Latest Posts

"Non è stato un processo al capitalismo", di Luigi La Spina

La sentenza con la quale i giudici di Torino hanno condannato l’ex ad della Thyssen-Krupp Italia, Harald Espenhahn, a 16 anni e mezzo per “omicidio volontario con dolo eventuale” ha scosso la sensibilità di tutti. Proprio per coglierne i molteplici significati, al verdetto sono stati aggiunti vari aggettivi, definendolo, da una parte, «storico» ed «esemplare», dall’altra, «mediatico» e «politico». Attributi che riconoscono, nella giustificata emotività delle reazioni immediate, l’importanza della decisione, ma che andrebbero analizzati meglio, proprio per evitare di distorcere il valore di quella sentenza, con valutazioni generiche e strumentali.

È certamente la prima volta, almeno in un processo di tale risonanza pubblica, che sia stato riconosciuto «il dolo eventuale» per una morte sul lavoro. Da questo punto di vista, può essere adatta l’iperbole epocale, pur considerando che si tratta di un giudizio su uno specifico caso e, quindi, non estensibile ad altre vicende simili. Al di là del ricorso alla storia, però, sarebbe meglio mettere in luce le conseguenze positive dell’azione della magistratura torinese nella tragedia dell’acciaieria. Innanzi tutto, la dimostrazione che la giustizia, anche in Italia, può concludere, in tempi ragionevolmente brevi, un’inchiesta, pure molto complessa, e tagliare il traguardo del verdetto. Con l’impegno di tutti, come era stato solennemente promesso nei giorni dello sgomento cittadino, e con l’efficacia di metodi d’indagine innovativi e approfonditi.

In un momento in cui la magistratura italiana si trova esposta a una raffica di accuse e a una pervicace volontà di delegittimazione, il segnale che arriva da questa sentenza è importante, perché rinsalda la fiducia dei cittadini, sia sulla verità di quella scritta che compare in tutti i tribunali, «la legge è uguale per tutti», sia sulla possibilità concreta che le vittime di grandi e piccoli delitti riescano a ottenere la doverosa e pronta tutela dello Stato.

In questo senso, può essere giustificato anche l’aggettivo «esemplare», se lo si consideri come ammonimento a una profonda riflessione collettiva sul valore di quella condizione umana che non dev’essere mai subordinata ad altri interessi, economici, geografici, politici, religiosi. Riflessione utilissima e quanto mai attuale, perché si deve applicare con un’attenzione rigorosa al suo rispetto nel mondo del lavoro, ma anche nelle vicende drammatiche dell’emigrazione o nelle tragiche persecuzioni di tanti cristiani in varie regioni del mondo. Più cautela va usata, invece, se questa rivendicazione di esemplarità potesse giustificare una sproporzione tra pena e delitto, come se le esigenze di un solenne e generico avvertimento pubblico sulla gravità di certi comportamenti autorizzassero a sacrificare il capro espiatorio di turno.

Altrettanta attenzione dev’essere rivolta ai commenti di chi spiega la sentenza con il clima di emotività generato dalla cosiddetta «pressione mediatica» esercitata sui giudici da stampa e tv. È indubbio che il rogo della Thyssen abbia sconvolto i sentimenti dell’opinione pubblica e, in particolare, quelli della città di Torino. La costituzione di parte civile delle istituzioni locali e il riconoscimento del loro diritto, sanzionato dal verdetto, rispecchiano appieno il valore della solidarietà e dell’affetto per i familiari delle vittime espresso in quei giorni dall’intera comunità, nazionale e cittadina. Per comprendere la profondità di quel dolore collettivo, basti ricordare, poi, il significato, anche simbolico, che l’industria e la fabbrica hanno nella storia e nella memoria di Torino.

È giusto, perciò, che angosce e lacrime siano entrati, con la forza delle immagini di carni straziate dalle fiamme, in quell’aula. Ma è altrettanto giusto ritenere che i giudici abbiano trovato convincenti le prove sulla responsabilità dell’imputato nel non applicare le norme di sicurezza che, pure, la casa madre tedesca gli suggeriva, attraverso un cospicuo stanziamento di spesa. Intervento negato, con la scusa di una prossima chiusura dello stabilimento. Saranno anche i giudici di secondo grado a valutare la saldezza di quelle prove, ma l’argomentazione dell’accusa per chiedere la condanna induce a non autorizzare sospetti di una volontà «politica», di una giustizia moralizzatrice e purificatoria.

