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Bersani: PD il pilastro per la riforma repubblicana

Bersani: PD il pilastro per la riforma repubblicana
Un po’ di crescita e un po’ di giustizia in più è l’unico modo per ricominciare a pensare di essere un paese solo. La leadership non può contare più delle istituzioni, dei partiti e dei singoli individui. “Siamo il partito della Costituzione e dell’Unità d’Italia. Vogliamo essere il partito del secolo nuovo, una sintesi tra tradizioni e innovazione. Ma per essere questo rifugiamo dai nuovismi. Nessun albero può dare frutti se si tagliano le radici”. Così Bersani ha introdotto il suo intervento durante l’iniziativa “150. Con l’Italia. Tutta intera”.

Per il leader democratico “c’è bisogno di un maggiore radicamento del pensiero se si vuole creare un orizzonte di cambiamento. Dobbiamo lavorare per unire politica e pensiero su basi nuove. Una sintesi tra valori costituzionali e valori patriottici: un’energia positiva e vitale”.

“Noi siamo a nostro agio nell’anniversario dei 150 anni d’Italia e notiamo che questo non è accaduto per la destra. Non si confonda il patriottismo con la sua degenerazione nazionalista dei primi del 900; il patriottismo nasce come democratico e popolare, e fu sempre così anche dopo la parentesi fascista. Storpiare questa vicenda è sbagliare la strada da seguire”.

“Nella nostra storia – ha continuato Bersani – Unità e Costituzione sono valori indissolubili che hanno dato il profilo del nostro essere italiani. Sono stati il filo logico, sì conteso ma soprattutto ricercato. Il nostro comune destino”.

“Oggi qualcosa si è rotto. Siamo in una fase transitoria, una fase non risolta che ha creato delle smagliature nel nostro essere nazione. Il 17 marzo scorso ha rappresentato un’invocazione che ha richiesto energia ma che non ha trovato ancora una soluzione. C’è la paura e la preoccupazione di essere lasciati soli, nella vita personale, nel lavoro. La paura per le nuove generazioni. Da qui il nostro impegno, la nostra sfida che ha 3 punti fissi: 1) la sfida tra le piccole patrie e le patrie comuni; 2) le nuove uguaglianze: 3) la nuova democrazia

1) “L’altra faccia delle globalizzazioni, di tutte le globalizzazioni, è la spinta ripiegamento difensivo, a volte fino al conflitto sanguinoso. Una chiusura che porta alla ricerca di comunità omogenee, l’attacco contro il diverso, l’egoismo, il pensare solo a sé stessi. In particolare l’Italia ha vissuto questo processo con l’indebolimento del tessuto comune. Un problema che prende vita da questioni genetiche che non sono mai state risolte. 150 anni fa chi si trovò di fronte a fare i conti con 6/7 sistemi amministrativi, economie diverse, lingue diverse, sistemi scolastici diversi, monete diverse, optò per una centralizzazione burocratica forte. C’era un’unità da fare. Un’unità che però non significava ancora unificazione! Un processo che impattava sui territori che erano ancora statarelli più o meno piccoli. Iniziò un periodo di centralizzazione e tutti gli estremismi erano trattenuti da fatto del rischio di rompere un’unità fragile. La paura di rompere. Nel 1951 Tullio de Mauro si chiedeva perché oltre il 50% fosse ancora analfabeta: l’esigenza di “costruire” prima gli italiani si combinava nell’insegnamento forzato di una lingua fatta di dialetto e l’italiano. E fu proprio il fatto di dover insegnare l’italiano a ritardarne l’apprendimento. Furono le forze politiche popolari a favorire il radicamento nazionale. Si passo dal localismo al senso nazionale: un localismo visto in chiave più ampia, visto in chiave di riforma universale. Una forza unificante.

Oggi tra localismo e la globalizzazione di chiusura ci troviamo ad un bivio. Per noi la risposta è il federalismo ma solo pensato come mezzo più efficiente avvicinare tutti a comuni standard di cittadinanza, a rispettare gli obiettivi dell’articolo 3 della costituzione”.

“Questo – ha continuato Bersani – incide in profondità nel nostro carattere più intimo: siamo dubbiosi di noi stessi ma visti da fuori nessuno è come l’italiano, con i nostri luoghi, i nostri posti e che facciamo, le cose che piacciono a tutto il mondo”.

