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"Cerco lavoro", di Massimo Gramellini

Oggi il Buongiorno (si fa per dire) ce lo dà Gloria V., mamma. «Le scrivo come si telefonerebbe a un amico per sfogo: secondo il ministro Tremonti “la disoccupazione esiste solo per chi non sa cercarsi un lavoro”. Da mesi mio figlio batte tutte le porte per cercare un mestiere più decente di quello che sta facendo: contratto a chiamata come ragazzo jolly in un agriturismo quasi stagionale, con domeniche da 13 ore continuative e periodo invernale a 300 euro al mese. Bene, con un curriculum interessante per le tante esperienze fatte all’estero e un’ottima conoscenza delle lingue inglese e francese, queste le poche e misere proposte di lavoro: 1. montaggio palchi per concerti e grandi eventi. Proposta di contratto a chiamata di cui: prime 4 ore non pagate per l’acquisto dell’elmetto e dei guanti da lavoro, le altre ore pagate con voucher del valore nominale di 5 euro, che all’incasso valgono anche di meno; 2. autotrasportatore per una nota azienda che si serve di agenzie satellite. Tipo di contratto? A chiamata (ma come a chiamata, se si lavora tutti i giorni!). Possono deliberatamente decidere di assegnarti la mezza giornata lavorativa, ma il carico è sempre lo stesso e ti fai le otto ore sapendo di essere pagato per la metà. Potrei continuare, ma penso bastino questi due esempi per chiederci: in che Paese vive Tremonti? Se ha figli, dove li ha fatti studiare e dove li ha sistemati? Non conosce il Paese reale chi ha fatto del privilegio la sua ragione di vita. Ieri mio figlio mi ha detto: “Mamma, ci stanno annientando!”».

