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Camusso: "Grande mobilitazione contro la trovata del decreto-imbroglio", di Roberto Mania

La leader Cgil attacca: il provvedimento potrebbe non essere convertito e servire solo a far saltare la consultazione.L´acqua, come la scuola e la sanità è un bene primario, di cui si può parlare solo in termini pubblici. «Serve una mobilitazione della politica e della società civile per impedire il decreto-imbroglio che sta preparando il governo con l´obiettivo di far saltare il referendum sull´acqua. Bisogna dire all´esecutivo che un´operazione di questo tipo non si può fare». È la proposta di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che ha messo la sua firma per la richiesta del referendum contro la privatizzazione del servizio idrico. In sintonia con il Comitato promotore pensa che l´acqua sia ancora un «bene primario» e che per questo, come la scuola e la sanità, non se ne possa parlare se non in termini «pubblici». Di «benessere della collettività», dice.
Perché parla di “decreto-imbroglio”? Anche nel passato i governi sono intervenuti con leggi per evitare i referendum.
«Sì, ma mai l´hanno fatto per decreto».
Vuol dire che mancano i requisiti di necessità e urgenza?
«Non solo. C´è di più. Credo che ci sia un problema giuridico non secondario. Ed è qui l´imbroglio: il decreto potrebbe ben non essere convertito in legge e dunque servire esclusivamente a impedire lo svolgimento del referendum. Un imbroglio, appunto».
Il suo è un processo alle intenzioni. È difficile che il governo possa confermare la sua interpretazione. In ogni caso: pensa che il Presidente Napolitano non dovrebbe firmare l´eventuale decreto?
«Non ho alcuna intenzione di tirare per la giacca il Presidente, lo fanno già in molti in un Paese che è in perenne conflitto istituzionale. Però possono entrare in campo la politica e la società civile. Serve una mobilitazione, appunto, di tutti coloro – dai sindaci ai comitati locali – che hanno raccolto le firme per il referendum».
Il governo ha annunciato che intende istituire un´Authority per sorvegliare il mercato dell´acqua. Non sarebbe una garanzia per gli utenti? La privatizzazione sarebbe regolata. È lo stesso modello realizzato nel gas e nell´energia.
«Qui non stiamo parlando di automobili per le quali, non ho dubbi, che debba essere il mercato il campo di gioco. L´acqua è un´altra cosa. L´acqua è come la scuola o la sanità: non si può che parlarne in termini pubblici. Qui bisogna pensare in termini di benessere della collettività, non di guadagni, di profitti o di affari di qualcuno. L´acqua è un bene prezioso ed è per questo che ha senso fare una grande battaglia».
Comunque è l´Europa che ha fissato le regole del gioco. In Francia, per esempio, c´è un modello privatistico del servizio di distribuzione dell´acqua.
«Sì, è vero in Francia è così. Ma ci sono battaglie che si possono fare anche per determinare un cambiamento in Europa».
Chi è a favore della privatizzazione sostiene che l´ingresso della logica di mercato aumenterebbe l´efficienza del servizio, riducendo gli sprechi, le perdite d´acqua lungo i tubi, e probabilmente finirebbe anche per abbassare i costi. Cosa risponde?
«Che questa contrapposizione tra pubblico e privato mi pare fuori luogo. Ci sono gestioni private che hanno migliorato l´efficienza e altre che fanno inorridire. Quello dell´acqua non solo è – come ho detto – un settore pubblico per definizione, ma richiede pure un significativo sforzo dal punto di vista degli investimenti. E io devo ancora vederli i privati che entrano in un business e pensano prima agli investimenti e dopo al loro profitto. Mi pare che le sirene secondo cui con i privati i servizi migliorano abbiano smesso di suonare. Insomma, l´argomento non funziona più e d´altra parte in giro si vedono tanti monopoli e poca concorrenza».
La Confindustria ha fatto da sponda, per quanto dietro le quinte, all´azione del governo per bloccare prima il referendum sul nucleare e ora quello sull´acqua. Cosa pensa della posizione degli industriali?
«Mi pare un´operazione molto miope, contraddittoria rispetto agli interessi stessi delle imprese ma anche la logica conseguenza di chi ha cancellato dal proprio vocabolario la parola “pubblico”. Non mi pare proprio che si possa pensare di aver risolto i problemi mettendo, o provando a mettere, i referendum nel cassetto. Questo è un Paese che ha bisogno di un piano energetico, così come di investimenti nella distribuzione dell´acqua. Questo è un Paese che ha bisogno di scelte, non di nascondere i problemi, pensando di chiudere così le partite».
Perché la Cgil è molto impegnata in questa battaglia a difesa dell´acqua pubblica?
«Perché è un tema che attraversa da tempo tutta la nostra organizzazione. Noi non pensiamo agli acquedotti di quartiere, pensiamo a integrazioni e fusioni tra le municipalizzate. Noi pensiamo che il pubblico possa essere efficiente o, come dicono, anche efficientato».