2) Per Bersani è evidente la presenza di nuove disuguaglianze “che oggi impediscono l’unità del paese e la sua ripresa. Dopo la guerra, con contrattazione collettiva, le politiche sociali, la ripresa economica, l’affermazione della classe media, le disuguaglianze si ridussero. Fu una crescita acquisitiva per i nuovi ceti e la funzione della politica fu determinante. Nei decenni successivi si è assistito progressivamente all’ampliarsi della forbice della disuguaglianza con il conseguente crollo della classe media”. La globalizzazione estremizzata portò la distruzione del lavoro e dell’occupazione fino alla crisi economica e sociale attuale. “Nel ’29 ci fu il new deal, oggi cosa c’è? C’è il rischio che vengano ripresentati i modelli di prima: chiusura e frantumazione del lavoro.
Noi vogliamo la reciprocità tra sud e nord perché quando il sud si allontana dal nord, il nord si allontana dall’Europa. Il progetto del PD punta su parametri di crescita e civilizzazione a partire dal ruolo delle donne, dal contributo dei nuovi italiani, di quelli che sono nati qua e che devono essere cittadini italiani. Chi ha di più deve dare di più in questo processo di coesione. La crescita va letta in una chiave acquisitiva: un po’ di crescita e un po’ di giustizia in più è l’unico modo per ricominciare a pensare di essere un paese solo con un futuro solo”.

3) Le prospettive di democrazia nell’ultimo decennio sono scivolate. Restiamo sì tra i primi dieci paesi del mondo ma rispetto agli altri stiamo scivolando sotto tutti gli indicatori. Ci siamo bevuti un modello populista che ha portato la destra. Ma è un modello che non può produrre riforme ma solo disgregare attraverso la personalizzazione estrema. Con il populismo non si possono avere soluzioni ma solo pratiche per ottenere il consenso nel breve termine. Si acquista consenso ma non si dà risposte: infatti non c’è nessuna riforma durante il periodo di Berlusconi.

“La democrazia deve invece risolvere i problemi e farlo attraverso la partecipazione. Ora c’è la sua deligittimazione perché non è in grado di prendere decisioni. “Stiamo assistendo alla riforma della democrazia rappresentativa. Dobbiamo quindi esercitarci per un riforma repubblicana che riguarda il Parlamento, riguarda la legge elettorale (che sia espressione della volontà popolare), che riguarda i partiti: i partiti (e noi rivendichiamo il fatto di essere gli unici ad aver scelto di chiamarci partito) servono a tenere insieme questo paese. Non servono capi e capetti ma maggioranze che tengano. La leadership non può contare più delle istituzioni, dei partiti e dei singoli individui. Serve una legge sui partiti per la loro trasparenza, il loro finanziamento, la loro gestione. Leggi liberali e leggi civiche impostate sulla reciprocità, civismo. La riforma repubblica passa anche e soprattutto dalla ripresa del sogno europeo troppo abbandonato dalle scelte di chiusura”.

Bersani ha chiuso il suo intervento con due citazioni. Una di Alexis de Toqueville legata al fatto che “le repubbliche democratiche rendono immateriale il dispotismo” ma – ha aggiunto il leader democratico “non è detto che liberarsi di una persona significhi liberarsi del problema”.

L’altra citazione è quella di Antonio Gramsci che disse “noi fummo travolti dagli avvenimenti, dalla dissoluzione generale della società italiana diventata un crogiolo incandescente. Noi – ha concluso Bersani – non saremo una parte della crisi, noi saremo la soluzione”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

