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«Il premier ha paura di tutto, sa di avere perso i consensi», di Claudia Fusani

Il vicepresidente dei senatori pd: così trasforma la democrazia parlamentare in un regime camuffato. Senatore Zanda, l’ultima è che il governo presenta un decreto per sminare anche il referendum sull’acqua. Il premier teme anche questo?
«Berlusconi è in una fase in cui ha paura di tutto: del referendum perchè può diventare un sondaggio a favore o contro la sua persona; del voto a Milano; di Tremonti e di Galan; di Scilipoti tanto che scrive le prefazioni al suo libro; dei giudici di Milano, di Ruby e delle ragazze che la sera andavano a Arcore».
Paura di cosa?
«Di non trovare più il consenso che racconta ancora di avere». Come definire i tentativi di levare di mezzo i quesiti referendari, strumento di controllo fondamentale del cittadino elettore?
«Sono pezzi di una tecnica collaudata per trasformare una democrazia parlamentare in un regime camuffato». E gli altri pezzi della strategia?
«La fine del Parlamento che come ha giustamente osservato il presidente uscente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo non fa più le leggi ma converte e vota solo quello che gli mette sul tavolo il governo. Il continuo accerchiamento della magistratura e della Corte Costituzionale, il dominio dell’informazione». Nel merito, che dire di questa idea di decreto per far nascere l’authority per l’acqua?
«In linea di principio potrei anche essere d’accordo. Il problema è che questo governo considera le varie Autorità quasi fossero dependances. In un paese dove non esiste una norma che regola il conflitto di interessi, il rischio è che mi ritrovo Berlusconi o chi per lui a gestire l’acqua. Quindi non possiamo che chiedere che l’acqua resti pubblica. E andare a votare». Sembra quasi che il populista per eccellenza, Berlusconi, abbia in realtà paura proprio del suo popolo. «E’ così. Quello che è grave è che riduce il quorum degli elettori a strumento per boicottare il referendum. Uno strumento di bocciatura o approvazione. Questo è contrario allo spirito costituzionale del referendum. Il fatto è che la maggioranza di centrodestra ci ha abituato a manipolazioni grossolane del nostro ordinamento. Il condizionamento del quorum è solo l’ultimo e, tra l’altro, è sfacciatamente contraddittorio del populismo berlusconiano. Siamo in un paese in cui da una parte c’è l’indecente proposta di Ceroni di costituzionalizzare il populismo e dall’altra il governo che mette il bavaglio agli elettori».
Lei era in aula nei giorni scorsi quando il ministro Romani ha cancellato con un emendamento la sua politica energetica. Crede che il quesito referendario sul nucleare sarà cancellato dalla Cassazione?
«Non credo e aspetterei con fiducia la decisione della Cassazione quando mai e se mai dovrà pronunciarsi. Il governo in realtà ha introdotto una sospensione e non una bocciatura. Lo stesso giorno dell’annuncio di Romani Idv e Pd avevano portato in aula un emendamento (alla moratoria al nucleare contenuta nel decreto omnibus, ndr) che prevedeva la rinuncia definitiva dell’Italia al nucleare. Il governo l’ha bocciata. Questo significa che il governo non vuole la bocciatura ma solo la sospensione».
Boicottare nucleare e acqua per far fuori anche il quesito sul legittimo impedimento? «E’ chiaro. E torniamo sempre al gioco sporco sul quorum. È implicito in quel voto un giudizio sulla sua condotta morale».
Sotto attacco anche l’istituto dei referendum? «Non me l’aspettavo. Devo dire che in quanto a spregiuticatezza Berlusconi ne inventa una più del diavolo».
Quale il limite?
«Non lo conosciamo. E a questo punto lo possono definire solo gli italiani cacciandolo via».

