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"Le nostre donne violentate dai soldati per ordine del raìs", di Pietro Del Re

I medici: “Negli ospedali decine di stuprate”. C´è chi dice che le violenze sono usate per impedire ai mariti di combattere. L´accusatore è un omino elegante e canuto, con gli occhiali cerchiati d´oro e uno zucchetto rosso in testa, che quasi sfigura tra gli shabab del 17 febbraio, gli insorti della Cirenaica, sempre più giovani e sempre più stanchi, vestiti con jeans sfondati e giubbotti militari. Secondo Mahoammed El Tajuri, per portare a compimento la loro strategia bellica, i mercenari del Colonnello Gheddafi stuprano sistematicamente le donne nella porzione orientale del Paese. Racconta El Tajuri: «L´hanno fatto a Bin Jawad, Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya, tutte località dove le linee del fronte sono cambiate rapidamente. I mercenari che abbiamo catturato ci hanno spiegato che i generali del Colonnello li avevano incitati a compiere ogni tipo di scempio, dicendo loro le seguenti parole: “Tutto quello che troverete lì sarà vostro, potrete quindi rubare, massacrare e stuprare a vostro piacimento”».
Incontriamo El Tajuri al checkpoint orientale di Ajdabiya che attraversa solo chi va a combattere e dove, rispetto a un mese fa, aleggia un´aria di marziale disciplina. Anzitutto, viene finalmente operato un controllo sulle auto di passaggio, anche per evitare che giovani e inesperti patrioti partano allo sbaraglio verso il fronte e si facciano inutilmente massacrare. Chi non ha un kalashnikov o una mitraglia anti-aerea è rispedito a Bengasi, al Centro di addestramento militare dove sarà istruito e irreggimentato, e dove presto opereranno i dieci istruttori italiani.
Qui, El Tajuri, che prima della rivolta era un facoltoso uomo d´affari, si occupa del rifornimento di cibo (pane, tonno in scatola e succhi di frutta) verso le linee più avanzate. «Per meglio mettere in pratica la vendetta del Colonnello, i mercenari s´imbottiscono di Viagra. Quando arrivano nelle case, prima ammazzano gli uomini e i ragazzi, poi violentano le donne, di qualsiasi età esse siano. Per questo, tra i tanti martiri che già conta la nostra rivoluzione, ci sono quei mariti e quei figli che hanno affrontato a mani nude le truppe gheddafiste per difendere le loro mogli o le loro madri». Gli chiediamo quanti casi di stupro sono stati registrati soltanto ad Ajdabiya. «Qualche decina. Ma molte donne o molte famiglie non hanno voluto denunciare le violenze, soprattutto quando le vittime sono ragazze da marito. Da noi, sono cose che non si raccontano in giro», risponde El Tajuri, che fa parte del Consiglio degli anziani della città, il cui ruolo è proprio quello di dare suggerimenti a chi è nel bisogno o a chi è capitata una disgrazia.
All´ospedale di Ajdabiya, il dottor Mohammed Idriss è categorico: «Nelle ultime quattro settimane abbiamo accolto numerose donne vittime di violenze da parte della soldataglia del Colonnello. Alcune hanno avuto bisogno soltanto di cure leggere, ma altre sono dovute finire sotto i ferri». È però impossibile incontrare queste disgraziate. Per via dei pesanti bombardamenti degli ultimi giorni, sono stati evacuati altrove gli oltre trecento degenti dell´ospedale. «La popolazione di Ajdabiya s´è ridotta da 150.000 a 15.000 abitanti. Tutti gli anziani, le donne e i bambini sono fuggiti. Ma in ogni casa è rimasto almeno uno shabab, ecco perché i lealisti hanno avuto difficoltà a conquistarla e continuano a bombardarla con razzi Grad da postazioni che distano anche 40 chilometri da qui», aggiunge Idriss.
Altre fonti ospedaliere dicono di aver ascoltato le storie di almeno ventitré vittime di violenze sessuali di gruppo da parte dell´esercito lealista. Gli stupri sarebbero «utilizzati come arma per impedire ai loro mariti di combattere contro Gheddafi». Alcune donne hanno confessato ai medici di volersi togliere la vita. All´inizio della rivolta, diventò un caso internazionale, a Tripoli, il blitz di una donna nell´albergo dove erano ospitati i giornalisti stranieri. «Mi hanno stuprato in quindici, solo perché sono di Bengasi», denunciò, prima di essere aggredita dalle forze di sicurezza e fatta scomparire in un´auto dai vetri affumicati.
Il regime di Gheddafi usa lo stupro come arma di guerra anche nella martoriata Misurata, dove sono state riportate decine di casi di donne vittime di violenze sessuali da parte di militari. «Non avete idea di cosa sta succedendo lì, dove nelle case le donne sono violentate e mutilate», ha dichiarato pochi giorni fa il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, spiegando di aver appreso di stupri in atto da alcune donne musulmane della capitale libica. Citando fonti mediche e funzionari locali, il Sunday Times ha recentemente riportato, sempre da Misurata, un´antologia di orrori tra cui il caso di quattro sorelle più volte stuprate da un gruppo di soldati di Tawurga, cittadina a Est della Sarajevo libica. Un altro medico racconta di due sorelline violentate davanti alla madre prima da soldati libici e poi, quando questi si erano stufati, da cinque mercenari del Niger: «Le ragazze sono in uno stato psicologico terribile in una società dove per sposarti devi essere vergine. Una di loro siede in un angolo e non fa altro che piangere».

