella pubblica amministrazione sono stati stabilizzati migliaia di insegnanti e di impiegati assunti con contratti a termine. Non solo. Con l’introduzione del credito d’imposta e la riduzione del cuneo fiscale il governo Prodi ha anche introdotto uno «sconto» sul costo del lavoro, purché fosse a tempo indeterminato, mentre sul fronte del mercato del lavoro, oltre alla lotta al lavoro nero – che ha portato all’emersione di centinaia
di migliaia di lavoratori soltanto nell’edilizia – si è intervenuti cancellando alcuni istituti particolarmente negativi introdotti dalla «Legge Biagi», quali lo staff leasing e il lavoro a chiamata (poi riesumati da Berlusconi). Il punto è qui. La destra, in questi anni, ha lavorato per smantellare quanto fatto dal centrosinistra a sostegno e a tutela del lavoro
A cominciare da quello giovanile. Per contrastare questa deriva il Partito democratico ha presentato diverse proposte di legge. Ultima in ordine di tempo quella sulla riforma degli stage e del praticantato.
Complice la crisi, i tirocini formativi sono spesso diventati una sorta di «scorciatoia» per utilizzare manodopera a basso costo. Una pratica intollerabile che il Pd mira a frenare inserendo tutele precise per gli stagisti e perseguendo gli abusi. Oltre a scendere di nuovo in campo per la cancellazione dello staff leasing e la limitazione del lavoro a chiamata, per favorire la conversione dei contratti di collaborazione
in rapporti di lavoro subordinati, i democratici hanno poi presentato una proposta di legge che prevede la prosecuzione degli incentivi per le imprese che hanno aderito ai programmi di stabilizzazione del proprio
personale. Con la consapevolezza che per frenare l’espansione delle forme di lavoro atipiche, sin qui favorite da Berlusconi, si deve anche far sì che, a differenza di quanto avviene oggi, il lavoratore assunto con contratti precari costi all’impresa più del lavoratore a tempo indeterminato.
Anche sul piano della formazione il Pd chiede che si agisca con chiarezza di obiettivi: la confusione sin qui mostrata dal governo è stupefacente. E chiarezza serve pure sul fronte del welfare. L’ammontare delle future pensioni dipenderà sempre di più dalla previdenza complementare. Il sistema attuale finisce però per scaricare sul singolo una parte preponderante del rischio. Ciò può esporre soprattutto i lavoratori più giovani a pericoli eccessivi. Il Pd ha presentato una proposta di legge finalizzata a individuare le soluzioni in grado di evitaresovraesposizioni di rischio e fornire le
maggiori garanzie possibili per coloro che
scelgono i fondi pensione.
C’è infine un fronte, finora trascurato dal
governo, che va riaperto. Quello che punta
alla tutela e alla promozione del lavoro autonomo.
Obiettivo, valorizzare il fattore lavoro
rispetto al capitale garantendo l’accesso
al credito, semplificando le procedure, e sviluppando
forme di previdenza e di assistenza
integrative, anche in forme mutualistiche.
Mentre si devono trovare forme per il
sostegno delle iniziative imprenditoriali di
quei lavoratori più esposti al rischio disoccupazione.
Senza un’inversione di rotta nella
politica economica del governo sarà impossibile
uscire dalla crisi. E, soprattutto per i
giovani, sarà notte fonda. Rivalutare ciò
che ha fatto il governo Prodi è il primo passo.
Proiettarlo nel futuro attraverso una rinnovata
azione politica e parlamentare, è
quello successivo.

L’Unità 23.04.11

"Macelleria costituzionale", di Massimo Giannini

La campagna di de-strutturazione della Costituzione non conosce tregua. Gli operosi “picconatori” del Pdl assestano colpi quotidiani alle fondamenta della “casa comune” costruita nel ´48. Vignali e Sardelli, Ceroni e Alfano, La Russa e Tremonti: è una rincorsa dissennata a sfasciare gli istituti e svalorizzare i principi che unirono i padri costituenti.
La sub-cultura della destra berlusconiana sta snaturando le basi della civiltà repubblicana.
In questa manovra di decomposizione sistemica, quello che colpisce non è la frequenza, quanto l´incoerenza. Quello che atterrisce non è la volontà di “mettere mano” alla Costituzione per un´esigenza politica collettiva (quella del popolo italiano), quanto l´irresponsabilità di “manomettere” le sue regole in funzione di una biografia politica individuale (quella di Silvio Berlusconi). Rivedere e aggiornare la Carta è legittimo. Quello che spaventa, nelle modifiche estemporanee sfornate dalla coalizione forzaleghista, è la totale assenza di un quadro d´insieme, di un impianto di norme coordinate e coerenti, e soprattutto destinate a durare nel tempo. Un´unica “ratio” guida le proposte di pseudo-riforma della maggioranza: saldare qualche conto sospeso, consumare qualche vendetta postuma. Cioè piegare anche la Costituzione (e non più solo la legge ordinaria) ai bisogni attuali e potenziali del Cavaliere. Siamo alla “personalizzazione” della Costituzione. Per valutarne i danni, basta ripercorrerne le tappe.

