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"La politica una questione personale", di Michele Brambilla

Il presidente del Consiglio che riunisce i capigruppo di maggioranza e fissa il calendario dei prossimi impegni di governo aggiungendo – al processo breve appena messo in cassaforte – la legge sulle intercettazioni e la riforma della magistratura, è in fondo l’immagine di quella che è ormai diventata la politica italiana: una questione personale. E l’immagine è tanto più sconfortante per il Paese se si considera che più nessuno si stupisce di questa privatizzazione della vita pubblica. Ormai siamo tutti abituati, assuefatti, rassegnati. Che cos’è infatti diventata la politica italiana se non una battaglia pro o contro una sola persona, Silvio Berlusconi?

Tutto ruota attorno a lui. L’attività del governo e quella del Parlamento, le inchieste più importanti della magistratura, le manifestazioni di piazza e le battaglie dei giornali, le diatribe interne ai partiti.

Perfino la nostra tradizionale religione popolare, il calcio, ne è condizionata: ci si chiede quanti punti di gradimento valga uno scudetto, e quanti l’acquisto di Cristiano Ronaldo. Lui, lui, sempre e solo lui: in Italia non si parla d’altro e non ci si divide che sulla persona di Berlusconi.

Chi lo ama è pronto a difenderlo qualunque cosa faccia: dice che i processi sono montature delle toghe rosse, e se per caso si imbatte in una prova provata di colpevolezza, replica che così fan tutti, che c’è di male. Chi lo detesta lo ritiene responsabile di ogni male, a volte fino a rendersi grottesco. Nel film «La bellezza del somaro» di Sergio Castellitto c’è un tale che inveisce contro Berlusconi perché il distributore automatico delle bibite s’è inceppato. «Che c’entra Berlusconi?», gli domanda Laura Morante. «Berlusconi c’entra sempre», le viene risposto.
Mai nell’ Italia repubblicana una sola persona aveva così tanto occupato la scena, e così tanto monopolizzato la politica. Oggi la lotta è solo su una persona.

Ecco perché diciamo che ieri, quando Berlusconi ha riunito i capigruppo a Palazzo Grazioli, nessuno deve avere avuto un sobbalzo nel prendere atto che l’agenda del governo coincide con un’agenda personale. Sono mesi che le Camere non si occupano che delle faccende personali del premier. Così è parso normale che il presidente del Consiglio, con tutti i guai che ha l’Italia e con tutti i disastri che accadono ai nostri confini, abbia chiesto ai capigruppo una full immersion sui fatti propri: le intercettazioni telefoniche, il depotenziamento dei pubblici ministeri, la possibilità di punire i giudici.

«Abbiamo i numeri», pare abbia ripetuto il premier, ed è il ritornello tante volte sbandierato negli ultimi mesi. Sì, nonostante crisi e defezioni, il governo ha ancora i numeri. Ma per cosa li utilizza? Per portare a termine un programma? Per raccogliere il grido di aiuto lanciato da imprese e lavoratori? Per mantenere finalmente le vecchie promesse, meno tasse e Stato più leggero? Sarebbero le cose di cui il Paese ha bisogno, ma una politica ossessionata da una questione privata fa sì che i numeri servano, appunto, per risolvere una questione privata.

Nonostante la maggioranza tenga, nonostante la rotta dei suoi oppositori, Berlusconi non dà comunque, di sé e del suo governo, un’immagine vincente. Il Berlusconi di questi tempi non c’entra nulla con l’uomo che regalava un sogno agli italiani. Quel che si respira è piuttosto un clima cupo, rabbioso, di vendette e di rese dei conti. Diremmo un clima da ultimi giorni dell’impero, se non sapessimo che già tante volte si è sbagliato nel sottovalutare la vitalità di Berlusconi. Non saranno dunque gli ultimi giorni di governo di quest’uomo e della sua corte. Ma l’atmosfera crepuscolare c’è tutta, fosse anche il crepuscolo non di un leader, ma di un Paese tenuto in ostaggio da uno psicodramma.

