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"Berlusconi, c'è un crollo di fiducia. Intenzioni di voto: centrosinistra avanti", di Massimo Razzi

Opinioni in movimento nella rilevazione di aprile eseguita da Ipr Marketing. Pesanti minimi storici per il Cavaliere (dimezza il consenso rispetto al 2008) e per il governo. E un’eventuale coalizione Pd-Sel-Idv-Verdi-radicali supererebbe di mezzo punto l’attuale maggioranza. Fiducia in Berlusconi e nel governo in calo verticale e ai minimi storici, centrosinistra in lievissimo vantaggio (0,5%) sul centrodestra nelle intenzioni di voto. Il sondaggio Ipr di aprile rivela uno scenario in forte movimento in cui l’esecutivo e i partiti che lo sostengono (anche la Lega) appaiono decisamente sotto pressione soprattutto a causa delle vicende (Libia, gestione dei rifugiati tunisini, giustizia) al centro della battaglia politica nelle ultime settimane.

TABELLA SULLA FIDUCIA
1TABELLA SULLE INTENZIONI DI VOTO 2

Berlusconi. Il premier riscuote appena il 31% di fiducia: su 100 intervistati, dunque, meno di un terzo sono “molto o abbastanza” fiduciosi nell’operato del presidente del Consiglio, mentre il 58% esprime “poca o nessuna” fiducia nei suoi confronti e l’11% del campione risulta non avere un’opinione. Il calo, per Berlusconi, è di due punti rispetto al mese scorso, mentre la quota dei “negativi” sale del 3%. Come si diceva, si tratta, per il Cavaliere, del minimo storico in una discesa praticamente costante che, ormai, va avanti da più di due anni. Il crollo è di 9 punti rispetto all’inizio dell’anno, di 17 rispetto al gennaio 2010, di 25 rispetto allo stesso mese del 2009. Il premier ha perso la
metà esatta di “fiduciosi” sul punto più alto raggiunto nei sondaggi Ipr: il 62% registrato nell’ottobre del 2008.

Governo. Non si arresta neppure il calo di fiducia nel governo. Ormai siamo al 23% (-3% rispetto a marzo) di intervistati che affermano di avere “molta o abbastanza” fiducia nell’esecutivo, I “negativi” hanno raggiunto quota 62% (+2%)e gli incerti aumentano di un punto al 15%. Anche per il governo, sono impressionanti le tappe della caduta che, però, è cominciata prima rispetto a quella del premier: il punto di maggiore fiducia è il 55% del giugno 2008. A gennaio del 2009, i giudizi positivi erano già scesi al 46%, un anno dopo il governo tocca quota 40% e, all’inizio del 2011, siamo al 26%. Quota 23% è un livello dal quale, ormai, è quasi più difficile scendere che salire.

I ministri. E, per la prima volta, anche i singoli ministri fanno segnare un fragoroso crollo. Soprattutto quelli coinvolti nelle vicende più recenti. Angelino Alfano (Giustizia), perde 3 punti anche se “guadagna” (in discesa) la testa della graduatoria con il 57% di intervistati che esprimono su di lui “molta o abbastanza” fiducia. Per la prima volta nessun ministro tocca quota 60% e il titolare degli Interni, Roberto Maroni (molto esposto nella gestione dei rifugiati) perde addirittura il 6 punti a quota 56%. Anche Umberto Bossi (Riforme), che ha sempre navigato intorno al 50%, perde 3 punti e scende al 47%, Colpiti e “affondati” anche Ignazio La Russa (Difesa) che cala a quota 30% e lascia sul terreno ben 5 punti (un anno fa aveva raggiunto il 54%) e Franco Frattini (Esteri) orami al 20% (2 soli “fiduciosi” ogni dieci intervistati) e ci rimette 4 punti. Cali minori e, quindi, più “fisiologici” per Calderoli, Gelmini, Brambilla e Fitto tutti penalizzati di due punti. Manco a dirlo, non c’è neppure un ministro che guadagni qualcosa.

Intenzioni di voto. Si muovono anche le intenzioni di voto. In uno scenario, però, che fa registrare ancora un 40/42% di indecisi. E, per la prima volta, il centrosinistra raggiunge e supera di pochissimo il centrodestra. Un’ipotetica coalizione con Pd, Sel, Idv, Psi, Verdi e radicali raggiungerebbe il 41,5 (0,3% in più rispetto a marzo) mentre il centrodestra (Pdl, Lega e altri) scenderebbe al 41% perdendo l’1,2%. Il Terzo Polo sarebbe sostanzialmente fermo (dal 13,4% al 13,5%). Il movimento 5 Stelle (grillini) sarebbe al 2% e Rifondazione-Pdci arriverebbero all’1%. Tra i singoli partiti, si registra il calo (dal 29% al 28%) del Pdl il cui trend appare decisamente negativo e anche la Lega Nord perde un mezzo punto pieno (dall’11,5% all’11%). Nel centrosinistra, bene il Pd (dal 26,5% al 27%), stabile (al 7,2% il Sel) e in calo (dal 5% al 4,3%) l’Idv. Nel Terzo polo si registra un piccolo travaso dall’Udc (dal 7% al 6,8%) a Futuro e Libertà (dal 4% al 4,2%). Gli spostamenti non sono numericamente molto significativi, ma esprimono un “sentiment” dell’elettorato che appare in movimento e, certamente, non a favore dei partiti di governo.

