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"Mezzo milione di lavoratori in cig. Persi 895milioni in busta paga", di Giuseppe Vespo

Nuova impennata della cassa integrazione: a marzo il ricorso alla «cig» è cresciuto del 45,1 per cento, tra ordinaria, in deroga e straordinaria, sul mese di febbraio. Si parla di oltre 102milioni di ore di riposo forzato per più di 455mila persone (oltre150mila sono in cassa in deroga, quella accordata con le Regioni e della quale usufruiscono anche le piccole imprese). Mancato lavoro che, secondo i calcoli della Cgil che ha elaborato i dati Inps, si è tradotto per mezzo milione di lavoratori in duemila euro in menoin busta paga solo nei primi tre mesi dell’anno (nel complesso, sono stati persi 895milioni di euro in busta paga). Numeri che «rilanciano le ragioni alla base dello sciopero generale del prossimo 6 maggio», dicono in Corso Italia. Più nello specifico, secondo il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, «il massiccio ricorso alla cig continua ad evidenziare la grave e persistente crisi produttiva: ancora molte, troppe, vertenze – sostiene il sindacalista – non sembrano trovare uno sbocco risolutivo, come dimostra l’esito della vicenda Vinyls. Serve una svolta urgente – continua Scudiere – che passi attraverso una soluzione positiva di tutte quelle vertenze che si trascinano da mesi ma che, allo stesso tempo, dia il via ad una seria politica industriale e che guardi al fisco alleggerendo il prelievo sui redditi da lavoro e da pensione ». A sfogliare il rapporto reso pubblico ieri emerge come l’uso della cig, facendo il confronto tra marzo 2010 e lo stesso mese di quest’anno, sia massiccio nei settori del commercio (+39,2%), del legno (+32,4%), alimentare (+116%), edilizia (+172,1%), quello metallurgico (+34,7%) e delle estrazioni minerali (+289,4%). Mentre i settori che presentano un maggiore appello alla cassa in deroga sono quello del commercio (23.188.777 ore), che diventa il comparto con il ricorso più alto, e il meccanico (22.977.133 ore). I numeri relativi alla cig in deroga aiutano anche a definire la geografia delle zone del Paese dove se ne fa maggiore ricorso.

GEOGRAFIA DELLA CRISI In testa c’è la Lombardia (14.056.040 ore), seguita dal Piemonte (9.422.876 ore), poi il Veneto con (7.499.125 ore) e l’Emilia Romagna (6.992.689 ore). Ma dall’inizio dell’anno si segnalano incrementi anche nelle Regioni meridionali, come la Basilicata dove si registra nel primo trimestre un aumento sullo stesso periodo del 2010 del 9.750,4 per cento o la Calabria, più 1.707 punti percentuali. Cresce anche la cassa integrazione straordinaria (+17 per cento su marzo 2010) – di solito chiesta per ristrutturazioni aziendali o per le gravi conseguenze sociali delle crisi aziendali o dei fallimenti. E infatti, nel 64 per cento dei casi si tratta di crisi aziendali. Il resto viene concesso per fallimento (+122,5% sul 2010) o concordato preventivo (+45,6% sempre sull’anno scorso). Sono«segnali – spiega il rapporto – di crisi industriali più consistenti e di vera crisi di prospettiva».

