Latest Posts

"Ritorno nel Far West archeologico di Pompei", di Francesco Merlo

Gli sembrano «maledettamente meridionali», come i grattacieli di spazzatura urbana, anche il calcestruzzo di Pompei, vecchio o nuovo ma sempre infiltrato d´umidità, e i ponteggi e i puntelli che «ricordano più le emergenze di Beirut che la manutenzione quotidiana dei cantieri sempre vivi di Efeso o di Delo», e poi il cemento armato comunque ossidato, le tettoie di zinco, gli impacchettamenti informi e i crolli, «quelli di orsono sei mesi e quelli evidentemente in attesa, quelli incombenti», i crolli come cifra antropologica del sud del pianeta: «Meridione è il mondo dove le cose non si consumano, crollano; non cambiano, crollano; non si evolvono, crollano».
Dunque persino Deniz, il mio amico turco di Smirne, che è un magnifico pasticcio di storia conservata e di modernità sgangherata, dice con un sorriso complice: «Pompei è maledettamente meridionale, la vera capitale del Meridione». Legge, per esempio, nel primo e unico avviso bilingue ai visitatori: «Non permettete agli “stray dogs” contatto alcuno».
E quando una grossa randagia nera gli viene accanto, mi chiede: «Come faccio a dimostrare che è la cagna che si è avvicinata a me e non io alla cagna?». Qui i trenta cani randagi che avevano invaso l´archeologia sono stati adottati dalla Sovrintendenza. E dunque li vedi grassi e stanziali, promossi a cittadini onorari delle macerie, stesi al sole come vecchi servitori dello Stato in pensione, una sorta di entrismo rovesciato, «come se in piazza san Marco il comune smettesse di multare chi porta da mangiare ai piccioni e addirittura li nutrisse per farne arredo urbano “domato”».
Deniz Inan Gezmis ha lavorato a Beirut, a Damasco e poi ad Efeso in una squadra di grandi “scavatori”, allievo di Ernest Will si è laureato alla Sorbonne ed è stato per anni il mio vicino di pianerottolo. Sempre in giro per il mondo, era in Italia e l´ho convinto a trascorrere un giorno a Pompei che lui considera capitale anche della storia antica e persino della psicanalisi: «L´archeologia qui è sempre stata solo un pretesto». E ricorda gli “antiquari” del Settecento, quelli che scrivevano in latino testi magnifici sulle finestre, sulle monete, sul sesso nell´antichità: «Pompei è importante per questo, non per le pietre che non sapete conservare». Gli antiquari napoletani del secolo dei Lumi erano odiati da Leopardi che li considerava nemici della poesia: «L´antiquaria non è storia, è il culto della morte. Leopardi non ce l´aveva con la storia ma con l´archeologia, con noi mummificatori».
Non so che cosa studia in questo periodo Deniz, sospetto che ormai l´antropologia lo appassioni di più dell´archeologia, vedo che fotografa «per il mio archivio privato» il “Sara ti amo”, inciso sul rosso pompeiano della casa fullonica, la “A” di anarchia nella celletta del lupanare, “Ettore e Lilly” nella Domus di Proculus… Raccoglie e classifica sconcezze: «anche senza i crolli, basterebbero tutti questi sgorbi da metropolitana per far dimettere un sovrintendente o un ministro, ma per me Pompei è molto interessante proprio perché è il Far West dell´archeologia, la vita qui rientra da tutte le parti, anche se è vita degradata».
Ha appena visitato le ville palladiane, Venezia, Vicenza e le residenze del Piemonte, ma solo qui trova l´Italia pittoresca di cui ha letto tanto, di cui sa tanto, l´Italia che «fu tappa obbligata dell´educazione sentimentale europea, l´anima della classe dirigente di un tempo». Dunque è convinto che nelle campagne attorno a Pompei incontrerà le donne con la brocca in testa e i maschi con l´aria guappa ed è per questo che decidiamo di percorrere la statale e saltare l´autostrada. Vedo che si appassiona alla vista malinconica di quelle teorie di ville spettrali e di quelle larve di edifici aristocratici che si alternano ai soliti bruttissimi palazzi, miseria e nobiltà tra Portici e San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata…, fino alla nuova Pompei che è certamente la più aggraziata: «è vero, hai l´illusione ottica di aver visto più cemento nella vecchia che nella nuova Pompei», e forse perché, nata nel 1928, non ha ancora avuto il tempo di invecchiare: «Quando comincia l´archeologia, finisce la storia».
E neppure indulgo troppo nel viaggio attraverso gli incontri con i suoi colleghi archeologi e con tutta la “pompeanità” degli ex sovrintendenti, dei sindacalisti, dei giornalisti specializzati, degli intellettuali nativisti, dei preti che hanno appunto costruito la nuova Pompei mariana, centrata sulla cattedrale e sul culto del beato Bartolo Longo contrapposto al culto di Priapo della vecchia Pompei pagana e ierofallica, dissipata e sibarita. Le bancarelle sono strepitosi teatri di conflitto e confronto tra la mentula e il rosario, l´etera e Maria, sacertà pagana e sacralità cristiana: ti rincorrono per strada, ti vendono di tutto, è il suk di madonne di plastica e di guerrieri di gesso. Faccio una piccola inchiesta volante sulla piazza del santuario e domando al venditore di statue quali miracoli ha fatto la Madonna di Pompei: «di preciso non lo so, ma ne ha fatti tanti» . Mi espongo un po´ al ridicolo e lo chiedo a una cassiera, a un pensionata, a una signora elegante che all´edicola compra Repubblica: nessuno lo sa, ma tutti ci credono. Credere in cose che non si conoscono con certezza è anche la sindrome dell´archeologo, lo stato epistemologico di chi vive accerchiato dai misteri del passato.
