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"Modena, i tagli della scuola in cifre. La sen. Bastico e l’on. Ghizzoni interrogano la Gelmini"

L’ultimo a lanciare l’allarme è stato l’assessore regionale all’Istruzione Patrizio Bianchi: il taglio degli organici dei docenti, in Emilia-Romagna, non è sostenibile. Sulle gravissime difficoltà della scuola pubblica provocate dai tagli del governo intervengono oggi la sen. Mariangela Bastico e l’on. Manuela Ghizzoni che annunciano una nuova interrogazione al ministro Gelmini. Ecco la loro dichiarazione.
«Le cifre parlano da sole: a Modena i docenti in meno sull’organico di diritto saranno 121, di cui 70 alle superiori, 42 alle medie e 11 alla primaria. Ci saranno 2 docenti in più solo nella scuola dell’infanzia, nonostante la richiesta di 16 posti aggiuntivi. Decisioni ingiustificate, soprattutto se si considera l’aumento della popolazione studentesca, con 382 alunni in più nelle superiori, 266 bambini e 7 classi nella scuola primaria. A fronte di tale dato i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico di fatto dell’anno scorso, 11 in meno.

Nella scuola media gli alunni crescono complessivamente di 421 unità, di cui 275 solo nelle classi prime, ma i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico dell’anno scorso, 42 in meno: una delle riduzioni più pesanti a livello regionale. Per la scuola superiore i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico di fatto dell’anno scorso, 70 in meno: il taglio più pesante in assoluto rispetto a tutte le altre province della Regione Emilia Romagna.

Chiediamo con forza, a tutela della qualità della scuola modenese, che ha già fatto tanto in termini di più’ efficace utilizzo delle risorse, che il Governo ascolti il grido d’allarme lanciato dagli enti locali e dal mondo della scuola. Riveda le sue politiche sull’istruzione, assegnando le risorse necessarie per assicurare alla scuola la possibilità di lavorare con serenità e garantire ai ragazzi adeguati livelli di apprendimento».

"I peluche di Pantelleria ai cinque orfani del mare L’isola adotta la famiglia", di Goffredo Buccini