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Intervista a Carlo Smuraglia «Cari giovani reagite, mobilitatevi. Non è il paese che sognavamo», di Oreste Pivetta

Il neo presidente dell’Anpi «Bisogna spiegare, e smascherare le bugie Una manifestazione come quella delle donne è la prova che si può cambiare. Dagli insulti ai magistrati, dalle offese ripetute alla istituzioni, dall’assalto alla Costituzione all’occupazione della televisione pubblica, ai nuovi attacchi nei confronti della scuola pubblica: è il quadro di un paese, che vive alcuni tra i suoi giorni peggiori, che deve assistere a una messinscena, dal copione ormai risaputo, ripetuto, noioso, che frastorna però, che confonde le idee, che nel frastuono continuo maschera le minacce alla democrazia. Carlo Smuraglia cita Carlo Azeglio Ciampi: non è questo il paese che sognavamo. Non è il paese che volevano quanti si sono battuti contro il fascismo e contro il nazismo, non è il paese che attraverso la sua carta costituzionale si garantiva un futuro di libertà, lasciandosi alle spalle le macerie dell’oppressione.
Carlo Smuraglia, una vita di studio e di politica, è diventato presidente dell’Anpi, a una settimana da un altro 25 Aprile, che torna a dirci quanto attuali e quanto vivi siano quei valori e quei principi per i quali si combattè ormai più di un sessantennio fa.
Professor Smuraglia, vorrei cominciare dall’altro ieri quando a Milano sono apparsi quei manifesti infami: «Via le br dalle procure». Se lo sarebbe mai aspettato?
«Non me lo sarei aspettato. Forse ce lo saremmo dovuti aspettare. Si è oltrepassato ogni limite, ma c’erano i segni. Non dimentichiamo certe manifestazioni davanti al tribunale di Milano e certi giudizi del nostro presidente del Consiglio, il quale semplicemente e volgarmente insulta: non si dica che esercita un inalienabile diritto di critica. Leggo che a proposito di quei manifesti è stata aperta una inchiesta. Quei manifesti, che chiamano in ballo il brigatismo per reagire a processi del tutto normali, comuni, niente di politico, sono istigazione all’odio, all’odio nei confronti delle istituzioni, quei manifesti sono anche materia da codice penale…».
Nel senso che quei manifesti valgono un reato punibile dal codice penale? «Nel codice penale molte voci sono state depennate in nome della libertà di opinione. In questo caso si potrebbe parlare di vilipendio alle istituzioni, punibile sì, ma con una multa, una multa che lascia ovviamente del tutto indifferente chi firma quelle iniziative.
Nulla di più. Comunque, evidente è che la risposta debba essere politica e debba essere una risposta forte e che la risposta non possa essere solo del presidente della Repubblica, che tante volte ha richiamato i protagonisti della nostra contesa politica a moderare i toni, a rispettare le regole, invitando al dialogo. Tante volte e sempre, purtroppo, inascoltato. La risposta deve essere forte e di tutti, di quanti ancora credono nella democrazia, una risposta all’altezza perché il problema non sono solo quei manifesti, il problema sono le azioni, sono le parole, sono i comportamenti che hanno istigato qualcuno a quelle scritte. Non ci sono solo gli insulti ai magistrati e alla magistratura. Ci sono gli attacchi alla scuola e la commissione d’inchiesta sui libri di testo. C’è l’intenzione di controllare l’informazione (compresa la televisione pubblica). Ci sono tanti altri episodi che danno evidenza al degrado culturale e politico. Basterebbe pensare alle divisioni che si sono manifestate quando si è trattato di decidere come celebrare l’Unità d’Italia. Basterebbe ricordare la proposta di legge presentata da alcuni parlamentari per abolire la norma transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista: non credo che si possa temere in questo momento la ricostituzione del partito fascista, ma evidentemente c’è chi pensa al futuro e crede invece possibile un ritorno al fascismo, magari in chiave populista».
Il pericolo, allora, c’è?
«Credo che l’Anpi debba aiutarci a tenere desta la nostra attenzione, a tenere desta la nostra coscienza critica, richiamandoci alla storia e allo spirito della nostra Costituzione, impegnandoci tutti perché la Costituzione venga attuata, sapendo che se si affonda la Costituzione si affonda il tessuto democratico di questo paese. Insultare le istituzioni significare scegliere lo sbandamento delle coscienze e il deterioramento della vita collettiva, significa invitare il cittadino a infischiarsene delle istituzioni e quindi delle regole». Come reagire? «Intanto dobbiamo reagire alla cattiva informazione. Gustavo Zagrebelski faceva opportunamente notare che le falsità ripetute diventano il cancro della società. Dobbiamo smascherare le falsità e se non possiamo contare sempre sui giornali o sulla televisione (quella pubblica peraltro) dobbiamo pensarci noi, noi dell’Anpi, noi delle libere associazioni democratiche, noi cittadini comuni. Informare significa ad esempio spiegare e far capire che la gravità del caso Ruby non sta solo nelle oscenità che possiamo immaginare ma soprattutto nella telefonata di un capo del governo in questura: così salta davvero il rapporto corretto tra le istituzioni, così si inquina… Informare significa contribuire a vincere l’indifferenza dei tanti, che non stanno con Berlusconi, ma non si sentono impegnati, perché sono sfiduciati, perché sono rassegnati. La nostra deve esser una battaglia contro la rassegnazione».
Si può cambiare qualcosa?
«Una manifestazione come quella romana delle donne è la prova che si può cambiare. Ma dobbiamo insistere. Mobilitare le coscienze è il nostro imperativo, mobilitare facendo intendere che cosa nascondono la riforma epocale della giustizia, l’aggressione alla Corte costituzionale, il rifiuto di un uomo di presentarsi ai processi che lo riguardano, che cosa nascondono persino le barzellette del premier, e che cosa significa per noi un parlamento bloccato settimane a discutere di leggi personali, mentre si dovrebbero affrontare temi come la crisi economica, la guerra in Libia, l’arrivo dei migranti sulle nostre coste. Dovremmo far capire che non stiamo vivendo una giornata normale in un paese normale». Vengono in mente quei giorni del 1945…
«Avevo vent’anni e scelsi di combattere contro i nazifascisti. Ero nelle Marche e quando arrivarono gli alleati rientrai nell’esercito, caporal maggiore, ottava arma ta divisione Cremona. Risalimmo la penisola, arrivammo a Ravenna, ad Alfonsine sostenemmo una battaglia terribile. Alfonsine venne rasa al suolo. Passammo e fummo a Padova e poi a Venezia: noi, gli americani, i polacchi, i partigiani di Bulow…».
L’Anpi è anche dei giovani adesso…
«Da quanto, dal congresso del 2006, aprimmo le iscrizioni a quanti non avevano combattuto: prima arrivarono persone di mezza età, poi arrivarono i ragazzi. Per noi si poneva una questione, amara in un certo senso, di ricambio generazionale, per loro, per quei ragazzi, l’Anpi era il luogo di una storia antifascista che doveva continuare… perché crediamo ancora nel paese che sognavamo».