Eppure Pompei espone e attira anche studiosi, ci sono molte belle intelligenze come Antonio Varone, Matteo Orfini, Piero Guzzo, Umberto Pappalardo… Ci sono più intellettuali pompeiani che rovine pompeiane. Ed è una “second life” il racconto ingarbugliato dei commissariamenti, delle emergenze e delle inchieste giudiziarie, dalla bella intuizione di Veltroni che affidò Pompei a un “archeo-manager”, una specie di primo cittadino della città antica, fino alle clientele, agli sprechi e alle violenze sul paesaggio del commissario Fiori «al quale si deve – mi dice l´appassionato sindacalista Biagio De Felice – il dissesto del territorio che forse ha determinato anche il crollo della casa dei gladiatori». Di sicuro Pompei è il posto dove tutti “scavano”: il posto della vecchia talpa, direbbe Marx. E anche il posto di Freud. È dal racconto di Wilhelm Jensen su un bassorilievo pompeiano (la Gradiva) che Freud ricava la sua teoria sul delirio. Pompei è come la coscienza, ricca di vestigia sepolte.
Alle fine preferiamo bivaccare nelle rovine per un´intera giornata, tra le scolaresche che si inseguono a gavettoni d´acqua, le manate sui muri per tastare le pitture, l´incontinenza dei giovanotti che “si svuotano” contro le absidi. In tre giorni non ho incontrato mai la severità delle guardie, mi dicono che quotidianamente dovrebbero essercene trenta, ma non vedo una divisa autorevole da custode, qualcuno che rappresenti l´imperio del decoro e della decenza: «Efeso è piena di guardie in borghese che intervengono anche quando qualcuno, per riposarsi, fa solo il gesto di poggiare la pianta del piede sul muro alle sue spalle. E ci sono telecamere e squadre di tecnici sempre al lavoro. Ma trovo questo trambusto divertente. In Grecia, nella Turchia egea si lavora…».
Regalo a Deniz un vecchissimo numero di Topolino dove c´è la storia di Paperone che finanzia Pompeiropoli, un parco-giochi archeologico dove i paperi turisti indossano costumi romani, Nonna Papera riceve vestita alla maniera della matrona Eumachia, e Qui Quo Qua e Gastone, Paperino e Paperina…, tutti partecipano alla vita della città antica, cambiano i dollari in sesterzi, mangiano porco salato con il puzzolente garum e ogni pomeriggio c´è una finta esplosione del Vesuvio che erutta farina. Ebbene, «l´abbiamo fatto davvero» racconta Paolo Gramaglia, il proprietario del ristorante Il Presidente: «Sino alla scorso anno organizzavamo sugli scavi cene in costume e a tema. Con l´aiuto del professore Del Guadio, un insegnante in pensione, abbiamo riprodotto il menu degli antichi romani, in particolare i cibi afrodisiaci». Gli dico di un racconto di Théophile Gautier (Arria Marcella. Souvenir di Pompei) dove l´archeologo, a cui «le antiche vestigia procurano spesso buchi nello stomaco», ha paura di trovare nelle migliori osterie di Pompei «solo bistecche fossili e uova freschissime deposte prima della morte di Plinio». Il povero archeologo di Gautier cambierebbe mestiere se sapesse che lo scorso anno tra gli scavi si tenevano concerti, Riccardo Muti e i Synaulia con canti e danze dell´antica Roma, e poi esplosioni del Vesuvio simulate su megaschermi, musiche di Ennio Morricone. E l´incantevole anfiteatro, restaurato con il più economico tufo al posto dell´originale marmo, porta ancora i segni della baraccopoli per gli artisti dell´imbalsamazione…
All´ingresso del parco archeologico anche le guide smerciano se stesse con un fare losco da mercato nero, 70 euro senza ricevuta. Antonio, per esempio, si presenta così: «io ho un metodo molto accademico» forse perché ogni tanto intercala parole che non capisce, dice «apotropaico», e poi, rapsodicamente si lascia andare nel gorgo sussiegoso del latinorum. Una signora che gli fa concorrenza propone l´approccio «gossip divulgativo» forse perché insiste sulla simbologia fallica, sulla presunta lascivia delle donne pompeiane, sull´esplosione lavica del Vesuvio come punizione del peccato. Noi scegliamo Antonio che ci dice: «le pietre non sono documenti». L´archeologia per lui è fondata sulla chiacchiera, «quelle finestre sono arbitrarie» sentenzia, e poi: «chi l´ha detto che quel panettiere era davvero felix?». Le guide sono i più tipici personaggi di Pompei, interessati custodi della memoria che sopravvivono a tutti i sovrintendenti e ministri, sono come le mosche, la vita sulla morte.
È molto più facile governare una viva città caotica del Mediterraneo come Napoli o come Smirne che governare Pompei. Oggi, a disastro avvenuto, tutti i politici dicono che la politica deve fare un passo indietro, ma forse dovrebbe farne sette in avanti, consegnandosi alle grandi eccellenze. Diego Della Valle ha opportunamente proposto che ogni imprenditore campano adotti e finanzi una Domus con criteri privati. La sovrintendente Teresa Cinquantaquattro invoca un mecenate (e chi non lo vorrebbe, signora mia). La vecchia idea di Veltroni di nominare un sindaco-podestà della Pompei antica è ancora la migliore. Tutte le persone di buon senso penserebbero subito a Renzo Piano o, con più competenza, a Salvatore Settis. L´archeologa Anna Lucia D´Agata mi dice: «Il modello che in Italia funziona è quello del Max Planck di Firenze, ovviamente trasportato dalla ricerca scientifica all´archeologia: un duumvirato di eccellenze». Sarebbe magnifico: Salvatore Settis e Sergio Marchionne. Attenzione però: se lo diciamo al governo Berlusconi, Pompei finisce nelle mani del fauno ballerino Vittorio Sgarbi o di qualche semivip come Umberto Broccoli, quello che espose le auto dentro l´Ara Pacis. Preferiamo Mattia, la guida delle guide, il più bravo logografo: «Venghino signori venghino a fare l´amore a Pompei. Hic habitat felicitas».