Viani è la vita che ci rimane da guardare. Schiaccia come un ossesso i pulsanti colorati della Fattoria degli animali, ride a crepapelle ogni volta che saltano fuori il cane e la mucca. Il cane è meglio non toccarglielo, se no s’arrabbia e molla spintoni. A cinque anni, il gelo e il terrore di mercoledì mattina — tra onde furiose e strilli e lacrime— fanno presto a sciogliersi in avventura, qui, nel corridoio dell’ospedale «Nagar» che pare la bottega di un giocattolaio. Tante mamme e tanti papà di Pantelleria hanno portato qualcosa ai figli di Leonie e Camille Fuamba: le favole di Pinocchio, i fumetti di Pimpa, Toy Story, bambolotti e cioccolatini, sicché questa giornata di sole e calore può sembrargli anche Natale, se mai qualcuno gli ha spiegato cos’è. Quando cercherà di ricordare sua madre, gli verranno in mente palloni di gommapiuma, orsi di peluche, una lingua incomprensibile ma zuppa d’amore, queste carezze. «Non sta fermo un momento» , sussurra Caterina Giglio, una delle volontarie che se lo coccolano da quando è arrivato all’ospedale con papà Camille, i suoi due fratelli e le sue due sorelle, lasciando sulla spiaggia il cadavere di mamma Leonie sotto una coperta bianca e marrone. Viani è l’unico dei cinque figli di Leonie cui non hanno detto nulla. A Ily, di appena due anni più grande, il padre ha dovuto dirlo, quando l’ha visto vagare tra le corsie strillando maman, maman!: mamma non c’è più. Adesso Camille è disteso su un letto della stanza E, nel corridoio parallelo a quello dei giochi, svuotato dal dolore, con una flebo nel braccio, una felpa azzurra, gli occhi fissi al soffitto: «Merci, monsieur, merci» , ripete a chiunque gli si avvicini. Ily ha pianto per la mamma, ma è un ometto in tuta bianca da calciatore, fa una smorfia tosta: «Mi piace l’Italia, mi fanno un sacco di regali, vorrei restare» . Forse resterà, assieme ai fratelli e alle due sorelle ormai ragazzine. Il sindaco Di Marzio ha letto nel cuore della sua gente, ha avviato le pratiche per tenere i Fuamba qui, dove Leonie sarà sepolta, in asilo umanitario: emigrati dal Congo in Libia, scappati dalle bombe di Misurata dove Camille faceva il muratore, straziati dal mare. Difficile immaginare ragioni umanitarie più evidenti. Pantelleria s’è stretta attorno ai 190 scampati al naufragio sugli scogli dell’Arenella. Certe volte l’Italia racconta ancora storie che scaldano, certe volte non dice foeura di ball. E questa storia la puoi leggere negli occhi dei sub che sotto il barcone dei migranti hanno quasi rischiato la pelle: Battista, che ancora si commuove a rivedere quelle facce, risentire quegli strilli, «mica pensi al pericolo, ti tuffi e basta» ; Filippo, che ricorda «la responsabilità, Dio mio, la responsabilità di dire a qualcuno buttati in acqua che ti salvo io…» ; Antonello, che fa il duro ma pensa ai piccoli, «sei bambini, i cinque Fuamba e una di appena un anno, là, su quel legno che affondava!» . È una storia che stava scritta in faccia a Mimmo Lo Giudice, il carabiniere che ha salvato Viani. Ma anche ai tre finanzieri che si sono buttati con lui: Ettore Mondoni e Nazareno Donzelli, poco più che ragazzi, e il brigadiere capo Gaetano Spanò, uno di quei sottufficiali scafati che capiscono le cose quasi prima che succedano. Ettore e Nazareno sono i due che in una foto ormai famosa tirano fuori dall’acqua una poveretta coi capelli dritti in testa e uno scialle arancione sulle spalle: «Non riusciva a respirare, era stravolta» , raccontano con pudore. «Viani urlava “Papà, bateau! Papà, bateau!”. Non voleva mollare il padre sulla barca» , dice Spanò, che allora ha passato il bambino al carabiniere Lo Giudice, «aiutalo tu, collega» , ed è tornato indietro a fare la catena umana per acchiappare Camille. Così hanno salvato 190 vite, i nostri ragazzi in divisa assieme alla gente di qui, ma ancora piangono per le vite perdute, quella di Leonie e quella di Chinga, appena 28 anni, che veniva dalla Nigeria e sperava di diventare mamma in Italia. Nella caserma della Brigata Etna, ai tre finanzieri arriva adesso la telefonata del comandante generale Nino Di Paolo: «Questi atti di solidarietà nascono da cose semplici. Bravi. Attraverso voi dico grazie a tutte le fiamme gialle che lavorano ogni giorno in quest’emergenza, per il Paese» . Cose semplici, sì, e questa è gente semplice, che fa la catena umana in mare, o che il mare lo fruga per salvare altra gente. Come i piloti Signorelli e La Torre, su Volpe 146, l’elicottero della Finanza che ci porta da Lampedusa a Pantelleria. Cinquanta minuti di volo, quota mille piedi, vento cinque nodi, una bava tranquilla, pare impossibile che nel blu qui sotto si possa morire. Chiamano target, in gergo, quelle ombre bianche che appaiono sul radar: barche di pescatori, quasi sempre; gusci dove le vite sono in gioco, qualche volta. È un guscio squarciato il barcone dove sono arrivati Camille, Leonie, i bambini e gli altri migranti. Eccolo là, sugli scogli aguzzi dell’Arenella, con le onde che ancora gli scherzano addosso. Dal porto si arriva in fretta all’ex caserma Barone, che adesso è il centro di raccolta dell’isola. I migranti scampati, tutti quelli che non stanno in ospedale, sono qui e tra qualche ora partiranno per Trapani, dove si deciderà la loro sorte. Sulle reti di recinzione pantaloni, magliette, felpe ad asciugare. Nelle camerate, distese di materassi. Si alza «Breznev» , congolese: «C’era un battello che ci teneva d’occhio» , dice in francese, «poi hanno chiamato la costa italiana, è arrivata una barca militare e ci hanno detto di seguirli. Ma troppi scogli c’erano, io lo dicevo che non ce la facevamo! Gli italiani però sono stati bravi, hanno fatto del loro meglio per aiutarci» . Noi siamo capaci di avvelenare anche il coraggio: troppo tempo per intervenire, dice qualcuno, e adesso le ombre si allungano. Ma i salvati difendono i salvatori: «Non biasimo proprio nessuno, l’aiuto era buono, siamo arrivati a due metri…» , dice George, 31 anni, nigeriano. È il ragazzo di Chinga, tiene tutto dentro, racconta la scena in inglese come fosse successa a un altro: «Volevo darle un salvagente, un’onda mi ha buttato giù. Quando sono risalito, non l’ho più vista. Avevamo perso un bambino, volevamo farne un altro, qui da voi. Magari resto in Italia, ma non m’importa più molto» . All’ospedale, il direttore Luca Fazio dice che tre anni fa «sono arrivati due persino con l’acquascooter dalla Tunisia» , questa storia non finisce mai, «ma l’isola ha dato una grande prova» . Giovanni Leone («sì, come il presidente…» ), un giovane dottore, ci accompagna tra i migranti ricoverati: «È la prima volta che mi sono sentito medico sul serio» . A volte capita: dopo che noi avremo salvato loro, loro salveranno noi.