La Stampa 15.04.11

"L'ultima difesa", di Massimo Giannini

La trentottesima legge ad personam appena varata dalla Camera è l´espediente giuridico per un imputato eccellente, ma anche il ricostituente politico per un centrodestra agonizzante. Rianimato dall´atto di forza imposto al Parlamento, il presidente del Consiglio può rilanciare la fase che gli è più congeniale: quella del berlusconismo «da combattimento». Non basta il via libera sulla prescrizione breve che lo può salvare dal processo Mills, ottenuto da un´aula di Montecitorio militarizzata dai capigruppo forzaleghisti e svilita dalla compravendita dei “responsabili”. Non basta il dissennato disegno di legge sul “processo lungo” che lo può proteggere dalle sentenze su Ruby, Mediaset e Mediatrade, e che nel frattempo i “volonterosi carnefici” del premier stanno portando avanti al Senato con sprezzo assoluto dell´armonia ordinamentale e dell´economia processuale. Non basta la falsa «riforma epocale della giustizia» che il Guardasigilli Alfano gli ha confezionato, per punire i magistrati, per ingannare l´opposizione politica e per distrarre l´opinione pubblica. Il premier annuncia già la prossima battaglia. Vuole anche la legge-bavaglio, cioè la norma che limita drasticamente l´uso delle intercettazioni.
Non c´è limite a questa offensiva di primavera che ci accompagnerà fino alle prossime elezioni amministrative, tra un Parlamento trasformato nella Fortezza Bastiani del deserto dei tartari e un Tribunale di Milano trasformato nel palcoscenico di un predellino permanente. Berlusconi combatte perché vuole durare. Per questo non fa prigionieri.
Il premier non ha più dalla sua la politica: il governo non esiste, su nessuno dei fronti caldi della fase. Si alternano solo confusione e improvvisazione, dall´emergenza dei profughi all´esigenza delle riforme, dalla politica estera alla politica economica. L´unica “missione” visibile è la stessa da ormai diciassette anni: salvare il soldato Silvio dai suoi guai giudiziari. Per questo il capo del governo non esita a portare l´attacco al cuore dello Stato, delle istituzioni di garanzia, dei giudici.
Ma il premier ha ancora dalla sua l´aritmetica: la maggioranza è inchiodata a quota 314, lo stesso numero con il quale riuscì a respingere la mozione di sfiducia contro il governo presentata dai futuristi finiani il 14 dicembre e quella contro l´ex ministro Bondi presentata dal Pd il 26 gennaio. La fatidica quota 330, più volte evocata, resta una chimera. La coalizione è sfibrata dalla sua inettitudine operativa e lacerata dalle cene di corrente. Ma resiste, nonostante tutto. Nella sua metà campo, conta sulla precettazione forzata di ministri e sottosegretari. Nel campo avverso, si giova della defezione segreta dei franchi tiratori.
“Forte” della sua inconsistenza politica e della sua sufficienza numerica, Berlusconi non si rassegna al suo declino. E va fino in fondo, nel suo disegno di destrutturazione del sistema e di costituzionalizzazione della sua anomalia. La prescrizione breve è solo l´ultimo dei tanti, salatissimi “prezzi” che fa pagare agli italiani, per proteggere se stesso. Ma su questa ennesima legge-vergogna, o “amnistia permanente” secondo la definizione delll´Anm, sono ora accesi i riflettori del Quirinale. Le parole che il presidente della Repubblica ha pronunciato ieri, da Praga, sono chiarissime: «Valuterò i termini di questa questione quando saremo vicini all´approvazione definitiva in Parlamento». In quel «valuterò» non c´è l´annuncio di un´iniziativa specifica e preventiva sul disegno di legge che ora passa all´esame del Senato: né una bocciatura anticipata, né una moral suasion riservata. Napolitano si limita ad avvisare governo e maggioranza che esaminerà con particolare attenzione i contenuti ordinamentali e i profili costituzionali del testo, come prevedono le prerogative che l´articolo 87 della Carta del ´48 gli riserva in materia di promulgazione delle leggi.
Il Capo dello Stato, prima di firmare quel provvedimento, valuterà a fondo i suoi effetti. Avrà un precedente giuridico importante, sul quale parametrare la legittimità dell´attuale prescrizione breve: la legge ex Cirielli varata nel 2005 dallo stesso governo Berlusconi, che ridusse i termini della prescrizione con effetti retroattivi su tutti i processi pendenti, compresi quelli in Cassazione. Altra norma ad personam: allora per il Cavaliere c´erano in ballo i processi “toghe sporche”, Sme e Imi-Sir. Altra forzatura delle regole: allora vi si opposero prima il presidente della Repubblica Ciampi (che pretese correzioni al testo in corso d´opera) e poi la Corte costituzionale (che giudicò parzialmente illegittima la legge). Oggi il precedente della ex Cirielli (che ha molte analogie con il caso del ddl Paniz) potrebbe avere un peso assai rilevante, nelle valutazioni di Napolitano. Il Quirinale, opportunamente, ha smesso da tempo di usare lo strumento della moral suasion, che presuppone la “leale collaborazione” tra le istituzioni.
Nei prossimi giorni tutto è dunque possibile. Il Capo dello Stato saprà decidere per il meglio, come ha sempre fatto in questi anni difficili di “coabitazione all´italiana” con Berlusconi. Napolitano saprà come difendere i principi dello Stato di diritto, di fronte ai colpi di quello che i suoi cantori si ostinano a chiamare, simpaticamente, “il giocoliere galante”, per occultarne la spinta destabilizzante. Si può “giocare” con tutto, ma non con la Costituzione della Repubblica italiana.

