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"Occupazione giovanile. Troppi laureati. La favola reazionaria del ministro Tremonti", di Pietro Greco

I ragazzi italiani con laurea sono il 19% Nella Ue il 30%. È una favola. Reazionaria. È una favola quella che in questi giorni vanno raccontando non solo il (recidivo) ministro dell’Economia, ma anche sociologi ed economisti di grande notorietà, secondo cui nel nostro Paese ci sono «troppi» laureati e che un giovane italiano su tre è disoccupato perché, a causa della sua cultura, rifiuta il lavoro manuale. Che, invece, ci sarebbe.
Basta fare una banale analisi comparata – sulla base di dati dell’Ocse o di Eurostat – per verificare, invece, che è esattamente il contrario. In Italia i laureati sono troppo pochi: appena il 13% della popolazione tra i 25 e i 64 anni. Contro il 24% della Germania, il 26% della Francia, il 28% della Spagna, il 31% della Gran Bretagna. Anche i giovani laureati sono troppo pochi: i ragazzi italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni con la laurea sono il 19%, contro il 30% degli altri Paesi europei e il 60% della Corea del Sud. Non è vero che la laurea è un fattore frenante dell’economia. Nel 1980 la Corea vantava una percentuale di laureati (meno del 10%) inferiore a quella italiana (poco più del 10%) e un reddito procapite pari a un quarto di quello italiano. In 30 anni la ricchezza in Corea è aumentata a una velocità superiore a quella di ogni altro Paese al mondo (esclusa la Cina) e 4 volte superiore a quella dell’Italia: tanto che oggi il reddito medio pro capite di un coreano ha superato quello di un italiano. Ciò è avvenuto anche perché Seul ha puntato come nessun altro su una cultura universitaria di massa: oggi la Corea detiene il record mondiale di laureati tra i suoi giovani.
Siamo, infatti, entrati nella società e nell’economia della conoscenza. E la Corea lo ha capito prima e meglio degli altri. Ma non si tratta di un pensiero economico isolato, se l’Unione europea invita i suoi stati membri a raggiungere almeno il 40% di giovani laureati. Tutti gli altri Paesi dell’Europa (e del mondo) si stanno adeguando, solo da noi il numero di iscritti all’università diminuisce: proprio come chiede (e non solo a parole) Tremonti.
I laureati italiani, dunque, non sono troppi. Sono troppo pochi. Ma anche l’altra parte della narrazione è una favola senza agganci con la realtà. Un recente rapporto di Alma Laurea dimostra sia che l’occupazione tra i laureati (77%) è più alta che tra i diplomati (66%), sia che lo stipendio medio di un laureato anche in Italia è del 55% superiore a quello di un diplomato. Quindi se avete dei figli, malgrado tutto, fateli laureare.
Ma perché è reazionaria, la favola di Tremonti? Per due motivi. Perché prefigura un’Italia ottocentesca, con il lavoro intellettuale destinato a pochi ricchi e il lavoro manuale a bassi salari per tutti gli altri. Ma soprattutto perché un’Italia così sarebbe fuori dall’economia della conoscenza – l’unica possibile, oggi – e dunque sarebbe destinata a un declino economico, oltre che sociale, civile, ecologico, ancora più profondo di quello attuale.

L’Unità 20.04.11

"Giudici-Br, premier dixit", di Mario Lavia

Miguel Mora è uno dei migliori corrispondenti esteri da Roma, scrive per El Pais, molti ricorderanno un suo scontro con il premier italiano durante una conferenza stampa del settembre 2009 – era l’epoca di quel caso D’Addario che oggi fa quasi tenerezza rispetto a quello che è successo dopo. Domenica il quotidiano spagnolo ha pubblicato due pagine di Mora per raccontare l’ormai famosa cena del 12 aprile con i giornalisti stranieri.
Un concentrato il cui ingrediente più pepato sta nella frase: «Le Brigate rosse usavano i mitra, i procuratori usano il potere della giustizia contro la democrazia». Frase non smentita da palazzo Chigi. Dunque, vera.
E d’altronde dal fortino berlusconiano non si era nemmeno smentita un’altra ricostruzione, stavolta non di un giornale progressista ma addirittura di Libero che il 6 aprile aveva dato notizia di un ennesimo sfogo nel quale il premier aveva detto «i giudici agiscono come i brigatisti».
Nulla di nuovo, pertanto. Ci sono tanti deputati del Pdl che di fronte a queste evidenze allargano le braccia: «E dove sta la notizia? Berlusconi, e io con lui – ci dice uno che da sempre col Cavaliere ha un fortissimo idem sentire – questa equiparazione fra brigatisti e procuratori l’ha sempre fatta». Il perché è presto detto: identificando se stesso con lo stato, alla maniera dei re assolutisti (ma quelli non conoscevano la separazione dei poteri e la concezione dello stato moderno), Berlusconi sovrappone l’attacco al cuore dello stato al controllo di legalità che purtroppo per lui e per l’Italia talvolta finisce per appuntarsi sulla sua persona, e poco importa se nel primo caso si adoperano le armi e nel secondo i codici. Mezzi diversi, stessa finalità: l’eversione.
La novità è che questa concezione malata ed essa sì eversiva finisce sui muri della civile Milano ad inquinare sin dalle primissime battute una campagna elettorale che dovrebbe vertere sul bilancio della giunta Moratti e sulle idee per la città. E dunque non è davvero sbagliato affermare che gli ignobili manifesti del candidato Lassini («Fuori le Br dalle procure») ripetano pari pari il concetto che il premier aveva espresso off the record alla cena con i giornalisti stranieri e qualche giorno prima in una riunione con i suoi più stretti seguaci.
Ecco perché le contromisure del Pdl milanese per ovviare alla ignominia del candidato Lassini sono sgangherate. Sì, lo hanno mollato: e lui penosamente si cosparge il capo di cenere, chiede scusa al capo dello stato e annuncia che non farà la campagna elettorale (ma c’è chi scommette che prenderà un mare di preferenze). Questo però comporterebbe, se la logica ha un senso, la fine della campagna di Berlusconi, il capolista, il vero “ispiratore” del Lassini, il suggeritore nemmeno tanto occulto della campagna d’odio anti-giudici stampata sui manifesti milanesi.
Mentre si apprende (Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera) che nella vicenda risulta indagato Giacomo Di Capua, capo della segreteria di Mario Mantovani, sottosegretario e organizzatore delle sceneggiate “azzurre” davanti al tribunale milanese, vero punto di riferimento del Lassini, e compaiono attacchini, ditte, tipografie, tutto un ambaradan organizzativo che incastra politicamente il Pdl di Milano, fa ridere lo scaricabarile su un mattocchio più realista del re, lui è solo l’ultima ruota del carro al seguito del Conducator.

