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Bersani: «Antipolitica? Altra faccia del populismo» di Miguel Gotor e Claudio Sardo

«L’antipolitica? È l’altra faccia del populismo». Lo dice Pier Luigi Bersani in «Per una buona ragione», il libro-intervista al segretario del Pd a cura di Miguel Gotor e Claudio Sardo che esce oggi per i Saggi Tascabili Laterza (pagine 208, euro 12,00). In questo passaggio, l’analisi delle origini della sfiducia nella politica ed i suoi esiti. È il manifesto politico, culturale e civile di Bersani, che in queste pagine parla per la prima volta in un libro dell’Italia e del Pd nel tempo della crisi economica e dei grandi mutamenti della globalizzazione. Compresi gli errori del centrosinistra, l’involuzione plebiscitaria e gli squilibri sociali del Paese.

Gli affanni della democrazia hanno una dimensione globale, ma in Italia hanno assunto caratteri specifici. La transizione istituzionale, avviata nel nome della democrazia diretta dopo l’esplosione di Tangentopoli, e il successo dei referendum elettorali hanno prodotto un «presidenzialismo di fatto» che mortifica il Parlamento e un bipolarismo di coalizione che non garantisce governi efficaci. Qual è la sua lettura di questa ormai lunga stagione?

«Con la torsione plebiscitaria che Silvio Berlusconi ha imposto al sistema istituzionale e con la legge elettorale, giustamente battezzata Porcellum, abbiamo raggiunto un punto molto critico: è a rischio la tenuta stessa dell’equilibrio costituzionale, e non sappiamo cosa sarebbe già accaduto se nel ruolo di garante al Quirinale non ci fosse un uomo della statura di Giorgio Napolitano. Per rispondere alla domanda sulla transizione, ovvero sul perché e sul come siamo giunti fin qui, ritengo però necessario ripercorrere un tratto più lungo della storia repubblicana. A me non convince questa periodizzazione fondata sulla separazione tra Prima e Seconda Repubblica e non mi persuade l’idea che la transizione sia cominciata negli anni tra il ’92 e il ’94. Per cogliere l’inizio della crisi democratica si deve tornare almeno agli anni Settanta. La nostra transizione comincia lì, non con i referendum elettorali che semmai furono un tentativo di uscire dall’involuzione e dal blocco di sistema degli anni Ottanta e che certo produssero cambiamenti nella configurazione e nelle regole della rappresentanza. Se vogliamo davvero chiudere questa lunga stagione, è necessario comprendere le ragioni più profonde della crisi della politica, perché cercare la soluzione solo in un meccanismo istituzionale o in un modello elettorale rischia di essere illusorio».

Onorevole Bersani, spieghi meglio come intende dividere i tempi della storia della Repubblica.

«La prima fase della Repubblica, che affonda le radici nella Resistenza e nel Cnl, va dall’Assemblea costituente alla fine degli anni Sessanta. Sono gli anni della ricostruzione e dello sviluppo dopo il dramma della guerra. È il tempo in cui i partiti che hanno fatto la Costituzione si caricano di importanti e riconosciute funzioni nazionali: fare uscire il Paese dalla miseria, imparentarlo con la democrazia, accompagnare l’emancipazione civile e culturale di un popolo. Erano appunto grandi partiti popolari che, pur nei rigidi confini imposti dalla logica dei blocchi, innervavano la società e animavano le istituzioni rappresentative». (…)

Ma quando e perché, secondo lei, è entrato in crisi quel modello?

«Alla fine degli anni Sessanta la società ha cominciato a conoscere un certo benessere e a pretendere di più. La nuova generazione, quella dei baby boomers cresciuti senza il trauma della guerra, ha cercato nuovi orizzonti, si è ribellata alle regole patriarcali, ha moltiplicato le istanze libertarie. Il ’68 è il punto di svelamento più clamoroso della crisi del vecchio equilibrio politico, anche se le tracce della crisi si possono trovare prima. Nelle sue memorie Giorgio Amendola racconta di una direzione del Pci in cui con preoccupazione si cominciò a parlare di un crescente disimpegno dei giovani dalla militanza politica: eravamo a pochi giorni dalla rivolta delle «magliette a strisce» del 1960 a Genova contro il governo Tambroni! A contribuire alla crisi è anche la scoperta che la crescita economica non ha una progressione infinita. Gli italiani conoscono la «congiuntura» e classificano presto la parola come negativa. Già negli anni Sessanta emergevano pulsioni ed esperienze che oggi chiameremmo di «società civile» che pretendevano politicità e che non trovavano espressione convincente nell’assetto politico. Sono le emergenze (il petrolio, la guerra del Kippur, poi il terrorismo) a ridare ruolo e funzione ai partiti popolari e a tacitare quei fermenti. Sono Aldo Moro ed Enrico Berlinguer i leader autorevoli che fanno appello alle radici costituenti, al capitale di credibilità ancora disponibile, per difendere i capisaldi della Repubblica, e con essi i partiti che sono stati i principali artefici dell’allargamento della sua base democratica. Fu quella l’ultima possibilità di uscire dalla logica dei blocchi restando nel solco di una politica che continuasse a essere legittimata dalla fase costituente e potesse aprire prospettive di rinnovamento per la democrazia italiana. Ma il deterioramento della politica, intanto, scorreva come un fiume carsico. Ho un ricordo vivissimo della festa nazionale dell’Unità del ’77, a Modena, perché ero tra i volontari: Berlinguer aveva appena finito di parlare davanti a una folla sterminata, aveva detto che pochi «untorelli» a Bologna non sarebbero bastati per far deragliare il Pci dalla sua linea di responsabilità nazionale, ma un paio d’ore dopo un’altra folla gigantesca, in parte composta dalle stesse persone che avevano applaudito Berlinguer, invase l’arena per ascoltare il concerto di Edoardo Bennato con il suo «sono solo canzonette» contro gli impresari di partito, e in fondo contro gli stessi partiti. Ecco, quel sentimento, che negli anni si è nutrito, da un lato, di autoreferenzialità della politica, dall’altro di crescente sfiducia e distacco, ha prodotto il nodo di una rappresentanza irrisolta che ha progressivamente coinvolto sia i partiti che le istituzioni».

Secondo un’interpretazione diffusa questa sarebbe la storia dell’antipolitica che alla fine ha prevalso sulla politica. Lei cosa ne pensa?