L’Unità 23.04.11

"Lo strano asse Letizia-Lega", di Elvira Pollina

La Moratti prova a chiudere il caso manifesti ma gli ultrà del Pdl (e l’autore) non le danno tregua.
Tutti contro tutti nel centrodestra milanese. In mezzo Letizia Moratti, che da qui al giorno del voto si gioca due partite: una contro Giuliano Pisapia, l’altra contro quel centrodestra che sta rendendo la sua campagna elettorale ancora più complicata. A chi ha avuto modo d’incontrarla in questi giorni non ha nascosto la preoccupazione di arrivare al ballottaggio in queste condizioni. Il caso Lassini ha fatto scoppiare le contraddizioni.
Ieri il sindaco ha ribadito di averne ottenuto la testa e ha reso pubblica la lettera con cui lo stesso Lassini rinunciava al posto in consiglio comunale in caso di elezione. Nei fatti, però, l’autore dei manifesti “Via le Br dalle procure” non solo resta candidato, ma incassa la solidarietà (mai smentita) di Berlusconi, e, complice la campagna di sostegno del Giornale, mette le mani avanti.
«Se i milanesi mi votano, siederò in consiglio comunale» spiega il primo cittadino di Turbigo, diventato la bandiera dei falchi berlusconiani stile Santanchè (vero dominus del giornale di via Negri) e ora impegnato nella strutturazione della sua associazione “In difesa della democrazia”, probabile preludio alla creazione di un proprio gruppo a palazzo Marino, in barba alle scuse rivolte a Napolitano.
Il caso, insomma, nonostante le dichiarazioni della Moratti, non è affatto chiuso. Su questo fronte, però, il sindaco ottiene, dopo mesi di rapporti al minimo, la solidarietà interessata della Lega. «Si deve tornare a parlare della città» ha tuonato Matteo Salvini, facendo propria la preghiera che la Moratti sta ripetendo da giorni. Presto – assicurano da ambienti leghisti – si farà sentire anche la voce di Bossi, fin qui rimasto piuttosto defilato.
Ma anche il Carroccio, seppure in maniera più velata, è attraversato da frizioni. La prova regina è che ancora non è stato scelto il nome del vicesindaco, carica per la quale sulla carta sarebbe in pole position proprio Salvini. E la sponda “padana” a donna Letizia è stato un modo per stoppare sul nascere il tentativo da parte della Moratti di sfruttare lo stallo leghista, imponendo un suo fedelissimo – su tutti gli assessori uscenti Giovanni Terzi o Mariolina Moioli – sulla poltrona occupata per oltre quindici anni da Riccardo De Corato, diretta emanazione del coordinatore nazionale del Pdl Ignazio La Russa. Proprio La Russa, dopo lo strappo di Fini, ha avuto il controllo totale del 30 per cento di posti e nomine riservati ad An in Lombardia. Una situazione che il coordinatore regionale del Pdl lombardo, Mario Mantovani, ben più aggressivo di Guido Podestà e da più parti indicato come il vero ispiratore dei manifesti di Lassini, e il governatore Roberto Formigoni, che chiede più spazio per i ciellini, non sono più disposti ad accettare. Non a caso entrambi si sono espressi più volte per l’abolizione del “sistema delle quote”.
Ecco perché, più che per la Moratti, La Russa in questi giorni è impegnato a sostenere la candidatura di Marco Osnato, genero di Romano, fratello del ministro della difesa. Dal suo risultato dipenderà il peso che la famiglia La Russa potrà avere nelle spartizione di posti e incarichi, vicesindaco compreso.
Il voto milanese arriva per il centrodestra in una fase di piena ristrutturazione, con i ras di Lega e Pdl in fermento, interessati a contarsi e a pesare i propri voti in vista della successione a Berlusconi & Bossi. Quello che sarebbe potuto avvenire a livello nazionale se il 14 dicembre scorso la camera non avesse votato la fiducia e si fosse aperta la strada per il voto anticipato.
Letizia Moratti, i questo senso, è la candidata al ruolo di vittima sacrificale di questa situazione.

da Europa quotidiano 23.04.11

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Caos. A Milano va in scena il Pdl del dopo Berlusconi

Tutti contro tutti, Moratti per sperare deve darsi in ostaggio alla Lega Daniela Santanché contro Letizia Moratti. Letizia Moratti contro Roberto Lassini (l’autore dei famigerati manifesti magistrati uguale Br). La Lega è alla finestra ma se proprio deve dire qualcosa la dice anche lei contro Lassini. A Milano quelli del Pdl sembrano matti, come d’altronde ha titolato ieri Libero. In realtà non è difficile vedere dietro le fibrillazioni milanesi un serio problema politico: prevale la linea dura della Santanché-Lassini, con Berlusconi sullo sfondo, contro un atteggiamento diverso, impersonato da una Moratti in difficoltà e alla ricerca di consensi moderati che però in questa situazione difficilmente le arriveranno. A Roma le cose non vanno meglio: lo scontro con Tremonti è solo rimandato a dopo le amministrative ma è chiaro che il ministro non intende piegarsi.

