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Carbone pulito, gas e rinnovabili ecco l´energia del dopo-Fukushima", di Maurizio Ricci

Le scelte possibili per la nuova strategia dell´Italia. I fondi risparmiati con la rinuncia al nucleare potranno essere utilizzati per la ricerca. Carbone e metano ripuliti dalla Co2, vento, sole, anche semplicemente gas. L´energia post-nucleare o, più semplicemente, del dopo Fukushima, non è semplice, ma è possibile. Per l´Italia, anzi, grazie al referendum del 1987, più facile. Proprio perchè non abbiamo centrali atomiche, non dobbiamo, come ad esempio la Germania, affannarci a sostituirne, qui e ora, la produzione: il kilowatt nucleare, nelle nostre case, non sarebbe comunque arrivato prima del 2025-2030 e non avrebbe coperto più del 12-13% dei consumi. In realtà, il governo più che rinunciare al nucleare, lo ha accantonato. In linea di principio, fra un anno, il piano energetico promesso ieri potrebbe riesumarlo. Ma, dopo la retromarcia di ieri, sembra azzardato. Quali vie potrebbe, dunque, indicare il piano energetico 2012 e quali suggerimenti possono venire dagli altri Paesi europei?
La premessa da cui partire è che, nonostante la propaganda, il nucleare è una energia costosa, perchè costoso è costruire le centrali che la producono. L´Annual Energy Outlook 2011del dipartimento dell´Energia americano censisce il kilowatt atomico come meno economico non solo di carbone e metano, ma anche dell´eolico. Più che al prezzo, dunque, l´alternativa al nucleare deve rispondere a due requisiti dell´energia atomica: poca anidride carbonica (anche gli antinuclearisti riconoscono che l´atomo produce al massimo un quarto della Co2 del gas e un decimo di quella del carbone) e poca dipendenza energetica (le maggiori riserve di gas al mondo sono in Russia e Iran).
La Ccs. La strada su cui punterà la Germania è, quasi certamente, il carbone ripulito dalla Co2, grazie alla cattura e sequestro dell´anidride carbonica (Ccs). In sostanza, la Co2 viene separata dal carbone, prima o dopo la combustione. Le tecnologie sono note, sperimentazioni sono in corso, anche in Italia, con l´Enel, in Puglia. La Ccs, però, costa. Un kw di carbone con Ccs costa, secondo gli americani, 13,6 centesimi di dollaro, il 30% in più del carbone normale e più del nucleare (11,6 cents). Difficile che le grandi aziende si avventurino nella Ccs senza qualche sussidio pubblico. Anche il gas con Ccs costa il 30% in più del suo omologo sporco. Il prezzo finale (8,9 cents) è, però, comunque più basso del kw atomico. Il vero problema della Ccs, tuttavia, è cosa fare dell´anidride carbonica. L´idea è di stivarla nel sottosuolo, nelle falde di acqua salata profonde: ma, ad oggi, non esistono ancora test affidabili del fatto che rimanga lì.
Il metano. Il metano presenta sempre meno l´handicap della dipendenza energetica. Con il ricorso al gas dagli scisti bituminosi (lo “shale gas”) il governo americano calcola che le riserve mondiali siano aumentate almeno del 40%. Il metano, oggi, è economico, abbondante e viene dagli stessi Paesi (Australia, Sudafrica, Usa) da cui viene il carbone. Anche lo shale gas, però, ha un problema. Per frantumare le rocce, l´industria usa additivi chimici che possono inquinare le falde di acqua potabile. Si tratta, ora di stabilire se quegli additivi possono essere sostituiti da preparati innocui.
Le rinnovabili. Numerosi studi testimoniano che un futuro al 100% rinnovabili è possibile. Nel 2010, del resto, il mondo ha prodotto più elettricità da vento e sole che dal nucleare. L´energia eolica, come quella solare, tuttavia, è volatile: c´è quando ci sono sole o vento. Spesso, c´è quando (come di notte) non serve e si spreca. Il miglioramento delle previsioni meteo e delle tecniche di immagazzinamento (ad esempio nelle centrali solari a specchi) sta, pian piano, riducendo questo buco. Ma, alle tecnologie attuali, vento e sole non hanno la stessa affidabilità – 24 ore su 24, 7 giorni su 7 – di cui ha bisogno un sistema elettrico e che forniscono carbone, gas e nucleare. Il problema, in due parole, è di batterie.
Liberare il paese della spesa di decine di miliardi di euro per il nucleare significa poter indirizzare risorse alla ricerca in questo campo e ad una diversa sistemazione della rete elettrica. Sole e vento, se non ci sono da una parte, ci sono da un´altra. Poter ricorrere a centrali di energia alternativa geograficamente diverse può ridurre il problema: esiste un megaprogetto, Desertec, soprattutto tedesco, ma a cui aderisce anche l´Enel, che prevede la fornitura di elettricità da una serie di centrali solari nel Sahara. Contemporaneamente, si può puntare ancora sul metano: ma, invece di costruire megacentrali a gas, per sostituire quelle nucleari previste, si può pensare ad una rete di piccole centrali, che si limitino a integrare l´elettricità degli impianti solari e eolici, entrando in funzione solo quando questi non possono produrre.