La Stampa 19.04.11

"La menzogna come bandiera", di Barbara Spinelli

Due mesi prima della marcia su Roma, l´8 agosto 1922, Luigi Einaudi prese la penna e disse quel che andava detto nelle ultime ore della democrazia. Disse alcune cose semplici, profetiche: che «è più facile sperare di risolvere con mezzi rapidi ed energici un problema complesso, che risolverlo in effetto». Che l´idea di sostituire il politico con uomini provenienti dalle industrie, dalla «vita vissuta», è favola perniciosa.
Nella favola i non-politici «trasporteranno al governo i metodi di azione che sono loro familiari; faranno marciare le ferrovie; licenzieranno gli inetti; incuteranno un sano terrore agli altri». Ma è una chimera, e la macchina s´incepperà: «Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori». Saranno audaci, ma il primo impulso di simili audaci è di semplificare quel che è complesso: «di tagliare i nodi gordiani, di mandare a spasso il giudice che non decide un processo in ventiquattro ore, di ordinare ai direttori delle banche di emissione di far scendere il cambio del dollaro a 10 lire e così via».
Gli italiani tuttavia erano attratti dalla chimera, allora come oggi. Il fatto è che si sentivano abbattuti, tristi: erano «come malati che non trovano tregua alle loro sofferenze da qualunque lato si voltino». La via della dittatura pareva così rapida, e brillante, mentre com´era «noiosa, fastidiosa, minuta, la via della legalità costituzionale, sotto il maligno sguardo di giornali avversari e infidi»! È a questo punto che Einaudi, che nel ´48 sarà il secondo Presidente della Repubblica, ricorda come esista una sola salvezza dall´errore e il disastro che è la dittatura: la discussione, essenza della democrazia. Al cittadino triste e malato ci si rivolge con fiducia, non trattandolo come un triste, un malato. Meglio informarlo bene e aiutarlo a discutere sul vero e il falso, piuttosto che dargli verità preconfezionate per sedarlo. Meglio una pluralità di poteri, che il potere apparentemente efficace di uno solo.
Sono saggezze che tanti italiani hanno difeso lungo il tempo, ma che si sfaldano quando viene meno la discussione libera. Si sfaldano da quasi un ventennio e spesso vien da pensare che siamo nella stasi più totale, ma non è così: ultimamente qualcosa si è incrinato ancor più vistosamente. Accusato di reati commessi prima e dopo essere entrato in politica, il premier ha smesso di presentare le leggi che si fa cucire sulla propria persona come utili per l´intero Paese. I suoi seguaci, politici o giornalisti, hanno cominciato a dire apertamente, senza remore, che sì, il Parlamento deve mobilitarsi per mettere il capo sopra la legge e le corti. Il capo è quel conta, e i suoi eventuali reati sono bazzecole, da non evocare. Di bene pubblico nessuno parla più, l´inganno si disfa e tutto ruota attorno a un privato che governando gode di meritati privilegi.
È cosa sana e buona, rispondere a un attacco giudiziario ad personam con leggi ad personam. Lo stesso Berlusconi ha citato il mitico mugnaio prussiano che nel ´700 decise di veder riconosciute le proprie ragioni, e ai soprusi di Federico il Grande replicò: «C´è pur sempre un giudice a Berlino». Solo che Berlusconi non è un mugnaio, diffida d´ogni giudice, ed essendo Re assoluto pensa di non dover rispondere dei propri soprusi, di potersi fare giustizia da sé. Perfino l´apologo sulla giustizia del mugnaio è riuscito a riscrivere, trasformandolo in apologo dell´impunità.
Altra incrinatura visibile, da settimane, è nel linguaggio dei potenti. I giudici che indagano sui reati sono chiamati ufficialmente brigatisti (Berlusconi davanti alla stampa estera, 13 aprile). Il loro scopo è sovvertire lo Stato, violare la sovranità del popolo elettore. Egualmente eversore è chiunque dissenta: giornalisti, intellettuali, coi quali non si discute. È lunga la lista dei neo-terroristi, e in cima a tutti sta ora Asor Rosa. Probabilmente anche il cardinale Tettamanzi disarticola lo Stato, avendo detto domenica scorsa al Duomo che davvero paradossali sono questi giorni in cui tocca domandarsi: «Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come “guerra” le loro azioni violente? Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?». Siamo, insomma, davanti a un salto di qualità importante, a qualcosa che somiglia a una vigilia: tanto esibiti, innalzati come stendardi, sono inganni e paradossi.
Il colmo, a mio parere, è stato raggiunto con l´elogio, da parte di un giornale del potere berlusconiano, del Grande Inquisitore di Dostoevskij (Il Foglio, 16-4). Nelle Lamentazioni che si recitano alla vigilia della Croce e della Resurrezione, Geremia parla di abominio, di panno immondo, e c´è un elemento di abominio nell´allegra difesa di una delle più nere leggende della letteratura. Come pretesto si è scelto il libro di Franco Cassano, L´Umiltà del Male (Laterza). La leggenda narra di Gesù che torna sulla Terra – con la sua mitezza, con i suoi messaggi di libertà – e per la seconda volta, quindici secoli dopo la sua morte, è giustiziato.
Ma il libro è stravolto, usato in difesa del nostro premier. L´Inquisitore non è forse santo ma di certo è più attento alle umane debolezze di quanto lo sia stato Cristo, perché sa quanto il male sia radicato nell´uomo e come difficile sia estirparlo e dare pace ai mortali infelici invece che tormento e angoscia. Sa che l´uomo non sopporta la libertà che Cristo gli ha dato: che la salvezza la troverà inginocchiandosi davanti all´autorità, commettendo le colpe che vuole ma col consenso delle gerarchie ecclesiastiche, le quali prenderanno su di sé il castigo patteggiando con Satana. Le parole che ho letto sabato sul quotidiano berlusconiano sono stupefacenti.
È scritto che il cardinale gesuita di Siviglia (l´Inquisitore), «impartisce (a Gesù) una lezione appassionata e tragica di umiltà del male e di teologia della storia e nella storia, spiegandogli che il suo aristocratismo etico, la sua bontà naturale e santa, non riesce a fare i conti, come riesce invece e bene la sua chiesa gerarchica, con la natura radicale del peccato umano». Gesù non ha la boria e la iattanza dei neopuritani che oggi avversano Berlusconi, ma in fondo appartiene anch´egli a una minoranza etica, che non ama gli uomini come li ama e li aiuta la Chiesa. Solo la Chiesa e l´Inquisitore amano davvero, perché tengono conto dei «bisogni umili delle maggioranze relativamente indifferenti, di coloro che non sono tra gli eletti, che per insicurezza chiedono protezione e sogni, magari anche rivolgendosi ad agenti del male, e che praticano la tutela del proprio interesse legittimo nelle forme e nei modi possibili alla creatura umana sofferente» (i corsivi sono miei).
Se Gesù non diventa un brigatista, è solo perché nel momento decisivo (un momento musicale, vien definito) tace e bacia l´Inquisitore, a suo modo assoggettandosi. Così vengono distorti sia Gesù sia Dostoevskij: con il suo bacio, infatti, Gesù non s´assoggetta affatto; non accetta il parere dell´Inquisitore e i consigli di Satana. Il bacio è dato perché l´Inquisitore ha detto la verità, su se stesso e la Chiesa (la Chiesa gerarchica, non la Chiesa-popolo di Dio). Perché ancora una volta, come sempre ha fatto, Gesù restituisce all´uomo, compreso il malvagio, la piena libertà di scegliere, ragionando, tra il bene e il male. Dostoevskij almeno lo racconta così: il vecchio Inquisitore sussulta, «il bacio gli arde nel cuore» anche se resiste nella sua idea.
Non ho mai letto elogi simili del Grande Inquisitore, e mi domando cosa li renda possibili: oggi, qui in Italia. Forse perché siamo oltre la constatazione che l´umanità è fatta di un legno storto. La stortura non è constatata, ma incensata, addirittura cavalcata. Una sfiducia radicale negli uomini permette agli inquisitori odierni di trasformare il male e l´ingiustizia in vanti personali messi trionfalmente in mostra. L´uomo è malvagio. Inutile, assurdo, scommettere sulla sua libertà come fece Cristo, perché questa libertà la creatura umana vuole consegnarla, in cambio di protezione e sogni (di «felici canzoni infantili e cori e danze innocenti», scrive Dostoevskij) a chi usa le tre grandi forze necessarie al controllo delle coscienze: il miracolo, il mistero, l´autorità.
Per questo si giunge sino a sfoderare la menzogna come bandiera. Si dice senza temere smentite che Berlusconi è stato sempre assolto nei processi. È un falso: su 16 processi, solo 3 lo hanno assolto, gli altri o sono stati prescritti o è stato abolito il reato con leggi ad hoc. Si dice che i suoi processi iniziarono appena entrò in politica. È un falso: cominciarono prima, e fu colpa di tutta la classe politica accogliere chi era gravemente indagato. Da allora mentire è divenuto possibile, fino alle escrescenze odierne. Da allora la democrazia ha smesso di essere discussione e separazione dei poteri, intrisa com´è di paure, ricatti, silenzi inauditi. La macchina non ha funzionato, ma resta l´illusoria speranza in un audace, che infranga le leggi e permetta agli uomini deboli, inermi, di consegnargli la loro libertà in cambio di favole e favori.