da Europa Quotidiano 23.04.11

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Come perdere le elezioni in ogni caso

Vittorio Feltri è disperato. E se è disperato Vittorio Feltri, vuol dire che le cose si mettono veramente male. Certo è buffo, il direttore di Libero: dopo aver appiccato per più di un anno il fuoco nell’accampamento del centrodestra, oggi si stupisce del vandalismo generalizzato.
Eppure lo dovrebbe sapere: a forza di denunciare ed espellere le quinte colonne, l’epurazione diventa ossessiva e compulsiva.
Ecco allora Feltri, e come lui altri incendiari come Gasparri, angosciarsi per il suicidio di massa del Pdl milanese in piena campagna elettorale; e far finta di non capire da dove parta il siluro lanciato dal superberlusconiano Galan contro il ministro Tremonti, per il tramite del Giornale (Feltri lo sa, e l’ha anche raccontato in altre occasioni: è escluso che Sallusti prenda un’iniziativa come quella dell’intervista a Galan senza avvertirne l’editore).
In realtà, lo stato convulsivo non è più la patologia bensì la condizione fisiologica del Pdl. Nessuno qui dà Berlusconi né per sconfitto né per finito, e il centrosinistra ha archiviato spallate e ribaltoni.
Ma la situazione era simile anche un anno fa, quando inatteso scoppiò il bubbone Fini. Evidentemente il centrodestra, bravo a compattarsi negli scontri frontali, si squaglia quando viene lasciato solo a fare i conti con i suoi incubi. La follia milanese è figlia della fiducia accordata a gente che tra l’altro non c’entra con la storia di Forza Italia, tipo Santanchè, e potrebbe anche concorrere a una sconfitta: è chiaro ormai, Moratti mostra di saperlo, che solo la Lega può farla vincere, con le ovvie conseguenze in termini di ulteriore scivolamento del potere, lontano dai la Russa e dai Formigoni.
Ma ciò che è successo a Roma, nel triangolo Galan-Tremonti-Berlusconi, è gravido di conseguenze perfino peggiori. Aver messo il superministro dell’economia spalle al muro vuol dire che le amministrative saranno devastanti in caso di sconfitta, ma inutili in caso di vittoria, perché in qualsiasi day after lo scontro sarà violento. Come del resto accadde nel 2010, quando la vittoria nelle Regionali non impedì la deflagrazione del caso Fini.

