Ghizzoni a Pittoni (Ln): Lega improbabile paladina del Sud. “Sui precari della scuola Governo e maggioranza si dividono e la Lega si erge a improbabile paladina del Sud. Quello che non si capisce è dove erano Tremonti, Gelmini e Pittoni quando, nel 2008, il governo Berlusconi ha cancellato ben 87 mila posti di docenti dagli organici della scuola”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura, Manuela Ghizzoni dopo che il senatore leghista Mario Pittoni ha criticato la decisione del ministero dell’Istruzione sulle graduatorie che dà il via libera al cambio di provincia. “I diritti dei precari – prosegue Ghizzoni – si salvaguardano solo immettendoli in ruolo: per questo motivo le annunciate 30mila stabilizzazioni per il prossimo anno sono appena sufficienti a garantire il turn over, ma non rappresentano un intervento incisivo. Servirebbero almeno 60.000 docenti che dovrebbero essere assorbiti già nel prossimo anno per coprire le cattedre vacanti e gli spezzoni di orario, che costituirebbero la base di un organico funzionale al piano dell’offerta formativa delle scuole. A questo primo grande programma di immissione in ruolo deve seguire un piano pluriennale di stabilizzazione, ma soprattutto è prioritaria la cancellazione dei 19.700 tagli agli organici per il prossimo anno. Se la maggioranza e il governo vogliono davvero assorbire i precari e non farne più, come ripete la Gelmini, possono, già la prossima settimana, intervenire già con il Def in discussione in parlamento. Purtroppo gli interventi di oggi hanno solo l’acre sapore pre-elettorale”.
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"Sulle spalle della famiglia", di Chiara Saraceno
Il governo sostiene di aver rafforzato il ruolo della famiglia. E infatti ricadono sulle famiglie italiane tutti i problemi di cui, nella maggior parte dei paesi, si fa carico lo stato sociale: dalla povertà alla dipendenza in età anziana, dalla disoccupazione giovanile alla cura dei bambini piccoli quando la madre lavora. Le timide proposte innovative del Piano nazionale per la famiglia sono rimaste lettera morta. Senza contare che una disoccupazione giovanile vicina al 30 per cento impedisce ai giovani di crearsi una propria famiglia. Le dimissioni delle lavoratrici madri.
Non ha torto Silvio Berlusconi ad affermare che il suo governo ha rafforzato il ruolo della famiglia. Basta intendersi su che cosa significa “rafforzare”.
LE FAMIGLIE E IL WELFARE
Il ruolo della solidarietà famigliare, sempre importantissimo nel nostro welfare debole e squilibrato, è uscito indubbiamente rafforzato dalla riduzione dei trasferimenti agli enti locali (a partire dall’abolizione dell’Ici), quindi delle risorse per i servizi alla persona, così come dalla riduzione dell’offerta educativa della scuola pubblica in termini di contenuti e di tempo.Èstato rafforzato anche dal mancato adeguamento del sistema di protezione sociale a un mercato del lavoro flessibile, dove la precarietà e la disoccupazione colpiscono soprattutto i giovani.
Questa modalità di rafforzamento è stata teorizzata esplicitamente nei due più importanti documenti del governo sul welfare: il Libro bianco sul futuro del welfare e il documento Italia 2020 sull’occupazione femminile e i problemi di conciliazione. (1) Entrambi i documenti indicano appunto nella solidarietà famigliare la principale risorsa su cui contare per far fronte a tutti i problemi di cui, nella maggior parte dei paesi, si fa carico in larga misura lo stato sociale: dalla povertà alla dipendenza in età anziana, dalla disoccupazione giovanile alla cura dei bambini piccoli quando la madre lavora.