La Repubblica 20.04.11

"Le riforme immobili", di Tito Boeri

«Si tratta di azioni e risorse già previste». Insomma, state cercando di venderci cose già fatte (e risorse già stanziate) spacciandole per nuove. È un´affermazione ricorrente nell´audizione di Confindustria alle commissioni di Camera e Senato.
Le due commissioni si sono riunite ieri per discutere i documenti preparati dal governo per il cosiddetto semestre europeo. Le 465 pagine elaborate dall´esecutivo lasciano in effetti poca speranza. L´esame rivela che l´acronimo Pnr dovrebbe essere declinato come “Proprio nessuna riforma”. Del Piano nazionale delle riforme non c´è traccia se non nel senso che si prevedono piani (sul lavoro, la conciliazione tra lavoro e famiglia, etc.), insomma piani che generano altri piani. Doveva delineare un piano d´azione per i prossimi tre anni. Ma la politica economica contemplata da qui a fine legislatura ha come obiettivo strategico il rinvio ai posteri di manovre molto pesanti senza avere nel frattempo varato alcun provvedimento favorevole alla crescita, quindi tale da ridurre l´entità dell´aggiustamento dei conti pubblici necessario dal 2013 in poi.
Vediamo i numeri. Il governo in carica nella prossima legislatura dovrà immediatamente varare una manovra da quasi 40 miliardi, come riconosce lo stesso Documento di economia e finanza del governo. È una stima ottimistica perché assume che le misure sin qui varate dal governo abbiano piena efficacia. Tuttavia si tratta in gran parte di misure con effetti aleatori (come la lotta all´evasione), che per lo più spostano spese da un esercizio all´altro (come il blocco del turnover nella pubblica amministrazione), senza alcun miglioramento strutturale nei conti pubblici. Altre misure, come il patto di stabilità interno, devono essere rinegoziate ogni anno, e un governo sempre più debole rischia di trovarsi in grande difficoltà nel confermare i tagli agli enti locali. Se questi interventi non dessero i risultati previsti, dovremmo aggiungere fino a 25 miliardi ai 40 già previsti per il biennio 2013-14, rendendo l´aggiustamento lasciato in eredità ai posteri il più cospicuo della storia repubblicana. Rispetto alla legge di stabilità cambia in negativo la composizione dei tagli alla spesa pubblica. È contemplato, ad esempio, un taglio ulteriore delle spese in conto capitale, che si ridurranno di più di un quarto dal 2009 al 2012, il che significa presumibilmente peggiorare ulteriormente il nostro gap infrastrutturale.
L´unica operazione su cui il governo sembra intenzionato a investire il capitale politico residuo è il federalismo. Ma rischia anch´essa di lasciarci un´eredità pesante. Come nota l´audizione di Confindustria, rischia di esportare al Nord i disavanzi sanitari di molte regioni del Sud perché rende ancora più opaco il rapporto fra tasse e servizi offerti ai cittadini sulla base di queste entrate fiscali. Si deresponsabilizzano così i governi locali al cospetto dei cittadini che dovrebbero punirli elettoralmente quando tassano troppo in rapporto ai servizi forniti. Inoltre, il federalismo non ha portato sin qui a ridurre quelle duplicazioni di funzioni che sono alla base di molti sprechi nell´utilizzo di risorse pubbliche.
In tutto il mondo i governi sono impegnati in questa fase nel ridisegnare i confini fra intervento pubblico e iniziativa privata. È la crisi del debito pubblico a rendere questa nuova cartografia indispensabile. Bisogna ridefinire priorità, trovare una migliore divisione dei ruoli fra pubblico e privato in un contesto in cui il primo è sottoposto ad una cura dimagrante, potenziando al tempo stesso il ruolo dello stato come regolatore dei mercati per evitare gli eccessi che hanno portato alla crisi finanziaria globale. Può essere anche un modo per trovare assetti migliori, rendere sia il pubblico che il privato più efficienti. È di questo che si discute negli Stati Uniti, come nel Regno Unito, in Francia come nella stessa Germania, che pure ha condizioni macroeconomiche invidiabili. Basta sfogliare i Pnr di altri paesi o, meglio ancora, il dibattito pubblico sui blog, per rendersi conto del fatto che si intende fare politica di bilancio, cambiare la composizione della spesa per renderla più efficace, maggiormente favorevole alla crescita.
Proprio da noi, che non abbiamo alternative a tornare a crescere, si discute di tutt´altro. Non c´è un´agenda di quelle riforme che sono note da tempo. Hanno a che vedere con la liberalizzazione di molti mercati di prodotti e servizi, incluse le professioni, la qualità e quantità degli investimenti in ricerca e in istruzione, un mercato del lavoro bloccato e segmentato, che tiene fuori molti, spesso i più istruiti, una specializzazione produttiva sbagliata, che ci espone maggiormente di altri paesi avanzati alla concorrenza dei paesi a più basso costo del lavoro, con una inadeguata dotazione infrastrutturale e, infine, un peso eccessivo della tassazione che finisce per scaricarsi su di una fascia relativamente piccola di popolazione e sui fattori produttivi.
I cosiddetti “responsabili” si stanno così prendendo la grande responsabilità di tenere in vita un governo che ha deciso di procrastinare ogni intervento. Come se non incombesse il rischio di contagio, ora che la crisi ha raggiunto la penisola iberica. Come se i problemi strutturali del nostro paese non fossero evidenti a tutti. Negli ultimi 15 anni abbiamo perso, in media, un punto di crescita all´anno rispetto alle altre economie dell´area dell´euro, viviamo un peggioramento degli squilibri con l´estero nonostante la stagnazione, sintomo evidente di una forte perdita di competitività dell´economia italiana. Per una volta i documenti del governo non sono reticenti nel mettere in mostra i problemi della nostra economia. Il contrasto con l´immobilismo del governo è ancora più stridente.