La Repubblica 22.04.11

"Nel paese di Ponzio Pilato", di Ezio Mauro

Siamo così arrivati al dunque: la Costituzione nella sua essenza, nei suoi princìpi, nel suo fondamento. Quindi la natura della Repubblica, l´equilibrio tra i poteri che si bilanciano a vicenda, il concerto istituzionale che dovrebbe dare forma repubblicana alla democrazia quotidiana del nostro Paese. Questo è il senso – più simbolico che concreto, per ora, e tuttavia oltremodo significativo – dell´ultima iniziativa della destra berlusconiana: riscrivere l´articolo 1 della Carta Costituzionale, per sovraordinare gerarchicamente il Parlamento agli altri poteri dello Stato.
Come al solito, e come avviene normalmente per ogni legge ad personam, si parte con un test, perfettamente coerente con i propositi del leader, ma tecnicamente irresponsabile. In questo caso è una proposta firmata da un deputato del Pdl che si muove «a titolo personale», senza impegnare direttamente il partito, in modo che il vertice possa saggiare le reazioni e decidere poi se cavalcare fino in fondo l´iniziativa o attenuarla, o farla cadere. O più semplicemente, come ha fatto ieri Berlusconi, prendere le distanze dal modo e dal momento della proposta, non certo dalla sostanza. Come sempre i deputati ignoti a Roma, o i candidati consiglieri comunali di Milano interpretano non solo e non tanto la volontà del Capo.
Ma interpretano anche il suo sentimento politico più profondo, e portano alla luce le pulsioni nascoste e gli obiettivi reali, insieme con l´urgenza di uno stato di necessità. Il risultato è quello che avevamo prefigurato da tempo. Poiché l´anomalia berlusconiana cresce di giorno in giorno, andando a cozzare contro i capisaldi della Repubblica (il controllo di legalità, l´autonomia della magistratura, il sindacato di costituzionalità, l´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge), la destra sta proponendo il patto del diavolo al sistema democratico. Costituzionalizza l´anomalia, smetti di considerarla tale, introiettala: ne risulterai sfigurato ma pacificato, perché tutto finalmente troverà una sua nuova, deforme coerenza, e si riordinerà nella disciplina al nuovo potere, riconosciuto infine come supremo.
La questione sostanziale è la separazione dei poteri, il loro reciproco bilanciamento. Quando emblematicamente si vuole porre mano al primo gradino dell´edificio costituzionale, è per cambiare l´equilibrio dell´intero ordinamento. Ecco il senso della «centralità del Parlamento» inserita nell´articolo 1. E l´autore della proposta lo spiega con chiarezza: «Il Parlamento è sovrano, e gerarchicamente viene prima degli altri organi costituzionali come magistratura, consulta e presidenza della Repubblica». Questo perché, secondo il Pdl, oggi il Parlamento «è troppo debole» ed è «tenuto sotto scacco da magistratura e Consulta».
Va così a compimento quel tratto di “populismo reale”, o realizzato, che trasforma una legittima cultura politica – la demagogia carismatica – in sistema, in forma di Stato. E prevede, fin dalla Costituzione, che il voto popolare trasfiguri con la sua unzione la maggioranza vincitrice nel dominus non soltanto del governo, ma di tutto l´ordine costituzionale, sovraordinando come logica conseguenza il Capo di quella maggioranza ad ogni altro potere, e liberandolo da ogni controllo. Si supera così il principio costituzionale secondo cui la sovranità non “emana” dal popolo verso i vincitori delle elezioni, ma nel popolo “risiede” anche dopo il voto, perché il popolo continua ad esercitarla, a «contrassegno ineliminabile – come dice il dibattito nella Costituente – del regime democratico».
È la negazione di quel “concerto” che deve guidare i vertici dello Stato nell´esercizio delle loro potestà, per una concezione antagonista e gerarchizzata delle funzioni e delle istituzioni che, se si introduce il principio di primazia e dunque di soggezione, devono subordinarsi e accettare il comando. Ed è anche la trasformazione – metapolitica a questo punto – del presidente del Consiglio in Capo, titolare di comando, supremazia e privilegio sugli altri poteri dello Stato. Con questa mutazione, cambia la natura stessa del sistema. Formalmente, siamo sempre nella democrazia parlamentare, potenziata semmai dal richiamo formale del Parlamento come fondamento dell´intero sistema repubblicano. Di fatto, com´è ben evidente dalla prassi di questi anni che con la riscrittura della Carta diventerebbe meccanismo costituzionale, entreremmo nella fase di un inedito bonapartismo costituzionale: con l´istituzionalizzazione del carisma e con il leader eletto dal popolo che in quanto vincitore e Capo della maggioranza parlamentare si pone al vertice dello Stato libero da ogni bilanciamento. Fino a prevalere sullo stesso Presidente della Repubblica, addirittura per definizione gerarchica.
