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"Il doppio obiettivo del Colle", di Federico Geremicca

Ha aspettato un giorno, poi due, poi tre. Ha sperato fino all’ultimo che, dopo la dissociazione di questo o quell’esponente della maggioranza di governo, «l’ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano» (parole del Quirinale) venisse finalmente stigmatizzata dallo stesso presidente del Consiglio. Alla fine, quando ha avuto chiaro che questo non sarebbe accaduto, la decisione: e stavolta non una nota di critica per i toni e i modi, non un generico invito alla moderazione e nemmeno un messaggio alle Camere oppure al Paese.
Piuttosto, il passo più istituzionale possibile, un’iniziativa che coinvolgerà e rappresenterà tutte le istituzioni: comprese quelle che mai avrebbero voluto che il prossimo Giorno della Memoria (9 maggio) venisse dedicato alle vittime del terrorismo, magistrati in testa a tutti.
Attesa da molti e temuta da altrettanti, ecco – dunque – la mossa del Quirinale. Che il Capo dello Stato intervenisse di fronte all’ormai incontrollabile escalation polemica in materia di giustizia era inevitabile: più difficile – piuttosto – era scegliere modi e toni capaci di evitare che a scontro si aggiungesse scontro, con tutto quel che avrebbe potuto seguirne. Di qui la decisione di non scegliere la via dell’ennesimo richiamo esplicitamente diretto al capo del governo, a vantaggio di un’iniziativa dal profilo inequivocabilmente istituzionale: il Giorno della Memoria – celebrazione voluta tre anni fa proprio da Giorgio Napolitano – ricorderà i magistrati assassinati dal terrorismo. Già, proprio quei magistrati definiti brigatisti nell’«ignobile manifesto» milanese e pesantemente attaccati come «eversori» dallo stesso presidente del Consiglio (che non ha avuto remore nel parlare addirittura di «brigatismo giudiziario»).
In verità, la scelta della via da seguire non è stata semplicissima. Da una parte, infatti, era evidente la necessità di una scesa in campo del Quirinale in difesa della magistratura (dalla Corte Costituzionale fino al singolo pm) sottoposta ad attacchi di gravità crescente; dall’altra – e altrettanto evidente – vi era la necessità di non contribuire a un ulteriore surriscaldamento del clima: col rischio, addirittura, di agevolare il capo del governo in una strategia che, giorno dopo giorno, si va sempre più manifestando in tutta la sua chiarezza.
Non si tratta di una strategia inedita: l’attacco alle «toghe rosse» e l’indice puntato verso «i comunisti» sono praticamente un classico per Berlusconi alla vigilia di ogni campagna elettorale. Con l’importante voto amministrativo di maggio alle porte (Torino, Napoli, Bologna e soprattutto Milano) il leader del Pdl ha ricominciato a suonare lo stesso ed evidentemente noto spartito. Per il Quirinale, dunque, l’esigenza era doppia: difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura senza fornire altra «benzina polemica» al capo del governo, così da poter corroborare una linea tipo «sono tutti contro di me, giudici, Alta Corte, poteri forti e perfino il Presidente della Repubblica…». Il fatto che la mossa del Quirinale non potrà comunque non essere intesa anche come un richiamo severo alle più recenti sortite di Silvio Berlusconi lascia immaginare che essa non risulterà particolarmente indigesta al capo del governo. Anzi. Nonostante l’attenzione del Colle a scegliere con cura un’iniziativa (il Giorno della Memoria, appunto) che non si prestasse a letture inevitabilmente polemiche, è facile prevedere che proprio in questo senso sarà – invece – utilizzata dal presidente del Consiglio. In questo – bisogna riconoscerlo – Berlusconi continua a dimostrare una indubbia abilità tattica: tanto che per l’avversario politico la scelta, a volte, sembra essere tra il non reagire (rischiando di apparire arrendevole, se non peggio) o passare all’attacco, col rischio di enfatizzare ulteriormente ogni argomento propagandistico del Berlusconi versione campagna elettorale.
Ieri il premier ha taciuto. Nessuna replica né diretta né indiretta all’annuncio che il Quirinale intende dedicare il 9 maggio ai magistrati vittime del terrorismo. Non è escluso che qualche commento possa arrivare di qui ad allora. Ma è soprattutto un altro l’interrogativo che comincia a fare il giro dei «palazzi romani»: che farà Berlusconi il 9 maggio? Potrà partecipare a una celebrazione che suonerà oggettivamente critica nei suoi confronti? E potrà mai, al contrario, disertare una cerimonia in ricordo di magistrati che hanno dato la vita per il loro Paese? Un bel rebus. Alla cui soluzione, forse, Silvio Berlusconi ha cominciato a pensare già ieri sera…

La Stampa 19.04.11

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“Monito per impedire un conflitto istituzionale”, di Massimo Franco