Le timide proposte innovative indicate con grande enfasi nel novembre scorso dal Piano nazionale per la famiglia, e commentate su questo sito, sono rimaste lettera morta. (2)
Sulla base dell’obiettivo di rafforzamento del ruolo delle famiglie, si è proceduto a tagli indiscriminati, salvo che sui sussidi alla scuola privata, e si è di fatto vanificato il fondo per il sostegno all’affitto. Ma non solo: si è anche ripetutamente sottovalutata la drammaticità di una disoccupazione giovanile che tocca il 30 per cento.
Peccato che non tutti abbiano alle spalle una famiglia che può provvedere in caso di necessità. E peccato che proprio la dipendenza dalla solidarietà famigliare, oltre a sovraccaricare le famiglie e a sottoporre a tensione bilanci spesso modesti, renda più difficile per i giovani costituire una propria famiglia, se lo desiderano. Rende anche difficile alle mamme conciliare famiglia e lavoro, se non hanno un reddito sufficiente a pagare un servizio privato, o una mamma o una suocera disponibili e in grado di condividere le responsabilità di cura.
LE NORME PER LE LAVORATRICI MAMME
Alle mamme, poi, il governo Berlusconi ha fatto un brutto scherzo fin dall’avvio del governo. Nel giugno 2008, in nome della semplificazione, il ministro Sacconi ha infatti ha abrogato la norma che imponeva la procedura telematica per le dimissioni volontarie. Era stata approvata a largissima maggioranza bipartisan dal parlamento pochi mesi prima, durante il governo Prodi, per cercare di contrastare l’abitudine di far firmare in bianco una lettera di dimissioni all’atto dell’assunzione – un’abitudine molto diffusa soprattutto nelle aziende del Nord e molto utilizzata soprattutto contro le lavoratrici che rimangono incinte. La consigliera di parità nazionale che, facendo il proprio mestiere, osò protestare per il danno che ne sarebbe seguito per coloro che volevano avere un figlio, si vide revocata la nomina. Solo un anno dopo è stata introdotta una nuova norma, di fatto più complessa, che richiede che un genitore che si dimette “volontariamente” durante il periodo protetto dalla legge sui congedi confermi la propria volontà davanti a un funzionario della direzione provinciale del lavoro (nota prot. 25/II/2840 del 26 febbraio 2009). La nuova norma, tuttavia, riduce la protezione al solo periodo coperto dalla legge sulla maternità e paternità. Non protegge affatto da dimissioni forzate al termine di quel periodo, quando la lavoratrice dovrebbe tornare al lavoro.
(1) Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Libro bianco sul futuro del welfare. La vita buona nella società attiva, Roma, maggio 2009; ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ministero per le Pari opportunità, Italia 2020. Programa di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, Roma, dicembre 2009.
(2)Verso un piano nazionale per la famiglia, novembre 2010. Per un commento su questo sito si veda Daniela Del Boca e Chiara Saraceno, “Una tradizionale famiglia italiana”, 9.11.2010
da voce.info
Atenei telematici, la laurea è "scontata" tra rette convenzionate e bonus crediti", di Manuel Massimo
Nel nostro Paese ce ne sono 11. Si fanno concorrenza stringendo accordi con sindacati, enti, ordini professionali e concedendo vantaggi agli iscritti. Ma nonostante questi sforzi raccolgono appena l’1% degli studenti. Le università telematiche italiane sono undici ma non fanno squadra: ciascuna “gioca per sé” e cerca di massimizzare gli iscritti a spese delle altre. Una lotta senza esclusione di colpi che viene combattuta attraverso due strumenti: le convenzioni e il riconoscimento dei crediti formativi. Protocolli d’intesa vengono siglati con una molteplicità di soggetti eterogenei: sindacati, enti, comuni, ordini professionali, banche, assicurazioni; ciascun ateneo intesse relazioni e propone pacchetti ad hoc per offrire sconti sulla retta d’iscrizione a un’utenza di iscritti potenziali – lavoratori diplomati desiderosi di fregiarsi del titolo di dottore per fare carriera ma con un occhio attento al portafoglio – inclusa la possibilità di riconoscere “fino a un massimo” di 60 crediti formativi (l’equivalente di un anno accademico, ndr) grazie a esami sostenuti in passato o a esperienza “buona per la laurea” acquisita lavorando.