La Repubblica 19.04.11

"La contropartita", di Franco Buccino

Il dibattito sui precari della scuola, avvicinandosi la pubblicazione dell’ordinanza sulle graduatorie, si fa incandescente. Entrano in gioco tutti, dai comitati di precari che presentano proposte in apparenza generali ma in realtà di parte, ai 60 parlamentari che, scrivendo alla Gelmini a tempo scaduto, fanno pensare a una invasione di campo e a una soluzione pasticciata della questione.
Coda, pettine, con o senza i punti della SSIS, graduatorie provinciali, regionali, nazionali: a seconda della soluzione proposta cambiano le posizioni dei precari in graduatoria. Luciano Chiappetta, il direttore generale del personale, sornione ascolta tutti con apparente interesse, nel frattempo pensa a come neutralizzare le sentenze favorevoli ai precari. In questa grande confusione si distinguono due proposte: quella del prof. Ichino, e l’altra della Flc Cgil.

Ichino propone di stabilizzare i docenti precari della scuola con un contratto a tempo indeterminato, ma con meno diritti rispetto ai colleghi già di ruolo. Non ci sta a “abbassare la quota dei diritti per poter lavorare”, la Flc che, dal canto suo, fa una proposta articolata su organici, immissione in ruolo e gestione delle graduatorie. Proposta che si basa sull’organico funzionale: un numero prefissato di docenti e ata che provvedono a tutte le necessità dell’istituto, comprese le sostituzioni degli assenti e incarichi aggiuntivi. Le due proposte così diverse, anche per le posizioni di chi le avanza, hanno però una caratteristica in comune, che le differenzia da tutte le altre. Offrono una contropartita all’Amministrazione scolastica. La prima le lascia più libertà nella gestione dei neoassunti, sui quali rimane il peso della flessibilità. La seconda rivede con l’organico funzionale l’organizzazione del lavoro all’interno della scuola, quindi ripartisce la flessibilità fra tutti. Con la prima Ichino lascia in apartheid i neoassunti ex precari, la seconda della Flc si realizza solo con la solidarietà fra tutti, vecchi e nuovi.