da Europa Quotidiano 20.04.11

Nucleare, il dietro front del governo è una vittoria del Pd

Bersani: “Ora il governo risponda sulle energie rinnovabili, noi lavoreremo per raggiungere il quorum perché vogliono depotenziare il referendum”. E annuncia un question time sulle politiche energetiche. Finocchiaro: “Il governo vuole nascondere il suo fallimento aggirando il voto”. Bianchi: “Vigileremo perché la marcia indietro sia definitiva, ora un piano energetico nazionale”. “Sul nucleare il governo con ogni evidenza scappa dalle sue stesse decisioni, è una vittoria del PD”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, al termine della riunione della segreteria ha commentato la notizia che il Governo ha deciso di soprassedere sul programma nucleare e ha inserito nella moratoria già prevista nel decreto legge omnibus, all’esame dell’aula del Senato, l’abrogazione di tutte le norme previste per la realizzazione di impianti nucleari nel Paese.

”Credo che questa – ha proseguito il segretario- sia in ogni caso una vittoria nostra, di chi già prima dell’incidente in Giappone aveva messo in luce l’assurdità del piano così come il governo lo aveva concepito. Per noi è positivo ma non è abbastanza, perché è chiaro che il governo vuole scappare dal confronto con l’opinione pubblica nel referendum, ma noi lavoreremo perché ci sia il quorum anche per gli altri referendum. Il governo – ha proseguito Bersani – per altro, non dice quale sia la politica energetica e, mentre si abbandonano i vecchi passi, si distruggono le politiche sulle rinnovabili. Anche su questo è allo sbando”.

Sulla proposta di Tremonti di un piano europeo per le rinnovabili, Bersani si è mostrato molto scettico: “Lui ha la capacità di fare i titoli dei giornali anche se dovrebbe stare alla sostanza delle cose. In Italia si sta distruggendo la politica delle rinnovabili e non so cosa dovrebbe fare l’Europa. Intanto – ha detto aggiunto – cominciamo da noi: noi avevamo un sistema che era sostenuto da incentivi che andavano modulati, bisognava fare una sorta di manutenzione, non si è fatta e si è sospeso tutto da un giorno all’altro. Questa è la sostanza italiana. Dopo di che, se si vuole discutere di un fondo europeo che sostenga gli investimenti per efficienza energetica, fonti rinnovabili e nuove tecnologie, noi siamo i primi a dirlo, come stiamo facendo da 15 anni, ma mi pare che i governi di destra stiano pensando a tutt’altro e dopo aver smantellato la coesione europea, non si può poi evocare l’Europa. Non si può prima azzopparla e poi chiedere che corra in aiuto”.

”Ora bisogna uscire dall’ambiguità – ha detto Bersani – e dire quale politica energetica vogliamo fare: non basta la moratoria sul nucleare, perché si aspettano risposte sulle nuove energie dopo il disastro del decreto Romani. Noi incalzeremo il governo – ha affermato il segretario del Pd – e domani faremo un question time in cui vogliamo risposte chiare perché ci sono 100.000 persone, per lo più giovani, che stanno perdendo il lavoro”.

“L’inadeguatezza di questa Destra in materia di politiche energetiche è evidente – ha proseguito Anna Finocchiaro presidente del gruppo del Pd al Senato- come sono evidenti sia la sua confusione che la sua malafede. Ora sarebbe bene che il governo ci spiegasse davvero che cosa vuole fare. L’emendamento appena presentato in Senato, infatti, da un lato abroga le norme oggetto del quesito referendario, cancellando di fatto il referendum del 12 giugno, dall’altra lascia aperta la strada ad un eventuale ripensamento prossimo venturo sulla scelta nucleare. Si tratta di un’ambiguità inaccettabile che l’Esecutivo deve chiarire al Parlamento e al Paese. Su una questione così delicata non tolleriamo scherzetti”.

“Vigileremo perché la marcia indietro sia definitiva”, ha affermato in una nota Stella Bianchi, Responsabile Ambiente del Pd. “Dalla negazione della tragedia giapponese alla moratoria fasulla, fino all’emendamento per fermare il nucleare, ogni mossa dell’esecutivo sembra dettata dall’opportunismo, ogni scelta del governo, sembra dettata dalla necessità di salvare la faccia e gli interessi, più che da scelte stratetiche da compiere nel rispetto dell’ambiente e delle generazioni future”.