E ra inevitabile che intervenisse Giorgio Napolitano: da capo dello Stato e quindi del Csm. La sua lettera al vicepresidente Michele Vietti contro «l’ignobile provocazione» dei manifesti coi quali a Milano un candidato del Pdl ha equiparato le Brigate rosse alla Procura di Milano, era attesa da ieri mattina. E tenta di rassicurare una magistratura che si sente aggredita e delegittimata da Silvio Berlusconi; e che grazie all’irresponsabilità di un aspirante consigliere comunale ha trovato una solidarietà trasversale. L’imbarazzo della maggioranza è evidente. Fa passare in secondo piano le accuse, finora non dimostrate, del capo del governo su un «patto scellerato» fra Gianfranco Fini e i giudici per impedire qualunque riforma proposta da Berlusconi. Quando ieri Fini ha ricevuto i vertici dell’Anm, Luca Palamara avrebbe scherzato sul tema. Aggiungendo che la sua Associazione non vuole essere «trascinata in uno scontro politico» . Ma la sintonia che il colloquio ha fatto registrare è stata salutata dal Pdl come una conferma indiretta delle tesi berlusconiane: anche se era programmato da un mese. Si tratta di una spaccatura che non esita a comporsi: anzi, di giorno in giorno assume toni e cadenze da conflitto istituzionale. L’intervento di Napolitano si inserisce su questo sfondo, dopo giorni di crescendo polemico. Dedicare la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, il 9 maggio, ai magistrati assassinati, è il modo in cui il capo dello Stato vuole rispondere. La domanda tacita è se lo scontro non sia destinato a scaricarsi sui rapporti fra Napolitano e Berlusconi. Finora il governo è stato attento a non entrare in rotta di collisione col Quirinale. Ma la riforma della giustizia fa saltare qualunque possibilità di compromesso. Minaccia di incanaglire ulteriormente le posizioni: con la maggioranza portata alla resa dei conti con quelli che considera giudici di parte; e con il resto della magistratura condannata ad arroccarsi da una logica conflittuale che non ammette concessioni al «nemico» . Quando Vietti invita ad avere «il coraggio di percorrere la strada dell’autoriforma» , intercetta il pericolo. Sono gli effetti distorti della guerra istituzionale; e della volontà berlusconiana di dimostrare che i processi nei quali è imputato sono altrettante tappe di una lunga persecuzione giudiziaria. Roberto Lassini, il candidato autore dei manifesti indefinibili di Milano, annuncia che non si ritirerà; e questo trasferisce il problema sul Pdl. L’impressione è che, continuando così, le vie d’uscita immaginabili saranno traumatiche: per entrambe le parti.

Il Corriere della Sera 19.04.11

"Spunta una leggina per «salvare» anche Dell’Utri e Cosentino", di Claudia Fusani

Una nuova leggina. Questa volta per togliere dagli impicci il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex sottosegretario Nicola Cosentino. La proposta prevede l’introdurre nel codice penale del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (che non esiste in quanto reato) e di fissare le pene al massimo in cinque anni (oggi il reato è parificato all’associazione mafiosa e la pena ha un minimo di 7 anni). Un tetto che, se la norma dovesse essere approvata in pochi mesi, cancellerebbe la condanna per il senatore Dell’Utri, condannato in secondo grado per concorso esterno a 7 anni, e darebbe una bella mano d’aiuto all’onorevole Cosentino il cui processo, sempre per concorso esterno, è appena cominciato in primo grado.
Il promotore non è il solito onorevole avvocato della folta schiera di penalisti presenti tra Camera e Senato nei banchi del Pdl ma il senatore di tradizione liberale Luigi Compagna che rifiuta a priori di essere catalogato tra gli estensori delle leggi ad personam. Precisa: «Voglio bene sia a Dell’Utri che a Cosentino ma entrambi sono all’oscuro della mia iniziativa». E aggiunge: «E’ una questione aperta da tempo che ho mutuato da un disegno di legge che porta la firma dell’ex onorevole Giuliano Pisapia». La proposta Compagna è depositata al Senato da una decina di giorni. La questione della codificazione del concorso esterno è tema aperto e mai risolto. Riproporla adesso ha di per sè un che di sospetto visto che il processo Dell’Utri è in attesa solo della Cassazione e tra un anno sarà prescritto. Laura Garavini (Pd) denuncia l’ennesima legge ad personam. Per Donadi (Idv) è giusto codificare la norma ma non ridurre i tempi della pena.

L’Unità 19.04.11

"Ecco la nuova stangata, illegittimi i decreti sugli organici", di Antimo Di Geronimo

Il Tar lazio condanna il ministero per i provvedimenti sui tagli. I decreti sugli organici di quest’anno e dell’anno scorso, che hanno portato a oltre 60 mila tagli, sono illegittimi: mancano i pareri delle commissioni parlamentari competenti. Lo ha stabilito il Tar del Lazio con una sentenza depositata il 14 aprile scorso (3251/2011). Il provvedimento non avrà effetti sul numero delle classi fin qui attivate, per via del principio del legittimo affidamento, che fa salvi tutti i provvedimenti formati dall’amministrazione nell’anno in corso e nel decorso anno scolastico.