La Repubblica 20.04.11

No, alla “BerluSchool“!, di Pippo Frisone

Che non tutti i politici conoscano la Costituzione è notorio ed è stato anche dimostrato. Che Berlusconi non conosca la scuola italiana è sotto gli occhi di tutti e non c’è neanche bisogno di dimostrarlo.
Ma ormai siamo in piena campagna elettorale e il Nostro è qui che dà il meglio di sè anche se la tecnica e gli argomenti usati sono sempre gli stessi. Il pericolo comunista, le toghe rosse, il golpe giudiziario, la stampa ostile e buon per ultima, la scuola statale, inculcatrice di valori contrari alla famiglia.
E lo fa , alzando sempre di più il livello dello scontro.
Ora che anche la scuola sia diventata di colpo tutta comunista , credo che neanche il Nostro lo creda.

Alle ultime elezioni politiche del 2008 gran parte degli insegnanti, secondo alcuni sondaggisti ,
pare abbiano voltato le spalle al centrosinistra!
La categoria tra l’altro non è mai stata molto sindacalizzata e la CGIL, tanto per citare il sindacato
confederale maggiormente collocato all’opposizione di questo governo , ha una rappresentatività
tra i docenti del 27,03% (dati Aran biennio 2008-09 ).
L’ultimo sciopero unitario di tutti i sindacati uniti,quello del 2008 contro la finanziaria lacrime e
sangue, arrivò a stento attorno al 60%
La scuola pubblica, tuttavia, nonostante gli insulti di Berlusconi, piace ancora (molto-moltissimo)
al 60% degli italiani ( fonte Demos & Pi ).
Non piacciono agli italiani, invece, le riforme della Gelmini, bocciata sul maestro unico, sui tagli
al tempo pieno e agli organici. La scuola primaria, in particolare, gode , nonostante tutto, del
gradimento del 70% degli italiani.
Nessun pregiudizio politico né ideologico prevale negli italiani nei confronti della scuola, vista
anche come un efficace canale di integrazione, di confronto e di partecipazione democratica.
Ma l’attacco sferrato da Berlusconi alla scuola statale e la difesa interessata di quella privata quanto maldestra della famiglia, hanno di mira soprattutto un bersaglio grosso : l’elettorato cattolico e la Chiesa , visti i primi smottamenti e scricchiolii su quel fronte.
Riconquistare l’elettorato indeciso di centro, sottrarlo a quelli del terzo polo, all’odiato Fini e Casini.
L’avviso ai naviganti è di vincere le amministrative e soprattutto vincere a Milano, per continuare a
tenere in vita il governo agonico a Roma.
E’ l’ultima sfida all’OK Corral , l’ennesimo referendum su di sé voluto dal premier che non
risparmia colpi bassi, spandendo a piene mani e dosi da cavallo demagogia e populismo.
Dopo aver messo in ginocchio, insultata e vilipesa la scuola statale, dopo le proteste in piazza
di studenti e insegnanti , gli attacchi ora si son fatti più mirati, più insistenti quanto grossolani e
sconclusionati.
Anche l’iniziativa dell’on.Carlucci del Pdl d’istituire una Commissione d’inchiesta sui libri di testo,
perché troppo orientati a sinistra , s’inquadra in questa ossessiva campagna elettorale, brandita
come un arma di distrazione di massa per non affrontare mai i veri problemi della scuola e del
paese.
La scuola che non si sottomette che rivendica la propria autonomia, al pari dell’Università e della
Magistratura , è diventata anch’essa di sinistra, peggio ancora comunista e in quanto tale una
nemica da abbattere! E’ questo lo schema preferito in ogni campagna elettorale dal premier.
O con me o contro di me , crearsi nuovi nemici, inventandoli se necessario, come nel caso della
scuola perché così lo vogliono i sondaggi ,del resto molti nemici molto onore!
Ma la scuola italiana non merita di essere trasformata in un’arena di lotta politica.