Era proprio un grande giurista piemontese, storico collaboratore del nostro giornale, Alessandro Galante Garrone, infatti, a diffidare della validità di atteggiamenti generici e strumentali. In un editoriale sulla «Stampa» del 13 giugno 1964, a proposito dell’inchiesta sui presunti reati amministrativi del segretario del Cnen, Felice Ippolito, scriveva parole che è utile ricordare: «Si è parlato, immaginosamente, di bisturi, o di spada tagliente, o magari di scopa vigorosa. Alla radice di queste propensioni, c’è un genuino impulso di rivolta morale; ma c’è anche qualcosa di vagamente inquietante, una visione apocalittica delle cose, una concitazione emotiva che può farci perdere di vista i principi essenziali».

Proprio alla luce di questo alto avvertimento morale, prima ancora che giuridico, è opportuno stigmatizzare altre reazioni che, nella concitazione dei commenti, hanno voluto piegare il verdetto a interpretazioni faziose. Il processo Thyssen non è stato il processo al capitalismo tedesco, attento alla difesa dei lavoratori in Germania e negligente quando si tratta degli operai italiani. La sentenza ha condannato un comportamento specifico di un dirigente. I passaporti del colpevole e quelli delle vittime non devono influenzare i giudizi e, soprattutto, i pregiudizi. Perché la morte degli uomini e la loro coscienza morale non hanno confini.

La Stampa 17.04.11

"Il rispetto che meritano gli insegnanti", di Sofia Toselli*

A volte tornano e si ripetono. Berlusconi ha detto, anzi questa volta ha scritto, che gli insegnanti della scuola pubblica, ovvero dello Stato, “inculcano” le loro idee agli alunni, contravvenendo ai valori delle famiglie. Detto in altro modo, il premier esorta a diffidare degli insegnanti perché sono tutti, tranne probabilmente quelli delle scuole private, pericolosi sovversivi, post-sessantottini e comunisti. Peccato però che una ricerca del Cidi «Gli insegnanti italiani e la scuola della Costituzione» smentisca la convinzione del premier e della sua maggioranza. L’indagine ci dice che solo il 30% degli insegnanti si colloca a sinistra. Non solo, sono proprio i docenti di sinistra che intendono la professione «come una funzione pubblica con gli obblighi e i diritti dei dipendenti dello Stato». Si smetta perciò di lanciare ingiurie e si accetti il fatto che i docenti italiani sono lontani da ogni ideologia. Si dica piuttosto che sono i meno pagati d’Europa, che lavorano tra mille ostacoli, in scuole spesso fatiscenti, prive di risorse, con scarsi laboratori e insufficiente organico. Una volta per tutte si riconosca che fanno un lavoro faticoso e difficile che avrebbe bisogno di grande considerazione. Oggi non basta più insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Bisogna formare persone capaci di muoversi nell’intero spazio culturale tra saperi nuovi e nuove tecnologie, tra tradizione e modernità, tra norme e creatività. E bisogna saper riconoscere la diversità dei caratteri, degli stili e dei tempi di apprendimento di ciascuno. Trovando di volta in volta i modi per valorizzarne potenzialità, per suscitare interessi, dubbi e curiosità. Per abituare ad alzare lo sguardo e a ragionare con la propria testa. Gli insegnanti sanno che la loro azione è positiva solo se produce conoscenza, se induce processi mentali, se spinge verso comportamenti più maturi. Magari più maturi di quelli dei padri. Ci si interroghi su che cosa voglia dire fare scuola a bambini soddisfatti nei desideri materiali, ma lasciati soli di fronte all’irrompere di sentimenti ed emozioni. A ragazzi martellati dal consumismo, dalle mode omologanti, da bisogni indotti, che vivono in una società che li spinge a considerare altri luoghi più desiderabili della scuola, altre cose più appaganti dello studio. E si ammetta che gli insegnanti sono rimasti soli ad affermare i valori della cultura, del rispetto, dell’onestà, del giusto e del bello. A fronte di una società paralizzata dall’incapacità di trovare una via d’uscita al degrado civile ed etico in cui è intrappolata. Basta allora parlare di insegnanti con l’arroganza di chi pensa di sapere tutto, anche di che cosa si fa a scuola.