La “Grande Riforma” del 2005
La perversa “filosofia” del berlusconismo costituzionale si evince dalle origini. La legge 269 viene approvata il 18 novembre 2005: già quella è un Frankenstein giuridico, che contiene tutto e il suo contrario. Oltre alla devolution, alla riduzione del numero dei parlamentari e alla fine del bicameralismo perfetto, la “riforma” introduce un anomalo “premierato forte”, sconosciuto alle democrazie occidentali. Il Primo Ministro può revocare i ministri e sciogliere direttamente la Camera, sottraendo questa prerogativa al presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato diventa meno che un notaio: nomina Primo Ministro chi risulta candidato dalla maggioranza uscita dalle elezioni, senza più la libertà di scelta contemplata dall´articolo 92. Il senso dell´operazione, in quel momento, è chiarissimo: Berlusconi si prepara alle nuove elezioni del 2006, non può ancora puntare al Quirinale. Per questo, con una “revisione ad personam” della Carta, depotenzia il ruolo del presidente della Repubblica, rafforzando quello del premier. Ma gli va male. Il 25 giugno 2006, al referendum, gli italiani bocciano la legge: il “pacchetto” si rivela un “pacco”.
La “Riforma epocale
della Giustizia”
Dopo il trionfo elettorale del 13 aprile 2008, il Cavaliere accantona momentaneamente le velleità presidenzialiste. La priorità diventa la giustizia. Il 10 marzo 2011 il Guardasigilli Alfano presenta la sua “riforma epocale”. In realtà, un pasticcio totale: l´unica logica che lo tiene insieme è la “punizione” dei magistrati. C´è la separazione delle carriere, c´è la scissione del Csm, c´è la sottomissione del potere giudiziario al potere legislativo, persino nell´esercizio dell´azione penale: “L´ufficio del pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge”. Il giudice e il pm dispongono della polizia giudiziaria “secondo le modalità stabilite dalla legge”, e al ministro della Giustizia spettano “la funzione ispettiva, l´organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. L´obiettivo è palese: non c´è alcuna intenzione di migliorare l´efficienza della macchina giudiziaria, nell´interesse dei cittadini. C´è solo l´urgenza del potere politico di mettere sotto controllo il potere giudiziario, nell´interesse di Berlusconi.

La “Riforma storica”
dell´articolo 41
Nel patchwork costituzionale della destra c´è spazio anche per l´economia. Il 9 febbraio il ministro Tremonti presenta il disegno di legge di riforma dell´articolo 41. “L´attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Non può svolgersi in contrasto con l´utilità sociale, con gli altri principi fondamentali della Costituzione o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Una “riforma storica”, la definisce dopo il varo un entusiasta ministro Sacconi. Piuttosto, una riforma “strabica”: da una parte si professa il liberismo, dall´altra si pratica il colbertismo. Ci ha pensato il presidente emerito della Consulta Ugo De Siervo, a spiegare in un´intervista al “Sole 24 Ore” che “il governo vuole cambiare l´articolo 41, senza rendersi conto che la legge sul salvataggio dell´Alitalia è stata salvata proprio grazie all´articolo 41: abbiamo salvato una legge del governo in base a una norma che il governo considera sentina di tutti i mali”. Un bel cortocircuito: da Popolo delle false libertà.