C´è un´altra questione, che non riguarda solo le istituzioni, ma chiama in causa tutti noi. Come dovrebbe essere ormai evidente, la destra oggi al potere sta saggiando il perimetro del sistema, per vedere se i muri maestri reggono, o se per sfuggire alle difficoltà del suo leader gli sfondamenti sono possibili. Purtroppo, ha verificato negli ultimi due anni che ogni forzatura è praticabile, perché le anomalie in Italia non vengono più chiamate con il loro nome, perché ogni superamento del limite non viene giudicato, anzi viene derubricato a “conflitto”, mettendo sullo stesso piano chi deforma e chi difende le regole. Le stesse regole che hanno retto il sistema per decenni, sono ormai considerate in fondo come un´ossessione privata e residua di pochi ostinati, insultati di volta in volta come “bardi”, “puritani”, “parrucconi”, secondo la necessità di difesa del leader. Anzi, è nato il concetto nuovissimo di “regolamentarismo”: è il richiamo alle regole, o alla legalità, o al diritto, trasformato in ideologismo, in burocraticismo, noioso e antiquato freno capace solo di impacciare e limitare la spada populista del comando. Una spada che se invece fosse libera e fulgida potrebbe tagliare d´un sol colpo – tra gli applausi generali, e a reti unificate – i nodi intricati della complessità contemporanea, che la politica si attarda ancora a cercare di sciogliere, perché è stata inventata per questo, prima che la riformassero.
Di chi sto parlando? Di chi ha responsabilità istituzionali, prima di tutto, e magari tace per tre giorni davanti ai manifesti ignobili sui giudici brigatisti del Pdl a Milano, e si muove solo dopo che il Capo dello Stato è intervenuto con una netta condanna. È un problema di responsabilità, com´è evidente, e di autonomia. E si capisce a questo proposito come uno degli obiettivi della destra sia stato in quest´ultimo anno quello di de-istituzionalizzare – senza riuscirci – il presidente della Camera, proprio per depotenziare questa assunzione autonoma di responsabilità istituzionale: mentre con il presidente del Senato ovviamente il problema non si pone.
Ma il tema della responsabilità, e della coscienza del limite riguarda anche la cultura, gli intellettuali italiani. Sempre pronti a parlar d´altro, a trasformare tutto in “rissa”, senza distinguere chi ha lanciato il sasso e chi ha reagito, anzi invitando sempre tutti a rientrare ugualmente nei ranghi, a darsi una calmata come se fossimo davanti ad una questione di galateo e non di sostanza democratica, o come se la difesa della legalità o delle istituzioni potesse o dovesse essere messa sullo stesso piano degli attacchi. Com´è evidente, non è qui un problema di destra o sinistra. Si può essere di destra, io credo, ma dire no a certe forzature e agli eccessi che danneggiano il Paese e indeboliscono la qualità della democrazia. Il discorso vale anche per i corpi intermedi, per l´intercapedine liberale che un decennio fa il Paese aveva e che oggi non si vede, per quel network che si considera classe dirigente, e che per diventare establishment non solo da rotocalco dovrebbe dimostrare di avere a cuore certo i suoi legittimi interessi, ma talvolta anche l´interesse generale. Vale infine per la Chiesa, che ha scambiato in questi anni con questa destra, sotto gli occhi di tutti, i suoi favori in cambio di legislazioni compiacenti, e che oggi sembra incapace di una libera e autonoma lettura di ciò che sta accadendo in Italia.
Questi silenzi, queste disattenzioni, questa finta neutralità tra la forza e il diritto lasciano non soltanto solo – com´è destino al Colle – ma fortemente esposto agli attacchi, alle polemiche e alle insofferenze il Presidente della Repubblica. Il quale si trova spesso a dover intervenire per primo e in prima persona per segnalare che si è passato un limite, perché nessuno ha sentito il dovere di farlo prima di lui: che è il garante supremo, ma non può essere l´unico ad avvertire una responsabilità che è generale, e ci riguarda tutti.
Si tratta, semplicemente, di aver fiducia davvero nella democrazia. Di credere quindi che le anomalie vadano chiamate per nome, che le forzature debbano essere segnalate come tali a un´opinione pubblica che – se informata – saprà giudicare autonomamente: nulla di più. Sapendo che la destra sta giocando una partita per lei decisiva e che questi eccessi nascono in realtà dal profondo delle sue difficoltà, perché il rafforzamento numerico frutto della compravendita nasconde una debolezza politica ormai evidente. Dunque, la partita è aperta. Dipende da ognuno di noi giocarla (per la parte che ci compete) o accettare di vivere nel Paese di Ponzio Pilato.