«La realtà è più complessa e sarebbe assurdo classificare come antipolitica tutto l’intreccio di fenomeni, di domande sociali, di umori libertari, di modernità e di secolarizzazione che si è dipanato negli ultimi quattro decenni. Noi abbiamo conosciuto un blocco politico, dovuto a ragioni di carattere internazionale, che ha impedito l’alternanza fisiologica e che poi negli anni Ottanta, ai tempi del cosiddetto «Caf» è diventato una cappa insopportabile. Una vera strozzatura democratica in cui le staffette a Palazzo Chigi tra leader del pentapartito non poteva valere come surrogato di una vera democrazia dell’alternanza. Il sentimento antipolitico e antipartitico, che pure ha origini antiche nella cultura del nostro Paese, è un fiume che ha corso lungo questo alveo e si è gonfiato progressivamente, talvolta alimentato anche da sinistra. Va detto che una grande spinta è venuta dall’incapacità dei partiti e delle istituzioni di riformarsi e di ricostruire circuiti trasparenti di partecipazione. Così, quando è caduto il Muro, mentre la Germania ha avviato la straordinaria macchina dell’unificazione e in tutti i paesi che uscivano dal blocco sovietico si aprivano delle speranze nuove, da noi invece c’è stato solo il vuoto d’aria. La crisi dei partiti nascosta, occultata, devastata dal dilagare della corruzione, è esplosa fragorosamente e non ha risparmiato nessuno. La crisi è diventata discredito diffuso, i referendum hanno espresso una grande voglia di cambiare, ma è stato Berlusconi a occupare meglio quel vuoto. Anche perché con i partiti non funzionanti, si sono diffusi il culto del “leader” e la cultura della “supplenza”. La personalizzazione della politica ha animato suggestioni presidenzialiste, ovviamente senza delineare i necessari contrappesi istituzionali. Da un lato la magistratura e dall’altro i maggiorenti dell’economia nazionale si sono assunti invece compiti di moralizzazione: non che mancassero le buone ragioni per intervenire, ma non si può negare che da parte dei magistrati ci siano state invasioni di campo e che i poteri economici abbiano agito in difesa di interessi molto concreti. Ecco, nel motore di Berlusconi questa antipolitica accumulata è diventata la benzina che lo ha spinto, il propellente che aveva bisogno di una strutturale sfiducia della politica per dare energia al progetto. E si comprende bene come l’antipolitica in questo caso sia stata l’altra faccia del populismo: non sostengo certo che questa sia la sola ragione del successo berlusconiano, tuttavia è il fattore di maggiore squilibrio istituzionale. La cosiddetta transizione, in realtà, non si è mai chiusa proprio perché Berlusconi non vuole chiuderla: pensa di utilizzare a proprio vantaggio le deformazioni che l’hanno determinata e il discredito della politica e dei partiti che ne consegue».

Nel popolo del centrosinistra è ancora aperta la ferita del ’97, quando D’Alema tentò nella Bicamerale la strada delle riforme condivise con Berlusconi. Fu un errore quel tentativo oppure l’attuale squilibrio tra i poteri di oggi è proprio il frutto avvelenato del mancato compromesso di allora?

«Fu giusto scandagliare, provarci. Del resto la Bicamerale per le riforme era il primo punto del programma elettorale con cui l’Ulivo vinse le elezioni del ’96. E la ricerca di riforme condivise sta nella nostra cultura costituzionale. Probabilmente se il compromesso della Bicamerale fosse stato confermato dal Parlamento, oggi vivremmo un diverso rapporto tra istituzioni e società, tra politica e partiti: la riforma da sola non basta a ripristinare una relazione di fiducia tra i cittadini e la politica, ma se i partiti non sono neppure capaci di mettere ordine e ritrovare un equilibrio tra i poteri, allora l’impresa si fa quasi impossibile. Invece Berlusconi decise di far saltare tutto. E lo fece, non a caso, sul tema della giustizia. Dopo aver cavalcato Mani Pulite con piglio giustizialista, quando finì lui stesso al centro di inchieste con accuse piuttosto pesanti, cominciò a coltivare l’idea che all’indubbio squilibrio esistente bisognasse rispondere con un drastico recupero del primato della politica sulla giustizia. Si badi bene: la sua risposta non era un nuovo equilibrio tra governo, Parlamento e potere giudiziario, ma un diverso sbilanciamento, peraltro accentuato dalle forzature leaderistiche e dalla distorsione del concetto di sovranità attribuita in modo populistico direttamente alla funzione di governo. Sono tendenze che, negli anni 2000, hanno poi assunto curvature pericolose e che ora producono continui e intollerabili conflitti istituzionali. Ma già da allora, dal ’98 in poi, fu chiaro che Berlusconi avrebbe puntato le sue carte non sulla riforma, bensì sull’acuirsi della crisi. E da quel momento il precario equilibrio post-referendario tra istanze di democrazia diretta e regole della democrazia rappresentativa cominciò a saltare, a piegarsi verso esiti plebiscitari, a travolgere la divisione dei poteri. Se dunque fu giusto tentare nel ’97 con la Bicamerale un accordo di sistema con il leader del maggiore partito d’opposizione, ora non possiamo dimenticare quell’esito».

L’Unità 14.04.11

"Ma l’opposizione c’è", di Mario Lavia

Ma l’opposizione c’è
Quando uno come Scilipoti fa finta di inserire al contrario la tessera con cui si vota, come per suggerire ai suoi padroni “guardate, posso anche non votare col governo”, certo, ti cascano le braccia. Perché poi “Munnizza”, come è stato carinamente ribattezzato dai dipietristi, si sa che vota e voterà per Berlusconi, il suo futuro e la sua paga lì stanno. E dunque, stai lì giorni e giorni, disciplinatamente, pronto a fare casino ogni volta che puoi, e niente, l’orribile legge ad personam passa, tu hai perso e loro hanno vinto, la forza dei numeri ce l’hanno, ma non quella della ragione, come dice Castagnetti, e allora del diritto si fa strage.
Ma alla fine della battaglia di Montecitorio – non è la prima e non sarà l’ultima – va detto che i deputati dell’opposizione sono stati bravissimi, che hanno scritto una buona pagina di vita parlamentare, che sono comunque riusciti a mettere sotto i riflettori l’inconsistenza di merito della legge e anzi la sua intrinseca logica arrogante e a beneficio del solito Capo. Questo risultato politico c’è.
E ce n’è uno più importante. Sta nell’aver rinsaldato la compattezza di un fronte anti- Berlusconi entro il quale Pd, Fli e Idv, radicali, ciascuno col suo stile, hanno saputo tenere comportamenti univoci e linguaggi omogenei.
E pazienza se a uno degli “eroi” più visibili della pugna, Roberto Giachetti, sia un pochettino slittata la frizione con una durissima reprimenda a Fini: fa parte del gioco il fatto che le scelte del presidente della camera possano talvolta dispiacere alle opposizioni. In fondo, sta bene anche a lui non essere accusato dalle iene del Pdl come presidente di parte.
Incidente chiuso. Quello che resta agli atti è la sapienza tattica e l’intelligenza politica di Giachetti e di altri come lui.
Così come è indubitabile che in questa circostanza le opposizioni parlamentari abbiano saputo raccogliere appieno il sentire di larga parte dell’opinione pubblica, e non potranno essere tacciati di passività, subalternità o intelligenza col nemico dai settori più politicizzati e “riflessivi”.
Semmai ci sarebbe da interrogarsi sulla scarsa tenuta, per usare un eufemismo, dei movimenti di protesta, popoli viola, santoriani, seguaci del Fatto, e neppure – e questo è un bene – lanciatori di monetine.
Bene, dunque, il Pd, punta di diamante dello schieramento anti-processo breve. Da qui si riparte, dunque, sapendo che è molto probabile che fra non molto arriveranno provvedimenti scabrosi come la famosa legge “epocale” sulla giustizia o quella sul testamento biologico. Ci saranno allora in aula ministri e sottosegretari decisivi per la tenuta del governo? Legittimo dubitarne.