Il podio delle convenzioni. Nella speciale classifica delle convenzioni un ateneo in particolare svetta su tutti gli altri: l’Unisu – Università telematica della Scienze Umane “Niccolò Cusano” – ha stretto ben 103 accordi, principalmente con Ordini dei Consulenti del Lavoro sparsi in tutta Italia e sindacati di ogni colore. Molto attive sul fronte convenzioni sono anche la napoletana Unipegaso – sul suo sito istituzionale risultano 25 accordi attivi – e l’Universitas Mercatorum, la telematica delle Camere di Commercio Italiane che si attesta a quota 20 e
precisa che “le agevolazioni indicate in convenzione sono estese anche ai familiari”. Un po’ come se si trattasse di un abbonamento alla palestra o della carta punti fedeltà del supermercato.
Iscritti col lanternino. Nonostante questa frenetica attività di promozione e di vendita con lo sconto della retta annuale, oggi gli atenei telematici mettono insieme complessivamente soltanto l’1% della popolazione studentesca universitaria nazionale. Questa scarsa attrattività, consolidatasi negli ultimi anni, è derivata principalmente dal “tetto dei crediti” voluto nel 2006 dall’ex ministro Fabio Mussi: un “atto dovuto” visto che nei primi anni di attività – in assenza di paletti e con assoluta discrezionalità – le telematiche hanno sfornato centinaia di laureati “precoci”, che erano riusciti a strappare in pochi mesi una triennale grazie a un riconoscimento di crediti formativi molto “generoso”. Il massimo risultato con il minimo sforzo, visto che il titolo “conseguito” ha pieno valore legale.
Laureati “virtuali”, chi li ha visti? Gli ultimi dati certificati disponibili sui laureati a distanza, presenti nell’Anagrafe Nazionale degli Studenti e relativi all’anno 2008/2009, denotano l’assoluta marginalità delle telematiche nell’offerta formativa accademica del Belpaese: “Giustino Fortunato” 64, “Guglielmo Marconi” 62, “Leonardo Da Vinci” 41, “Italian University Line” 23, Universitas Mercatorum addirittura soltanto dieci. Sono solo alcuni esempi eclatanti: numeri davvero modesti, soprattutto in relazione al fatto che gli atenei telematici rappresentano ben il 10% delle istituzioni accademiche italiane autorizzate a rilasciare titoli. Per l’immediato futuro, inoltre, non è previsto un netto cambio di passo: nonostante le iscrizioni alle telematiche siano aperte tutto l’anno, il trend dei nuovi ingressi nell’ultimo triennio è nella maggior parte dei casi negativo.
Uninettuno, l’eccezione positiva. L’Università Telematica Internazionale “Uninettuno” è l’unica ad aver ottenuto un risultato positivo alle visite ispettive del Cnvsu (Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario) – a tre e a cinque anni dall’inizio dell’attività – e ci tiene a non “confondersi” con le altre, precisando questa sua peculiarità in maniera ben evidente sull’homepage del proprio sito istituzionale. “Valutata per la seconda volta positivamente e senza riserve” è scritto sulla web-bacheca. Un “bollino blu” di qualità che un’istituzione come l’e-Campus di Francesco Polidori – pur molto “sponsorizzata” dal governo in carica – guarda da lontano, avendo il Cnvsu riscontrato nel quartier generale di Novedrate molteplici criticità da sanare.
