Latest Posts

"Vite spezzate e colpe dei manager", di Daniele Manca

Una condanna pesante. Per un’accusa altrettanto pesante: omicidio volontario. Non era mai successo che per morti sul lavoro si ritenessero responsabili di una colpa così grave i manager dell’impianto dove si era verificata la tragedia. E in modo così netto e definito. La sentenza con la quale ieri sera la Corte d’assise di Torino ha riconosciuto l’omicidio volontario con dolo eventuale per i sette morti alla Thyssen di Torino nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, è di quelle che faranno la storia e la giurisprudenza. Ogni giorno in Italia tre lavoratori non tornano a casa a causa di incidenti. Poco importa se quel numero (troppo lentamente) sta calando.
Quella strage silenziosa che si consuma giorno dopo giorno raccontata da stanche cronache, animate solo quando la tragedia è particolarmente cruenta o da un numero delle vittime insolitamente alto, ieri sera con la sentenza torinese è come se avesse trovato anch’essa un minimo di giustizia. Troppe volte in altre occasioni le morti sono scivolate nel disinteresse e nell’oblio. Anche quella della Thyssen è sembrata seguire lo stesso destino quando lo scorso autunno nelle aule semideserte il pubblico ministero Raffele Guariniello fece quella richiesta di condanna per sedici anni e mezzo di reclusione per l’amministratore delegato dell’impianto Haral d’ Espenhahn. I parenti delle vittime si sentirono soli in quell’aula. Accusarono tutti, sindacati, forze politiche, anche la città di averli dimenticati. Le parole del pubblico ministero che ricordarono quella notte di dicembre, quando la fuoriuscita di olio bollente prese fuoco e arrivò a bruciare sette vite, risuonarono nell’aula semivuota. La requisitoria raccontò di quelle spese per la sicurezza antincendio cancellate per un impianto che tanto era destinato alla chiusura. Raccontò di quel disinteresse per incidenti pure possibili. Quasi che i reati in materia di sicurezza sul lavoro non esistessero. Quasi che la giustizia non esistesse. Non è stato così. Faranno discutere le pene comminate, la loro severità o meno della decisione. Farà discutere il tipo di accusa, omicidio volontario con dolo eventuale. Ma quello che è avvenuto ieri nel Tribunale di Torino è un precedente importante. Ci dice che in un’Italia in perenne ricerca di riforme su ogni aspetto della vita civile, gli strumenti attuali già permettono di cercare e trovare giustizia. Certo, la sentenza non servirà a ridare la vita a quei sette operai che l’hanno persa. Ed è l’altro insegnamento. In tema di sicurezza del lavoro la severa prevenzione resta la strada maestra per fare sì che ogni giorno anche quei tre lavoratori che oggi non tornano a casa a causa di incidenti possano invece ritrovarsi ancora tra i loro cari.

Il Corriere della Sera 16.04.11

******

«Abbiamo vinto Ma del mio ragazzo resta solo una foto», di Marco Imarisio

Nino Santino fatica, come sempre. Si fa largo con le braccia, annaspa, spinge, brandisce la sua giacca stazzonata come un cuneo. E infine raggiunge l’altra parte dell’aula per abbracciare il suo opposto, quell’uomo così lontano da lui, che sembra quasi lontano da tutto. Raffaele Guariniello, il magistrato dai modi algidi, dall’eloquio aristocratico. «Grazie» gli dice. E poi lo sommerge con la sua emotività, lo stringe a sé, lo bacia e lo ribacia, gli mette le mani sulla faccia. «Anche a nome di mio figlio…» . La frase resta sospesa nell’aria bollente dell’aula bunker. Guariniello subisce con stoicismo quello che per lui è un supplizio, il suo conclamato timore del contatto fisico con altri esseri umani è una costante fonte di anedottica. «Una condanna non è mai una festa o vittoria per nessuno» , risponde il pubblico ministero cercando di sottrarsi a ulteriori abbracci, «sarebbe stato meglio se questo processo non ci fosse mai stato» . Invece s’è dovuto fare, e sono stati due anni di udienze senza pietà. Adesso che il giudice Maria Iannibelli ha finito di leggere una sentenza storica, gli estremi si toccano. Nino Santino era diventato un’icona di questa tragedia. Le sue urla alla manifestazione del 10 dicembre 2007, tre giorni dopo la tragedia, avevano dato la misura del male, e della solitudine che circondava le famiglie delle vittime, in una Torino che si era mostrata assente, distratta. Malediceva tutti, con la sua cadenza meridionale, chiedeva a Dio di restituirgli il suo Bruno, il più giovane degli operai della linea 5, il più lento a morire. Oggi si è vestito come allora, con una maglietta sopra il maglione, l’immagine di un ragazzo che sorride. Sulla faccia incorniciata da una barba incolta ha i segni di questi anni, non solo l’assenza, ma anche la storia di un processo e di una situazione di vita dura, che ha messo le famiglie davanti a scelte dolorose. «Se potessi tornare indietro, non accetterei mai gli indennizzi della Thyssen. Ma ne avevamo bisogno, non potevamo fare senza. Quei soldi ci hanno diviso, hanno separato le famiglie delle vittime dagli altri operai. Ma oggi almeno, abbiamo avuto giustizia, e sinceramente non ci speravamo» . È il riassunto di un processo che ha avuto momenti amari, con famiglie unite dalla tragedia che si dividevano per questioni materiali, e un gruppo di pm che andava avanti consapevole di cavalcare un azzardo giuridico. In questa sera di bolgia, nella calca sudata dell’aula bunker, i due volti che rappresentano il senso di questa sentenza sono quello affannato dell’ex operaio Fiat rimasto senza un figlio e quello senza espressione del magistrato considerato un rompiscatole, ma l’unico forse a occuparsi di certi temi in Italia. La storia dei Santino è quasi un Bignami di quelle delle altre famiglie rimaste senza un figlio. Immigrati, arrivati da Roccapalomba, in provincia di Palermo. Lui operaio Fiat, poi cassintegrato, poi pensionato. I suoi due figli, Luigi e Bruno, assunti nel marzo 2003 alla fabbrica dei tedeschi, loro la chiamavano così, per quello che sembrava un avanzamento sociale. Uno stabilimento moderno, che presto non si è rivelato tale, passato dalle assunzioni alla chiusura. Anche oggi Nino maledice un barista di Cherasco che esitava a cedere l’attività al figlio e alla sua fidanzata. Volevano andarsene tutti, Bruno era già tornato a casa «sbollentato» dagli sbuffi d’olio, aveva paura. Non c’era quasi più nessuno in quella fabbrica, solo gli ultimi disperati. «Io campo con la pensione di mio figlio, non le sembra già questa una cosa contronatura? Dicono che il tempo guarisce dal dolore, ma è vero solo nei film. Doveva sposarsi, doveva darmi dei nipoti. Adesso è questa foto sulla maglietta, nient’altro» . Guariniello osa un gesto inedito, gli mette una mano sulla spalla. Coraggio, gli dice. La sua apparente distanza è sempre e solo stata un espediente per gestire l’aspetto emotivo di storie terribili, come lo sono sempre quelli dei morti di lavoro, di disastro ambientale. Non è un aristocratico, suo papà faceva il sarto a Salerno, sua madre era una casalinga di Alessandria. Spesso deriso per quelle che erano considerate fissazioni, per iniziative giudiziarie poco ortodosse, sempre ossessionato dalla sicurezza sul lavoro. Nino Santino, ormai in lacrime per la tensione, non smette di abbracciarlo, e intanto gli fa largo verso l’uscita come se stesse proteggendo una Madonna pellegrina.