L’Unità 18.04.11

"La maggioranza lontana dalla democrazia", di Stefano Rodotà

Siamo di fronte ad una aggressione continua, manifestazione pericolosa di una ossessione quotidiana di un presidente del Consiglio che, privo da sempre del senso delle istituzioni, affida la propria sopravvivenza alla riduzione d´ogni istituzione ad un cumulo di macerie. La sua furia si nutre di insinuazioni, minacce, aggiunge all´attacco alla magistratura, abituale oggetto polemico, un nuovo affondo contro la scuola pubblica.
In questi giorni la Repubblica italiana sta prendendo congedo dall´Europa e dalla sua stessa Costituzione. Sta così tagliando le proprie radici. Non siamo solo di fronte ad una crisi istituzionale e politica, pur profondissima. Sprofondiamo in un tunnel oscuro, diviene sempre più evidente una “tirannia della maggioranza” ben al di là dei timori manifestati da Alexis de Tocqueville, perché la perversa legge elettorale maggioritaria e la sciagurata deriva verso il bipolarismo hanno separato i “designati” dai cittadini, hanno fatto perdere al Parlamento la sua virtù rappresentativa.
Ha scritto un filosofo liberale, Ronald Dworkin, che «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far rispettare il diritto, dev´esser ancor più sincera».
Questi principi non scritti, ma fondativi della città democratica, sono ormai estranei al modo d´essere dell´attuale maggioranza. E forse la stessa nozione di maggioranza parlamentare ha perduto il suo significato storico, poiché siamo di fronte ad una semplice propaggine del potere di un autocrate, che premia famigli e designa successori, riceve suppliche da chi vuole andare ad occupare qualche posto di governo, dispone delle cariche pubbliche come di un pezzo del suo patrimonio personale.
Compiuta la prima fase della sua alta missione con l´edificazione di un muro a tutela della sua persona, il presidente del Consiglio annuncia ora una inquietante e pericolosa “fase due”. Possiamo legittimamente chiamarla “decostituzionalizzazione”. Questo è il tratto che unisce le proposte che dovrebbero segnare l´imminente stagione legislativa, nella quale si vuole sfruttare la spinta propulsiva delle radiose giornate del processo breve. Si tratta dell´«epocale» riforma costituzionale della giustizia, del minaccioso ritorno della legge bavaglio sulle intercettazioni, della disciplina ideologica e proibizionista del testamento biologico.
La riforma della giustizia, infatti, vuole in primo luogo rendere disponibile per i voleri della maggioranza l´intero sistema giudiziario. Questo non avviene soltanto attraverso una crescita complessiva del peso della politica in snodi fondamentali. Il punto chiave della riforma è rappresentato dal fatto che materie oggi affidate ad una diretta garanzia costituzionale vengono trasferite alla legislazione ordinaria. Due esempi. Nell´attuale articolo 112 della Costituzione si stabilisce che: «Il pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale». La riforma proposta dal Governo aggiunge le parole «secondo i criteri stabiliti dalla legge»: sarà dunque la maggioranza del momento a stabilire in quali casi il pubblico ministero può indagare. Nell´attuale articolo 109 si stabilisce che «l´autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria». La riforma proposta dal Governo prevede che «il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge»: sarà dunque la maggioranza del momento a determinare le informazioni di cui i magistrati potranno disporre. Il mutamento è radicale, la decostituzionalizzazione è compiuta. Ciò che la Costituzione aveva voluto sottrarre alla possibile prepotenza delle maggioranze, per garantire l´autonomia della magistratura, dovrebbe essere assoggettato proprio a questa ipoteca.
Ed è sempre la decostituzionalizzazione a comparire negli altri casi. Sappiamo bene che la stretta sulle intercettazioni colpisce uno dei fondamenti della democrazia, la libertà d´informazione di cui parla l´articolo 21. E la proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (il testamento biologico) è congegnata in modo tale da espropriare ogni persona del diritto fondamentale all´autodeterminazione, riconosciuto dalla Corte costituzionale sulla base degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione.
Per chiudere definitivamente questa partita, l´obiettivo finale è indicato appunto nell´odiata Corte costituzionale, con la quale il presidente del Consiglio annuncia un definitivo regolamento di conti, probabilmente affidato ad una legge che escluderebbe la possibilità di decidere con il voto della maggioranza dei suoi componenti, sostituito da un quorum particolarmente elevato. Una mostruosità giuridica, sconosciuta a ogni civile sistema giuridico, che produrrebbe l´assurdo effetto di mantenere in vigore leggi che la maggioranza dei giudici costituzionali ha ritenuto illegittime. Il risultato complessivo di tutte queste mosse sarebbero la scomparsa di un effettivo sistema di garanzie, una alterazione degli equilibri costituzionale che ci porterebbe verso un mutamento di regime.
Quest´orizzonte ravvicinato, realistico e ineludibile, è quello al quale si deve guardare per individuare le strategie possibili per opporsi a questa ascesa, che appare a qualcuno non più resistibile con i mezzi ordinari della democrazia. Ma immaginare rovesciamenti del tavolo rischia di distogliere l´attenzione dalla faticosa ricerca di quel che deve essere fatto qui e ora.
Dicevo che la fase due, quella della decostituzionalizzazione, è inquietante, ma pure pericolosa. Il pericolo nasce dal fatto che siamo di fronte a proposte che potrebbero dividere il fronte delle opposizioni. Quando comparve la proposta di riforma costituzionale della giustizia, subito si materializzò il singolare partito dei «sedersialtavolisti». Ma chi mai accetterebbe di sedersi ad un tavolo da gioco insieme ad un baro, al tavolo di un ristorante dove il cuoco è un noto avvelenatore travestito da chef creativo? Mi auguro che la lezione del processo breve alla Camera sia servita a dissuadere gli aperturisti ad ogni costo, convincendo tutti della necessità di mantenere saldo un fronte comune. Allo stesso spirito l´opposizione dovrebbe ispirarsi in tutti gli altri casi, compreso quello del testamento biologico dove qualche cattolico potrebbe essere sedotto dall´ingannevole richiamo a valori non negoziabili.
In questi ultimi mesi Berlusconi ha costruito un conglomerato di cui non possono soltanto essere denunciate le modalità corruttive e i rischi grandi che fa cogliere al paese senza accompagnare questa diagnosi con una strategia politica conseguente – parlamentare, sociale, elettorale. E allora. Riprodurre in tutte le prossime occasioni parlamentari i comportamenti tenuti in occasione del processo breve, sfruttare ogni spazio parlamentare per far discutere le proposte dell´opposizione. Può reggere la maggioranza ad una mobilitazione permanente che coinvolga l´intero Governo? Non chiudersi in Parlamento, troppe cose avvengono nel paese. Costruire, quindi, una solida sponda politica per il crescente numero di cittadini che non si limitano a manifestare nelle piazze reale e virtuali ma, così facendo, costruiscono una concreta agenda politica. Ma, soprattutto, per le opposizioni scocca l´ora obbligata dell´unione, la sola a poter ricostruire le condizioni per una vera dialettica democratica.
Forse solo la saggia parola alle Camere del Presidente della Repubblica può ricordare a tutti che la politica deve essere sempre «costituzionale».