La Repubblica 15.03.11

"Tra Camusso e Marcegaglia prove di dialogo contro la crisi", di Bianca Di Giovanni

Un’ora di faccia-a-faccia, che tutte e due definiscono «di routine, assolutamente rituale». Eppure l’incontro di ieri tra Susanna Camusso e Emma Marcegaglia non può evitare i riflettori della cronaca, visto il momento in cui si tiene. Dopo lunghi mesi di strappi, la presidente di Confindustria ammette: «Noi non siamo interessati a separazioni, in un momento di difficoltà del paese siamo interessati a cercare di unire le forze». Insomma, un nuovo sì a quel dialogo con Corso d’Italia annunciato a Genova alla vigilia dell’investitura di Camusso. La quale aveva riconosciuto alla sua controparte la giusta battaglia delle imprese per non essere lasciate sole dal governo. NERVOSISMO Ma questi non sono che convenevoli: dicono ancora poco sulla sostanza. È Marcegaglia ad elencare i temi sul tavolo nell’incontro. La presidente di Confindustria all’uscita elenca i temi affrontati nel colloquio. E lì le distanze rispuntano, tra i due fronti e dentro i rispettivi campi. Confindustria sta riflettendo sulle proposte della Cgil sulle modifiche alla disciplina contrattuale ma «non possiamo tornare indietro rispetto a quello che abbiamo fatto in questi tre anni», dice senza mezzi termini la leader di Viale dell’Astronomia. Diverso il tema della rappresentanza. «Stiamo ragionando – ha aggiunto Marcegaglia – rimane un tema aperto sul quale vorremmo trovare un accordo ». Il primo capitolo, quello sul modello contrattuale, il più scottante, crea subito fibrillazioni. «Di quale proposta della Cgil sulla contrattazione sta parlando la Marcegaglia?», chiede Gianni Rinaldini. Il fatto è che la Cgil sta mettendo a punto una sua proposta in materia. Finora si è fermi alle linee generali dettate dalla segreteria, tra cui il no alle deroghe, un contratto nazionale snello, il secondo livello che recuperi le «perdite » di chi non ha il primo in difesa dei precari. Il sindacato punta a stilare una proposta complessiva al direttivo del 10 maggio, il primo dopo lo sciopero generale del 6. Di qui il «nervosismo » di Rinaldini. Ma Camusso replica a stretto giro. «L’incontro è stato un normale punto della situazione, come buona prassi tra le parti sociali – si legge in una nota – In particolare continua una interlocuzione tesa a trovare soluzioni sul tema della rappresentanza, mentre profonde differenze rimangono nel giudizio sul modello contrattuale separato del 2009. Tranquillizziamo Rinaldini: nessun documento confederale è all’origine del colloquio se non le nostre ragioni sulla non firma del modello contrattuale del 2009». Il botta e risposta dà la misura della posta in palio. Il fatto è che se Marcegaglia è alle prese con il mondo delle aziende che non riescono a ripartire, Camusso fa di una nuova interlocuzione tra le sigle il registro della sua segreteria. Un percorso accidentato, anche perché le forze avverse sono moltissime. A cominciare dal governo, che nella partita ha il pallino in mano. La prima prova potrebbe essere proprio la rappresentanza, su cui il sindacato ha elaborato un testo già da Chianciano. Ma Cisl e Uil restano ferme alle linee inserite nella piattaforma unitaria sul modello contrattuale del 2009. «Ma da allora ad oggi è cambiato il mondo», fanno notare da Corso d’Italia. Evidentemente Cisl e Uil no: restano sempre le stesse. Anche se ieri, con aplomb, Angeletti ha chiosato: «È un incontro come tanti tra le parti».