da Europa Quotidiano 14.04.11

"Politica industriale? Su vasta scala", di Pier Luigi Bersani

La politica industriale di un Paese come l’Italia deve muovere dalle diversità. E deve essere capace di suonare tutti i tasti del pianoforte. Non c’è futuro industriale per noi se si rinuncia completamente alla chimica, alla siderurgia, all’auto, settori niente affatto in declino ma in evoluzione. Ovviamente nei settori a larga economia di scala, o hai il fisico per correre da solo, o devi metterti in compagnia. E i Governi possono favorire i grandi accordi industriali extranazionali, come anche possono aiutare a sbagliare.
Spendere tre miliardi di euro per fare una nuova compagnia aerea italiana è stato un grave errore da parte del Governo Berlusconi perché sarebbe bastato ben meno di un miliardo di euro per integrare l’Alitalia con Air France e Klm e mettere la nostra voce in un soggetto più grande. E avremmo così difeso meglio l’italianità: sono certo che nel futuro sarà facile capirlo.
Per aziende come Finmeccanica, la cui committenza fa spesso riferimento agli Stati nazionali, si può addirittura parlare di diplomazia economica. Ma non è vero che questo interesse per le grandi dimensioni debba andare a scapito delle realtà più piccole. Il made in Italy oggi viaggia attraverso medie imprese che operano in settori anche di nicchia, con una rete commerciale internazionale.
La strategia deve essere duplice: da un lato, bisogna comunque favorire il rafforzamento dimensionale dell’impresa e dare quantomeno un carattere stabile ai finanziamenti necessari, dall’altro è necessario intensificare la rete di collegamenti interni fra i singoli produttori. Il pubblico può aiutare la media impresa a internazionalizzarsi e la piccola a rafforzarsi in un sistema a rete.
Anche attraverso il supporto dei servizi e la liberalizzazione delle professioni: negli anni Settanta i commercialisti aiutarono l’espansione della piccola impresa, oggi abbiamo bisogno di una nuova generazione di professionisti che aiutino l’impresa nell’export e nella competizione sui mercati emergenti. Il rifiuto della destra corporativa a consentire l’avvio di un modello italiano di società professionali è stato ed è, secondo me, un danno gravissimo.
(…)L’internazionalizzazione della Fiat è stata certamente un fatto importante. La competizione nel settore auto è spietata perché nel mondo c’è una capacità produttiva ormai largamente superiore alla possibilità di assorbimento del mercato. Senza alleanze, senza strategie valide, non si può sopravvivere. Ma ora si tratta di capire dove si collocherà il baricentro della nuova Fiat e quali progetti prenderanno forma in Italia. Sono molto interessato al piano Fabbrica Italia annunciato da Sergio Marchionne. I contenuti, però, sono ancora da chiarire. Del piano annunciato si conosce solo una piccola parte e, in particolare, non si sa abbastanza delle fondamentali attività di ricerca, che restano un punto cruciale per comprendere quale sarà il ruolo del nostro Paese anche nella produzione.

