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"Misteri della fede: il prof De Mattei arriva ai vertici del Cnr", di Rino Falcone

Le dichiarazioni che il vice-presidente del Cnr ha rilasciato negli ultimi tempi hanno avuto grande eco nei media nazionali. Si tratta di affermazioni i cui tratti di fondamentalismo sono difficili da ritrovare persino nelle più estreme posizioni del clericalismo ipertradizionalista. Piuttosto che entrare nel merito delle gravi tesi sostenute, vorrei affrontare una questione metodologica. Il principio di libertà d’opinione non può esimerci da indagare con attenzione l’opportunità di certi giudizi quando espressi in sede di rappresentanza istituzionale e la loro compatibilità con incarichi di forte rilevanza simbolica. Il punto è: se le opinioni di De Mattei si fondano nella dimensione della fede perché mai dovrebbe egli assumere un incarico così rilevante nel principale Ente di ricerca nazionale?

Ente che esprime nella sua essenza più profonda le ragioni del pensiero razionale. Ente che organizza una comunità di scienziati, ne disciplina le azioni e ne finalizza le strategie. Perché mai una tale comunità (quella scientifica) deve trovare rappresentanza (seppure nella funzione di “vice”) in chi ha come principale obiettivo l’affermazione del pensiero dogmatico?

Altri ambiti socio-politici (o più strettamente metafisici e confessionali) possono ospitare tali opinioni. E la società può/deve prendersi carico di stabilire spazi di confronto costante e dinamico tra questi approcci metodologici differenti e contrapposti. Ma mai confonderli! Come è successo allora che De Mattei sia finito nel CdA del Cnr? Come si organizza la ricerca nel nostro Paese?

In queste settimane alcuni enti di ricerca (tra cui il Cnr) hanno definito i cosiddetti «statuti autonomi» a seguito della legge 165 del 2007. Il ministro Gelmini, ha fortemente distorto le intenzioni di quella legge e operato trasformazioni e pressioni tali che gli statuti varati non produrranno autogoverno e reale autonomia statutaria. In particolare, le comunità scientifiche non potranno esprimere loro rappresentanze dirigenziali e la politica continuerà a svolgere un ruolo preminente (con gli evidenti paradossi cui stiamo assistendo).

Le comunità scientifiche hanno manifestato pubblicamente le loro preoccupazioni per questo fatto ma l’opinione pubblica, alquanto disattenta ai temi sostanziali per il futuro del Paese, ha offerto un’attenzione infinitesimale rispetto a quella che oggi si è attivata per il caso De Mattei. Eppure i due fenomeni sono strettamente connessi. Ed è la stessa Costituzione ad indicare la soluzione quando nell’articolo 33 pone l’esigenza di rendere autonome le istituzioni della conoscenza. Ecco perché una malintesa relazione tra scienza e politica può condurre a clamorose e controproducenti aberrazioni.

L’Unità 13.04.11

«Il ministro Alfano è un irresponsabile. Questa è un’amnistia», di Claudia Fusani

Il capogruppo del Pd in commissione giustizia commenta la 20esima legge salva-premier: «Perché chi è incensurato deve farla franca? Che principio è?»
Legge salva premier numero 20. Parlamento avvocato difensore del premier. Cosa le fa più rabbia? «Tutto quello che non è stato fatto e che si poteva fare per i cittadini. E’ allucinante che il Parlamento sia stato occupato dall’inizio della legislatura unicamente a ricercare strumenti per intervenire a gamba tesa nei processi del Presidente del Consiglio. Hanno cominciato con il blocca processi, poi il lodo Alfano, poi il legittimo impedimento, poi il processo breve, oggi stanno forzando sulla prescrizione breve per togliere da torno definitivamente il processo Mills dove Berlusconi rischia una condanna con la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. E che dire dei continui tentativi con cui la maggioranza ha cercato di infilare norme insidiose nei provvedimenti più vari? Ormai quando viene annunciata una nuova proposta di legge in tema di giustizia è automatico chiedersi “dov’è la fregatura?”. E non si smentiscono mai. Perché la prescrizione breve è un danno?
«Perché riduce irragionevolmente i tempi che lo Stato ha a disposizione per accertare la responsabilità penale. L’effetto sarà quello di un’amnistia incontrollata perché i calendari dei processi sono stati predisposti in base alle attuali norme della prescrizione. Sarà il caos».
Il ministro Alfano parla di 170 mila prescrizioni l’anno, la prescrizione breve ne aggiungerebbe un altro 0,2%. «E’ stato un intervento astratto e sganciato dalla realtà. I silenzi e l’omertà del ministro sui reali effetti delle nuove norme sono da irresponsabile. Un ministro garante del funzionamento del sistema giudiziario non avrebbe dovuto permettere neanche l’inizio di un provvedimento di cui non si conosce la reale portata ».
La maggioranza accusa le opposizioni di strumentalizzare. Strage di Viareggio, i crolli del terremoto: cosa rischiano veramente questi processi?
Moltissimo. Viareggio è il caso emblematico di un processo molto complesso, con decine di parti civili e la necessità di lunghi e rigorosi accertamenti. Intervenire sulla durata massima della prescrizione del reato in questo processo è di per sé sbagliato e può avere effetti drammatici. Le vittime esigono giustizia ed è incomprensibile che il legislatore si schieri dall’altra parte. Perché un imputato, seppur incensurato non dovrebbe pagare per una strage? La maggioranza non dà risposte, fa ammuina per nascondere questo scempio.
Più in generale quali sono gli effetti collaterali del pdl 3137? «Per prima cosa di principio. Perché se un imputato è incensurato deve farla franca? Più in generale dico che queste norme rappresentano un duro colpo alla lotta alla corruzione. E anche un solo processo per corruzione prescritto sarebbe una grave sconfitta per lo Stato: una vera e propria istigazione a delinquere.
Esistono margini per sollevare eccezione di costituzionalità quando la norma arriverà nei tribunali? La norma Paniz viola sicuramente il principio di uguaglianza dei cittadini e l’articolo 111 della costituzione sul giusto processo e sulla durata ragionevole dei processi che si devono concludere con una pronuncia di merito che riconosca il diritto delle vittime. I deputati della maggioranza le sembrano, in privato, colti dal dubbio?
«I malumori ci sono e profondi. In commissione più di un deputato della maggioranza ha fatto trasparire inquietudine per queste norme e per una legislatura segnata da un eccessivo interventismo in materia di giustizia. Nel caso Ruby qualcuno mi ha addirittura confidato di essere stato ripreso dalla madre perché «a tutto c’è un limite». Un tempo aiutare Berlusconi significava aiutare una parte del paese. Adesso si muove in totale solitudine. La situazione gli si è avvitata addosso».