Perciò rivendichiamo qui e subito, quanto scrivemmo sulle pagine di questo stesso giornale qualche settimana fa. Vogliamo una NO FLY ZONE sulla scuola!
Basta con le guerre ideologiche e i bombardamenti della politica sulla scuola.
Preserviamo l’unica istituzione che tiene ancora unito questo Paese a 150 dalla sua faticosa Unità.
Si rispettino di più gli insegnanti e con loro quanti, seppur malpagati, lavorano ancora con passione e sacrificio in questa casa comune di tutti gli italiani, consapevoli che nelle loro mani c’è il futuro e il destino dei nostri figli.

da ScuolaOggi 20.04.11

"Il Buco c'è veramente", di Osvaldo Roman

Come qualcuno forse ricorderà, la polemica sul significato da assegnare al comma 23 dell’articolo 9 della legge 122/2010, quello che ha cancellato dalla carriera di oltre un milione di dipendenti della scuola gli anni di servizio 2010, 2011 e 2012, ha riguardato il fatto che questa amputazione, recuperata economicamente con quel 30% di economie derivanti dal taglio degli organici previsto dall’art.64 della “riforma” Gelmini(v. D.M n. 3 del 14 gennaio 2011 per l’anno 2010), rimanesse invece tale sul piano della loro validità giuridica. Cioè dal 2013 in poi, nel passaggio nei successivi scaloni, quei tre anni non potranno essere valutati, perché ciò prevedeva quel comma 23 mai abrogato dalle modifiche apportate. Tali modifiche riguardavano solo la possibilità del recupero del valore economico degli scatti maturati in quel triennio utilizzando le risorse di quel famoso 30% già iscritte in bilancio con altre finalità.

E’ utile al riguardo ricordare l’intervento del Sen. Giovanni Procacci(PD) nella discussione
avvenuta in Senato sullo schema di decisione di finanza pubblica il 16/10/2010 come è noto
discusso e approvato successivamente alla legge 122.
In quell’occasione il sen Procacci segnalava che l’unico argomento d‘interesse per la scuola era
quello riportato nella tavola 2.10″ ove al sesto rigo del capo 3 era scritto:” Blocco automatismi
stipendiali 2010-2011-2012 comparto scuola, con economie rispettivamente di 320-640 e 960
milioni di euro. A conclusione dell’intervento del Sen. Procacci, il governo, tramite la relatrice
sen Bonfrisco e il Viceministro Vegas, pur ammettendo l’errore di non aver inserito il ripristino
degli scatti di anzianità nello schema di decisione di finanza pubblica (che sostituiva il vecchio
DPEF), confermava l’impegno a varare il provvedimento, modificando il testo del documento di
programmazione finanziaria che, così com’è, confermava il blocco degli scatti stipendiali fino al
2012.
Quella modifica non è stata mai apportata ed é invece accaduto che nel Documento di
Economia e Finanza 2001, in discussione in questi giorni in Parlamento, quella previsione
risulti pienamente confermata.
Infatti si deve segnalare che, con riferimento alla spesa pubblica valutata rispetto all’andamento
del PIL, nel Documento in questione, nella Sezione Prima, Tavola V.1, la previsione relativa
all’istruzione scende dal 4,2 del 2010 al 3,7 del 2015 e al 3,2 del 2030. Questa significativa scelta
di riduzione che è la cifra fondamentale e unica in Europa, del Governo in questo fondamentale
settore, viene fatta risalire “all’effetto delle misure di contenimento della spesa per il personale, a
cui segue un andamento gradualmente crescente nel trentennio successivo dovuto alla riduzione
strutturale della popolazione scolastica”. In sostanza continuano ad incidere gli effetti di una
ulteriore riduzione degli organici che proseguono oltre il periodo previsto dalla riforma Gelmini
(2009-12).
Ma un contributo a questo ridimensionamento strutturale della spesa per l’istruzione viene
assegnato anche all’eliminazione dell’adeguamento automatico delle retribuzioni del personale
della scuola negli anni 2011-2013 e seguenti. Significativa al riguardo la conferma che i tagli
apportati dal comma 23 dell’art.9 della legge 122/2010 incidono sul saldo primario, come riportato
nella Tavola VI.I (pag.92 e pag. 95 del Doc LVII n.4) della medesima Sezione I: per 418 milioni di
cui 320 della scuola nel 2011, per 812 mln (640) nel 2012, per 1.124mln (960) nel 2013.
Ora Tremonti dovrebbe fornire delle spiegazioni a tutti coloro che hanno creduto alle sue
favole. Dubito però che queste spiegazioni vengano richieste