da Europa Quotidiano 23.04.11

"Il vilipendio al potere", di Mario Pirani

Quanto più esplode con voluta sfrenatezza l´odio berlusconiano per le garanzie costituzionali, tanto più un nutrito gruppo di opinion makers si prodiga in deprecazioni per le reazioni risentite dell´opposizione.
Quasi quest´ultima, invece di far finta di nulla, come conviene ai gentiluomini, si abbandonasse ad una altrettanto rabbiosa e biasimevole violazione del galateo politico. Non è neutrale questa raffigurazione. Anche quando è delineata in buona fede essa presuppone la rimozione delle caratteristiche devastanti della situazione italiana. Si ignorano le degenerazioni tipiche del berlusconismo e si finge di assimilarle a quelle sussistenti nei normali contenziosi politici d´oltre frontiera.
Il panorama preferito da questi pittori della domenica nel dipingere i loro affreschi fintamente ingenui è quello che rappresenta gli italiani nella loro essenza fisognomica come tutti eguali, berlusconiani e avversari del premier, distinti solo dal secolare spirito di parte che dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini li ha sempre spinti ad azzannarsi fra loro con quella esasperazione partigiana che sopravanza un pacato esame delle ragioni altrui. Se, invece, analizzassero con fredda oggettività le linee del contendere si accorgerebbero presto che esse passano, come in tutte le altre democrazie occidentali, per attaccamento a valori compatibili, se pur dialetticamente contrapposti, con la destra che predilige la libertà rispetto all´eguaglianza e la sinistra l´eguaglianza rispetto alla libertà. Insomma, saremmo degli inglesi, fieri della loro Westminister, se non fosse per le caldane iraconde da curva sud che ci fan scambiare i mulini a vento del Cavaliere per draghi e guerrieri vogliosi di distruggerci. Se poi a qualcuno sorge il dubbio che le cose non stiano proprio così e che Berlusconi abbia sdoganato e reso più accettabili comportamenti incivili tra il plauso dei suoi fan, basta lasciar da parte con noncuranza il fastidioso problema e rifarsi al solito vizio caratteriale, quella specificità negativa italiana della partigianeria che i politici eccitano, anziché moderare. In ogni caso, insomma, quale chi sia l´interprete, il dramma italiano sarebbe destinato a una eterna replica della disfida tra Capuleti e Montecchi. Tutti si somigliano e tutti si odiano perché tale è il loro destino caratteriale. Dopo di che non resta che acquistare il biglietto, sedersi in poltrona, applaudire o fischiare i commedianti nei quali ci rispecchiamo.
Debbo dire che il copione non mi soddisfa e il racconto mi sembra ingannevole. Eppure, data la diffusione che queste idee tendono ad assumere, credo utile contestarne la validità senza veruna indignazione di maniera. Ora, se è una banalità antropologica ricordare che gli italiani dell´una e dell´altra sponda sono tutti italiani e, in quanto tali, hanno molti tratti che li accomunano, va anche ribadito che la scissione che oggi ne divide le azioni e i pensieri non scaturisce da una tara caratteriale che li renderebbe naturalmente impenetrabili alle ragioni comuni ma da una ben individuabile fase della loro storia. Solo analizzando questo aspetto potremmo forse capire le odierne avversioni come le specificità di una situazione non paragonabile a quella delle altre nazioni democratiche e tale da far temere il nostro progressivo scivolamento verso un regime plebiscitario. Per contro, se poniamo al centro la Storia e la Politica, capiremmo assai meglio le cose e ricorderemmo meglio anche un passato non troppo lontano. Mi riferisco al periodo conclusivo del secondo conflitto mondiale, quando con il disastro bellico venne meno il consenso di massa al regime fascista. E poi al cinquantennio che ne seguì, quello della ricostruzione, della Repubblica, della Costituzione, del miracolo economico, dell´adesione all´Alleanza atlantica e al Mercato comune. Infine, il terrorismo. Il periodo si concluse con la caduta del Muro di Berlino e con Tangentopoli. Non si può dire, peraltro, che antropologicamente gli italiani fossero diversi da quelli di oggi né che le avversioni non avessero spazio per esplicitarsi nelle lotte e manifestazioni di piazza, negli scioperi, nelle elezioni, negli scontri parlamentari. Eventi che, per di più, si collocavano in un retroterra internazionale segnato dalla guerra fredda e da schieramenti di campo che vedevano gli uni sodali con l´universo sovietico, gli altri con gli Stati Uniti e il Vaticano. Tutto poteva scoppiare da un momento all´altro, ma non scoppiò mai. Il senso del reciproco limite e la valenza delle leggi e delle istituzioni che avevano assieme costruito fece sì che non solo i capi e i gruppi dirigenti, ma le masse che li seguivano, metabolizzarono un codice non scritto di tolleranza e di civiltà pur nelle fasi di asperrimi contrasti. “Don Camillo e Peppone” fu assai più di una felice serie filmica, quanto un quadro realistico della società nazionale. La proporzionale, i cui difetti si aggravarono nel periodo ultimo della degenerazione partitocratica, permise, peraltro, una rappresentanza anche alle forze minori, laiche, liberali e socialiste che assicurava elasticità e potenziali capacità di mediazione al sistema nel suo assieme.
Con l´Ottantanove, con Berlino e Tangentopoli, i partiti storici, fiaccati dal mancato rinnovamento, illusi di poter sopravvivere sulle fortune di un passato stravolto da una svolta radicale della Storia, crollano su loro stessi. Alcuni tentano di riprendere il mare raccogliendosi in una sola scialuppa (il Pd, post cattolico e post comunista). Altri sperimentano strade diverse. Non si può qui analizzare l´evolversi di ognuno. Prendono il potere e vi rimarranno due forze eversive, in quanto mai partecipi alla Storia della nazione, mai attori delle sue fortune e sfortune. L´una, Forza Italia, è un partito-azienda che si identifica col suo padrone e fondatore, l´altra, la Lega, una formazione che si richiama alla Penisola preunitaria e divisa in Stati e staterelli. Un tempo, prima del compiersi del Risorgimento, erano soprannominati austriacanti, papalini o borbonici, a seconda delle origini regionali; oggi si dicon tutti padani. La mancanza di ogni retroterra storico culturale a far da remora, permette a Berlusconi, unico in Europa, di raggiungere la maggioranza unendo tutti, dal Centro all´estrema destra. S´inventa un collante per aggregare il consenso, mai usato da nessun governo. Tutti quelli che lo hanno preceduto, dal liberalismo cavouriano alla destra crispina, dal riformismo giolittiano all´autoritarismo fascista, dalla duplicità costituzional-stalinista togliattiana al cattolicesimo interclassista dc, tutti trasmettevano una pedagogia di valori etici (il patriottismo, il nazionalismo, l´internazionalismo, la solidarietà di classe, i doveri del cittadino o del cattolico e così via). Non sempre, a volta raramente, questi venivano coerentemente applicati ma rappresentavano una tavola dei comportamenti, cui tutti cercavano di apparire adeguati e se la violavano si sforzavano di non farsene accorgere. Per la prima, e speriamo l´ultima volta, nella Storia, il consenso è incassato esaltando ogni tipo di offesa alle virtù civiche, dal vilipendio quotidiano della Giustizia e di chi è chiamato ad esercitarla al dileggio per chi paga le tasse nel paese della massima evasione fiscale («volete vivere sotto la dittatura della polizia tributaria?»), dal vilipendio delle Istituzioni alla proclamata oscenità sessuale e machista. Da ultimo, con l´attacco all´Europa e la minaccia di uscire dall´Unione, le basi tradizionali della nostra politica estera sono messe in forse. I difetti storici – non antropologici – degli italiani, il basso tasso di civismo, il mancato senso dello Stato, il familismo amorale, il sotterfugio delle leggi vengono esaltati come virtù di governo e richiamo fortissimo al consenso. Berlusconi li impersona nella sua personale biografia. Per questo tanti italiani ci si ritrovano e circa altrettanti no.