Il Corriere della Sera 15.04.11

Organici scuola: La Regione: «Pronti a gestirli ma Gelmini applichi il federalismo», di Laura Cappon

L’assessore Bianchi contro il terzo taglio agli organici: «Insostenibile». La denuncia della Cgil sugli ennesimi tagli (siamo alla terza tranche prevista dal ministro Gelmini) agli organici riaccende l’attenzione sul prossimo anno scolastico. L’assessore regionale all’istruzione Patrizio Bianchi critica pesantemente la linea ministeriale e rivendica «il federalismo scolastico», mentre la Cisl- scuola fa i conti e prospetta la possibilità di 5.000 assunzioni negli istituti dell’Emilia Romagna. Per Bianchi 881 docenti in meno per il prossimo anno sono inaccettabili a fronte di un aumento di 7500 studenti. «Noi rivendichiamo – spiega – il federalismo scolastico, accordo siglato nel 2008 che ci darebbe piena indipendenza perché potremmo decidere sia per i programmi sia per gli organici, con la definizione dei costi standard e dei livelli essenziali di apprendimento».Un modo per rendere la gestione totalmente a carico di viale Aldo Moro che, secondo Bianchi, sarebbe poi in grado di destinare più risorse rispetto a quanto il Ministero fa ora. «Per noi la scuola non è un problema di ordine pubblico, ma un pezzo fondamentale della nostra società – aggiunge -. Su cui è impegnato in prima persona lo stesso presidente Vasco Errani che ha scritto per tre volte al ministro dell’Istruzione Gelmini»: l’ultima per segnalargli la questione dei licei musicali che richiedono un organico superiore. Una richiesta chiara quella dell’assessore, che condivide la preoccupazione della Flc-Cgil ma che difende il ruolo dell’Ufficio scolastico regionale perché «i tagli sono troppo drammatici per poter scaricare su di loro qualche responsabilità». Intanto la Cisl scuola propone 5.000 nuove assunzioni nelle scuole della regione, per 3.079 docenti e 2.662 Ata. Secondo la segretaria della Cisl scuola Anna Cicognani, infatti, coprire tutti i posti vacanti con dei neo assunti costerebbe come assegnare le cariche annuali a dei supplenti. Assunzioni che significherebbero «rispondere alle attese dei precaridando stabilità al lavoro».Ma anche «assicurare alla scuola condizioni di miglior gestione delle risorse, favorendo la continuità e la qualità della didattica». Inoltre, secondo le stime della Cisl, i tagli saranno pesanti non solo sulla didattica ma anche sulle risorse tecnico amministrative con una diminuzione di 729posti. Cifre che sommate ai tagli degli ultimi due anni portano a un totale di 2.029 occupati in meno nelle scuole emiliane romagnole.

L’Unità 15.04.11

È stata inaugurata a Santa Croce la Festa di Primavera organizzata dai circoli PD della zona sud di Carpi.

Presenti il segretario regionale del PD Stefano Bonaccini, la Senatrice Mariangela Bastico, i dirigenti del PD locale e il Sindaco di Carpi. Il Segretario del PD di Carpi Davide Dalle Ave, che ha portato anche i saluti della parlamentare carpigiana Manuela Ghizzoni impegnata in Parlamento a Roma, ha sottolineato il crescente successo della festa di Santa Croce nelle diverse edizioni, nel corso delle quali è aumentato ogni anno il numero di iniziative e di presenze.

“Il Governo nazionale non sta affrontando i problemi del Paese, e quando li affronta lo fa nel modo sbagliato – ha affermato il segretario regionale del PD Stefano Bonaccini – basti pensare ai tagli agli incentivi sul fotovoltaico, che hanno messo in ginocchio un settore strategico appena decollato, o alla recente approvazione del processo breve, che farà in modo che migliaia di possibili criminali rimarranno impuniti”.

“Davanti alla crisi economica e alle emergenze che attraversano il Paese, il Governo non fa assolutamente nulla e si occupa solo dei problemi di Berlusconi – ha sottolineato la Senatrice del PD Mariangela Bastico – abbiamo una condizione giovanile drammatica, con il 30% di disoccupati, e un primato europeo poco invidiabile: 2 milioni di giovani che non sono né a scuola né al lavoro. Oggi su questo tema il PD ha presentato un importante progetto di legge, ma ci troviamo di fronte una maggioranza che tiene aperto il Parlamento anche di notte, ma solo per i temi che interessano Berlusconi”.
Grande soddisfazione per gli stand pieni e per la folta partecipazione all’inaugurazione, che ha visto circa 130 persone presenti, è stata espressa da parte dei segretari dei 4 circoli promotori della festa, Agnese Aldrovandi, Marco Bagnoli, Francesco Lodi e Benedetta Pecchini. La Festa, che si tiene nel circolo Arcobaleno di via Giliberti di Santa Croce, si concluderà il 1° maggio.