Il pallino passa all’Anvur. Il ministro Maria Stella Gelmini, fin dal suo insediamento al Miur, ha sempre tenuto un atteggiamento ambivalente nei confronti degli atenei telematici: pubblicamente ha dichiarato a più riprese la necessità di mettere un freno al fenomeno, usando espressioni ad effetto come “tolleranza zero”, nella pratica però si è limitata a circoscriverne il raggio d’azione e la portata, riducendo ad esempio al massimo a 12 la quota di crediti formativi riconoscibili con la formula “laureare l’esperienza”. Il ruolo di “watchdog” svolto in questi anni dal Cnvsu passerà all’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione), che proprio in questi giorni – dopo una lunghissima e difficile gestazione – sta entrando a regime. Il ministro dal canto suo promette che “è in arrivo un nuovo regolamento che finalmente metterà ordine anche in questo settore” perché “sono necessarie regole certe, affidabili e improntate al massimo rigore”. Regolamento annunciato: a quando la sua emanazione?
www.repubblica.it
"Mariastella cadente", di Mario Lavia
Può capitare a tutti una serata no. È capitata a lei, Mariastar (copyright Luciana Littizzetto), crollata di schianto l’altra sera a Ballarò. Una novità, perché finora era sempre andata abbastanza bene. Tanto che Mariastella Gelmini è (era?) considerata nell’inner circle, o struttura Delta che dir si voglia, una delle punte di diamante, una sicurezza televisiva, buona parlantina, gradevole presenza, il giusto mix di grinta e arroganza, discreta competenza, un’aura di “nuova politica” a cingerle il visino occhialuto. Ora bisognerà ripensarci: è andata veramente male.
Perché non si può balbettare davanti alle cifre squadernate dall’avversario politico (un Enrico Letta solitamente mite ma stavolta davvero indignato per l’altrui ignoranza dei problemi), non si può fare appello alla fede («I tagli? Ma no, Tremonti me l’avrebbe detto»), non si può fare a gara con un Cota qualunque a chi la spara più greve (il governatore piemontese: «Ci sono più bidelli che carabinieri»), non si può invocare l’aiutino del collaboratore appollaiato dietro le spalle (anche perché quello poi se ne approfitta e si mette a gridare, lui che non avrebbe il diritto di parola, e fa a sua volta una figuraccia). Per farla breve, una débacle.
E bisogna dire bravo a Letta, che non è ricorso all’antiberlusconismo urlato – che ti viene voglia di cambiare canale quando strillano – preferendo inchiodare la ministra sulle cifre del Def di Tremonti, che inequivocabilmente significano: tagli all’istruzione. Quando si dice opposizione nel merito.
Dopo l’eclissi della Prestigiacomo – un ministro dell’ambiente che non viene avvertito della scelta di abbandonare il nucleare –, dopo la scomparsa politica della Carfagna, dopo le apparizioni della Meloni nella parte di valletta del Cavaliere, dopo le innumerevoli e sempre sguaiate comparsate della Brambilla, questa strana sindrome ammazza-ministre colpisce dunque anche la meno peggio – la Gelmini appunto – come se in questa fase le donne del Pdl fossero raggiunte da qualche invisibile raggio politicamente invalidante a fiaccarne la resa televisiva.
È come se, nel suo inesorabile incedere, la crisi del berlusconismo travolgesse le seguaci del Caimano (si salva forse solo una professionista dell’odio come la Santanché), incresciosa nemesi che porta una dopo l’altra a mancare l’obiettivo.
A Mariastella, una delle grandi speranze dell’uomo di Arcore, non basta sparare frasi a macchinetta e strizzare gli occhietti dietro gli occhiali. Deve imparare meglio, la ministra dell’istruzione, la parte che le è stata assegnata colà dove si puote. Altrimenti basterà un altro documento di Tremonti a seppellirla.
da EuropaQuotidiano 21.04.11
Napolitano marca le distanze: Il Colle non scende in guerra", di Marcella Ciarnelli
Nessuna eco al Quirinale dell’iniziativa di Remigio Ceroni. Anche fosse farina del sacco di qualcun altro, non sono certo questi argomenti a muovere gli interventi di Napolitano. Che non abbocca alle brame di guerra altrui.