Il Sole 24 Ore 14.04.11

"L’università che ci meritiamo", di Maria Chiara Carozza, Marco Meloni

Pochi mesi dopo l’approvazione della riforma Gelmini, le università italiane sono impegnate in un compito davvero difficile: sopravvivere. I tagli al sistema dell’istruzione e della ricerca sono avvenuti prontamente, mentre l’attività di normativa secondaria procede con lentezza, nonostante le rassicurazioni del ministro.
Gli atenei si ritrovano ad affrontare un vero e proprio ginepraio normativo, a cui è ormai appesa la didattica.
Inoltre, a parte qualche normativa di minutissimo calibro, il governo non ha ancora adottato alcuno dei provvedimenti fondamentali – sono decine – per l’attuazione della legge. Lo schema di regolamento per l’abilitazione scientifica (passaggio fondamentale per l’accesso al ruolo dei professori) ha ricevuto un pesante parere negativo da parte del consiglio di stato. È il caso di essere realisti: un governo agonizzante non può essere in grado di adottare tutti gli atti necessari per dare gambe a una riforma che, altrimenti, si risolve nell’incertezza più totale e nel blocco delle attività ordinarie degli atenei. Proprio in questo ritardo preoccupante, troviamo la conferma delle nostre osservazioni dei mesi precedenti: abbiamo più volte sottolineato come la centralizzazione burocratica non sia la strada giusta per imprimere una svolta reale al sistema.
Anche se non vale la pena di essere catastrofisti, dobbiamo rilevare che la riforma Gelmini, nel suo cammino accidentato, segna una scelta strategica del governo, in controtendenza rispetto a tutti i paesi con cui ci confrontiamo: la rinuncia a fare dell’università il luogo centrale della promozione di nuove risorse umane, in grado di diventare l’ossatura di un nuovo modello di sviluppo del nostro paese.
È il caso di ribadirlo: siamo l’unico paese in cui il governo risponde al crollo delle immatricolazioni dicendo ai giovani di riscoprire l’umiltà e il lavoro manuale, mentre taglia le risorse necessarie per costruire il futuro dell’economia italiana. Noi democratici prendiamo finora un impegno inderogabile: una volta al governo, ridurremo il peso della spesa pubblica sul bilancio dello stato, come richiesto anche ieri dal presidente Napolitano, per reinvestire su settori irrinunciabili come l’università e la ricerca, dato che l’Italia, per competere in un nuovo scenario globale, ha bisogno di più laureati e di più ricercatori.
Nella nostra azione, ci basiamo su tre considerazioni: l’immediatezza, il riformismo, il metodo. Sul primo punto, dobbiamo intervenire perché gli atenei escano da una situazione di incertezza cronica: incertezza sull’inizio dei corsi di dottorato, sul rinnovo degli assegni di ricerca, sul reclutamento a tempo determinato.
Su queste necessità pressanti concentriamo la nostra azione in parlamento, cercando di influire con proposte di legge per rendere operative le università mentre va avanti un “cantiere normativo infinito” che peraltro non coinvolge gli atenei nella programmazione del loro futuro. Lo dobbiamo alle persone delle nostre università e lo dobbiamo ai nostri ragazzi, che oggi finiscono il liceo e non sanno se potranno continuare gli studi, usufruendo di un diritto costituzionale.
Il secondo aspetto è il cardine del nostro riformismo: la contrapposizione tra questa riforma e l’università che vogliamo costituire. Il che non implica la negazione della necessità di un rinnovamento, ma il rifiuto della scelta strategica del governo di colpire l’istruzione come fattore di mobilità sociale, impoverendo il sistema nel suo complesso.
Tra i sostenitori di una riforma dell’università, tuttavia, pensiamo vi fossero molti che vogliono un’università più efficiente, in cui la valutazione non sia un’utopia e in cui vi siano regole più semplici e più chiare sulla governance e le carriere.
Perciò, vogliamo discutere con tutti quelli che hanno lanciato l’allarme sulla dequalificazione dell’istruzione universitaria in Italia, perché si tratta di un fenomeno precedente all’azione deteriore del governo.
Il metodo con cui vogliamo dialogare con queste realtà è la necessaria connessione tra economia e società, allo scopo di coinvolgere le migliori energie accademiche e intellettuali del paese. Per tornare a crescere, l’Italia ha bisogno di un dibattito di lungo respiro sulla sua università, e questo dibattito non può limitarsi agli addetti ai lavori, ma deve coinvolgerci tutti. Per questo, a partire dalla giornata di oggi, noi democratici avvieremo un cammino di ascolto ed elaborazione programmatica che ci porterà a tenere a fine anno la Conferenza nazionale dell’università e della ricerca.
L’università che ci meritiamo
Pochi mesi dopo l’approvazione della riforma Gelmini, le università italiane sono impegnate in un compito davvero difficile: sopravvivere. I tagli al sistema dell’istruzione e della ricerca sono avvenuti prontamente, mentre l’attività di normativa secondaria procede con lentezza, nonostante le rassicurazioni del ministro.
Gli atenei si ritrovano ad affrontare un vero e proprio ginepraio normativo, a cui è ormai appesa la didattica.
Inoltre, a parte qualche normativa di minutissimo calibro, il governo non ha ancora adottato alcuno dei provvedimenti fondamentali – sono decine – per l’attuazione della legge. Lo schema di regolamento per l’abilitazione scientifica (passaggio fondamentale per l’accesso al ruolo dei professori) ha ricevuto un pesante parere negativo da parte del consiglio di stato. È il caso di essere realisti: un governo agonizzante non può essere in grado di adottare tutti gli atti necessari per dare gambe a una riforma che, altrimenti, si risolve nell’incertezza più totale e nel blocco delle attività ordinarie degli atenei. Proprio in questo ritardo preoccupante, troviamo la conferma delle nostre osservazioni dei mesi precedenti: abbiamo più volte sottolineato come la centralizzazione burocratica non sia la strada giusta per imprimere una svolta reale al sistema.
Anche se non vale la pena di essere catastrofisti, dobbiamo rilevare che la riforma Gelmini, nel suo cammino accidentato, segna una scelta strategica del governo, in controtendenza rispetto a tutti i paesi con cui ci confrontiamo: la rinuncia a fare dell’università il luogo centrale della promozione di nuove risorse umane, in grado di diventare l’ossatura di un nuovo modello di sviluppo del nostro paese.
È il caso di ribadirlo: siamo l’unico paese in cui il governo risponde al crollo delle immatricolazioni dicendo ai giovani di riscoprire l’umiltà e il lavoro manuale, mentre taglia le risorse necessarie per costruire il futuro dell’economia italiana. Noi democratici prendiamo finora un impegno inderogabile: una volta al governo, ridurremo il peso della spesa pubblica sul bilancio dello stato, come richiesto anche ieri dal presidente Napolitano, per reinvestire su settori irrinunciabili come l’università e la ricerca, dato che l’Italia, per competere in un nuovo scenario globale, ha bisogno di più laureati e di più ricercatori.
Nella nostra azione, ci basiamo su tre considerazioni: l’immediatezza, il riformismo, il metodo. Sul primo punto, dobbiamo intervenire perché gli atenei escano da una situazione di incertezza cronica: incertezza sull’inizio dei corsi di dottorato, sul rinnovo degli assegni di ricerca, sul reclutamento a tempo determinato.
Su queste necessità pressanti concentriamo la nostra azione in parlamento, cercando di influire con proposte di legge per rendere operative le università mentre va avanti un “cantiere normativo infinito” che peraltro non coinvolge gli atenei nella programmazione del loro futuro. Lo dobbiamo alle persone delle nostre università e lo dobbiamo ai nostri ragazzi, che oggi finiscono il liceo e non sanno se potranno continuare gli studi, usufruendo di un diritto costituzionale.
Il secondo aspetto è il cardine del nostro riformismo: la contrapposizione tra questa riforma e l’università che vogliamo costituire. Il che non implica la negazione della necessità di un rinnovamento, ma il rifiuto della scelta strategica del governo di colpire l’istruzione come fattore di mobilità sociale, impoverendo il sistema nel suo complesso.
Tra i sostenitori di una riforma dell’università, tuttavia, pensiamo vi fossero molti che vogliono un’università più efficiente, in cui la valutazione non sia un’utopia e in cui vi siano regole più semplici e più chiare sulla governance e le carriere.
Perciò, vogliamo discutere con tutti quelli che hanno lanciato l’allarme sulla dequalificazione dell’istruzione universitaria in Italia, perché si tratta di un fenomeno precedente all’azione deteriore del governo.
Il metodo con cui vogliamo dialogare con queste realtà è la necessaria connessione tra economia e società, allo scopo di coinvolgere le migliori energie accademiche e intellettuali del paese. Per tornare a crescere, l’Italia ha bisogno di un dibattito di lungo respiro sulla sua università, e questo dibattito non può limitarsi agli addetti ai lavori, ma deve coinvolgerci tutti. Per questo, a partire dalla giornata di oggi, noi democratici avvieremo un cammino di ascolto ed elaborazione programmatica che ci porterà a tenere a fine anno la Conferenza nazionale dell’università e della ricerca.

da Europa Quotidiano 14.04.11

"Fine anticipata per il processo Mills", di Giovanni Negri

Tra 7mila, lo dice Alfano, e 15mila, secondo i calcoli del Csm. L’impatto sui processi in corso delle norme sulla prescrizione breve è ancora oggetto di valutazione, ma per il ministro della Giustizia Angelino Alfano gli effetti dovrebbero essere circoscritti a non più dello 0,2% dei procedimenti penali aperti che sono in tutto 3 milioni e 290mila in tutti i gradi di giudizio, colpiti dal 5% di prescrizione all’anno. La norma però riguarderà solo i processi di primo grado e le relative prescrizioni che sono state in tutto 125mila nel corso del 2009; inoltre il beneficio interessa unicamente gli imputati incensurati che, sulla base dei dati del casellario, rappresentano circa il 55% dei condannati. Risultato, circa 7mila procedimenti fulminati; un dato che il Csm, che valuta la norma come una «sostanziale amnistia», raddoppia sia pure informalmente portandola a 15mila ma allargando la stima anche all’appello.

Alfano, dopo avere ricordato che circa 100mila delle prescrizioni annuali si verificano nella fase delle indagini, «per una selezione di gravità operata dal pubblico ministero», in ogni caso minimizza e sottolinea provocatoriamente (dimenticando però che l’ultimo intervento sui termini di prescrizione è stato effettuato nel 2005 con la legge ex Cirielli da una maggioranza di centrodestra) che pochi dei processi a rischio di prescrizione avrebbero evitato di essere cancellati se anche la norma sulla prescrizione breve non fosse stata

Di fatto a esserne interessato sarà il processo che vede il premier Silvio Berlusconi imputato a Milano per corruzione in atti giudiziari che con una pena massima di 8 anni, innalzabili di un quarto sino a 10, vedrà ridotto di 6 mesi, quindi a 9 anni e 4 mesi, il tempo per la prescrizione. Così un processo che si sarebbe prescritto tra poco meno di un anno, con almeno una sentenza di primo grado, finirà invece prima dell’estate.

Ma il ministero della Giustizia ha fatto anche il punto su alcuni processi in corso di forte impatto. Così per il disastro di Viareggio del giugno 2009 la prescrizione (accusa di omicidio colposo plurimo) scatterebbe nel 2044; nel 2021 per gli incensurati nel procedimento per i reati legati al terremoto dell’Aquila; per le lesioni volontarie, caso Santa Rita a Milano, si passerebbe da 8 anni e 9 mesi a 8 anni e 2 mesi; per il caso Parmalat, bancarotta fraudolenta aggravata, si passerebbe da 18 anni e 9 mesi a 17 anni e 6 mesi.