Ma potrebbe ingenerare azioni risarcitorie da parte di docenti trasferiti d’ufficio per effetto degli organici disegnati dai decreti annullati. Si tratta peraltro di ipotesi meramente astratte e di difficile realizzazione. Perché per intentare un’azione risarcitoria bisogna dimostrare la lesione del proprio interesse. E poi bisogna fare i conti con i termini e con la giurisdizione. Insomma, è assai probabile che rimanga tutto come se nulla fosse successo e che la questione venga sanata con la richiesta e l’acquisizione dei pareri alle commissioni parlamentari omessa nei relativi procedimenti. Veniamo ora alla sentenza del Tar. Il collegio ha annullato i decreti interministeriali n.62 del 6 luglio 2009 e n. 55 del 6 luglio 2010 concernenti la determinazione degli organici del personale docente, rispettivamente, per il 2009/2010 e per il 2010/2011, e ha dichiarato «inutiliter data» la circolare applicativa del decreto 62: una formula giuridica che sta a significare una sorta di inefficacia di un provvedimento, conseguente all’annullamento di un altro provvedimento da cui discende. I giudici, su ricorso proposto dalla Flc-Cgil, il Ccomune di Fiesole e decine di genitori,hanno fatto rilevare che l’iter di formazione dei decreti sugli organici è regolato dall’art. 22 della legge 448/2001 e dall’art. 2 del decreto del presidente della repubblica 81/2009.

La normativa prevede che il provvedimento debba assumere la forma del decreto del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca emanato di concerto con il ministro dell’economia e delle finanze. Ma l’emanazione del provvedimento deve essere preceduta dall’acquisizione del parere delle commissioni parlamentari competenti. In più, per i soli aspetti relativi alla ripartizione su base regionale, bisogna anche sentire cosa ne pensa la conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281. Questo iter è stato disatteso dal ministero, perché «non sono state sentite le commissioni parlamentari competenti per materia», si legge nella sentenza «e si è dunque violato l’espresso disposto della norma che ha inizialmente attribuito e disciplinato il potere e quindi i giudici hanno annullato i decreti». Di qui l’accoglimento del ricorso e l’annullamento dei decreti. Quanto alla circolare applicativa del primo dei due decreti, pure impugnata dai ricorrenti, il Tar ha spiegato che la prassi di anticipare gli adempimenti e le istruzioni per la costituzione degli organici con una circolare è sicuramente lecita. Ma se il decreto di cui anticipa l’esecuzione viene annullato, tale annullamento travolge anche la circolare.

da ItaliaOggi 19.04.11

"Quel pirla che governava Milano", di Michele Serra

La Moratti promette una città finalmente nuova e moderna, inducendo a chiedersi chi sia stato sindaco finora. Ma la campagna elettorale guarda tutta al futuro: è a buon punto la scritta in polistirolo ‘EXPO’ da issare su un edificio a caso della periferia. Il sindaco di Milano Letizia MorattiMilano sta vivendo una febbrile vigilia elettorale. Il sindaco Letizia Moratti dispone, per la propaganda, di una somma così esorbitante che il suo avversario Pisapia le ha proposto di finanziare, già che c’è, anche la campagna dell’opposizione.

Strategia. La strategia elettorale di Letizia Moratti è allo studio degli analisti politici di tutto il mondo. Promettendo una Milano finalmente nuova e moderna, induce l’elettore a chiedersi chi è il pirla che l’ha governata fino adesso. Si tratta di un abile stratagemma per mettere la Moratti comunque al centro della scena politica milanese, a poche settimane dalle elezioni. Per perfezionare anche nei minimi dettagli il suo piano, la stessa Moratti straccia i suoi manifesti elettorali davanti ai fotografi e li sostituisce con altri, perfettamente identici.

Expo. E’ ovviamente il fiore all’occhiello dell’amministrazione Moratti. Già in avanzato stato di realizzazione l’enorme scritta EXPO, in polistirolo dipinto, che campeggerà sopra un edificio ancora da stabilire. Per non dare adito a polemiche le quattro lettere sono state appaltate a quattro soggetti diversi (il costruttore Ligresti, i figli di Ligresti, la sorella di Ligresti e la Fondazione Ligresti) che però non riescono a mettersi d’accordo tra loro. Ciascuno di loro vorrebbe fare la O, che è la lettera più ambita perché la più facile da realizzare. A parte la scritta, tutto il resto è ancora in fase di discussione. Il progetto iniziale, di stampo ambientalista (trasformare Milano in un’enorme piantagione di fagiolini, e farne la capitale mondiale del fagiolino) ha subito qualche modifica: si faranno 20 nuovi quartieri, ma la tangenziale a sei corsie che li collega si chiamerà, in omaggio allo spirito originario dell’Expo, via del Fagiolino.