da ScuolaOggi 20.04.11

"Il premier si toglie un peso", di Marcello Sorgi

Non capita molto spesso che Berlusconi e Bersani possano brindare insieme, ma stavolta invece sì. La decisione del governo di cancellare i piani per il nucleare, pur salvando l’Agenzia preposta al settore per non dare la sensazione di una completa (e prematura) smobilitazione, annulla di fatto il referendum promosso in materia da Di Pietro e dagli ambientalisti. Anche se sarà la Corte di Cassazione a doversi pronunciare per sospendere materialmente la consultazione, la delusione dei promotori, accompagnata dalla moderata soddisfazione del Pd e dal silenzio governativo (è sempre spiacevole dover ammettere di esser tornati sui propri passi), lasciavano intendere già ieri che la sorte del referendum è segnata. E con quello del voto sul nucleare, probabilmente, anche il destino degli altri due, sul legittimo impedimento e sulla privatizzazione dei servizi di distribuzione dell’acqua.

L’unione di tre argomenti così eterogenei era stata considerata strategica per tentare di superare, dopo quasi tredici anni, l’endemica crisi attraversata dalle consultazioni referendarie, tutte fallite negli ultimi tempi perché l’affluenza alle urne non ha più raggiunto la fatidica soglia della metà più uno degli elettori prevista dalla legge per la validità del voto. Specie dopo l’incidente di Fukushima, dovuto al terremoto in Giappone, era sicuro che il referendum sul nucleare avrebbe fatto da traino agli altri due, uno dei quali, avendo al suo centro il legittimo impedimento, legge già depotenziata dalla Corte Costituzionale, e in scadenza ad ottobre, era stato proposto con l’intento di trasformarlo in una sorta di giudizio popolare su Berlusconi e sui suoi attacchi ai giudici.

In questo senso si può dire che il Cavaliere, già oberato dalla campagna elettorale per le amministrative e dalla ripresa dei processi di Milano, ha preferito non correre ulteriori rischi. Una ragionevole prudenza, in linea con atteggiamenti corrispondenti di altri governi europei – a cominciare dalla Merkel, che ne ha pagato il prezzo nelle recenti elezioni locali tedesche -, preoccupati degli effetti emotivi della paura del nucleare sui cittadini. E una frenata ragionevole, anche in giorni in cui il premier, fin dai primi comizi della corsa per i sindaci, ha alzato i toni della sua campagna fino all’inverosimile. Inoltre una decisione non sgradita, come s’è visto, al Pd, che aveva accolto di malavoglia la mobilitazione referendaria dipietrista e che si sarebbe cimentato ancor più svogliatamente nella campagna per il voto: il cui merito, in caso di sconfitta del premier, sarebbe andato tutto al leader di Italia dei Valori, e le cui conseguenze, in caso contrario, di vittoria del governo o dell’astensione, sarebbero ricadute sul maggior partito di opposizione.

A questo punto l’onere di sostenere le consultazioni rimaste in piedi, sottraendole all’apatia e alla scarsa partecipazione che potrebbe affossarle, oltre che alla calura estiva del 12 giugno, data assai poco mobilitante in cui non a caso è stato fissato l’appuntamento con le urne, pesa tutto sulle spalle di Di Pietro. Che non a caso – diversamente dal Pd che quasi ha festeggiato la moratoria nucleare del governo, attribuendosene non si sa perché il merito -, ha denunciato il nuovo attentato di Berlusconi ai referendum e alla volontà popolare.