La Repubblica 22.04.11

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Scagnozzi in libertà. Carta, ora tocca all’Art. 94,
di Marcella Ciarnelli

Sembra che non debba esserci più giorno senza una proposta di modifica della Costituzione. Le norme che sono andate bene per tanti anni, pur nell’equilibrata consapevolezza che nulla è intoccabile e cambi in meglio fossero possibili, specialmente in conclusione di un costruttivo confronto, d’improvviso non funzionano più. Almeno così sembra. Dopo l’uscita clamorosa del deputato Remigio Ceroni, che ieri ha festeggiato il suo compleanno sommerso dall’improvvisa popolarità guadagnata con l’estemporanea idea di voler cambiare la Costituzione già dal suo primo articolo. E dopo Ceroni, peraltro sconfessato anche dai suoi, è arrivato il tempo di Luciano Sardelli, presidente dei Responsabili che ha messo giù qualche idea per cambiare l’articolo 94 della Carta, quello che detta le regole per la fiducia al governo, all’atto della formazione e nel suo percorso che, se accidentato, com’è noto può anche portare ad una conclusione anticipata dell’esperienza. E’ tempo, dunque, della «sfiducia costruttiva» che costituirebbe un altro tassello per arrivare a riaffermare la centralità del Parlamento, obbiettivo simile a quello del Ceroni, ma anche per assicurare la continuità del governo. Si prevede, allora, che nel caso di una mozione di sfiducia i parlamentari abbiano l’obbligo di proporre già un’alternativa ed anche un leader. Quindi il presidente del Consiglio cessa dalla carica solo se «il Parlamento in seduta comune approva una mozione di sfiducia motivata, contenente l’indicazione del successore, con votazione per appello nominale a maggioranza dei suoi componenti». Il nuovo premier se votato scalza il precedente. E i ministri decadono. Un automatismo in cui sfugge il ruolo del presidente della Repubblica. Al di là della norma, uno studio da affidare agli esperti, resta il fatto che non passa giorno senza che la Costituzione venga messa in discussione. Piccoli costituenti crescono. Cosa non si fa per un po’ di popolarità. E magari una poltroncina.

L’Unità 22.04.11

"Premier obbligato a sostenere il ministro", di Stefano Folli

Dopo il lungo colloquio di ieri sera a Palazzo Grazioli, si può concludere che allo stato non esiste un «caso Tremonti» nel Governo. Il che non significa che tutti i problemi tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia siano stati risolti. Significa però che, se il chiarimento era necessario, un incontro di oltre due ore rappresenta senza dubbio un bel passo avanti.

Tremonti ne ha ricavato il sostegno del premier al suo operato. E sarebbe stato inverosimile il contrario, considerando la cornice europea dentro la quale si collocano le scelte di politica economica. Ne ha ricavato anche una sostanziale solidarietà rispetto al malessere serpeggiante contro la «tirannia» di via XX Settembre. Si poteva immaginare che Berlusconi coprisse o persino alimentasse i revanscismi anti-Tremonti della maggioranza. In apparenza non è così. Per cui si procede con l’agenda fissata e ai primi di maggio dovrebbe vedere la luce il famoso pacchetto che comprende fra l’altro la bozza di riforma fiscale.
Tutto risolto, dunque? Non proprio. Di sicuro ieri è stata una giornata importante. Si è conclusa con una vittoria di Tremonti contro i suoi avversari, per la buona ragione che il ministro ha ancora dalla sua parte il presidente del Consiglio. In termini politici, è l’unica cosa che conta. Quanto agli autentici pensieri e sentimenti del premier verso il suo ministro, non sono proprio un segreto ed esistono ampie testimonianze al riguardo. Ma, appunto, sono pensieri (e frustrazioni) che non assumono forma politica.

Certo, non tutto torna nella curiosa vicenda di un ministro, Giancarlo Galan, conosciuto per non essere uno sprovveduto, neotitolare dei Beni culturali, che sferra un aspro attacco al collega Tremonti in un’intervista al «Giornale». Il quotidiano costruisce uno «scoop» da prima pagina (obiettivamente lo è) che diventa il punto culminante di una serie di critiche, più o meno esplicite, che in queste settimane il foglio milanese ha rivolto al ministro economico. «Il Giornale», come è noto, non è certo ostile al presidente del Consiglio. E Galan, dal canto suo, è un uomo la cui lealtà a Berlusconi è adamantina, temprata da un percorso comune che risale al ’94, anno della fatidica «discesa in campo».
Ed è proprio a quel momento magico, mito fondante del berlusconismo, che Galan si riferisce per chiedere un ritorno alle origini. Torniamo allo spirito del ’94, dice in sostanza: costruiamo il partito liberale di massa che era allora nelle nostre intenzioni. Un progetto a cui Tremonti era ed è estraneo, anche per la sua matrice «socialista». Evitiamo, conclude l’intervistato, che proprio questa estraneità tremontiana finisca «per farci perdere le elezioni».