L’Unità 15.04.11

Università, Pd: Gelmini inutilmente arrogante, la nostra legge favorisce ingresso giovani

“La proposta depositata ieri dal Pd rappresenta la via d’uscita al blocco imposto, di fatto, dalla legge Gelmini all’ingresso dei giovani studiosi negli atenei. Sarebbe stato sufficiente osservare quanto accade nell’università per comprendere l’urgenza e la necessità della nostra iniziativa: stand by per assegni di ricerca, dottorato, nuovi ricercatori. Possiamo permetterci mesi, se non anni, di blocco formativo e professionale a danno dei giovani studiosi? Noi crediamo di no, per il bene del paese. L’ironia della Gelmini sui tetti la rispediamo al mittente. Una risposta inutilmente arrogante, mentre l’università avrebbe bisogno di fiducia e di gesti distensivi”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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UNIVERSITÀ: GELMINI “PROPOSTE PD VECCHIE E FUORI TEMPO MASSIMO”
ROMA (ITALPRESS) – “Con la proposta di legge sull’universita’ presentata ieri, il Pd scende dai tetti ed e’ costretto ad ammettere il fallimento del tentativo di radicalizzare lo scontro politico su un tema cosi’ importante come la riforma dell’universita’. Il Pd cerca adesso la rivincita provando a riaprire un percorso parlamentare concluso appena pochi mesi fa.
La sinistra dimostra ancora una volta di essere esperta ad aprire tavoli, a perdere tempo e non concludere mai nulla. L’ultima cosa di cui il sistema universitario ha bisogno infatti e’ riaprire il cantiere normativo mentre gli atenei e il Ministero stanno lavorando per attuare la riforma e tutte le componenti del mondo universitario sono impegnate sui provvedimenti attuativi e sugli statuti”. Lo afferma in una nota il ministro per l’Istruzione, Universita’ e Ricerca, Mariastella Gelmini. “Per quanto riguarda l’immediata attuazione delle procedure di selezione non c’e’ bisogno di alcuna legge. Spetta infatti agli atenei varare un loro regolamento, cosa che possono fare in tempi rapidi – aggiunge -. E’ assurdo che coloro che ritengono la riforma troppo prescrittiva chiedano ora di legiferare anche su quello che era stato giustamente lasciato alla responsabilita’ degli atenei”.
Per la Gelmini “il compimento di tutte le procedure concorsuali bandite prima dell’entrata in vigore della legge e’ gia’ garantito dalla stessa riforma dell’universita’. Ovviamente, tutte le procedure bandite prima del 29 gennaio 2011 saranno portate a termine con le vecchie regole. Al momento devono essere completati circa 250 concorsi da associato e ordinario e oltre 1.500 da ricercatore, circa 900 dei quali banditi nel 2011. Ci sono poi circa 2.000 idonei che possono essere chiamati”. “Anche il rinnovo degli assegni di ricerca banditi prima dall’entrata in vigore della riforma e’ gia’ possibile senza alcun intervento normativo, come ribadito in una circolare inviata a tutti gli atenei – conclude il ministro -. Infine, per quanto riguarda i tempi di attuazione del ddl, confermo l’impegno a varare tutti i provvedimenti necessari entro sei mesi. Ricordo tuttavia che gli atti davvero fondamentali sono meno di una dozzina”.
(ITALPRESS).

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UNIVERSTÀ. DA PD PROPOSTA LEGGE: FAR RIPARTIRE ASSUNZIONI GIOVANI

IL TESTO ALLA CAMERA, SI CERCA APPOGGIO DELLA MAGGIORANZA.