L’Unità 13.04.11

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“La favola del processo breve”, di Gian Carlo Caselli

Noi italiani siamo convinti di essere molto furbi. Più furbi degli altri e orgogliosi di ciò. Non c’è barzelletta che abbia come protagonisti, per dire, un francese, un tedesco e un italiano che non ci veda prevalere alla grande. Ma forse siamo cambiati. Perché ormai ce le beviamo tutte con allegria. Da tempo, infatti, ci prendono in giro e siamo contenti. Ci ingannano e godiamo. Cadere in trappola ci inebria.
Formule come “riforma (epocale) della giustizia” e “processo breve” sono né più né meno che ipocrisie degne della peggior propaganda ingannevole. Se le parole avessero ancora un senso, e non fossero usate come conigli estratti da un cilindro, sarebbe chiaro che di riforma della giustizia si potrebbe parlare soltanto se si facesse qualcosa per accelerare la conclusione dei processi. Ma se non si fa niente in questa direzione, parlare a vanvera di riforma della giustizia equivale a sollevare spesse cortine fumogene intorno al vero obiettivo: che è quello di mettere la magistratura al guinzaglio della maggioranza politica del momento (oggi, domani e dopodomani), buttando nella spazzatura ogni prospettiva di legge uguale per tutti.
QUANTO AL SEDICENTE “processo breve”, siamo al gioco di prestigio. La riforma, infatti, avrebbe come effetto non un processo breve ma un processo ammazzato a tradimento (con l’aggravante dei futili motivi). Ovviamente schierarsi contro il processo breve è da folli. Sarebbe come rifiutare una medicina efficace contro il cancro. Qui però non si tratta neanche dell’elisir di Dulcamara! Non basta urlare a squarciagola che il processo sarà breve. Occorre fare qualcosa di serio (procedure snellite; più mezzi agli uffici giudiziari) perché si possa arrivare a sentenza in tempi più rapidi. Se non si fa nulla è come proclamare ai quattro venti che la squadra di calcio del Portogruaro vincerà sicuramente la Champions, confidando nella disattenzione o dabbenaggine di chi ascolta.
ORA, COME per vincere la Champions ci vuole una squadra attrezzata, così per avere un processo davvero breve ci vogliono interventi che il processo lo facciano finire prima: ma finire con una sentenza nel merito (innocente o colpevole), non con una dichiarazione di morte per non aver rispettato un termine stabilito ex novo, più o meno a capocchia. In verità la riforma ha un sapore di truffa (verbale), perché i tempi non saranno ridotti ma castrati, ed i processi non saranno abbreviati ma morti e sepolti. In parole povere: si fissa un termine che deve essere rispettato a pena di morte senza minimamente preoccuparsi del fatto che l’attuale sfascio del sistema non consentirà di rispettarlo in una infinità di processi. È come pretendere che un palombaro vestito da palombaro percorra i cento metri in pochissimi secondi, sennò muore. Assurdo, esattamente come il sedicente processo “breve”. Una mannaia che impedirà di accertare colpe e responsabilità e concluderà il processo con un’attestazione di decesso (estinzione) tanto burocratica quanto definitiva e tombale. Uno schiaffo alla fatica che le forze dell’ordine compiono per assicurare alla giustizia fior di delinquenti. Uno schiaffo al dolore e alla sofferenza delle vittime dei reati.
UNO SCHIAFFO alla sicurezza dei cittadini. Proprio quella sicurezza su cui sono state costruite solide fortune elettorali. Sicurezza che ora diventa – di colpo – roba di scarto, rivelando con assoluta evidenza come il tema sia considerato un’opportunità da sfruttare biecamente, anche gabbando la povera gente, più che un problema da risolvere. E tutto questo perché? Per fare un favore a LUI, all’altissimo (ed ecco i futili motivi). Non sfugge a nessuno, difatti, che l’obiettivo vero non è tanto ammazzare migliaia di processi, quanto piuttosto sopprimere – nell’ammucchiata – anche quel paio di cosucce che appunto interessano a LUI. Con tripudio di un esercito di scippatori , borseggiatori, topi d’alloggio e ladri assortiti, truffatori, sfruttatori di donne, spacciatori di droga, corruttori, usurai, bancarottieri, estortori, ricattatori, appaltatori disonesti, pedofili, violenti d’ogni risma, operatori economici incuranti delle regole che vietano le frodi in commercio e tutelano la salute dei consumatori, imprenditori che spregiano la sicurezza sui posti di lavoro e via elencando… Questo catalogo già sterminato di gentiluomini che la faranno franca, che si ritroveranno impuniti come se avessero vinto al totocalcio senza neppure giocare la schedina, si “arricchirà” all’infinito con la cosiddetta “prescrizione breve”: un’altra misura che sa di presa per il naso, l’ennesima leggina “ad personam” (meglio, la fotografia di LUI in persona) che fa a pugni col principio di buona fede legislativa. Sarebbe poco se fosse una di quelle barzellette che il premier usa raccontare in pubblico per il divertimento di chi ama l’ossequio servile. Invece si tratta di una bastonata in testa a una giustizia che già sta affogando. Una catastrofe per l’Italia, perché il feudo di Arcore possa continuare a svettare sulla palude nella quale annaspano i comuni mortali in cerca di giustizia.