L’iniziativa «personale» del deputato Remigio Ceroni non ha trovato alcuna eco al Quirinale nonostante il fin qui sconosciuto, a dispetto del suo stare praticamente sempre in Parlamento, parlamentare marchigiano abbia chiamato in causa esplicitamente il presidente Napolitano parlando di «ingerenza inaccettabile» a proposito dell’iter di alcune leggi. Silenzio al Colle. In una situazione come quella di questi giorni, in cui appare sempre più evidente il desiderio di vedergli compiere un errore, di vedergli, per così dire un’invasione di campo, il Capo dello Stato era abbastanza scontato che non intervenisse in alcun modo sulla iniziativa, legittima anche se sorprendente, dell’onorevole. Non restava davanti ad essa, un altro segnale di quella voglia di creare un clima di tensione, di impegnarsi in piccole ma significative prove di forza, che mantenere un giusto distacco. Pena l’accusa di non riconoscere ad un eletto dal popolo la libertà di opinione e di iniziativa.
Peraltro in questi giorni difficili sono già troppi i motivi di preoccupazione perché ci si metta ad inseguire le trovate di un parlamentare che d’improvviso decide di modificare la Costituzione e, per giunta, in uno dei suoi articoli, il primo, fin qui considerato intangibile, uno dei principi fondamentali. Ancora più sorprendente l’intenzione di stabilire una graduatoria di importanza tra gli organi costituzionali privilegiando proprio quel Parlamento che la parte politica del Ceroni non fa funzionare se non nell’interesse del premier. Contraddizioni. Provocazioni. Voglia di scontro piuttosto che di confronto nonostante il più volte ripetuto invito di Napolitano, a tutte le parti, a «non esasperare il clima» ma puntando, piuttosto al confronto. E non è certo con le iniziative personali che tendono a stabilire «la centralità del Parlamento nel sistema istituzionale» che si ristabilisce un clima di dialogo costruttivo nell’interesse del Paese. Il primo effetto evidente è stato solo la sovraesposizione mediatica di un deputato di cui fin qui non si conosceva neanche il nome. Però è anche vero che in altre occasioni «l’iniziativa personale» è poi diventata patrimonio dell’intera maggioranza nella battaglia parlamentare. Questa volta, almeno per ora, Ceroni sembra destinato ad una (forse) imprevista solitudine. Chissà se si aspettava di essere mollato così in fretta dai suoi colleghi di coalizione. Al momento è così. Poi si vedrà .
Il premier intanto scalpita. Lui al Quirinale vorrebbe salirci di persona per cercare ancora una volta di illustrare le necessità inderogabili di ampliare il numero dei componenti del suo governo. Se il famoso rimpasto di cui tanto si parla, ma su cui anche ieri su tempi e modi, sono state riportate contraddittorie informazioni da due autorevoli esponenti del Pdl alla fine dello stesso vertice, passa per le forche caudine di un numero maggiore di poltrone rispetto a quelle previste dalla normativa in vigore. Su questo il presidente della Repubblica è stato chiaro fin dalla prima richiesta. Se si tratta di ricevere informazioni e presentazioni dei candidati, porte aperte. Ma l’aumento del numero può passare solo per un disegno di legge che dovrà compiere il suo completo iter parlamentare. Ed a proposito di riforme c’è sem-
pre quell’espresso desiderio di inviare al Colle il ministro Alfano per ulteriori approfondimenti sulla «epocale» riforma della giustizia. Finora non c’è stata alcuna richiesta. Peraltro il presidente della Repubblica, parlando per ultimo a Praga nei giorni scorsi, ha fatto ben intendere che non c’è alcun bisogno di ricevere ulteriori spiegazione. Al momento opportuno, quando l’itinerario in Parlamento sarà compiuto, entreranno in campo le prerogative del Presidente che valuterà il testo con l’attenzione di sempre. Ben nota a tutti.