Il Corriere della Sera 16.04.11

"L´ultima trovata per salvare il Cavaliere", di Liana Milella

L´estate della giustizia, che si preannuncia caldissima, guadagna un´altra norma per tentare di mettere in sicurezza Berlusconi. Questa volta puntando al “bersaglio grosso”, il processo Ruby. Vogliono bloccarlo con un articolo semplice: se c´è un conflitto d´attribuzioni, il processo deve fermarsi per forza.

Volevano giocarsela subito alla Camera e infilarla nella prescrizione breve per gli incensurati. Era già scritta giovedì 17 marzo, quando il relatore Maurizio Paniz, nuovo astro nascente delle leggine “salva Silvio”, e il capogruppo in commissione Giustizia Enrico Costa, presentano gli emendamenti al processo breve. Tardarono, quel pomeriggio, ad arrivare. Ci furono riunioni su riunioni. Telefonate frenetiche. Adesso se ne capisce il motivo. Oltre alla prescrizione scontata, nel pacchetto doveva esserci anche un altro articolo, poche righe, per stabilire una nuova regola. Questa: il giudice è obbligato a sospendere il processo se sul suo tavolo arriva un conflitto di attribuzioni.
Leggi: il tribunale di Milano «deve» fermare il dibattimento Ruby nel momento in cui la Camera si rivolge alla Consulta. Un intervento sull´articolo 37 della legge 87 del ‘53, quella che disciplina la vita della Consulta. Il gioco è fatto. Il Rubygate si congela per mesi e mesi. A stoppare Paniz e Costa sono state due questioni. Una tecnica e una politica. La prima: la (quasi) certezza che la coppia Fini-Bongiorno avrebbe bloccato l´emendamento come inammissibile per estraneità alla materia. La seconda, dirimente: il timore che la mossa avrebbe finito per bloccare il conflitto stesso, che in quel momento doveva essere ancora votato (lo sarà solo il 5 aprile).
I berlusconiani hanno rinunciato a giocarsi la carta della blocca-Ruby? Niente affatto. Lo scopre il Sole-24 ore, che trova traccia dell´emendamento, questa volta pronto per rispuntare al Senato. Il conflitto di attribuzione ormai è sulla via di arrivare alla Corte, l´avvocato Roberto Nania, incaricato dalla Camera, ne sta scrivendo il testo; il processo Ruby è in calendario per il 31 maggio; la prescrizione breve ha già superato la prima prova; ora si può sfidare l´opposizione con un´altra norma.
Per certo non andrà nel ddl sulla prescrizione. Quello resterà identico alla versione della Camera. Chiuso a qualsiasi miglioria anche se fosse suggerita (ma non lo sarà) dal Quirinale. Avanti fino al sì. E in caso di stop del Colle è «certo» un nuovo voto. La norma blocca-Ruby vogliono piazzarla nel “processo lungo”. Già votato in commissione Giustizia, pronto per l´aula di palazzo Madama. Anche lì hanno ripescato l´armamentario caro ai giuristi del Cavaliere. Una norma per allargare le maglie delle difese, non “potare” le liste dei testi e le prove a discarico. Un´altra per tenere fuori le sentenze passate in giudicato e far perdere tempo ricercando le stesse prove. Se ne farà carico Franco Mugnai che già ha “sporcato” il ddl Lussana sul divieto di accedere al rito abbreviato per i reati da ergastolo. Di quello originario della Camera sono rimaste due righe, il resto è solo il “processo lungo”. Lì finirà anche, con una modifica per l´aula, la norma blocca-Ruby, configurata in modo tranchant: il giudice ferma «subito» in processo non appena arriva il conflitto, senza attendere neppure la pronuncia di ammissibilità della Consulta. Le menti giuridiche di Berlusconi la giustificano come un tributo al principio della parità tra le parti: se il processo si ferma quando è il giudice a rivolgersi alla Consulta, del pari ciò deve accadere se il Parlamento interviene per l´imputato. Teoria che fa acqua, perché il giudice per legge è il dominus del processo.
Gasparri e Quagliariello, i capi del Pdl al Senato, si schermiscono sulla blocca-Ruby. Dice il primo: «Mi auguro che non ci sia bisogno di un emendamento: è prassi che un processo si sospenda se c´è un conflitto di attribuzione». Non è affatto così. I processi vanno sempre avanti. Mastella, Matteoli, anche Abu Omar. L´opposizione è incredula. Antonio Di Pietro parla di ipotesi «vergognosa». Massimo Donadi e Luigi Li Gotti sono inviperiti. Il primo: «Stiamo per passare dalla Repubblica parlamentare alla satrapia». Il secondo: «È possibile che una banda di cialtroni possa cambiare le norme che infastidiscono il sultano?». La Pd Donatella Ferranti: «L´arroganza dei berlusconiani non ha limiti». Il finiano Nino Lo Presti: «È una vergogna nazionale, così svelano il vero scopo del conflitto di attribuzioni». Proprio così. Ci hanno girato intorno. Hanno raccontato che era una mossa di civiltà contro lo strapotere dei giudici. Ma l´obiettivo era un´altra “salva Silvio”.