La Stampa 20.04.11

"I professionisti del trucco", di Giovanni Valentini

Nell´incauta megalomania sviluppista del governo in carica, il piano nucleare aveva assunto il valore emblematico di una “guerra santa”, una crociata per affrancare l´Italia dalla dipendenza energetica e restituirla alle “magnifiche sorti e progressive” di una vagheggiata ripresa economica.
Ora, dunque, lo stop alla proliferazione delle centrali atomiche non è soltanto un dietrofront, una retromarcia, una ritirata strategica per non urtare la corrente d´opinione alimentata dall´incubo di Fukushima ed evitare così il referendum in calendario a metà giugno.
È anche l´ammissione esplicita di una sconfitta annunciata. Una fuga dalle responsabilità. Una dichiarazione di impotenza programmatica. Ma è soprattutto la più smaccata e plateale rinuncia a governare un processo di crescita economica e sociale, in una prospettiva responsabile di sostenibilità: cioè di rispetto dell´ambiente, della sicurezza e della salute collettiva.
Tanto il nucleare era diventato il perno di una “politica generale” per la maggioranza parlamentare di centrodestra, quanto appare adesso l´opzione scellerata e impraticabile di un´effettiva minoranza elettorale. Forse non c´è metro di paragone più concreto e preciso per misurare la distanza fra Paese (il) legale e Paese reale nell´Italia di oggi, colpita dallo tsunami politico e morale di un governo autoritario privo di autorevolezza che pretende di imporre la forza del dispotismo su quella della ragione. Con tutta la solidarietà umana per l´ammirevole popolo giapponese, possiamo solo consolarci con la considerazione che – come all´epoca di Chernobyl – anche questa catastrofe è servita almeno a fermare la corsa verso il rischio atomico.
E pensare che, subito dopo il disastro di Fukushima, il nostro governo aveva proclamato – per bocca del sedicente ministro dell´Ambiente – che “la linea italiana rispetto al programma chiaramente non cambia”. Poi, nel Parlamento e nella società civile, era scattata la cosiddetta “pausa di riflessione”. Fino alla moratoria suggerita dal ripensamento del ministro Tremonti, a cui segue ora questa fermata obbligatoria per fugare gli spettri del nucleare e le paure del referendum in una sorta di esorcismo nazionale.
Con l´abrogazione delle norme sulle nuove centrali, non si abroga però il diritto dei cittadini di schierarsi contro questa scelta e contro questa politica. Ne fanno fede in pratica tutti i sondaggi d´opinione, registrando e documentando una consapevolezza diffusa, largamente maggioritaria, prodotta da una radicata ostilità e ulteriormente accresciuta nelle ultime settimane da un´inversione di tendenza perfino nell´elettorato di centrodestra. Questo non può essere perciò un trucco, un sotterfugio, un escamotage per eludere o aggirare la volontà popolare. Il capitolo si deve chiudere definitivamente qui. Né tantomeno sarebbe lecito strumentalizzare lo stop sul nucleare per boicottare i quesiti referendari sulla privatizzazione dell´acqua e sul legittimo impedimento: altrimenti, avrebbe ragione Antonio Di Pietro a parlare di “truffa” più o meno organizzata.
Per una coincidenza che non è certamente occasionale, la resa del governo arriva proprio all´indomani del richiamo ufficiale dell´Unione europea all´Italia sulle fonti rinnovabili. Contro le alchimie del decreto che porta la firma del ministro Romani, la Commissione di Bruxelles sollecita un meccanismo di incentivi più chiaro e più certo, in modo da non compromettere gli investimenti e non danneggiare il programma comune. Ed è questa la strada maestra da percorrere con determinazione, all´insegna del solare e dell´eolico, per sostenere lo sviluppo economico nel settore e nell´intero sistema produttivo.
Sappiamo bene che le rinnovabili, da sole, non risolvono la questione energetica. E sappiamo anche che, oltre al risparmio e all´efficienza, occorre utilizzare un mix di fonti in rapporto al trend di mercato e all´evoluzione tecnologica. Ma sappiamo pure che, allo stato attuale, il nucleare costa ancora troppo e non è sicuro; che il problema dello smaltimento delle scorie non è affatto risolto; e che la sicurezza dei cittadini, della loro salute e della stessa sopravvivenza, viene prima di qualsiasi altro interesse. Referendum o meno, l´ordine delle priorità non cambia.

La Repubblica 20.04.11

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Il governo cancella il nucleare

Cambia la legge, stop alle centrali. L´opposizione: sabotaggio dei referendum. Il governo ha detto stop alla realizzazione delle centrali nucleari con un emendamento al decreto omnibus, ora all´esame dell´aula del Senato. La scelta ha scatenato una polemica legata al referendum del prossimo giugno. «È l´ennesima fuga di Berlusconi» ha dichiarato il leader del Pd Bersani. Di Pietro (Idv), tra i promotori dei quesiti: «Il governo ha paura che il referendum sul nucleare trascini quello tutto politico sul legittimo impedimento».
Il governo dice addio definitivamente al nucleare in Italia: il programma di realizzazione di centrali atomiche tramonta ancora prima di vedere la luce. La decisione è arrivata ieri con un emendamento al cosiddetto decreto omnibus in discussione al Senato: lo stesso che già un mese fa aveva dato un primo parziale stop. La moratoria di un anno, infatti, decisa dopo la tragedia di Fukushima, è stata sostituita da un´abrogazione definitiva delle norme previste per la realizzazione di nuovi impianti. Ora il governo ha deciso di concentrarsi sulle fonti rinnovabili, con una strategia di politica energetica nuova e tutta da definire. E lo stop, di fatto, cancella anche il referendum del 12-13 giugno.
La decisione, ancora prima che l´emendamento arrivasse in aula a Palazzo Madama, era stata anticipata da Giulio Tremonti. Parlando all´Europarlamento, il ministro dell´Economia aveva osservato come la tragedia giapponese imponesse «una riflessione economica e non solo» sul nucleare, ipotizzando anche il ricorso agli eurobond (i fondi garantiti dalla Ue) «per finanziare la ricerca di energie alternative». Poi è arrivato l´emendamento, che il Senato voterà oggi, e che recita: «Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche mediante il supporto dell´Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione Europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare».
Il riferimento è al decreto del 2008, che fissava appunto i criteri per la scelta dei siti adatti alle nuove centrali. Il governo voleva realizzarne 8 entro il 2020 e addirittura aveva ipotizzato la posa della prima pietra entro la fine della legislatura nel 2013. In quel provvedimento, che nel tempo aveva già subìto diverse modifiche, era stata inserita un mese fa la moratoria, trasformata ieri in un addio definitivo al nucleare.
Ora il governo, che nei primi mesi di legislatura aveva puntato fortemente sul nucleare, resta di fatto con una politica energetica da rifare. «Con l´emendamento – ha precisato una nota di Palazzo Chigi – viene affidato al Consiglio dei ministri la definizione di una nuova strategia energetica nazionale che terrà conto delle indicazioni stabilite dall´Ue e dai competenti organismi internazionali». Mandato al Consiglio dei ministri, dunque. E il ministro competente per l´energia, Paolo Romani, ha spiegato che «ora è importante andare avanti e guardare al futuro, impiegando le migliori tecnologie disponibili sul mercato per la produzione di energia pulita, in particolar modo per quanto riguarda il comparto delle rinnovabili».
È già pronta una nuova bozza del provvedimento sugli incentivi al fotovoltaico: sette miliardi all´anno e un obiettivo di 23 mila megawatt (il 25% del fabbisogno italiano) nel 2016.
Intanto opposizione e fronte anti-nucleare esultano. Ma c´è chi avverte: la retromarcia del governo serve solo ad affossare i referendum. Quello sul nucleare e quello politicamente più delicato sul legittimo impedimento.