l’Unità 21.4.11
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“Il retroscena. Dopo Lassini, Ceroni Silvio lancia gli scagnozzi”, di Ninni Andriolo
Altro che tregua. C’è chi fa il lavoro sporco per il Capo, che si dice «all’oscuro». Ma ormai la strategia è evidente e svelata anche da Ferrara: trasformare Napolitano in un avversario Nuova promessa ai Responsabili: rimpasto subito dopo Pasqua: «Salirò al Colle per le nomine». Altro che «tregua pasquale»! I primi a non credere al Cavaliere erano stati i pdl destinatari del consiglio. Con l’esodo alle porte e la colomba sulla tavola di milioni di italiani, la promessa di «abbassare i toni» appariva ai consiglieri del premier una mossa sensata, anche se poco realistica. Ieri, per la verità, Silvio si è detto «all’oscuro», ma tutte le indiscrezioni fatte trapelare da Palazzo Grazioli segnalavano l’escalation di propositi di guerra. Dal conflitto sollevato davanti la Consulta contro i giudici milanesi del processo Mediaset che non ritennero legittimo l’impedimento accampato dal premier; alla carica data a coordinatori e capigruppo Pdl convocati a Palazzo Grazioli per trasformare le amministrative nella resa dei conti con le procure che «perseguitano» Silvio; fino alla nuova sfida al Capo dello Stato per interposta persona.
Se il clima che fomenta il Cavaliere è quello dello scontro «perché serve a vincere, e i sondaggi lo dimostrano» come si fa poi a sostenere che un tal Ceroni sia partito in quarta con l’idea di riscrivere l’articolo 1 della Costituzione, solo «a titolo personale»? Come Lassini ha preso alla lettera sui manifesti il Cavaliere sul «brigatismo giudiziario», Ceroni ha trasformato in disegno di legge di riforma costituzionale gli attacchi del premier a pm, Consulta e Quirinale. I fedelissimi di Silvio prendono le distanze, ma giustificano. «Ceroni ha cercato di ribadire la centralità del Parlamento spiega Giorgio Stracquadanio Sinistra e Udc non sono interessati al tema solo perché alla Camera e al Senato la maggioranza è di centrodestra?».
Il gesto dell’azzurro che «sbaglia», in realtà, suona come l’ennesimo tentativo di trascinare Napolitano nella contesa per non farlo apparire «super partes» nello «scontro finale» sulla riforma ad personam della giustizia. Un’offensiva che passa per le amministrative dove Silvio «ha messo la faccia». Ieri, i maggiorenti riuniti a Palazzo Grazioli, hanno fissato due grandi manifestazioni elettorali con Berlusconi, il 7 maggio a Milano e il 13 a Napoli. Ai milanesi, tra l’altro, il Cavaliere invierà una lettera personale. A dispetto della propaganda sulla «vittoria certissima», l’astensionismo che si registra nell’elettorato di centrodestra preoccupa il premier. Concentrato sulla «battaglia campale» del voto, Berlusconi avrebbe voluto occuparsi il meno possibile dei responsabili.
Ieri, però, Scilipoti&Co gli hanno ricordato che grazie a loro è stato evitato «il golpe» del 14 dicembre. E il premier è stato costretto a ricevere Luciano Sardelli per l’ennesima volta. La promessa? La stessa, inevasa, delle settimane scorse: «il rimpasto di governo». Sarà la volta buona per Pionati, Calearo e soci? Dopo Pasqua nove sottosegretari e uno/due viceministri: questa la promessa solenne del Cavaliere al capogruppo alla Camera di Ir.
Impegni fatti apposta per mandare su tutte le furie azzurri e leghisti in lista d’attesa per uno strapuntino di governo, sacrificati alle ragioni del «figliol prodico che ritorna» malgrado la fedeltà dimostrata a Silvio. Per loro, però, il Cavaliere annuncia un disegno di legge ad hoc per allargare le panchine di governo. Un altro espediente, a ben vedere, per gettare altra benzina sul fuoco dei rapporti con il Colle.