La Repubblica 18.04.11

«Scuola statale a rischio», di Maurizio Tiriticco

Non mi scandalizza tanto l’ulteriore attacco di Berlusconi alla scuola statale e ai suoi insegnanti, accusati non solo di essere di sinistra, ma addirittura di inculcare nei loro alunni ideologie e valori diversi da quelli della famiglia (sic!), quanto il battimani della platea e, forse, il consenso di tanti genitori sempre pronti a difendere l’ignoranza dei figli contro le sincere preoccupazioni che manifestano tanti insegnanti onesti e preparati, di sinistra o di destra che siano. D’altronde, secondo il Berlusconi-pensiero, anche se esistessero insegnanti disponibili ad inculcare i principi e i valori della famiglia, come potrebbero fare? Con tutti i testi di sinistra che girano, l’impresa è davvero ardua! Ma qui c’è il vigoroso sostegno della Carlucci sorella che, dopo attente disamine sui testi scolastici, dichiara che occorre provvedere al più presto ad un’opera di bonifica, se non ad una loro totale riscrittura! “Dio, Patria e Famiglia” sarà il nuovo brand (diciamolo all’inglese, ricordando una delle tre I) della nuova scuola statale berlusconiana!
L’attacco berlusconian/carlucciano non è affatto cosa da sottovalutare: fa pendant con le scelte finanziarie e ideologiche del duo Tremonti/Gelmini, impegnati da un lato a tagliare il più possibile per la sola scuola statale, dall’altro a “riordinare” – si fa per dire – un secondo ciclo di istruzione ritinteggiando i tre canali di sempre e rafforzando quel canale di gentiliana memoria di cui il nostro Paese sembra non potersi mai liberare. Il disegno di fondo dell’attuale gruppo dirigente è ormai più che scoperto: screditare e aggredire da ogni parte e con ogni mezzo la scuola statale e accreditare e rafforzare quella privata. Ed è un disegno che va maturando e rafforzandosi. Il fatto che, dopo la prima bordata sugli insegnanti che inculcano, pur dopo una parziale rettifica, ne sia seguita l’altroieri una seconda ancora più violenta, la dice lunga: l’affondo procede ed è contestuale con gli attacchi che si fanno sempre più violenti contro la magistratura. Due pilastri della nostra Repubblica, l’istruzione e la giustizia, la cultura “con cui non si mangia” e il diritto “con cui si prescrive”, sono costantemente sotto assedio. Se questa maggioranza si rafforza – e le soluzioni Scilipoti sono all’ordine del giorno – i giochi saranno presto fatti. Con un Parlamento completamente asservito e sotto scacco, anche la democrazia è a rischio e una nuova versione del fascismo è alle porte! Con le cravatte di Marinella invece che con le camicie nere!
E allora, che fare? Serrare i ranghi in primo luogo. Gli operatori della giustizia e quelli della scuola sono in prima linea. E’ sufficiente “resistere, resistere, resistere, come su una irrinunciabile linea del Piave”, come disse Francesco Saverio Borrelli nel lontano 2002? Oppure questo Piave occorre superarlo? La parola è alla politica! Io, uomo di scuola, mi limito a considerare che su un corpo già così profondamente leso dagli improvvidi… provvedimenti del potere dominante – dalla Moratti alla Gelmini, esclusa la breve parentesi di Fioroni – occorrerebbe ritrovare un minimo di linea e di consenso. Alludo a ciò che sta accadendo con le prove Invalsi. Di questa iniziativa si può discutere quanto si vuole – e io l’ho fatto più volte – ma sarebbe nocivo per la scuola, gli insegnanti e i nostri giovani che il nostro sistema di istruzione dovesse essere compresso – non disco schiacciato – dalle bordate della destra berlusconiana e da quelle di un’ultrasinistra che vede in quelle prove la mano del demonio.
Le prove Invalsi potranno avere tutti i limiti del caso, didattici e organizzativi, ma hanno a monte una ricerca, una “cultura della valutazione di sistema”: vengono da lontano, se ne parla da più di dieci anni, anche in termini normativi, e sono i primi passi che stiamo facendo per capire qualcosa di come funziona il nostro Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione. E sono prove che in altri Paesi UE si fanno da anni e nessuno si adonta! Quindi, non confondiamo le carte in gioco: il vero pericolo sono le bordate retrive di questa maggioranza, assolutamente da respingere, non una sperimentazione che può sempre essere perfettibile! Impariamo ad alzare e abbassare la nostra voce e le nostre iniziative laddove è necessario, senza però lasciare spazi aperti a chi la scuola statale la vuole veramente affossare!
E per la prima volta sono d’accordo con quanto ha dichiarato la Mastrocola a “la Repubblica” di ieri! E’ tutto dire!