*presidente CIDI

L’Unità 17.04.11

******

Solo il 30% di sinistra. I prof, in solitudine, credono nella scuola”, di Fabio Luppino

Il 70% degli insegnanti non è di sinistra (posto che poi essere di sinistra sia un male). Berlusconi è clamorosamente smentito dal voluminoso dossier prodotto dal Cidi (Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti) e dal Comitato 150. L’inchiesta riguarda un campione di 2400 docenti provenienti da 53 istituti presenti sul territorio nazionale a cui è stato sottoposto lo scorso anno un articolato questionario. Tra le domande anche quella sulla tendenza politica. Solo il 30% afferma di collocarsi a sinistra, circa il 9% al centro e il 5,2% dichiara di essere di destra. Ma c’è un 55% che sta tra quelli che non rispondono o che non ritengono di collocarsi rispetto a questo argomento. Chi è sotto i 34 anni, ma anche chi sta sotto ai cinquanta non considera questo un elemento importante per la propria professione. E il dato viene indirettamente confermato da un altro riscontro. Solo il 6,9% dichiara di aver partecipato ad attività di partiti e movimenti politici. Mentre un buon 23,2% fa parte di associazioni e gruppi religiosi o parrocchiali; il 17,9% fa parte di associazioni ed organizzazioni di volontariato; un buon 29,7% si occupa di associazioni culturali esterne alla scuola. Mentre un buon 38% o non ha mai fatto parte di attività di questo tipo (21,9%) o ha preferito non rispondere. Berlusconi getta discredito sui docenti e la scuola pubblica, ma anche sul suo stesso elettorato potenziale. Dalla ricerca emerge che il 24% di coloro che si collocano a destra ritiene che l’insegnante svolga un’importante missione sociale. Il capo del governo, così come con i magistrati, affonda contro una categoria che non può controllare, garantita anch’essa dalla Costituzione. Ma contro la quale sta operando pesantemente da tre anni, avvilendo la funzione docente con tutti i mezzi necessari, l’unico governo europeo che sta disinvestendo sull’istruzione, e dunque sui giovani. Sul futuro. Malgrado tutto, malgrado siano i meno pagati nella media Ocse ed europea, malgrado la loro funzione sia vilipesa da decenni come sempre colpendo nel mucchio, malgrado le famiglie mostrino tanto arroganza quanto inconsistenza argomentativa nel rapporto con gli insegnanti arrivando spesso a mettere avvocati per difendere le insensatezze dei propri figli (e così le loro), malgrado siano considerati economicamente e socialmente meno di un operaio specializzato i professori resistono. E, secondo il dossier, continuano a credere in una funzione nobile che, a partire da Berlusconi, gli viene negata quotidianamente. All’impegnativa domanda su quale debba essere il compito principale della scuola pubblica, oltre che far acquisire conoscenze, abilità e competenze il 77,1% degli insegnanti ha risposto che deve contribuire a far sì che ciascuno dia il meglio di sé e migliori i propri livelli di partenza, tentando di ridurre le differenze. Una risposta commovente che cozza contro tutte le spinte negative che arrivano sulla scuola dalla politica così come da ampi pezzi della società. Esito complementare con una altro quesito, quello relativo ai principali motivi di insoddisfazione. Non è come, si può pensare visti i bassi stipendi la non riconosciuta progressione di carriera anche economica, che pure nelle risposte è pari al 52,7%. No. Quel che più deprime gli insegnanti è il non adeguato riconoscimento da parte della società, il 69,4% lo dice. Questo dossier, così articolato e ricco sulla professione docente, dalle scuole primarie alle superiori, dovrebbe stare sul tavolo di qualsiasi leader politico che ha cuore il futuro di questo Paese. Berlusconi lo sta spegnendo ogni giorno di più.

L’Unità 17.04.11

Scuola, Pd: da premier paturnie da gerontocomio

Ghizzoni: “Mancava solo che dicesse che gli insegnanti della scuola pubblica si mangiano i bambini e avremmo fatto filotto. Queste sono paturnie da gerontocomio che non incantano più nessuno e che si commentano da sole. Non abbiamo dubbi invece sulla sincerità dell’affermazione del premier sull’impegno del governo per ‘valorizzare il ruolo delle mamme nella famiglia’: le politiche del governo stano estromettendo le donne dal mondo del lavoro e dalle professioni per tornare alle casalinghe di littoriana memoria”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

******

Berlusconi attacca ancora la scuola pubblica
“Insegnanti con valori contrari alla famiglia”
Messaggio del premier alla riunione dell’Associazione delle mamme: “Ora potete scegliere liberamente quale educazione dare ai vostri figli e sottrarli ai professori di sinistra”. Silvio Berlusconi, in un messaggio inviato a Padova a una riunione dell’Associazione nazionale delle mamme, ha sottolineato che i genitori oggi possono scegliere liberamente “quale educazione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnamenti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi dal quelli della famiglia”.

Un attacco frontale contro la scuola pubblica che richiama quello già fatto dal premier alla fine dello scorso febbraio in un intervento al congresso dei cristiano riformisti. In quell’occasione il presidente del Consiglio, citando a sua volta il suo discorso del ’94 in occasione dell’avvio del suo impegno politico, aveva detto: “Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”.