Le parole di Galan non vanno prese alla lettera, bensì valutate per quello che rivelano. Non solo il malessere di ministri a cui, in qualche caso, il titolare dell’Economia non concede nulla, neanche la sua stima. A emergere sono le inquietudini dello stesso capo del governo, a poche settimane dal voto cruciale di Milano. Berlusconi vorrebbe da Tremonti il controllo dei conti in chiave europea, certo, ma anche qualche magìa che susciti il plauso, anziché le solite lamentele, delle forze produttive. Ecco lo spirito del ’94 che il premier evoca e che Galan cita con enfasi. Uno stato d’animo, non ancora una linea politica, dietro cui s’indovina la paura che il vecchio blocco sociale berlusconian-leghista possa, dopo tanti anni, entrare in crisi.

E come sempre accade quando una lunga stagione politica volge al crepuscolo, si rimpiange il passo d’inizio. Si vorrebbe appunto tornare alle origini. Tremonti rappresenta il richiamo prosaico della realtà, ma Berlusconi vorrebbe ancora inseguire il sogno. Soprattutto perché pensa che i sogni portano voti, mentre il rigore economico produce mugugni.

Il Sole 24 Ore 22.04.11

"Prova Invalsi. Si deve fare, ma Gelmini cambi registro", di Francesca Puglisi e Giovanni Bachelet

Valutare la scuola. Il sistema va rafforzato, ma finanziato. Il ministro fa esattamente il contrario, salvo poi denigrare chi lavora nell’istruzione. Presidi, insegnanti, bidelli…A proposito del dibattito sulla prossima somministrazione delle prove Invalsi, la situazione è questa. Alcuni sostengono che non sia obbligatoria in quanto non rientra fra le mansioni degli insegnanti, e quindi, se non è l’Invalsi a pagarli per questo lavoro extra (cosa che dovrebbe fare), vanno pagati con i fondi della scuola e, se ciò non accade, hanno diritto di rifiutarsi. Il rifiuto, dal punto di vista sindacale, potrebbe avere fondamento. Ma è certo che l’Invalsi non abbia soldi per pagare tutti gli insegnanti che dovrebbero somministrare le prove (se fossero solo centomila insegnanti a soli 10 euro a testa farebbe già piú di un milione). Il Governo “del W il merito”, con l’ultima finanziaria, ha tolto un quarto dei già magrissimi finanziamenti dell’Invalsi: avevano 4 milioni l’anno che coprivano poco piú degli stipendi dei dipendenti e collaboratori; da quest’anno ne hanno 3 e da poco sono diventati 2.7 per via di una successiva tagliatina del 10% di Tremonti. Pagare il lavoro extra degli insegnanti con i fondi delle scuole? Le scuole autonome sono in condizioni anche piú drammatiche dell’Invalsi: questo governo e questo ministro non hanno ancora pagato nemmeno tutti i debiti pregressi. Il risultato di questa battaglia sindacale è che saltano le prove e basta. È questo che vogliamo? Il rifiuto è comprensibile, ma incrociare le braccia produce un danno reale per la scuola e un vantaggio mediatico per il ministro. Le prove infatti, pur con i grossi limiti dell’ attuale Invalsi, sono uno degli ingredienti necessari ad avviare una valutazione del sistema scolastico, urgente e drammaticamente assente quanto una vera autonomia e un adeguato finanziamento. Farle a tappeto senza adeguata formazione dei somministratori rischia di avere scarso valore scientifico, ma impedirle è un regalo al ministro: proprio lei, che taglia l’Invalsi, non valuta un accidente e dà i pochi soldi alle scuole e alle regioni amiche, potrà ripetere per l’ennesima volta che la destra è per il merito ma la sinistra rema contro. Del resto ha tagliato la diaria e mette in cattiva luce gli insegnanti che non fanno i viaggi di istruzione, ha detto che se le scuole chiedono soldi alle famiglie è colpa dei presidi, se sono sporche è colpa dei bidelli, eccetera. Questo ministro ha sempre e solo denigrato chi studia e chi lavora nella più importante istituzione democratica del Paese. Ma proprio per questo sarebbe imperdonabile cadere nelle sue trappole mediatiche. E allora il Pd che cosa dice? Primo: anche per una seria valutazione occorre un nuovo rapporto di fiducia, o almeno di rispetto, tra chi governa e la scuola: basta con gli insulti a presidi, insegnanti, Ata. Secondo, non spetta a un partito di opposizione aggiustare i cocci di un ministro maldestro e sgarbato: a fronte di innegabili ragioni sindacali e politiche di protesta e di totale indifferenza del ministro ai documenti del PD sulla valutazione, non gli faremo certo da stampella con campagne del tipo «sottoponetevi ad ogni costo alle prove Invalsi». Terzo: va denunciata l’assurdità della situazione: il ministro prima taglia i fondi all’Invalsi, poi ne aumenta i compiti e infine li scarica sugli insegnanti. Come negli esperimenti di autunno, come nel milleproroghe, il ministro fa propaganda, proponendo la valutazione in forma tale da risultare inaccettabile anche per chi la vuole. Quarto: alla luce di quanto detto, la protesta anti-Invalsi rischia l’autogol. Secondo noi l’Invalsi va riformato, reso indipendente dal ministero (chiunque sia il ministro), messo in grado di svolgere il proprio compito con adeguate risorse; soprattutto occorre un progetto organico nel quale scopi e uso dei test siano noti e condivisi, e siano valutati non solo apprendimenti e insegnanti, ma anche dirigenti e uffici scolastici regionali; un progetto che punti al sostengo e al miglioramento delle scuole autonome, non a un Giudizio Universale che punisce i cattivi, premia i buoni e magari peggiora l’apprendimento medio. Dobbiamo lavorare tutti per promuovere una cultura della rendicontazione sociale del lavoro nelle istituzioni pubbliche. Per questo chiediamo che su una cosa cosí importante per la scuola il Governo smetta di far propaganda e cominci a fare politica. Proceda con adeguato consenso di chi nella scuola lavora e adeguate risorse per operazioni complesse e nuove per il nostro sistema scolastico. Aiuti la scuola a fare un passo avanti verso la valutazione, o almeno a non fare altri passi indietro.