La Repubblica 24.04.11

"Le bugie sui conti dell'Italia", di Bill Emmott

E’ normale aspettarsi dai politici mezze verità quando non addirittura bugie: in questo l’Italia non è unica, anche se resta un’eccezione la capacità del suoi leader di dire qualcosa un giorno per negarlo il giorno dopo, nella peraltro giustificata convinzione che le loro parole verranno comunque rapidamente dimenticate. Ma non mi aspettavo che questo fenomeno riguardasse anche l’economia, campo dove è facile verificare come stanno davvero le cose. Eppure, andando in giro per l’Italia, mi sono accorto che dichiarazioni false sull’economia nazionale vengono prodotte ogni giorno non solo dai politici, ma anche da banchieri, imprenditori e perfino esponenti del governo.

E’ vero che alcune di queste dichiarazioni potrebbero venire catalogate più come opinioni che come constatazioni dei fatti, in quanto l’economia possiede aspetti soggettivi e spesso il dibattito riguarda un futuro imprevedibile sul quale non si dispone di certezze. Eppure mi sembra che ci sia qualcosa di più, visto che il ricorso a dichiarazioni false, anche sul presente e sul passato, resta così diffuso. Così ho prodotto una teoria: si tratta di una forma di auto-illusione nazionale, nel tentativo di sfuggire alla dolorosa realtà.

Permettetemi di spiegarla. Il primo mito che ho sentito decine di volte ripetere agli imprenditori è che l’Italia è nell’ottima posizione della seconda «economia d’esportazione» d’Europa, dopo la Germania.

L’ultima volta l’ho sentito il 3 marzo, quando il Sole – 24 Ore ha organizzato un dibattito con me e Marco Fortis della Fondazione Edison sull’economia italiana, e nella loro introduzione all’articolo in merito i giornalisti del quotidiano economico hanno scritto: «Le esportazioni, invece, viaggiano a ritmo sostenuto, seconde soltanto a quelle della Germania». Ciò nonostante il fatto che durante il dibattito io e Fortis ne abbiamo parlato e abbiamo convenuto che non era vero.

L’idea è bella, ma purtroppo le esportazioni annue dell’Italia la collocano non al secondo, bensì al quarto posto nell’Ue, con il sorpasso della Francia e dei Paesi Bassi. Se poi, come si dovrebbe fare se si misurano le entrate reali dalle esportazioni, si includono nel calcolo anche i servizi, l’Italia scende al quinto posto, battuta anche dal Regno Unito. Si potrebbe anche ammettere che nel caso dei Paesi Bassi alcune esportazioni sono in realtà re-esportazioni in quanto si tratta di prodotti trasportati su per il Reno e lavorati laggiù, ma anche con questa correzione l’Italia non riesce a riguadagnare il secondo posto.

Si potrebbe obiettare che sono soltanto dettagli statistici, che le esportazioni italiane restano forti e che i giornalisti del Sole si riferivano alla loro variazione di crescita piuttosto che al loro livello in termini assoluti. Questa affermazione è stata recentemente fatta nientemeno che da Antonio Vigni, presidente della terza banca italiana, Monte dei Paschi di Siena, in un’intervista («View from the Top», 15 aprile 2011) al Financial Times. In questo breve colloquio ha opportunamente ripetuto tre dei miei miti preferiti sull’economia italiana. Ha detto che la crisi economica ha «messo alla prova la forza del nostro sistema industriale», che stiamo assistendo a «un balzo del livello delle esportazioni e della ripresa», e che la situazione delle famiglie italiane è «positiva per l’economia» a causa del loro basso livello di indebitamento e alto tasso dei risparmi.

Non voglio prendermela con Vigni: ha solo ripetuto quello che dicono in tanti, anche se da un banchiere mi sarei aspettato che ogni tanto desse un’occhiata ai numeri. Per quanto riguarda la prima affermazione, che il sistema industriale italiano ha dimostrato la sua forza, basta andare a guardare l’ultimo Bollettino economico prodotto dalla Banca d’Italia, dove si dice che «la crescita del settore manifatturiero è stata meno robusta rispetto ai principali Paesi della zona dell’euro: rispetto al livello pre-crisi, nel febbraio 2011 la produzione industriale in Italia era scesa circa del 18%, contro il 9% in Francia e il 5% in Germania». Numeri che fanno apparire il «sistema industriale» italiano debole più che forte.

Ma tanto le esportazioni sono tornate a crescere, no? E’ vero che l’export di beni e servizi dall’Italia è aumentato nel 2010 dell’8,9%. Ma nello stesso periodo la Francia ha visto un aumento del 10,1%, il Belgio del 10,2% e la Germania del 14,1%. A essere onesti, Vigni ha dato questa risposta alla domanda se fosse possibile paragonare l’Italia al Portogallo, alla Grecia, all’Irlanda e alla Spagna, le economie della zona euro che non fanno dormire gli investitori. Diamo però un’occhiata ai tassi di crescita delle esportazioni portoghesi (8,7%) e spagnole (10,3%) del 2010, e la presunta potenza esportatrice dell’Italia non appare più così convincente. Senza poi menzionare il fatto che l’Italia nell’ultimo decennio ha avuto un deficit commerciale, in quanto importa più di quanto esporta.