“Il governo appare terrorizzato dal giudizio degli italiani ed è stato costretto a fare marcia indietro”. Ha affermato Ermete Realacci, responsabile Green economy del Pd. “Ora, c’è una ragione in più per non perdere altro tempo con ingombranti feticci del passato- ha dichiarato il responsabile Green economy del Pd- e investire sulla ricerca, sul risparmio e sull’efficienza energetica, sulle fonti rinnovabili. Tutti campi in cui l’Italia “puo’ dare molto e che possono rappresentare il vero futuro per il nostro Paese”.

“Noi antinuclearisti potremmo gridare vittoria – ha detto il deputato democratico, Dario Ginefra – ma è anche vero che questo segna l’ennesima pagina triste di questa legislatura all’insegna dell’irresponsabilità”.
Raffaella Mariani, capogruppo Pd nella commissione Ambiente di Montecitorio ha infatti spiegato, al di là dell’ottimo risultato ottenuto. “Il rischio che ora dobbiamo combattere è il subdolo tentativo del governo di delegittimare l’appuntamento referendario nel suo complesso, puntando a una bassa partecipazione: obiettivo che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze”.

Ha incalzato il senatore del Partito Democratico Ignazio Marino: ”Che Governo stravagante ci è toccato in sorte: prima elabora un programma nucleare e solo dopo si impegna ad acquisire ‘evidenze scientifiche’. Questa manovra non può delegittimare il referendum di giugno che anzi è ancora più importante. E’ uno strumento per dire no a un esecutivo che non ha a cuore la sicurezza della collettività e la salute dei cittadini. Chi ci assicura inoltre – ha concluso il senatore del Pd – che le destre non cambieranno idea passate le amministrative? Il comportamento del Governo, evidentemente antiscientifico e basato solo su interessi economici”.

C’è da sottolineare come gli investimenti sul nucleare siano risultati un fallimento anche economico. In tutto questo tempo infatti il governo non ha sviluppato alcuna strategie energetica alternative, che punti ad esempio su sole, vento o sulla geotermia.

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La truffa del governo sull’addio al nucleare”, di Gianni Del Vecchio

Per disinnescare il referendum si cambia in corsa il testo sulle centrali atomiche.
Ieri pomeriggio Francesco Rutelli passeggiava in senato visibilmente soddisfatto. In mattinata il governo aveva recepito un emendamento di Alleanza per l’Italia al ddl omnibus volto a bloccare il ritorno al nucleare. Il disegno di legge verrà formalmente votato oggi a palazzo Madama, e conterrà una modifica, espressamente avallata dal governo, che di fatto abroga tutte quelle norme che fin qui hanno preparato il campo per la costruzione di otto reattori in territorio italiano. Una notizia che per Rutelli è doppiamente positiva: da una parte si ferma un piano nucleare che avrebbe portato in Italia delle centrali non completamente sicure, come dimostrato dal disastro di Fukushima; dall’altra si risparmiano ben 35 miliardi, da poter impiegare per rilanciare la ricerca in campo energetico.
Il leader dell’Api tuttavia, una volta smaltita la contentezza per la “vittoria” parlamentare, ha anche segnalato il vero pericolo che si cela dietro l’apparente marcia indietro dell’esecutivo.
«Adesso dobbiamo vigilare affinché un nuovo piano energetico per l’Italia venga stabilito per legge. Non deve bastare un decreto del presidente del consiglio, perché ci potrebbe essere il rischio che il piano nucleare, uscito oggi dalla porta, possa rientrare dalla finestra». Un timore più che mai giustificato, visto che nell’emendamento in questione si dice chiaramente che l’abrogazione è destinata «al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea». Insomma, dalla norma vien fuori che il ritorno all’atomo è per ora bloccato, tuttavia restano in vita degli organismi, come l’agenzia guidata da Umberto Veronesi, propedeutici alla prevenzione e al controllo di impianti nucleari. Non a caso, secondo fonti parlamentari della maggioranza, Berlusconi non avrebbe abbandonato completamente il progetto di un’Italia a propulsione atomica, ma starebbe solamente guadagnando tempo per poi riproporre la necessità di una quota di energia nucleare nel mix energetico nazionale, una volta passata l’onda emotiva della tragedia di Fukushima.
Riuscendo così, nel frattempo, a depotenziare l’appuntamento referendario di metà giugno: senza il quesito sul nucleare, infatti, il raggiungimento del quorum su temi meno caldi come l’acqua pubblica e il legittimo impedimento diventa una vera e propria chimera.
Una strategia, questa, che viene confermata dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
«L’emendamento al decreto omnibus è un pretesto, un tentativo di far mancare l’attenzione necessaria sui referendum ma, assieme a questo, è una sconfessione delle politiche del governo». Se davvero si tratta solamente di una truffa agli italiani, comunque lo si scoprirà presto.
Perché, contestualmente all’abrogazione delle norme nucleariste, l’esecutivo ha assicurato la predisposizione di un piano energetico nazionale.
Piano che, almeno stando alle dichiarazioni dei ministri economici Tremonti e Romani, dovrebbe dare maggiore spazio agli investimenti sulle rinnovabili. Peccato però che questa sbandierata “svolta verde” venga da un governo che non più di un paio di mesi fa ha letteralmente affossato il settore del fotovoltaico. Il repentino taglio degli incentivi a una delle più diffuse energie alternative ha infatti gettato nella disperazione un’industria che da sola dà lavoro a centomila persone.