(DIRE) Roma, 14 apr. – Far ripartire l’inserimento dei giovani nell’universita’ con assunzioni a tempo determinato e indeterminato e attraverso i dottorati di ricerca. È quanto prevede una proposta di legge del Pd depositata ieri alla Camera e resa nota oggi durante il convegno del partito dal titolo ‘L’Universita’ per la nuova Italia’. Sul testo si cerca anche il consenso della maggioranza. La proposta, firmata dai deputati Ghizzoni, Nicolais, Bachelet, Tocci e Mazzarella, punta a coprire il periodo di transizione fra le vecchie regole concorsuali e di assunzione pre-riforma Gelmini e l’arrivo delle nuove. In attesa che la legge prenda forma, infatti, spiegano dal Pd, sono scattati alcuni blocchi nel sistema universitario: “Ci sono stati il blocco dei contratti di ricerca, dei corsi di dottorato, dei concorsi gia’ banditi da ricercatore, il mancato avvio di quelli da ricercatore a tempo determinato”. In assenza “di opportuni interventi”, in attesa dei decreti attuativi della legge Gelmini, spiegano i firmatari, “sara’ impossibile bandire i nuovi corsi dei dottorati di ricerca cosi’ come bandire le posizioni di ricercatore a tempo determinato, con l’ulteriore conseguenza di un blocco di tutte le chiamate” che sono legate percentualmente a quelle dei piu’ giovani. Il PD propone dunque un intervento di ‘manutenzione’ sulla legge Gelmini che si occupi del transitorio per “consentire ai giovani di entrare nel sistema universitario” per evitarne “la fuga all’estero”.
La proposta di legge prevede che si possano bandire posti da ricercatore con le vecchie regole, che si possano portare a compimento i concorsi da ricercatore banditi prima della legge Gelmini, che possano partire i corsi delle scuole di dottorato. “La legge mira a tutelare- spiega la deputata Manuela Ghizzoni- il target dei giovani che e’ quello che sta soffrendo di piu’. Si chiede di poter procedere con le vecchie norme fino a che non ci saranno tutti i decreti attuativi della riforma”.

"E alla Camera riconoscono che quella era discriminazione", da www.superando.it

Anche il nostro sito aveva denunciato, nel marzo scorso, la discriminazione nei confronti delle alunne e degli alunni con disabilità, cui era stato impedito di partecipare alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi. Per questo avevamo chiesto risposte al ministro dell’Istruzione Gelmini. A rispondere, invece, è stata la Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, che ha unanimemente votato una mozione in cui si parla apertamente di «discriminazione», chiedendo al Ministero di ripristinare le norme relative all’integrazione delle alunne e degli alunni con disabilità, a partire dalle prossime fasi nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi

Ragazza che sorride
Perché le studentesse e gli studenti con disabilità sono stati esclusi dalla partecipazione alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi? Lo aveva chiesto qualche settimana fa anche il nostro sito (se ne legga cliccando qui) al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, in riferimento appunto alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi, svoltasi il 20 marzo a Nove, in provincia di Vicenza, per la quale non erano stati previsti i moduli di partecipazione per gli studenti con disabilità.
Su tale vicenda – va ricordato – la deputata Manuela Ghizzoni aveva presentato il 14 marzo, come prima firmataria, un’Interrogazione al Ministro, in Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera.

Ebbene, ora la risposta è arrivata, non dal Ministro, ma da quella stessa Commissione – presieduta da Valentina Aprea – e si tratta di una buona risposta.
Infatti, dopo che il Governo – per tramite del sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza – ha ritirato il parere negativo espresso su una mozione firmata da tutti i gruppi di maggioranza e opposizione, centrata apertamente sull’esistenza di una discriminazione, quest’ultima è stata approvata all’unanimità, con l’invito al Ministero di ripristinare le norme relative all’integrazione delle alunne e degli alunni con disabilità, a partire dalle fasi nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi, prossimamente previste.
A questo punto, il sottosegretario Pizza ha dichiarato che il Ministero inviterà le alunne e gli alunni con disabilità, esclusi dall’appuntamento di febbraio, facendo svolgere loro la corsa campestre alle citate fasi nazionali. (S.B.)

Liceo Sigonio, lettera aperta delle parlamentari Pd

Giudicano “grave” la mancata istituzione del liceo musicale a Modena. Chiedono al ministero dell’Istruzione l’attivazione di risorse aggiuntive. La sen. Mariangela Bastico e l’on. Manuela Ghizzoni hanno inviato una lettera aperta al ministro Gelmini, alle istituzioni regionali e locali, ai dirigenti scolastici e ai rappresentanti dei genitori del liceo “Carlo Sigonio”. Le due parlamentari giudicano “grave” la decisione dell’Ufficio scolastico regionale di istituire un liceo musicale solo a Forlì “senza alcun confronto con la Regione e le istituzioni locali, titolari della programmazione dell’offerta scolastica e formativa”

La sen. Bastico e l’on. Ghizzoni chiedono che il dirigente dell’USR torni sui suoi passi e “richieda la convocazione delle Conferenze regionale e provinciali interessate, quali sedi legittimate per l’assunzione di ogni decisione”. Al ministro Gelmini chiedono “l’attivazione di risorse aggiuntive per le 3 nuove sezioni di liceo musicale e per 1 di liceo coreutico e ci impegniamo fortemente perché ciò avvenga”.