La Repubblica 23.04.11

A Paola Concia insulti pubblici per la sua vita privata

La deputata del Pd insultata per strada a Roma mentre camminava con la compagna. Bersani: “Urgente la legge contro l’omofobia e ogni forma di discriminazione”.
“Lesbiche da bruciare nei forni, che fanno schifo”. Insulti deliranti, urlati oggi da un uomo contro la deputata del Pd, Anna Paola Concia, Responsabile nazionale sport del Partito Democratico e la sua compagna. L’episodio gravissimo, segnale di razzismo e omofobia che sono sempre presenti, è avvenuto a Roma in pieno centro, vicino alla Camera dei deputati. Il trentenne, non soddisfatto ha continuato indisturbato l’aggressione alla deputata rivolgendole altre minacce: “Ti ho riconosciuto. A me non me ne frega niente che sei parlamentare. Vi dovrebbero mettere ai forni”.

Paola Concia non si è lasciata intimorire ed ha cercato di difendersi verbalmente. Più tardi ha dichiarato ai giornalisti che ‘non ha avuto paura ma che anzi ha sentito un dovere preciso nel replicare e reagire a questo tipo di aggressione. Deve essere un diritto mio e di tutte le persone omosessuali, il poter camminare mano nella mano, in strada, col proprio compagno o compagna – ha ribadito Concia – E’ un fatto grave che avvengano ancora cose del genere. Ho dovuto reagire. Se non lo faccio io, che ho le spalle grosse, chi può farlo? E se quell’uomo avesse fatto lo stesso con due ragazze, in una strada di periferia? Come avrebbero reagito loro? Cosa sarebbe arrivato a fare? Penso a queste cose, e provo rabbia”.