da Europa Quotidiano 20.04.11

"Sacrificati i diritti dei giovani", di Elsa Fornero

Che l’Italia sia un Paese che tiene i suoi giovani in scarsa considerazione è risaputo, avendo ogni giorno di più la riprova di quanto tenaci siano le resistenze delle generazioni più anziane a rinunciare a qualche privilegio. Un ennesimo esempio viene dalle sentenze della Cassazione che, in materia di previdenza dei liberi professionisti, salvano i diritti acquisiti a danno delle esigenze di riforma e del patto intergenerazionale.
Le sentenze, infatti, accolgono il ricorso di iscritti alla Cassa dei ragionieri contro la decisione di quest’ultima di liquidare la pensione non più sulla base di una media dei 15 migliori redditi degli ultimi 20 anni di contribuzione, bensì della meno cospicua media dei redditi di tutta la vita (con l’ulteriore limite di una differenza massima del 20% a sfavore della seconda modalità).
Al di là degli aspetti tecnici, non vi è dubbio che si tratti di una rinnovata difesa della categoria dei “diritti acquisiti”, al cui altare molti diritti, non ancora acquisiti, delle generazioni giovani e future sono stati sacrificati, e molte disparità di trattamento, ingiustificabili sul piano etico, tollerate. È difficile comprendere le ragioni profonde di questa scarsa sensibilità agli equilibri tra le generazioni. In un’epoca in cui ovunque si afferma l’importanza dell’alfabetizzazione economico-finanziaria, non sembra che i giudici ne dovrebbero esserne esenti, e il concetto di costo-opportunità nell’uso delle risorse dovrebbe farne parte.

L’origine sta in una malintesa autonomia gestionale delle Casse. Le “vecchie” – che fanno capo alle professioni storiche, come avvocati, architetti, commercialisti, ragionieri – furono privatizzate nel 1994 con un provvedimento che attribuiva loro la possibilità di combinare il meccanismo finanziario della ripartizione con la generosa formula retributiva (le Casse di nuova istituzione nascono invece con il vincolo della pensione contributiva). Una combinazione che, a meno di una continua e forte crescita degli iscritti e dei loro redditi pro-capite, è scarsamente compatibile con l’equilibrio finanziario, almeno nel medio-lungo periodo. Ne è scaturita una grande sproporzione tra i benefici garantiti (è il caso di dirlo) alle generazioni anziane e quelli “promessi” (si fa per dire) ai più giovani, che già scontano maggiori difficoltà nell’accesso alla professione e peggiori condizioni reddituali, con scarse prospettive famigliari, di lavoro e, di volta in volta, vengono definiti sfaticati o “bamboccioni”. Poiché alle prime è attribuito, in termini di pensione, un multiplo del corrispettivo attuariale dei loro contributi, sulle seconde generazioni viene a gravare il conseguente divario.

Consapevoli di questa contraddizione intrinseca, alcune Casse hanno innovato il loro disegno previdenziale, sempre mantenendo il finanziamento a ripartizione ma passando al metodo contributivo, che si basa per l’appunto sull’equità attuariale propria dei mercati assicurativi. Il legislatore è, a sua volta, intervenuto imponendo l’utilizzo sia di proiezioni su un periodo più lungo, sia di parametri più realistici, con i quali pilotare la gestione delle Casse nel breve-medio periodo: se i contributi non sono sufficienti, e si genera in previsione un disavanzo strutturale a partire dai 2-3 lustri successivi, le Casse debbono mettere in atto misure correttive del disavanzo.
Purtroppo quest’azione riformatrice si scontra con la difesa, ribadita dai giudici, dei diritti acquisiti. Così, le sentenze che danno ragione ai ricorrenti “puniscono” le casse più coraggiose e premiano quelle che hanno opposto maggiori resistenze alle correzioni. Dopo queste sentenze, sarà più difficile per le Casse affrontare il tema dell’equità tra le generazioni, e quelle più conservatrici se ne faranno comodo “scudo”.

Il Sole 24 Ore 20.04.11

Bersani: "Sulle riforme Tremonti racconta favole, arriva una manovra da 39 miliardi"

Confindustria boccia il Piano nazionale per le riforme del governo:”Deludente, nulla crescita e competitività” Fassina: “Berlusconi non è capace a fare riforme”. “Il Piano nazionale per le riforme (Pnr) è deludente per quanto attiene alle azioni concrete per crescita e competitività. Serve uno scatto di orgoglio per affrontare le urgenze del Paese”. Questa volta non è solo l’opposizione a bocciare la programmazione economica del governo ma la Confindustria per bocca del dg Giampaolo Galli, in audizione difronte alle Commissioni Bilancio e Finanze di Camera e Senato in seduta congiunta.
Pier Luigi Bersani rilancia e denuncia la stangata che sta per arrivare: “Adesso ci stanno raccontando un’altra favola -ha detto il segretario del Pd durante una manifestazione dello Spi Cgil – nelle quattro paginette che ha presentato Tremonti ci sono due o tre tabelle che dicono che da qui al 2014 serviranno manovre per 39 miliardi di euro. Dove li andiamo a prendere questi soldi? E’ ora di fare una riforma fiscale seria. Non è possibile che l’80% dell’Irpef lo paghino lavoratori e pensionati. Allora chiamiamola tassa sui lavoratori e pensionati che facciamo prima”.
Fin qui, ha insistito, il governo ha avuto “una politica disastrosa, tagliando dove sarebbe stata possibile una reazione: comuni, servizi e scuole”.
Certo, ha aggiunto Bersani, “miracoli non ne fa nessuno, anche se c’è qualcuno che racconta che li fa… ma questa è la differenza tra destra e sinistra: se noi abbiamo un euro lo diamo a chi ha bisogno e invece la destra dice che destra e sinistra non esistono, perché quando non sanno che pesci pigliare sostengono che sono tutti uguali ma non è così” . Senza miracoli torna d’attualità il Piano di riforme alternativo presentato dal PD a sindacati e associazioni di categoria poche settimane fa.