La Repubblica 20.04.11

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“Quella mossa “anti quorum” per evitare la bocciatura del legittimo impedimento”, di Francesco Bei

Berlusconi: la sconfitta ci travolgerebbe. A determinare la svolta è stato il ministro dell´Economia da sempre scettico. Il premier potrebbe tornare alla carica chiedendo alla Ue regole comuni sulla sicurezza. Prima una brusca frenata, poi una retromarcia precipitosa. Inevitabili per evitare di andarsi a schiantare nelle urne. L´ultimo sondaggio, planato due settimane fa sul tavolo di Berlusconi, ha certificato infatti il baratro che stava per aprirsi sulla strada del governo: i contrari al nucleare, dall´incidente di Fukushima, erano balzati avanti di venti punti, arrivando a sfiorare il 70 per cento. E tra questi, notizia ancora più allarmante per palazzo Chigi, anche il 50 per cento degli elettori del Pdl. Percentuali disastrose, soprattutto se calate nel clima della campagna elettorale per le amministrative. In gioco, per il Cavaliere, non c´era più soltanto la costruzione di quattro centrali atomiche, ma la sua stessa sopravvivenza politica: «Non ci possiamo permettere una sconfitta di queste proporzioni, il governo ne sarebbe travolto».
Oltretutto si sarebbe trattato di un tripla bocciatura della politica governativa. A mezza bocca molti ministri ammettono che a giocare un ruolo importante nella decisione di mettere uno stop al nucleare sia stato infatti il referendum sul legittimo impedimento, che avrebbe beneficiato di un effetto traino per il concomitante quesito anti-atomo. Senza contare la privatizzazione dell´acqua. Insomma, una debacle per Berlusconi, con una sconfitta senza appello nelle urne che avrebbe potuto portare a una crisi di governo.
A determinare la svolta è stato Giulio Tremonti, già prima di Fukushima scettico sulla sostenibilità economica del programma atomico del premier. Non è un caso se ieri il ministro dell´Economia si sia molto speso sui «benefici locali» di contro ai «malefici generali» del nucleare in caso d´incidente, invitando a valutare gli enormi costi che stanno affrontando i Paesi, come la Germania, che hanno deciso di abbandonare le vecchie centrali. È stato del resto proprio Tremonti a mettere nero su bianco, nel Programma nazionale di riforma approvato giovedì scorso, la moratoria al nucleare «fino a che le iniziative già avviate a livello di Unione europea non forniranno elementi in grado di dare piene garanzie sotto il profilo della sicurezza».
Ma è chiaro che Berlusconi, se tatticamente è costretto alla «pausa di riflessione», non accetta di rinunciare tout court a quella che fino a ieri – insieme al ponte sullo Stretto – è stata la bandiera del suo programma elettorale. Ragionando con i suoi, il premier ieri ha scavato la nuova trincea dove schierarsi dopo la ritirata: «Deve essere l´Europa a farsi carico di questo problema. Serve una direttiva che fissi dei criteri di sicurezza comuni, a cui tutti dovranno conformarsi. E noi, come gli altri, ci atterremo a quegli standard europei». Che il premier intenda tornare presto alla carica lo si capisce in fondo anche dalla road map che traccia il ministro Paolo Romani. «Il referendum – spiega – avrebbe introdotto nel nostro dibattito degli elementi irrazionali, emotivi, delle chiusure ideologiche di cui non sentiamo davvero il bisogno. Io resto nuclearista, il problema ora è capire come possiamo andare avanti e il governo su questo ha le idee chiare: entro l´estate convocheremo una Conferenza per l´Energia e in quella sede presenteremo la “nuova strategia energetica nazionale”». L´idea è dunque quella di far passare l´ondata referendaria restando aggrappati agli scogli, per poi tornare a riproporre il nucleare, ma solo dopo che si sarà pronunciata la commissione europea. «Il nucleare – ripete Romani – è un problema europeo, basti pensare che 14 paesi non ce l´hanno e 13 sì. L´Europa è divisa in due e deve trovare una posizione comune: noi ci adegueremo».
Il problema è che ormai, nella stessa maggioranza, il fronte degli scettici sta ingrossando giorno dopo giorno le sue file. Di Tremonti s´è detto, per non parlare di Stefania Prestigiacomo, la prima a sollevare il problema all´indomani dell´incidente giapponese. Ma è tra gli ex An – dove resistono molti reduci delle campagne antinucleare del Fronte della Gioventù – che si registra la più alta concentrazione di ambientalisti. Nel governo il loro portabandiera è Giorgia Meloni, che ieri a fatica tratteneva la sua soddisfazione: «Ormai è finita». Fabio Rampelli, antinuclearista della prima ora, gela le speranze di Romani di ritirare fuori il dossier tra qualche mese: «Per questa legislatura è chiusa, se ne riparlerà nella prossima, lo sa anche Berlusconi. E noi saremo sempre qui a metterci di traverso. Piuttosto il governo pensi a come trasformare un apparente svantaggio, la mancanza di centrali, in una opportunità: fare dell´Italia l´avanguardia nelle fonti di energia rinnovabili e nella ricerca sul nucleare pulito».