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«Da Vecchioni a Mastrocola il coro dei prof: “Non ci meritiamo gli insulti del premier”», di Corrado Zunino

“Attacca ogni volta che deve sviare una questione, come la giustizia, o nascondere il fallimento della riforma Gelmini”

ROMA – Nel messaggio di Silvio Berlusconi alle mamme di Padova, ieri, c´era quel passaggio – «abbiamo tutelato la famiglia con il bonus per la scuola privata» – che trasformava un´invettiva contro i professori di Stato, lanciata a febbraio nell´assise dei cristiano riformisti, in una strategia politica e di classe: questo governo aiuta la scuola privata contro quella pubblica e comunista.
Roberto Vecchioni, il professore di latino e greco in pensione, scuote la testa: «Quest´uomo dice cose fortemente repressive in un italiano povero e ripetitivo. Il personaggio è così. Non ho voglia di parlare di lui mai perché è un quaquaraquà cosmico, si descrive da solo».
Un´altra “prof” famosa (scrittrice lei) è Paola Mastrocola, autrice del recente “Togliamo il disturbo”, saggio sulla libertà di non studiare (e sulla distruzione della scuola). Ha insegnato Letteratura italiana all´Università di Uppsala, in Svezia, oggi lo fa al liceo scientifico di Chieri. «Chiedo scusa, ma non capisco a cosa si stia riferendo il presidente del Consiglio», dice. «Insegno vicino a Torino e cerco di inculcare qualcosa che somiglia più o meno alla cultura. Forse siamo disprezzabili, ma io provo a far leggere tanti libri ai miei studenti, molta letteratura italiana. La libertà di pensiero parte dai libri, dalla padronanza e dalla ricchezza della parola. Oggi la scuola italiana avrebbe bisogno di indirizzi chiari e invece ci stiamo perdendo le nuove generazioni. Credo che Berlusconi quelle cose le pensi davvero, ma noi non meritiamo le sue parole. Sono appena tornata da una stupenda lezione di Umberto Eco su memoria e oblio, sulla virtù del dimenticare: applicherei Eco alle parole di Berlusconi che ci invadono».
Livio Romano è uno scrittore di Nardò, in Puglia. Da quattordici anni insegna inglese alle elementari. Laureato in legge, è figlio di due maestri e nipote di maestri. Dice: «Non ho mai inculcato alcunché perché ogni docente degno di questo nome sa che dai ragazzi ha tutto da imparare. Certo, insegnare deriva dal latino, “lasciare un segno”, e io orgogliosamente cerco di trasmettere i miei valori: solidarietà, antirazzismo, tolleranza. Da uomo di sinistra credo siano quelli giusti e non c´è un genitore che mi abbia mai contestato. Il gergo di Berlusconi è poverissimo mentre io cerco di spiegare le cose più difficili, la dichiarazione d´indipendenza degli Stati Uniti per esempio, ai bimbi in classe e alle mie tre figlie. Non c´è cosa che non si possa spiegare ai bambini, basta conoscerla».
Giorgio Nisini, candidato al premio Strega con “La città d´Adamo”, tiene un corso di sociologia della Letteratura all´Università La Sapienza di Roma. Da dieci anni è professore a contratto. Precario. «Berlusconi vede complotti dappertutto, ma il premier attacca ogni volta che deve sviare la questione, quando non sa risolvere un problema. Lo fa con la magistratura, lo fa con la scuola, dove la riforma del suo governo non risolve nulla. Scuola e università pubbliche dovrebbero essere la priorità assoluta. Sono luoghi da tutelare perché lì si studia senza obblighi pragmatici. Il problema è che i professori quarantenni, impoveriti, oggi hanno grandi difficoltà a progettare il proprio futuro».

da www.repubblica.it

«Scuola di sinistra, meglio le private» Il Cavaliere attacca, insorgono Pd e Idv, di Lorenzo Fuccaro