Il premier oggi, parlando poi dell’azione del governo ha ricordato l’introduzione di leggi contro la violenza sessuale e il reato di stalking. Si è detto quindi convinto delle grandi capacità delle donne: “siete più brave di noi uomini, a scuola, sul lavoro, siete più puntuali , più precise e più responsabili. Anche per questo ho voluto che nel nostro governo ci fossero ministri donne e mamme che sono attivissime
e bravissime”.

“Care mamme – ha concluso – vi garantisco che il governo continuerà a lavorare con lo stesso entusiasmo e con lo stesso impegno per valorizzare il vostro ruolo nella famiglia nel mondo del lavoro e nella società”. Berlusconi nella nota si è congedato con “un bacio e un saluto affettuoso a tute voi con l’augurio che possiate realizzare tutti i progetti e i sogni che avete nella mente e nel cuore”.

da repubblica.it

******

Berlusconi: «Prof di sinistra contro le famiglie»

Silvio Berlusconi rilancia la questione dell’orientamento ideologico nelle scuole pubbliche e lo fa rivendicando tra i provvedimenti di punta del suo governo il «bonus per la scuola privata, perché i genitori possano scegliere liberamente quale educazione dare ai loro figli», ma anche per consentire loro di «sottrarli a quegli insegnanti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi da quelli della famiglia». È quanto il presidente del Consiglio scrive tra l’altro nel messaggio fatto pervenire al convegno ‘Per guardare al futuro’, indetto a Padova dall’Associazione nazionale delle mamme.

«Siamo stanchi di un premier che continua ad insultare la più grande istituzione democratica del nostro paese, la scuola pubblica e chi ci studia e chi ci lavora». Così la responsabile Scuola del Pd, Francesca Puglisi, commenta le parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Secondo la Puglisi questo è uno «schiaffo alle famiglie italiane che hanno fiducia nella scuola pubblica. Meno male, invece, che c’è la scuola pubblica». L’esponente del Pd, poi, riferendosi alle ragazze, dice anche che non c’è bisogno di «vendersi ad un vecchio signore inceronato come il nostro premier. Purtroppo quello che insegnano i maestri a scuola viene distrutto al pomeriggio dalle tv del premier. Quello che viene insegnato a scuola sono i valori costituzionali, il presidente del Consiglio abbia rispetto del paese che è chiamato a governare».

«Le parole di Berlusconi sulla scuola pubblica sono un ignobile attacco, privo di qualsiasi giustificazione reale. Il capo del governo dovrebbe difendere e valorizzare il pilastro educativo del Paese, non additarlo come esempio negativo. Queste parole aiutano a comprendere la vera missione che il governo ha portato avanti in questi anni: tagliare i fondi alla scuola pubblica per aiutare quelle private. L’istruzione pubblica è un valore costituzionale da difendere e ampliare. Berlusconi chieda scusa a tutti gli insegnanti, che, pur in condizioni difficili, continuano a svolgere egregiamente il loro ruolo». Lo afferma il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.

da unita.it

"Ultimo sgambetto alle quote rosa ne uscirà una legge ridicola", di Gianna Fregonara

Sembrava fatta, ma la legge sulle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società per azioni rischia di nuovo di saltare. All’ultimo minuto, quando ormai sembrava solo questione di giorni per l’approvazione finale, un emendamento del governo che recepisce le richieste già avanzate da Confindustria, banche e assicurazioni nei mesi scorsi manda all’aria il compromesso raggiunto faticosamente al Senato tra maggioranza e opposizione. Ufficialmente la politica è bipartisanamente d’accordo che lentamente e con cautela le quote vadano introdotte, sia nell’economia che nella politica (è di questi giorni una proposta per le quote riservate anche nelle elezioni amministrative). E dietro le quinte? Viene da chiedersi, chi ha paura delle quote rosa? Diamo per scontato quei cento-duecento uomini che dovranno cedere il loro posto alle donne. Ma evidentemente anche molti altri se l’ultima proposta avanzata dal governo che è sceso in campo ufficialmente per fermare il compromesso negoziato dai suoi parlamentari è che nel 2015 le donne siano il 10 per cento (una su dieci consiglieri, per piacere non chiamatele quote, chiamatele briciole), poi nel 2018 il 15 o al massimo il 20 per cento. E poi… e poi se la vedranno i nostri nipoti e le nostre nipoti. Perché non è possibile un confronto aperto su una questione che in tutta Europa è scontata? E davvero in Italia non ci sono cento o duecento donne, intellettuali, avvocatesse, manager, per ricoprire degnamente questi ruoli? Gli unici ad essere coerentemente contrari alle quote sono i radicali, e lo rivendicano. Negli altri partiti ci sono però molti che non le vogliono: una bella grana per le cordate e per le nomine pubbliche, tanto per cominciare. Ma essere apertamente contro le quote è antipatico, impopolare e sa di vecchio. Forse, invece, una discussione aperta anche delle ragioni del no potrebbe portare a soluzioni condivise, moderne e attuabili. Perché rinviare di quasi dieci anni le quote rosa significa che entreranno in vigore quando, vogliamo sperare, dovrebbero invece essere superate. Significa anche approvare una legge ridicola.