La Repubblica 21.04.11

"Un Paese senza energia", di Mario Deaglio

La marcia indietro del governo sulla costruzione di quattro centrali nucleari mira a evitare un «no» popolare non solo in questo referendum ma anche – e soprattutto – negli altri due con i quali gli italiani sono chiamati a esprimersi il 12 giugno: quello sulla privatizzazione dell’acqua e quello sul legittimo impedimento. Un «no» sul nucleare, sull’onda dell’incidente alla centrale atomica giapponese di Fukushima, potrebbe infatti facilmente tirarsi dietro altri due verdetti negativi; e se l’impatto emotivo di Fukushima inducesse più della metà degli elettori a recarsi alle urne – dopo una lunga serie di referendum in cui il «quorum» non è stato raggiunto – l’incidente atomico porterebbe al siluramento sia della privatizzazione dell’acqua sia delle norme sul legittimo impedimento che stanno particolarmente a cuore al presidente del Consiglio.

Questo sembra essere il retroscena politico della rinuncia-rinvio del governo sul nucleare. Più rinvio che rinuncia, stando alle dichiarazioni in Senato del ministro delle Attività produttive, Paolo Romani. Il governo sembra poi essere riuscito a provocare divisioni non piccole nell’opposizione mentre l’eventuale acquisto di centrali nucleari americane anziché francesi, potrebbe rappresentare una ritorsione contro Parigi per una serie di «dispetti» che va dal caso Parmalat all’immigrazione e a Schengen.

Tre piccioni con una fava, quindi. Se così è stato, il governo si è dimostrato politicamente astuto e, per usare un termine calcistico, ha «dribblato» gli avversari. A queste capacità tattiche indubbiamente buone si accompagna però un’eccezionale miopia di lungo periodo. Quella delle centrali nucleari, infatti, non avrebbe dovuto essere una scelta opportunista, né la rinuncia alle centrali avrebbe dovuto trasformarsi in un proiettile in più da usare nella battaglia politica di tutti i giorni. Si doveva trattare, secondo il programma del governo, di una struttura portante della futura crescita italiana. Su questa struttura portante si poteva ampiamente discutere ma si trattava in ogni caso di un raro guizzo di strategia in una politica ostinatamente, talora sciaguratamente, avvitata sul presente.

La rinuncia al nucleare non appare invece accompagnata da alcuna indicazione di alternative: niente centrali atomiche, e basta. Fermiamo la «dissennata» corsa alla crescita e godiamoci il verde, anzi l’estremismo verde, tutto semplicità e ritorno al passato. Facciamo finta di dimenticare che l’Italia si è sempre sviluppata quando ha avuto ampie disponibilità energetiche e che la sua crescita è strangolata, tra l’altro, da un costo dell’energia elettrica per le imprese nettamente superiore alla media europea. Il «piano delle riforme» preannunciato dal ministro dell’Economia, non può partire se non ha come premessa una strategia energetica. E una strategia non si costruisce abbandonando, senza sostituirli, i progetti precedenti.

Dopo lo «choc» petrolifero del 1973-74 l’Italia si era data una strategia, quella di diversificare i fornitori e sostituire parzialmente il petrolio con il gas naturale. Per circa vent’anni è stato possibile ottenere una crescita abbastanza sostenuta, anche se non esaltante. Oleodotti e gasdotti dall’Europa orientale e dalla riva meridionale del Mediterraneo hanno consentito agli italiani un afflusso regolare, anche se non a buon mercato, di elettricità, benzina e gasolio. Le mutate condizioni richiedono oggi un disegno di lungo periodo del quale non si vedono le premesse.

Ciò è tanto più grave in quanto ci sono ormai chiari segni di scarsità di petrolio «buono», ossia di petrolio facilmente estraibile; le centrali a carbone, anche nella variante «pulita» non sono proponibili in un Paese come l’Italia nel quale l’inquinamento atmosferico obbliga tutti gli inverni a decretare divieti alla circolazione degli autoveicoli. L’energia solare e quella eolica possono essere soluzioni «di contorno» e soddisfare soprattutto la domanda a bassa potenza del consumo famigliare ma è molto difficile – e in ogni caso provoca troppi sprechi – utilizzarle per far muovere un treno ad alta velocità, o per far funzionare un altoforno.

È possibile che la vera alternativa al nucleare sia una politica che spinga a migliorare l’efficienza energetica sia delle imprese sia dei consumi delle famiglie. Se, per avventura, il mondo riuscisse a dimezzare il fabbisogno energetico per la produzione, i trasporti, il riscaldamento e gli usi domestici si otterrebbe il medesimo effetto che deriverebbe da un raddoppio delle riserve energetiche. Uno sforzo importante in questa direzione si ebbe dopo lo choc petrolifero del 1973-74 e in questo campo le imprese italiane non sono mal piazzate: ci sarebbero importanti ricadute tecnologiche a nostro favore.

Il rischio è invece che non si faccia nulla: che si mettano nel cassetto i piani nucleari per tirarli fuori quando la tempesta sarà passata senza seguire strade alternative e che i problemi energetici sollevino semplicemente un polverone di polemiche spicciole. Si tratta di un blocco delle decisioni che gli italiani conoscono molto bene per averlo sperimentato per decenni e che caratterizza quasi tutti i progetti infrastrutturali del Paese. Se il piano nucleare si risolverà semplicemente in un simile blocco, l’Italia si qualificherà una volta di più come un Paese senza energia: non solo quella fisica ma anche quella intellettuale e politica, anch’essa fondamentale per riproporre davvero quella crescita e quello sviluppo che continuano a sfuggirci.