L’Unità 22.04.11

Il grottesco paradosso dei "manuali di Stato", di Carlo Galli

C´è qualcosa di grottesco, ma anche di terribile, nella proposta di legge che alcuni parlamentari di destra hanno firmato, sull´imparzialità dei testi scolastici. Davvero sembra che quella dell´imparzialità dei libri di storia, e dei “professori di sinistra”, sia un´ossessione non solo della maggioranza, ma anche del governo: infatti, quello dell´imparzialità è per il ministro dell´Istruzione un problema reale.
Non si può rispondere nel merito agli “esempi di faziosità” che appaiono nella presentazione della proposta. Anzi, si deve rifiutare proprio questo terreno. Per alcuni motivi che alla destra sfuggono, e che vanno ricordati. In primo luogo, la storiografia non è imparziale: tale potrebbe essere solo una cronaca assolutamente puntigliosa, infinita. E, naturalmente, inutile e insensata. La storiografia è invece ricerca mirata, orientata da qualche problema e da qualche valore; è interpretazione. Il che non vuol dire che possa essere delirante, faziosa, folle; anzi, deve essere coerente, logica, revisionabile, falsificabile da nuove prove, da nuove interpretazioni di altri studiosi. In questo rischio di confutazione, in questo dialogo, anche aspro, ma aperto e pubblico, consiste il metodo scientifico, storico-critico, delle scienze umane, che solo chi ne è del tutto all´oscuro può scambiare per partigianeria, da correggere con la goffa pretesa dell´imparzialità.
Che la verità sia dialettica e complessa, sempre da costruire e sempre da modificare, e non una merce da comperare, un oggetto da detenere una volta per tutte, un dogma, sfugge poi alla destra anche riguardo la scuola. L´insegnamento, da quanto si comprende dalla proposta di legge, consiste nell´inculcare nozioni nel cervello dei giovani, come oggetti esterni che entrano a forza in un contenitore passivo. Ovvio, quindi, che il consumatore debba avere qualche garanzia sulla qualità della merce che si porta in casa, che pretenda di sapere se sia avariata, adulterata, dannosa. Che il rapporto educativo sia l´esatto opposto, è un dubbio che non sfiora neppure gli estensori della proposta di legge, i quali ignorano che la parte principale dell´insegnamento non consiste nell´assegnare lo studio di qualche pagina di manuale, ma nell´autorevolezza personale e scientifica del docente che spiega, commenta e approfondisce un tema, e così opera la formazione dei giovani, sollecitandone lo spirito critico, e fa nascere in loro l´abitudine al giudizio informato – che implica appunto il possesso di un metodo, la conoscenza sistematica di nozioni, e il confronto con una varietà di interpretazioni, distinte chiaramente nelle loro premesse e nelle loro conseguenze. Questo delicatissimo processo, del quale fa parte anche la scelta del manuale – fra una molteplicità di testi differenti, di diverso orientamento e di uguale serietà scientifica –, è un atto di libertà sia del docente sia dei discenti: una libertà didattica e civile che è garantita dalla Costituzione come libertà di insegnamento e come libertà di ricerca.
O forse anche queste parti della Costituzione sono non gradite alla destra, proprio come quelle che affermano che la repubblica democratica è fondata sul lavoro, e che le scuole private possono essere istituite solo senza oneri per lo Stato. Forse, allora, c´è, dopo tutto, qualcosa da imparare da questa proposta di legge: non solo come la destra pensa alla scienza e all´insegnamento, ma anche come pensa alla politica e al suo rapporto con la società. Cioè secondo una modalità assai poco liberale e anzi chiusa, sospettosa, difensiva e aggressiva a un tempo. Una modalità autoritaria o da democrazia protetta; che si manifesta nell´istituzione di una commissione d´inchiesta parlamentare su qualcosa che non c´è, e non ci può essere, come l´imparzialità nel pensare la storia (e poi, per fare che cosa: sanzionare autori ed editori? Licenziare professori? Bruciare libri proibiti?); che si rivela nell´idea che debba esistere una verità “oggettiva” o di Stato (sotto le mentite spoglie della “memoria condivisa”) che faccia premio sulla libera ricerca, che ne sia l´unità di misura; e che tradisce lo sconcerto davanti alla complessità della scienza e della storia, a cui si risponde non con il confronto dialettico ma con il comando politico. Di una politica che – a colpi di maggioranza o di populismo isterico – si vorrebbe sostituire alla comunità scientifica degli studiosi e alla comunità educativa dei docenti e degli studenti, all´autonomia della società civile.
Alla colonizzazione politica del sapere, che passa attraverso queste intimidazioni, si deve rispondere solo col liberalismo: scrivano anche gli storici non di sinistra dei buoni manuali (come certo sanno fare), e si sottomettano alla comune concorrenza scientifica e didattica per promuoverli e affermarli. Così la società, la scienza e la scuola si arricchiranno invece di impoverirsi come senz´altro avverrà se la proposta di legge avrà seguito.