La deputata democratica ha colto l’occasione per sottolineare ciò per cui si è sempre battuta dentro e fuori l’Aula parlamentare. “Se ci fosse una legge contro l’omofobia, sarebbe assai più facile evitare il ripetersi di episodi di questo tipo”. Poi purtroppo Concia ha denunciato con grande rammarico e delusione, l’atteggiamento di scarsa solidarietà e di indifferenza della gente che ha assistito al fatto: “Mi ha colpito che tutta quella gente sia rimasta là a guardare. Alcuni mi hanno anche rimproveravano perché secondo loro gli avevo risposto male. Mentre qualcuno ha cercato di minimizzare – ha detto -. Evidentemente siamo diventati un popolo di spettatori”.

Il segretario del PD Pier Luigi Bersani, esprimendo tutta la solidarietà alla deputata e alla compagna, ha purtroppo evidenziato come questo sia l’ennesimo episodio di inqualificabile intolleranza che si sia verificato negli ultimi tempi. Bersani ha poi lanciato un importante messaggio: “Questa brutta vicenda conferma la necessità di una battaglia culturale nel Paese e dell’approvazione della legge contro l’omofobia”. E proprio l’assenza di una legge contro l’omofobia renderà difficile perseguire atti del genere, anche nel caso in cui Concia dovesse denunciare il trentenne. Legge che tutto il Partito Democratico invoca compatto.
“Mentre rinnoviamo la nostra ferma condanna per ogni forma di intolleranza e di violazione della dignità e della libertà delle persone ribadiamo l’impegno del Pd per una pronta approvazione della legge contro l’omofobia”, ha aggiunto Rosy Bindi, Presidente Assemblea nazionale del Partito Democratico.

La solidarietà dal mondo politico e istituzionale è stata molto ampia, anche nella bacheca Facebook della deputata, si susseguono messaggi di solidarietà da parte di amici e compagni di Partito.

Il Responsabile diritti del Partito Democratico Ettore Martinelli, a nome in particolare della segreteria nazionale del PD ha espresso a Paola tutta la solidarietà e amicizia. “Non è un Paese civile quello in cui si rischia di essere aggrediti passeggiando per strada in compagnia del proprio partner. Non possiamo rischiare che la libertà di ciascuno possa essere messa in discussione o limitata dalla paura”.

“Non bisogna assolutamente sottovalutare intimidazioni di questo tipo che vanno condannate con forza”,
ha sottolineato il vice presidente del Senato e commissario del Pd Lazio, Vannino Chiti. ”La dignità della persona non può essere violata, qualunque sia il suo orientamento sessuale, la sua etnia, la sua cultura, la sua religione. Purtroppo Roma registra un aumento di episodi di violenza, di omofobia e razzismo, intollerabili e vergognosi ai quali la nostra capitale deve rispondere unita e con fermezza”.

E sul “clima di decadenza civica e culturale, seminato dalla destra più regressiva nel corso di questi anni”, si sono soffermate, come Chiti, anche la presidente del gruppo del Pd del Senato, Anna Finocchiaro e la deputata PD Barbara Pollastrini. Che hanno tacciato come “inqualificabili, ignoranti e incivili, i comportamenti che a Roma si ripetono sempre più, che denotano un clima di intolleranza, che non è più sopportabile e che bisogna continuare sempre più a combattere per evitare che si insinui nelle nuove generazioni”.

Anche Rosa Villecco Calipari, Vice Presidente dei deputati PD, ha dichiarato interdetta: “Preoccupa apprendere l’indifferenza dei passanti verso l’aggressione di cui è stata vittima insieme alla sua compagna l’amica e collega Paola Concia. L’Italia, e la Capitale in particolare, sono colpite da un evidente degrado culturale ed umano che è sintomo di una omofobia diffusa che va contrastata in primis con le armi della cultura e della scuola, oltre che colmando urgentemente una gravissima lacuna normativa”.

“Come Paola e migliaia di persone in Italia, anche io so cosa significa vivere un amore non riconosciuto e la sensazione che potrebbe esserci un vigliacco che si sente autorizzato a farsi giudice di chissà quale verità – ha dichiarato Ivan Scalfarotto,vicepresidente del Partito Democratico -. Ma questo, sono certo, non fermerà il percorso di affermazione che vede protagonista non solo Paola, ma migliaia di cittadine e cittadini”.