La Repubblica 16.04.11

"Bankitalia: l’occupazione non riparte", di Luca Cifoni

Ripresa «a ritmi contenuti» occupazione che «non riparte». Così la Banca d’Italia sintetizza nel suo Bollettino economico la situazione del nostro Paese, in un contesto internazionale di crescita «che resta sostenuta» ma con sensibili differenze tra le varie aree geografiche. Quanto ai conti pubblici, Via Nazionale rileva il miglioramento del 2010 e prende atto dell’impegno del governo a conseguire un sostanziale pareggio nel 2014, con una correzione biennale pari a 2,3 punti di Pil.
Dopo il brusco rallentamento nell’ultimo trimestre dello scorso anno, l’economia italiana ha proseguito la crescita nei primi tre mesi del 2011; in particolare si è riportata in positivo – seppur di poco – la produzione industriale, meno dinamica rispetto agli altri Paesi dell’area euro.
La spinta viene soprattutto dall’estero mentre, fa notare la Banca d’Italia, «le famiglie restano caute nei loro comportamenti di spesa, risentendo della contrazione del reddito disponibile reale e della debolezza delle condizioni nel mercato del lavoro». Questo numero del Bollettino non riporta una previsione di crescita per l’anno in corso, ma cita quella di analisti e centri di ricerca che vedono un incremento del Pil intorno all’1 per cento.
L’analisi relativa al mercato del lavoro ricostruisce quel che è accaduto dalla seconda metà dello scorso anno in poi. In quella fase si è interrotta la caduta dell’occupazione iniziata nel 2008, anche se i bassi livelli produttivi e i molti lavoratori in cassa integrazione ostacolano il ritorno alla crescita del numero degli occupati. Nell’ultimo trimestre del 2010 c’è stato in realtà un incremento (il primo dall’inizio della crisi) pari a 36 unità. Ma questa ripresa non è poi proseguita nei primi mesi di quest’anno, sulla base dei dati provvisori. Il Bollettino fa anche notare che alla diminuzione dei licenziamenti si accompagna una ripresa delle assunzioni con contratti flessibili o a tempo parziale.
Nel capitolo finanza pubblica viene evidenziato il miglioramento, rispetto alle stime, del disavanzo 2010 (-4,6 per cento in rapporto al Pil); miglioramento riconducibile alla riduzione della spesa che a sua volta dipende essenzialmente dal calo degli investimenti. Il contenimento del deficit proseguirà nei prossimi anni, fino all’obiettivo del sostanziale pareggio di bilancio appena indicato dal governo per il 2014; Bankitalia ricorda che ciò comporta una correzione pari al 2,3 per cento del Pil in due anni (cioè circa 40 miliardi).
I commenti al Bollettino si sono concentrati proprio sul tema della fragilità della ripresa e dei suoi effetti sull’occupazione. Giorgio Santini, per la Cisl, sollecita il ricorso a politiche attive per il lavoro, mentre la Cgil sostiene che «i problemi reali non sono affrontati». Sul fronte politico Bersani parla di «dati drammatici», che richiederebbero «interventi seri».