L’Unità 18.04.11

"Ecco i campioni della ricerca in Italia e a sorpresa il Cnr arriva solo terzo", di Elena Dusi

Al top per efficienza gli Istituti di Fisica nucleare e di Astrofisica. Il nostro Paese si difende: è al sesto posto nel mondo per numero di pubblicazioni Non decolla il promettente Iit. Eppur ci siamo. Nonostante uno dei finanziamenti per la ricerca più bassi al mondo (1,14% del Pil), l´Italia è al sesto posto per produzione scientifica. L´ultima classifica della Royal Society britannica ci attribuisce il 3,7% delle pubblicazioni che vengono citate in altri studi al mondo (uno degli indici usati per misurare la qualità della scienza), con gli Usa in testa al 30%.
Ma il panorama del paese è tutt´altro che omogeneo, e a scavare tra eccellenze e inefficienze sono andati Francesco Sylos Labini, astrofisico del Centro Fermi e del Cnr e Angelo Leopardi, docente di idraulica all´università di Cassino. Il loro articolo “Enti di ricerca e Iit: dov´è l´eccellenza” è stato pubblicato da “Scienza in rete” la rivista online del “Gruppo 2003 per la ricerca scientifica” che comprende alcuni fra gli studiosi italiani col maggior numero di citazioni. Incrociando i dati fra personale, finanziamenti e pubblicazioni sulle riviste scientifiche, la loro analisi offre un quadro ragionato di quali sono gli enti che muovono la ricerca scientifica in Italia.
Il gigante Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) ha 6.600 dipendenti e ottiene dallo Stato 566 milioni di euro all´anno per 6.300 pubblicazioni. Ogni studio in media costa dunque 89 mila euro e il rapporto fra scienziati e articoli è praticamente pari a uno (0,96). Il rapporto Scimago – un database internazionale che misura le performance dei vari istituti di ricerca – piazza il Cnr al primo posto in Italia e al 23esimo al mondo su un totale di quasi 2.900 enti di ricerca, ma tiene conto solo del numero delle pubblicazioni e non dei costi sostenuti.
Più efficienti del Cnr – secondo l´analisi di Sylos Labini e Leopardi – sono Infn e Inaf. L´Istituto nazionale di fisica nucleare ha 1.900 dipendenti e gli alti investimenti che i suoi esperimenti richiedono sono finanziati ogni anno dallo Stato con 270 milioni. La produzione scientifica è molto alta: 2.423 pubblicazioni all´anno. Ogni studio costa in media 111mila euro e ciascun ricercatore è autore di 1,27 articoli. Nel rapporto Scimago 2010, l´Infn si è piazzato al 181esimo posto. I più parsimoniosi in assoluto fra gli scienziati italiani lavorano all´Inaf, Istituto nazionale di astrofisica, posizione 397 nella classifica Scimago. In 1.130 ogni anno producono 1.356 articoli (1,2 a scienziato) con un finanziamento di 91 milioni di euro. Ogni loro pubblicazione costa al paese in media 67 mila euro. Un´inezia rispetto all´ultimo ente della classifica, quell´Istituto italiano di tecnologia che venne fondato nel 2003 per ricoprire il ruolo di “Mit italiano”, ma che ancora non riesce a decollare.
Con 100 milioni all´anno di finanziamenti fissati dalla legge 363/2003 fino al 2014, l´Iit fa lavorare 811 scienziati, che nel 2009 (anno a cui si riferiscono i dati) hanno pubblicato 274 ricerche. La produttività di ogni ricercatore è di appena 0,34 articoli, ognuno dei quali costa ai contribuenti 363 mila euro, oltre il quintuplo rispetto all´Inaf. Nella classifica Scimago, il “Mit italiano” che ha sede a Genova, un´età media dei ricercatori di 34 anni e solo 2 dei 374 scienziati con un contratto a tempo indeterminato secondo il principio della competitività anglosassone, si piazza nella casella 2.823 su un totale di 2.833. Il direttore scientifico Roberto Cingolani, un fisico esperto di nanotecnologie, spiega che «l´Istituto italiano di tecnologia è nato di recente e ha bisogno di tempo per raggiungere criteri sufficienti per la valutazione». Ma di certo all´Iit – a differenza degli altri enti di ricerca che nuotano nelle ristrettezze – non sono mai mancati i mezzi, inclusi 128 milioni di euro provenienti dalla liquidazione dell´Iri nel 2008 e il lampante conflitto di interessi di un Vittorio Grilli che è allo stesso tempo direttore generale del ministero del Tesoro e presidente dell´Iit. Non stupisce con queste premesse che il 15 marzo la Corte dei Conti abbia lodato l´Istituto per il suo avanzo di bilancio di 60 milioni di euro. Si attende ora che questi soldi siano usati per migliorare ancora la posizione dell´Italia nella ricerca del mondo.