In generale, ragionando sui reati, la limatura determinata dalla riduzione del surplus di durata del processo determinato dai cosiddetti atti interruttivi, interesserebbe aggiotaggio e market abuse, ma anche la corruzione, che andrebbero da 7 anni e 6 mesi a 7 anni; furto pluriaggravato, usura e violenza sessuale passerebbero dagli attuali 12 anni e 6 mesi a poco più di 11 anni e 6 mesi. Per delitti molto gravi come l’omicidio colposo in violazione delle norme sulla circolazione stradale e sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro la prescrizione scenderebbe da 17 anni e 6 mesi a 16 anni e 4 mesi.

Il Sole 24 Ore 14.04.11

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I familiari delle vittime: “Vergognatevi”, di Giovanna Casadio

Monetine alla Santanché. Bossi contestato al grido di “ladrone”. “Alfano dice che riguarderà lo 0,2% dei processi, ma se è così perché l´approvano?”
La folla a Paniz: “Hai votato che Ruby era la nipote di Mubarak, non sei credibile. «Vergogna» sono venuti a gridarlo da L´Aquila, da Viareggio, da Livorno e Genova. Sono i familiari delle vittime dei processi che la prescrizione breve aiuterà ad archiviare. Come se niente sia mai successo. Scandiscono con le loro storie il rush finale della legge in aula, alla Camera. Loro, fuori, si alternano al megafono, con i parlamentari di Italia dei valori, del Pd, di Fli, di Sel, Rifondazione e dei Verdi, del Popolo viola, di Giustizia e Libertà, di chi vuole partecipare semplicemente. Piazza Montecitorio – nello spicchio che è riservato ai manifestanti – è protesta e rabbia.
Esce dal Parlamento Bossi subito dopo l´approvazione della legge, e la piazza esplode in un boato: «Ladrone, venduto: Lega ladrona, l´Italia non perdona». Cori di «Italo, Italo», per invitare Bocchino a parlare in piazza. Ci sono gli striscioni delle associazioni, le bandiere dei partiti. Spunta un cartello: «Habemus Papi»; le urla di «mafiosi, mafiosi» si fanno più forti.
Entra poco prima delle 15, Niccolò Ghedini l´avvocato di Berlusconi, dall´ingresso secondario di via della Missione, per evitare i fischi. Daniela Santanchè invece si prende un altro lancio di monetine, un coro di insulti, di «vergogna, bugiarda», mentre si ferma davanti alle telecamere, poco distante dal sit-in, e dice: «Ho rassicurato una madre di Viareggio… «. La madre di Viareggio è Daniela Rombi e sua figlia Emanuela, che aveva 21 anni, è stata spazzata via con le altre 31 vittime del treno-bomba. «Non ci prendano per grulli – ripete Daniela – l´ho detto anche a Paniz e alla Bergamini che noi sappiamo bene che processi complessi come quello di Viareggio, e come tanti altri, sono destinati a restare senza colpevoli e le vittime senza giustizia con la prescrizione abbreviata». Maurizio Paniz e Deborah Bergamini infatti hanno voluto incontrare l´associazione “Il mondo che vorrei”. Maurizio Paniz, l´artefice del processo breve, è andato anche in piazza, per una dichiarazione ai tg, e i manifestanti gli hanno gridato: “Vieni dai cittadini a spiegare le cose”. Lui ha avuto fegato, lo riconoscono i manifestanti, e ha preso il megafono: «Fidatevi, L´Aquila e Viareggio non saranno cancellati dalla prescrizione breve. Lo giuro… «. Ma la piazza lo ha sommerso di fischi: «Vergogna, hai votato che Ruby era la nipote di Mubarak, chi ti può credere?».
Steso per terra, più grande di tutti, è lo striscione con le foto degli studenti che il terremoto dell´Aquila si è portati via. «Nicola è quello, il terzo da destra». Nicola era iscritto in Biotecnologia. Il padre Sergio Bianchi ne indica l´immagine. Nessuno lo calpesta quello striscione, neppure nella ressa della gente che va e viene, delle contestazioni e delle grida. «Figuriamoci se permetteremo che qualcuno calpesti quelle morti». La prescrizione breve significherebbe questo – afferma Bianchi, presidente dell´Associazione vittime universitarie del sisma – Ci tolgono la cosa che ci resta, cioè avere giustizia. Alfano dice che riguarderà lo 0,2% dei processi, ma se è così, è davvero inutile che sia stato fatto il disegno di legge. È una giornata bruttissima, ci impediranno di capire perché i nostri figli sono morti». Gianfranco Mascia va dai poliziotti schierati a ringraziarli: «Siamo noi che abbiamo bisogno di essere protetti da quei mafiosi che ci sono là dentro, in Parlamento e quindi vi ringraziamo». Nessuno vuole lasciare la piazza. Gloria Puccetti, madre di Matteo morto per un incidente sul lavoro, qui con il comitato di Viareggio, ammette che sarebbero dovuti essere molti di più in piazza: «Ma tanti non sono venuti, non è facile mobilitarsi sempre». Uno dei “grillini” si presenta con una scopa per invitare a «fare pulizia» e a un sit-in il 16 aprile a Roma.

La Repubblica 14.04.11

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“Piango una sorella e due nipotini lo faccio per loro”

«L´unica consolazione che ci rimane è trovare i responsabili: oggi ci vogliono togliere anche quella, siamo davvero disperati». Andrea Maccioni ha al collo una foto della sorella Stefania, che aveva 39 anni e dei due nipotini, Lorenzo di 2 e Luca di 5. È l´ingrandimento dell´ultima immagine di vita felice prima che il treno-bomba piombasse a Viareggio sulla loro casa. «Quando si parla delle 32 vittime di Viareggio si dice “strage ferroviaria”, ma il treno non l´aveva preso nessuno…», dice. Con questa legge sulla prescrizione breve, a Viareggio il 29 giugno del 2009 «non sarà accaduto niente quando bruciarono vive 32 persone che stavano riposando nelle loro abitazioni». Non ci crede Andrea alle rassicurazioni sull´iter del processo che va avanti lo stesso: «Se non cambia nulla, non facciano la legge. Chi glielo dice a mia madre, che sua figlia e i suoi nipoti non avranno neppure giustizia?».

La Republica 14.04.11

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“Il tempo si è fermato vent´anni fa: il dolore non si prescrive mai”

È vero che per la Moby Prince – il traghetto che il 10 aprile del 1991 si scontrò con una petroliera appena fuori del porto di Livorno, «ingiustizia è stata già fatta», nel senso che i processi si sono fatti ma senza alcun colpevole. Ma Loris Rispoli, che lì ha perso la sorella Liliana di 29 anni, («il tempo per noi quel giorno si è fermato»), è al sit-in dei parenti delle vittime contro la prescrizione breve. Per tre ragioni. «La prima è che non si prescrive il dolore, mai. Quindi il governo e la maggioranza facciano un passo indietro». La seconda, è che «io voglio un processo giusto, noi siamo sempre in attesa che si condannino i colpevoli, ma alla nostra tragedia sono seguiti solo omissioni, scaricabarile, impunibilità». In terzo luogo «sono qui per solidarietà». Con gli altri familiari esibisce questo striscione: «140 vittime, nessun colpevole. Se questa è giustizia…».