San Raffaele. Il devastante buco di bilancio del San Raffaele getta ombre sul futuro di Milano. Così come Torino dipende dalla Fiat, l’economia lombarda dipende in larga parte dal numero di analisi cliniche che il colosso ospedaliero di don Verzé riesce a fatturare alla Regione. I militanti di Comunione e liberazione, molto preoccupati dalla situazione, per sostenere il fatturato del San Raffaele fanno l’analisi delle urine ogni quattro ore. Ci si interroga, nel frattempo, su come abbia fatto don Verzé ad accumulare un debito di quasi un miliardo di euro. Perché, per esempio, ha acquistato una enorme fazenda in Argentina? Lui si difende sostenendo che si tratta, in realtà, del primo centro mondiale per mucche cardiopatiche.

Moda. Che cosa sarebbe Milano, senza la moda? Come si potrebbe fare a meno dei caratteristici eventi nei nuovi locali in plexiglas, dove alle sei del pomeriggio un giapponese transessuale presenta una nuova linea di forcine per capelli e puoi mangiare tartine di sgombro fianco a fianco con Mara Troller, Uri Bandon, le sorelle Spazzagno e i più affermati creativi milanesi? Che sensazioni imperdibili provano, i milanesi, quando vedono Porta Venezia illuminata da migliaia di fari color salvia e pervinca per celebrare la Settimana del Bottone?

Il sindaco Moratti ha in animo diversi incentivi per rafforzare il ruolo di Milano capitale della moda. Il primo è fare forti pressioni su ferrovie e compagnie aeree perché decuplichino il prezzo dei biglietti per Parigi. Preoccupa anche la piaga dell’anoressia: i marciapiedi milanesi verranno drasticamente ristretti per mettere più a loro agio modelle alte due metri e larghe quindici centimetri.

Chinatown. L’invadenza dei commercianti cinesi, che scaricano casse di pentole a ogni ora del giorno e della notte, è solo un ricordo. Allo scarico di pentole si è infatti aggiunto quello di pantofole di felpa, molto meno rumoroso. “Come vi avevo promesso, via Sarpi non è più un quartiere dominato dai cinesi”, ha detto il sindaco Moratti, preceduta dal suono di un gong, affacciandosi da un risciò.

L’Espresso 18.04.11

Insegnanti precari, la doppia morale della Lega

Bastico e Ghizzoni: “Non si capisce come si possa tagliare il ramo sul quale i precari siedono e al contempo presentarsi come vessilliferi dei loro diritti”. La sen. Mariangela Bastico e l’on. Manuela Ghizzoni replicano alle dichiarazioni del sen. Pittoni della Lega fatte durante l’assemblea dei precari al Muratori. Ecco la loro nota. «Proprio non riusciamo a capire la logica del senatore leghista Pittoni. Il parlamentare leghista viene a Modena a raccontare ai precari della scuola che la Gelmini “si sta battendo per stabilizzarli”. Noi ci chiediamo: come è possibile dare loro una reale opportunità di inserimento in ruolo se nel prossimo anno scolastico dovranno essere cancellate altre 19 mila 400 cattedre nella scuola (a Modena nello gli organici dovranno calare di 121 unità)? Qualcuno evidentemente non ha spiegato a Pittoni che il semplice turn over sul pensionamento non risolve il problema.
Viene da chiedersi l’origine di questo improvviso interesse di Pittoni e della Lega per le sorti dei precari. Dov’era il suddetto senatore nel luglio del 2008 quando si convertì in legge il decreto 112 che sancì la cancellazione di 87 mila posti di docenti dagli organici della scuola di Stato? Perché non si levò dai banchi della Lega o del Pdl alcun grido di allarme sugli effetti di questi tagli per la carriera degli insegnanti precari?
Insomma davvero non si capisce come si possa tagliare il ramo sul quale i precari siedono e al contempo presentarsi come vessilliferi dei loro diritti. Ovvero come si possa dire tutto e il contrario di tutto. Ancora una volta si applica una doppia morale.
E’ evidente che la vera e unica soluzione al problema del precariato (problema per i professionisti che vivono in condizioni di incertezza ma anche per il livello di apprendimento degli studenti a causa della discontinuità didattica) è quella di attuare un piano straordinario di immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti. Il che richiederebbe ovviamente la cancellazione dell’ultima tranche di tagli imposta dal decreto 112. Tutto il resto sono chiacchiere»