Allora Vigni ha ragione ad affermare che le famiglie italiane sono un fattore positivo, con i loro debiti bassi e i risparmi cospicui? E anche quando dice che il sistema bancario italiano è più stabile di quello di molti altri Paesi europei? Entrambe queste affermazioni così diffuse sono vere, ma non contano molto. Potevano suonare rassicuranti durante la tempesta finanziaria del 2008-9, quando l’alto indebitamento delle famiglie, il basso tasso di risparmio o banche propense ad avventure internazionali erano fattori di rischio, minacciando la riduzione dei consumi o il collasso del sistema bancario. Ma oggi, la tempesta è passata.

Le famiglie italiane possiedono un patrimonio di ricchezza impressionante. Ma le loro spese di consumo non sono molto positive per l’economia, per la semplice ragione che le entrate in termini reali (tenendo conto dell’inflazione) e dopo il pagamento delle tasse sono scese per tre anni consecutivi, dal 2008 al 2010. Il consumo delle famiglie si è ridotto meno delle entrate nel 2008-9 e si è rianimato nel 2010, in quanto la gente ha deciso di mettere da parte meno di prima. Di fatto, il famigerato tasso di risparmio delle famiglie italiane (un autentico fattore di forza nel passato) sta scendendo dal 2002, e nel 2010 è stato – secondo i dati dell’Istat – inferiore sia a quello della Germania che a quello della Francia. L’abitudine a spendere i risparmi può mantenersi, ma in questo caso in breve tempo l’Italia non vanterà più un alto tasso di risparmio. E’ quello che è accaduto in Giappone negli ultimi 20 anni.

La questione della forza e del peso dei risparmi delle famiglie ci fa capire perché le illusioni sull’economia italiana sono così diffuse e radicate. Esse sono un modo per non vedere le debolezze, in questo caso il fatto che i redditi delle famiglie stanno scendendo e sono deboli ormai da più di un decennio. Questo è stato vero perfino nei periodi di riduzione del tasso di disoccupazione, in quanto era dovuto essenzialmente alla creazione di milioni di impieghi precari e a bassa retribuzione. Ora che la disoccupazione è tornata a crescere, e per ora non accenna a diminuire, la politica e l’opinione pubblica dovrebbero concentrarsi proprio su questa incapacità di creare posti di lavoro che producano un aumento del reddito delle famiglie.

Lasciamo in pace il signor Vigni, l’ho torturato abbastanza. La mia prossima vittima sarà un rappresentante molto importante del Tesoro, di cui non posso fare il nome in quanto le parole che sto per citare sono state pronunciate «off the record» a un seminario per giornalisti britannici tenutosi a Venezia in gennaio. La sua dichiarazione comunque è apparsa in un articolo sull’economia italiana nella rivista di cui sono stato direttore, The Economist, e naturalmente ha attratto la mia attenzione. Questo signore ha detto ai giornalisti che l’economia italiana dovrebbe venire calcolata come divisa nel Nord, che cresce del 3% l’anno, e il Sud che scende del 2% annuo, risultando nell’apparentemente debole tasso annuale dell’1%.

Questa dichiarazione è assurda comunque la si guardi, ma soprattutto è pericolosa e fuorviante. E’ assurda in termini matematici: in quanto il Sud ha un Pil minore, ci vorrebbe molto più di una riduzione del 2% annuo per neutralizzare su scala nazionale l’effetto della crescita del 3% del Nord. Ma è assurda anche in termini fattuali: nell’ultimo decennio, il Pil del Sud è sceso solo due volte: di poco nel 2003, e poi nel biennio 2008-9, quando comunque si è ridotto meno di quello del Nord. In nessun anno dell’ultimo decennio il Centro-Nord è cresciuto più del 2%.

Tutto questo non è per negare che il Sud resta un problema. La sua crescita economica dovrebbe in effetti essere più rapida di quella del Nord, in quanto ha un minore costo del lavoro e parte da una posizione più bassa. Ma il punto è un altro: questo funzionario molto importante del Tesoro ha usato questo falso per dire che non era richiesto alcun intervento nel cuore dell’economia italiana, il cui tasso di crescita e la ricchezza sono già a livelli tedeschi. In realtà questo si può affermare soltanto per alcune zone dell’Italia settentrionale, escludendo non solo il Sud, ma anche il Centro e pure diverse regioni del Nord. Metterla in questi termini equivale a dire che l’America sta andando bene perché Silicon Valley ha ricchezza e successo, o che l’economia britannica è sana perché Londra è una città ricca.