Il Fatto Quotidiano 13.04.11

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“L’inganno delle definizioni”, di Michele Ainis

E’ uno scandalo la prescrizione breve? E in generale è un insulto al senso di giustizia la prescrizione dei reati, quali che siano le sue modalità concrete? Al contrario: questo istituto attinge alle ragioni stesse del diritto. Altrimenti non ci spiegheremmo perché mai fosse già noto all’esperienza giuridica ateniese non meno che a quella romana.
Sotto Giustiniano, infatti, i delitti si prescrivevano in vent’anni, ma anche allora c’erano casi di prescrizione più breve). Non capiremmo perché sia regolato nei codici d’ogni Paese al mondo. Resteremmo increduli scoprendo che il decorso del tempo fa estinguere altresì i diritti, i crediti, le indennità lavorative. Nel campo penale, la ragione è presto detta. Dipende dalla funzione della pena, che non è un castigo divino, non è la dannazione eterna che t’insegue fin dentro la tomba. La pena mira a soddisfare un’esigenza umana, di noi dannati della terra. E quando la polvere del tempo copre l’allarme sociale che circonda ogni delitto, non ha più senso impugnare il bastone della legge. Perché quella società offesa dal reato non c’è più, è diventata un’altra. Perché anche il reo è diventato un altro uomo, sicché punirlo sarebbe come fargli scontare le colpe di suo nonno. Perché infine ciascuno ha diritto a un orizzonte di libertà, mentre l’attesa perpetua della pena si tradurrebbe in una pena perpetua. A meno che il crimine commesso non sia tanto efferato da trascendere la storia: l’omicidio è un delitto senza tempo, e infatti è imprescrittibile. No, non è la prescrizione il peccato che ci spedirà all’inferno. Non è neppure il diavolo con le sembianze di Silvio Berlusconi, se vogliamo misurare i problemi laicamente, senza pregiudizi, senza vade retro. E non è l’accorciamento del termine di prescrizione per gli incensurati, che dopotutto ha una sua ragionevolezza. Tuttavia quest’ultima diventa irragionevole se la caliamo nell’ambiente giuridico italiano, qui e ora. In primo luogo per l’incontinenza del nostro legislatore: magari ci avranno fatto caso in pochi, ma la prescrizione breve ce l’abbiamo già. Quella battezzata nel 2005 dalla legge ex Cirielli, che ha sforbiciato i termini per i reati meno gravi. Però a forza di stirare come un elastico il tempo della prescrizione si contraddice l’aspirazione alla certezza, che è alla base della stessa prescrizione. E a prendere sul serio le parole, quest’ultima creatura andrebbe denominata brevissima, per distinguerla dalla precedente. Ecco, le parole. Innervano da sempre la politica, ma pure il diritto è intessuto di parole, fin dall’epoca delle XII Tavole. Il guaio è che le parole della legge sono diventate false, ingannatrici. Evocano un permesso di soggiorno temporaneo per i tunisini, non con l’intenzione d’ospitarli, bensì per espellerli, a nord anziché a sud. Chiamano interventi umanitari le nostre guerre in Libia, in Afghanistan, in varie altre contrade. Promettono il testamento biologico nell’atto stesso in cui lo negano. Forgiano una legge elettorale che in realtà sostituisce la cooptazione all’elezione. Per forza i cittadini ne diffidano. Dei politici, e per conseguenza delle leggi. E il processo breve? C’è forse qualcuno che lo preferirebbe lungo? Ma per ottenerlo dovremmo tagliare il troppo diritto che appesantisce i nostri troppi tribunali (1.292, il doppio dell’Inghilterra o della Spagna). Dovremmo depenalizzare, anche perché 35 mila fattispecie di reato significano carceri affollate come il metrò di Tokyo. Dovremmo sfoltire procedimenti e riti (quelli civili sono 34). Noi invece seghiamo i processi, come se 170 mila prescrizioni l’anno non fossero abbastanza. L’incongruenza, ecco il vizio di quest’ultima riforma. Se la giustizia italiana fosse una gazzella potrebbe funzionare. Siccome è una lumaca, finirà per ammazzarla.