L’Unità 21.04.11
"La scure del governo su scuola e università", di Roberto Ciccarelli
Per carità, non chiamateli tagli alla scuola e all’università, sono solo «minori spese» per 4,5 miliardi di euro nel 2012, 4,5 miliardi per il 2013 e per altri 4,5 miliardi nel 2014. Sono le cifre stampate nella tabella contenuta nel Documento di economia e finanza (Def) che è stato presentato dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti l’altro ieri a Bruxelles. Li possono osservare tutti su internet, mentre il vicesegretario Pd Enrico Letta li sventola in faccia al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini nel corso di Ballarò andato in onda martedì su Raitre.
Uno scoop clamoroso che ha fatto sorridere un Letta beffardo e pugnace, mentre la Gelmini saltava come un grillo dalla sua poltrona. «Non sono tagli, Tremonti me lo avrebbe detto! Lei Letta, vuole creare inutilmente del panico». Abituata a mettere la polvere sotto il tappeto e a recitare a soggetto, grazie al suggerimento di un occhialuto collaboratore seduto dietro di lei, il ministro Gelmini si è affrettata a dire che queste cifre sono «cifre computate rispetto al 2008». Abbiamo verificato sul sito del ministero dell’Economia dov’è possibile consultare il Def.
E in effetti è vero, la cifra di 13,5 miliardi per il prossimo triennio somma i tagli della legge 133 del 2008. Ma c’è un punto da chiarire. Rispetto alle cifre conosciute, a decorrere dal 2012 c’è uno scarto di almeno 600 milioni all’anno. E non è chiaro dove il governo prenderà queste risorse, ma di sicuro sta pensando ad un’altra operazione ragionieristica che farà crollare il sistema dell’istruzione pubblica a favore di quello privato tanto caro al Presidente del consiglio Berlusconi.
Nella scena madre di Ballarò non è stata purtroppo menzionata la notizia più devastante. Abbiamo appreso che nel prossimo trentennio il governo ha deciso che la ricchezza prodotta verrà progressivamente spostata dall’istruzione pubblica a settori di spesa non ancora precisati. La quota attuale del Pil impegnata nella scuola e nell’università è del 4,2 per cento, calerà al 3,7 per cento nel 2015 per raggiungere il 3,2 entro il 2030.
Siamo certi che a questo punto persone ben informate, e competenti, si sono già messe al lavoro per quantificare la cifra. Quello che ad oggi possiamo dire è che i «risparmi» (cioè i tagli) previsti sono senz’altro più alti di quello che si legge nel Def. Nell’immediato il contenimento della spesa provocherà la progressiva riduzione degli stipendi degli insegnanti e dei ricercatori che sono già oggi i più bassi d’Europa. Il Def conferma inoltre che gli scatti stipendiali congelati da Tremonti nella manovra estiva del 2010 non verranno restituiti nel 2013 e che per il personale della scuola non è previsto alcun rinnovo del contratto.
Ma non è finita qui. Nel testo si continua ad affermare una falsità. Si parla ancora di un reintegro di 800 milioni del Fondo ordinario di finanziamento delle università (Ffo), quando invece è universalmente noto che si tratta solo di un parziale reintegro di un taglio di 1,3 miliardi previsto sin dal 2008.
Sempre nella memorabile scena il ministro Gelmini si è soffermata sull’immissione in ruolo di 30 mila docenti precari prevista per il prossimo anno «in accordo con i sindacati», cioè con Cisl e Uil. Una tesi contestata da Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, che apostrofa il metodo seguito dalla Gelmini come quello che si segue «al Bar degli amici». «Questo numero – sostiene – non garantisce alcuna aggiuntività rispetto ai posti disponibili che sono oltre il doppio ed è insufficiente per garantire stabilità ai precari». «Se il Ministro non è in grado di interpretare da sola le tabelle del Def – ha rincarato la dose la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi – se li faccia spiegare con esattezza da Tremonti». «Quello che è certo – afferma Alessandro Ferretti, fisico a Torino e esponente della Rete 29 aprile – è che per 3 anni non si investirà un euro nella ricerca come nella scuola. I costi però continueranno ad aumentare e l’unico modo per sostenere l’istruzione pubblica in questo paese sarà quello di diminuire il numero degli studenti, delle sedi e dei servizi».