"Il Quirinale in campo", di Giuseppe D'Avanzo

Dinanzi alle parole violente e alle iniziative aggressive di un uomo che ha preso dimora stabile nell´inimicizia, si attendeva una parola saggia del presidente della Repubblica. Una parola che potesse indicare a tutti – e soprattutto a Silvio Berlusconi – un limite. Il confine insuperabile per una democrazia e per le istituzioni che la governano prima che quell´inimicizia privatissima e ostinata e ossessiva le distrugga. Prima che la stessa identità del sistema diventi rovina, macerie.
Quella parola saggia ora è arrivata dal Quirinale. Con una lettera al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Giorgio Napolitano ha deciso di dedicare «il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi» (il 9 maggio) ai servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane. «Tra loro – scrive il capo dello Stato – si collocano in primo luogo i dieci magistrati che, per difendere la legalità democratica, sono caduti per mano delle Brigate Rosse e di altre formazioni terroristiche».
Ricordiamone i nomi: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.
Non c´è alcun convenzionalismo nella mossa del Capo dello Stato. Napolitano non tace le ragioni più autentiche della sua scelta. Che è esplicita e suona come un atto di accusa contro chi, come il capo del governo, da settimane aggredisce, insinua, minaccia, ingiuria, calunnia cianciando di «brigatismo giudiziario», premessa politica – e mandato morale – per un figurante, candidato a Milano nella lista del Pdl, che ha fatto affiggere manifesti che diffondono, con gran dispendio di mezzi, la stessa convinzione del premier: «Via le Br dalle procure».
«La scelta che oggi annunciamo per il prossimo Giorno della Memoria – scrive Giorgio Napolitano – costituisce una risposta all´ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta “Associazione dalla parte della democrazia”. Quel manifesto rappresenta una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non. Essa indica come nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull´amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni. Di qui il mio costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti».
Napolitano indica un confine, abbiamo detto. Si può dire, un primo limite, un primo confine alla “strategia del ricatto” che Berlusconi ha inaugurato per rendersi immune dai processi che possono svelare quanto corrotta sia stata la sua avventura imprenditoriale (Mills) e quanto disonorevole e ricattabile e irresponsabile sia la sua vita di capo del governo (Ruby).
Il dispotico egomane pretende di essere «tutelato», come dice. Strepita, gesticola, urla, aizza rumorose pattuglie di comparse a pagamento. Esige che il Parlamento diventato cosa sua, proprietà personale, approvi leggi che lo liberino dalle accuse, dai processi, dai giudici di Milano: le manifestazioni che organizza dinanzi al palazzo di giustizia palesemente vogliono costruire le condizioni di un trasferimento dei dibattimenti in un´altra sede «per gravi motivi d´ordine pubblico», un espediente per allontanarlo dal giudice naturale. La prescrizione ancora più breve (approvata alla Camera, ora al Senato) non gli può bastare. Reclama che anche il processo per concussione e prostituzione minorile sia sospeso in attesa che la Corte costituzionale decida se il Parlamento può stabilire contro i giudici la «ministerialità» dei reati contestati al Cavaliere. In caso contrario, una nuova legge è già pronta. Per condizionare le volontà della magistratura, influenzare le scelte della Consulta, ottenere (come dicono spudoratamente gli araldi del potere berlusconiano) un impegno di Giorgio Napolitano «in una sorta di moral suasion sulla Corte costituzionale, chiamata ad esprimersi», il premier spinge la riforma costituzionale della magistratura; la responsabilità civile delle toghe; la legge bavaglio sulle intercettazioni; l´introduzione del quorum dei 2/3 per le decisioni della Consulta che abrogano una legge per incostituzionalità. Berlusconi le chiama «riforme». Sono soltanto le poste del ricatto che egli lancia contro le istituzioni della Repubblica. Il programma, dimentico delle vere necessità di un Paese in crisi abbandonato al suo destino da un governo fantasma, ha un solo obiettivo: mostrare come il premier sia disposto – se non ottiene la «tutela» immunitaria – a «decostituzionalizzare» la nostra democrazia, come dice Stefano Rodotà, ribaltandone i principi, le regole, gli equilibri, i poteri.
Napolitano è il primo e più autorevole ostacolo a questo disegno ricattatorio. Dovrà decidere della ragionevolezza della prescrizione breve. Giudicare l´esistenza di una palese incostituzionalità di un riforma del pubblico ministero che affida a leggi ordinarie – e quindi a chi governa momentaneamente in Parlamento – materie oggi protette dalle garanzie della Carta fondamentale. Difendere l´indipendenza della Corte costituzionale dalla longa manus del potere politico. Vigilare sui diritti dell´informazione. Le sagge parole di oggi, ricordano a chi vuole screditare le istituzioni e ribaltare l´equilibrio democratico che c´è un limite oltre il quale si manifestano «degenerazioni» che egli non tollererà. A Napolitano è toccato in sorte il più ingrato dei ruoli politici. È il custode della Costituzione. È chiamato a difenderla e proteggerla da partiti e uomini che, in quella Costituzione, non credono; che quella Costituzione disprezzano e umiliano. È la condizione estrema in cui si trova il nostro presidente della Repubblica. Avrà bisogno del sostegno di tutto il Paese per affrontare i conflitti che lo attendono.