"La politica curi la sua malattia", di Giuliano Amato

L’uscita di Emma Marcegaglia sulla solitudine degli imprenditori ha provocato una pluralità di commenti, nutriti in più casi da spunti velatamente o anche esplicitamente critici nei suoi confronti, che sembrano tuttavia non vedere la piaga su cui la presidente di Confindustria ha messo giustamente il dito. C’è chi ha letto nelle sue parole la nostalgia per i vecchi incentivi che oggi la politica non offre più e ha auspicato al loro posto una politica industriale fatta largamente dal basso dalle stesse imprese, innovando e puntando sulle esportazioni. C’è chi ha invitato gli imprenditori ad assumersi le responsabilità che non si assumono, perché ciò che non va non è tanto la politica, quanto il fatto che tutti si comportano come i politici, ripetono cioè gli elenchi, noti e stranoti, delle cose da fare, ma non hanno il coraggio di spendersi per la loro realizzazione.
Ebbene, c’è sempre una parte di ovvia verità in affermazioni del genere. Ma la ragione della solitudine denunciata da Emma Marcegaglia non è la mancanza d’incentivi. La questione da lei sollevata è un’altra e va al cuore della malattia politica di cui oggi soffre l’Italia.
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Ricapitoliamo gli antefatti. I lettori del Sole 24 Ore sono fra coloro che sanno quanto sia cruciale per l’Italia dotarsi di un ritmo di crescita che superi la media così bassa degli ultimi dieci anni e si porti almeno al 2 per cento. Ne va della nostra capacità di ridurre il debito pubblico così come da oggi nell’Eurozona saremo tutti tenuti a fare, senza infilarci in un circolo vizioso che ci porterebbe prima a ridurre il nostro tenore di vita e la disponibilità stessa dei servizi di cui ancora godiamo, poi a subire una caduta del Pil e delle entrate che ci farebbe anche perdere il controllo del debito, e infine a trovarci alla mercé dei mercati.
È di gran lunga la questione più drammaticamente importante che l’Italia abbia davanti e tale viene considerata dagli esperti e dagli studiosi che da tempo la tengono d’occhio e da tempo hanno identificato sia i problemi irrisolti a cui l’Italia la deve, sia le soluzioni con le quali la potrebbe fronteggiare. Già, perché tutto possiamo dire fuorché sostenere che ci troviamo davanti all’operare di forze oscure o di circostanze comunque al di fuori della nostra portata. Non è così. Proprio Emma Marcegaglia e io ci siamo trovati giorni fa a far notare a chi ci ascoltava che ci si sente addirittura in imbarazzo a fare per l’ennesima volta l’elenco delle disfunzioni e diseconomie italiane e dei modi in cui le si potrebbe almeno ridurre, in vista di una maggiore produttività e quindi di una crescita più elevata. Lo sappiamo di avere molte eccellenze e molte imprese capaci di esportare, ma sappiamo anche di averne molte di più che non sono in grado di seguire questi esempi perché sono troppo piccole e la loro crescita è scoraggiata da un insieme di fattori, che vanno dalla finanza, alla disciplina del lavoro, al peso delle diseconomie esterne.
Lo sappiamo che il nostro sistema d’istruzione nell’insieme è ancora buono, ma sappiamo che vi sono tanti percorsi universitari tarati più sulle ragioni dei docenti che su quelle dei discenti. Lo sappiamo di avere degli ottimi treni veloci, ma sappiamo anche che le infrastrutture del Paese soffrono di arretratezze e ritardi che riusciamo a ridurre soltanto con le regole (rischiosissime) dell’emergenza. Lo sappiamo di avere degli ottimi laureati superqualificati, ma sappiamo anche che la nostra arretratezza interna riduce drasticamente per loro le possibilità di lavoro in Italia.
Insomma, una cosa è sicura. La questione italiana non è dovuta al fatto che non conosciamo i nostri problemi o che non abbiamo riflettuto sulle possibili soluzioni. Ciò che ci difetta, davanti ai problemi, è caso mai la capacità di risolverli. Perché? Perché i tanti che possono concorrere all’una o all’altra delle soluzioni che servono non assumono le responsabilità necessarie a tal fine? È ben possibile che sia così e sono sempre benvenuti gli appelli affinché ciascuno faccia la sua parte e rinunci a un presente per lui più comodo in vista di un futuro più sicuro per tutti. È tuttavia altamente improbabile che qualcuno assuma le sue responsabilità, se altrettanto non fanno gli altri da cui dipende il successo comune. Ed è ancora più improbabile in un Paese nel quale si sia indebolito il sentimento dell’interesse collettivo e l’incoraggiamento prevalente sia stato quello di badare ciascuno ai propri interessi.
È il clima allora a non essere quello che dovrebbe, è la forza dell’interesse collettivo a non farsi sentire, è l’urgenza di uscire da un presente gravido di rischi a non essere percepita. Che cos’è allora che manca? Manca quell’essenziale trasformatore che solo la politica può metterci ed è del resto ciò che ne giustifica l’esistenza. La politica non serve a dotarci di leader e di governanti che si limitino a registrare le ansie e i timori dei cittadini, senza mai fare un passo che possa destare il loro temporaneo dissenso. Specie nei momenti difficili, la politica serve a portare al centro della nostra attenzione le soluzioni che servono a uscire dai guai. Serve a mostrare gli eventuali sacrifici che esse ci chiedono oggi, ma anche i benefici che ne verranno domani. Serve a convincere ciascuno che, se un pedaggio ci sarà, non sarà il solo a pagarlo, perché c’è chi assicura l’impegno di tutti. Serve insomma a renderci tutti partecipi della necessità di cambiare e a iniettare in noi la fiducia per farlo davvero.
Ecco, è esattamente questo ciò che oggi la politica, tutta la politica, non sta facendo, dando ragione al sentimento di solitudine di chi avverte l’insostenibilità del presente, si guarda intorno e vede troppi occhi distratti. Dice il ministro dell’Economia: ho appena fatto approvare dal Consiglio dei ministri un corposo programma di riforme per la competitività e la crescita, che ben può placare questo sentimento. Sì, lo può fare, ma di sicuro non lo fa se è soltanto approvato nella “pausa mensa” di una giornata politica destinata ad altro per essere poi discusso nella lontana Bruxelles, e non è invece portato al centro del dibattito pubblico e utilizzato perciò non per alimentare dispute fra specialisti, ma per rendere i cittadini consapevoli di ciò che li aspetta e delle opzioni tra cui scegliere per il loro futuro.
Ci sono stati più momenti nella nostra storia, e l’autunno del 1992 fu uno di questi, nei quali il dibattito sulle prospettive economiche e finanziarie non fu chiuso fra gli specialisti, ma entrò nella coscienza di tutti gli italiani, nutrendo le loro conversazioni e guidando le scelte di chi li informava nei media. So bene che nell’autunno del 1992 eravamo più in zona Cesarini di quanto fortunatamente non siamo oggi. Ma c’era anche una politica che faceva il suo mestiere. È possibile che, disastrata com’era, fosse migliore di quella di oggi?