La Stampa 21.04.11

"La maggioranza senza freni", di Claudio Tito

In quella che Silvio Berlusconi ormai chiama la «guerra» contro i magistrati, sembra tutto possibile. La maggioranza di centrodestra si presenta in Parlamento e all´opinione pubblica sollevata da qualsiasi freno inibitorio. Alla ricerca dell´arma più efficace per vincere la battaglia finale. La Costituzione e le basilari norme del diritto diventano così un intralcio da superare con repentine e fantasiose riforme.
E in questa affannosa rincorsa, il centrodestra non ha alcuna preoccupazione di quel che sarà l´assetto istituzionale del prossimo futuro. Anzi, la “casa comune” che ha ospitato l´intera collettività dal 1948 diventa un edificio da abbattere per ricostruirne un altro a immagine e somiglianza della sola maggioranza. Perché tutto è possibile. Diventa possibile persino che un singolo deputato della compagine berlusconiana decida di depositare una proposta di legge al fine di scardinare alla base la nostra Carta fondamentale. Per sovraordinare il Parlamento e quindi il potere legislativo a quasi tutti gli altri poteri dello Stato: a cominciare da quello giudiziario. I magistrati, il Csm, la Corte costituzionale, il presidente della Repubblica diventerebbero tutti soggetti alle dipendenze delle Camere. O meglio alle dipendenze della maggioranza eletta. Il bilanciamento su cui è costruito il nostro sistema costituzionale salterebbe in un colpo solo. E rischierebbe di trasformarsi in quella che Tocqueville definiva tirannide della maggioranza. Farebbe declinare in modo irreversibile il principio della separazione dei poteri che accomuna tutti i sistemi democratici dalla Rivoluzione francese in poi.
Certo, il disegno formulato da questo singolo parlamentare del Pdl non è stato avallato dai vertici del suo partito, né dalla presidenza del consiglio. Ma cresce nell´humus che si è formato negli ultimi mesi. Le parole e gli interventi del premier in qualche modo legittimano le iniziative più improvvide. Tutti si sentono titolati a trasformare in atti le sparate da comizio elettorale del capo del governo. Nel Pdl tanti si sono convinti di potersi poi giustificare con un semplice “lo dice anche lui”. Del resto, anche i manifesti di Milano che equiparavano i pm alle brigate rosse non possono essere derubricati ad avventata campagna denigratoria di un ignoto politico locale. Rappresentano la pedissequa riproduzione dei giudizi espressi da Berlusconi. E nessuno può negare che dopo il recente richiamo del presidente Napolitano al rispetto della magistratura, l´unica voce muta è stata quella del Cavaliere. Un segnale che nel partito di maggioranza relativa tutti hanno recepito come un´autorizzazione preventiva a mettere nel mirino il Quirinale. A limitarne l´azione e l´autonomia. A minacciarne le prerogative. Come ha fatto l´onorevole Ceroni.
Non è un caso poi che proprio mentre questo sconosciuto deputato illustrava a Montecitorio la sua bozza di riforma costituzionale, a Palazzo Chigi mettevano a punto un altro stratagemma per difendere il premier dai suoi processi. La presidenza del consiglio ha deciso di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta contro i magistrati milanesi impegnati nel processo Mediaset accusandoli di non aver rispettato il legittimo impedimento. Una mossa che in realtà punta a bloccare anche questo procedimento attraverso una “leggina” da approvare in tempi strettissimi. Che renda obbligatoria la sospensione dei processi in presenza di un conflitto di attribuzione. Senza aspettare la sentenza dei giudici costituzionali. Che, anche loro, figurano nella lista nera di Palazzo Chigi.
Nel giro di poche settimane, dunque, il centrodestra potrebbe conquistare la prescrizione breve per far saltare la causa Mills. Contestualmente far passare un emendamento che blocca il processo Ruby e, appunto, quello Mediaset. L´ennesimo escamotage per bloccare le inchieste che lo riguardano, dunque, ma anche l´ennesimo tentativo di compromettere i contropoteri che contraddistinguono ogni democrazia. Perché anche la leggina “blocca processi” è potenzialmente in grado di ridurre o arginare i poteri della Corte costituzionale e della Magistratura. Attraverso l´idea che governare equivalga a imporre il volere della maggioranza ad ogni costo.
Nella continua «guerra» contro i pm, quindi, ogni leva viene attivata. E ogni equilibrio viene saggiato. Come se ci fosse il perenne bisogno di verificare la tenuta del sistema, di ricercarne i punti deboli su cui insistere o la crepa da divaricare definitivamente. Sebbene, allora, il conflitto tra poteri sollevato sulla vicenda Mediaset corra apparentemente su un binario affatto diverso rispetto alla proposta di modificare l´articolo 1 della Costituzione, in realtà si muove nello stesso contesto. Ceroni probabilmente, dopo qualche giorno di gloria, tornerà nel limbo dell´anonimato e – prendendo in prestito un´opera di Chagall – diventerà “Colui che parla senza dire nulla”. Ma gli scatti che Berlusconi proverà da qui alla fine della legislatura non terranno contro del pericolo di incrinare il sistema costituzionale di questo Paese.