Il Corriere della Sera 13.04.11

"La vera faccia della Lega", di Miguel Gotor

«Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora». Con queste incredibili parole il leghista Castelli, ex ministro della Giustizia e attuale viceministro alle Infrastrutture, ha commentato gli ultimi episodi di Lampedusa; del resto «contro le Brigate rosse cosa abbiamo fatto?» ha concluso per puntellare il suo strampalato ragionamento.
Bontà sua, «almeno per ora». C´era una volta la Lega di lotta e di governo. Una volta, perché oggi il Carroccio non lotta più come vorrebbe e non governa come potrebbe: la macchina populista si è inceppata davanti alla necessità di risolvere i problemi per davvero e non solo di alimentare continue paure e tensioni, come mostrano anche queste ultime dichiarazioni di Castelli.
Le prime avvisaglie del cambiamento si sono avute nelle splendide giornate di Torino e di Milano, in occasione della visita del presidente della Repubblica per le celebrazioni dell´Unità d´Italia. Le manifestazioni sono state accompagnate da un successo popolare superiore alle più rosee aspettative e, forse per la prima volta, la Lega non ha saputo intercettare la tanto evocata «pancia del Paese». Proprio la gente del Nord ha preferito guardare da un´altra parte, verso l´unità e non la divisione, verso la solidarietà e non l´egoismo.
Il Carroccio appare prigioniero della sua propaganda, incapace di governare i problemi che una perenne retorica dell´emergenza e della radicalizzazione dei conflitti hanno amplificato presso il proprio elettorato di riferimento che ora inizia a chiedergli il conto. Basta ascoltare in questi giorni Radio Padania o sfogliare il quotidiano del partito per percepire l´insoddisfazione della base che denuncia il tradimento dei suoi ministri e attacca la Lega che prima «era tigre» e adesso «Roma l´ha ridotta a un gattino». Naturalmente il bacino elettorale leghista è più ampio di queste manifestazioni militanti, ma sarebbe sbagliato sottovalutare un simile rumore di sottofondo.
La prima difficoltà della Lega riguarda la crisi della leadership berlusconiana impelagata in una lotta senza quartiere contro la magistratura. Inevitabilmente questa crisi si riverbera sulla qualità dell´azione di governo, tutta concentrata, e ormai da troppo tempo, sulla sorte giudiziaria del premier. La Lega ha patteggiato il sostegno alle leggi ad personam con l´appoggio al federalismo, sottovalutando però il fatto che le prime sono immediatamente percepibili nei loro costi sociali in termini di tutela della legalità generale, mentre la riforma federale rimanda a un futuro incerto ed evanescente, nel frattempo accompagnato da un tangibile aumento della pressione fiscale.
La seconda difficoltà concerne l´impianto culturale della classe dirigente leghista a livello locale e nazionale. Molti di loro potranno essere buoni sindaci e amministratori del territorio, ma hanno difficoltà a guardare al sistema Italia nel suo insieme dentro un quadro di rapporti europei e internazionali sempre più complesso. Davanti a questi ostacoli i dirigenti leghisti provano a reagire, giocando la carta dell´antieuropeismo (si pensi alle dichiarazioni del ministro Maroni in favore di telecamera) e quella della xenofobia (si legga l´intervista del governatore Zaia che accusa i tunisini di «pretendere che tu non dia loro carne di maiale da mangiare») così da rientrare in connessione emotiva con i propri militanti, i quali rivendicano ai microfoni di Radio Padania il loro razzismo quando auspicano di invadere di maiali Lampedusa o di sparare addosso a quei tunisini in fuga.
In verità, i leghisti sanno bene che il loro elettorato del Nordest conosce la realtà dell´immigrazione, quella che lavora e produce e che consente già oggi, ad esempio, di pagare le pensioni degli italiani. Solo che la vogliono a basso costo e dunque agitano lo spettro criminale perché sanno che un lavoratore senza diritti è più debole e quindi ricattabile sul piano economico e psicologico. Se per un immigrato fosse più semplice ottenere la cittadinanza, dentro una cornice di diritti e di doveri riconosciuti, non sarebbe più disponibile a lavorare a qualsiasi prezzo, nero e clandestino come nera e clandestina è la sua condizione di sfruttamento. Sono queste verità elementari, patrimonio comune delle classi dirigenti europee conservatrici come progressiste, che solo in Italia vedono i leghisti al governo fingere che non esistano e anzi soffiare irresponsabilmente sul fuoco che ora li sta lambendo.
L´impressione è che le vele della demagogia si stiano sgonfiando e che il vento abbia cominciato a cambiare direzione: il tempo dell´incantesimo populista sembra ormai alle nostre spalle. Unità nazionale, coesione sociale e patto costituzionale sono i tre pilastri su cui costruire un´alternativa a questa destra incardinata lungo l´asse Lega-Berlusconi, che in realtà non è più maggioranza nel paese, ma resiste arroccata al potere, tra uno Scilipoti e l´altro, e abbaia all´Europa perché non riesce più a governare l´Italia.

La Repubblica 13.04.11

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Ragazzini in fuga senza soldi né famiglia “Dite a mia madre che io ce l´ho fatta”, di VLADIMIRO POLCHI

«Ho visto uccidere mio fratello sulle strade di Tunisi. Sono corso via veloce. Quando sono arrivato a casa i miei genitori mi hanno detto: parti e non tornare mai più». Bechir, 17 anni, è tunisino. Un mese fa è sbarcato a Lampedusa, oggi vive in una comunità d´accoglienza nel Lazio. Bechir è uno dei settecento minori stranieri non accompagnati approdati in Italia dal 10 febbraio scorso. Un´emergenza nell´emergenza: un esercito di ragazzi e bambini, soli, spesso invisibili.
I minori stranieri non accompagnati si trovano fuori dal proprio Paese d´origine, senza genitori, né tutori. Per legge, non possono essere espulsi (articolo 19 della Bossi-Fini), né trattenuti nei centri per adulti, ma devono essere ospitati nelle comunità d´accoglienza sul territorio nazionale. Il loro identikit? «Nel corso del 2011 dalla Tunisia sono arrivati per lo più ragazzi soli, tra i 16 e i 17 anni – spiega Viviana Valastro, coordinatrice di Save the Children a Lampedusa – mentre ora dalla Libia stanno sbarcando soprattutto bambini, spesso accompagnati da almeno un genitore». Settecento sono i minori non accompagnati arrivati durante l´emergenza, 34 quelli ancora trattenuti a Lampedusa. Il 90% proviene dalla Tunisia. Dove sono ospitati? Nelle comunità d´accoglienza di Sicilia, Calabria, Puglia, Lazio, Emilia Romagna e Liguria. Non solo. Agli adolescenti, sono seguiti i bambini: in appena due giorni, l´8 e 9 aprile, 31 bambini accompagnati dai genitori sono sbarcati a Lampedusa, di cui 10 hanno meno di un anno (eritrei e somali). «Il 9 aprile – racconta Valastro – dalla Libia è arrivata Karima, una bimba di 4 anni, assieme alla cuginetta, alla mamma e a una zia, entrambe diabetiche. Sono state trasferite a Crotone, in un centro d´accoglienza per richiedenti asilo. I genitori, marocchini, lavoravano da 18 anni in Libia. Vogliono rimanere a vivere in Italia e raggiungere Mantova, dove la mamma di Karima ha due sorelle e dove è stato sepolto anche il nonno».
Perché i minori lasciano il proprio Paese? C´è chi aspira alla protezione internazionale, chi dichiara di scappare da violenze, chi ammette di aver colto un´opportunità per migliorare le proprie condizioni di vita. Gran parte dei minori tunisini dichiara di voler proseguire il proprio viaggio verso la Francia. «Sono scappato dalla capitale – racconta Mohamed, tunisino, 16 anni – dove vivevo con mio papà. Durante le violenze, ho pensato di fuggire e raggiungere mia mamma che vive in Francia. Ora spero di incontrarla presto».
Nel nostro Paese, i minori non accompagnati hanno diritto a ottenere un permesso di soggiorno valido fino al compimento del diciottesimo anno. E poi? Il 3° Rapporto di Save the Children (Ong nata nel 1919 e presente in oltre 120 Paesi) su “L´accoglienza dei minori in arrivo via mare” lancia l´allarme: «Il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) determina, di fatto, l´impossibilità di convertire il permesso di soggiorno per i minori non accompagnati, che hanno fatto ingresso in Italia a un´età superiore ai 15 anni: la prospettiva è di ritrovarsi irregolari una volta compiuti i 18 anni». Corrono questo rischio ben 5.847 minori sui 6.587 censiti nel 2009. Il pacchetto sicurezza, infatti, richiede la permanenza di almeno 3 anni in Italia, prima del conseguimento della maggiore età. Un requisito che difficilmente potranno soddisfare i minorenni tunisini arrivati in questi giorni.
E´ il caso di Karim, 16enne, partito da Karkar assieme al fratello di 26 anni, ma su barche diverse. Karim è arrivato a Lampedusa il 14 marzo. «Mio fratello invece non è mai arrivato: la sua barca è naufragata. Sono morti in 41». Per arrivare in Italia, Karim ha pagato 1.500 dinari. «Me li ero guadagnati vendendo mangimi per animali; lavoravo perché papà ha perso il lavoro dopo un incidente. Pensavo da tempo di venire in Italia, da quando un mio amico, vicino di casa, è partito e i suoi genitori hanno cominciato a ricevere soldi dall´Italia. Ma io sono partito senza che papà lo sapesse, e questo mi rende triste». Karim vuole rimanere in Italia, ha un fratello a Padova.
Avrà, invece, probabilmente diritto all´asilo Ahmed, 16 anni, somalo. Forse raggiungerà alcuni parenti in Belgio o forse resterà in Italia. Però una cosa l´ha ben chiara: adesso è libero, finalmente. Dietro alle spalle, Ahmed si lascia 4 mesi passati in un centro di detenzione a Misurata, in Libia. Prigione a cielo aperto in cui finivano anche i minori, in disprezzo delle norme internazionali. «La guerra ha fatto sì che da quei centri adesso si possa scappare – racconta Ahmed – ci sono tantissime persone pronte a partire e imbarcarsi. Duecento euro è costato il mio viaggio. Adesso, a Lampedusa mi serve ancora qualche spicciolo e soprattutto una cabina telefonica per avvisare mamma e i miei 6 fratelli, tutti in Etiopia, che ce l´ho fatta».