La Repubblica 14.04.11

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“Ho perso il nipote il processo sarà lungo non avremo giustizia”

«Sono morti per la mancanza di regole, i nostri ragazzi». Antonietta Centofanti è l´anima del comitato dei familiari delle vittime della Casa dello studente dell´Aquila e la zia di Davide, 19 anni, «il nostro piccoletto», che si trovava lì la notte del 6 aprile perché aveva deciso di accelerare con gli esami. «Non poteva perdere i crediti, per via della borsa di studio, aveva superato Analisi I, e avrebbe dato Analisi II, era iscritto in Ingegneria. Il nostro processo per il terremoto dell´Aquila è complicato con undici imputati, una marea di periti, di consulenti, un pool di avvocati. Nell´ultima udienza, sabato scorso il giudice ci ha detto: «Non facciamoci illusioni, ci vorranno vent´anni, sarà lunga e difficile… La prescrizione breve non permetterà di avere giustizia. Il giudice mette le udienze al sabato, così nessuno può accampare scuse e non presentarsi».

La Repubblica 14.04.11

"Perchè gli insegnanti tornano a fare paura", di Stefano Bartezzaghi e Mariapia Veladiano

L´ultimo caso è quello sui libri di testo “troppo partigiani”. Ma gli attacchi all´insegnamento tolgono autonomia e centralità al sistema educativo. La campagna di primavera contro la scuola italiana ha un bersaglio principale: l’insegnamento e i professori. Dall’attacco all’educazione pubblica accusata di “inculcare nei ragazzi dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai propri figli” fino all’ultima proposta dei deputati Pdl che invocano una Commissione parlamentare che valuti l’imparzialità dei testi scolastici adottati perché molti, oggi, “plagiano i giovani” è evidente che sono gli insegnanti a fare paura. E che in questo modo si cerca di spezzare quella preziosa alleanza tra docenti, famiglie e ragazzi che spesso ha fatto delle aule scolastiche una sorta di laboratorio delle differenze culturali. Così colpire la figura dell’insegnante vuol dire, paradossalmente, enfatizzare il suo ruolo di solitario artefice della cultura, dall’altro, implicitamente, isolarlo sotto la lente di un’osservazione sociale e politica minuta, moltiplicata, asfissiante. Uno sguardo che non è complice e collaborativo, ma indagatore e giudice.

Ma quella era appunto tv, e non della migliore.
Non stiamo parlando di un carrozzone parastatale, di un ente inutile. Stiamo parlando della scuola, la principale agenzia culturale della Nazione. Il suo compito è fondamentale: fornire a ogni cittadino l´attrezzatura per intendere, comprendere ed elaborare personalmente tutto quanto gli verrà detto, o già gli è stato detto altrove (in famiglia, o anche nei libri di testo). La scuola non insegna giudizi: insegna a giudicare.
Senza l´autonomia da qualsiasi ordine superiore, l´insegnamento diventa quello che la destra mostra di credere sia già: una forma laica (troppo laica) di catechismo. La cultura, però, non è una dottrina: la minaccia che porta è casomai nella sua efficacia di antidoto antidottrinario. Tutti gli intellettuali, comunque votino, lo sanno: infatti gli intellettuali di destra si tengono lontani da questa questione, in cui sono sempre e soltanto i politici ad accanirsi.
Da quando, era il 2000, il presidente della Regione Lazio Francesco Storace inaugurò la polemica sui libri scolastici «troppo marxisti», l´idea (molto sovietica essa stessa) di una «Commissione» che valuti l´idoneità dei testi è ritornata, per esempio in dichiarazioni di Maurizio Gasparri. Quel che rende più serio e preoccupante il suo attuale rilancio è che avviene a poco più di un mese dalla polemica contro «la scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare princìpi che sono il contrario di quelli dei genitori» (Berlusconi, 28/2/2011; corsivo nostro). Data la pregnanza strategica e comunicativa di certi palleggi, non pare trascurabile la circostanza per cui il tema è stato ora sollevato da due collaudate componenti dell´inner circle berlusconiano. Prima da Gabriella Carlucci, che è membro della Commissione Cultura e Istruzione della Camera («Testi politicamente orientati, finalizzati a plagiare le nuove generazioni»), poi da Mariastella Gelmini, la ministra competente, che lo ha ripreso il giorno stesso («Il problema esiste»). Lo schema deputato-ministro ha già preannunciato diverse altre campagne, specialmente nel campo della Giustizia.
Si configura, insomma, un salto di qualità. Il problema non è il prevalere di un argomento storico sull´altro, con dosaggi (per esempio tra foibe e Lager) ritoccati a ogni cambiamento di maggioranza, almeno sino a quando, in questo Paese, le maggioranze cambieranno. Il problema è l´idea stessa del dosaggio: di poterne imporre uno, o anche solo di discuterlo.
Provenendo poi non da estremità propagandistiche e pirotecniche ma dall´interno delle tecnostrutture politiche impegnate nella legislazione e nell´amministrazione si può immaginare quanto maggiore effetto facciano simili affermazioni sugli interessati. Nuove prospettive si aprono a quegli studenti e a quei genitori che usano accogliere le meritate insufficienze con lo spirito di miglioramento recentemente dimostrato in altro campo da Zlatan Ibrahimovic. Non l´ha detto anche il Governo e il Parlamento, che non è giusto studiare su testi che elogiano la Resistenza o la presidenza di Oscar Luigi Scalfaro? Non è stato lo stesso Presidente del Consiglio a suggerire alla famiglia di correggere la scuola, ai genitori di controllare che i «princìpi» inculcati dai professori non siano diversi dai propri?
Per rottamare la scuola come agenzia culturale basta mortificarne l´autonomia, magari dichiarando l´intento di restaurarla. Se guardiamo all´insegnamento come a una tecnica per imprimere un calco solido in una materia duttile, e così formarla (questo il significato originario del termine «inculcare»), distruggiamo il significato vero, e prezioso, della relazione di insegnamento. Sarebbe come pensare di ridurre l´eros allo stupro, la comunicazione alla propaganda, il governo al comando.

La Repubblica 14.04.11

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“Noi, insegnanti sotto esame”, di Mariapia Veladiano*