Il Messaggero 16.04.11

******

Tremonti furioso: l’Italia è ok. MaBankitalia vede la stangata”, di Bianca Di Giovanni

Giulio Tremonti non tollera critiche. Così, anche da Washington dove è in corso il G20 spara ad alzo zero contro «gli imprenditori che non fanno la loro parte». Scottano le critiche di Emma Marcegaglia e quelle di Luca Cordero di Montezemolo, che hanno chiesto fatti e non parole. Poi, la solita storia dell’Italia meglio di altri. I numeri del Paese secondo il ministro «non sono così negativi per quanto riguarda l’occupazione e la produzione industriale. infine una stoccata che sembra diretta al cuore dell’opposizione. «Non ascoltate chiacchieroni e pasticcioni – dichiara – che pensano si possa ricominciare a fare le cicale». In altre parole, quelli che credono di poter finanziare spesa pubblica, soprattutto per il welfare. Il ministro è convinto che gli italiani preferiscono le formiche. Forse non conosce né le decine di migliaia di precari destinati a tornare a casa, e nemmeno le ultime cifre di Bankitalia, che parlano chiaramente di una stangata in arrivo. Una manovra correttiva di 2,3 punti di Pil nel biennio 2013-2014. In cifre si tratta di una stangata da 40 miliardi, che si abbatterà su un Paese ancora «fiacco » sul fronte della crescita. È quanto riporta l’ultimo Bollettino della Banca d’Italia, citando i recenti documenti di finanza pubblica. Il Pil in quel biennio non si sposterà dall’1,5 o 1,6. Una crescita che non basterà a fornire abbastanza entrate (ci vorrebbe almenoil2%) per evitare tagli drammatici ai servizi pubblici. Questa prospettiva si abbatte su un mondo del lavoro che resta in forte sofferenza. «Livelli produttivi distanti da quelli precedenti l’avvio della recessione e un’incidenza ancora elevata degli occupati in Cassa integrazione ostacolano il ritorno alla crescita dell’occupazione – scrivono i tecnici di Palazzo Koch – Dopo un lieve incremento nel quarto trimestre del 2010, il numero degli occupati è ripiegato nel primo bimestre di quest’ anno sui livelli minimi dell’estate scorsa. Sono tornate a crescere le assunzioni con contratti flessibili e a tempo parziale; è proseguita la contrazione delle posizioni permanenti a tempo pieno. Il tasso di disoccupazione rimane stabile sui valori medi dello scorso anno, mentre sono aumentate l’incidenza dei disoccupati di lungo periodo e la disoccupazione giovanile». PRECARI Insomma, sull’occupazione è allarme rosso. Contemporaneamente al richiamo della Banca centrale, la Cgil sforna cifre da incubo. Quest’anno scadranno 120mila contratti nella pubblica amministrazione e non saranno rinnovati. «I risparmi dello Stato non supereranno i 100milioni di euro», osserva la Cgil Funzione Pubblica. Decine di migliaia di lavoratori a casa, risorse e conoscenze buttate al vento, per risparmiare la cifra che serve a pagare ogni anno due sottosegretari di un ministero senza portafoglio, tipo Daniela Santanchè. È disarmante. «Il governo e la maggioranza parlamentare – afferma il responsabile dei settori pubblici Cgil Michele Gentile – continuano a non dare risposte al lavoro precario nelle Pubbliche amministrazioni e nei settori della conoscenza. Come si può parlare di crescita se non si cominciano a risolvere i problemi occupazionali che si aggiungono a quelli della perdita del potere di acquisto delle retribuzioni? La manovra del 2010 si mostra sempre più devastante contro il lavoro e l’occupazione, contro il sistema pubblico pesantemente, colpito dai tagli lineari che ne mettono in crisi la funzionalità, e contro le retribuzioni dei lavoratori e dei pensionati ». Infatti la crescita resta fragile. Nel 2010 resta sotto la media Ue di mezzo punto. Si registra un +1,3, trainato soprattutto dall’export e da una domanda interna che si ferma all’1,7% in più dell’anno orribile della crisi, il 2009.

L’Unità 16.04.11

******

La manovra che Tremonti dovrà fare (senza dirlo)
Effetto tassi sul debito. Allarme di Bankitalia: l’occupazione non riparte”, di Raffaella Cascioli