Il Sole 24 Ore 17.04.11

"Le cose più care", di Marco Rossi Doria

Lunedì mattina la maestra Pina entrerà in classe. Ha cinquantasei anni e nei due terzi del suo tempo di vita ha insegnato a settecento bambini a leggere, scrivere, far di conto, cercare parole sul vocabolario, capire cosa è un atlante. E poi cercare informazioni in rete sul computer, in una sala ricavata in uncorridoio, con macchine vecchie di tre generazioni, avendo lei voluto testardamente imparare a sua volta, aiutata dai figli. E ha insegnato la storia patria – così si chiama. Sui libri scelti insieme alle colleghe. Accordandosi sul merito delle diverse opzioni che il libero mercato dei libri offre. Come prescrive la legge. Mai scelti per ideologia. Ma perché si capiscono meglio.O sono più idonei a quei bimbi lì. E ha insegnato anche a giocare insieme. Con Nadim che è il più bravo della classe e con Pasquale che ha il padre in carcere e Antonietta che ha un braccio solo. E ha insegnato a cantare. A mettere a posto le cose alla fine della giornata. Ad organizzare la gita fuori città e la visita all’acquario. Mette i bimbi in fila. Vede che si salutano con garbo all’uscita. Si ferma e parla con le mamme del quartiere ogni giorno. Raccoglie le loro lamentele sulla mancanza di lavoro, sui debiti, sulla febbre alta dei fratellini piccoli, sulla nonna incontinente per la quale non ci sono abbastanza pannoloni. Lo fa con serenità, costanza, stile e competenza. Per 1500 euro al mese. Dopo trentacinque anni. Pina è catechista nella parrocchia. Non mi ha mai voluto dire per chi vota perché «il voto è segreto». Dice che la scuola pubblica è il luogo salvo del quartiere. Ed è stata contenta quando la Cei a febbraio ha difeso la scuola dagli attacchi del presidente del consiglio. «Il signor B. – così lo chiama – non può parlare né di famiglia né di scuola. Non è titolato. E mi fermo qui. Perché voglio fermarmi, devo fermarmi. Io sono una persona responsabile. Ho fatto della responsabilità il mio lavoro e la mia vita. Sono fatta così. E ora non dobbiamo innervosirci. Dobbiamo solo tenere ancor meglio la scuola. Tutte le scuole. Anche con poche risorse. Lo dobbiamo al rispetto per noi stessi e per l’Italia. Dobbiamo fare come quando si portavano nel rifugio le poche cose più care durante i bombardamenti della guerra – me lo raccontava mia mamma. Dobbiamo aprirle la scuola alle mamme il pomeriggio. Superare le nostre fatiche e andare avanti più forti di prima. Sì, più forti di prima. E lo possiamo fare. E lo sai perché? Perché siamo noi che portiamo il sole in tasca quando usciamo di casa per andare a scuola. Noi!». Ci sono un milione di persone – persone! – che, ognuno come può e come sa, fanno come fa Pina. La mia collega da sempre. Con bimbi piccoli o ragazzi grandi. E milioni di papà e mamme e nonni gli consegnano ogni giorno i figli e i nipoti. In una scuola che può e deve migliorare, cambiare. Ma che è “il luogo salvo”. Per tutti e per ciascuno. Questo è il momento di andare oltre l’indignazione. Il signor B. vuole trascinarci chissà dove. Invece no. Dobbiamo agire da esercito civile, pacifico e capace, quale siamo: responsabilità e tenuta! Ha ragione Pina: “Siamo noi che abbiamo il sole in tasca ogni mattina. Noi!” C’è da lavorare ancor meglio di prima. Guardarsi in faccia. Essere più gentili l’uno con l’altro tra noi che a scuola viviamo. Trovare soluzioni possibili ogni giorno a una emergenza educativa che è grande. E salvare la scuola. Come in tempo di guerra.