E’ un modo di distrarsi, intento ad auto-ingannarsi. Perfino il settore manifatturiero non sta andando bene quanto i corrispettivi in altri Paesi europei, ma concentrarsi solo su questo significa perdere di vista il quadro generale: che non vengono creati posti di lavoro, che la produttività non sale, così come non aumentano il reddito e gli standard di vita. Questa debolezza è evidente sia nel settore dei servizi che in quello manifatturiero. Diverse società incontrano troppi ostacoli per crescere, burocrazia, legislazione sul lavoro, accordi sindacali, tasse, privilegi di varie categorie, monopoli, istruzione mediocre e tanti altri.

Questi fattori rendono statisticamente falsa anche la fondamentale asserzione sull’Italia, che la sua forza maggiore sono i suoi imprenditori: il tasso di nascita di nuove imprese in Italia negli anni precedenti alla crisi è stato inferiore sia a quello della Francia che a quello della Germania. Ma decidere di rimuovere questi ostacoli, rischiando di infastidire quelli che ne beneficiano, sarebbe difficile, forse anche doloroso. Dunque, meglio attaccarsi alle illusioni di forza ed elasticità come virtù nazionali.

La Stampa 24.04.11

"Gay nella pubblicità? Per il governo è scandalo", di Francesco Merlo

L´Italia sta diventando il paese degli energumeni. Giovanardi si è scagliato contro l´Ikea bollando come anticostituzionale la pubblicità che “apre” alla famiglia gay.
Il ministro è l´energumeno che nelle sedi istituzionali “affida alla parola” la propria ferocia. Quello che per strada aggredisce e spranga gli omosessuali è l´energumeno che “dà luogo” alla propria ferocia. La violenza è la stessa, solo espressa in maniera diversa. Nei palazzi illuminati c´è l´energumeno che vomita pregiudizi, e nei vicoli bui c´è l´energumeno che aggredisce Paola Concia e la sua compagna Ricarda, insulta le lesbiche…
L´immagine di Ikea è lieve e gentile: due ragazzi di spalle, leggeri anche negli abiti, si tengono per mano. C´è qualcosa che in nessuna famiglia è garantita: l´amorevolezza, la dolcezza, i sentimenti forti e fragili della reciprocità e della solidarietà. Chi prova e mostra simili sensibilità di cuore sta dentro la Costituzione. E non solo dentro quella italiana, ma dentro quella sovranazionale e sovrareligiosa, che all´articolo uno dice: «Sta fuori dalla Costituzione chiunque si esprima e agisca contro la tenerezza e contro l´affetto».
Solo ai Giovanardi di botte e di governo possono venire in mente gli organi sessuali e la sodomia dinanzi all´affetto e alla tenerezza. A noi vengono in mente Gesù Cristo, san Francesco o, che so?, Achille e Patroclo, Eurialo e Niso, le coppie inossidabili di cui è piena l´umanità. E anche l´erotismo di due ragazzi che si tengono per mano, se proprio lo vogliamo trovare, è fatto di cose inafferrabili, è sempre indicibile. Solo ai fanatici vengono in mente il pene e la vagina, non la sostanza dell´amore familiare ma la forma degli organi riproduttivi. Ministro Giovanardi, da quale caverna viene fuori? Altro che cristianesimo! Altro che esegesi da costituzionalista! Queste sono ossessioni fisiche da malato.
Ed è identica anche la viltà dei Giovanardi di botte e di governo: come il ministro, protetto dal ruolo, conta sull´immunità, così il picchiatore, protetto dal buio o magari dalla folla, conta sull´impunità. Ed entrambi stanno dentro la fortezza del luogo comune, l´idea cioè che l´affetto e l´amore familiari siano solo di maschio e femmina. Perché è ovviamente vero che le famiglie sono, in maggioranza, eterosessuali, ma è l´esclusione che rende odiosi i Giovanardi. La famiglia eterosessuale è legittima ed è benedetta finché non esclude. L´anima delle famiglie è infatti comune, sia essa sotto la forma classica sia essa nelle forme nuove, allargate, pasticciate, ricostruite: famiglie “a tempo” e famiglie “per sempre”, etero o mono, fondate sul matrimonio o sulla convivenza, sui fiori d´arancio o sulla discrezione. Nel catalogo Ikea ci sono i bimbi neri di genitori bianchi, le unioni multietniche, le aggregazioni e le coppie di fatto: due donne che insieme montano le tende della camera da letto e due ragazzi che si tengono per mano nella normalità delle librerie Billy e degli armadi a muro Pax. Il divano Klippan è anticostituzionale? È come se noi decidessimo che gli uomini con i capelli biondi sono anticostituzionali. Dov´è l´eversione dei capelli biondi? E dov´è l´eversione degli affetti omosessuali?
E non fatevi ingannare da chi vi dirà, tutto compiaciuto, che in fondo Ikea voleva provocare proprio i Giovanardi, che puntava sul rovesciamento dei luoghi comuni, che voleva snidare i cretini utilizzandoli come inconsapevoli compari di marketing, che cercava gli utili idioti per fare pubblicità alla pubblicità. Non è cosi. Qui non ci sono palpeggiamenti, non c´è l´arte dell´eccesso alla Oliviero Toscani ma quella della normalità, e non c´è neppure la sguaiataggine oggi così diffusa. Questa è una pubblicità civile, il suo dominio è la misura. Il materiale prevalente di Ikea è il legno, la filosofia aziendale e la pubblicità puntano sull´essenzialità e sull´uguaglianza, “design democratico” lo chiamano, e forse è snob o forse è solo pubblicità scandinava, di civiltà placata e non aggressiva. Insomma non è una trovata. Semmai un aforisma francescano. E dunque, per dirla tutta, qui non si percorrono le frontiere del gusto, e il cretino non è la lepre stanata dal pubblicitario cacciatore, non è l´animale appeso alla sua cartucciera. No. Giovanardi è Giovanardi a prescindere.