Solo ordinaria amministrazione. Nient’altro che manutenzione della spesa. Nulla di più che il rifinanziamento delle missioni all’estero. Sono settimane che Giulio Tremonti giura che non ci sarà una manovra correttiva, che i conti pubblici sono su un sentiero già tracciato, che non ci saranno aggiustamenti nell’anno in corso.
Eppure la manovra ci sarà, è già in agguato, strisciante come lo sono state le ultime manovre di Tremonti, inserita in una serie di scatole cinesi in modo da essere avvertita solo a cose fatte. D’altra parte che ci sia necessità di una manovra è nei dati, nell’inevitabile nuovo prossimo aumento del costo del denaro nella zona euro dovuto alla fiammata inflazionistica e, soprattutto, nelle tensioni che percorrono i debiti sovrani di mezza Europa. E manovra sarà anche se l’entità è ancora molto incerta visto che dipende dall’entità del rialzo degli eurotassi che avrà un riflesso sul costo del debito e dalla tenuta, divenuta ormai molto difficile, dei conti pubblici della Grecia sempre più vicina al crac. Oltre che da un’inflazione che oggi sta dando una mano alle casse dello stato incidendo invece pesantemente sui consumi delle famiglie. Oggi l’Italia sconta una mancata politica per la crescita che, nonostante le affermazioni di Tremonti, ha consentito ai tedeschi di registrare lo scorso anno un consistente incremento del Pil.
Al riguardo i dati del Bollettino economico diffuso ieri dalla Banca d’Italia sono allarmanti sotto molteplici aspetti. Per via Nazionale la crescita appare contenuta rispetto agli altri partner europei ma quel che colpisce è il fatto che non solo l’occupazione «non riparte», ma anche che i consumi stagnano. Tutta colpa di una dinamica negativa dei redditi reali. In pratica le famiglie sono prudenti per le condizioni del mercato del lavoro e dell’andamento del reddito disponibile che nel 2010 è diminuito ulteriormente in termini reali. Se a questo si associa un’inflazione in forte aumento, tanto che secondo Bankitalia è passata dall’1,7% della seconda metà del 2010 al 2,3% del primo trimestre, si comprende il perché il potere d’acquisto delle famiglie meno abbienti si sia ulteriormente abbassato. Tuttavia, Bankitalia sottolinea come l’inflazione, al netto del rincaro della componente energetica che ha inevitabili riflessi sui generi alimentari, mostri una dinamica particolarmente contenuta a testimonianza del fatto che la ripresa è tutt’altro che vigorosa e comunque caratterizzata più dal recupero delle esportazioni al traino dalla Germania che non dalla domanda interna.
Se per il primo trimestre Bankitalia sostiene che si prefigura una modesta accelerazione della domanda interna, la crescita della manifattura italiana «è meno robusta rispetto a quella in atto nelle principali economie dell’area». Rispetto ai livelli pre-crisi la produzione in Italia è inferiore del 18% contro il 9 e il 5% di Francia e Germania.
Palazzo Koch confuta con i dati le argomentazioni del ministro che sostiene che l’Italia sta come se non meglio degli altri paesi. Il che, e in modo del tutto relativo, è vero solo a proposito del debito che, pur salendo, cresce meno della media europea. Se Bankitalia riconosce al tesoro «una prudente politica di gestione del debito» e un calo del deficit in termini percentuali dal 5,4% del 2009 al 4,6% del 2010, implicitamente spiega che per raggiungere il pareggio di bilancio fissato dal tesoro al 2014 serviranno manovre correttive superiori ai 35 miliardi di euro tra il 2013 e il 2014 anni in cui Tremonti ha spiegato avverrà il rientro.
Per il responsabile economia del Pd Stefano Fassina «come indicato oggi da Bankitalia, l’unica informazione chiara nel Programma nazionale di riforme presentato dal governo è l’arrivo di ulteriori stangate, non solo per il 2013-1014, ma a cominciare da quest’anno per raggiungere l’obiettivo di indebitamento previsto».

da Europa Quotidiano 16.04.11

"Quei vergognosi manifesti sui brigatisti in Procura", di Curzio Maltese

La scritta “Via le Br dalle procure” appesa davanti al Palazzo di Giustizia di Milano evoca alla memoria immagini che hanno segnato una generazione. Il corpo del giudice Emilio Alessandrini, massacrato dai proiettili di Prima Linea nel centro di Milano, dopo aver accompagnato il figlio a scuola.
Il sangue di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Br, sparso sulle scalinate della Sapienza di Roma. Lo sguardo delle mogli, dei figli, dei genitori ai funerali dei tanti magistrati uccisi dal terrorismo. Il presidente del Consiglio, teorico dell´equazione fra magistrati e brigatisti, ha di sicuro l´età, ma non la decenza, per ricordare quei fatti. Per quanto, certo, all´epoca fosse già molto distratto dai propri affari. Mentre i suoi coetanei magistrati rischiavano e a volte sacrificavano la vita nella lotta per la democrazia, contro la mafia e il terrorismo, Berlusconi infatti si portava in casa un boss mafioso e trafficava con l´assistenza del fido Marcello Dell´Utri a caccia di capitali. Ma perfino un personaggio così, che la stampa estera definisce «tragico clown», potrebbe ogni tanto fare appello alla propria natura di uomo, quindi di padre, fratello, per capire che quella propaganda è uno schiaffo al dolore di altri padri, figli, fratelli, colpiti da un lutto terribile.
In fondo, anche i brigatisti avevano cominciato con le parole, le scritte davanti a Palazzo di Giustizia, i volantini contro i magistrati «servi della borghesia» e «boia di Stato». Le pallottole sono arrivate dopo anni di violenza verbale. Una volta stabilito che i magistrati erano uguali ai boia, agli assassini, perché non agire di conseguenza? Ma non è nemmeno questo il punto.
La questione è che abbiamo nostalgia di una politica che ispiri sentimenti normali. Normali per la politica, dov´è contemplato la polemica, anche la più aspra, con l´avversario. Ma non la vergogna e il ribrezzo che suscitano questi spettacoli. Il presidente del Consiglio ha da molto tempo un conto aperto con la giustizia. Non potendo difendersi nei processi e avendo la fortuna (per lui) di vivere nel paese più corrotto dell´Occidente, si difende dai processi con ogni mezzo. Dispone di una maggioranza cortigiana disposta a votare qualsiasi legge ad personam e finanche a dichiarare agli atti il falso, come nel caso della «nipote di Mubarak», pur di mantenersi al potere. A tutto questo siamo ormai abituati. Non rassegnati, ma abituati. Quello a cui non si riesce ad abituarsi è alla pretesa dei delinquenti d´infangare gli onesti, alla volontà dei ladri di mettere in galera le guardie. Al rovesciamento totale della realtà, che è la premessa di ogni regime totalitario. Gli animali che accusano di brigatismo le prime vittime del terrorismo, i magistrati, non sono moralmente tanto lontani dai razzisti che accusavano gli ebrei di tramare lo sterminio degli ariani. Sono soltanto, per fortuna, assai più ridicoli.