Alla serie Caro Silvio, ci eravamo tanto amati. Ora serve una svolta appartiene invece la denuncia della Confindustria. Per Galli ora “serve uno scatto di orgoglio per affrontare le urgenze del Paese”. Sono necessarie azioni concrete per la crescita e la competitività del sistema e ci “si aspetta che tali azioni vengano definite e rese rapidamente operative”.
L’impegno di risanamento indicato dal governo nel Def è “estremamente ambizioso”: con manovre per il biennio 2013-2014 pari a ”circa 39 miliardi, cifra ben superiore a quella di 25 miliardi approvata la scorsa estate. Dati che delineano uno sforzo di gran lunga superiore a quello compiuto negli anni ’90 per rispettare i parametri di Maastricht e partecipare fin dall’inizio alla moneta unica europea”. Una manovra di 2,3 punti di Pil per il biennio 2013-2014.

Per Confindustria il compito del governo “è ancora più gravoso oggi, in un contesto reso difficile dalle conseguenze della crisi finanziaria globale e dalla perdita di competitività accumulata nel nostro Paese”.
Considerando “l’elevato livello della pressione fiscale” che non lascia margini di intervento su questo fronte, “per avere successo, un simile sforzo richiede che si ridisegnino i meccanismi di spesa e lo stesso perimetro dello Stato nell’economia e nella società. Senza questi cambiamenti i tagli alla spesa potrebbero rivelarsi difficili da sostenere e rischiano di tradursi nel rinvio di spese necessarie o in forme occulte di debito pubblico”, come il “debito verso fornitori”.

Preoccupano ”il taglio agli investimenti pubblici” che deriva “in misura importante” dalla compressione della spesa primaria. “Scenderebbero a 27 miliardi già nel 2012, erano 38 miliardi nel 2009. Si tratta di una diminuzione consistente che avrà effetti di lungo periodo sull’infrastrutturazione del Paese ed e’ in contrasto con le raccomandazioni dell’Unione Europea, che chiede di effettuare il risanamento senza penalizzare la spesa in infrastrutture”.

“Le audizioni di oggi di Confindustria e Rete Imprese Italia sottolineano la delusione per le prospettive contenute nei documenti di finanza pubblica e nel programma nazionale di riforme predisposti dal governo”. Lo ha sottolineato Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del Pd, per il quale “lo scenario proposto dall’esecutivo è di rassegnazione, segnato da stagnazione, elevata disoccupazione, soprattutto giovanile, e da drammatiche manovre di finanza pubblica, fino a 40 miliardi nel 2013-14, ma già a partire da giugno prossimo subito dopo le elezioni.
Per evitare tale scenario da incubo, servirebbe una incisiva azione riformatrice. E’ evidente che il governo Berlusconi e la sua maggioranza non hanno alcuna capacità e volontà politica per aprire la fase delle riforme. E’ necessario voltare pagina al più presto”.

“Le critiche di Confindustria e di Rete Imprese Italia al Piano nazionale per le riforme del Governo sono condivisibili, soprattutto quando sostengono che solo una sicura crescita consentirà il risanamento dei conti pubblici”. Lo ha dichiarato Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd della commissione Bilancio della Camera.

“E’ preoccupante – ha proseguito Baretta – lo scarto tra quanto ci chiede l’Europa e quanto Tremonti propone. Piano energetico, infrastrutture e ricerca, semplificazione amministrativa, riduzione della pressione fiscale su impresa e lavoro, sono alcuni dei principali obiettivi che le imprese chiedono senza avere risposte. Ma sono anche i punti sui quali insiste il Partito Democratico”.

A.Dra

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"Mafia a due facce sulla via Emilia", di Roberto Galullo