«Far ripartire l'università paralizzata dalla Gelmini», di Mariagrazia Gerina

Confronto e dibattito Il Pd e il mondo degli atenei verso la conferenza nazionale del 21 e 22 maggio.
Il danno, a distanza di pochi mesi dall’approvazione della riforma Gelmini, è già tale che le università non riescono neppure a bandire i nuovi assegni di ricerca, perché manca il decreto attuativo che chiarisca agli atenei come procedere. In assenza di una nota ministeriale, ci sono atenei che preferiscono bloccare assegni già banditi e altri che non si azzardano a rinnovare i vecchi assegni in scadenza. E lo stesso vale per i nuovi concorsi da ricercatore a tempo determinato o per quelli già banditi ma rimasti a metà. Tutto bloccato, perché, fatta la riforma, nemmeno il governo riesce a raccapezzarsi nel ginepraio di nuove norme e a fare i decreti attuativi. «È facile calcolare che, in assenza, in assenza di opportuni interventi, questo stato di cose provocherà il licenziamento de facto di decine di migliaia di precari entro la fine dell’anno», avverte il Pd. Parte da questo bilancio dei primi disastrosi effetti della riforma Gelmini e da una proposta di legge già depositata alla Camera per sbloccare concorsi e assegni di ricerca il cantiere della controriforma inaugurato ieri dal Partito democratico con una giornata di confronto con docenti, rettori, docenti e ricercatori universitari. Prima tappa di un percorso che porterà alla conferenza nazionale dell’università e della ricerca del Pd, convocata per il 21 e il 22 maggio a Roma. La ricetta democratica per tentare di salvare l’università dal ginepraio di norme che si è abbattuto sugli atenei italiani è «semplificare», «delegificare ». È lo stesso segretario Pier Luigi Bersani a scandire davanti a una platea di addetti ai lavori le parole d’ordine del post riforma Gelmini. Non un «punto e a capo, populista», ma un progetto di «cambiamento» dall’interno. La riforma – dice Bersani – è un alberto storto, che in qualche modo si dovrà cercare di raddrizzare. O anche un meccanismo barocco, che andrà smontato pezzo per pezzo. «Smontare le leggi infondo è il modo più bello di produrre il cambiamento », suggerisce il segretario dei democratici, forte diuna facile previsione. Che l’oggetto in questione, ovvero la riforma Gelmini, non può durare senza modifiche sostanziali. «Non le abbiamo azzeccate tutte nemmeno noi», ammette. Tuttavia la riforma Gelmini è il concentrato di tutto quello che una riforma non dovrebbe essere. Intanto, perché parte da un messaggio di disprezzo. E invece una riforma deve valorizzare le esperienze positive del sistema e farne un modello. Poi, perché ogni riforma deve partire da una discussione condivisa. Infine, perché, persino se la finalità fosse risparimare, senza investimenti non si riforma nulla. Una critica che va letta anche come programma“ a contrario” di quello che il Pd si propone di fare se e quando andrà al governo. E già da subito per ridurre il danno, con proposte concrete come quella firmata da Ghizzoni, Nicolais, Bachelet, Tocci e Mazzarella per sbloccare concorsi e assegni di ricerca, procedendo con le vecchie norme almeno «fino a che non ci saranno tutti i decreti attuativi della riforma». «A pochi mesi dall’attuazione della riforma, l’unversità è bloccata, mentre gli atenei, alle prese con l’adozione degli statuti, sono costret ti a un esercizio burocratico insostenibile », spiega Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca nella segreteria nazionale del Pd. Oltre a sbloccare i concorsi, il Pd pensa ad una serie di proposte per «cambiare le modalità di finanziamento dei progetti di ricerca- aggiunge Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum nazionale Università ricerca saperi del Pd-. a una agenzia nazionale che si occupi della ricerca e a una gestione del fondo per l’università che preveda una aliquota del 20% distribuita su criteri meritocratici in base a parametri certi». «Le università, dovrebbero essere responsabili delle loro assunzioni con valutazioni ex post – osserva – mentre l’abilitazione nazionale prevista dalla Gelmini con lunghe procedure per stabilire le commissioni non serve a nulla».

L’Unità 15.04.11

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Senza investire su università e capitale umano non c’è crescita

Bersani interviene alla giornata di studio PD sull’università : “La riforma Gelmini è un albero storto che mette la polvere sotto il tappeto”. Letta: “Il futuro dei giovani è il problema di cui dobbiamo occuparci”. Siamo un Paese in cui il capitale umano – elemento cruciale per lo sviluppo di qualsiasi comunità – è scarso in termini quantitativi ed è, per paradosso, valorizzato poco e remunerato male. Di conseguenza, l’Italia non ha una capacità di innovazione tale da permetterle di competere in uno scenario economico globalizzato.
Se ne è discusso oggi alla Prima giornata di studio dedicata dal Partito Democratico all’Università, una tappa del percorso dei Democratici verso la Conferenza Nazionale sul tema della Ricerca. Nel suo intervento, Pier Luigi Bersani ha messo in evidenza che l’obiettivo è “una riforma vera che deve trovare in premessa un metodo di discussione che sia condiviso. Noi non siamo – ha sottolineato il segretario del Pd – per il ‘punto a capo’ del centrodestra, per i messaggi populisti. Voglio ricordare che nel 1979 presero forma tre grandi leggi di riforma che sono rimaste intatte fino ad oggi: la legge Basaglia, quella sull’interruzione volontaria di gravidanza, e quella che istituì il Sistema sanitario nazionale. Tutti provvedimenti – ha ribadito Bersani – di iniziativa parlamentare”. Entrando nel merito della riforma dell’Università varata dal centrodestra, Bersani ha sottolineata come essa abbia preso le mosse “da un intento punitivo, ispirato dal disprezzo sulla situazione attuale. Occorrerebbe che il cambiamento abbia presupposti positivi e intenda valorizzare quel che c’è già, proprio il contrario di quanto hanno fatto la Gelmini, Brunetta e il loro pseudo riformismo”.
Ha aggiunto Bersani: “Una buona riforma è tale quando usa il ‘rasoio di Occam’ ed è strettamente funzionale all’obiettivo che si vuole raggiungere, quando non si mette la polvere sotto il tappeto per poi dare la colpa alle lentezze della burocrazia”. È evidente che la riforma-Gelmini non è funzionale, soprattutto perché si propone di tagliare risorse a un settore sul quale proprio non si può risparmiare, pena condannare l’Italia a rimanere indietro rispetto agli altri Paesi. Non solo: “Per risparmiare – ha osservato Bersani – bisogna fare un minimo investimento iniziale, come qualsiasi imprenditore sa, se proprio non vuole finire fuori mercato”. Ma il discorso è più ampio, vuole ribadire il segretario del Pd: “Guardiamo all’articolo 3 e 34 della Costituzione, che sono tra i più belli della Costituzione più bella al mondo: sappiamo che negli ultimi venti-venticinque anni le diseguaglianze sociali sono cresciute e sono diventate più profonde, mentre tutto il sistema accumulava ricchezze su una fascia troppo ristretta di popolazione”. Per dare un senso alla risalita, insomma, è necessario intervenire – ha messo in evidenza Bersani – “anche sull’evasione fiscale e riformare il fisco per stabilire in maniera seria e duratura una relazione tra il sistema delle imprese e quello della ricerca e della formazione, con sgravi e agevolazioni” per chi investe e assume. Per il Pd, ha detto infine Bersani, “l’università è un luogo di vita e di lavoro. La riforma del centrodestra, per dirla alla Tremonti, è un albero storto perché fondata su un meccanismo intricatissimo. Per cambiarla, dobbiamo parlare il linguaggio dell’onestà e avere un respiro forte, anche per allungare le reti di relazione e comunicazione di questo Paese”.