La Repubblica 13.04.11

"Vita senza frontiere dei figli dell´Europa", di Anais Ginori e Benedetta Tobagi

«Sono francese, spagnolo, inglese, danese, sono uno ma sono anche tanti altri. Sono come l´Europa, un vero casino». La battuta di Xavier, lo studente protagonista del film L´appartamento spagnolo, è ormai la condizione mentale di milioni di giovani europei, cresciuti con la prima paghetta in euro.
È una camera d´incubazione che aiuta a crescere e costringe a guardare un po´ meglio dentro se stessi: non a caso il protagonista dell´Appartamento spagnolo riesce a sfuggire a una vita preprogrammata, scoprendo la vocazione di scrittore. Maturazione sospinta dalla naturale onda d´entusiasmo che sprigiona dai primi assaggi di libertà. Impossibile sopravvalutare il peso della mobilità transnazionale degli studenti nella costruzione della cosiddetta “identità europea”.
Chi vive le bizzarre mescolanze delle student house non si sente “multiculturale”, o qualunque altra etichetta vogliano usare le ricerche sociologiche. Semplicemente accade: non avverti alcuna reale distanza tra te e gli studenti francesi, austriaci, spagnoli, polacchi. È un gioco continuo: scoprirsi uguali eppure potersi regalare un mondo intero di cose sconosciute – a cominciare da musica, cibi, libri – raccontare sé e il proprio Paese, esplorare nuove abitudini, entrare nei meccanismi di uno humour differente.
In questo senso, il fatidico anno di studi all´estero assomiglia a uno stato d´innamoramento diffuso e prolungato (se il paragone vi pare eccessivo, osservate il sorriso idiota che si stampa sulla faccia di chi l´ha provato al momento delle rimembranze, e cambierete idea).
A livello più democratico e popolare, resuscita qualcosa dello spirito dei cenacoli intellettuali transnazionali dall´età moderna all´Illuminismo. Per quanto intensa, si tratta però di una dimensione esperienziale, prepolitica, e non è detto che questi vissuti siano sufficienti a garantire che la prossima generazione affronti e sciolga lo scoglio apparentemente insuperabile riproposto dall´emergenza libica: dare all´Europa un governo, una politica estera unitaria, a phone number, per dirla con Kissinger.
Ma se non abbiamo dimenticato del tutto le mostruosità prodotte dai viscerali e prepolitici sentimenti d´attaccamento all´Heimat nel Novecento, non possiamo che sostare stupefatti davanti a questo piccolo miracolo culturale che ha reso ovvio l´impensabile in tre generazioni o poco più.
In questi vissuti, l´euro non conta poi molto. Ricordo che avere in tasca una manciata di fiorini era per noi “Erasmi” italiani oggetto di perpetua ilarità, in omaggio all´indimenticabile gag di Non ci resta che piangere, ma, per il resto, del tutto indifferente – come è indifferente alle frotte di ragazzini che invadono Piccadilly Circus da tutta Europa che ci sia ancora Elisabetta II sulla manciata di pound con cui devono arrangiarsi per tutto un weekend. Il problema vero erano e restano i prezzi.
I ragazzi per definizione di soldi in tasca ne hanno pochi: l´euro, nel quotidiano, ci ha liberato dal ladrocinio delle commissioni di cambio e ha eliminato il fastidio dei calcoli frenetici davanti a un menù a prezzo fisso, un maglione o un cd introvabile in patria, per capire se conviene oppure è una fregatura.
Assai più della moneta unica è stato il cocktail esplosivo tra il trattato di Schengen e il business dei voli low cost a rivoluzionare le nostre vite, educando all´Europa anche chi non ha avuto accesso agli scambi universitari. Quando non hai che da infilarti in tasca la vecchia carta d´identità sbiadita e spiegazzata (ma presto la diffusione del supporto magnetico renderà obsoleto anche l´imbarazzo di mostrare eventuali strappi e macchie d´unto sulla prova della nostra italianità) e raggiungere l´aeroporto costa spesso più del volo, Praga e Barcellona, Stoccolma e Budapest, diventano davvero mete familiari.
Siamo in tanti ad aver visto Parigi prima di Roma o Napoli. Ma c´è molto di più. Niente corse a ostacoli per il permesso di soggiorno, né l´ansia perpetua di perdere la social security che assilla chi tenta la fortuna sul suolo americano.
Partire costa pochissimo, e la bandiera stellata garantisce che potrai fermarti e provare a vivere, studiare, lavorare, in libertà: dipenderà dalla tua tenacia, determinazione, capacità. Non serve nemmeno più il modulo dell´assistenza sanitaria.
E chi riesce più a immaginarsela una vita senza questa libertà di essere cittadino d´Europa, senza dover chiedere permesso, senza l´umiliazione di essere trattato come un migrante che pietisce alla porta altrui.
Senza una riserva di futuro accessibile altrove, una finestra spalancata su un orizzonte aperto, tanto più preziosa quando l´atmosfera del tuo Paese si fa asfittica e le prospettive di lavoro mortificanti. E se molta è la strada da fare, è importante ricordarsi che abbiamo tante più possibilità per crescere perché qualcuno ci ha sognati, a Ventotene. Le tensioni profonde che attraversano l´Ue in questi giorni, di fronte all´intenso afflusso di migranti nordafricani, ci impongono di ricordare che adesso tocca a noi cittadini europei sognare in grande anche per qualcun altro.