La Repubblica 22.04.11

"Il Governo programma il calo della spesa pubblica per la scuola fino al 2040. Dal 4,5% del PIL al 3,2%", di Fabrizio Dacrema

Il Documento di Economia e Finanza 2011 presentato dal governo prevede fino al 2040 la graduale diminuzione della spesa per l’istruzione, già pesantemente inferiore alla media europea, dal 4,5% al 3,2% del PIL. Secondo il Ministro Gelmini i pesanti tagli lineari che stanno destrutturando la scuola pubblica sono necessari per “liberare” risorse dalla spesa corrente (in gran parte stipendi) agli investimenti per la qualità. Ancora una volta il Ministro Tremonti rivela la totale inconsistenza di questa versione dei fatti: gli investimenti non ci saranno, il ridimensionamento della spesa pubblica della scuola continuerà per altri 30 anni, fino a farci scendere al 3,2% del PIL. Sulla base di queste previsioni le tabelle finanziarie del DEF indicano una riduzione di spesa per i sistemi della conoscenza di 4,5 miliardi per ognuno degli anni 2012, 2013, 2014, per un totale di 13,5 miliardi nel triennio.

Le previsioni del documento economico del governo, basate sui dati previsionali relativi alla popolazione scolastica, escludono investimenti strutturali per migliorare la qualità dell’offerta formativa, ridurre la dispersione scolastica, migliorare l’edilizia scolastica, aumentare gli stipendi degli insegnanti e le risorse per il diritto allo studio. I risparmi della spesa scolastica prodotti dai tagli saranno utilizzati solo per contenere il deficit pubblico, nonostante nelle tabelle del documento economico-finanziario del governo si evidenzi l’arretratezza del nostro paese rispetto ai target Europa 2020 riguardanti l’abbandono scolastico (16% contro 10%), numero dei laureati (26% contro 40%), investimenti in ricerca e sviluppo (1,53% contro 3%).

Continua, quindi, quanto è già accaduto con i tagli in corso: il previsto reinvestimento del 30% non è stato utilizzato per migliorare la qualità del sistema, ma per restituire temporaneamente agli insegnanti gli scatti di anzianità bloccati unilateralmente dal governo. Senza una radicale inversione di tendenza, gli investimenti italiani in formazione e ricerca continueranno ad allontanarsi dai paesi più virtuosi (quelli scandinavi investono nell’istruzione più del 7% del PIL), compromettendo a medio e lungo termine le prospettive di sviluppo economico e civile del paese.