Occorre ripartire, da un Paese e in un Paese che, parola di Marco Mancini – neopresidente della CRUI, la Conferenza dei rettori – “non ha grande fiducia nel mondo universitario e di conseguenza nel futuro delle sue imprese e della sua economia”.
Per Enrico Letta, che ha concluso la Prima giornata di studio “l’importante è stato, innanzitutto, l’aver fissato un metodo di lavoro, che è poi ascoltare tutti coloro i quali ‘fanno’ a vario titolo l’università italiana. L’Ulivo, sedici anni fa – ha aggiunto il vicesegretario del Pd – nacque proprio lì, prendendo atto delle proposte e delle speranze di chi ci lavorava: è importante ricordarlo adesso che ci prepariamo a una nuova esperienza di governo”.
In relazione alla riforma Gelmini, Lettao ha messo in evidenza che “non esistono solo il ministro e i suoi provvedimenti: abbiamo di fronte il 2012, quando il sistema collasserà a causa dei tagli del governo, e anche il 2050, ovvero…il futuro del Paese. Per questo abbiamo iniziato un percorso – ha sottolineato Letta – che costruiremo dando voce a tutti coloro i quali operano nelle università”.

Ringraziando Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca nella Segreteria del Pd e Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum università, saperi e ricerca del Pd, che hanno coordinato l’attività preparatoria dell’evento, Enrico Letta è tornato a sottolineare che il futuro dei giovani è “il” problema di cui occuparsi, dal momento che “nel Mezzogiorno un ragazzo su due non ha lavoro e non studia e, più in generale, negli ultimi tre anni, secondo l’Inps, il 90% dei contratti di lavoro per i giovani sono stati stipulati con durata non superiore a sei mesi. È chiaro che – ha ribadito Letta – in assenza di prospettive occupazionali certe i giovani non riescono a formare una famiglia e a preparare un futuro al Paese anche dal punto di vista demografico”.
Senza università che raggiungano punte di eccellenza, l’intero sistema non può tornare a crescere: per il vicesegretario democratico “è inutile che Tremonti parli di ‘razionalizzazione’ quando abbiamo a che fare con un diffuso fenomeno di abbandono degli studi e se una carriera accademica non decolla prima che il suo protagonista abbia compiuto i quarant’anni. Serve – ha concluso il vicesegretario Pd – riprendere una logica di cosmopolitismo e soprattutto frenare la fuga dei giovani all’estero, che rischia, nelle sue proporzioni attuali, di lasciare un Paese senza risorse intellettuali e senza classe dirigente”.