La riforma dell´articolo 1
Siamo all´attualità di questi giorni. All´apice dell´aggressione del premier contro il “brigatismo giudiziario” dei pm e i manifesti vergognosi di Lassini sulle “Br in procura”, il pidiellino Remigio Ceroni presenta il 20 aprile un ddl che riscrive l´articolo 1 della Carta: “L´Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento, quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale”. Dunque, dopo anni di prediche presidenzialiste, la destra berlusconiana si lascia folgorare dalla “centralità del Parlamento”. Un Parlamento per mesi umiliato dal Cavaliere. Con i fatti. Gli ha imposto già 31 voti di fiducia. Con le parole. Il 26 marzo 2009 dice ad Acerra: “Il voto in Parlamento dovrebbe essere consentito solo ai capigruppo… gli altri se ne stanno lì a perdere tempo, con due dita, a votare emendamenti di cui non sanno nulla…”. Il 28 febbraio scorso rincara la dose in Confcommercio: “Quando il governo presenta una legge, questa deve passare al vaglio di tutto l´enorme staff del Capo dello Stato… Se una legge non gli piace, deve tornare in Parlamento, e lì lavorano solo in 50 o 60, tutti gli altri perdono tempo…”. Un Parlamento che ora viene invece “elevato”: diventa fonte suprema della sovranità del premier, che se ne serve per eludere il principio di legalità. L´antinomia costituzionale è stridente: l´assemblea degli eletti del popolo, strumentalmente “riabilitata” dopo accuse devastanti e pratiche frustranti, deve consegnare al presidente del Consiglio, ora e per sempre, un potere gerarchicamente sovraordinato a tutti gli altri, dal Capo dello Stato alla Consulta. Una rivalutazione del parlamentarismo, a scapito del presidenzialismo? Niente affatto. Un banale delirio costituzionale, tagliato ancora una volta a misura del Sovrano.

La “sfiducia” di Sardelli
e il presidenzialismo di La Russa
Al rovinoso “picconamento” del sistema non poteva mancare il contributo dei cosiddetti “Responsabili”. Luciano Sardelli, capogruppo della tribù scilipotiana alla Camera, presenta venerdì scorso la sua riforma costituzionale. Vuole cambiare l´articolo 94, e introdurre la cosiddetta “sfiducia costruttiva”. Un solo articolo prevede che il presidente del Consiglio possa cessare dalla carica se il Parlamento in seduta comune approva “una mozione di sfiducia motivata, contenente l´indicazione del successore, con votazione per appello nominale a maggioranza dei suoi componenti”. Dunque, contrordine: niente chiacchiere parlamentariste, riemergono i rigurgiti da premierato forte. O addirittura da presidenzialismo, come si evince dalla sortita di due giorni fa del ministro La Russa su “Affaritaliani.it”: “Le forme di governo e quelle costituzionali non cambiano con le mode – dice il responsabile della Difesa – e quindi il presidenzialismo rimane sicuramente la forma migliore”. Ma sul modello di presidenzialismo da adottare, il luogotenente del Pdl ha le idee chiare: “All´italiana”, risponde. Appunto: Costituzione “a la carte”, secondo convenienza del momento.

La riforma dell´articolo 136 e il declassamento della Consulta
L´ultima trovata è di Raffaello Vignali, che usa i padri costituenti per giustificare la sua nefandezza. Il deputato pidiellino presenta un ddl di modifica dell´articolo 136, che limita l´intervento della Consulta ad una funzione “meramente dichiarativa” dell´illegittimità costituzionale delle leggi. Se bocciate dalla Corte, cioè, queste non saranno più abrogate, ma dovranno tornare in Parlamento per le eventuali modifiche del governo. Spiega Vignali, con sprezzo del ridicolo: “Ci troviamo in presenza di una Corte costituzionale che potrebbe realizzare quella eccessiva ingerenza politica del giudice temuta dai costituenti”. Tradotto in volgare: il Pdl vuole declassare la Consulta, perché non può più rischiare che gli vengano respinti i Lodi Schifani-Alfano o le leggi sulle prescrizioni brevi e i processi lunghi. Del resto il Cavaliere non ripete da anni che la Corte è “un covo di comunisti”?

Questo accade, dunque, nella “macelleria costituzionale” berlusconiana. Dov´è il disegno complessivo che questa destra persegue sulla Repubblica, sulle sue istituzioni, sulla sua forma di governo? Non esiste. Esiste solo il calcio nei denti, il ribellismo costituzionale. Oggi più che mai vale la lezione di Piero Calamandrei: “E´ un errore formulare gli articoli della Costituzione con lo sguardo fisso agli eventi vicini, alle amarezze, agli urti, alle preoccupazioni elettorali dell´immediato… La Costituzione non deve essere miope, ma presbite: deve vedere lontano…”. Esattamente quello che non può e non sa fare Berlusconi. Così lo Stato di diritto si sta trasformando in Stato d´assedio.