Il Corriere della Sera 16.04.11

"Un laboratorio contro i luoghi comuni", di Arturo Ghinelli

Facendo finta che la Commissione d’indagine sui libri di testo proposta dalla Carlucci sia una cosa seria e non una provocazione politica che fa il paio con quella proposta da altri della maggioranza, che non sia più punibile “la ricostituzione del partito fascista”,cercherò di rispondere seriamente come insegnante. Facendo finta che la Commissione d’indagine sui libri di testo proposta dalla Carlucci sia una cosa seria e non una provocazione politica che fa il paio con quella proposta da altri della maggioranza, che non sia più punibile “la ricostituzione del partito fascista”,cercherò di rispondere seriamente come insegnante.
Anche da questo punto di vista è un’ulteriore riprova che l’idea degli insegnanti che inculcano valori non è patrimonio esclusivo del Presidente del Consiglio,così come un giudizio complessivamente negativo sugli insegnanti di scuola pubblica.
Gli insegnanti di storia che studiano e si aggiornano a Modena, seguendo i corsi dei professori universitari Antonio Brusa e Ivo Mattozzi, sono molti e da anni cercano di applicare in classe la metodologia del “Laboratorio di storia”, secondo la quale i ragazzi non si limitano a studiare da pagina tale a pagina tal altra del libro, ma, come per tutte le materie scientifiche hanno la possibilità di sperimentare in prima persona il lavoro dello storico. Come? L’insegnante fornisce loro dei documenti originali dell’epoca a cui i ragazzi “pongono delle domande” e ottengono delle
informazioni,fanno delle ipotesi,approfondiscono le parti oscure, esattamente come gli studiosi di storia. Per dimostrare quello che hanno capito poi vengono invitati a scrivere un proprio testo “storico” frutto della rielaborazione collettiva e personale.
Spero che si capisca come si tratti di un approccio complesso ad una materia che è complessa. Ma si può seguire questo metodo anche coi bambini delle elementari?
Certo e anche sugli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Esistono degli itinerari “I luoghi della memoria”offerti dal Comune alle classi,in base ai quali i ragazzi vengono accompagnati in centro a vedere coi propri occhi le strade del ghetto ebraico o il campanile della chiesa che non c’è più, perché è stata bombardata il 13 maggio 1944. Successivamente le classi,se vogliono,possono proseguire l’attività in aula con un laboratorio di storia che prende in esame,ad esempio,l’articolo della Gazzetta dell’Emilia il giorno seguente quel disastroso bombardamento su Modena.
A questo punto del lavoro io chiedo sempre ai ragazzi: ”Chi bombardò Modena?” E adesso con questa metodologia mi sento rispondere: ”Gli anglo-americani”, mentre negli anni in cui non facevamo il laboratorio la risposta spontanea era “Sono stati i tedeschi”perché è luogo comune che “i cattivi”in questa storia sono i tedeschi. Solo così i ragazzi capiscono le virgolette che il giornalista della Gazzetta usa per indicare “i liberatori”che bombardarono la nostra città. Vi sembra che questo sia indottrinamento? Dirò di più, se i ragazzi vengono abituati ad avere sempre questo atteggiamento di ricercatori della conoscenza, pieni di dubbi, ben difficilmente saranno indottrinati anche da grandi. Ma forse è proprio questa prospettiva che dà fastidio a qualcuno. Non certo agli insegnanti di scuola pubblica che in questo modo raggiungono due obiettivi: educano ed istruiscono nello stesso tempo.
Buon lavoro,insegnanti.
PS. Si comincia col bruciare i libri e si finisce a lasciare annegare donne e bambini

Da Scuola Oggi 16.04.11

"Non ci sono più morti bianche", di Luciano Gallino

Una sentenza che è un pesante rimprovero al legislativo e all’esecutivo, oltre che ai padroni: più rispetto per il lavoro. La sentenza a carico dei dirigenti della ThyssenKrupp è molto dura. Su un punto fondamentale, quello di giudicare gli investimenti in tema di sicurezza consapevolmente non effettuati come prova di omicidio volontario da parte dell´amministratore delegato, la Corte ha accolto in pieno le richieste dell´accusa.