L’Unità 17.04.11

"Comune di Parma a rischio per i debiti delle partecipate", di Giuseppe Oddo

La città che nel dicembre 2003 assistette disorientata al crack Parmalat, da qualche settimana è ritornata a fibrillare. Stavolta, però, i problemi non arrivano da Collecchio, il paese in cui ha sede il gruppo fondato (e affondato) da Calisto Tanzi. I timori arrivano da Parma, dal vetusto edificio di Piazza Garibaldi che ospita il municipio. La principale preoccupazione della giunta di centro-destra, guidata dal sindaco Pietro Vignali, sono i conti del Comune. O meglio l’indebitamento delle sue partecipate, di cui risponde in solido l’amministrazione comunale. La società di revisione Kpmg lo ha valutato in 320 milioni al 31 dicembre 2009, 262 dei quali verso le banche, ma la stima per il 2011 è di 500 milioni, un dato davvero preoccupante.
L’opposizione di centro-sinistra ritiene che l’ente locale rischi il dissesto. E rilievi particolarmente critici sono emersi da una delibera della Corte dei conti dell’Emilia Romagna depositata il 7 aprile. La magistratura contabile, che sulla vicenda ha peraltro in corso una propria attività istruttoria, segnala l’esistenza di «gravi irregolarità» nel bilancio preventivo del 2010 dovute al fatto che il documento «non risulta redatto in conformità ai principi di sana e prudente gestione finanziaria e di veridicità ed attendibilità delle scritture contabili».
L’origine di queste irregolarità è nei contratti che regolano i rapporti tra l’amministrazione parmigiana e le società da essa partecipate. Per aggirare i vincoli di finanza pubblica, ossia i tetti di spesa fissati con il patto di stabilità, la giunta ha infatti venduto i beni del Comune a società per azioni per la maggior parte interamente possedute dallo stesso ente locale, facendole indebitare verso le banche e garantendone tutte le obbligazioni, quindi anche i debiti, con delle lettere di patronage. Il Comune ha in altre parole venduto i suoi beni a se stesso, iscrivendo a bilancio – osserva la Corte dei conti – plusvalenze patrimoniali «attraverso alienazioni cosiddette infragruppo, cioè cessione a titolo oneroso di patrimonio comunale a società partecipate/controllate dall’ente medesimo».
Le lettere di patronage – chiosa la Corte – sono strumenti atipici di derivazione anglosassone (una sorta di fidejussione) che determinano un rapporto di garanzia improprio tra il patronnant e il creditore. Ciò in altre parole significa che, in caso d’insolvenza di una o più società partecipate, il Comune di Parma ne risponderebbe in tutto e per tutto. Rientrano per esempio in questa casistica le lettere rilasciate dal Comune a favore della Banca Monte Parma per un mutuo ipotecario ventennale di 2,64 milioni erogato a It City nel dicembre 2009 e per un finanziamento di 14,5 milioni erogato a Parma Infrastrutture nel settembre 2006.
I maggiori rischi gravano su Stt, Società di trasformazione del territorio, una holding costituita nel 2009 per raggruppare e coordinare, all’interno un unico centro di potere, tutte le società comunali costituite per la realizzazione di grandi opere di riqualificazione del territorio. Kpmg scrive nel suo rapporto che il 60% dell’indebitamento totale delle partecipate, vale a dire 192 milioni su 320 certificati nel 2009, è riconducibile in prevalenza proprio alle società facenti capo a Stt, tra cui in modo particolare Spip, Stu Stazione, Pasubio e Alfa. Spip (Società parmense per gli insediamenti produttivi), che vende aree attrezzate per la localizzazione delle imprese, ha un’elevata esposizione finanziaria, «mostra una situazione di sottocapitalizzazione», scrive Kpmg, e un interest coverage ratio, cioè un livello di sostenibilità dell’indebitamento, largamente insufficiente. L’interest coverage ratio indica la capacità di generare risorse a copertura del costo dell’indebitamento. Stu stazione, che ha in carico i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Parma, ha circa 75 milioni di debiti, di cui 48 verso banche, e un livello di sostenibilità del debito definito critico. Altri 50 milioni di indebitamento, di cui 28 verso banche, si trovano nella Pasubio, costituita per il recupero e la valorizzazione di un’area industriale dismessa e degradata di Parma. Anche questa società ha un tasso di sostenibilità dell’indebitamento largamente insufficiente. Ed è a sua volta sottocapitalizzata Alfa, la Spa preposta al piano di ristrutturazione del quadrante nord-ovest di Parma. Essa è molto indebitata verso Banca Monte e utilizza anche un finanziamento infruttifero erogatole dalla controllante.
La situazione del gruppo Stt appare in sostanza la più compromessa sul piano finanziario. Non a caso il sindaco ha chiamato alla presidenza della holding, nel dicembre 2010, Massimo Varazzani, l’avvocato parmigiano ex amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, nominato anche commissario per la gestione del debito del Comune di Roma. E commissariale è apparsa fin dal primo momento la sua presenza in Stt, il cui tracollo farebbe colare a picco i conti del Comune e di conseguenza la giunta Vignali.
Varazzani sta adoperandosi per ottenere consistenti dilazioni di pagamento dai creditori e far sì che le banche, spaventate dalla bufera politico-giudiziaria abbattutasi sul Comune, riaprano i rubinetti del credito. Ma la sua è una corsa contro il tempo. Sono infatti all’opera già da mesi il nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza e la Procura di Parma. E gira voce che l’inchiesta possa compiere a breve un salto di qualità.