L’economia criminale in Emilia Romagna è impressa su una moneta a due facce. Testa è quella tribale, violenta, che vessa e intimidisce. Croce è quella raffinata, nata dal matrimonio tra colletti bianchi e mafie, che blandisce e inquina.
Su qualunque faccia cada questa moneta, il risultato è sempre lo stesso: la regione è diventata ormai una terra di frontiera per la criminalità organizzata che qui sverna da almeno 40 anni. Ad affermarlo alto e forte è il capo della Procura della Repubblica di Bologna, Roberto Alfonso, arrivato nel capoluogo nel 2009 dopo 15 anni trascorsi come sostituto alla Procura nazionale antimafia. Il grido d’allarme è giunto il 22 febbraio, giorno in cui nel Riminese erano state arrestate 10 persone vicine al clan dei Casalesi, che in Riviera può persino contare su un ufficiale di collegamento con le altre mafie – ‘ndrangheta in primis, ma anche Cosa nostra e perfino le mafie straniere, a partire da quella russa, che qui investe con spocchia anche se nessuno è mai riuscito ancora a dimostrarne le infiltrazioni.
«Tanto c’è spazio per tutti», fa eco Lucia Musti, applicata alla Direzione distrettuale antimafia e procuratore aggiunto a Modena, altra Provincia invasa dalla camorra. Al punto che il 1° aprile il prefetto Benedetto Basile ha annunciato un protocollo d’intesa con gli enti locali per evitare le infiltrazioni negli appalti. Una zona talmente inquinata che, con un annuncio shock, Musti rivela che Michele Zagaria, la primula rossa dei Casalesi, latitante dal 1994, potrebbe aver trovato a Modena protezioni e collusioni.
I Casalesi, dopo aver cominciato con l’usura ed essersi arricchiti con il narcotraffico, hanno invaso il commercio, il turismo, il ciclo del cemento, il settore immobiliare, i locali notturni. Tante leve per riciclare denaro sporco. Certo non le uniche.
Il 22 febbraio la Procura mette in luce, dunque, la camorra violenta, che minaccia, picchia a sangue chi non si piega e minaccia di morte imprenditori e commercianti. «Con tecniche sfrontate – dichiara Alfonso al Sole 24 Ore – che forse non si usano più neppure al Sud». Qualche settimana dopo, il 7 aprile, lo stesso pool antimafia porterà invece alla luce la mafia “borghese” che da decenni ha già colonizzato la Provincia di Reggio Emilia, inquinando soprattutto l’edilizia. Il 7 aprile la Procura ribalterà il tavolo di uomini vicini alla cosca Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), una delle più spietate nel narcotraffico mondiale. Proprio i proventi milionari della droga erano stati reinvestiti – con l’aiuto di geometri, commercialisti e avvocati – in una girandola d’immobili ma, soprattutto, di società che spaziavano, tra Bologna e Granarolo, dal turismo all’abbigliamento.
Quel giorno, la Procura estenderà nel Bolognese il sequestro di beni per milioni agli eredi di Vincenzo Barbieri, trucidato il 12 marzo a San Calogero (Vibo Valentia). «È la prima volta che applichiamo questa misura in Emilia Romagna – dichiara Alfonso – e ora vediamo quale sarà l’effetto sulla gente».
Come accade del resto in tutto il Nord, l’opinione pubblica accetta con diffidenza l’idea che la parola mafia possa declinarsi anche da queste parti. Nonostante il 23 marzo siano arrivate le prime condanne per la maxitruffa ai danni degli oltre 120 lavoratori di assistenza a terra dell’aeroporto Marconi di Bologna, orchestrata dalla cooperativa fantasma Doro Group e dal suo dominus, l’ex pentito di ‘ndrangheta Giuseppe Galiandro, alias Giuseppe Andrea Danieli. Per lui – uscito dal programma di protezione – sono arrivati 4 anni e 11 mesi, patteggiati. La storia, che vede sul banco degli imputati nomi eccellenti della Bologna che conta, non è certo finita qui. Un ex maresciallo dei Carabinieri, accusato di aver favorito l’ex pentito nel corso della tutela in cambio di un pc e un’auto oltretutto per metà pagata di tasca propria, riversa tutta la sua paura al Sole 24 Ore. «Ho il terrore – dichiara Salvatore, di cui omettiamo il cognome, che ha già cambiato tre volte casa in località segrete – che vengano a cercarmi e fare del male alla mia famiglia». Ma chi e perché? «In molti – dice tutto d’un fiato – hanno interesse a sapere dove sono nascosti i pentiti che io ho protetto in tanti anni di servizio e che ora qualcuno cerca d’infangare. Dormo armato».
Se la società civile si sveglia a fatica, le banche cominciano a capire che il muro della legalità va alzato. Dal 2008 al 2010 le segnalazioni di operazioni sospette sono triplicate, ma si tratta ancora di numeri poverissimi rispetto al totale delle operazioni. Le imprese hanno capito per prime che non c’è tempo da perdere. Confindustria Modena ad esempio – attraverso il giornale online emmeweb – fin dal 2009 ha alzato il livello di guardia anche attraverso l’informazione. I professionisti sono andati a ruota. A febbraio Pietro Balugani, presidente del Comitato unitario delle professioni di Modena, ha presentato un codice etico antimafia. «Un passo indispensabile per adeguarci alla realtà», dichiara oggi.
Anche la politica fa sempre più la sua parte. A fine marzo, con voto unanime, l’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia Romagna ha approvato la risoluzione presentata dal consigliere del Pd Marco Carini, che impegna la Giunta ad attivarsi presso il ministero dell’Interno per chiedere che anche in questa regione venga costituita un’agenzia operativa della Dia (la Direzione investigativa antimafia). Ma quante possibilità ci sono che il ministro Roberto Maroni prenda sul serio la proposta? «Mi meraviglierei se, pur con tempi lunghi, il ministro non ci rispondesse neppure», chiosa Carini.

Il Sole 24 Ore 20.04.11

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“Neppure San Marino si salva”, di R.Gal.