Come si aspettavano familiari e compagni delle vittime. Condannando la massima autorità dell´impresa al massimo della pena proposta dai Pm, sedici anni, e cinque dirigenti a pene che vanno da dieci anni – un anno in più rispetto alla richiesta – a tredici e mezzo, la sentenza riafferma con estrema forza un principio cruciale: di lavoro non si può, non si deve morire. Per cui ogni dirigente o imprenditore che non si occupa e preoccupa a sufficienza della sicurezza dei dipendenti sui luoghi di lavoro incorre in una colpa grave. Anche quando non abbia contribuito direttamente all´incidente che ha ucciso qualcuno, ma in qualche modo abbia accettato che esso succedesse come effetto eventuale del suo comportamento. Come decidere di non predisporre adeguate misure di sicurezza in un impianto che di lì a qualche tempo si dovrebbe chiudere o trasferire, perché in fondo esse sarebbero, nella ratio della contabilità aziendale cui un dirigente ritiene di doversi attenere, un inutile spreco. Anche se, per evitare quello spreco, finisce che ci vanno di mezzo vite umane.

La contabilità fondata sull´idea del “non è mai successo, perché dovrebbe accadere adesso?” è molto diffusa nelle imprese di ogni dimensione. Essa contribuisce a provocare oltre mille morti l´anno, decine di migliaia di infortuni invalidanti, nonché gran numero di malattie professionali che rattristano e accorciano la vita. La sentenza ThyssenKrupp è un grosso aiuto per combattere tale cultura. Essa fa severamente presente a dirigenti e imprenditori che se quello che non sarebbe dovuto succedere poi accade davvero, perché loro non hanno preso le dovute misure precauzionali, d´ora innanzi rischiano molto.

Una pena di tal gravità non era mai stata avanzata nelle numerose cause derivanti da incidenti sul lavoro che si sono susseguite negli scorsi decenni. Poiché gravissime erano le colpe degli imputati, si può essere soddisfatti perché giustizia è stata fatta, anche se essa non riduce né l´entità della tragedia né il dolore delle famiglie. Ma v´è un aspetto di questa sentenza che va al di là del senso di restituzione di qualcosa che era dovuto alle vittime, ai loro compagni, ai familiari. Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha pagato un prezzo elevatissimo in termini di compressione dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro, erosione dei diritti acquisiti, oltre che di vittime di incidenti e malattie professionali che la legge sulla sicurezza nei posti di lavoro dovrebbe limitare, se negli ultimi anni non fosse stata indebolita in vari modi dal legislatore. Questa sentenza – che arriva una volta, ma può essere una volta determinante; e verte su un caso specifico, che può però diventare generale – afferma che tutto ciò non è giusto. E che tutti i suoi elementi si tengono, per cui se si attenta a uno si compromettono anche gli altri. Da ultimo è il lavoro a creare benessere per tutti. E´ la base su cui si regge sia la ricchezza privata che quella pubblica. Merita un ampio riconoscimento sociale – lo dice perfino la Costituzione. Perciò né il lavoro né il lavoratore dovrebbero essere trattati come una merce che si usa se serve, si butta da parte se non serve, si cerca di pagare il meno possibile, e non importa poi troppo se chi presta il lavoro ci rimette la vita perché l´impresa, in nome della globalizzazione e del mondo che è cambiato, deve anzitutto far quadrare il bilancio. Dopo la sentenza di Torino, un simile modo di ragionare dovrebbe ridurre un po´ la sua iniqua presa, nel sistema economico non meno che in politica.

La Repubblica 16.04.11

******

“Il lavoro non è solo profitto in fabbrica niente sarà come prima”. Il segretario Cgil Camusso: sentenza storica per la sicurezza, di Roberto Mania