La Repubblica 24.04.11

"Il ministro senza vergogna e senza portafoglio", di Marco Cattaneo*

Martedì, a Ballarò, il ministro Mariastella Gelmini ha vantato – di passaggio – l’approvazione del Piano Nazionale della Ricerca “che prevede un miliardo e quattrocento milioni di euro da spendere nei prossimi tre anni”. Il PNR 2011-2013, in effetti, era stato presentato il giorno prima, con due tavole rotonde dalla composizione almeno in parte imbarazzante. Al di là della presenza dei presidenti dei maggiori enti pubblici di ricerca (che dovrebbe essere un’ovvietà, ma non c’è da scommetterci), brillano per competenza l’introduzione di Maurizio Gasparri e la moderazione delle tavole rotonde, affidata a Bruno Vespa, capace di passare con la consueta eleganza dall’epigenomica alla comunicazione con l’Aldilà (per chi si fosse perso il tema della puntata di Porta a Porta di ieri).

So che era presente qualche collega della stampa, ma noi non siamo stati invitati. E, data la parata di premi Nobel, c’è quasi da vantarsene.

Allora, per curiosità, siamo andati a vedercelo il Programma Nazionale della Ricerca sbandierato dal Ministro come un’azione che avrebbe “l’obiettivo di allineare la spesa italiana per la Ricerca alla media europea, mediante la realizzazione delle Azioni previste e dei Progetti Bandiera identificati con il contributo della comunità scientifica ed
imprenditoriale” (lo si legge a pagina 76; il PDF potete scaricarlo qui).

E qui ci è venuto un primo sospetto. I 14 Progetti Bandiera (da pagina 82 in poi) assommano a 1772 milioni di euro (1,77 miliardi, a beneficio del ministro) in tre anni o più, e , come la signora Gelmini ha sottolineato davanti alle telecamere, si parla di 1,4 miliardi da spendere in tre anni. Questa cifra è pari, complessivamente, all’1 per mille del PIL 2010, che diviso per tre anni fa 0,33 per mille all’anno. E come farebbe, di grazia, ad “allineare la spesa italiana per la ricerca alla media europea”?

Ma questo è niente. Se si vanno a leggere i dettagli del finanziamento dei singoli Progetti Bandiera, si fanno scoperte istruttive. La quasi totalità dei fondi, infatti, proviene dal FOE, il Fondo ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca, oppure dallo stanziamento ordinario dell’ASI, l’Agenzia spaziale italiana. Insomma, se mai si faranno i Progetti Bandiera, non ci sarà un centesimo in più, per la ricerca, saranno semplicemente privilegiati a danno di tutti gli altri progetti di ricerca, cui verranno sottratti i fondi provenienti dal fondo ordinario.

Di fatto, il PNR si configura così come una plateale ingerenza nelle scelte degli enti di ricerca, in barba all’autonomia sancita per legge e caldamente suggerita dal buon senso a chi con fatica è riuscito a terminare il suo curriculum di studi.

Non crederete che sia finita qui, vero? A pagina 74 del notevole documento (notevole se non altro per il bassissimo rapporto contenuti/numero di pagine) prodotto dal ministro e sottoscritto dal Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, c’è una tabellina illuminante. Che spiega a che fondi il ministro e le Sorelle Bandiera, pardon i Progetti, dovrebbero attingere.

806 milioni di euro, si vede, saranno sottratti al Fondo ordinario. Complessivamente il 15 per cento del totale. E se considerate che nel fondo sono compresi i salari dei ricercatori e degli altri dipendenti… Avete scommesso? Risposta esatta, non avanzano che le briciole. Ovvero, l’approvazione dei Progetti Bandiera cancella di fatto tutti gli altri progetti di ricerca degli enti pubblici italiani.
268 milioni verranno dai Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, retrocessi a tavolino in serie B.
Poi ci sono un sacco di altri fondi, ma sono sulla carta e lì resteranno, potete scommetterci. Per esempio i quasi 3 miliardi dei PON. I PON sono fondi europei, e non si possono usare per quello che ci pare. Mentre nei FAR, guarda che caso, ci sono fondi per le aree depresse. Il resto sono spiccioli…

Insomma, dietro l’altisonante Programma Nazionale della Ricerca 2011-2013 non c’è un centesimo, se non quelli spesi per stamparlo e presentarlo.
Come dimostrano i Progetti di Interesse, illustrati da pagina 89 in poi, che brillano per chiarezza espositiva e per trasparenza economica: la copertura finanziaria è, secondo i casi, “da definire” o “da individuare”.