La Repubblica 24.04.11

"Italiani, il 40%vuole elezioni anticipate Ma uno su due non sa se voterà e per chi", di Renato Mannheimer

La situazione politica appare sempre più ambigua e incerta, caratterizzata da fratture sia all’interno della maggioranza, sia nelle forze di opposizione. La conseguenza più evidente di questo stato di cose è l’ulteriore accentuarsi del distacco e della disaffezione dalla politica, della crescente incertezza dei cittadini sugli orientamenti da assumere di fronte alle varie questioni e, ciò che è ancora più significativo, dell’indecisione sulla preferenza verso questo o quel partito. Si allarga infatti enormemente il numero di dubbiosi su cosa votare in caso di elezioni e, al tempo stesso, la quantità di chi richiede le consultazioni anticipate. Uno dei motivi principali dell’insoddisfazione sta nella percezione diffusa di troppo scarsa attività e produttività dell’esecutivo: molti lo accusano di non avere rispettato le promesse avanzate a suo tempo, durante la campagna elettorale, e dubitano della possibilità che queste vengano rispettate di qui alla fine della legislatura. Anche nel corso dell’ultima settimana, sono stati numerosi gli episodi che, secondo diversi osservatori, hanno visto focalizzarsi il dibattito politico al di fuori della — se non in antitesi alla— applicazione del programma di governo, «distraendo» così l’esecutivo dai suoi compiti istituzionali. Dopo le riprovevoli baruffe sul «processo breve» , si è assistito al subitaneo rinvio dei progetti sulla ripresa della produzione dell’energia nucleare (volto più che altro a scongiurare il raggiungimento del quorum al referendum, considerando anche il fatto che, ormai, più dell’ 80%della popolazione si pronuncia contro questa forma di energia), alla proposta di modifica dell’articolo 1 della Costituzione (la quale, però, è considerata ancora valida ed attuale dalla maggioranza dei cittadini, anche se una porzione consistente— quasi il 40%— la giudica «datata» ), sino alle recentissime discussioni interne al governo sulla figura di Tremonti (molto stimato, tuttavia, dall’elettorato, con un indice di fiducia — 44%— decisamente superiore a quello di Berlusconi). Nel loro insieme, questi episodi e queste tensioni hanno ancor più contribuito, come si è detto, alla disillusione dei cittadini. Tanto che, oggi, quasi metà dichiara di non saper scegliere chi votare o di essere tentato dall’astensione se fossero indette nuove elezioni. Questa percentuale ha subito una crescita intensa da diverso tempo e, in particolare, negli ultimi mesi, connotati dalla sempre maggiore confusione del quadro politico. Era il 36,8%a febbraio, il 47,5%a marzo sino al 48,4%di oggi, con un allargamento specialmente di quanti non sanno o non vogliono indicare una preferenza tra le diverse forze politiche in campo. Colpisce il fatto che siano più indecise specialmente le donne (in parte orfane del particolare consenso manifestato in passato per Berlusconi) e i giovani, che più di altri— esaurito ormai da tempo il potere trainante e «semplificatore» delle ideologie tradizionali — stentano a comprendere le logiche (se mai esistono) del confronto politico in atto. Nonostante l’accrescersi dell’indecisione — o forse proprio per questo — le elezioni anticipate vengono sempre più viste come la via di uscita più opportuna (o, semplicemente, più praticabile) dalla situazione attuale. Oggi quasi il 40 per cento chiede nuove consultazioni, a fronte del 35%a marzo e 30%a febbraio. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un trend di veloce crescita, comprovato altresì dal fatto che diminuisce al tempo stesso la quota di chi dichiara di desiderare invece la prosecuzione dell’attività del governo attuale. La richiesta di nuove elezioni proviene però in misura assai differenziata dall’elettorato delle diverse forze politiche. È decisamente più presente nei partiti di opposizione, specie tra i votanti del Pd (ove raggiunge il 63%, con un forte incremento rispetto a febbraio scorso, quando era il 53%), ma anche tra quelli dell’Idv (55%) e, sia pure in misura minore, tra gli elettori dell’Udc (44%, con un vistoso aumento rispetto a un mese fa, quando era il 29). Essa è viceversa quasi assente (5%) tra i votanti per il Pdl, segno della persistente fedeltà di questi ultimi all’esecutivo: il 76%(ma a febbraio era L 82%) di costoro opta ancora oggi per la prosecuzione del governo attuale e un altro 10%propone un altro governo, con a capo sempre Berlusconi. La situazione della Lega è un po’ diversa. Anche se minoritaria, qui la quota di chi chiede nuove elezioni è assai più consistente (20%), mentre quella di chi auspica il mantenimento dell’esecutivo in carica costituisce la maggioranza relativa, ma in misura assai più contenuta (40%). Certamente consapevole di questo stato di cose, il governo ha annunciato una decisa reazione, consistente nel prossimo varo di molte delle riforme annunciate in campagna elettorale e, in particolare di un incisivo «piano crescita» promosso dal ministro Tremonti. Vedremo nelle prossime settimane se questa rinnovata iniziativa — ammesso che si attui davvero— riuscirà ad attirare e/o a riconsolidare il consenso popolare, tamponando così il trend di forte criticità sempre più diffuso oggi nell’elettorato.

Il Corriere della Sera 24.04.11