È una decisione giusta: per la prima volta un dirigente viene condannato per omicidio volontario.
C´è in Italia una deriva culturale che porta a sostenere che nelle aziende si possa fare a meno dei diritti. «Questa sentenza dice una cosa precisa: la vita di un lavoratore non si può trasformare in profitto. Non so se sia una decisione storica, so che è la prima volta che un amministratore delegato viene condannato per omicidio volontario. Non era mai successo». Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, misura le parole di fronte alla sentenza della Corte d´Assise di Torino. Riflette su come la tragedia alla Thyssen abbia inciso sulla coscienza di tutta la società italiana, sulle resistenze che ancora ci sono di fronte al tema della sicurezza sui posti di lavoro, su come la tendenza ad abbassare il valore del lavoro possa condurre anche a consumare drammi come quello di due anni fa nello stabilimento siderurgico torinese.
Cosa ha provato quando ha saputo della condanna?
«La prima sensazione è stata positiva, per quanto si possa dire davanti a quella che è stata una vera strage. Ma, d´altra parte, la disattenzione alla sicurezza dei lavoratori in un impianto siderurgico non può che essere colpevole. Ricordo che subito dopo la tragedia, molti lavoratori denunciarono i tanti segnali di pericolo che c´erano stati dentro la fabbrica. E come l´azienda, avendo deciso di chiudere l´impianto, continuasse a produrre senza i necessari interventi sulla sicurezza. Ricordo, addirittura, il tentativo di fare ricadere le responsabilità sui lavoratori».
Cosa significa condannare un capo azienda per omicidio volontario?
«Sia chiaro, non ho nulla di personale, ma credo che sia una decisione giusta. Viene respinta l´idea che per conseguire il profitto si possano sacrificare le condizioni di sicurezza dei lavoratori».
Pensa che questa sia un´idea diffusa in Italia?
«C´è una tendenza secondo la quale bisogna togliere i controlli, ridurre le procedure burocratiche, deregolare. La verità che afferma la sentenza è che la responsabilità della sicurezza dei lavoratori è dell´impresa».
Definirebbe storica questa sentenza?
«Non lo so. Dico che è una sentenza molto importante: non si può scherzare con la vita di chi lavora».
Quasi un riscatto del lavoro, per quanto attraverso una vicenda drammatica?
«Sì. Un riscatto molto doloroso. Ma può essere d´aiuto per ribadire che non può esserci un profitto a prescindere».
Sta dicendo che nel nostro sistema imprenditoriale ci sia questa cultura?
«Io ho visto un governo molto impegnato ad alleggerire la legislazione sulla sicurezza sul lavoro. Quasi un «liberi tutti». Una deriva culturale che porta a sostenere che possa esserci un lavoro senza diritti. Questo c´è. Poi, non c´è dubbio, la crisi economica ha aumentato la pressione sui lavoratori. Non a caso sono aumentate le malattie professionali».
La crisi sta mettendo più a rischio la vita dei lavoratori nelle fabbriche?
«C´è chi ha usato la crisi per sostenere che prima di tutto viene il lavoro e sul resto (diritti, sicurezza, tutele) si può anche sorvolare».
Perché si continua a morire sul lavoro? Solo qualche giorno fa hanno perso la vita due lavoratori alla Saras dei Moratti in un incidente molto simile a quello della Thyssen.
«Perché non si fa tesoro dell´esperienza. C´è una cultura, ripeto, che gioca sulla povertà. Piuttosto penso che manchi un senso di mobilitazione civile per dire che è proprio ingiusto morire sul lavoro. Servirebbe una mobilitazione corale per dire che queste morti sono contro qualunque idea etica della società».
Eppure gli ultimi dati dell´Inail indicano un calo delle morti nell´ultimo anno.
«Ci andrei cauta perché vorrei capire quanto hanno inciso le ore di cassa integrazione, cioè di non lavoro».
In questo contesto culturale che lei descrive, c´è una responsabilità anche del governo?
«In quello che è accaduto non c´è una responsabilità diretta del governo. Ma certo questo governo è corresponsabile nell´aver creato un clima, un atteggiamento culturale, in cui si ritiene che i diritti non siano connaturati al lavoro».
Cosa è cambiato in Italia dopo la tragedia alla Thyssen?
«Purtroppo questo è diventato un paese che consuma qualsiasi notizia molto in fretta».