La Repubblica 19.04.11

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Napolitano difende i giudici

“Ignobili quei manifesti sulle Br in procura, stiamo toccando il limite”. In una lettera al vicepresidente del Csm, Michele Vietti, il capo dello Stato ha definito i manifesti fatti affiggere a Milano dal candidato del Pdl Roberto Lassini (“via le Br dalle procure”) «un´intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non». Giorgio Napolitano ha inoltre deciso di dedicare «ai magistrati» la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo (9 maggio). Il presidente della Camera Gianfranco Fini: «Il presidente della Repubblica interpreta il sentimento degli italiani».
Quante «pericolose esasperazioni» sulla giustizia, che «ignobile provocazione» su quei manifesti. Ha lasciato trascorrere solo poche ore, il capo dello Stato. Osservato con paziente e silenziosa preoccupazione l´escalation di un fine settimana da incubo, per gli equilibri istituzionali. I due comizi del premier Berlusconi contro la magistratura ormai «associazione a delinquere con finalità eversive», le immagini dei muri di Milano tappezzati da manifesti contro le «Br in procura». Lo start di una campagna elettorale che chissà dove potrebbe portare.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mette per iscritto le sue valutazioni, una lettera al vicepresidente del Csm Michele Vietti resa pubblica per annunciare la decisione di dedicare la Giornata delle vittime del terrorismo e delle stragi, il 9 maggio al Quirinale, in particolare «ai dieci magistrati caduti per mano delle Brigate Rosse e di altre formazioni terroristiche». Ogni riferimento è tutt´altro che casuale. La scelta, spiega, «costituisce anche una risposta all´ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta “Associazione dalla parte della democrazia”, per dichiarata iniziativa di un candidato alle imminenti elezioni comunali nel capoluogo lombardo». Manca solo il nome e cognome di Roberto Lassini, aspirante consigliere della lista capitanata da Silvio Berlusconi (e per nulla intenzionato a farsi da parte). «Quel manifesto rappresenta una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non» sono ancora parole del capo dello Stato che di quei giudici ricorda i nomi, uno per uno: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.
Il Colle è stato scosso dal fragore degli ultimi fendenti del premier. Il patto scellerato pm-Fini, l´associazione a delinquere, l´eversione. La convinzione ormai maturata è che «nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull´amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni». Un monito che ha tutto il sapore dell´ultimo avvertimento. Solo l´ultimo di una serie, Napolitano ricorda il suo «costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti». Finora caduto nel vuoto.
Che si tratti di un ultimo appello lo lascia intendere anche il destinatario della missiva. Secondo il numero due del Csm Vietti tutti farebbero bene a riflettere su questa «considerazione finale». La commissione di inchiesta proposta dal premier è «una provocazione» alla quale, sostiene, il Parlamento non dovrà dar seguito. Berlusconi, a suo dire, ha solo un´attenuante, «forse in questo momento non è sereno per le personali vicende processuali», ma non basta a giustificare. Quel che è certo è che la lettera allarga il solco tra Palazzo Chigi e il Quirinale, alla vigilia dell´approdo di nuove leggi ad personam. Lo si comprende dal tono delle reazioni berlusconiane. Il capogruppo Cicchitto conferma che c´è «un uso politico della giustizia», pur prendendo le distanze dai manifesti milanesi, il suo vice Osvaldo Napoli sostiene che l´invito «non può essere letto come unilateralmente indirizzato alla politica e al premier», ma anche ai magistrati che non devono interferire col Parlamento. Bossi e la Lega, come spesso in questi casi, si defilano in silenzio. Le opposizioni accolgono con soddisfazione le parole di Napolitano, sono «una lezione di civiltà» secondo i dipietristi, «sacrosante e precise perché siamo già dentro la degenerazione», dice il leader Pd Bersani. Condiviso l´allarme, per democratici, Idv e terzo polo l´unica via per superare il conflitto istituzionale resta il voto anticipato.

La Repubblica 19.04.11

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“Clima di linciaggio irrespirabile dal Colle una boccata d´aria fresca”, di Salvo Palazzalo