La Repubblica 21.04.11

Question time – Bersani: “Il governo distrugge e annichilisce le energie rinnovabili”

Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha denunciato oggi alla Camera, durante il Question Time, il comportamento del governo che sta mettendo in crisi tutto il settore delle energie rinnovabili. “Mentre il governo per paura del referendum scappa via dalle sue stesse decisioni sull’impossibile, improbabile, impresentabile piano nucleare, contemporaneamente strema, distrugge, annichilisce il settore delle fonti rinnovabili”, ha spiegato il segretario. “Tutti sanno che il sistema degli incentivi per le rinnovabili andrebbe via via sagomato, ridotto, bilanciato, che gli andrebbe fatta la manutenzione”, ha dichiarato Bersani. “Ma il governo ha dormito per tre anni poi si è svegliato e ha bloccato tutto. Oltre 100000 posti di lavoro, quasi tutti di giovani, sono a rischio. Volete dirci precisamente e urgentemente cosa volete fare?”, ha chiesto da ultimo Bersani al Ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito. Ermete Realacci, responsabile Green economy del Pd, ha replicato al ministro Vito, che ha spiegato le ragioni del governo. “Le Regioni hanno chiesto di cambiare il provvedimento, così come tutti i lavoratori e le categorie sindacali del settore che hanno partecipato questa mattina alla manifestazione davanti al ministero dello Sviluppo economico”, ha detto Realacci. “Ma non si getta il bimbo con tutta l’acqua, per questo oggi abbiamo manifestato. Perchè Romani ha fatto il contrario di tutti gli altri Paesi europei come la Germania. Mentre l’Italia a maggior ragione dopo lo stop all’atomo, ha invece bisogno di un deciso cambio di rotta, di puntare sull’innovazione, sulla ricerca, sul risparmio energetico, sulle fonti rinnovabili. Il provvedimento del governo invece ignora le indicazioni del Parlamento”. Ha concluso Realacci: “Se volete una energia pulita, noi ci stiamo, altrimenti lo faremo noi, perché il Paese merita di più”.

******

Di seguito il testo dell’interrogazione

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA

Al Ministro dello sviluppo economico:

Per sapere – premesso che:

i prevedibili effetti perversi prodotti dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 in materia di incentivi alle fonti rinnovabili si stanno rivelando in tutta la loro gravità, generando incertezza e un drammatico arresto della crescita delle fonti rinnovabili in Italia. In particolare, gli effetti del provvedimento colpiscono mortalmente il vasto comparto produttivo legato ai settore del fotovoltaico che attualmente è uno dei settori più vitali e a più forte crescita industriale e tecnologica del Paese;

tale decreto avrebbe dovuto riformare gli incentivi in modo da centrare gli obiettivi europei, che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020 e che sono stati recepiti dal piano di azione nazionale che il Governo italiano ha inviato a Bruxelles;

in realtà il decreto se da un lato non recepisce nessuna delle numerosissime condizioni poste nei pareri resi all’unanimità dalle commissioni competenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, dall’altro lato getta nella totale incertezza dell’intero settore delle rinnovabili e ha già bloccato tutti gli investimenti in essere disponendo l’anticipazione al 31 maggio 2011 della scadenza, inizialmente prevista al 31 dicembre 2013, del terzo conto energia sul fotovoltaico e rimandando a un decreto del Ministro dello sviluppo economico, da emanarsi di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare entro il 30 aprile 2011, la definizione del IV conto energia, ossia degli incentivi di cui potrà usufruire il settore delle rinnovabili;

in generale, l’approvazione del decreto ha suscitato da subito un diffuso ed elevatissimo allarme in tutte le associazioni di imprenditori del settore delle rinnovabili (tra cui Anev, Aper, Anie-Gifi, Assosolare, Assoenergie Future) e nella stragrande maggioranza delle imprese, tanto che nelle ore immediatamente precedenti l’approvazione del decreto, il Governo ha ricevuto decine di migliaia di e-mail di protesta; Gifi-Anie, associata a Confindustria, ha denunciato che sono a rischio 40 miliardi di euro di investimenti programmati con conseguenti gravi effetti per l’occupazione del settore;
il sistema bancario ha già annunciato la sospensione dei finanziamenti;

il settore delle rinnovabili in questo periodo di crisi economica è stato tra i pochi che, in controtendenza, ha aumentato l’occupazione. Secondo le stime di Asso Energie Future sono circa 120.000 coloro che direttamente o indirettamente sono occupati nel settore del fotovoltaico, mentre secondo la CNA sono circa 85.000 le imprese coinvolte nel settore delle fonti rinnovabili;

il Ministro dello sviluppo economico l’8 marzo u.s. ha dichiarato che entro il 20 marzo avrebbe emanato il nuovo decreto sul IV conto energia in maniera da chiarire e risolvere i gravi problemi di certezza giuridica aperti dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28;

la Camera dei deputati, il 16 marzo, ha approvato all’unanimità una mozione a prima firma Franceschini in cui si impegna il Governo a tener conto, nell’ambito delle norme del IV conto energia, delle indicazioni emerse dal Parlamento e della grande valenza economica del settore; in particolare il Governo è impegnato:

a non lasciare nell’incertezza tutto il settore delle energie rinnovabili e ad anticipare l’emanazione del decreto ministeriale di cui all’articolo 25 del decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, entro la prima decade di aprile del corrente anno (termine peraltro già non rispettato);

a fare salvi gli investimenti che siano stati avviati sulla base del precedente quadro normativo di incentivazione, ristabilendo un orizzonte di certezza sull’ammontare degli incentivi di cui beneficiano le imprese e che assicurano il rimborso dei finanziamenti bancari, interpretando il riferimento «all’entrata in esercizio degli impianti», contenuto nel decreto legislativo approvato, nel senso dell’effettiva produzione di energia elettrica, anche indipendentemente dall’allaccio alla rete elettrica;

a prevedere che i necessari «aggiustamenti», ossia la tendenziale riduzione nel tempo degli incentivi per le fonti rinnovabili, tengano in debito conto i congrui tempi di transizione, al fine di garantire gli investimenti effettuati dalle imprese del settore;

a rendere ancor più trasparente, l’impatto di tutte le agevolazioni dei costi dell’energia elettrica di famiglie e imprese;

a determinare gli incentivi previsti in modo tale da armonizzarli con il livello di incentivazione adottato nei principali paesi dell’Unione europea;

ad assumere iniziative per definire, un sistema di incentivazione che garantisca nel nostro Paese una prospettiva di crescita di lungo termine per il settore fotovoltaico, che consenta un maggior radicamento nell’economia reale e favorisca le ricadute positive sul sistema produttivo nazionale;