La Repubblica 18.04.11

"I manifesti e le BR una vergogna senza attenuanti", di Giangiacomo Schiavi

Viviamo giorni strani, immersi in un grande paradosso. Ha ragione il cardinale Tettamanzi: molti agiscono con ingiustizia ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni. A Milano una carica d’odio sui cartelloni elettorali paragona i magistrati ai brigatisti e viene presentata con angelico candore dal suo ispiratore, Roberto Lassini, candidato nelle liste Pdl per il Comune Lui si giustifica così: «È solo il sostegno alla crociata del premier Berlusconi, una provocazione, senza nessuna offesa…» . L’ostilità in politica si è talmente radicata da trasformare in odio gli slogan e le parole, offuscando il senso della realtà: prima si sputa addosso a qualcuno, poi si dice che l’intenzione era un’altra. Nella città dei giudici Galli e Alessandrini, magistrati coraggiosi assassinati dalle Br e di Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese morto per un’Italia pulita, non ci può essere nessun giustificazione al degrado di una comunicazione scivolata sul piano della barbarie. La sottovalutazione iniziale testimonia però una sorta di rassegnazione all’inciviltà che si è impadronita di un certo modo di far politica: c’è voluto qualche giorno perché finalmente si arrivasse all’unanime condanna e al fermo ripudio dei ministri Alfano e Maroni, più espliciti e diretti di altri nel centrodestra nel prendere le distanze dall’indecente propaganda anti Procura. E ci sono volute le parole del cardinale, la sua predica civica della domenica delle Palme, per far riflettere una città sulle derive di questi tempi, sulla demolizione costante degli avversari, sulla mancanza di rispetto per gli altri, sulla ricerca della convenienza e sulla fuga dalle responsabilità che sembrano diventati «il criterio che ispira nel vissuto quotidiano i nostri pensieri, i sentimenti e i gesti» . È avvilente registrare a volte un silenzio assenso per certe sconsiderate provocazioni, l’uso della bugia che diventa negazione delle regole, e fa bene il cardinale di Milano a ricercare degli anticorpi per contrastare la deriva in corso: può essere il criterio del dominio superbo, subdolo, violento l’unico mantra della società italiana di oggi? Serve un sussulto di impegno da parte degli uomini della politica e delle istituzioni per far emergere l’attenzione, la disponibilità e lo spirito di servizio verso gli altri, per il loro bene. Serve un po’ di umiltà, la capacità di capire e ascoltare le ragioni degli altri, come ha sostenuto Angelo Panebianco ieri sul Corriere, perché una democrazia nella quale l’effetto scenico prevale sulla sostanza è condannata all’instabilità e all’inefficienza. Di eccesso in eccesso la situazione rischia di andare fuori controllo e il giustificazionismo di parte alimenta solo l’escalation degli esagitati che vogliono compiacere un capo o un’ideologia: questo vale anche per chi ha nascosto in una busta i proiettili per il governatore del Veneto Zaia, e per chi ha fabbricato a Milano un’installazione con due macabre pistole di gesso che sembrano mirare a una faccia che somiglia a quella del premier. Non si faccia vanto di quei poster elettorali affissi a Milano, l’avvocato Roberto Lassini: anche se ha voluto fare un piacere a chi, più in alto di lui, ripete da mesi che i pm sono un’associazione a delinquere, ha fatto del male all’immagine di uno schieramento che non può accettare la distorsione di ogni regola. Si è autosospeso, ha detto il sindaco Moratti, però forse non basta: ma non avverte un certo imbarazzo nell’averlo come alleato in lista? I giovani ci guardano, dice il cardinale Tettamanzi, invitando gli adolescenti ad andare controcorrente, seguendo gli esempi imitabili dei santi del nostro tempo. A volte sono anche persone normali, umili e perseveranti come formichine. E non chiedono un voto scrivendo sui manifesti elettorali «via le Br dalle Procure» .