Poi, nel Programma Nazionale della Ricerca (le maiuscole non sono mie), oltre a mancare i quattrini, è assente ingiustificata anche la trasparenza. Il ministero, alla pagina web dove si può scaricare il file PDF, sostiene che il PNR sia “l’esito di una ampia consultazione che ha coinvolto la comunità scientifica e accademica, le forze economiche, la rappresentanza della Conferenza Stato Regioni e dell’Osservatorio sulle politiche regionali per la ricerca e l’innovazione, nonché tutte le Amministrazioni dello Stato competenti per materia”.

Ma non dice chi. Chi, come, dove, su quali basi. Quando si approvano progetti di ricerca di portata multimilionaria, come i nostri Progetti Bandiera, nel resto del mondo si istituiscono commissioni che studiano il progetto, la fattibilità, i tempi, e pure i costi, perché il denaro pubblico non vada sprecato. Perché può darsi che io preveda di spendere 10 per un progetto per cui potrei spendere 8. O magari invece 12, e allora bisogna essere pronti a trovare anche gli altri due euro. Per questo qualcun altro è incaricato della revisione e della valutazione.
Qui, invece, va diversamente. Non mi risulta che siano stati consultati né l’Anvur né il Civr, ossia i due organismi che dovrebbero valutare la ricerca. E non sono stati consultati per una ragione semplicissima. Perché non esistono: la prima non si è ancora insediata, mentre il secondo è stato sciolto, in attesa che si insedi la prima.
Una nota penosa: l’ultima valutazione della ricerca italiana risale al triennio 2001-2003.

Tutto questo sarebbe sufficiente a far vergognare un qualsiasi ministro europeo della ricerca. Tranne il nostro.

P.S. Il PNR è stato presentato e approvato nel silenzio indifferente o colpevole dei mezzi di informazione. Eppure si sta parlando del futuro del paese. O forse sono io che mi illudo.

*Direttore de Le Scienze e National Geographic

"I diritti dei nati qui", di Khalid Chaouki

Basta parole. Vogliamo vedere i fatti. Le seconde generazioni figli di immigrati scendono in piazza insieme al Forum Immigrazione del Partito Democratico il prossimo mercoledì 27 aprile alle ore 11 davanti a Montecitorio per protestare contro la sparizione della proposta di riforma della legge sulla cittadinanza dal dibattito parlamentare. Circa un milione di ragazzi e ragazze, figli di immigrati nati o cresciuti in Italia, non possono più sopportare una grave ingiustizia che fa di loro dei perenni stranieri in attesa di cittadinanza nell’unico paese che effettivamente essi riconoscono ormai come la loro prima patria. Per lunghi diciotto anni una ragazza nata a Roma e colpevole di essere figlia di genitori filippini deve fare la fila in Questura e chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno nel Paese in cui è nata. Questa è la condizione di umiliazione a cui sono sottoposti i figli della cosiddetta seconda generazione, esclusi dal diritto di essere cittadini italiani a causa di un arcaico concetto di cittadinanza basato sul legame di sangue. L’Italia non può più permettersi una legge così arretrata e gravemente lesiva dei diritti dei tantissimi bambini e ragazzi che popolano le nostre scuole e di fatto sono il volto nuovo di questa Italia che compie i suoi 150 anni e che deve inevitabilmente guardare al futuro. Negare il diritto di appartenere a un Paese in cui si nasce, si cresce, si studia e via dicendo è una intollerabile ingiustizia che di fatto preclude a chi nasce e cresce in Italia di sentirsi effettivamente riconosciuto alla pari dei suoi coetanei italiani. Egli durante tutta la fase fondamentale di crescita non potrà essere libero di immaginarsi medico, giudice, poliziotto, avvocato, giornalista, ambasciatore e tanto altro. Tutte professioni che richiedono come primo requisito l’essere cittadini italiani. Ma ancora di più, sarà compromessa la sua libertà di movimento, perché relegata all’ottenimento del permesso di soggiorno e alle condizioni di regolarità dei propri genitori.
Un grave ritardo legislativo di cui è stato ed è complice una destra populista e a tratti con gravi derive xenofobe e razziste, che fanno di tutto per confondere le carte mischiando scientemente l’ultimo barcone arrivato a Lampedusa, l’operaio che lavora a Treviso da almeno vent’anni e la studentessa universitaria nata a Bologna da genitori immigrati.
Chiediamo a tutti voi, italiani e immigrati, giovani italiani e figli di immigrati di portare avanti tutti insieme questa battaglia di civiltà e di diritto che deve riguardare tutti i cittadini aldilà degli schieramenti politici. Perché i figli di immigrati non sono altro che i figli di questa nostra nuova Italia. Chi nasce e cresce in Italia è italiano!