La Repubblica 16.04.11

******

“La fine delle parole”, di MASSIMO GRAMELLINI

Vi prego: per una volta non minimizziamo, non cambiamo argomento, non dividiamoci fra guelfi ghibellini e menefreghisti, non rimpalliamoci il vuoto citando a mo’ di antidoto le fregnacce golpiste di quell’Asor Rosa. Concentriamoci tutti, invece, su quest’unica frase: «Via le Br dalla Procure». Lo striscione che la contiene campeggiava ieri sui muri di Milano, ispirato dall’ultima devastante boutade di un signore eletto dai cittadini per occupare una delle molte cellule (non l’unica) dell’organismo democratico: la presidenza del Consiglio. Se capisco bene, gli autori del manifesto sono convinti che i magistrati che indagano su di lui siano per ciò stesso paragonabili a degli assassini. Il legame fra due realtà antitetiche – Procure e Br, Stato e Antistato – sarebbe ravvisato da costoro nel furore ideologico. I giudici indagano come i terroristi ammazzavano: per odio di classe nei confronti dell’avversario politico.

Stento a capire perché quando indagavano su Craxi erano degli eroi, mentre se si occupano del suo «erede» diventano dei cerberi. Ma è un’opinione e come tale lecita. Inaccettabile è l’idea che qualsiasi inchiesta, in un Paese democratico, possa venire paragonata a un omicidio. Basta, per pietà. Altrimenti, a furia di metafore e voli pindarici – di kalashnikov e golpe virtuali – le parole si svuotano e noi diventiamo una babele dove nessuno ascolta più niente, nemmeno il suono della propria voce, e si condanna al silenzio che sempre echeggia fra le macerie.

La Stampa 16.04.11

"PNR: proprio nessuna riforma", di Tito Boeri

Sono quattordici le misure programmatiche elencate nel Piano nazionale delle riforme, presentato questa settimana dal Consiglio dei ministri. Alcune sono semplici piani, altre sono titoli vuoti, come la promozione delle energie rinnovabili. Oppure sono già in vigore, peraltro senza dimostrarsi risolutive. Altre ancora prevedono un iter lunghissimo. In realtà il governo potrebbe benissimo procedere subito su molti terreni, anche perché verso la fine della legislatura non avrà più la forza per varare alcuna riforma. L’eccezione, naturalmente, è la riforma della giustizia.

Le oltre 160 pagine del Piano nazionale delle riforme (PNR) potrebbero essere condensate nelle due che riproduciamo in allegato. Sono le misure programmatiche del Governo da qui alla fine della legislatura, estratte dalle schede predisposte per l’esame di Bruxelles. Basta leggerle per accorgersi che l’acronimo Pnr sta per “Proprio nessuna riforma”.

COSA C’È NEL PIANO

Delle quattordici misure elencate come programmatiche, cioè ancora da realizzare da qui alla fine della legislatura, alcune sono semplici piani (il piano triennale del lavoro, il programma di inclusione delle donne, etc.). In altre parole il programma è … fare un bel piano da qui al 2013.
Altre misure sono titoli vuoti come la promozione delle energie rinnovabili. Non sappiamo, al di là di questo condivisibile obiettivo, cosa si voglia fare a riguardo, dato che nulla è scritto nel documento. Potrebbe soltanto essere un bel discorso del nostro ministro per l’Ambiente.
Le misure sul lavoro sono in realtà già state attuate, come la riforma della contrattazione, dato che si fa esplicitamente riferimento all’accordo del 22 gennaio 2009, quello che escludeva la Cgil e che non sembra avere affatto risolto i problemi della contrattazione in Italia, come provato dal caso Fiat. In ogni caso, l’accordo c’è già stato. Quindi nulla di nuovo si annuncia sotto le stelle. Stesso discorso vale per i provvedimenti del Collegato (a partire dagli arbitrati) sul lavoro varato un anno fa.
Sul federalismo l’obiettivo da qui alla fine della legislatura è quello di portare a termine l’attuazione della legge delega. Peccato che nel frattempo i decreti sin qui approvati si siano limitati a rimandare al futuro la definizione degli elementi più importanti della riforma quali i sistemi perequativi e i fabbisogni degli enti locali. Ci sarebbe anche molto da dire sul preteso passaggio dalla finanza derivata a quella autonoma, di cui in realtà non si è visto traccia.
Per la riforma fiscale si annunciano tempi lunghissimi dato che si attenderà la conclusione di tavoli che devono svolgere il lavoro preparatorio cui seguirà la stesura di una legge delega. Approvata quest’ultima, si dovrà procedere con i decreti attuativi. Un iter lungo e complesso. Il Governo potrebbe benissimo procedere subito su molti terreni. Facile intuire che verso la fine della legislatura il Governo non avrà più la forza per varare alcuna riforma.
Infine c’è la riforma della giustizia. Rischia di fare la stessa fine di quella annunciata dal ministro Alfano due settimane fa. Lasciare spazio a provvedimenti ad personam come la prescrizione breve.