nella rideterminazione del sistema di incentivi per il fotovoltaico, a tenere in considerazione, oltre alla loro sostenibilità, gli investimenti già effettuati per la realizzazione di impianti fotovoltaici, l’esigenza di accrescere l’efficienza energetica nell’edilizia e l’opportunità di prevedere meccanismi di adeguamento del livello dell’incentivo alle dinamiche dei costi delle tecnologie e degli impianti e prevedere altresì una modulazione in riduzione degli incentivi, secondo la maggiore potenza degli impianti;

nell’ambito della quantificazione delle tariffe incentivanti, a favorire la realizzazione di impianti integrati su edifici e manufatti, salvaguardando il territorio agricolo dalle speculazioni;

nella definizione dei nuovi incentivi, a mantenere un adeguato sostegno al settore delle energie rinnovabili con una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della grid party in linea con la progressiva riduzione dei costi di produzione del kilowattora da fonti rinnovabili;

a favorire, nell’ambito delle bioenergie, la filiera corta attraverso il ricorso agli impianti di piccola taglia e l’utilizzo di materie prime provenienti dal territorio, nonché, nella rimodulazione degli incentivi, a favorire gli investimenti degli enti pubblici e la produzione destinata all’autoconsumo;

a sostenere la ricerca e lo sviluppo dei processi di industrializzazione delle nuove tecnologie del settore fotovoltaico;
per quanto riguarda le fonti tradizionali, ad assumere iniziative per porre definitivamente fine al sistema di incentivazione tariffaria, noto come CIP6, di cui alla delibera del Comitato interministeriale prezzi n. 6 del 29 aprile 1992;

ad adottare misure che responsabilizzino il gestore della rete elettrica al fine di assicurare tempi contenuti e certi per l’allaccio alla rete elettrica;

a valutare l’opportunità, in prospettiva, di ridurre la soglia di potenza degli impianti, oltre la quale può essere adottato il sistema delle aste a ribasso, fissata dal decreto legislativo in 5 megawatt, ai fini di uno sviluppo del settore basato su meccanismi reali di mercato;

lo scopo di tale mozione è di evitare che il Governo proceda di nuovo a varare norme su una materia così importante per il futuro del Paese, ignorando gli indirizzi proposti dal Parlamento;

dopo le imprese del settore, le banche e il Parlamento, il decreto rinnovabili preoccupa anche la Commissione Europea che attraverso il commissario per l’Energia, Guenther Oettinger, ha scritto un’allarmata lettera al Ministro per lo sviluppo economico in cui afferma che “le modifiche alla disciplina degli incentivi per le rinnovabili che compromettono direttamente o indirettamente investimenti in corso sollevano serie preoccupazioni tra gli investitori, sia nazionali che internazionali. Le conseguenze di tali modifiche sugli investimenti nel settore europeo delle rinnovabili destano la mia preoccupazione.”.

il commissario europeo avverte che “l’Italia è tenuta a raggiungere la quota del 17% dei consumi finali lordi di energia da fonti rinnovabili entro l’armo 2020. (…)Risulta perciò fondamentale che il governo italiano crei quanto prima un quadro interno d’incentivazione chiaro, stabile e prevedibile per garantire lo sviluppo delle rinnovabili, senza correre il rischio che i necessari investimenti privati siano rimandati e diventino più costosi, ostacolando cosi il raggiungimento del suddetto obiettivo.”;

sempre secondo il commissario europeo “le modifiche che alterano il ritorno finanziario dei progetti esistenti rischiano di violare principi generali di diritto nazionale e comunitario, ma soprattutto di compromettere la stabilità degli investimenti nel settore, con possibili ripercussioni sulla ripresa economica”; con tali affermazioni il commissario conferma che il decreto legislativo 28/2011 e il IV Conto energia sono retroattivi con il rischio di mettere in ginocchio un settore economico e sociale importante-:

quando il Governo intenda assumere le necessarie iniziative volte ad emanare il provvedimento correttivo, adeguandosi pienamente agli indirizzi proposti a più riprese dal Parlamento.

Bersani, Realacci, Franceschini, Maran, Ventura, Villecco Calipari, Lenzi, Quartiani, Giachetti, Mariani, Lulli, Benamati, Bocci, Braga, Bratti, Esposito, Ginoble, Iannuzzi, Marantelli, Margiotta, Morassut, Motta, Viola, Colaninno, Fadda, Froner, Marchioni, Martella, Mastromauro, Peluffo, Portas, Sanga, Scarpetti, Vico, Zunino, Bindi, Bellanova, Berretta, Boffa, Bordo, Brandolini, Capodicasa, Cardinale, Carella, Causi, Ceccuzzi, Cenni, Codurelli, D’Alema, De Biasi, De Pasquale, Farinone, Ferrari, Fiano, Fioroni, Fluvi, Gatti, Ghizzoni, Giovanelli, Gnecchi, Gozi, Laratta, Lo Moro, Losacco, Lovelli, Madia, Marchi, C. Marini, Mattesini, Miglioli, Miotto, Misiani, Mogherini Rebesani, Murer, Nannicini, Narducci, Pedoto, Pes, Pistelli, Pizzetti, Rossa, Rubinato, Rugghia, A. Russo, Samperi, Schirru, Sereni, Servodio, Siragusa, Strizzolo, Tenaglia, Tidei, Tocci, Touadi, Trappolino, Tullo, Vannucci, Vassallo, Velo, Rigoni, Rossomando, Verini, M. Carra, Graziano, Naccarato, Bucchino, Gasbarra, Zucchi, Bossa, Rampi, Lucà.