Ne parla al mattino in un collegamento telefonico con la manifestazione dell’associazione delle mamme che si svolge a Padova. E, nel pomeriggio, di persona, dalla tribuna di una manifestazione del Pdl a Roma, Silvio Berlusconi ripropone, sia pure con alcune lievi correzioni formali ma non sostanziali, l’idea del «bonus scuola» . Un bonus, chiarisce, che «lo Stato italiano, attraverso le Regioni, deve riconoscere alle famiglie meno fortunate per dare la possibilità di mandare i propri figli in una scuola privata, in una scuola cattolica» . Il motivo, sostiene il Cavaliere, è che «bisogna consentire ai genitori di scegliere liberamente quale educazione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnanti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi da quelli delle famiglie» . Questa idea, peraltro non nuova e in qualche misura caldeggiata da tempo dalle gerarchie cattoliche, si aggiunge a un’altra battaglia— quella contro la faziosità dei libri di testo adottati negli istituti pubblici — rilanciata nei giorni scorsi con un’iniziativa della deputata Gabriella Carlucci e che Berlusconi fa propria. E la ragione di tutto questo sta forse nel fatto che con questo tipo di intervento il Cavaliere cerca di recuperare un rapporto con gli ambienti cattolici rimasti probabilmente scossi a causa del suo stile di vita privato così come è emerso recentemente. Berlusconi, in ogni caso, respinge le critiche che gli muovono alcuni esponenti della sinistra, accusandolo di avere attaccato la scuola pubblica. No, tuona Berlusconi, proporre lo strumento dei buoni scuola per offrire la possibilità di scelta alle famiglie «non vuole dire attaccare tutta la scuola pubblica ma prendere atto di una realtà per cui ci sono casi di insegnanti di scuola pubblica che attraverso i libri di testo, tutti di sinistra, vogliono educare i figli in maniera non corrisposta dai loro genitori» . Ho parlato, chiarisce ulteriormente il premier di «eccezioni e non di regola» . Rassicurazioni che non placano la sinistra. Anzi. «Mancava solo che dicesse che gli insegnanti della scuola pubblica si mangiano i bambini e avremmo fatto filotto, sono paturnie da gerontocomio» , commenta sarcastica Manuela Ghizzoni (Pd). Sullo stesso registro il governatore della Puglia, Nichi Vendola. «Io capisco benissimo Berlusconi— afferma—. Lui è un grande pedagogo, gli insegnanti che considera adeguati sono Lele Mora, Fabrizio Corona e Emilio Fede» . Il dipietrista Massimo Donadi sceglie, invece, argomentazioni meramente politiche. «Quelle parole — sostiene — sono un ignobile attacco, privo di qualsiasi giustificazione reale. Il capo del governo dovrebbe difendere e valorizzare il pilastro educativo e non additarlo come esempio negativo» . A tutte queste obiezioni replica Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl a Montecitorio. Berlusconi «dà voce a quello che milioni di italiani pensano. Il peccato mortale della sinistra è di sbandierare valori percepiti come falsi e vuoti. Le riserve del premier sulla scuola pubblica statale, nella quale non pochi docenti sono più preoccupati di demolire una parte politica che di aiutare i giovani a formarsi una coscienza critica, altro non sono che i dubbi nutriti da milioni di genitori» .

Il Corriere della Sera 17.04.11

"Indignarsi non basta adesso impegnatevi", intervista a Stèphane Hessel di Tonia Mastrobuoni