La Repubblica 16.04.11

"C’è il piano, le riforme dove sono?", di Pier Paolo Baretta

C’è il piano, le riforme dove sono?
Dopo la maratona del processo breve arriva in parlamento la manovra economica. Le nuove regole della governance europea, in vigore da quest’anno – il semestre europeo – obbligano i governi a presentare entro aprile (sulla base delle indicazioni contenute in un documento: l’analisi annuale della crescita, inviato dalla Ue a fine gennaio) il Piano nazionale delle riforme, che deve contenere le linee di politica economica dei singoli stati membri. Già la terminologia utilizzata: “crescita” e “riforme” indica chiaramente il salto di qualità richiesto.
Soffocata dalle devianti priorità della maggioranza e dai ritardi del ministero dell’economia, che solo tre giorni fa ha portato il Pnr in consiglio dei ministri, questa importante discussione parlamentare si concluderà nel giro di una settimana. È un peccato, perché questo appuntamento, che sostituisce il vecchio Dpef, costituisce il cuore della strategia economica del nostro paese. Le indicazioni della Ue sono chiare: risanare la finanza pubblica e accelerare la crescita. Sono due facce dello stesso problema, non scindibili tra loro. L’Italia a che punto è? E sta facendo le scelte giuste? A sole 24 ore dal varo del Pnr i dati sulla inflazione record e sulla crisi dei consumi ci confermano le difficoltà nelle quali si muove il nostro paese. Che senso ha continuare a sottovalutare la crisi, eluderla, addolcire la pillola, come continua a fare il governo italiano? L’ammissione della crisi, dopo tre anni di illusione ottica, c’è; ma viene subito, nei documenti preparati da Tremonti, esorcizzata con la esaltazione delle scelte fatte (in verità, più annunciate che realizzate), mentre scarse sono le nuove opzioni strategiche.
Clamoroso, in tal senso è il capitolo energia. Mentre il Pnr, preparato nell’autunno scorso, affidava tutta la crescita alla scelta nucleare; ora, a seguito dei noti problemi in Giappone, che hanno portato, giustamente, il governo a sospendere il piano, l’opzione nucleare è scomparsa (e, forse, ben più che per un anno!), ma non è sostituita da un piano energetico alternativo, o, quantomeno, provvisorio, in grado di fronteggiare i fabbisogni. Sicché, se, fino a poche settimane fa, senza il nucleare non era possibile far crescere l’economia italiana, adesso sembra che essa possa svilupparsi addirittura senza energia.
Un ruolo fondamentale viene assegnato alla riforma delle pensioni.
Con l’aggancio dell’età pensionabile all’attesa di vita si ritarderà automaticamente l’uscita dal lavoro. L’effetto è, certamente, un significativo contenimento degli squilibri finanziari, ma resta del tutto irrisolta la sostenibilità sociale, a causa di un mercato del lavoro, soprattutto giovanile e femminile, che non consente l’accumulo di contributi sufficienti ad una pensione decente.
La riforma delle pensioni, dunque, è incompleta, ma il governo ignora questo versante.
La competitività è sostanzialmente affidata alle politiche salariali di aggancio alla produttività e di moderazione.
Sappiamo bene l’importanza macroeconomica della contrattazione, ma, francamente, ci sembra esagerato affidare solo a queste la soluzione dei problemi, tanto più in assenza di una esplicita scelta partecipativa di relazioni.
Anzi, invece di puntare decisamente ad applicare l’articolo 46 della Costituzione, il governo insiste, pericolosamente, nel diversivo della modifica del 41, in totale controtendenza rispetto alla vera natura della sfida competitiva globale. La produttività, inoltre, è anche il risultato di innovazione tecnologica ed impiantistica; di ricerca; di formazione. E la competitività risente anche di politiche commerciali internazionali robuste.
Su tutto ciò il Pnr è debole e giustifica il risveglio imprenditoriale sull’abbandono da parte del governo; il quale, al massimo, stimola l’azione altrui, ma non esplicita la propria.
E se si parla, perché obbligati dall’Europa, di liberalizzazione dei mercati, non si entra nel merito delle scelte da compiere, manifestando una eccessiva timidezza; peraltro comprensibile in chi ha ancora in mente l’Iri, che fu grande cosa, ma che non rappresenta ormai il futuro strategico per una moderna politica industriale. Sintomatico di questo approccio è la completa assenza di una vera riforma della pubblica amministrazione.
Il fallimento sostanziale del metodo Brunetta non è sostituito da alcunché di realmente significativo.
Insomma né Obama né Cameron. Sicché, l’esito probabile di questa occasione persa è che la risalita dal 120% del debito su Pil sia più ardua di quanto venga presentata e una manovra ci vorrà e cadrà, all’improvviso, sulle spalle dei cittadini. Ma Tremonti non la prevede, anzi la nasconde, forse perché spera o teme che, con questi chiari di luna, a farla potrebbe essere un prossimo governo, magari di diverso colore. E la ripresa, se ci sarà, sarà merito dei meccanismi spontanei dei mercati, degli imprenditori e dei lavoratori. Ma proprio per questa assenza di una politica pubblica di rigore e di crescita, di una guida coraggiosa ed efficiente, la ripresa italiana sarà meno incisiva di quel che potrebbe essere e di quello di cui ha bisogno l’Italia. Anche per questo, la lettura del Pnr è deludente e preoccupante ed aggiunge alla crisi economica la conferma di una grave crisi politica e di governo dalla quale è urgente uscirne.

da Europa Quotidiano 16.04.11