* Riforme programmatiche del PNR 2011 (32kb – PDF)

Ucciso Vittorio Arrigoni, attivista pacifista italiano a Gaza City

Il PD lo ricorda con le parole che erano diventate il simbolo del suo agire: “restiamo umani”. Bersani: “Esprimo anche a nome del Partito Democratico la vicinanza alla famiglia di Vittorio Arrigoni e il rispetto per l’impegno che questo giovane italiano aveva assunto per portare aiuto da volontario in una regione così difficile”. Vittorio Arrigoni aveva 36 anni, da anni era impegnato in operazioni di pace e di soccorso. Un cooperante, un ragazzo semplice, pieno di idee strane. Come quella di far smettere le guerre.
Era un attivista per i diritti umani dell’International Solidarity Movement e nella giornata del 14 aprile è stato rapito da un gruppo salafita. È stato ritrovato in una casa abbandonata a Gaza City poco dopo il rapimento. I sequestratori chiedevano al governo di Hamas di liberare alcuni detenuti entro 30 ore ma non hanno rispettato la scadenza e stanotte è stato ritrovato impiccato in una casa abbandonata di Gaza City.
I rapitori lo ritenevano un infiltrato dei servizi segreti occidentali che raccoglieva informazioni sul loro conto. E’ l’ipotesi che avanza il sito israeliano di intelligence Debka, spiegando che per questo, il gruppo salafita al-Tahwir al-Jihad lo ha interrogato per estorcergli una confessione, prima di ucciderlo. Sarebbe stata una telefonata anonima alla polizia di Hamas poco dopo la mezzanotte a indicare il luogo in cui l’uomo si trovava prigioniero. Quando la polizia è arrivata sul posto, tuttavia, Arrigoni era già stato ucciso.

Vittorio Arrigoni scriveva le sue cronache da Gaza sul suo blog, Guerrillia Radio. L’ultimo post è del 13 aprile, poco prima di essere rapito: “4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame”.
L’International Solidarity Movement (Ism), il gruppo cui faceva parte Arrigoni, si è detto “scioccato e profondamente rattristato per l’uccisione del nostro amico e collega”. Il sito web dell’organizzazione mostra in apertura la foto del 36enne pacifista che dal 2008 viveva a Gaza e nella breve dichiarazione si legge che “Vik è stato un attivista ispiratore e anima generosa. Per favore, tenete nei vostri pensieri la sua famiglia e i suoi amici”.

”L’assassinio di Vittorio Arrigoni suscita turbamento e repulsione nelle coscienze civili. Questo atto terroristico dimostra quanto sia importante che la comunità internazionale lavori con determinazione e unità alla soluzione negoziale del conflitto che da anni insanguina quella terra”. Lo ha dichiarato il segretario del PD, Pier Luigi Bersani aggiungendo “esprimo anche a nome del Partito Democratico la vicinanza alla famiglia di Vittorio Arrigoni e il rispetto per l’impegno che questo giovane italiano aveva assunto per portare aiuto da volontario in una regione cos� difficile”.

“Provo sgomento e angoscia per la barbara uccisione del giovane Vittorio Arrigoni. Mi stringo commossa al grande dolore della sua famiglia e di tutti i suoi tanti amici. Nessun sacrificio è mai vano tanto più quando si traduce, come nel caso di Vittorio, in una testimonianza di solidarietà, di ricerca della giustizia e della pace, di rifiuto della violenza e dell’arbitrio.
La sua tragica morte consegna all’Italia e a tutta la comunità internazionale la responsabilità di raddoppiare l’impegno per una soluzione politica che metta fine al conflitto tra israeliani e palestinesi”. Così Rosy Bindi, Vicepresidente della Camera e Presidente dell’Assemblea nazionale del PD.

“La notizia dell’assassinio di Vittorio Arrigoni, il cooperante italiano rapito ieri a Gaza, lascia sgomenti”. Così il vice presidente del Senato, Vannino Chiti, sulla morte del volontario italiano ucciso “Quanto accaduto – prosegue Chiti – è un atto di inaudita crudeltà, una barbarie compiuta contro un giovane impegnato in attività di pace e di soccorso alla popolazione di Gaza. Alla sua famiglia desidero esprimere il mio piu’ sincero cordoglio”.

Francesco Ferrante, senatore Pd, dichiara: “Nel drammatico e infinito conflitto mediorientale Vittorio Arrigoni aveva scelto di stare da una parte, quella dei palestinesi della striscia di Gaza. Si è impegnato in questa lotta con la sua presenza fisica non violenta e la voglia di raccontare cosa vedevano i suoi occhi. Oggi Arrigoni è rimasto vittima di una violenza assurda e da tempo fuori controllo. La sua vita e il suo tragico epilogo dovrebbero essere da insegnamento a tutta la comunità internazionale per trovare finalmente la soluzione di pace per israeliani e palestinesi, e per quei territori da troppo tempo teatro di sangue e violenze”.

“L’atroce uccisione di Vittorio Arrigoni riempie di tristezza profonda. Scompare uno dei tantissimi civili – cooperanti e volontari – impegnati a costruire convivenza sui fronti più caldi del pianeta, persone che troppo spesso conquistano le prime pagine dei giornali quando è ormai troppo tardi”. E’ quanto dichiara Andrea Sarubbi, deputato del PD.
“Vittorio non strapperà applausi nei discorsi ufficiali – come accade giustamente ai nostri militari caduti – non avrà funerali di Stato, non verrà chiamato eroe e, probabilmente, non avrà neppure una strada che porti il suo nome. Eppure, sulla sua pelle ha provato sino alla fine il dolore delle ferite inferte dalla violazione della pace e della dignità dei popoli nel mondo. Questa fine dolorosa e insensata aiuti la politica ad occuparsi con maggiore attenzione delle migliaia di italiani senza stellette che ogni giorno lavorano, nel silenzio generale e spesso in solitudine, per costruire un mondo davvero migliore. Queste donne e questi uomini sono l’avanguardia disarmata delle nostre missioni di pace: il loro impegno quotidiano andrebbe sempre sostenuto con profonda convinzione e mezzi adeguati, indipendentemente dal colore politico dei governi in carica”.