www.partitodemocratico.it

"Firme false alle regionali: 10 indagati in Lombardia", di Angelo Mincuzzi

È una tegola pesante quella che si abbatte sul presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Una decina di consiglieri regionali e provinciali della maggioranza di centro-destra sono indagati dalla procura di Milano per falso ideologico nell’inchiesta sulle firme false presentate a sostegno della lista Formigoni nelle elezioni del 28 e 29 marzo 2010. Una vicenda che si interseca con il Ruby-gate, perché nel listino bloccato “Per la Lombardia”, che raccolse il 56,11% dei voti, fu inserita all’ultimo momento la show girl ed ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, Nicole Minetti. Una decisione imposta dallo stesso presidente del Consiglio e che è alla base della catena di avvenimenti che ha portato ieri i dieci consiglieri regionali e provinciali del Pdl a ricevere un invito a comparire davanti al procuratore aggiunto Alfredo Robledo.
L’inchiesta è nata da un esposto dei Radicali, che avevano consegnato al magistrato una copia di circa 500 firme ritenute false in seguito a una perizia grafologica. Nelle scorse settimane Robledo ha convocato uno per uno i nominativi ritenuti sospetti e ha scoperto che le firme contraffatte non sono 500 ma almeno 770. Tutte apposte a insaputa di ignari cittadini, ma i consiglieri coinvolti le avrebbero convalidate. Nell’elenco degli iscritti al registro degli indagati figurano anche quattro consiglieri provinciali milanesi del Pdl. Le firme false, inoltre, non riguardano soltanto il listino bloccato del governatore ma anche i documenti a sostegno della lista provinciale milanese del Pdl, collegata al listino di Formigoni. Solidarietà agli indagati è stata espressa dal presidente della provincia di Milano, che durante le elezioni era il coordinatore regionale del Pdl.
«La prova del falso è granitica», rivelano fonti della procura, secondo le quali non c’è alcun dubbio che i nomi apposti sui documenti siano stati artefatti. E anche maldestramente, a giudicare dalla perizia grafologica presentata dai Radicali al momento dell’esposto. Grazie a quelle 770 firme (su un totale di 3.800) sono stati eletti in consiglio regionale lombardo tutti gli otto candidati della lista, a cominciare dal governatore Formigoni. Nel listino figuravano anche il vicepresidente della regione, Andrea Gibelli, il leghista Cesare Bossetti, l’ex deputato Pdl Roberto Alboni, l’ex collaboratore del presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, Doriano Riparbelli, il presidente del gruppo Pdl alla regione, Paolo Valentini Puccitelli, e poi Nicole Minetti e l’ex fisioterapista del Milan, Giorgio Puricelli: tutti estranei all’inchiesta giudiziaria.
Secondo una memoria presentata in procura nei mesi scorsi dai radicali Marco Cappato e Lorenzo Lipparini, le firme false sarebbero state apposte all’ultimo momento per far spazio nel listino a Nicole Minetti. L’ingresso della showgirl, da mesi indagata per induzione e favoreggiamento alla prostituzione insieme a Emilio Fede e a Lele Mora, sarebbe stato concordato da Berlusconi, Formigoni e Umberto Bossi in due vertici ad Arcore il 23 e il 24 febbraio dell’anno scorso. Secondo la ricostruzione dei radicali, Nicole Minetti entra in lista il 25 febbraio, due giorni prima della scadenza dei termini per la presentazione delle firme. Di qui l’urgenza di falsificarne alcune centinaia. Senza quelle firme, infatti, la lista Formigoni non avrebbe raggiunto il quorum per essere ammessa alle elezioni.

Il Sole 24 Ore 15.04.11

"La cornice del nulla", di Luigi Spaventa

Due giorni fa il Consiglio dei ministri, pressato dalle urgenze del processo breve, ha approvato in meno di 60 minuti il Documento di economia e finanza (Def) 2011 presentato dal ministro dell´Economia. Si compone, il Documento, di tre volumi (con un´appendice): uno con il programma di stabilità, uno sulle analisi e tendenze della finanza pubblica e un Piano nazionale di riforma (Pnr), per un totale di circa 400 pagine (al netto delle comuni premesse), che occupano, elettronicamente, circa 11 Mb. Si è proceduto con troppa fretta? Non necessariamente.
Per certo, la lettura del Pnr, il volume più corposo, è apparentemente ostica. Attento studio parrebbe necessario per comprendere gli incroci fra una complessa tassonomia di azioni e misure e le classificazioni comunitarie ispirate a Lisbona: fin quando ci si rende conto che quelle comunitarie sono solo cornici al nulla. Così, si apprende che, ma non si comprende come, abbiamo sinora attuato 87 (ottantasette) “azioni prioritarie discendenti dall´annual growth survey e dagli specifici impegni di policy del patto europlus”. Si voltano allora le pagine con ansia per giungere all´ultimo capitolo, intitolato “Le riforme dell´Italia”. Ma quelle 52 non agili pagine suscitano memoria della seconda parte degli antichi (e deprecati) documenti di programmazione economica e finanziaria (i Dpef padri del Def): quella che un sempre indifferente ministro dell´Economia, allora come oggi, lasciava a disposizione dei suoi colleghi perché sfogassero il loro grafomane occorrismo (termine non più riferibile solo alla sinistra). Oggi come allora, manca qualsiasi indicazione operativa (e come tale controvertibile) a quelle generiche enunciazioni, vaghe e sommarie anche sul tema della riforma tributaria.
Ma avrebbe ben ragione il ministro dell´Economia a ricordarci che (in sigle) il Def non è solo Pnr. Vi è una parte rigorosa, ricca di informazioni, e soprattutto interessante per le sue implicazioni di politica economica: quella dedicata al quadro macroeconomico e, in esso, alla finanza pubblica, materia su cui gli altri ministri non avrebbero potuto (e forse saputo) interloquire.
Nel prossimo triennio la crescita resterà all´uno virgola, con lenta salita all´1,6 nel 2014, quando il prodotto reale non sarà ancora tornato al livello del 2007: se c´è stata una frustata, il cavallo non se ne è accorto e non se ne sono accorti al ministero dell´Economia. La bassa crescita non ha impedito che nel 2010 l´indebitamento delle pubbliche amministrazioni fosse più basso del previsto, grazie al contenimento delle spese; ma ha fatto crescere più del previsto il rapporto fra debito e Pil. Negli anni a venire si prevede un ulteriore contenimento della spesa rispetto al Pil: dopo un collasso di oltre il 16 per cento nel 2010, gli investimenti fissi pubblici continueranno a cadere, anche in termini assoluti (con buona pace delle imprese di costruzione); si ridurranno in quota i redditi dei dipendenti. La pressione tributaria e quella fiscale (che include i contributi) resterà invariata al notevole livello del 42 e mezzo per cento del prodotto (se le promesse fossero veramente debito, occorrerebbe aprire una contabilità speciale per i manifesti del partito di maggioranza). Questa rigorosa anche se doverosa austerità non basta tuttavia a consentire il rispetto degli obiettivi europei di una più rapida riduzione del rapporto fra debito e prodotto e di consolidamento della situazione finanziaria. Per raggiungerli, si deve mettere in conto una manovra correttiva di oltre 2 punti di Pil in due anni: non in questo anno, però, o nel prossimo, ma convenientemente rinviata al 2013-2014; dunque senza costi politici immediati per il governo ora in carica e in onere invece a quello che uscirà dalle elezioni.
Difficilmente si può eccepire all´impostazione del ministro sulle questioni di finanza pubblica (se non al suo pur comprensibile opportunismo nella collocazione temporale della correzione). Ma il problema del perpetuarsi dell´uno virgola di crescita resta irrisolto: la vacuità del Pnr pone la sordina a una seria discussione di riforme mirate e non costose, come quelle spesso elencate da Tito Boeri e da altri colleghi. Si deve convenire con Giampaolo Galli (Il Sole del 13 aprile): “tenere i conti” è necessario, ma non basta; alla lunga, «se non riparte la crescita, non si risolve neanche il problema del debito».