Ingroia: è vero che l´Europa ci chiede un processo breve, ma non la sua prescrizione rapida. Per avere una giustizia efficiente servono fondi, mentre i tagli fatti agli straordinari hanno avuto pesanti ripercussioni. «Il messaggio del presidente Napolitano è una boccata di aria fresca in questo clima irrespirabile di continuo linciaggio mediatico nei confronti della magistratura», dice il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. «Ma temo che da solo non sia sufficiente», precisa.
Qualche tempo fa, lei stesso aveva lanciato un invito al dialogo fra politica e magistratura sui temi della riforma della giustizia. Non vede più spazio per quel dialogo?
«La polemica politica ha raggiunto ormai un livello tale da offendere anche la memoria di quei magistrati che hanno pagato con la vita il loro impegno, nella lotta al terrorismo e alla mafia. Ecco perché il messaggio di Napolitano è salutare e provvidenziale. È un richiamo alla memoria di un intero Paese».
Ma la riforma del processo breve continua a non convincerla?
«Intendiamoci. Certo che l´Europa chiede un processo breve, come sentiamo ripetere ormai da settimane. Ma un processo breve, appunto, non una prescrizione breve del processo. Con questo progetto di riforma del governo mi sembra proprio di assistere alla morte breve del processo. Anzi, alla dolce morte del processo. E chi ne paga le conseguenze sono, ancora una volta, le vittime dei reati».
Pensa ad altre priorità nella riforma della giustizia?
«L´Europa chiede un processo breve nel senso di una giustizia più efficiente ed autorevole. Non mi sembra che l´Italia stia rispondendo in questa direzione. La riforma in discussione rende una giustizia inefficiente soprattutto perché mortifica le aspettative delle vittime dei reati e sicuramente gratifica gli imputati, soprattutto quelli potenti. E fra i potenti ci sono anche i mafiosi».
Lei quale risposta suggerirebbe per una giustizia più efficiente?
«Ci vogliono mezzi umani, legislativi e finanziari. Per i magistrati e per i loro collaboratori. Offro un esempio: i tagli fatti allo straordinario di tutto il personale della giustizia e delle forze dell´ordine hanno avuto pesanti ripercussioni sull´attività dei magistrati e della giustizia nel suo complesso. Negli anni Novanta, avevamo uomini a disposizione dalla mattina alla sera, in Procura si lavorava a pieno ritmo. Oggi, dalla mattina alla sera ci sono solo i magistrati, anche se purtroppo i vuoti in organico sono pesantissimi. Senza il personale di cancelleria si può fare davvero poco. Oppure, il magistrato deve disperdere le proprie energie per fare persino le fotocopie, quando le macchine fotocopiatrici funzionano. Vuole un altro esempio dell´effetto dirompente determinato dai tagli della giustizia?
Prego.
«Negli ultimi giorni, la mia vettura di scorta si è fermata per ben tre volte in mezzo alla strada, perché è ormai vetusta e il parco auto del ministero dell´Interno va sempre a peggiorare».
Tornando alla riforma della giustizia. Cosa sarebbe necessario per il suo lavoro di indagine?
«Di certo, le intercettazioni restano uno strumento indispensabile, ma si discute addirittura della loro limitazione. Non credo che l´Europa voglia anche questo. Di recente, ho partecipato a un incontro organizzato al parlamento europeo, dove si è discusso delle azioni di contrasto alla mafia a livello nazionale e internazionale. A questo l´Europa è interessata. Non mi pare che una giustizia che va verso prescrizioni brevi e processi lunghi sia sulla strada per essere una giustizia autorevole e all´altezza delle sfide con i grandi poteri criminali».

La Repubblica 19.04.11

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Giudici BR, Napolitano: “Sulla giustizia toccato il limite. I manifesti ignobile provocazione”

Il Capo dello Stato dedica ai magistrati uccisi dai terroristi la Giornata delle vittime delle stragi. Bindi: “Napolitano saggio e tempestivo”. Bersani: “Parole sacrosante, la Milano democratica reagirà”. Franceschini e Zanda leggono alla Camera e al Senato la lettera di Giuseppe Galli, figlio del giudice ucciso da Prima Linea. In una lettera inviata al vice presidente del CSM Michele Vietti e resa nota dal Quirinale, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha annunciato la decisione di dedicare la celebrazione della Giornata delle vittime del terrorismo e delle stragi, prevista il 9 maggio prossimo al Quirinale, «in particolare ai servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane. Tra loro -sottolinea Napolitano -, si collocano in primo luogo i dieci magistrati che, per difendere la legalità democratica, sono caduti per mano delle Brigate Rosse e di altre formazioni terroristiche». «La scelta che oggi annunciamo per il prossimo Giorno della Memoria – afferma Napolitano – costituisce anche una risposta all’ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta «Associazione dalla parte della democrazia», per dichiarata iniziativa di un candidato alle imminenti elezioni comunali nel capoluogo lombardo. Quel manifesto rappresenta, infatti, innanzitutto una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle BR, magistrati e non. Essa indica, inoltre, come nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni. Di qui il mio costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti».

“Il presidente Napolitano dimostra ancora una volta di esercitare il proprio ruolo di garanzia a difesa della dignita’ delle Istituzioni democratiche con grande equilibrio e fermezza. La decisione di dedicare il giorno della memoria delle vittime del terrorismo ai tanti valorosi magistrati uccisi dalle Br e’ un saggio e tempestivo richiamo al rispetto della verita’, un monito affinche’ il ricordo del loro impegno e del loro sacrificio non venga deturpato da volgari e pericolose mistificazioni.” Lo dice Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd e vicepresidente della Camera dei deputati

E’ ottimista il segretario del Pd: “Io sono certo che la civilissima e democratica Milano saprà reagire al degrado a cui la destra berlusconiana e leghista l’ha costretta negli ultimi anni – ha detto Pier Luigi Bersani commentando i manifesti – il Capo dello Stato ha la sacrosanta ragione nel dire che quei manifesti sono un insulto alle vittime del terrorismo”.

Per stigmatizzare la gravita’ dei manifesti che hanno invaso le strade di Milano il presidente dei democratici alla Camera, Dario Franceschini e il vicepresidente al Senato, Luigi Zanda hanno letto in apertura di seduta in entrambi i rami del parlamento la stessa la lettera del figlio del giudice Guido Galli, ucciso da ‘Prima linea’ nel 1980, pubblicata oggi dal Corriere della Sera. La “delegittimazione” sistematica, scrive Giuseppe Galli, “di un’intera categoria, da parte di una classe politica la cui irresponsabilita’ e’, forse, inferiore solo alla follia di chi stampa certi manifesti, non fa altro che indebolire le istituzioni e rendere piu’ vulnerabili tutti noi”.