Da ScuolaOggi 22.04.11

"I cittadini calpestati", di Steano Rodotà

Ogni giorno ha la sua pena istituzionale. Davvero preoccupante è l’ultima trovata del governo: la fuga dai referendum. Mercoledì si è voluto cancellare quello sul nucleare. Ora si vuole fare lo stesso con i due quesiti che riguardano la privatizzazione dell´acqua. Le torsioni dell´ordinamento giuridico non finiscono mai, ed hanno sempre la stessa origine. È del tutto evidente la finalità strumentale dell´emendamento approvato dal Senato con il quale si vuole far cadere il referendum sul nucleare. Timoroso dell´”effetto Fukushima”, che avrebbe indotto al voto un numero di cittadini sufficiente per raggiungere il quorum, il governo ha fatto approvare una modifica legislativa per azzerare quel referendum nella speranza che a questo punto non vi sarebbe stato il quorum per il temutissimo referendum sul legittimo impedimento e per gli scomodi referendum sull´acqua. Una volta di più si è usata disinvoltamente la legge per mettere il presidente del Consiglio al riparo dai rischi della democrazia.
Una ennesima contraddizione, un segno ulteriore dell´irrompere continuo della logica ad personam. L´uomo che ogni giorno invoca l´investitura popolare, come fonte di una sua indiscutibile legittimazione, fugge di fronte ad un voto dei cittadini.
Ma, fatta questa mossa, evidentemente gli strateghi della decostituzionalizzazione permanente devono essersi resi conto che i referendum sull´acqua hanno una autonoma e forte capacità di mobilitazione. Fanno appello a un dato di vita materiale, individuano bisogni, evocano il grande tema dei beni comuni, hanno già avuto un consenso senza precedenti nella storia della Repubblica, visto che quelle due richieste di referendum sono state firmate da 2 milioni di cittadini, senza alcun sostegno di grandi organizzazioni, senza visibilità nel sistema dei media. Pur in assenza del referendum sul nucleare, si devono esser detti i solerti curatori del benessere del presidente del Consiglio, rimane il rischio che il tema dell´acqua porti comunque i cittadini alle urne, renda possibile il raggiungimento del quorum e, quindi, trascini al successo anche il referendum sul legittimo impedimento. Per correre questo rischio? Via, allora, al bis dell´abrogazione, anche se così si fa sempre più sfacciata la manipolazione di un istituto chiave della nostra democrazia.
Caduti i referendum sul nucleare e sull´acqua, con le loro immediate visibili motivazioni, e ridotta la consultazione solo a quello sul legittimo impedimento, si spera che diminuisca la spinta al voto e Berlusconi sia salvo.
Quest´ultimo espediente ci dice quale prezzo si stia pagando per la salvezza di una persona. Travolto in più di un caso il fondamentale principio di eguaglianza, ora si vogliono espropriare i cittadini di un essenziale strumento di controllo, della loro funzione di “legislatore negativo”.
L´aggressione alle istituzioni prosegue inarrestabile. Ridotto il Parlamento a ruolo di passacarte dei provvedimenti del governo, sotto tiro il Presidente della Repubblica, vilipesa la Corte costituzionale, ora è il turno del referendum. Forse la traballante maggioranza ha un timore e una motivazione che va oltre la stessa obbligata difesa di Berlusconi. Può darsi che qualcuno abbia memoria del 1974, di quel voto sul referendum sul divorzio che mise in discussione equilibri politici che sembravano solidissimi. E allora la maggioranza vuole blindarsi contro questo ulteriore rischio, contro la possibilità che i cittadini, prendendo direttamente la parola, sconfessino il governo e accelerino la dissoluzione della maggioranza.
È resistibile questa strategia? In attesa di conoscere i dettagli tecnici riguardanti i quesiti referendari sull´acqua è bene tornare per un momento sull´emendamento con il quale si è voluto cancellare il referendum sul nucleare. Questo è congegnato nel modo seguente: le parti dell´emendamento che prevedono l´abrogazione delle norme oggetto del quesito referendario, sono incastonate tra due commi con i quali il governo si riserva di tornare sulla questione, una volta acquisite «nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell´agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea». E lo farà entro dodici mesi adottando una «Strategia energetica nazionale», per la quale furbescamente non si nomina, ma neppure si esclude, il ricorso al nucleare. Si è giustamente ricordato che, fin dal 1978, la Corte costituzionale ha detto con chiarezza che, modificando le norme sottoposte a referendum, al Parlamento non è permesso di frustrare «gli intendimenti dei promotori e dei sottoscrittori delle richieste di referendum» e che il referendum non si tiene solo se sono stati del tutto abbandonati «i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente». Si può ragionevolmente dubitare che, vista la formulazione dell´emendamento sul nucleare, questo sia avvenuto. E questo precedente induce ad essere sospettosi sulla soluzione che sarà adottata per l´acqua. Di questo dovrà occuparsi l´ufficio centrale del referendum che, qualora accerti quella che sembra essere una vera frode del legislatore, trasferirà il referendum sulle nuove norme. La partita, dunque, non è chiusa.
Da questa vicenda può essere tratta una non indifferente morale politica. Alcuni esponenti dell´opposizione avrebbero dovuto manifestare maggiore sobrietà in occasione dell´approvazione dell´emendamento sul nucleare, senza abbandonarsi a grida di vittoria che assomigliano assai a un respiro di sollievo per essere stati liberati dall´obbligo di parlar chiaro su un tema così impegnativo e davvero determinante per il futuro dell´umanità.
Dubito che questa sarebbe la reazione dei promotori del referendum sull´acqua qualora si seguisse la stessa strada. Ma proprio l´aggressione al referendum e ai diritti dei cittadini promotori e votanti, la spregiudicata manipolazione degli istituti costituzionali fanno nascere per l´opposizione un vero e proprio obbligo. Agire attivamente, mobilitarsi perché il quorum sia raggiunto, si voti su uno, due, tre o quattro quesiti. Si tratta di difendere il diritto dei cittadini a far sentire la loro voce, quale che sia l´opinione di ciascuno. Altrimenti, dovremo malinconicamente registrare l´ennesimo scarto tra parole e comportamenti, che certo non ha giovato alla credibilità delle istituzioni.

La Repubblica 22.04.11