La Repubblica 15.04.11

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“Una manovra senza coraggio”, di Roberto Perotti

Il ministro Tremonti ha il merito di avere limitato il deterioramento dei saldi di bilancio durante la grande recessione, al contrario di altri Paesi. Lo ha fatto lottando contro pressioni di ogni tipo, raggranellando milioni di entrate e risparmiando milioni di spese qua e là. Ma usciti o quasi dall’emergenza, è ora necessario andare oltre ai saldi, e domandarsi se l’Italia voglia rimanere per sempre un’economia dove la spesa pubblica vale oltre la metà del Pil, e la pressione fiscale è costretta ad adeguarsi. Se la risposta è no, allora è arrivato il momento di chiedersi come attuare quelle riforme strutturali della spesa che finora sono mancate. Ma le risposte non si troveranno nel Documento di economia e finanza per il 2011, né nel Programma di stabilità. Con un Governo afflitto da problemi di immagine al vertice, impegnato a prevenire l’erosione di una esigua maggioranza, e a due anni dalle elezioni, per lungo tempo non si parlerà di azioni serie sulla spesa.
Il migliore indicatore dell’azione governativa è il saldo di bilancio primario aggiustato per il ciclo economico, cioè il saldo di bilancio al netto degli interessi sul debito (il cui livello dipende solo minimamente dal governo attuale, e soprattutto dallo stock di debito accumulato in precedenza) e depurato dagli effetti del ciclo economico (il saldo peggiora automaticamente se l’economia è in recessione, senza colpa del Governo).
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Il Governo prevede un miglioramento costante di tale saldo, di circa tre punti percentuali da qui al 2014, in gran parte dovuto a riduzioni di spesa. Apparentemente, questo è un aggiustamento ragguardevole. Ma è da prendere con molta cautela, per due motivi: si basa su stime ottimistiche, ed è frutto in gran parte di misure saltuarie o non specificate, non di cambiamenti strutturali alla dinamica della spesa.
Prendendo il 2012 come esempio, il Governo stima che i provvedimenti presi nel 2010 ridurranno il disavanzo di circa 25 miliardi, oltre 1,7 punti di Pil. Ma gran parte degli effetti sono imputati a due misure, la lotta all’evasione e il patto di stabilità con gli enti locali, entrambe basate su assunzioni da verificare, e che storicamente hanno sempre dato risultati deludenti.
Un’altra fonte di risparmi riguarda i salari pubblici, frutto del blocco del turnover, che non può essere ripetuto all’infinito. Il Governo continua a prevedere cospicui risparmi su questa voce fino al 2014, ma non è chiaro su che base concreta.
Successivamente, con la Legge di stabilità e quella di bilancio, il Governo ha rimodulato i numeri iniziali, in apparenza senza modificare i saldi, al fine di consentire una serie di nuove piccole spese. Queste sono state finanziate, nel 2011, con la più tipica delle entrate una tantum, i proventi delle aste delle frequenze digitali, e da una serie di piccole modifiche a tanti capitoli d’entrata, dagli effetti estremamente incerti, quali «maggiori verifiche, controlli e sanzioni a giochi e lotterie», la «razionalizzazione delle riduzioni delle sanzioni» e i soliti fantomatici «effetti indotti». Niente di nuovo o di peggio rispetto al passato, ma non certo materia da grande riforma della politica di bilancio.
Tutto questo rende il miglioramento del saldo primario estremamente aleatorio. Ma se anche si realizzasse, poco o niente in queste misure ha la natura di una riforma strutturale che riduca finalmente il peso della spesa pubblica. E senza interventi sulla spesa, la pressione fiscale non potrà scendere, come riconosce il Governo.
In teoria, le riforme strutturali sono affidate al Programma nazionale delle riforme. Ma questo documento dimostra ancora una volta che i programmi di bilancio a medio termine sono armi a doppio taglio, in Italia come in altri Paesi. Da un lato il Governo deve poter pianificare la propria azione su un periodo di più anni; dall’altro questi programmi multiannuali diventano quasi inevitabilmente una scusa per posporre ogni azione seria, rimandandola al futuro senza peraltro essere costretti a offrire misure specifiche.
L’esperienza internazionale dimostra che i risanamenti di bilancio duraturi, basati in gran parte su riduzioni di spesa, sono fatti prendendo il toro per le corna, partendo con il botto: riducendo le spese drasticamente nei primi due anni, e poi consolidando gradualmente i risultati raggiunti, magari aggiungendo una riduzione delle tasse per mostrare che i sacrifici richiesti servono a qualcosa. Con i piccoli decimali di punto percentuale si evitano gli slittamenti in periodi d’emergenza, come ha fatto Tremonti in questi due anni, ma non si cambia lo status quo.
Ma questo Tremonti lo sa, così come sa – e non si stanca di ripeterlo – che è facile per un accademico parlare di riforme strutturali, mentre la realtà politica è ben più complicata. Su questo ha perfettamente ragione, ed è per questo che per i prossimi anni non è il caso di farsi illusioni.