La Repubblica 13.04.11

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Quella grande fortuna di non sentirsi “stranieri”

È una camera d´incubazione che aiuta a crescere e costringe a guardare un po´ meglio dentro se stessi: non a caso il protagonista dell´Appartamento spagnolo riesce a sfuggire a una vita preprogrammata, scoprendo la vocazione di scrittore. Maturazione sospinta dalla naturale onda d´entusiasmo che sprigiona dai primi assaggi di libertà. Impossibile sopravvalutare il peso della mobilità transnazionale degli studenti nella costruzione della cosiddetta “identità europea”.
Chi vive le bizzarre mescolanze delle student house non si sente “multiculturale”, o qualunque altra etichetta vogliano usare le ricerche sociologiche. Semplicemente accade: non avverti alcuna reale distanza tra te e gli studenti francesi, austriaci, spagnoli, polacchi. È un gioco continuo: scoprirsi uguali eppure potersi regalare un mondo intero di cose sconosciute – a cominciare da musica, cibi, libri – raccontare sé e il proprio Paese, esplorare nuove abitudini, entrare nei meccanismi di uno humour differente.
In questo senso, il fatidico anno di studi all´estero assomiglia a uno stato d´innamoramento diffuso e prolungato (se il paragone vi pare eccessivo, osservate il sorriso idiota che si stampa sulla faccia di chi l´ha provato al momento delle rimembranze, e cambierete idea).
A livello più democratico e popolare, resuscita qualcosa dello spirito dei cenacoli intellettuali transnazionali dall´età moderna all´Illuminismo. Per quanto intensa, si tratta però di una dimensione esperienziale, prepolitica, e non è detto che questi vissuti siano sufficienti a garantire che la prossima generazione affronti e sciolga lo scoglio apparentemente insuperabile riproposto dall´emergenza libica: dare all´Europa un governo, una politica estera unitaria, a phone number, per dirla con Kissinger.
Ma se non abbiamo dimenticato del tutto le mostruosità prodotte dai viscerali e prepolitici sentimenti d´attaccamento all´Heimat nel Novecento, non possiamo che sostare stupefatti davanti a questo piccolo miracolo culturale che ha reso ovvio l´impensabile in tre generazioni o poco più.
In questi vissuti, l´euro non conta poi molto. Ricordo che avere in tasca una manciata di fiorini era per noi “Erasmi” italiani oggetto di perpetua ilarità, in omaggio all´indimenticabile gag di Non ci resta che piangere, ma, per il resto, del tutto indifferente – come è indifferente alle frotte di ragazzini che invadono Piccadilly Circus da tutta Europa che ci sia ancora Elisabetta II sulla manciata di pound con cui devono arrangiarsi per tutto un weekend. Il problema vero erano e restano i prezzi.
I ragazzi per definizione di soldi in tasca ne hanno pochi: l´euro, nel quotidiano, ci ha liberato dal ladrocinio delle commissioni di cambio e ha eliminato il fastidio dei calcoli frenetici davanti a un menù a prezzo fisso, un maglione o un cd introvabile in patria, per capire se conviene oppure è una fregatura.
Assai più della moneta unica è stato il cocktail esplosivo tra il trattato di Schengen e il business dei voli low cost a rivoluzionare le nostre vite, educando all´Europa anche chi non ha avuto accesso agli scambi universitari. Quando non hai che da infilarti in tasca la vecchia carta d´identità sbiadita e spiegazzata (ma presto la diffusione del supporto magnetico renderà obsoleto anche l´imbarazzo di mostrare eventuali strappi e macchie d´unto sulla prova della nostra italianità) e raggiungere l´aeroporto costa spesso più del volo, Praga e Barcellona, Stoccolma e Budapest, diventano davvero mete familiari.
Siamo in tanti ad aver visto Parigi prima di Roma o Napoli. Ma c´è molto di più. Niente corse a ostacoli per il permesso di soggiorno, né l´ansia perpetua di perdere la social security che assilla chi tenta la fortuna sul suolo americano.
Partire costa pochissimo, e la bandiera stellata garantisce che potrai fermarti e provare a vivere, studiare, lavorare, in libertà: dipenderà dalla tua tenacia, determinazione, capacità. Non serve nemmeno più il modulo dell´assistenza sanitaria.
E chi riesce più a immaginarsela una vita senza questa libertà di essere cittadino d´Europa, senza dover chiedere permesso, senza l´umiliazione di essere trattato come un migrante che pietisce alla porta altrui.
Senza una riserva di futuro accessibile altrove, una finestra spalancata su un orizzonte aperto, tanto più preziosa quando l´atmosfera del tuo Paese si fa asfittica e le prospettive di lavoro mortificanti. E se molta è la strada da fare, è importante ricordarsi che abbiamo tante più possibilità per crescere perché qualcuno ci ha sognati, a Ventotene. Le tensioni profonde che attraversano l´Ue in questi giorni, di fronte all´intenso afflusso di migranti nordafricani, ci impongono di ricordare che adesso tocca a noi cittadini europei sognare in grande anche per qualcun altro.