La proposta Ichino è meno scandalosa di quel che sembra, soprattutto se ci si mette dal punto
di vista dei precari che vedono allontanarsi non solo il ruolo ma anche la supplenza, per non dire
di quei precari che già da due anni non lavorano. È l’unica proposta che rimarrebbe in piedi se
non trovasse attuazione l’altra proposta, quella della Flc Cgil. Che non è di facile attuazione nelle
sue varie fasi. La definizione dell’organico funzionale: come tener conto del numero di alunni,
della tipologia di scuola, della complessità del territorio? L’utilizzo dei docenti: forse dovrebbero
essere impegnati non solo sulle proprie materie ma – all’occorrenza – per aree disciplinari, oltre
che in altri compiti connessi all’insegnamento. Una nuova organizzazione del lavoro: ci sarà
probabilmente bisogno di una quota oraria annua dei docenti maggiorata rispetto all’attuale, un
orario settimanale più lungo nel quale incardinare in modo flessibile le ore di insegnamento e di
altre attività.

Per raggiungere questi obiettivi l’Amministrazione scolastica, o meglio il governo, sarebbe
probabilmente d’accordo ad aumentare i posti per l’organico funzionale e a immettere in ruolo
migliaia di precari, fino ad esaurire le graduatorie. Ed anche a gestire, nella fase transitoria, con
flessibilità le graduatorie a livello provinciale e nazionale. Ma della proposta della Flc salterebbe
la coda, la dove si prevede la riapertura delle graduatorie per quanti hanno maturato 360 giorni
di servizio (anche nelle private?) e frequentato un nuovo corso di abilitazione. Inserirli nelle
graduatorie ad esaurimento significa raddoppiare le presenze. Per loro dovrebbe valere il nuovo
sistema di reclutamento post graduatorie.

In conclusione, la proposta della Flc Cgil è coraggiosa e attua l’autonomia scolastica, ma richiede

il coraggio di un’intera categoria. In alternativa c’è la proposta Ichino: garantisce la tenuta
dell’attuale sistema e di sicuro l’accettano la maggioranza dei precari. Se non è ancora matura
una vera proposta, sarebbe meglio lasciare temporaneamente le graduatorie come sono, solo
aggiornate, code comprese, magistratura permettendo

da ScuolaOggi 19.04.11

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“Precari verso la soluzione pettine”, di Alessandra Ricciardi

Future assunzioni: oltre il 50% ai prof provenienti dal Sud. Un decreto per aggiornare le graduatorie e cambiare la provincia. Ma la Lega Nord è contraria
La questione è spinosa. E si può dire che ogni giorno cambia la soluzione che viene caldeggiata dai piani alti di viale Trastevere. Alla fine la via d’uscita, la più accreditata e al tempo stesso la più blindata rispetto a futuri, nuovi contenziosi, sembra essere la prima, la più semplice: dare il via libera attraverso un decreto ministeriale all’aggiornamento delle graduatorie dei docenti precari, con la possibilità che rivedano il punteggio e scelgano anche una nuova provincia di inserimento.

Ma le resistenze non sono del tutto superate, quelle della Lega Nord e non solo. Il problema è che, con l’aggiornamento delle graduatorie in una nuova provincia a scelta, è altamente possibile che tantissimi precari meridionali decidano di portarsi il loro punteggio, più pesante in termini di titoli o di servizio, in una provincia dove siano più sostanziose le chance di spuntare un’assunzione a tempo indeterminato: tutte al Centro-Nord. Scalzando tanti altri precari già iscritti, magari provenienti sempre dal Sud, che in quelle province ci si erano trasferiti da tempo. Una guerra tra due eserciti, quelli del «pettine» e «no pettine», che è diventata sempre più una guerra tra poveri che poco ha a che vedere con le origini territoriali e con le logiche dei partiti.

A rendere poi esplosiva la miscela, la previsione di una imminente autorizzazione a nuove assunzioni. Stimate tra i 50 mila e le 70 mila, andrebbero fatte utilizzando proprio le graduatorie che da settembre saranno pronte. Quelle aggiornate con l’inserimento a pettine. Secondo una stima ufficiosa, se passasse l’inserimento a pettine, oltre la metà dei posti che saranno autorizzati per le regioni del Nord andrebbero a personale del Sud arrivato grazie al cosiddetto pettine. Una situazione che rende difficile per il ministero prendere una posizione. L’eventuale intervento normativo di congelamento delle graduatorie, quello a lungo auspicato dalla Lega Nord, avrebbe bisogno infatti di un appoggio parlamentare che è arduo al momento poter valutare, dovendo fare i conti con schieramenti nuovi, che poco hanno a che fare con i numeri dei singoli gruppi. Ecco perché al ministero si sta facendo maggioritaria la tesi di dare attuazione sic et sempliciter alla sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionali le code e ha previsto l’aggiornamento a pettine. Anche se Mario Pittoni (capogruppo Lega in commissione cultura al senato) continua a dire: «Per noi il blocco delle province è prioritario». A pesare negativamente sugli sviluppi della vicenda graduatorie, il recente parere dell’Avvocatura generale dello stato. Interpellata sul da farsi dal ministero dell’istruzione, l’Avvocatura ha detto che non è possibile impedire lo spostamento di provincia senza una norma di legge ad hoc. E dunque ha così fatto abortire il progetto di autorizzare per via ministeriale l’aggiornamento del punteggio, ma rimanendo nella provincia principale in cui si è collocati. Con decreto ministeriale, dunque, è possibile dare il via libera all’aggiornamento con cambio di provincia. Tant’è.