Franceschini: "grave il silenzio del premier", intervista di Nino Bertoloni Meli

«Il silenzio di Berlusconi sui manifesti contro i giudici milanesi si commenta da solo». Dario Franceschini punta il dito all`indirizzo del premier. Anche se il reo confesso Lassini, pressato da più parti, ha annunciato di volersi ritirare, cosa che in serata ha poi fatto, il capogruppo del Pd alla Camera non intende far cadere la questione. «Il tutto è avvenuto all`intemo di un clima ostile contro la magistratura, inutile girarci attorno». Il capogruppo del Pd alla Camera ha parole di apprezzamento per Giorgio Napolitano, «le sue frasi nette e inequivocabili hanno consentito una riscossa e hanno impedito che si archiviasse subito la faccenda di quei manifesti ignobili di Milano derubricandola a colpo di testa di un candidato qualsiasi»; e ricorda, Franceschini, di aver voluto leggere in aula la lettera di Galli, figlio di un giudice ucciso dalle Br, prima che venisse resa pubblica la nota ufficiale del Quirinale, «anche per evitare strumentalizzazioni che dal Pdl in materia non difettano mai». Franceschini ha terminato la sua ultima fatica letteraria, il suo terzo romanzo dal titolo ‘Daccapo’ che sarà in libreria ai primissimi di maggio, un libro ambientato tra Mantova e Ferrara, con storie di amori e di famiglie, «non una parola di politica, per nulla», ci tiene a precisare. Ma qui di politica ci tiene a parlare, eccome.

Onorevole Franceschini, eppure nel PdI importanti personaggi come Schifani, o la stessa Moratti, per non dire della Lega hanno preso le distanze dal reo confesso dei manifesti milanesi.
«Quello era il minimo. Io noto che il presidente del Consiglio nonché capo del partito in cui milita ed è candidato questo Lassini avrebbe dovuto esprimere per primo parole di condanna. E invece nulla. Tutto ciò è molto grave».

Forse Berlusconi le pronuncerà tra qualche giorno.
«Ormai è fuori tempo massimo. Lui parla tanto, ogni giorno come un fiume in piena, trovi un minuto per dire una parola chiara anche su questo grave atto dei manifesti giustamente definiti ignobili dal capo dello Stato. Sono quindici anni che dal centrodestra si alimenta un clima di aggressione verso la magistratura. E sono anni che il premier dipinge i giudici come pericolosi sovversivi, a questo punto diventa difficile, molto difficile minimizzare. Se si mettessero in fila tutte le frasi di Berlusconi contro le toghe, verrebbe fuori una lenzuolata, altro che un manifesto».

Sulla giustizia dunque è sempre scontro aperto. Ora la maggioranza annuncia la riforma entro l`estate.
«Pura propaganda. Anzi, è sbagliato anche lessicalmente definirla una riforma».

E come bisognerebbe chiamarla?
«E` l`ennesima manovra per andare in soccorso del premier. A loro interessa soltanto risolvere il problema dei processi del Cavaliere e, sull`altro versante, limitare l`autonomia della magistratura. Ai cittadini invece interessa diminuire la lunghezza dei processi, avere certezza della pena, non certezza dell`impunità. Faccio un esempio: se solo si introducesse una norma che preveda la notifica degli atti giudiziari con e-mail certificate, si taglierebbero di tanto tempi e costi dei processi».

Fatto sta che annunciano lavori a tappe forzate.
«Sono pii desideri. Si tratta di una riforma costituzionale, con i suoi tempi lunghi quindi, bisognerà vedere lo stato della maggioranza da qui a breve».

Pensa che la maggioranza sia sul punto di implodere, come dimostrerebbe l`esortazione di Stefania Craxi a Berlusconi di «fare un passo indietro»?
«Mah, il clima da caserma nel centrodestra è tale che basta un colpo di tosse perché uno diventi un eroe. In altri Paesi o in altri momenti della nostra storia, un leader, se tale, nelle condizioni di Berlusconi si sarebbe già fatto da parte per salvare il Paese, il suo stesso partito e la coalizione. Lui invece, altro che passo indietro, novello Sansone trascina tutti nel baratro».

Anche Confindustria dà continui segnali di insofferenza e di critica.
«Per forza, non c`è più il governo del Paese. Hanno i numeri in Parlamento solo per le grandi occasioni, che per loro sono o le leggi ad personam o i voti di fiducia. Per tutto il resto hanno di fatto smesso l`iniziaitiva legislativa».

Adesso hanno chiesto di portare alla discussione parlamentare il testamento biologico.
«Un`altra manovra, diversiva e grave».

Il motivo?
«Il testamento biologico è materia delicatissima, andrebbe portato alla discussione in un clima il più sereno possibile, non in piena campagna elettorale».

Averlo portato al dibattito, quindi, è un segnale di che tipo?
«Semplice: intendono usarlo come un diversivo per stornare i riflettori dalle vicende di Berlusconi».

La posta. delle prossime amministrative?
«Hanno sicuramente un valore politico nazionale, sia per il centrosinistra ma ancora di più per il centrodestra».
Infatti Berlusconi ha già detto che saranno un referendum sul governo. «Voglio proprio vederlo. Queste elezioni hanno un valore politico che Berlusconi, con la sua solita spregiudicatezza, minimizzerà o rivendicherà e ingigantirà a seconda di come gli andranno».

Un test anche per l`opposizione, ovviamente. Non tira una buona aria per le alleanze costituzionali e simili.
«Più che continuare in una discussione tra le opposizioni sulla possibilità di un`alleanza costituzionale da sperimentare o in Parlamento dopo un`eventuale crisi o dopo le elezioni, penso piuttosto che bisognerebbe lavorare per preparare nel modo migliore il terreno per quell`alleanza».

Tradotto in iniziativa, che cosa comporta: un patto preventivo tra le opposizioni?
«Finora è stato abbastanza facile trovare un terreno d`intesa nelle battaglie parlamentari contro: sia contro le leggi ad personam, sia contro i provvedimenti più iniqui e impresentabili. Adesso, ci vorrebbe un salto: tutte le opposizioni dovrebbero trovare dei punti comuni da proporre e da lanciare, e su questi organizzare la battaglia comune».