Il Sole 24 Ore 17.04.11

"Sentenza TAR, sconfitta del Ministero. Ma i tagli restano", da La Tecnica della Scuola

I tagli ormai sono stati fatti e non si torna indietro. Chi ha subito danni potrebbe fare una causa civile, ma il Ministero potrebbe sanare la questione e chiedere l’intervento delle Commissioni parlamentari. La sentenza con cui il Tar Lazio dichiara l’illegittimità dei decreti interministeriali del 2009 e del 2010 in materia di organici (ne parliamo in altro articolo del sito) rappresenta senza dubbio – almeno per ora- una vittoria delle organizzazioni che hanno sostenuto il ricorso e una sconfitta del Ministero dell’Istruzione.
Fermo restando il fatto che il Ministero può ricorrere al Consiglio di Stato e che spetterebbe a questo organo dire l’ultima parola sulla vicenda, il dispositivo del Tar Lazio mette in evidenza un comportamento un po’ troppo semplicistico del Ministero che non si sarebbe “ricordato” dell’esistenza di una norma risalente addirittura al 2001 secondo la quale i decreti interministeriali sugli organici dovrebbero essere adottati previo parere delle Commissioni parlamentari competenti.
La norma in questione, tra l’altro, è l’articolo 22 della legge 448 del 2001, ossia della legge finanziaria per il 2002 approvata quando Silvio Berlusconi era Presidente del Consiglio e Giulio Tremonti ministro del Tesoro.
Adesso, però, bisogna capire se questa vittoria nelle aule giudiziarie potrà avere conseguenze pratiche.
Una prima osservazione pratica è questa: i decreti sono illegittimi ma ormai sono stati applicati e i tagli sono stati effettuati e sarebbe illusorio pensare che i 50mila posti cancellati possano essere ripristinati.
Tutt’al più – e la sentenza del Tar lascia intravedere questa possibilità – chi è stato leso dall’applicazione dei decreti potrebbe intentare una causa civile nei confronti del Ministero e chiedere il risarcimento dei danni.
Ma, come si sa, i processi civili nel nostro Paese sono costosi e interminabili.
E, nel caso in questione, sarebbe forse sufficiente che il Governo acquisisse ora i pareri delle Commissioni parlamentari sanando in tal modo l’irregolarità.
Anzi, è molto probabile che sul decreto interministeriale per il 2011/2012 venga richiesto il parere del Parlamento e che, nella stessa occasione, si chieda alla Commissioni di ratificare anche i due decreti contestati dal Tar.
Insomma: diciamo che la sentenza di questi giorni equivale ad un sonoro 2-0 inflitto al Ministero al termine del primo tempo, ma – per continuare con il gergo calcistico – “la palla è rotonda” e bisogna quindi aspettare il fischio finale per capire chi vincerà la partita.

La Tecnica della Scuola 17.04.11

"Bazoli: clima teso, rischioso cambiare la Costituzione ora", di Francesco Antonioli

«La Costituzione va difesa. Non è il momento più adatto per rivederla: non stiamo dando il meglio di noi, come italiani; mancano passione civile, valori comuni. Altro che nuova Costituente… Si respira un “estremismo estremo”. È preoccupante che le ragioni dell’unità risultino offuscate». Parole, appassionate, di Giovanni Bazoli, classe 1932, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, intervenuto ieri alla «Biennale Democrazia» in corso a Torino. A Palazzo Madama ha dialogato con il direttore de La Stampa Mario Calabresi sulla nostra carta fondamentale.
«Non mi sono mai sbilanciato in politica – incalza il banchiere bresciano –; mi espongo, invece, per sostenere la Costituzione, la casa comune che mantiene e costruisce l’unità del nostro Paese». Bazoli – una professione di avvocato lasciata per gli impegni nel mondo della finanza, giurista di formazione, poi docente alla Cattolica di diritto amministrativo e diritto pubblico – ha argomentato le sue tesi sul filo della memoria personale. Del padre Stefano, soprattutto, deputato democristiano alla Costituente: «Ha saputo trasmettermi l’entusiasmo di quegli anni». Un’energia – precisa – che nel genitore nasceva anche dal «fascino d’incontrare persone di orientamento differente, come il latinista Concetto Marchesi, con cui c’era sì un confronto pure aspro, ma sempre alto, senza eccessi».
È la nostalgia per un clima che non c’è più: «Il pensiero liberale – rileva – ha sempre avuto capacità di rinnovarsi, eppure, caduto il comunismo, non si è più espresso al meglio». Giovanni Bazoli, così, racconta dell’educazione cattolica ricevuta (il nonno Luigi è stato tra i fondadatori del Partito popolare con don Sturzo) e alimentata in un ambiente borghese-liberale, che aveva riferimenti forti in figure come Arturo Carlo Jemolo. La Costituzione va modificata perché contiene “scorie comuniste”? «Critiche infondate di qualcuno – taglia corto Bazoli –. La carta frutto di un compromesso tra le culture cattolica, marxista e liberale? Ogni legge, nelle democrazie, è figlia di un compromesso. Ma su valori forti. Non dimentichiamo, però, che alcune istituti di garanzia, come la Corte costituzionale o i referendum, vennero osteggiati proprio da Togliatti, che addirittura sosteneva l’eleggibilità della magistratura. Il primato assoluto della maggioranza al potere non va spinto oltre i limiti. Lui era sicuro di vincere le elezioni del 1948. Per fortuna non accadde. Allora, si sa, non c’erano sondaggi…».
Riferimenti all’attualità? Punzecchiature? «Nulla di tutto questo – ribatte –. Fa bene il presidente Napolitano quando richiama all’equilibrio tra i poteri. La seconda parte della Costituzione, intendiamoci, può essere modificata, ma non in maniera illimitata, perché deve essere coerente con i princìpi enunciati nella prima parte». Bazoli sfoglia carte e appunti; cita i discorsi dei padri costituenti (Calamandrei, La Pira, Croce). E sostiene che certi guasti istituzionali di oggi andrebbero cercati anche nei ritardi dell’attuazione della Costituzione: «Si parla di federalismo: bene, a patto che sia rigoroso – conclude il banchiere –, ma se le Regioni fossero state avviate prima del 1970 oggi non ci troveremmo a questo punto».