Il Corriere della Sera 18.04.11

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“Il figlio del giudice Galli: follia che rende tutti più vulnerabili”, di Giuseppe Galli

Milano, 19 marzo 1980: Guido Galli, giudice istruttore presso il Tribunale di Milano, cade assassinato dai terroristi di Prima Linea. Milano, aprile 2011: decine di manifesti recanti la scritta «Via le Br dalle Procure» fanno bella mostra per le vie cittadine. 19 marzo 1980: un bambino di 12 anni piange disperato il padre ucciso. Aprile 2011: un uomo di oltre quarant’anni è costretto a leggere manifesti infamanti contro «quelle Procure» che guidarono il Paese oltre la devastazione del terrorismo. Gli attacchi che da mesi si susseguono contro i magistrati, e soprattutto contro la Procura di Milano, toccano il culmine con un’accusa verso quei giudici il cui solo torto è di far rispettare le leggi e applicare la giustizia. La delegittimazione sistematica di un’intera categoria, da parte di una classe politica la cui irresponsabilità è, forse, inferiore solo alla follia di chi stampa certi manifesti, non fa altro che indebolire le istituzioni e rendere più vulnerabili tutti noi. Quale reazione a certi messaggi da parte di chi ci governa? Nulla, o poco più: il vuoto totale. C’è amarezza in chi, tanti anni fa, ha visto il proprio padre assassinato dai terroristi e oggi, nella città in cui vive, legge certe parole. Ma c’è anche la consapevolezza che, così come allora Guido Galli cadde con il Codice in mano, oggi tanti altri magistrati, tenaci e coraggiosi, con quello stesso Codice applicano le leggi. Quel bambino oggi sa che le sue sorelle maggiori, tutti i giorni, sono lì, nel Tribunale di Milano, nella «Procura delle Br» , per permettere a lui, e a tutti noi, di poter vivere in un Paese giusto, libero e democratico.

Il Corriere della Sera 18.04.11

"Istruzione, in tre anni tagli per 8 miliardi", di Claudio Tucci

Un taglio in tre anni di 81.120 cattedre e 44.500 Ata (il personale non docente). È la sforbiciata complessiva di 125.620 posti dal 2009 al 2011 che farà risparmiare all’Erario poco più di otto miliardi di euro. Otto miliardi e 13 milioni, per la precisione, stima il Tesoro nel «Def 2011», il Documento di economia e finanza, licenziato qualche giorno fa dal consiglio dei ministri. Parte di queste risorse, il 30%, serviranno a recuperare gli scatti stipendiali bloccati a luglio scorso da Giulio Tremonti. Ma a decorrere dal 2012, le economie di spesa derivanti da queste riduzioni, sempre secondo via XX Settembre, ammonterebbero a 4 miliardi e 561 milioni di euro.
Frutto di un cura dimagrante triennale e “in grande stile” per il ministero guidato da Mariastella Gelmini, prevista dalla manovra estiva 2008 e che giungerà a completamento con la pubblicazione della terza e ultima tranche di tagli relativi al personale Ata: -14.166 posti. Al 1° settembre 2011 saranno cancellate anche 19.699 cattedre. I primi due anni di tagli (già tutti effettuati) sono stati messi in discussione venerdì scorso da una sentenza del Tar Lazio (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri) che ha annullato i due decreti che hanno disposto le riduzioni. Ma solo per un “vizio procedurale” (i due provvedimenti non hanno acquisito il parere del Parlamento) e senza entrare nel merito della legittimità dei tagli. Il che rende difficile tornare indietro e il ministero dell’Istruzione è già pronto per l’appello.
La parte più consistente dei tagli 2011-2012 ai docenti si avrà nella scuola primaria, con meno 9.252 posti. A seguire: le superiori perderanno 8.984; le medie, con meno 1.323; la scuola dell’infanzia avrà 140 posti in meno. Gli obiettivi saranno raggiunti con la riduzione del tempo scuola (il prossimo 1° settembre la riforma delle superiori sarà estesa ad altre classi) e, alle elementari, con il taglio dei posti di specialista di lingua inglese. Negli anni passati, si è fatto leva anche sull’introduzione alla primaria del maestro prevalente. In controdendenza il sostegno che guadagnerà 27.121 posti, raggiungendo quota 90.469.
A livello regionale (e considerando l’intero triennio), la sforbiciata maggiore di prof l’ha subita la Campania, con meno 11.612 posti. Dietro: Sicilia, con meno 10.503, Lombardia, con meno 9.317, Lazio, con meno 6.613, Veneto, con meno 5.124, Calabria, con meno 4.874 posti.
Note dolenti anche sul fronte Ata: l’anno scolastico 2011-2012 vedrà ancora in piedi 207.123 posti (il 6,3% in meno rispetto al 2010-2011). Ci saranno 10.758 collobarotori scolastici in meno, 2.805 assistenti amministrativi, 456 assistenti tecnici e 147 Dsga, i Direttori dei servizi generali e amministrativi. A livello territoriale le riduzioni maggiori saranno in Campania, con meno 1.782 posti, in Lombardia, meno 1.754, in Sicilia, meno 1.585, nel Lazio, meno 1.238. In tre anni viale Trastevere ha eliminato ben 44.500 posti Ata. Cosa significa per le scuole? «Che si mette a rischio la qualità e la funzionalità degli istituti, la sicurezza degli studenti nei laboratori, la vigilanza e l’assistenza agli alunni disabili», ha sintetizzato il numero uno della Flc-Cgil, Domenico Pantaleo. «La scuola non può più sopportare tagli lineari e predeterminati», ha rincarato la dose il numero uno della Uil Scuola, Massimo Di Menna: per i prossimi anni serve «un organico funzionale e pluriennale e soprattutto che tenga conto delle reali esigenze degli istituti». D’accordo il leader della Cisl Scuola, Francesco Scrima, che sottolinea in più come ora diventi «urgentissimo» assumere a tempo indeterminato «su tutti i posti vacanti e disponibili». Per il prossimo anno, al netto di tagli e pensionamenti, ci saranno 30.371 posti di docenti disponibili per le nomine in ruolo e 35.049 posti Ata.
Una buona notizia infine sul fronte finanziamenti alle scuole: nel 2011 sono stati incrementati di 685 milioni. Ci sono quindi i soldi per il funzionamento e per le supplenze, scrive viale Trastevere e pertanto, conclude: «non c’è alcun bisogno di chiedere contributi alle famiglie».