Per prendere definitivamente una strada o l’altra restano ormai pochi giorni. Anche perché l’aggiornamento delle graduatorie è l’atto propedeutico per tutta una serie di operazioni successive sugli organici e l’avvio del prossimo anno scolastico. Non ultima la partita delle assunzioni «su tutti i posti vacanti e disponibili», come ha detto di aver chiesto al Tesoro il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini. Per domani è in calendario un vertice con i sindacati.

da Italia Oggi 19.04.11

Scuola, flash mob degli studenti in 50 città: "Diritti in pericolo"

Gli studenti si mobilitano a ridosso delle vacanze di Pasqua. Iniziative in 50 città a difesa dell’istruzione pubblica. Flash mob promossi dall’Unione degli studenti. «Non dimentichiamo i 9 miliardi di tagli». Gli studenti tornano a far sentire la loro voce. Oggi in oltre 50 città daranno vita allo «Student action day», flash mob, iniziative, presidi e mobilitazioni diffuse per difendere la scuola e l’università pubblica dalle politiche di tagli del Governo Berlusconi. «In un Paese in cui ogni diritto, viene considerato un privilegio da tagliare o privatizzare, noi – spiega la Rete della Conoscenza, il network promosso da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento universitario – abbiamo deciso di opporci. Nelle maggiori città reclameremo un sistema nuovo di welfare e diritto allo studio capace di garantire una vera libertà di scelta dei propri percorsi di studio e di vita, senza essere legati dal reddito delle proprie famiglie e dalla precarietà dilagante. Ci opponiamo – dichiara la Rete – a chi vuole ridurre la scuola e l’università a un’azienda dove docenti precari devono avere lo stesso colore politico dei governi di turno, luoghi dove non devono formare le coscienze dei cittadini, ma preparare un esercito di precari per il mercato del lavoro ».

GRANDI CITTÀ A Roma, Milano, Torino, Genova, Trieste, Napoli, Bari, e in tantissime altre città gli studenti metteranno incampo iniziative per chiedere «un libero accesso alla cultura, un reddito per chi si forma, la possibilità di spostarsi dentro e fuori le città senza essere oppressi da abbonamenti mensili esosi per raggiungere scuole e università».

9 MILIARDI DI TAGLI «Le ultime parole del Presidente del Consiglio sono vergognose, ma ancora di più – afferma la Rete – lo sono i 9 miliardi di tagli su scuola e università, le migliaia di precari lasciati senza lavoro, le scuole che continuano a cadere a pezzi, l’assenza di risorse per i dipartimenti e per i ricercatori in un Paese che ha bisogno di una formazione di qualità per crescere. Sono decine di migliaia gli studenti che non hanno borse di studio, molti dei quali costretti ad abbandonare il percorso scolastico o universitario, che vedono come una rara eccezione e un privilegio riuscire ad accedere a cinema, teatri, musei o poter acquistare libri, musica, video in un Paese dove la cultura costa troppo ed è inaccessibile per molti». Dopo la mobilitazione di oggi, il prossimo appuntamento per il fronte della protesta è il 6 maggio, data dello sciopero generale proclamato dalla Cgil: «Sarà la giornata centrale di questa Primavera per le studentesse e gli studenti d’Italia» perché «l’attacco che oggi viene fatto alla scuola, all’università, al lavoro, ai diritti è generale e non può che essere generale la risposta a questo assalto inaudito alla dignità e alla libertà delle persone ».

da L’Unità 19.04.11

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“Torna la protesta degli stidenti anti-governo”, di A.G.

Il 19 aprile iniziative di Uds e Link in una cinquantina di piazze: puntano ad un nuovo welfare e diritto allo studio, che passi per il ritiro di tagli e riforme. E il 6 maggio affiancheranno la Cgil nello sciopero generale.