La Repubblica 20.04.11

Bersani: «Serve un concorso di forze ampie. C’è il rischio di vedere Berlusconi al Quirinale», di Maria Zegarelli

«Napolitano ha ragione. Io sono sicuro che la Milano democratica saprà rispondere». Il Pd rilancia: «Un’alleanza tra moderati e progressisti». «Il tramonto di Berlusconi sarà drammatico». Bersani definisce «sacrosante» le parole di Napolitano. Alle opposizioni: «Serve un’alleanza tra le forze progressiste e moderate per sconfiggere il berlusconismo».
«Sacrosante e precise», le parole di Giorgio Napolitano, reale il rischio «di pericolose degenerazioni» evocate dal Capo dello Stato, perché «siamo dentro a questa degenerazione, certamente». Pier Luigi Bersani commenta così il duro monito del presidente delle Repubblica e definisce «vergognoso» l’episodio dei manifesti contro i magistrati a Milano, «le destre stanno seminando mentalità barbarica e anticostituzionale» aggiunge parlando ad una iniziativa elettorale a Civitanova Marche. È alla luce di questo che secondo il segretario dei democratici è necessaria una coalizione elettorale fra le forze progressiste e moderate del Paese, «non sante alleanze», ma un cartello forte e unito «perché se ci si divide, con un solo voto in più Berlusconi può fare il presidente della Repubblica il prossimo giro». Il Berlusconismo non si esaurirà con l’uscita da palazzo Chigi di Berlusconi, il suo «tramonto sarà drammatico, noi non abbiamo il cronometro ragiona Bersani -, non abbiamo il calendario ma sappiamo che sarà drammatico e ci sarà bisogno di una fase di ricostruzione, con un pacchetto di riforme per la democrazia e per un nuovo patto sociale, per dare un po’ di lavoro e di crescita economica». Forze progressiste e moderate per «un’operazione di ricostruzione» del Paese e per scongiurare l’ascesa al Colle di Silvio Berlusconi che non ha mai fatto mistero delle sue alte aspirazioni.
Che poi la condizione per tornare a parlare ed affrontare i problemi del paese sia quella di voltare pagina passando attraverso il voto anticipato, per Bersani, come per D’Alema, come per il resto dell’opposizione da Casini a Di Pietro e Fini, è ormai fuori di ogni dubbio. Superato il tempo dei governi tecnici, le urne restano l’unica soluzione all’attuale grave crisi politico-istituzionale in cui il centrodestra ha gettato il paese. Dai problemi della giustizia alle riforme, tutto passa in secondo piano davanti alle questioni personali e giudiziarie del premier. «Siamo al problema solito dice il leader Pd -: Berlusconi ha interesse a non risolvere i problemi e ad acuirli per poi poter sbandierare una guerra contro la magistratura. Questa è certamente una china pericolosa».
Ringraziano il presidente della Repubblica per «l’equilibrio e il senso di reponsabilità» tutti i leader democratici da Rosy Bindi a Anna Finocchiaro, Marina Sereni a Alessandro Maran che però denunciano il rischio di una pericolosa deriva dello scontro istituzionale sollevato da Palazzo Chigi. Nessuno tira per la giacca il Capo dello Stato ma è chiaro che ormai tutti guardano al Colle.

L’Unità 19.04.11