Una frontiera, oltretutto virtuale, non può certo fermare le mafie. Ne sa qualcosa San Marino, Repubblica nella quale la criminalità organizzata, che in Emilia Romagna è di casa, fa tappa.
L’ultima operazione contro i Casalesi è del 15 marzo. Quel giorno il gip Bruno Perla ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per una decina di persone.
L’operazione Vulcano ha svelato che l’associazione vessava alcuni imprenditori sammarinesi con metodi violenti, minacciando persino di morte i familiari. A loro veniva chiesta la restituzione di somme di denaro.
Nell’ordinanza si legge che a un’imprenditore chiedevano soldi minacciando «schiaffi al volto». In un altro passaggio, relativo a una coppia, si legge che «li avrebbero massacrati e avrebbero loro spaccato le ossa, se non avessero soddisfatto il debito». La conclusione sugli indagati del gip bolognese che firma l’ordinanza è che i reati vengono effettuati «con le aggravanti del fatto commesso da più persone riunite e munite di armi; con modalità mafiose consistite nell’avvalersi della forza d’intimidazione promanante dal vincolo associativo e dalla dichiarata affiliazione alla criminalità campana dei Casalesi, nonché dalla condizione di assoggettamento della vittima per acquisire il controllo diretto o indiretto delle attività economiche».
Anche a San Marino – soprattutto grazie ai comitati spontanei di cittadini e alle associazioni – la sensibilità sta crescendo. La scorsa settimana ha ospitato un convegno internazionale, ma la sensazione è che se il Governo non s’impegnerà nello scambio automatico d’informazioni con l’Italia, l’arroccamento e l’isolamento del Titano avranno tempi ancora lunghi.

Il Sole 24 Ore 20.04.11

Libri di storia libri di favole e il Tar(lo) rode ancora di Franco Labella

La giovane scrittrice di favole si è pronunciata sulla proposta dell’on.Carlucci (Pdl) di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul contenuto dei libri di testo di storia a suo parere troppo orientati a sinistra. “Il problema esiste” ha concordato con la Carlucci il giovane Ministro. Il 10 maggio 1933, nell’Opernplatz di Berlino, l’Associazione degli studenti nazional-socialisti organizzò “la pubblica messa al rogo delle deleterie opere ebraiche”. C’era una volta un rogo di libri a cui seguì la tragedia. Non è l’inizio di un favola, gentile e giovane ministro, fu l’inizio di un incubo.

Il TARlo rode ancora
Abbiamo perso il conto ma il Tar del Lazio qualche giorno fa , ancora una volta, ha dato torto al giovane Ministro accogliendo un ricorso presentato da un gruppo di genitori e dalla Flc-Cgil e relativo ai tagli degli ultimi due anni scolastici. Annullate le circolari ministeriali perché basate su un decreto non emanato all’epoca dell’invio delle stesse. Insomma un giovane Ministro che ha un record epocale. Il più alto numero di provvedimenti di giudizi amministrativi sfavorevoli. Anche per questo occorre cambiare. Dalli al giudice “comunista”…. Nelle favole non sono così i giudici. Raccomandiamo alla giovane scrittrice di favole di leggerne una, è di La Fontaine, si intitola “Il giudice, l’ospitaliero ed il solitario. Buona lettura e….. alla prossima sentenza del TAR.lo.

Gli Spicchi precedenti

Gli “estorsori” della scuola statale.
L’antefatto: in una scuola statale torinese il Dirigente scolastico ha chiesto un contributo economico alle famiglie .
“Quando sono arrivata, ha dichiarato la Preside, ho trovato in cassa appena 3.900 euro ed ho richiesto un contributo di 5 euro mensili.”
Per acquistare dal sapone alla carta igienica e per riparare le fotocopiatrici.
Ma anche per pagare gli insegnanti di sostegno per le ore che le famiglie strappano a suon di sentenze contro il MIUR.
Le famiglie non l’hanno presa bene.
E, in via di principio, non hanno torto perché per le necessità della scuola statale deve provvedere il MIUR, il dicastero retto dal giovane Ministro.
In un intervista la giovane scrittrice di favole ha pensato bene di rifare una dura reprimenda contro i Dirigenti scolastici che, di fronte ai tagli e ai crediti vantati nei confronti del Ministero, hanno la pretesa di chiedere un contributo economico alle famiglie per assicurare l’ordinario e quotidiano funzionamento delle scuole statali italiane.
“Oggi i soldi ci sono e chi se li fa dare dalle famiglie lo fa per attaccare il governo”
I soldi ci sono? Quindi sembrerebbe di capire che il giovane Ministro ritiene inesigibili da parte delle scuole ad esempio i fondi per pagare i vicari che sostituiscono i Dirigenti e che le scuole statali non ricevono più da due anni.
I vicepresidi che conosco, alcuni anche bene per ragioni familiari, stanno ancora aspettando di essere pagati.
Per evitare le accuse di“estorsione” bisognerà consigliare ai Dirigenti scolastici di richiedere i decreti ingiuntivi contro il MIUR?
E se i soldi ci sono perché il MIUR non salda i debiti con le scuole? Per le sole spese obbligatorie, come ha documentato la FLC-CGIL, il debito del MIUR nei confronti delle scuole supera il miliardo di euro.
I soldi ci sono? Posso far sapere al giovane Ministro di aver ricevuto in questi giorni un saldo relativo a prestazioni lavorative del 2008/2009 peraltro senza interessi e rivalutazione monetaria?
I soldi ci sono.
Le favole pure.
Si può continuare a scriverle.
Per il secondo volume da dare alle stampe.