“Un atteggiamento incommentabile e gravissimo”. Così Ignazio Marino, senatore del Partito Democratico ha espresso la sua vicinanza ad Anna Paola Concia. “Non si capisce come persone che evocano le tragedie dei forni crematori e la persecuzione degli omosessuali possano girare a piede libero in un Paese civile”. Marino ha poi lanciato un appello al presidente della Camera Gianfranco Fini affinché, si adoperi per la calendarizzazione del disegno di legge contro l’omofobia presentato proprio da Paola Concia e ancora fermo in Commissione Giustizia. Testo che Marino, ha assicurato, presenterà martedì al Senato.

www.partitodemocratico.it

"Un simbolo di libertà", di Carlo Petrini

Il nonno diceva a un Tonino Guerra bambino: «Se non guardi mai indietro, come fai ad andare avanti?» Se io guardo alla storia dell´acqua vedo che a periodi bui e drammatici dell´epopea umana sono sempre corrisposti un arretramento nella sua distribuzione e utilizzo e diverse forme di privazione. Che, guarda caso, ha la stessa etimologia di privatizzazione.
Si pensi alle tecnologie idriche, per quel tempo stupefacenti, dei Sumeri o più tardi alla maestosità degli acquedotti romani. Facevano capo a società floride, che avevano inventato modi per distribuire l´acqua liberamente a tutti, per affrancarsi dal limite di doversi insediare presso i fiumi e le sorgenti. Era tutta acqua pubblica, cosa che a quel tempo nessuno avrebbe mai messo in discussione. Anzi, i castellum acquae di epoca romana, dove finiva l´acqua degli acquedotti per essere poi attinta, erano opere pubbliche.a volte anche sfarzose, donate pomposamente alla popolazione. Pomposamente, ma “donate”.
Nel Medioevo è poi scattato una sorta di blackout: tutta quella sapienza, quella tecnologia e ingegnosità condivise, al servizio della gente e del suo poter crescere e progredire, si bloccarono. Le persone si misero ad attingere acqua dai pozzi, la stragrande maggioranza dei quali – coincidenza? – erano individuali, privati. La cosa alla lunga favorì il diffondersi di malattie e insalubrità, tempi bui.
C´è un´altra storia in tema che mi ha sempre colpito. Circa 9000 anni fa le popolazioni del Centro America decisero di stabilirsi in una valle in Messico, che va da Tehuacán a Coxcatlán. Erano zone fertili, con abbondanza d´acqua. Quando poi arrivarono gli spagnoli, millenni dopo, trovarono una civiltà florida e una fitta, complessa, geniale rete di canali e bacini idrici che garantivano abbondanza d´acqua tutto l´anno grazie a un sistema che integrava perfettamente le risorse sotterranee e la raccolta d´acqua piovana. Questi canali delimitavano anche le terre, e gli spagnoli per espropriarle agli indios li smantellarono completamente: oltre alla violenza come mezzo di sottomissione usarono anche la privazione dell´acqua. Con i conquistadores non iniziò certo un periodo risplendente per quella civiltà indigena, fu lo sprofondo nel buio. Oggi questa zona lotta strenuamente contro la desertificazione ed è una delle più povere del Messico, nonostante le fonti d´acqua sotterranee ci siano ancora e diano acqua pregiata, da bere, tanto che se si chiede dell´acqua minerale in un bar di Città del Messico si può tranquillamente domandare della “Tehuacán” senza timore di essere fraintesi. Peccato che quelle fonti e quelle bottiglie di minerale ora appartengano alla Coca-Cola.
Se l´acqua non è libera la gente non è libera. Se l´acqua non è libera, disponibile e abbondante, la civiltà fa un passo indietro. Quanto serve guardare al passato, a volte. I mezzi e mezzucci che oggi usano le multinazionali per accaparrarsi l´acqua in tutto il mondo, e la politica irresponsabile che in questa missione d´imbarbarimento gli regge il moccolo, prona e instupidita dal fiutare anche lontanamente qualsiasi business, sono deleteri per la nostra libertà. Privatizzare un bene comune come l´acqua significa privarne qualcuno, e non c´è nessun richiamo all´efficienza o altra scusa che tenga. Perché l´efficienza dei beni comuni dev´essere pubblica, al limite pomposamente “donata” senza chiedere nulla in cambio. Non è soltanto una questione di principio, lo dimostra la storia. Privare gli italiani del diritto di esprimersi attraverso i referendum è prima di tutto becero, un triste regredire della nostra civiltà. Sorvoliamo sui reali motivi, è un periodo buio e ci siamo dentro fino al collo.