Gli studenti non si arrendono e il 19 aprile tornano in 50 piazze per rivendicare welfare e diritti, che secondo loro vengono messi in seria discussione dalla politica al risparmio intrapresa dal Governo Berlusconi. A Roma, Milano, Torino, Genova, Trieste, Napoli, Bari e tante altri capoluoghi, i giovani medi e universitari facenti capo alla Rete della Conoscenza, l’organizzazione studentesca cui confluiscono Link-Coordinamento universitario e Unione degli Studenti, si attiveranno realizzando flash mob, sit in e manifestazioni di protesta e di vario genere. Chiederanno “un sistema nuovo di welfare e diritto allo studio – spiegano gli organizzatori – capace di garantire una vera libertà di scelta dei propri percorsi di studio e di vita, senza essere legati dal reddito delle proprie famiglie e dalla precarietà dilagante”.
Lo ‘Student action day’, così è stata chiamata l’iniziativa, servirà anche a rispondere a Berlusconi, che nei giorni scorsi si è lasciato andare a nuovi attacchi all’attuale modello di istruzione pubblica .”Le ultime parole del Presidente del Consiglio – sostengono gli studenti – sono vergognose, ma ancora di più lo sono i nove miliardi di tagli su scuola e università, le migliaia di precari lasciati senza lavoro, le scuole che continuano a cadere a pezzi, l’assenza di risorse per i dipartimenti e per i ricercatori in un paese che ha bisogno di una formazione di qualità per crescere”. Dopo aver ricordato che “sono decine di migliaia gli studenti che non hanno borse di studio, molti dei quali costretti ad abbandonare il percorso scolastico o universitario, che pagano abbonamenti mensili esosi per i trasporti, che vedono come una rara eccezione e un privilegio riuscire ad accedere a cinema, teatri, musei o poter acquistare libri, musica, video”, i giovani della Rete della Conoscenza hanno annunciato che il 6 maggio parteciperanno allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Così, a fronte di un comparto sindacale forse mai così frammentato, per il sindacato di Pantaleo il sostegno delle associazioni degli studenti può rappresentare un alleato tutt’altro che marginale.

da La Tecnica della Scuola 19.04.11

"Mille economisti chiedono una tassa sulla speculazione", di Enrico Franceschini

Togliere ai ricchi per dare ai poveri. Sembra il motto di Robin Hood e infatti è stata subito soprannominata proprio così, “Robin Hood Tax”, la proposta lanciata da mille economisti appartenenti a cinquanta diversi paesi del mondo. In una lettera aperta inviata ai leader del G20, pubblicata dal quotidiano Guardian di Londra e altri giornali, i firmatari esortano i capi di governo delle maggiori potenze mondiali ad approvare una tassa sulle speculazioni nella City e nelle altre più importanti capitali finanziarie del globo.
Tra gli ideatori dell´iniziativa figurano Jeffrey Sachs, direttore dell´Earth Institute alla Columbia University di New York e consigliere del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon; i premi Nobel per l´economia Joseph Stiglitz e Paul Krugman; docenti autorevoli come Dani Rodrik dell´università di Harvard e Ha-Joon Chang della Cambridge University. Tutti insieme affermano che, se venisse introdotta una tassa anche solo dello 0,05 per cento sulle transazioni valutarie, si potrebbero raccogliere centinaia di miliardi di dollari da incanalare nello sviluppo e in progetti di energia sostenibile. Alcuni dei proventi potrebbero anche essere trattenuti dai governi dei paesi in cui viene applicata la tassa, compreso il Regno Unito, per aiutare a risanare il deficit pubblico. «La crisi finanziaria del 2008-´09 ha mostrato i pericoli della deregulation – dicono gli economisti nella lettera aperta – con la crisi si è spezzato il legame tra il settore finanziario e la società. È ora di ricostituire tale legame, è tempo che il settore finanziario restituisca qualcosa indietro alla società. Una tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe tecnicamente fattibile e moralmente giusta».

La Repubblica 19.04.11

"L'ora della verità per l'Europa", di Enzo Bettiza

L’ultimo colpo alla botte sempre più vuota dell’Unione europea lo ha sferrato la Finlandia, con un risultato elettorale non solo esiziale in sé, ma anche spia paradigmatica della brutta aria che tira su quasi tutti i Paesi comunitari. I «Veri Finlandesi» dell’euroscettico e nazionalpopulista Timo Soini sono stati i veri trionfatori di una gara che, in convenzionali e vaghi termini statistici, li mette al «terzo posto». Ma se analizziamo più da vicino il risultato, vediamo che la sostanza politica della classifica è quanto mai opinabile. L’impressionante marea di voti ha posto in realtà il partito dell’antieuropeista Soini quasi al secondo posto e non lontano dal primo, con un 19,6 per cento contro il 19,8 dei socialdemocratici e forse il 20 dei conservatori: ai quali, dopo il tracollo del partito centrista della premier uscente Kiviniemi, spetterà l’onere spinoso di formare la nuova coalizione di governo.