Le aule devono restare un laboratorio delle differenze dove si può discutere di tutto perché i ragazzi lo chiedono. Il vero rischio è di rompere l´alleanza tra le famiglie, la società e i docenti con un clima da guerra civile dove l´educazione non conta più. Inculcatori, fannulloni, partigiani. Nell´ultimo decennio l´insegnante è diventato il bersaglio di una coerente operazione di demolizione del riconoscimento sociale che lo ha accompagnato a lungo nel secolo scorso: accusato di esercitare un part-time di fatto; di fare il doppiolavoro attraverso la libera professione; di evadere (l´insegnante!) le tasse con le ripetizioni. E colpito anche in ciò che in Italia, purtroppo, garantisce sopra ogni cosa il prestigio sociale: il reddito, mortificato nei penosissimi “gradoni” e in regresso vertiginoso rispetto a vent´anni fa. E ancora, nel suo ruolo di grande inculcatore, oggi infine contrapposto frontalmente alle famiglia. Ma si può lavorare così, sotto assedio?
Adoperarsi sistematicamente per fare saltare l´alleanza fra il docente, la società e la famiglia è insensato. Vuol dire, paradossalmente, enfatizzare il suo ruolo di solitario artefice della cultura, dall´altro, implicitamente, isolarlo sotto la lente di un´osservazione sociale e politica minuta, moltiplicata, asfissiante. Uno sguardo che non è complice e collaborativo, ma indagatore e giudice.
Succede che quelli che hanno paura dei professori e dei maestri non riescono a immaginarli diversi da se stessi e quindi li vedono al servizio di un´ideologia che immaginano compattamente opposta e ostile, diversa ma nello stesso modo illiberale, li percepiscono militanti a oltranza, comunque nemici, come loro si sentono tristemente nemici.
Non è così e non lo sanno solo gli insegnanti ma anche le famiglie, per ora.
Chi ha paura degli insegnanti non sa cosa succede davvero a scuola. E cioè che le idee sono meravigliosamente differenti e “tante”, portate dai ragazzi che arrivano in classe con i volantini sulle foibe o sulla Shoah, consegnati la mattina da qualcuno, sulla strada di scuola, e chiedono se quel che è scritto è vero, e portano gli articoli di giornale e le discussioni fatte in famiglia, vogliono capire se è vero che l´Unità d´Italia è una buona cosa, e parlano e si confrontano.
E ancora: tutto questo sta dentro a una cultura che è immensamente più larga della sua connotazione politica: è capacità di dirsi, di riconoscerci diversi, di essere creativi, di capire e non giudicare, di difenderci dagli abusi, di non essere schiavi della banalità e del vuoto dei giorni.
La scuola come laboratorio di differenze anche di pensiero è oggi ciò che permette di disinnescare la guerra delle contrapposizioni che paralizza il vivere civile.
Questa cultura vive della libertà di parola: si deve poter dire e leggere tutto anche e soprattutto a scuola, perché la verità non è una frase scritta su un libro, ma un processo continuo di ricerca e di aggiornamento paziente fatto insieme anche a chi, e cioè gli studenti, più liberi di noi, ci regala finalmente lo sguardo nuovo sui fatti. E ci si trova, e sarebbe incontro interessante da raccontare, a difendere in qualità di responsabile della biblioteca scolastica, la presenza sugli scaffali di un libro molto contestato da alcuni nostri studenti: Il libro nero del comunismo. I libri vanno letti e discussi, non rimossi, abbiamo risposto. Si comincia con il bruciare i libri, abbiamo raccontato, e si arriva agli uomini. E il libro è ancora lì.
Pensiamoci davvero: si può far cultura nella posizione di chi è sotto esame per un libro adottato, per una parola detta?
Chi ha paura della libertà della cultura ha paura della libertà.

*L´autrice è un insegnante e ha scritto La vita accanto, Einaudi Stile libero)

La Repubblica 14.04.11

"Il nichilismo al potere", di Carlo Galli

Ieri la Camera – tra le proteste di una cittadinanza che si sente tradita dal Palazzo – ha approvato una legge vergognosa, l´ennesimo provvedimento ad personam per salvare Berlusconi dai suoi processi e farne un soggetto superiore alla Legge.
Se, secondo il premier, è ‘surreale´ la sua presenza, da imputato, in tribunale, va detto che davvero davanti alla giustizia emerge con chiarezza il rapporto peculiare che il Cavaliere instaura fra politica e realtà. Che certo e´ surreale, ma in senso opposto a quello che egli propone: nel senso, cioè, che per il premier la politica è la decostruzione della realtà, il rovesciamento della sua architettura. E nel provvedimento sulla ‘prescrizione breve´, in questa misura di autodifesa distruttiva, si rendono evidenti le implicazioni più generali – e più fatali – dell´essenza nichilistica e paradossale della destra al governo, che si concentra nella persona di Berlusconi.
Quell´essenza si presenta con una serie impressionante di inversioni delle logiche politiche di una moderna democrazia, di rovesciamenti dei suoi apparati concettuali. In primo luogo, come sempre, del rapporto fra pubblico e privato: il Parlamento, il luogo per eccellenza della politica, in cui la ‘pubblicità´ prende forma, che viene posto al lavoro, a testa bassa, con sprezzo della verita´ e della giustizia, al servizio e al soccorso della singola persona del premier – per salvarlo da pendenze giudiziarie nate dal suo passato di imprenditore –, è la più umiliante icona di questo processo perverso. Che si ripete, senza sostanziali variazioni concettuali, dal caso Ruby – in cui il vecchio e per certi versi nobile armamentario della ragion di Stato è stato mobilitato spudoratamente per rendere ‘politica´, e quindi ministeriale (e pertanto non giudicabile da un tribunale ordinario), una vicenda tutta privata – al caso Mills; e che verrà iterato, non v´è dubbio, ad ogni futura occasione.
Discende da ciò l´inversione tra norma e interesse particolare: la prima, anziché essere una costante, è una variabile di trascurabile importanza, infinitamente plasmabile, suscettibile di innumerevoli interpretazioni e manomissioni; la costante, la stella polare del sistema pubblico, la rocciosa consistenza dello Stato, il baricentro della politica, è invece la privatezza della vita, della libertà e degli affari (economici e sentimentali) di un singolo. Il liberalismo per una persona sola, il cui peso sovrasta quello della universalità dei cittadini, come si mostra plasticamente nella scandalosa proporzione di 15.000 a uno: la misura dei processi estinti, delle giustizie negate, dei torti accettati e ribaditi, perché uno si salvi. Non vale sostenere che quel numero è poca cosa, a fronte della quantità di reati (più del decuplo) che vanno in prescrizione ‘naturalmente´ – per la ‘fisiologica´ patologia della nostra giustizia –: questi, oltre che una macchia sul nostro Paese, sono una statistica, un prodotto casuale di un malfunzionamento generale, mentre quei 15.000 sono consapevolmente aggiunti al caso, sono calcolati come ‘perdite collaterali´ giustificate – come in una guerra – dal fatto che si sta difendendo un obiettivo vitale.
Dunque, l´inversione di gerarchia tra l´interesse generale – che vuole sia fatta giustizia – e l´interesse particolare dell´imputato, che è di salvarsi dalla condanna (nel procedimento, com´è diritto di chiunque; ma anche dal procedimento, com´è privilegio esclusivo di chi, mentre è imputato, può cambiare le leggi a proprio vantaggio) ne produce un´altra, ancora più grave: quella fra pace e guerra. Assistiamo infatti, e non da ora, al combinato disposto di due poteri, il legislativo e l´esecutivo, che anziché dedicarsi alla costruzione della giustizia e della pace interna – fondata sull´uguaglianza davanti alla legge e sull´efficienza della macchina giudiziaria – muovono guerra alla magistratura e all´ordinamento, ne cercano le falle non per porvi rimedio ma per trasformarle in comode e legali vie di fuga per un imputato; che, insomma per migliorare l´efficienza di un sistema (il mitico ‘processo europeo´) non lo potenziano ma fanno in modo che funzioni ancora peggio; che, anziché costruire, distruggono. E per di più – ultima beffa, ultima inversione – questa guerra d´attacco viene presentata come legittima difesa dalle ‘aggressioni´, politicamente motivate, della magistratura; come se all´imputato Berlusconi mancassero i mezzi per difendersi dentro le norme e le procedure, e, se ne è il caso, per trionfare sui giudici, svergognandoli per le loro trame.
Ma l´aperta sconsacrazione della politica, del primato dell´universale, viene proclamata dal cuore stesso della maggioranza, che nei suoi principali esponenti non resiste alla tentazione di affermare il proprio nichilismo, ammettendo che in effetti l´obiettivo di tutto questo lavorìo è di sottrarre Berlusconi alla ‘persecuzione giudiziaria´, di non farlo processare ne´ nelle aule ne´ nelle piazze (un´improvvida citazione da Aldo Moro). Ora, se la stessa destra rende palese la catena d´inversioni concettuali e di eversioni categoriali che ha costruito, c´e´ solo da augurarsi che le prossime elezioni (a partire dalle vicinissime amministrative) diano il segnale che la maggioranza dei cittadini di questo Paese vuole invece, democraticamente, far uscire la politica dal gorgo che si avvita su di una persona sola, che risucchia e deforma lo spazio politico. E – contrapponendo al nichilismo la realta´, all´eccezione la legalita´ – vuole por fine a una manomissione dello spirito pubblico, a una distruzione del concetto stesso di ‘pubblicità´, che è divenuta la disperante normalità di un´Italia umiliata.