Il Sole 24 Ore 17.04.11

"Se la quota del Pil per la scuola precipita", da Tuttoscuola

Sembra svanire anche per i prossimi decenni la possibilità di un ciclo di investimenti che possano fare da volano per la sua riqualificazione. Dopo i pesanti tagli di questi anni agli organici della scuola per consentire al Tesoro di fare cassa in un momento di pesanti difficoltà economiche, solo parzialmente mitigati dalla quota (il 30%) delle risorse tagliate che dovrebbero ritornare come risparmio di sistema per finanziare la riqualificazione del nostro sistema di istruzione (e sappiamo che una parte rilevante di quel 30% è stata già riassorbita per salvaguardare gli stipendi attuali, e non per incrementarli), dall’orizzonte della scuola italiana sembra svanire anche per i prossimi decenni la possibilità di un ciclo di investimenti che possano fare da volano per la sua riqualificazione.

Lo si desume dal recentissimo Documento di Economia e Finanza 2011 varato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero dell’Economia e Finanze. Infatti, secondo calcoli e proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato, per alcuni decenni gli investimenti per il sistema di istruzione italiano dovrebbero diminuire.

Il Pil, cioè la ricchezza del Paese che per l’istruzione in Italia già attualmente viene riservata in quote complessivamente inferiori alla media europea, dovrebbe diminuire gradualmente di quinquennio in quinquennio dall’attuale magro 4,5% fino a toccare nel 2040 il 3,2%, per poi riprendere a salire lentamente.

Le previsioni contenute nel Documento di Economia e Finanza 2011 sono conseguenti alle variazioni demografiche e macroeconomiche elaborate da Eurostat nel 2007 che hanno evidenziato per l’Italia una tendenza di flessione del flusso immigratorio, il calo di fecondità delle donne, l’invecchiamento complessivo della popolazione al punto da determinare un minor fabbisogno di classi e di personale scolastico.

Chi ha preso quelle previsioni statistiche e le ha ribaltate pari pari sulle previsioni di spesa per l’istruzione nei prossimi decenni ha dimenticato evidentemente i problemi strutturali di cui soffre il sistema formativo italiano. Se essi non possono essere affrontati in un periodo di crisi economica come quello attuale, sarebbe miope non pensarne la soluzione in uno scenario di lungo termine.

Se con l’attuale 4,5% del Pil si riesce a destinare solo una quota limitatissima agli investimenti, riesce difficile immaginare che scendendo al 3,2% – sia pure di fronte a una riduzione della popolazione scolastica e quindi della base di costo del servizio – si possano trovare le risorse per innalzare la qualità del sistema. E se con quel 4,5% di oggi gli stipendi del personale scolastico italiano sono di gran lunga inferiori a quelli dei colleghi europei, sembra improbabile che il 3,2% previsto incorpori le risorse per un significativo miglioramento retributivo.

Se questa fosse soltanto una semplice esercitazione accademica volta a rilevare gli impatti sul sistema determinati da alcuni fenomeni socio-economici non governati, si potrebbe non preoccuparsi. Ma si tratta invece di un documento politico di previsione dello scenario macroeconomico visto dal Governo in carica.