2L’uccisione di Vittorio Arrigoni mi ha sconvolto per la viltà e per la crudeltà ai danni di un cooperante che da tempo raccontava senza filtri la situazione in quella regione. Esprimo cordoglio e vicinanza alla famiglia e a tutti gli amici cooperanti”.
Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Partito Democratico esprime cordoglio per la morte di Vittorio Arrigoni, cooperante e blogger ucciso nella striscia di Gaza. “L’operato di cooperanti come ‘Utopia’ – il soprannome di Arrigoni – è non solo nobilissimo, ma importante perchè unisce all’impegno personale accanto a popolazioni che quotidianamente sopravvivono in condizioni difficilissime, la volontà di raccontare la situazione reale in quei territori e di fronte ai continui attacchi e minacce non si può rimanere a guardare. Spero che al cordoglio e al dolore che oggi ci trova uniti, si possano far seguire gesti concreti per garantire la sicurezza dei tanti cooperanti che senza risparmio si prodigano in un aiuto effettivo e in una cronaca che va oltre quella ufficiale”.

www.partitodemocratico.it

"Tar: "illegittimi" i tagli al personale. Battaglia sulle graduatorie dei precari", di Salvo Intravaia

Il Tribunale amministrativo del Lazio boccia le circolari della Gelmini che hanno “eliminato” 67 mila cattedre in due anni: al momento nessuno può prevedere le conseguenze. L’Avvocatura dello Stato: impossibile impedire lo spostamento di provincia senza una legge ad hoc

I tagli agli organici del personale scolastico sono illegittimi: lo ha stabilito una sentenza del Tar del Lazio. Intanto, la partita dell’aggiornamento delle graduatorie dei precari potrebbe trasformarsi in una battaglia politica dagli esiti imprevedibili. Quella del Tar Lazio di ieri, per il ministero dell’Istruzione, è l’ennesima bocciatura da parte della giustizia amministrativa, dopo quelle relative alle graduatorie ad esaurimento, alle classi sovraffollate e quella sulle riduzioni di orario per gli istituti tecnici e professionali, solo per citare le ultime in ordine di tempo. Questa volta, a ricorrere contro i provvedimenti del ministero sono stati un Comune (quello di Fiesole), la Flc Cgil e diversi genitori.

Secondo i giudici, sono due i motivi che hanno determinato l’annullamento delle circolari ministeriali sul taglio di 67 mila cattedre negli anni scolastici 2009/2010 e 2010/2011. Il primo, riguarda lo strumento utilizzato da viale Trastevere per alleggerire gli organici del personale docente: una semplice circolare ministeriale che si appoggiava su una bozza di decreto interministeriale. Per sforbiciare 42 mila posti l’anno scorso e 25 mila quest’anno “l’amministrazione ha diramato la circolare”, la numero 38/09, “allegando un mero ‘schema’ di decreto interministeriale, non ancora formalmente in vigore”, scrivono i giudici.

Il secondo motivo attiene alla procedura seguita. “In particolare – si legge nel dispositivo – lo schema di decreto, non solo sarebbe da ritenersi atto privo di attuale efficacia giuridica, ma sarebbe altresì approvato senza il ‘previo parere delle Commissioni parlamentari competenti’ invece espressamente prescritto dalla norma”. Insomma, ancora una volta, come più volte lamentato dalle opposizioni, sarebbe stato esautorato il Parlamento. Al momento nessuno è in grado di prevedere gli effetti del provvedimento del Tar.

Una cosa è certa, per effetto del taglio di 87 mila cattedre in tre anni, migliaia di supplenti hanno perso posto e stipendio e milioni di bambini e studenti italiani hanno perso decine di ore di lezione in classe. Per non parlare delle migliaia di docenti di ruolo costretti a fare le valigie, magari dopo anni di servizio nella stessa scuola, perché con la riforma Gelmini la loro materia è stata falcidiata. Ricominciando, in qualità di docente “sovranumerario”, a fare il pendolare e, non più giovanissimo, a percorrere decine di chilometri per recarsi a scuola.

In queste ore si fanno sempre più insistenti le voci di un prossimo decreto sull’aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento dei precari con la possibilità per gli stessi di cambiare provincia. Dopo la recente sentenza della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittime le graduatorie “di coda” inventate dalla Gelmini, arriva il parere dell’Avvocatura dello Stato richiesto da viale Trastevere, secondo il quale non è possibile impedire lo spostamento di provincia senza una norma di legge ad hoc.

A questo proposito, il ministero starebbe per emanare, quindi, un decreto di aggiornamento delle graduatorie con il quale consentirà l’inserimento “a pettine” – cioè con il proprio punteggio – ma in una sola provincia. Una notizia che è attesissima da migliaia di precari meridionali, pronti a fare le valigie alla volta delle regioni del Nord, dove le cattedre a disposizione sono tantissime e le probabilità di lavorare aumentano in modo esponenziale.

Ma, da tempo, l’ipotesi non piace alla Lega, che col senatore Mario Pittoni si è fatto promotore di una proposta di legge che prevede liste regionali suddivise in due sezioni: A e B. Questa volta, però, il ministero è tra l’incudine e il martello: qualche giorno fa 61 deputati, quasi tutti meridionali, hanno chiesto al ministro Gelmini di portare la questione in Parlamento. Un chiaro avvertimento al governo: con i tempi che corrono un provvedimento di legge pro-Lega potrebbe riservare brutte sorprese.

da www.repubblica.it