A colloquio con il 94enne autore del pamphlet che dopo la Francia sta conquistando l’Italia, oggi a Torino per Biennale Democrazia. «Accontentarsi è pericoloso, la “relativa felicità” e la “relativa soddisfazione” uccidono l’indignazione». Dalla sua casa parigina Stéphane Hessel scandisce le parole lentamente, a quasi 94 anni c’è poco tempo per i malintesi e questo concentrato di virtù novecentesche ci tiene al suo messaggio, al suo Indignatevi! . Nulla di messianico, come qualcuno ha tentato di far credere, un’esortazione piuttosto, che al telefono sintetizza così: «Ho scritto un libro perché avevo la netta sensazione che si stesse camminando nella direzione sbagliata e volevo esortare i giovani a cambiare rotta, a riprendere quella giusta. Riscoprendo i valori della Resistenza che mi hanno formato». Così è nato, alla fine dell’anno scorso, un minuscolo pamphlet ( Indignez-vous! ) che ha immediatamente scalato le classifiche in Francia spodestando Houellebecq e superando a oggi il milione di copie (in Italia da quando è uscito per i tipi di Add, a febbraio, sono già 50 mila).
Oggi Hessel sarà ospite della Biennale Democrazia, ma nei mesi scorsi la sofisticata intellighenzia francese e italiana l’ha velocemente declassato a feticcio da «gauche caviar». Un giudizio che Hessel valuta «ingeneroso, per un vecchio diplomatico in pensione. Certo, mi rendo conto che è facile dire “indignatevi” ed è meno facile capire come. Ma per il “come” rimando ad esempio a La via di Edgar Morin».
Lui non lo dice ma il giudizio è frettoloso per un altro motivo. Suona riduttivo per un signore con un numero tatuato sul braccio, scampato a ben due campi di concentramento. Hessel, ebreo tedesco naturalizzato francese, si arruolò nella Resistenza accanto a De Gaulle e fu catturato nel 1944 dalla Gestapo. Un’esperienza che gli fa scrivere che «quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». E che gli fa aggiungere, al telefono da Parigi, che «l’impulso di scrivere il libro è stata la sensazione che i valori ereditati dalla Resistenza siano ancora oggi indispensabili». Sono principi calati, dopo la guerra, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che Hessel contribuì nel 1948 a scrivere.
È indubbio insomma che la cosa più affascinante diIndignatevi! sia lui, l’autore, compresa la lunga carriera da ambasciatore. Girovagando per le macerie della guerra, il veterano della Francia libera decise che la vita «restituita» andava impegnata; appena vinse il concorso al ministero degli Esteri, il suo primo incarico fu all’Onu, altro baluardo del Novecento scaturito dall’ecatombe dei totalitarismi e degli egoismi nazionali. Un bisogno di democrazia talmente spasmodico da abbracciare il mondo intero. «Però quell’esperienza, assieme alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, è ancora oggi fondamentale, con i valori che simboleggia. Guardi alle cose che stanno accadendo in Nord Africa e in Medio Oriente, alla sete di democrazia che esprimono quei popoli. Dovremmo chiederci piuttosto quanto siano ancora presenti nelle nostre democrazie. Certo, sono valori vecchi, hanno più di 65 anni ma esprimono i bisogni fondamentali: la libertà di espressione, la libertà di stampa, la sicurezza sociale, il diritto alla pensione, alla scuola e all’educazione. Quanto sono ancora presenti nelle nostre democrazie?».
Una domanda apparentemente retorica ma che spegne un po’ il sorriso. E ne fa venire in mente un’altra, cui Hessel risponde senza esitazione: «Perché da noi i giovani non si ribellano e nei paesi affacciati sul Mediterraneo sì? Perché lì ci sono o c’erano tiranni come Mubarak, Ben Ali e Gheddafi». Tra l’altro, aggiunge, «l’intervento in Libia per cacciare Gheddafi è tra le rare cose che ho apprezzato di Sarkozy. Il neocolonialismo, secondo me, non c’entra». Semplice. E poi, «certo, in Italia avete un presidente del Consiglio che non è molto accettabile ma non è certo un tiranno». Troppo semplice. «E inoltre c’è un problema che riguarda indubbiamente il modo in cui siamo governati. Siamo governati da decenni dalla finanza, da gente che pensa solo ai profitti erodendo diritti e certezze sociali a milioni di persone. L’insoddisfazione è enorme ma siamo ingannati dalla “felicità relativa”». Un concetto che Hessel approfondirà nel suo prossimo libro, Engagezvous! (Impegnatevi! ), «in cui spiegherò un po’ più estesamente cosa avevo in mente prima di Indignatevi! Tanto è vero che in realtà l’ho scritto prima».
Quello che Hessel sa bene e che lo rende anche orgoglioso è che la sua lunga storia comincia addirittura prima della nascita. Suo padre, l’ebreo tedesco Franz, aveva ispirato il personaggio di Jules nel romanzo autobiografico di Henri-Pierre RochéJules et Jim , da cui il celebre film di Truffaut. Sua madre, la scrittrice Helene Grund, ispirò la Kathe del libro, interpretata sullo schermo da Jeanne Moreau. Di lei Hessel amava soprattutto «l’incrollabile convinzione che sia fondamentale spargere la felicità attorno a sé». Stéphane Hessel crebbe in questo clima, nella Parigi delle avanguardie francesi del primo Novecento. Lo stesso Roché, ossia Jim, la terza punta del triangolo, descrisse quel clima così: «Se potessi descrivere fino in fondo un solo momento di questa vita a tre, scriverei un capolavoro immortale». Per il piccolo Stéphane, un esordio niente male.