C’è da chiedersi dove sono finiti i proclami per riqualificare il sistema scolastico italiano. Formazione del personale, riconoscimento del merito, potenziamento dei servizi, messa in sicurezza degli edifici, lotta al dispersione scolastica, ecc, ecc, ecc? Solo parole?

da Tuttoscuola 18.04.11

"Francia e Italia i due populismi", di Bernardo Valli

Da alcune settimane due populismi si scontrano in Europa offrendo uno spettacolo tutt´altro che edificante. Direi miserabile. L´aggettivo non è troppo forte, perché al centro della contesa ci sono quei profughi, economici o politici, la classificazione è spesso cancellata dal dramma umano, che ogni giorno approdano sulle nostre sponde dopo avere visto affogare non di rado nelle acque del Mediterraneo figli, genitori, amici. Nelle stesse acque nelle quali noi europei cominceremo presto a fare i nostri bagni estivi.Il presidente del Consiglio ha definito quell´esodo uno «tsunami», cioè una catastrofe naturale, un fenomeno maturato nelle viscere del Mediterraneo e quindi senza volto. Insomma, una sciagura da scongiurare. Francia e Italia si comportano appunto come se quei profughi fossero un´onda di maremoto.
La tenzone tra i due populismi ha assunto toni grotteschi nelle ultime ore a Ventimiglia, al confine tra Francia e Italia, dove di solito transitano fortunati turisti o pendolari del posto tra la nostra Riviera e la Costa Azzurra, e dove hanno fatto irruzione gruppi di quei profughi reduci dalla spesso tragica traversata del Mediterraneo. Il governo italiano li ha dotati di permessi provvisori a suo avviso conformi agli accordi di Schengen. Ma il governo parigino, tramite il prefetto delle Alpi Marittime, ha impedito senza preavviso ai treni provenienti dall´Italia di varcare la frontiera, al fine di impedire il loro ingresso in Francia.
Due comportamenti che offrono, in egual misura, un´immagine non certo nobile dell´Europa. Non è per motivi umanitari che il governo italiano ha dotato i migranti, per lo più tunisini, di permessi non riconosciuti validi, a torto o a ragione, dai francesi. Si tratta di una evidente, furba mossa per sbarazzarsene. Ed è per un´altrettanto furba mossa che il prefetto delle Alpi Marittime, ubbidendo al suo ministro dell´ Interno, ha adottato l´interpretazione parigina degli accordi di Schengen, o ha preso come pretesto la modesta manifestazione franco-italiana in favore dei migranti in corso a Ventimiglia, per respingere i tunisini, molti dei quali hanno parenti in Francia.
Da parte italiana ci si è risentiti anche perché autentici cittadini della Repubblica italiana non hanno potuto varcare il confine, per via dei treni sospesi. Al colmo dell´indignazione, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha chiesto al nostro ambasciatore di esprimere una ferma protesta al governo francese. Un incidente diplomatico prodotto da due meschine furbizie a confronto, che interviene in un momento di difficili rapporti tra Roma e Parigi, ed anche di isolamento di Roma nell´Unione europea, dove si evita spesso di familiarizzare con l´odierna Italia politica.
Una crescente ondata di populismo accomuna Italia e Francia e al tempo stesso inasprisce il loro dissenso. A Roma il governo dipende da un partito xenofobo, indispensabile alla maggioranza parlamentare, e solerte nell´alimentare i sentimenti contro gli immigrati. Un dirigente della Lega occupa addirittura il ministero dell´ Interno.
A Parigi, a un anno dalle elezioni presidenziali, Nicolas Sarkozy conosce i peggiori sondaggi. L´ultimo gli aggiudica il 28 per cento dei consensi, un quoziente che potrebbe annunciare un´impossibile riconferma alla testa della Quinta Repubblica, nel caso Sarkozy intendesse riproporsi. E che, in tal caso, non esclude neppure un´umiliante eliminazione al primo turno. Quest´ultima ipotesi potrebbe avverarsi se la candidata del Front National, Marine Le Pen, andasse al voto decisivo del secondo turno con il campione della sinistra, ancora da designare.
Nicolas Sarkozy cerca dunque di recuperare i voti dell´estrema destra. I quali decisero la sua elezione quattro anni or sono, ma che, stando ai sondaggi, sarebbero stati riassorbiti nel frattempo dal Front National, da quando la figlia di Jean-Marie Le Pen, il fondatore, ha rinnovato, modernizzato, il discorso dell´ormai vecchio padre. A differenza della Lega, xenofoba ma anche anti-nazionale, il Front National è xenofobo e nazionalista. Entrambi i partiti hanno in comune l´avversione per gli immigrati. Ed è insistendo su questo tema, sia pur nei limiti impostigli dalla carica, che Nicolas Sarkozy spera di recuperare i consensi perduti. Il suo discorso ha compiuto una sterzata in direzione dell´estrema destra. Il rifiuto dei profughi dirottati verso la Francia dal governo italiano è l´evidente conseguenza dell´attuale politica di Sarkozy. Non a caso il suo ministro dell´ Interno ha appena proposto di ridurre anche il numero degli immigrati legali.
Cosi i due populismi giocano con i migranti come se fossero una calamità, come se fossero oggetti destinati a far perdere voti. La Lega governa a Roma e il Front National minaccia politicamente il presidente a Parigi. Umberto Bossi appoggia la ridicola idea di boicottare champagne e camembert; e il prefetto delle Alpi Marittime, ubbidendo a ordini superiori, ferma i treni italiani alla frontiera.