L’Unità 23.04.11

"Contratti, un altro round alla Fiom", di Enrico Marro

Per i metalmeccanici esistono due contratti nazionali di lavoro pienamente validi: quello del 2008 firmato da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil e quello del 2009, sottoscritto da Fim e Uilm, ma non dalla Fiom. Lo ha già affermato la scorsa settimana il giudice del lavoro di Torino nella sentenza sul ricorso promosso dalla Fiom contro la Bulloneria Barge. Ma ieri lo ha ribadito una sentenza del tribunale di Modena, sempre su ricorso della Fiom, che questa volta tocca 7 note aziende: Emmegi, Maserati, Rossi, Glem Gas, Ferrari, Case New Holland e Titan. Tre di queste, Maserati, Ferrari e Case New Holland, fanno parte del gruppo Fiat. Gruppo al quale si è rivolta ieri la leader della Cgil, Susanna Camusso, chiedendo all’amministratore delegato, Sergio Marchionne, di «riaprire il confronto» . Nella sentenza di Modena, il giudice Carla Ponterio, accogliendo le richieste della Fiom, ha condannato le 7 imprese per «condotta antisindacale» per due motivi: 1) Hanno sostituito illegittimamente il contratto “separato”del 2009 a quello del 2008 che era ancora vigente (scade il 31 dicembre 2011). Ci sono invece due contratti validi, dice la sentenza: quello separato si applica solo ai lavoratori della Fim e della Uil. Invece, ai lavoratori Fiom e a quelli senza tessera (salvo che non chiedano di aderire all’accordo del 2009) continua ad applicarsi il contratto del 2008. Questo significa che le parti del contratto 2009 peggiorative di quelle del 2008 non sono valide per questi lavoratori. Ci si riferisce in particolare alle nuove norme sul part time e alla possibilità di accordi aziendali in deroga al contratto nazionale. 2) Le stesse aziende, dice la sentenza, si sono poi prestate a raccogliere per conto di Fim e Uilm la «quota contratto» , cioè il contributo (30 euro) che i sindacati chiedono ai lavoratori non iscritti dopo aver firmato il contratto, una sorta di rimborso per il servizio di contrattazione. Secondo il giudice, anche la raccolta della quota configura una condotta antisindacale ai danni della Fiom perché avvenuta «omettendo di informare i lavoratori » che il contratto del 2008 non era cancellato da quello del 2009. Le aziende si sono difese in giudizio sostenendo che la Fiom ha tacitamente riconosciuto il contratto del 2009 perché i suoi iscritti hanno tutti accettato gli aumenti di retribuzione previsti dallo stesso (in media 110 euro nel biennio). Ma il giudice ha respinto questa tesi, ricordando che la stessa Fiom ha comunicato formalmente alle aziende di considerare tali aumenti una mera «erogazione unilaterale» e che le aziende non hanno pagato l’indennità di vacanza contrattuale prevista dal contratto del 2008. Secondo la sentenza, inoltre, le imprese avrebbero dovuto comunicare ai lavoratori che vigono due contratti e che agli iscritti Fiom gli aumenti previsti dall’intesa del 2009 vengono riconosciuti «in applicazione del principio di maggior favore, ai sensi quindi dell’articolo 36 della Costituzione» . Il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha commentato la sentenza dicendo che ora bisogna risolvere il problema della rappresentanza. Fim e Uilm sostengono che quella della Fiom è una vittoria di Pirro perché le aziende potrebbero a questo punto non pagare ai lavoratori Fiom i 110 euro previsti dal contratto del 2009. Ma è chiaro che in questo caso si aprirebbe un nuovo contenzioso.

Il Corriere della Sera 23.04.11

Precaria, incinta, licenziata. "Non chiedevo la luna", di Emanuele Di Nicola

Katia ha 36 anni. Dottorato e master. Dopo 5 anni di contratto a progetto con mansioni da dipendente, Italia Lavoro la manda a casa al sesto mese di gravidanza. “Mi chiedo cosa potrò offrire a mia figlia”. E’ una società del ministero del Lavoro gestita con soldi pubblici. Ma non esita a licenziare una donna incinta al sesto mese di gravidanza, insieme a molti altri lavoratori. Una situazione davvero paradossale quella dell’agenzia Italia Lavoro, che adesso rischia di perdere i ricorsi e pagare i risarcimenti con i soldi dei cittadini italiani. All’interno di questo caso, poi, c’è la vicenda personale di Katia Scannavini: 36 anni, laureata con master, mandata a casa dall’agenzia dopo cinque anni di contratto a progetto, in piena gravidanza. A lei abbiamo chiesto di raccontarci come sono andate le cose.

Com’è iniziata la tua vicenda?

Sono arrivata nel 2006 in Italia Lavoro, agenzia totalmente partecipata dal ministero dell’Economia, che prende commesse dal ministero del Lavoro. Sono laureata in Sociologia, con un master in immigrazione e dottorato di ricerca. Cinque anni fa sono stata presa con un contratto a progetto: ho accettato nonostante i miei titoli di studio, considerando la nostra epoca di grande precarietà.