"La Lega nell’angolo fa la faccia feroce", di Fabrizia Bagozzi

A Pantelleria due donne affogate a pochi passi dalla riva. Mentre a Pantelleria si consuma l’ennesimo dramma della boat people – due morti e due dispersi durante un’operazione di soccorso di un barcone con a bordo 250 persone provenienti dalla Libia – la Lega e Berlusconi, chiusi nel cul de sac dell’emergenza immigrazione, tentano, ognuno a suo modo, la carta della rassicurazione, provano a dire che va tutto bene: grazie a Barroso l’Ue si sta muovendo, i permessi temporanei sono conformi a Schengen, l’accordo con la Tunisia sta funzionando perché i rimpatri concordati procedono.
Il Cavaliere lo fa in modo soft, anche blandendo i Padani. E in conferenza stampa a palazzo Chigi mette un braccio sulla spalla di un Calderoli che fa buon viso a cattivo gioco: «Dopo alcune resistenze, la Lega ha dato grande disponibilità ad accogliere i migranti, ma naturalmente il principio è che tutti quelli che arrivano li dobbiamo rimandare indietro».
Ma il Carroccio, invece, non è soft per niente. E dopo Castelli che ha evocato il possibile ricorso alle armi, tocca a Speroni fare la faccia feroce, facendo scattare l’ennesima polemica: «Spesso, quando i nostri pescherecci, disarmati, si avvicinano alle coste della Tunisia, vengono mitragliati.
Usiamo lo stesso metodo». E, come nota il segretario della commissione esteri del senato, Roberto Di Giovan Paolo, fa pure confusione, perché ai tempi furono i libici, con cui c’era anche un accordo, a mitragliare i nostri pescherecci.
La Lega in difficoltà accoglie la parte di profughi e tunisini che spettano ai suoi governatori – cercando di farlo sapere il meno possibile – e insieme rispolvera tutto il vecchio armamentario ideologico che il senatùr Bossi un po’ stempera e un po’ no. Maroni ostenta durezza e tiene ferma la linea: «Grazie all’accordo con Tunisi si va verso la chiusura del rubinetto»; «Tutti i clandestini che arriveranno saranno rimpatriati»; i permessi temporanei «sono validi per circolare nell’area di Shengen» e se la Francia e ieri anche il Belgio fanno sapere che faranno controlli stringenti e minuziosi, questo «dimostra proprio che i tunisini possono circolare proprio nell’Ue. Se non li vogliono far entrare, devono sospendere Shengen, ma sarebbe la fine dell’Europa». Ed è un modo per far vedere il bicchiere – semivuoto – almeno mezzo pieno. Berlusconi e Maroni contano infatti molto sulla ripresa di iniziativa della Commissione per mano di Barroso, che sta esercitando su Tunisi tutta la sua capacità di persuasione, anche a fronte di investimenti e risorse, per i rimpatri e il blocco delle partenze. E si è mosso anche il presidente del consiglio europeo Van Rumpuy: ieri a Nicosia ha detto che l’Ue potrebbe fare di più per assistere i paesi a Sud del Mediterraneo nella lotta all’immigrazione irregolare e nel controllo delle frontiere. Dopo lo scontro dei giorni scorsi la diplomazia europea è in effetti ripartita. Seguita con attenzione da Napolitano, che ha definito «altamente apprezzabili i timori» del segretario di stato Vaticano Bertone e del presidente della Cei Angelo Bagnasco (ieri ha chiesto che «l’Italia abbia una voce sola verso l’Europa»). Il capo dello stato è tornato sul tema: «La politica di accoglienza non dev’essere in contrasto con la fissazione di regole a livello europeo, che bisogna riuscire a concordare ».
La diplomazia Ue è ripartita, ma è da vedere se nei tempi lunghi Tunisi terrà e se dalla Libia i flussi di profughi rimarranno contenuti.
E la Francia, il Belgio e la Germania rimangono ossi duri. Perché è vero che i permessi italiani rispettano la lettera del trattato sulla libera circolazione in Europa, ma è altrettanto vero che rimangono ferme le condizioni da rispettare: i nostri documenti garantiscono l’identificazione, il titolo di viaggio e l’assenza di precedenti penali, come sostiene il ministro dell’interno.
Rimane però da risolvere il problema delle risorse che i tunisini dovrebbero avere per passare la frontiera (di 30 ai 60 euro al giorno). Come si sa, la Francia è pronta a rispedire al mittente chi non le ha. La diplomazia ha molto da lavorare, sempre che i toni italiani non si alzino troppo.

da Europa Quotidiano 14.04.11