La Repubblica 18.04.11

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“Gli affari, la guerra e gli immigrati quei muri che dividono Roma e Parigi”, di Anais Ginori

Si litiga su tutto, anche se in Italia ogni disputa viene amplificata e in Francia snobbata. Tra una settimana il vertice bilaterale Berlusconi-Sarkozy: sherpa già al lavoro per smussare i toni. Ormai è diventata una faccenda di muri, reali o immaginari. Di qui, la frontiera di Ventimiglia che la Francia ha trasformato in una fortezza. Agenti in assetto anti-sommossa per non far passare i migranti clandestini che l´Italia ha legalizzato a tempo, con l´implicito obiettivo di mandarli oltreconfine. Dall´altra parte, il governo di Roma che sta cercando di fermare tutt´altro tipo di invasione, l´assalto di colossi come Lactalis accusati di voler “colonizzare” l´economia della penisola. I precedenti non mancano. Dall´ingresso di Air France in Alitalia, passando per il gruppo Bnp-Paribas che ha acquistato Bnl, fino all´ultimo colpo: il patron del lusso Bernard Arnault che diventa proprietario di Bulgari.
L´influenza del mondo economico francese in Italia cresce – impossibile non notare l´ascesa di Vincent Bolloré, finanziere vicino a Sarkozy – mentre è difficile affermare il contrario. No pasaran. Ecco l´altra barriera eretta in questi giorni, la legge anti-scalate voluta da Giulio Tremonti. Per ironia del destino, il ministro dell´Economia si ispira a un provvedimento varato da Parigi cinque anni fa nel tentativo di contrastare le pretese di Enel su Suez. Nonostante i proclami, la pax energetica è sempre più lontana. Basta ricordare gli ultimi attriti sull´accordo nucleare e il siluramento dell´amministratore delegato di Edison, Umberto Quadrino, da parte di Edf.
A complicare le cose, c´è una questione di forma. In Italia si urla al “nemico” straniero, la Lega lancia appelli al boicottaggio. In Francia, invece, è quasi impossibile trovare tracce della guerra in corso. Per i quotidiani francesi i vari dissidi finiscono in brevi articoli e raramente contengono reazioni ufficiali. Roma appare sempre più distante. Tanto che il 19 marzo Sarkozy ha tralasciato di avvertire Berlusconi dell´imminente attacco alleato in Libia. I rapporti tra i due sono tesi, e non da oggi. Si assomigliano, ma non si sopportano. L´Eliseo ostenta una certa distrazione persino nel rispettare il protocollo nei confronti dell´Italia. Negli ultimi mesi, i diplomatici hanno collezionato una lista di piccoli sgarbi e gaffe da parte dei francesi.
«Sarkozy non conosce, né ama particolarmente l´Italia» racconta una persona che ha lavorato vicino al presidente francese. Quando era giovane e passava le vacanze in Corsica l´attuale presidente scherzava con gli amici: «Prendiamo la barca per andare in Sardegna a mangiarci una pizza». Un misto di pregiudizi e ignoranza, che spiegano in parte l´indifferenza di oggi. Non aiuta la cordiale antipatia di Carla Bruni per il Cavaliere. La première dame non ha fatto nulla per nasconderlo, ed è entrata per questo nel mirino dei giornali della famiglia Berlusconi. «Sono felice di non essere più italiana» aveva detto nel 2008 dopo che il nostro premier aveva definito «abbronzato» Obama. Poi Carlà si è corretta, ha mantenuto la cittadinanza, ma ha sistematicamente evitato gli incontri con il presidente del Consiglio, fino a organizzarsi un programma autonomo durante il G8 dell´Aquila, scavalcando quello ufficiale riservato alle first ladies.
Cherchez la femme. «Come sta Carlà?» è la prima battuta che Berlusconi ha rivolto qualche giorno fa al corrispondente di Le Monde, Philippe Ridet. Il premier si è agitato molto per buttare acqua sul fuoco. «I rapporti con la Francia sono ottimi, supereremo i pochi disaccordi» ha detto, ricordando di aver conosciuto Sarkozy quando faceva l´avvocato di Bouygues e lui era un potente azionista del gruppo. Da una parte il gallismo del presidente francese, dall´altra lo strabordante ego del premier italiano. Tra una settimana, Sarkozy arriverà a Roma per il consueto vertice bilaterale. Gli sherpa sono al lavoro per smussare i toni e salvare le apparenze. Sul tavolo molti dossier, tra cui quello dell´immigrazione, e una reciproca dose di diffidenza. Una volta che sono stati tirati su, i muri diventano difficili da abbattere.

La Repubblica 18.04.11