La Repubblica 14.04.11

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“Una commedia da tre soldi”, di FRANCO CORDERO

Ha dell´allucinatorio il voto con cui la Camera berlusconiana qualifica reato ministeriale l´oggetto della causa postribolare pendente a Milano e intima al Tribunale d´astenersene: vale uno zero giuridico, perché i trecentoventi o quanti siano non hanno il potere che s´illudono d´esercitare; è come se un questore emettesse condanne penali o, arrogandosi funzioni ultraterrene, l´Olonese presidente del Consiglio distribuisse indulgenze à valoir nell´ipotetico purgatorio. Scene d´una sgrammaticata commedia da due soldi, i cui attori improvvisano. Se la res iudicanda sia reato comune o ministeriale, lo diranno i giudici: data una condanna, l´appellante ripropone la questione; qualora soccomba anche lì, gli resta il ricorso in Cassazione. I cervelloni credono d´avere sferrato un colpo da maestri: «dichiariamo improcedibile l´accusa» (il clou esoterico sta nel predicato), «così il Tribunale, spalle al muro, deve ammettersi incompetente o sollevare un conflitto d´attribuzioni e tutto rimane sospeso». Ogni sillaba manda il suono delle monete false. Gli onorevoli straparlano, ossequenti al regime egomaniaco. Ipse dixit: è ai ferri corti col «brigatismo giudiziario», tale essendo nel suo universo deforme l´idea che la legge vincoli anche l´impunito ricchissimo; castigherà le toghe proterve, bisognose «d´una lezione»; e i famigli rabberciano norme à la carte.
La «sovranità del Parlamento» (i berluscones la vantano almeno due o tre volte pro die) è formula italiota d´una monarchia assoluta prima che s´installino gli embrioni del futuro Stato costituzionale: le attuali Camere sono cassa armonica dell´esecutivo; vi siedono persone ignote agli elettori; le nominano agenti del beneplacito sovrano. Chiaro quale sia il modello: platee stupefatte dalla droga mediatica forniscono voti; lassù, accessibile soltanto alle baiadere, siede Dominus Berlusco, ogni mattina più ricco (quanto sia disinteressato, attento solo al bene collettivo, fuori della mischia d´affari, lo dicono sordi ringhi con cui accoglie l´estromissione dalle Generali della devota lunga mano Cesare Geronzi). Niente vieta che vecchi organi rimangano, anzi conviene tenerli in piedi, finti vivi, palcoscenico d´una troupe innocua: Sua Maestà ne prende uno o una qualunque nel mucchio e li addobba; voilà, diventano ministri o figure analoghe; gerarchie adoranti esercitano poteri subordinati in conflitto permanente; griglie selettive escludono i diversi. Tale struttura subpolitica connota un Paese solo geograficamente europeo, dal futuro miserabile perché lo sviluppo economico richiede tensione psichica, cultura, lavoro duro, regole ferme, mentre qui regnano privilegi parassitari, variegato malaffare, gusti fraudolenti, mente corta, animule spente. Confessa una vocazione ministeriale, né punta basso aspirando alla Farnesina, la svelta figliola che, secondo l´accusa, sovrintendeva alle ospiti della reggia: nei dialoghi intercettati coltiva un argot dal percussivo registro turpiloquo; e sotto accusa d´avere gestito prostitute, conferma la candidatura. Qui s´indigna uno che scrive in décor grammaticale, storpiando impetuosamente i concetti: non marchiamole con quel nome (nei Tre moschettieri Milady porta una P impressa a fuoco sulla spalla); sono damigelle intente allo scramble mondano; è risorsa anche il corpo. Lo stesso maestro pensatore sventola liberalismo sui generis e culto berlusconiano, classico ossimoro del genere «sole nero» o «ghiaccio bollente». Gli aneddoti dicono a che punto siamo nella corsa al Brave New World.
La malattia italiana non risponde più alla solita farmacopea. L´Unico squaglia gravi accuse in falsa ilarità turpiloqua, spaventando persino gli obbligati a ridere. Rebus sic stantibus, è imputato in quattro sedi. Da tre pendenze rognose lo liberano due leggi che le Camere votano sul tamburo, tagliando ancora la prescrizione e seppellendo d´un colpo l´intero processo, appena scadano dei termini. La terza toglie al giudice il vaglio del materiale probatorio offerto dalle parti: se la difesa indica mille testimoni, saranno escussi tutti, in mesi e anni, finché suoni la campana; l´aula chiude i battenti; non se ne parla più. I giudizi diventano materia volatile: dibattimenti fluviali, processi brevi, larghe sacche d´oblio; fantasie carnevalesche da Nave dei matti? No, leggi italiane. L´ordinaria prassi politica risulta impotente contro l´abuso sistematico, tanto l´ha pervertita Re Lanterna. Temendo la sfiducia, compra degli oppositori (gesto automatico, gli viene naturale: cambiano uniforme, esigono i prezzi, li incassano; il transito non è finito, sappiamo dal coordinatore. La secessione nel Pdl inalberava insegne virtuose ma i bei giochi durano poco. Le anime transumano salmodiando motivi edificanti. Di questo passo, la legislatura compie l´intero ciclo: tra due anni divus Berlusco s´insedia al Quirinale, portandovi i divertimenti che sappiamo (accadeva sotto Rodrigo Borgia, Sua Santità Alessandro VI; vedi monsignor Iohannes Burckardus, cerimoniere impeccabile e cronista meticoloso nel Liber notarum: domenica sera 31 ottobre 1501 danno spettacolo orgiastico «quinquaginta meretrices honestae»); presiede il consiglio l´attuale guardasigilli, viso spirituale; nella ratio studiorum dei licei appare una nuova materia, Arte dell´osceno. Tale essendo il presumibile futuro, è questione capitale come scongiurarlo: discutiamone perché i tempi stringono; tra poco il fuoco lambirà le polveri (scriveva Walter Benjamin, cultore d´allegorie e metafore).

La Repubblica 14.04.11