Il Messaggero 20.04.11

Nel documento del governo nuovi tagli "Popolazione scolastica diminuirà", di Salvo Intravaia

Il Def continiene una previsione di spesa in calo (dall’attuale 4,2% del Pil al 3,7% nel 2015). “Riduzione effetto delle misure di contenimento della spesa per il personale e di una riduzione della popolazione scolastica”. Previsione che segue di pochi giorni l’ennesimo attacco del premier all’istruzione pubblica, con “aiuti” per chi vuole spostare i figli alle private. Nel futuro dell’Italia si spenderà sempre meno per l’istruzione statale. Il Def (il Documento di economia e finanza) presentato dal premier Silvio Berlusconi qualche giorno fa, spiega tutto. Meno risorse per il personale della scuola, che dopo la cura da cavallo da 87 mila cattedre e 42 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario), subirà ulteriori riduzioni. Stipendi più leggeri per gli insegnanti. E una quota sempre più bassa di ricchezza del Paese destinata a scuola e università. Ma non solo: il documento prevede anche una non meglio specificata “riduzione strutturale della popolazione scolastica”. Ovviamente, quella a carico dello Stato.

Ma andiamo con ordine. “La spesa per l’istruzione – recita il Def – presenta una significativa riduzione per effetto delle misure di contenimento della spesa per il personale, a cui segue un andamento gradualmente decrescente nel trentennio successivo, dovuto alla riduzione strutturale della popolazione scolastica”. Una frase ricca di mistero, visto che nonostante il calo delle nascite degli ultimi anni la popolazione scolastica è sempre cresciuta, per almeno due motivi: l’immissione nel circuito formativo degli alunni stranieri e il parziale recupero della dispersione scolastica.

Che si tratti invece della prova generale per dirottare verso le scuole private grandi masse di alunni che frequentano le scuole pubbliche? In effetti,
le ultime dichiarazioni del presidente del consiglio 1Berlusconi contro la scuola pubblica e gli insegnanti di sinistra “che inculcano valori diversi da quelli della famiglia”, lascerebbero pensare proprio a questo tipo di scenario. Visto che le esternazioni del premier sono state spesso accompagnate dalla necessità di consentire alle famiglie di iscrivere i figli anche nelle private attraverso l’erogazione di un buono-scuola.

In questo modo, l’eventuale ricchezza prodotta dal Paese nei prossimi anni potrebbe essere spostata altrove: la quota di Pil attualmente impegnata nell’istruzione, il 4,2 per cento, calerà al 3,7 per cento nel 2015 e addirittura al 3,4 nel 2060. “La previsione delle spese per l’istruzione – spiega Tremonti – ingloba gli effetti di contenimento della spesa derivante dal processo di razionalizzazione del personale della scuola pubblica anche attraverso la riduzione del gap nel rapporto alunni/docenti rispetto agli altri paesi”.

“E la previsione – continua – tiene conto degli effetti indotti dalle misure di blocco, senza possibilità di recupero, delle procedure contrattuali per il triennio 2010/2012 e del blocco del meccanismo automatico delle progressioni stipendiali per il periodo 2011/2013”. Che tradotto dal burocretese significa due cose: niente contratto per il personale della scuola almeno fino al 2013 e scatti “congelati” per un triennio. Quello che più temevano i docenti, che vedranno calare il potere d’acquisto delle proprie retribuzioni.

Ma la scuola dovrà fare i conti anche con l’effetto di trascinamento della riforma Gelmini che continuerà a mietere posti di lavoro per il futuro. La riforma dei licei, a titolo di esempio, il prossimo anno interesserà le seconde classi e dovrà ancora dispiegare i suoi effetti fino alla quinta. Con le immancabili ripercussioni sul futuro dei precari che troveranno più difficoltà ad accedere al ruolo. Il Programma del governo, che Bankitalia ha stimato in 30 miliardi di tagli, prevede due sezioni dedicate all’istruzione e alla ricerca: Istruzione & merito e Ricerca & sviluppo.

“Il capitale umano, come capitale fisico, è pilastro essenziale per una crescita duratura – si legge nel documento – Ci impegniamo a favorire l’eccellenza e il merito, sia tra gli studenti che tra gli insegnanti”. Con incentivi per i docenti della scuola e dell’università. E attraverso il Fondo per il merito, gli studenti universitari più meritevoli potranno avvalersi di prestiti a lungo termini per pagarsi gli studi e le spese di vitto e alloggio. Per la ricerca sarà previsto un finanziamento pubblico, attraverso il meccanismo del credito di imposta, a vantaggio delle imprese private che decideranno di commissionare o pagare alle università e agli enti di ricerca. E gli studenti temono che il Fondo integrativo per il diritto allo studio possa evaporare.

www.repubblica.it

Confronto a tutto campo alla Festa di Primavera del Partito Democratico

Appuntamento domani alle 21 al Circolo Arcobaleno di Santa Croce per la Festa di Primavera. “Parole in libertà con il PD”, questo il titolo dell’iniziativa in programma domani giovedì 21 aprile alle 21 alla Festa di Primavera di Santa Croce di Carpi nei locali del circolo Arcobaleno di via Giliberti 1.
Parteciperanno Manuela Ghizzoni, parlamentare e Capogruppo PD in Commissione Istruzione e Cultura e Giuseppe ‘Pippo’ Civati, Consigliere PD della Regione Lombardia e responsabile Forum PD “Nuovi linguaggi, nuove culture.

Sarà l’occasione per parlare del Partito Democratico e delle sue proposte per il Paese.
Presso la Festa sarà inoltre a disposizione un’urna in cui lasciare le proprie domande e durante la serata i due esponenti del PD risponderanno alle domande e si confronteranno con i partecipanti all’iniziativa.