Il Sole 24 Ore 15.04.11

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“Montezemolo a Tremonti: poca ironia, ora i risultati”. di Celestina Dominelli

Ammette di non aver ancora esaminato il programma nazionale di riforme varato dal Consiglio dei ministri. «Lo leggerò con attenzione, non mi piace dare giudizi su cose che non conosco». Ma Luca Cordero di Montezemolo, presidente della fondazione Italia Futura e della Ferrari, giudica fuori luogo la battutta con cui, mercoledì dopo l’ok al Pnr, Giulio Tremonti ha risposto all’appello della leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, sulla solitudine delle imprese («è durata solo pochi giorni», aveva detto il ministro dell’Economia). «C’è poca ironia da fare – replica Montezemolo – vista la situazione di mancata crescita e soprattutto di mancata iniziativa di politica economica. Sarebbe meglio mettersi tutti con meno battute e più impegno e più risultati. Condivido pienamente l’opinione di Emma Marcegaglia».
L’ex numero uno di Viale dell’Astronomia mostra poi di aver apprezzato il richiamo del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, sulla necessità di riforme strutturali («è significativo e condivisibile»). E invece bacchetta Silvio Berlusconi e la sua maggioranza. Così, quando i cronisti gli chiedono se vi sia distanza tra il paese reale e quello che si discute in Parlamento, Montezemolo scandisce bene le parole. «Fortunatamente c’è un paese reale che sta reagendo e che si sta dando da fare, che ha voglia di occuparsi del bene comune e non solo degli affari propri. Quelli che io chiamo “italiani ignoti” che sono una grande forza del Paese malgrado una politica sempre più lontana dai problemi veri, dalle esigenze vere e dalle scelte coraggiose che bisogna assolutamente fare».
Montezemolo critica anche la sforbiciata ai fondi per la ricerca. Tagli che definisce «gravissimi, scandalosi e masochistici», frutto di decisioni di una classe politica «che non ha a cuore il futuro del nostro Paese». L’Italia, osserva ancora il presidente della Ferrari, «è il Paese che investe di meno in Europa in ricerca». E, invece, se fosse per lui, «anziché tagliare lì, taglierei le inefficienze oppure sui consigli di amministrazione che servono a solo a sistemare politici trombati. Sento parlare di tagli da tutte le parti tranne nella politica. E qualche ministro anziché tagliare con il laser fa tagli trasversali».
Infine il nodo della sua discesa in campo. «Viviamo in un Paese strano, in cui la classe politica ritiene di essere l’unica autorizzata a parlare delle cose pubbliche e se tu vuoi parlarne, ti rispondo: entra, scendi in politica. Io invece – conclude ironico Montezemolo alludendo all’iniziativa presentata ieri (un accordo con Federparchi per raccogliere fondi per Telethon che lui presiede) – scendo nei parchi». Ma qualcuno, come il vicepresidente di Fli Italo Bocchino, è già pronto ad accoglierlo a braccia aperte. «Montezemolo? Se c’è un soggetto forte che fa parte della società civile e che scende in campo, siamo interessati».

Il Sole 24 Ore 15.04.11