Ma non basta. I dati del recente passato ci dicono che il trionfo di Soini è stato altrettanto schiacciante quanto imprevedibile. Il suo partito xenofobo ha spiccato infatti un balzo gigantesco dallo scarno 4 per cento del 2007, quintuplicando i seggi da 6 a 38, mentre i conservatori con la loro vittoria di Pirro ne perdono 6 e i socialdemocratici 2.

È possibile quindi che i «Veri Finlandesi» possano entrare nella futura coalizione, ottenendo qualche ministero pesante nei settori dell’economia e dell’immigrazione. Però, se ne restassero esclusi, la loro prepotenza anche numerica dai banchi d’opposizione si farebbe sentire comunque su uno dei nodi più delicati della politica europea del prossimo governo di Helsinki: il salvataggio finanziario del Portogallo, che richiede l’unanimità dei 17 membri dell’Eurozona, e già da tempo suscita il crescente malumore della maggioranza dei finlandesi. «Quale Portogallo?», obietta Soini. «Si è già visto che il pacchetto di aiuti alla Grecia e all’Irlanda non ha funzionato».

Se poi spostiamo lo sguardo su altri territori scandinavi e dell’Europa nordica, che sta diventando sempre più nordista, ci accorgiamo che la musica non cambia e anzi si fa più minacciosa. In Svezia, i cosiddetti «democratici», che rappresentano l’estrema destra, sono riusciti lo scorso settembre a entrare per la prima volta nella Camera dei deputati superando la soglia di sbarramento; un partito analogo è presente nel parlamento danese; in Olanda gli ultranazionalisti di Geert Wilders, nonostante la campagna ostile all’aiuto ai Paesi europei in bancarotta, sono stati accettati come forza di sostegno dal governo di minoranza; in Belgio il populismo regionalista di Bart De Wewer paralizza da circa dodici mesi la formazione di un nuovo esecutivo. Un anno senza governo: caso limite fra le democrazie europee.

Che dire inoltre dell’affondamento di tutte le regole antidoganali di Schengen, voluto e imposto dalla Francia all’Italia, con colpi bassi di polizia intesi a impedire l’arrivo da Ventimiglia o da Bardonecchia di migranti tunisini di lingua francese? Forse non ci si rende del tutto conto che si tratta di un affondamento delle stesse basi di libertà e di convivenza civile su cui, dai tempi della Ceca, ormai leggendari, avevamo cercato di creare un continente transnazionale che oggi chiamiamo Unione Europea con parole vuote e fatti che la contraddicono alla radice. Oggi la linea storta di Sarkozy in crisi elettorale, incalzato da Marine Le Pen in testa ai sondaggi per il primo turno delle presidenziali 2012, non appare altro che una replica esasperata e isolazionista della politica della «sedia vuota» di De Gaulle. Non ritroviamo qualcosa del Generale che abbandonò la Nato, che sognò un’Antieuropa carolingia, nel modo con cui il suo ultimo erede si è lanciato quasi da solo, o malamente scortato, nella guerra calda in Libia e nella guerra fredda con l’Italia? Non sappiamo ancora se tutto questo basterà a Sarkozy per soffocare il canto della sirena Marine, la quale, per batterlo in curva, promette ai moltissimi francesi che la ascoltano addirittura un referendum sull’uscita dall’Unione europea. Di certo sappiamo che Sarkozy sta già rispondendo alla rivale con le sue personalissime e implicite azioni poco europee, per non dire antieuropee. Un grande e sincero europeista come Robert Schuman, autore del «piano S» da cui nacque la Ceca, si rivolterà nella tomba.

La verità amara è che nulla, purtroppo quasi nulla, dell’Europa immaginata dai «padri fondatori» alla Schuman ha attecchito in profondità. L’Europa ha sempre affossato gli strumenti che avrebbero potuto darle il prestigio e la forza di competere con le maggiori potenze del mondo. Ha bocciato l’idea di un esercito comune, di una politica estera comune, di un vero presidente eletto e riconosciuto da tutti gli europei. Non è andata al di là dell’euro, dando al presidente della Banca Centrale di Francoforte quasi la supplenza di un capo di Stato; ma ora, con l’euro pure in crisi, si vede che da Francoforte potevano e possono partire solo impulsi per salvare banche e banchieri, ma assai meno i cittadini impoveriti di Atene, di Dublino, di Lisbona. Meno ancora per fronteggiare le sfide delle potenze emergenti o già emerse da secoli come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti.