Il Sole 24 Ore 17.04.11

"Privatizzare la libertà statale", di Adriano Prosperi

Sulle mura di Milano è ancora fresca la colla dei manifesti che attaccano i giudici come terroristi dando voce alle irresponsabili piazzate di un capoparte populista: e oggi è sempre lo stesso capoparte che si lancia in un nuovo attacco a testa bassa, questa volta contro la scuola pubblica. Si tratta di attacchi eversivi nel senso proprio del termine, diretti cioè a distruggere le istituzioni statali. Non è per caso se si è passati dai giudici delle Procure alla scuola pubblica. Sono i luoghi dove per definizione tutti i cittadini sono o dovrebbero essere posti in condizioni di uguaglianza nel godimento di diritti fondamentali. Se non lo sono, questo accade per strozzature sociali a monte che i padri costituenti della Repubblica ebbero ben presenti e indicarono come ostacoli da rimuovere. Oppure accade per strozzature a valle, perché le risorse disponibili sono scarse, perché si taglia il personale che dovrebbe garantire il funzionamento delle istituzioni pubbliche più delicate. Sappiamo molto bene come, riducendo mezzi e persone, chi manovra le finanze statali possa uccidere le reti istituzionali della vita associata: lo vediamo tutti i giorni sotto i nostri occhi.
Non è difficile però comprendere le ragioni dell´odierno attacco contro la scuola pubblica. Vediamole, premettendo che l´accusa alla scuola pubblica di essere un luogo di indottrinamento ideologico da parte della sinistra è una tesi indimostrabile e speciosa. Ma è probabile che l´attacco del premier sia stato ispirato dalla scoperta fatta dai 19 deputati del Pdl guidati dall´onorevole Gabriella Carlucci che nei manuali di storia c´è chi “getta fango su Berlusconi”, da cui la richiesta di una commissione d´indagine. Se tutto il problema si riduce a questo, si faccia pure l´indagine: ma non certo per sostituire i manuali oggi scelti autonomamente dagli organi scolastici competenti con la lettura obbligatoria dell´autobiografia del premier. La scuola pubblica è tale proprio perché è il luogo della serietà e della libertà dell´apprendimento, cioè l´esatto contrario dell´indottrinamento passivo. La scuola pubblica come palestra di formazione non può che essere luogo di responsabile libertà del docente e dell´impegno serio e assiduo dei discenti, mentre allo Stato deve garantire quel principio liberale del premiare i capaci e meritevoli tra i docenti e tra i discenti. Su questi e non su altri fondamenti è nata la scuola che, dai tempi di Napoleone, si definisce “pubblica” per distinguerla da quella “privata”.
C´è però una ragione più generale alla radice di questa polemica: l´avversione contro tutto ciò che è pubblico, dall´ordinamento istituzionale del paese ai valori della carta costituzionale che lo tengono unito. È questo che suscita la reazione dell´uomo che sta risucchiando nei gorghi del suo privato tutto ciò che tocca. Quello che vediamo è la versione italica di un conflitto profondo e sostanziale tra la privatizzazione capitalistica delle risorse pubbliche e i fondamenti stessi della democrazia. In un progetto che tende allo svuotamento della sostanza democratica e costituzionale del paese la scuola non è un obbiettivo secondario. Come ha ricordato il presidente Napolitano, è alla scuola e all´istruzione pubblica che spetta un compito fondamentale: «Diffondere tra le nuove generazioni una più approfondita conoscenza dei diritti e dei doveri che da più di mezzo secolo la Costituzione repubblicana garantisce e indica a tutti i cittadini». Un compito importante e delicato : è stato ancora Napolitano a sottolineare quanto ne dipenda la crescita del paese nel contesto del sistema e dei valori dell´Europa unita. Ecco perché non bisogna stancarsi di difendere i diritti alla scuola dall´attacco dei privatizzatori; ed ecco perché agli studenti bisogna chiedere che non si stufino di difendere la scuola pubblica dagli attacchi di chi avrebbe tante ragioni per dichiarare fallimento e ritirarsi da una scena politica dove ha portato solo divisione e scandali.