“Non voglio entrare nè sollevare un dibattito sui manifesti comparsi a Milano – ha spiegato Franceschini – ma voglio utilizzare mio intervento per leggere la bellissima e nobile lettera che Giuseppe Galli ha pubblicato” perchè penso che “dovrebbe servire a tutti noi per le scelte che il Parlamento dovrà fare nei prossimi giorni, usiamole come elemento di riflessione, sono parole di grande dignità”.
“Gli attacchi che da mesi si susseguono contro i magistrati, e soprattutto contro la Procura di Milano, toccano il culmine con un’accusa verso quei giudici il cui solo torto è di far rispettare le leggi e applicare la giustizia – ha scritto Giuseppe Galli -. La delegittimazione sistematica di un’intera categoria, da parte di una classe politica la cui irresponsabilità è forse inferiore solo alla follia di chi stampa certi manifesti, non fa altro che indebolire le istituzioni e rendere più vulnerabili tutti noi”. “C’è amarezza – è scritto ancora nella lettera – in chi tanti anni fa ha visto il proprio padre assassinato dai terroristi e oggi, nella città in cui vive, legge certe parole che, così come allora Guido Galli cadde con il Codice in mano, oggi tanti altri magistrati, tenaci e coraggiosi, con quello stesso Codice, applicano le leggi”.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"CGIL: Tremonti ha un piano cinico e poco ambizioso", di Bianca Di Giovanni

Poco realistico, poco ambizioso e persino cinico e opportunista. Questa l’analisi impietosa della Cgil sul Def (Documento di economia e finanza) appena varato dal governo. A esporre davanti alle commissioni Bilancio di Senato e Camera il giudizio inappellabile è stato ieri Danilo Barbi, segretario confederale di Corso d’Italia, assente Susanna Camusso per l’appuntamento di oggi a Torino con Sergio Marchionne. Partiamo dal cinismo. In sostanza – sostiene la Cgil – il governo scarica su altri «la sua incapacità di operare politiche che dovrebbero ribaltare logiche di propaganda e galleggiamento », si legge nel testo depositato in Parlamento. In altre parole: non ha il coraggio di fare una vera manovra. Eppure servirebbe, visto che il governo punta a ridurre la spesa pubblica intorno al 5,5% di qui al 2014, ma scaricando tutto l’onere sull’ultimo anno, che prevede una manovra di aggiustamento tra i 35 e i 40 miliardi (2,3% del Pil). Prima di quella data si punta a unpuro galleggiamento, che non affronta il nodo più importante dell’economia italiana: la crescita. È quella la strada del risanamento: creare le condizioni per una ripresa della produzione e della domanda interna. Ma su quel fronte c’èmeno di zero. Anzi, si fa il contrario. «Il cuore dell’intervento del governo – continua Barbi – ricadrà sul pubblico impiego e sugli investimenti, che si prevedono in caduta per circa 10 miliardi di euro nel 2012 rispetto al 2009». La Cgil denuncia la gravità della riduzione del reddito disponibile delle famiglie, che non sembra interessare il governo. Quel dato è diminuito per il terzo anno consecutivo (mentre Tremonti continua a dire che l’Italia ha tenuto) «a causa della stagnazione dei salari reali – si legge ancora nel documento) e del taglio dei servizi. Concorre a questa tendenza l’aumento dell’inflazione, che si prevede per il 2011 al 2,4%, sulla quale pesano fortemente le componenti dei costi energetici e alimentari». La cgil parte da qui per chiedere interventi in favore delle famiglie a basso reddito, tradizionalmente più esposte ai rincari alimentari, visto che questi rappresentano il 40% dei loro consumi. Da qui il sindacato passa a chiedere una vera riforma del fisco, che oggi pesa principalmente sui salari dei dipendenti e sugli assegni pensionistici. «Dall’analisi delle dinamiche fiscali emerge come si stia aumentando silenziosamente il prelievo su chi già paga», riporta dil documento. CISL E UIL Altri toni per Cisl e Uil. La prima «apprezza particolarmente l’assunzione della riforma fiscale come una priorità del Piano Nazionale delle riforme. La rivendicazione di questa riforma è centrale nella piattaforma per il Patto sociale per la crescita ». Il sindacato di Bonanni chiede più coraggio sulla lotta all’evasione e sui tagli agli sprechi. «Sul Documento di economia e finanza il giudizio non è negativo perchè per la prima volta viene accompagnato dal Piano nazionale delle riforme, rivolte a favorire la crescita, che sui contenuti è condivisibile», dichiara la Uil, che però avverte: aspettiamo il momento del varo effettivo delle riforme, per un giudizio definitivo.

L’Unità 19.04.11