La Stampa 17.04.11

Intervista a Gerardo D’Ambrosio «La democrazia è in pericolo come negli anni di piombo», di Andrea Carugati

Sentire il presidente del Consiglio che paragona i giudici all’eversione mi fa venire i brividi lungo la schiena», dice il senatore Pd Gerardo D’Ambrosio, che da magistrato per lunghi anni ha indagato su terrorismo e stragi. «Negli anni di piombo avevamo paura per la tenuta della nostra giovane democrazia. La stessa forte preoccupazione che avverto oggi, davanti a un pericolo diverso ma forse più insidioso. Senza accorgercene, rischiamo di finire in uno stato autoritario».
Perché più insidioso?
«Perché è un rischio molto più difficile da combattere. Negli anni di piombo il pericolo si vedeva e ci fu una reazione popolare molto forte. Penso alle mobilitazioni dopo la strage di piazza Fontana, alla reazione di popolo che seguì l’omicidio di Emilio Alessandrini. La gente scese in piazza spontaneamente e stroncò i disegni autoritari. E fu l’inizio della fine del terrorismo».
E oggi, invece?
«Oggi non c’è una reazione popolare paragonabile al rischio che stiamo correndo. Anzi, si assiste a manifestazioni sotto il palazzo di Giustizia di Milano che inneggiano a Berlusconi che attacca i giudici. Sono forme di intimidazione anche nei confronti della magistratura giudicante».
Non le sembra eccessivo paragonare il fenomeno Berlusconi al terrorismo? «Non mi sarei mai aspettato di assistere a scene del genere, a un premier che utilizza questo linguaggio mentre dalla sua maggioranza non si levano voci discordanti. Non c’è più solo un conflitto tra istituzioni ma un attacco frontale alla magistratura, non solo ai pm. Abbiamo visto Milano tappezzata di manifesti “Via le Br dalle procure”, adesso il premier parla di una commissione d’inchiesta contro le toghe. Sono in pericolo i principi fondamentali dello Stato di diritto». Il suo parallelo rimane molto forte… «È chiaro che non si tratta di fenomeni direttamente paragonabili: in quel periodo c’era una violenza diffusa, c’erano i morti e i feriti quasi ogni giorno. Io dico che allora la democrazia corse un grave pericolo che fu sventato anche grazie alla mobilitazione popolare. Mentre oggi, nel momento in cui l’Italia sta imboccando una deriva autoritaria non c’è la stessa reazione che ci fu allora». Perchè?
«Una delle ragioni è il monopolio dei media. E la colpa è anche dell’opposizione che non ha mai risolto il conflitto di interessi tra politica e controllo delle tv».
Secondo lei con una legge di quel tipo si sarebbe realmente frenata la parabola berlusconiana? «Siamo l’unico paese occidentale in cui il premier ha questo tipo di controllo sull’opinione pubblica attraverso le tv, quelle che possiede e quelle che controlla. E questo continua ad avere un peso fortissimo su quella parte di italiani che si informa solo attraverso le tv». Concretamente, quali rischi corre la nostra democrazia. Cosa può succedere?
«Berlusconi sembra disposto a tutto pur di sfuggire ai processi. E la maggioranza obbedisce, come si è visto nel voto sul cosiddetto “processo breve”. Oggi (ieri, ndr) il premier ha avuto il coraggio di dire in pubblico che questa legge serve a non farsi processare. È una situazione senza precedenti, nel mirino c’è la magistratura giudicante, non solo i pubblici ministeri».
Qual è la strategia di Berlusconi? Vuole solo evitare di essere condannato o c’è un disegno più ampio? «C’è qualcosa di più di una “semplice” difesa dal processo. C’è la volontà politica di costruire uno Stato più autoritario, eliminando il contrappeso della magistratura. Non ci sono solo le leggi ad personam, ma anche i tentativi di togliere poteri ai pm per trasferirli alla polizia giudiziaria. E ancora: di togliere al Csm la facoltà di dare pareri al governo su temi delicatissimi che investono il funzionamento della giustizia. La maggioranza sa perfettamente che la riforma costituzionale avrà tempi lunghi e dovrà passare dal vaglio popolare. Per questo cercano di ottenere gli stessi risultati con delle leggine ordinarie». L’opposizione cosa dovrebbe fare per segnalare la gravità della situazione?
«In Parlamento facciamo quello che possiamo, segnaliamo e combattiamo tutti i pericoli. Purtroppo però di quello che succede in Parlamento la gente sa poco o niente. Per fortuna si sta levando autonomamente la voce dei giovani, dei precari, che si accorgono che i loro problemi non vengono mai affrontati, e che il loro futuro è a rischio. Sono in tanti a subire a questa situazione, forse da qui può partire una scintilla di cambiamento».