Si direbbe che l’attuale Europa divisa, autolesionista, acefala, dove è di moda celebrare in primissimo luogo il glorioso passato nazionale, sia giunta al momento della verità: andare avanti, o indietreggiare e sfasciare quel poco che s’è fatto? La cosa peggiore sarebbe, in ogni caso, che tutti quanti gli europei diventassero prima o poi «veri finlandesi».

La Stampa 19.04.11

"Generazione 40 anni, si scrive flessibile ma si legge precario", di Tonia Mastrobuoni

C’ è chi li chiama bamboccioni, chi, citando una commedia francese di qualche anno fa su una famiglia che non riesce a cacciare il figlio trentenne inchiodato a casa, Tanguy. La verità è che se in Italia milioni di giovani hanno un problema a costruirsi un’esistenza fuori dalla famiglia, i motivi sono solo in parte antropologici. E più che a indolenti ragazzoni che preferiscono farsi lavare i calzoni dalle madri a quarant’anni, in mancanza di politiche pubbliche che li tutelino, i giovani somigliano sempre di più a funamboli senza rete. E la recessione ha avuto solamente l’effetto di rendere evidenti i difetti del sistema che stanno condannando ormai quasi due generazioni a stare peggio delle precedenti.

Cresciuta nella consapevolezza di dover dimenticare il mito del posto fisso che aveva segnato la vita dei propri genitori, dagli anni 90 la generazione dei flessibili ha imparato invece che il destino più comune è invece quello di precario. Non è una distinzione politica: lo affermano apertamente economisti e giuslavoristi autorevoli come Boeri, Trivellato o Ichino. La differenza? Chi è flessibile passa idealmente da un lavoro all’altro migliorando le proprie competenze e il proprio stipendio. Fino al 2008, l’anno della crisi, in Italia è cresciuto invece un esercito di lavoratori lontano da questa realtà. Uomini e donne spesso inchiodati allo stesso lavoro, senza tutele e sempre con lo stesso stipendio, con contratti a tempo reiterati per anni e anni.

Così, la differenza tra flessibile e precario è diventata in sostanza una differenza di prospettiva. Erano 2,8 milioni secondo la Banca d’Italia o l’Istat, quasi 5 secondo altri studiosi. Ma la crisi ha segnato uno spartiacque: l’ultimo Bollettino di Bankitalia afferma che per le nuove assunzioni si registra dalla fine del 2010 un crollo di quelle a tempo indeterminato mentre aumentano esponenzialmente quelle a tempo parziale e part time.

Questo esercito crescente – ecco un altro, enorme problema – secondo l’Istat è anche condannato a stipendi da fame: in media 1.026 euro al mese (rapporto 2009). È noto che milioni di imprese rimaste con l’arrivo dell’euro senza la possibilità della vecchia svalutazione competitiva non hanno investito in azienda per fare il salto tecnologico e sentirsi minacciate un po’ meno dai famosi prodotti cinesi. Hanno preferito invece mantenere basso il costo del lavoro schiacciando i salari. Il risultato è denunciato anche dalla Banca d’Italia, che parla spesso dei redditi dei dipendenti (tutti, non solo quelli dei giovani ovviamente) che hanno registrato addirittura un calo da quindici anni a questa parte, in termini reali.

A questo si aggiunga che anche il costo della vita costringe ad allungare la permanenza nella famiglia di provenienza. Un esempio banale? A causa della bolla immobiliare degli anni Duemila, è diventato proibitivo con un ragazzo con uno stipendio di mille euro mettere il naso fuori casa, cioè prendere un appartamento in affitto o men che meno, comprarsi una casa. Un ulteriore aspetto, non meno importante perché è emerso soprattutto durante la crisi, è la mancanza di un paracadute nei periodi difficili. Il nostro è ancora un sistema tarato sugli anni Settanta, quando in Italia c’era la grande industria e una prevalenza assoluta di contratti a tempo indeterminato: per i momenti difficili, era prevista la cassa integrazione. I precari non possono invece contare su alcun tipo di tutela. Ecco perché molti studiosi insistono da anni che la riforma prioritaria è quella degli ammortizzatori sociali per garantire un sussidio di disoccupazione a tutti. Non solo ai padri, ma anche ai figli.

La Stampa 18.04.11