I consiglieri della Principessa.
L’azione di governo e la politica scolastica di un Ministro spesso sono condizionati dalla scelta degli uomini e delle donne che si nominano come propri consiglieri o consulenti.
La giovane scrittrice di favole non fa eccezione anche se, probabilmente, le valutazioni fatte nella scelta delle persone che l’aiutano non devono essere state, come nel caso di de Mattei, particolarmente felici.
Il prof.. Giorgio Israel , nominato dal giovane Ministro come presidente della Commissione che si è occupata della formazione iniziale degli insegnanti, non si è espresso in termini molto lusinghieri nei confronti di un altro consulente dell’on. Gelmini , l’ingegnere Roger Abravanel.
Abravanel è l’ispiratore della sperimentazione-lotteria “meritocratica” (v. Spicchi precedenti) che, ahimè, le scuole italiane , dal Nord al Sud, hanno sonoramente bocciato nelle settimane scorse.
Di una affermazione di Abravanel fatta in una intervista e relativa alla concezione del ruolo della scuola (un tema non proprio secondario) , Israel, in un commento, ha scritto testualmente: “Questa è una sciocchezza talmente grande e una manifestazione così clamorosa di ignoranza della storia della cultura e della scienza da non meritare commenti. Chi l’ha detta dovrebbe per primo sottoporsi a valutazione, il cui risultato sarebbe alquanto severo.”
No comment.
Non si spara sulla Croce Rossa…..

Le favole della Gelmini e qualche suggerimento a Fabio Fazio.
Domenica a “Che tempo che fa” abbiamo appreso due cose interessanti.
Che il giovane Ministro Gelmini racconta le favole (ma non ne dubitavamo) e che Fabio Fazio legge la sezione “Scuola” dell’Unità.
Le favole del giovane Ministro nella trasmissione televisiva hanno riguardato largamente gli insegnanti .
Ci ha raccontato di aver salvaguardato gli scatti di anzianità e di voler premiare il merito.
Posso chiedere a Fazio di fare queste semplici domande durante il prossimo incontro col giovane Ministro che scrive e racconta le favole?
Fra gli sprechi il giovane Ministro ci mette anche lo studio eliminato del Diritto e della Costituzione?
Quante scuole hanno rifiutato la sperimentazione sul “merito” che prevedeva di “premiare” i pochi“meritevoli” dopo aver impoverito i tanti capaci? E quante quelle che l’hanno accettata?
Gli scatti di anzianità sono stati ripristinati per i tre anni di taglio o solo per l’anno corrente e senza gli effetti giuridici ad essi legati?
E poi il domandone finale: quante cause ha perso, in tutta Italia, il MIUR nei confronti di famiglie di alunni disabili che per poter assicurare ai loro figli l’insegnante di sostegno hanno dovuto avviare dei giudizi contro il Ministero di Viale Trastevere?
Questa è la riforma della giustizia e dell’istruzione che ci aspettiamo…….

La privacy ed il dovere violato.
Stavolta il giovane Ministro, direttamente, non c’entra.
Ma la “cultura” della sua maggioranza politica certamente sì.
Una Dirigente scolastica di una scuola media campana è stata denunciata dalla Polizia per essersi rifiutata di fornire generalità e domicilio di due alunni che frequentano il suo istituto e che erano stati riaccompagnati in classe per essere identificati dopo aver vandalizzato un’auto parcheggiata all’esterno.
Motivazione del rifiuto della Preside?
La privacy.
In tempo di “bunga – bunga” e di invocazione ingiustificata della riservatezza su comportamenti privati assunti da un pubblico funzionario, nell’esercizio delle sue funzioni o per la sua qualità poco importa, come volete che potesse rispondere la Preside?
Se uno se la sente ripetere ossessivamente anche quando non c’entra nulla,la parolina magica (privacy, privacy, privacy fino alla nausea), poi alla fine si convince e scambia il suo dovere (violato) con la necessità di tutela della riservatezza.
Anche alla Preside servirebbe “Cittadinanza e Costituzione”.
Lo ripeto fino alla nausea “Cittadinanza e Costituzione, “Cittadinanza e Costituzione, “Cittadinanza e costituzione”, così magari, per analogia, si convince pure il giovane Ministro.
Come per la privacy ed il “bunga bunga”……

I morti nelle scuole fatiscenti e “Cittadinanza e Costituzione”.
L’Italia ha conosciuto una serie di tragiche vicende (da S. Giuliano di Puglia a Casalecchio di Reno) che hanno riguardato edifici scolastici non a norma.
Non voglio ricordare, perché rinnoverebbe il dolore dei genitori, le parole del giovane Ministro dopo la morte a Rivoli, vicino Torino, di uno studente in seguito al crollo di una controsoffittatura.
Puntuali inchieste e qualche indagine della magistratura dimostrano che l’edilizia scolastica richiederebbe investimenti massicci per riportare la legalità ed il diritto alla vita (chè gli studenti morti non l’avevano questo diritto?) nelle scuole italiane.
Ed invece di investire in edilizia, come sarebbe suo dovere, qual è l’ultima idea del giovane Ministro?
Finanziare un concorso con ricchi premi in denaro alle scuole che vi partecipano, nell’ambito della famosa disciplina che non c’è “Cittadinanza e Costituzione, udite udite per “favorire la cultura della sicurezza nelle scuole”.
Ma perché c’era bisogno del concorso per assodare che la mancanza del certificato di agibilità, dato comune alla gran parte delle scuole italiane, espone a rischi gravi chi nelle scuole opera?
E c’era bisogno, come accaduto di recente, che un Preside bolognese fosse segnalato dai Vigili del Fuoco alla Magistratura perché nelle aule c’era un numero eccessivo di alunni rispetto alla metratura, perché si scoprisse che i tagli significano anche questo e cioè peggiore qualità della didattica e rischio aumentato in caso di emergenze e calamità?
Una volta era in voga il “Piove…Governo ladro”
Speriamo di non doverlo aggiornare in “Le scuole crollano….. Governo taglia”

L’Unità (Spicchi d’aglio) 20.04.11