L’Unità 17.04.11

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Il professor Carlo Federico Grosso: “Così si attenta allo Stato”, di Beatrice Borromeo

Per il professor Carlo Federico Grosso i manifesti che paragonano i magistrati alle Br sono “una vergogna inaccettabile”, così come gli attacchi del governo ai giudici: “Intimidazioni che scardinano i principi dello stato di diritto”
“Intimidisce i giudici Così crolla la democrazia”

Per il professor Carlo Federico Grosso, uno dei più celebri avvocati penalisti italiani, le accuse sempre più violente del governo alla magistratura sono “attacchi ai principi cardine dello stato di diritto, che colpiscono ogni giorno la democrazia. Che, a questo punto, sta per crollare”.
Professor Grosso, come ha reagito vedendo i manifesti con su scritto “Via le Br dai tribunali”?
Sono allibito, è un atto vergognoso. Minacciare così i magistrati è intollerabile. Soprattutto perché proprio loro sono stati vittime dei brigatisti: penso tra gli altri a Guido Galli e a Emilio Alessandrini , assassinati da un commando di Prima linea proprio a Milano.
Il ministro della Giustizia Alfano si è dissociato dai manifesti solo ieri, dopo oltre un giorno di silenzio.
Alfano è lo stesso che ha messo il suo nome su una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Anche quando parla tempestivamente, spesso lo fa a sproposito. Dunque non mi stupisco più né per ciò che dichiara né tanto meno per i suoi silenzi.
Ieri Berlusconi ha ribadito che la magistratura è eversiva. E altri due esponenti del Pdl, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, hanno invocato sanzioni contro i pm di Milano. La preoccupa il clima che si sta creando?
Certo. Si tratta di iniziative assolutamente intimidatorie, deprecabili.
Lei è firmatario di un appello scritto dal professor Giorgio Marinucci contro la prescrizione breve. La definite “uno sfregio al principio di uguaglianza davanti alla legge”.
La prescrizione breve è palesemente incostituzionale, viola l’articolo 3 della Carta. Infatti fa dipendere il tempo necessario per estinguere il reato non dalla gravità del crimine commesso, ma dalle qualità personali.
Cosa c’è di sbagliato se un incensurato riceve un trattamento privilegiato rispetto a un recidivo?
Facciamo un esempio: c’è un incensurato che compie una truffa gravissima, per miliardi di euro, alla Bernie Madoff. Poi c’è un pregiudicato che, recidivo, ruba un portafogli con dentro pochi centesimi. Ci sarà molto meno tempo per celebrare il processo del nostro Madoff, che probabilmente verrà prescritto, rispetto al processo per il furtarello. E poi c’è da fare una considerazione storica.
Quale?
Il diritto penale “d’autore”, in contrapposizione a quello del reato, è tipico dei sistemi autoritari. Solo lì si selezionava la gravità della responsabilità penale in base al soggetto, alla personalità, magari alla categoria sociale invece che basandosi su ciò che avevano fatto. I liberali invece sanzionano considerando la gravità dell’offesa. Questa selezione della durata della prescrizione in rapporto al tipo di autore era già stata realizzata dalla ex Cirielli. La norma Paniz peggiora le cose.
Ma la prescrizione breve, minimizza il governo, accorcerà i processi soltanto di qualche mese.
Sarà un incentivo a delinquere . Ed è dannosa proprio perché si innesta sull’incredibile ex Cirielli, che ha già dimezzato i termini di prescrizione. Diminuirli ancora è gravissimo, e inciderà soprattutto sui reati di media portata, che si estinguono dopo 7 anni e mezzo: togliere 6 mesi è tanto, e sui reati come la corruzione avrà un effetto devastante. Anche perché si tratta di crimini che spesso si scoprono alcuni anni dopo che sono stati commessi.
Tra le leggi ad personam ritiene più grave la prescrizione breve o il processo breve?
Servono a esaudire due desideri diversi. La prescrizione breve blocca il processo Mills prima di una condanna di primo grado, e l’effetto generale sarà un incentivo a delinquere. Mentre il processo breve, per com’era stato pensato all’inizio, era demenziale: poneva blocchi rigidi sulla durata massima del primo, secondo e terzo grado di giudizio. Se non venivano rispettati, si cancellava il processo, qualunque fosse la gravità del reato contestato.
Nella versione approvata, invece, se non si rispettano i limiti imposti il processo può continuare lo stesso.
C’è però un particolare molto preoccupante: hanno previsto che se il giudice, per esempio in appello, supera i rigidi tempi previsti, il capo del suo ufficio deve comunicarlo al Guardasigilli e al procuratore generale della Cassazione. Cioè ai due titolari dell’azione disciplinare.
Quindi sarà Alfano a decidere se punire o meno il magistrato?
Esatto. Hanno trovato un modo per dare al governo più poteri nella lotta ai magistrati. Prendiamo un processo per aggiotaggio: basta che vengano chieste 4 o 5 perizie e sicuramente si sforeranno i tre anni previsti per il primo grado di giudizio. Il giudice, anche se del tutto incolpevole, può essere sottoposto ad azione disciplinare, a discrezione del ministro. È uno dei tanti modi per intimidire la magistratura.
Come se ne esce secondo lei?
Ci vorrebbero nuove elezioni e una maggioranza di italiani che, avendo capito la situazione, scegliesse una classe politica all’altezza del compito di governo. Così da riportare il Paese a un livello di civiltà.

Il Fatto Quotidiano 17.04.11