Il grido di Saviano: "E ora infangateci tutti"

Berlusconi e il processo di Milano, l’invidia e l’incapacità di soppesare le differenze, la “logica del peggiore” che mette a posto la coscienza di tutti: con un monologo sulla “macchina del fango”, Roberto Saviano apre a Perugia il Festival Internazionale del Giornalismo. La macchina del fango sta terrorizzando chiunque si mette contro questi poteri. E occorre mobilitarsi. Ricordate Matteotti, che denuncia il partito fascista di brogli elettorali e sa che va incontro alla morte. Ora chiunque si pone contro il governo chiude con queste parole: “E ora, infangateci tutti”.

Saviano chiude leggendo pagine di Deaglio su Mauro Rostagno.

Saviano legge: “la bugia stampata finirà per sopraffarmi…. La propaganda ha effetto se si ha la faccia tosta di continuare a sostenerla imperturbati”.

Nelle democrazie tu inizi a dar fastidio quando cominci ad essere ascoltato, quando ti apri agli altri.

La macchina del fango sta disattivando la possibilità di contrasto, la possibilità di criticare, di prendere una posizione diversa.

Quando senti che persino davanti alla morte alcune persone hanno subìto un’onta così grande, se perfino un ragazzo viene ammazzato e di lui raccontano balle, allora è meglio nascondere la testa sotto la sabbia.”Cose vostre”, “cosa nostra”, come si definisce la stessa mafia.

Pasolini fu una storica vittima della cappa comune della delegittimazione. Non c’era ospedale dove non si raccontasse che era finito al Pronto Soccorso con qualche oggetto ficcato chissà dove: ecco come funzionò con lui la macchina del fango. Nel 1976 Pasolini scrive e racconta a un ragazzo cosa gli è successo: “La dignità mi ha permesso di nascondere l’angoscia, l’angoscia di una persona che aveva paura ogni giorno di aprire il giornale e scoprire cose atroci sulla propria persona”.

Solo la morte ha tolto Falcone dalla macchina del fango, che stava stritolando anche lui. E’ importante ricordarsi di queste cose.
E’ per questo che in televisione c’è la mediocrità, perché così tutti abbiamo un alibi.

Pippo Fava, Giancarlo Siani, Rocco Chinnici, Peppe Puglisi, Angelo Vassallo: ecco come e dove ha colpito la macchina del fango.

Hanno anche attaccato la manifestazione delle donne dicendo che era una roba bacchettona, mentre invece è stata una mobilitazione di passione. Il loro obiettivo era terrorizzare i cittadini.

Pensate anche alla vicenda Boccassini. L’obiettivo era di dire “Tutti facevano bunga bunga”.

La vicenda Cosentino illustra un esempio di macchina del fango tra persone della stessa parte politica. L’obiettivo fu Stefano Caldoro, le intercettazioni di gente che parlava di lui fanno venire il voltastomaco: Volevano farlo passare per omosessuale, come se fosse un reato. L’operazione è stata scientifica: dovevano far uscire la notizia. “Io sono indagato per camorra, ma dobbiamo far sapere al Paese che lui è omosessuale”. Battutacce terribili nelle intercettazioni: “Accuort’ all’Aids!”. Come fanno uscire la notizia? Da un blog. La fanno uscire da un blog peer farla arrivare nelle redazioni.

Liquidare con uno sguardo la vita di una persona: ecco cos’è la macchina del fango.

La macchina del fango parte da un elemento, totalmente isolato dal contesto, messo contro i tuoi comportamenti. Tutto ciò serve a costruire quell’atteggiamento che consiste nel dire: “Ahhh, alla fine anche lui…”…

Vi ricordate le parole contro Fini? Minacce. Le persone che non entrano nella battaglia politica, lo fanno per questo: perché sanno che la loro vita privata verrà rovistata.

«Se ti poni contro il governo, sarai criticato? No, quello sarebbe legittimo, sarai delegittimato». «Una macchina – ha detto – che usa termini allegri come ‘gossip’ e diffonde il messaggio ‘guardate che queste cose le fanno tutti, tutti hanno scheletri nell’armadio, tutti sono sporchì, in modo che alla fine nessuno appaia sporco davvero».

«L’inchiesta condotta dalla procura di Milano non ha niente a che vedere con la privacy: una cosa è il privato e una cosa è il reato». Parlando del caso Ruby, Saviano ha affermato che «ha a che fare con il ricatto, con un sistema diffuso di estorsione e con una persona sistematicamente ricattata che mette a repentaglio l’intero Paese».

Ha aperto il suo intervento ricordando Enzo Biagi, Roberto Saviano al Festival del giornalismo di Perugia. Lo scrittore ha citato un incontro in cui Biagi lo avvertì: «Attento che qui nessuno ti perdonerà quello che stai facendo perchè parli a molta gente e il primo che ti odierà è lo scrittore che hai superato in classifica».

L’Unità 13.04.11

"La staffetta democratica la Costituzione letta in aula per battere il Cavaliere", di Antonello Caporale