Nello specifico, quali mansioni hai svolto?

Ho lavorato a un progetto che si occupa di immigrazione. Ho fatto l’addetta dell’agenzia con continui rinnovi di contratti a termine. In realtà, però, nei primi anni avevo un rapporto di lavoro subordinato: mi venivano chiesti orari fissi di presenza e il piano ferie. Avevo tutti i doveri del lavoratore subordinato senza averne i diritti, come la copertura di malattia.

Quindi un caso di inquadramento irregolare.

Esatto, era evidente che lavoravo come subordinata. Dopo un anno e mezzo sono passata a “professional”, mi hanno inserita in un’unità strategica aziendale. Ne facevo parte come collaboratrice insieme a una decina di altre persone, che invece erano dipendenti di primo livello, ovvero un gradino sotto ai dirigenti. Negli ultimi anni non venivano più controllati orari di entrata e uscita, ma comunicavo settimanalmente le mie presenze e assenze.

Poi cosa è accaduto?

E’ uscito il collegato lavoro di Sacconi. Tra le norme previste c’era la facoltà di congelare la propria situazione per i lavoratori a termine, ma solo entro una breve scadenza. Ho subito pensato che non volevo rinunciare ai miei diritti, dato che ho sempre svolto mansioni diverse da quelle previste dal contratto. Quindi a gennaio ho inviato una lettera all’azienda, come previsto dal collegato.

Ti aspettavi qualcosa?

Non speravo nel contratto a tempo indeterminato: il precario ha sempre paura a volerlo, ti sembra di chiedere la luna. Ho mandato la lettera in termini interlocutori, confidando nel bacino di prelazione attivato dall’azienda: questo dice che i collaboratori a progetto hanno priorità di assunzione se si formano nuove possibilità di lavoro.

A quel punto hai comunicato anche la gravidanza.

Ho reso nota subito la mia situazione. Ho informato sia il capo progetto che l’amministrazione delle risorse umane. In particolare, questa mi disse di comunicare il desiderio di andare in maternità al compimento del sesto mese. Esattamente quello che ho fatto.

La loro reazione?

All’inizio non hanno detto niente, hanno promesso di rispondere in tempi brevi. La risposta è stata una raccomandata: l’azienda si dichiara impossibilitata a continuare il rapporto di lavoro, adducendo come motivazione la lettera inviata a gennaio. Mi hanno licenziata il 9 aprile 2011.

Quando lo fai presente, come risponde l’azienda?

Sostiene che tecnicamente non si tratta di licenziamento, perché non ero legata a loro da un contratto a tempo indeterminato. E’ una disputa formale, ma nella sostanza non cambia nulla: sono stata mandata a casa. Inoltre l’azienda si dichiara dispiaciuta perché si sta riorganizzando in termini di risorse umane, ma è curioso che lo faccia senza convocare e ascoltare i propri lavoratori.

Quali sono i prossimi passi?

Procederò in termini legali, proprio come faranno gli altri colleghi licenziati. Italia Lavoro ha tanti contenziosi aperti negli ultimi anni, ha già perso molte cause, e adesso arriveranno circa una trentina di nuove vertenze. E’ molto probabile che le perderà perché abbiamo prove oggettive. E in questo caso pagherà lo Stato, dato che l’azienda lavora con soldi pubblici. Insomma, dopo aver denunciato la gravità della crisi e chiesto sacrifici, proprio il ministero rischia di causare gravi esborsi alle tasche dei contribuenti.

In Italia è possibile lasciare a casa una donna in gravidanza, indicando un’altra motivazione. Quale impressione ti lascia la tua storia?

Penso che manchi un’etica del lavoro. Nel mio caso l’azienda ha ritenuto di essere in posizione di potere e di potersi comportare come crede. Ma io ho lavorato sempre con onestà, non sono entrata per vie clientelari ma per colloquio, quindi vado avanti con tranquillità nella vertenza. In generale, nel nostro paese vedo politiche del lavoro assolutamente inique, manca l’uguaglianza e il rispetto vero dei diritti. Oggi due generazioni sono alla deriva, insieme alla mia c’è anche quella tra i 20 e i 30 anni: questo non è dovuto alla crisi, ma proprio alla mancanza di politiche adeguate che finiscono per colpire diverse fasce di età.

E non è facile farsi una famiglia, se questi sono i presupposti.

Il mio caso è incredibile: prima si lamenta il deficit di natalità poi, quando una donna sceglie di restare incinta a 36 anni, il tuo datore – che è il ministero del Lavoro – si comporta in questo modo. Mi auguro che i ministri Sacconi e Carfagna si occupino della questione e forniscano risposte adeguate. Spesso mi domando: cosa sarebbe successo se la raccomandata dell’azienda fosse arrivata al secondo mese di gravidanza? Avrei anche potuto pensare di abortire. Ecco le nostre politiche della famiglia. Oggi sono felicissima di avere una figlia, ma mi chiedo cosa potrò offrirle con questo mercato del lavoro.

da Rassegna.it