Il Manifesto 21.04.11
"La plastica istituzionale", di Michele Ainis
Potremmo iscrivere alla fiera dell’ovvio la proposta dell’onorevole Ceroni, benché il Palazzo l’abbia salutata con fragore. Potremmo gettare nel cestino dei farmaci scaduti quest’ultima iniezione ri-costituente. A che serve infatti dichiarare — già nel primo articolo della nostra Carta — che il Parlamento è l’organo centrale del sistema, che per suo tramite s’esprime la volontà del popolo, che il popolo a sua volta designa deputati e senatori attraverso un rito elettorale? Magari può servire a ricordarci che in quel posto lì ci si va per elezione, non per cooptazione, non per nomina d’un signorotto di partito, come c’è scritto nel «Porcellum» . Ma tutto il resto è già nero su bianco nella Costituzione: articoli 55 e seguenti. Basta sfogliarne qualche pagina, dopotutto non è una gran fatica. Le leggi inutili, diceva Montesquieu, indeboliscono quelle necessarie. E infatti almeno un quarto del tempo speso dai costituenti nel 1947 fu dedicato a interrogarsi su quanto avesse titolo per entrare nella Carta, allo scopo di non sottrarle dignità e prestigio. Scrupoli d’altri tempi, diremmo col senno di poi. D’altronde, proprio l’articolo 1, con questa folla di chirurghi plastici che sgomita attorno al suo capezzale, ne è la prova più eloquente. C’è per esempio la proposta — avanzata a turno da Segni e da Brunetta, dai radicali, dallo stesso Berlusconi — d’espellere il lavoro dai fondamenti della nostra convivenza. Parola comunista, dicono: meglio libertà. Anche se la libertà già alberga, come noce nel mallo, nella democrazia evocata dall’articolo 1. Non importa, costruiremo una democrazia al quadrato. E poi, libertà di chi? Del popolo, ovviamente. Sicché potremmo scrivere così: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul Popolo della libertà» . Il guaio è che proprio questa parrebbe l’intenzione di Ceroni, nonché dei molti che annuiscono in silenzio. Se non il testo, stavolta fa fede il contesto. Ossia la relazione che accompagna la proposta, dove s’alza il tiro contro gli organi di garanzia costituzionale, a partire dal capo dello Stato. Dove si denunciano abusi e prepotenze a scapito della «centralità parlamentare» (a proposito, ma non fu uno slogan degli anni Settanta, i nostri anni più rossi? Si vede che i politici sono diventati un po’ daltonici). Dove infine si disegna un modello di democrazia plebiscitaria. Conviene allora dirlo con chiarezza: così usciremmo fuori dalla Costituzione. Non solo da quella italiana, ma da qualunque altra. Come scrissero i rivoluzionari del 1789, se una società non regola la separazione dei poteri, non ha una Costituzione. Eppure è esattamente questo che ci sta succedendo. La proposta Ceroni è figlia d’un clima che nega il valore stesso delle regole, perché l’unica regola vigente è quella che ciascuno sagoma attorno al suo pancione, come una cintura. Non a caso la parola più abusata è «eversione» , e infatti ieri è risuonata mille volte. Nel frattempo sulla Consulta piovono conflitti come rane (l’ultimo è sempre di ieri). Servirebbe una tregua, una vacanza, un giorno di riposo. Ma intanto ci servirà l’ombrello.
Il Corriere della Sera 21.04.11