La Repubblica 23.04.11

"Marchionne brucia i tempi, Torino si avvicina a Detroit", di Gianni Del Vecchio

Il Lingotto sale al 46 per cento di Chrysler. Così controlla il gruppo Usa. Che la Fiat sarebbe diventata americana, lo si sapeva ormai da un bel pezzo, almeno dall’audizione parlamentare di Sergio Marchionne a metà febbraio. Che «la tappa storica», come l’ha definita John Elkann, potesse essere conquistata prima di Pasqua, invece nessuno poteva neanche immaginarlo. Così, fra lo stupore generale, da ieri mattina il gruppo automobilistico torinese controlla di fatto la Chrysler.
Il tutto grazie a un accordo secondo il quale la Fiat eserciterà un’opzione call (la facoltà di acquisire il gruppo di Detroit) sul 16 per cento delle azioni degli americani, salendo così dal 30 per cento attuale al 46, percentuale che permetterà a Torino di avere quasi la maggioranza assoluta. Per quest’ultima, poi, c’è poco da aspettare: secondo gli accordi presi col governo americano, Marchionne potrà salire gratis di un ulteriore 5 per cento nel momento in cui riuscirà ad assemblare un’auto ecologica negli Stati Uniti, cosa che dovrebbe avvenire non più tardi di fine anno.
Il costo dell’operazione è diviso in due step: prima di tutto, Marchionne dovrà rimborsare i finanziamenti concessi dai governi americano e canadese, che si aggirano fra i 7 e gli 8 miliardi di dollari, presumibilmente con l’aiuto di grosse banche internazionali; poi dovrà versare il prezzo della call, fissato in 1,27 miliardi di dollari.
Un bell’esborso, non c’è che dire, che però secondo il manager italo-canadese non dovrebbe cambiare in alcun modo il livello di debiti della società torinese. Con il blitz di ieri, si avvicina così il momento tanto temuto da sindacalisti e politici italiani: quello in cui i due gruppi si integreranno e inevitabilmente sarà necessario stabilire il quartier generale in uno solo dei due paesi. E il paese individuato da Marchionne, ça va sans dire, non è il nostro. Basta riprendere l’audizione parlamentare in cui il manager ha detto chiaramente che la testa non resterà più a Torino.
All’ombra della Mole, infatti, resteranno gli uffici che gestiranno le attività europee del gruppo, null’altro. Mentre a Detroit e in Brasile ci saranno i centri decisionali rispettivamente per il Nordamerica e il Sudamerica. Per quanto riguarda la “testa”, Marchionne ha affermato di volere scegliere sulla base dell’ambiente più favorevole alle imprese e dell’accessibilità al mercato dei capitali. Un modo, questo, per dire implicitamente che il futuro sarà americano.
La rapida accelerazione della trattativa, del resto, conferma la voglia matta del Lingotto di chiudere la partita. Lo stesso Marchionne ha spiegato agli analisti che già dal prossimo bilancio i conti di Fiat e Chrysler potrebbero essere “consolidati” ossia unificati. Un’impazienza, quella di Marchionne, figlia dei dati di vendita che vengono fuori dalle trimestrali di Fiat Auto e Fiat Industrial.
Per quanto riguarda il settore automobilistico, le cifre diffuse mercoledì mostrano senza ombra di dubbio come la redditività stia tutta nel mercato brasiliano per le utilitarie e nella vendita di auto di lusso, come le intramontabili Ferrari e Maserati. Per l’Europa (e l’Italia in particolare) invece continua il bagno di sangue: -29 per cento nel nostro paese e un misero +0,2 fuori dai confini nazionali.
Fiat Industrial tuttavia continua a macinare utili, a dimostrazione della forza Fiat nei veicoli commerciali. Insomma, i guadagni sono tutti fuori dall’Italia per il settore auto, e non stupisce che Marchionne abbia fretta di andare a Detroit. E statene certi che nessuno lo fermerà: la rivista Time lo ha già inserito fra le 100 persone più influenti al mondo, la prima volta per un italiano. Se non è una prova schiacciante questa…

da Europa Quotidiano 22.04.11