La Repubblica 17.04.11

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«Le ossessioni del capo», di Carlo Galli

Nella prossimità delle elezioni Berlusconi si scalda e ricorre ai suoi cavalli di battaglia più logori e pericolosi. Qualcosa è cambiato, tuttavia; il tono è sempre più esasperato, minaccioso, truce, come di chi – nonostante i successi in Parlamento e le mille trappole legali a cui si dedicano i suoi avvocati – si sente perseguitato, colpito, braccato.
E reagisce con crescente furore. Così, i giudici sono ormai comunisti, eversori, un´associazione a delinquere che complotta per indebolire il premier, per danneggiarlo; ed è giusto e opportuno che il Legislativo, le Camere, organizzi una commissione d´inchiesta per appurarlo. Così, il Capo va protetto da indagini e processi, perché il suo ruolo è troppo importante perché lo si possa disturbare con “bazzecole” mentre “deve difendere il suo Paese in politica estera” (la citazione letterale è dovuta). Così, è ormai venuto il momento di vibrare il colpo finale: andare alle urne per elezioni anticipate e confermare l´attuale maggioranza, coesa, dura e pura, per potere finalmente, nel quarto tempo della parabola tendenzialmente infinita di Berlusconi, riformare la Costituzione e in particolare la Giustizia. Così, soprattutto, si potrà mettere in chiaro che la sovranità appartiene al popolo, che la “cede” (letterale) al Parlamento; e che quindi questo – naturalmente si parla della maggioranza, opportunamente prodotta da un´apposita legge elettorale – deve essere lasciato legiferare in santa pace, al riparo dalle pretese di una Corte Costituzionale oggi in mano ai comunisti e ai pm di sinistra, che non si potrà più permettere di disfare con un tratto di penna i frutti di un lungo lavoro parlamentare (con particolare riguardo al lodo Schifani, al lodo Alfano e alla legge sul legittimo impedimento).
Il registro espressivo di questa politica è ormai paradossale, isterico, estremistico: è strutturato per ossessioni. Che sono certamente rivolte a utilizzare e attizzare pulsioni di lungo periodo dell´elettorato del Pdl, ma che ormai sono, altrettanto certamente, condivise anche da Berlusconi, che ne è come prigioniero, in una sorta di perfetta identificazione tra se stesso e il suo popolo. In una solitaria prefigurazione di un regime monocratico.
La prima è quella del comunismo: Berlusconi lo vede ovunque, nei pm, nei giudici, nel personale politico dei partiti d´opposizione. Non sa bene che cosa è, e non si cura di definirlo per i suoi ascoltatori; al riguardo s´intendono benissimo: c´è una sorta di precomprensione empatica tra di loro. Comunismo è una natura diabolica che si impossessa di una persona e non la abbandona mai più, rendendola per sempre malvagia e animata da spirito critico verso la tradizione, il buon senso, le persone per bene e i buoni sentimenti; e soprattutto istillando odio per lui, per Berlusconi. Comunista, anzi, è chiunque si opponga al Cavaliere e alla sua politica, anche se – poniamo – è liberale. Questo anticomunismo è la vendetta postuma del moderatismo italiano contro la sinistra, nell´epoca storica che sta vedendo l´estinzione di questa.
L´altra ossessione, fondamentale, è quella della magistratura – che va insultata e minacciata con particolare enfasi e vigore –; e qui emerge un altro elemento storico chiarissimo: Berlusconi è la rivincita postuma di Craxi su Mani Pulite, ed è al tempo stesso l´esorcisma collettivo della maggioranza degli italiani verso il soprassalto di legalità che li colse vent´anni fa, e che ora va dimenticato come un lontano errore.
L´ultima ossessione – anche questa condivisa da Berlusconi e dalla sua ‘gente´ – è quella del popolo; entità misteriosa, evocata continuamente come ‘sovrana´ contro le élites, anzi contro l´ultima élite sopravvissuta: appunto la magistratura. Che questo sovrano sia maneggiato, attivato e disattivato a piacere da Berlusconi e dalle sue molte macchine comunicative non è percepito dal popolo stesso, che ha appreso da tempo a sentirsi libero solo quando per bocca del Capo può sfogare il proprio rancore postumo contro gerarchie sociali e culturali ormai tramontate. Il trionfo della maggioranza sulla competenza, dell´omogeneità sulla distinzione, si compie così, felicemente, attraverso il magnate populista, attraverso colui che sta costruendo per sé solo l´eccezione assoluta che lo rende superiore a ogni norma e a ogni regola.
È, quello di Berlusconi, un populismo monocratico, reso profondamente antidemocratico appunto dal richiamo al popolo a vantaggio di una persona sola. E soprattutto dalla necessità che il cavaliere ha di alimentarlo con l´attivazione di un conflitto permanente tra il popolo e le istituzioni. Un populismo di micidiale efficacia, che viene da un passato collettivo potenziato dalla volontà di Uno, e che cerca di impadronirsi del futuro; un populismo che è frenato solo, per ora, da ciò che – giustamente – esso identifica come il proprio avversario: il moderno costituzionalismo, il sistema di equilibri e di garanzie, che informa di sé la nostra Costituzione. Il baluardo che ci separa da una postmodernità squilibrata, informe e feroce.

da la Repubblica