I leghisti sbuffano quando viene letta la Carta. Nervosimo per l´assenza dei due lib-dem. Berlusconi ha raccomandato di non accendere micce. E i suoi, per ora, rispettano Fini. Sono punti di vista, modi di intendere e anche ruoli da coprire. Di qua quelli che devono solo presenziare, nemmeno mugugnare. Votare quando è il momento. E basta. L´onorevole Marco Milanese sta effettuando sull´iPad dei calci piazzati. Tira i rigori, le punizioni a effetto. Prova quelle a collo pieno.
E´ la seconda settimana di breve passione. La legge che accorcia la prescrizione e che serve moltissimo a Silvio Berlusconi, unicamente a lui, sviluppa tra i suoi deputati il piacere di fantasticare, scollegarsi per un pomeriggio dalla rognosa realtà e alleggerire la coscienza con una sforbiciata.
Di là si gioca l´ultima carta. Che è poi la prima in Italia, e si scrive perciò con la maiuscola. Il Pd prova con la Costituzione a costruire un intercapedine tra il giusto e l´ingiusto. Un argine, se questa è una deriva. Inizia Dario Franceschini. «L´Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nei modi e nelle forme previste dalla Costituzione». «E dai, falla finita», ghigna un leghista indispettito. Vuoi vedere che leggono tutti gli articoli e si perde altro tempo?
Tempo non ce n´è, ma cose da fare poche. La legge, questa legge per esempio è da approvare entro mercoledì sera. Questione di vita o morte. Le ministre sono al banco del governo. Disciplinate e mute l´una con l´altra. Sfingi. «La Repubblica garantisce e riconosce i diritti inviolabili dell´uomo, sia come singolo…». Adesso legge Pierluigi Bersani, senza preamboli, senza polemiche, senza accuse.. Nuvola di silenzio. E´ un attimo però, perché poi prosegue Enrico Letta: «Ogni cittadino può soggiornare e circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale. Nessuna restrizione può essere…». Picco di nervosismo dei leghisti. Che sbuffano. I colleghi del Pdl li invitano a sopportare in silenzio. L´ora è grave, il momento è cruciale. Torna Ignazio La Russa dopo i vaffa che faranno storia parlamentare. Berlusconi l´ha invitato a rinfoderare la baionetta. C´è Angelino Alfano, concentrato. Manca però Roberto Maroni. Un attimo: mancano anche Italo Tanoni e Daniela Melchiorre. I due lib-dem sono riottosi e pigri. Stanno con un piede dentro e l´altro fuori. Chiedono ancora, cosa chiedono?
Due voti in meno pesano. Senza i ministri in aula, alla prima verifica numerica, la legge è da considerarsi morta. Non è il caso di rischiare nulla. Ammirevole nella fedeltà Gianfranco Rotondi, titolare dell´Attuazione del programma, dicastero di terza fila comunque rafforzato dall´arrivo di Daniela Santanchè come sottosegretario. Rotondi si lega alla sedia come Alfieri. Resiste ore senza alcuna distrazione, senza giochini, senza iPad. Guarda fisso e dritto. Forse al vuoto che c´è. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge». Chi è che legge adesso? Ah, Rosy Bindi. Un bravo deputato padano segue un corso di musica on line. Per quattro ore, senza mai distrarsi. È voglia di imparare. «Signor presidente, leggerò l´articolo 87 della Costituzione». Solo Massimo D´Alema ha la capacità di imporsi all´attenzione di tutti. E´ sempre stato così. Lo è anche oggi. «Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l´unità nazionale». Segna col timbro di voce la terza persona del verbo essere, continua in crescendo. Polemico e naturalmente perfido: «Aggiungo un breve commento: meno male che c´è». Un boato breve di applausi, e un altro breve ma concitato mugugno collettivo: «Vi prego di non interrompermi. Anzi forse dobbiamo interrompere, non è un male questo». Ridacchia e quando lo fa produce rabbia altrove. «Non cadete nelle provocazioni», si è raccomandato Berlusconi. Infatti i suoi deputati sono bravi scolari. Fini suona il campanello, oggi l´aula gli è deferente. D´Alema riprende, e a sorpresa allunga il passo: «Mi sia consentito di leggere la prima riga dell´articolo successivo. Il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere, può sciogliere le Camere».
Anche qui l´accento è sul “può”. «Più che una lettura è un auspicio».
Il capitombolo logico del ministro della Giustizia, che prova l´assoluta irrilevanza sociale della legge («E allora perché ci tenete inchiodati qua?», gli domanda Casini) chiude la prima tornata di discussione. Si vota, finalmente.
Anzi no. Dopo la cena, dice Fini. E se non ce la si fa stanotte, domattina alle nove si riprende. E prima possibile si finisce.

La Repubblica 13.04.11

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I familiari delle vittime in piazza “Questa legge ci nega la giustizia”, di Alberto D’Argenio

Proteste anche per i crac Parmalat e Cirio e per le violenze sulle donne e sui minori. Le famiglie delle vittime delle stragi – quelle che non vogliono la prescrizione breve per avere giustizia – e il Popolo viola. Manifestazione e presidio contro “l´amnistia mascherata” del processo breve. Di fronte a Montecitorio e al Pantheon, a poche centinaia di metri dalla Camera, mentre in aula gli onorevoli di Pdl, Lega e Responsabili forzeranno la mano per far finalmente approvare la norma che insieme a due dei quattro processi a carico del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, spazzerà altri quindicimila procedimenti. Una mobilitazione anticipata ieri dal mail bombing dei viola, con i computer dei deputati di maggioranza bombardati dalle e-mail nella speranza di convincerne qualcuno a non dare il suo voto al provvedimento.
Missive dal testo eloquente: «Onorevole, si spera che non ambisca a futura memoria per non aver contribuito a rendere giustizia agli studenti sepolti sotto le macerie della casa dello studente de L´Aquila, ai cittadini bruciati alla stazione di Viareggio, ai morti per l´amianto, ai morti sul lavoro e a tutte le vittime di violenza i cui reati subiti verranno prescritti grazie al processo breve». In allegato la lista dei processi che salteranno insieme a quelli del premier.
Appuntamento alle tre del pomeriggio, davanti alla Camera, dove proprio in quelle ore infurierà lo scontro tra maggioranza e opposizione sulla prescrizione breve. L´iniziativa – spiega Gianfranco Mascia del Popolo viola – è stata preceduta da un presidio che dura ormai da 10 giorni e che continuerà, nel caso di approvazione della prescrizione breve, nei prossimi giorni davanti al Senato». Alle sei del pomeriggio i viola si sposteranno al Pantheon «per dare voce alle testimonianze di tutte le vittime o i parenti delle vittime dei processi i cui reati verranno prescritti». Non solo le stragi, ma anche i crac Parmalat e Cirio, le vittime di violenza sessuale o sui minori. Con loro ci saranno anche l´Italia dei valori e Sinistra e libertà.
Ieri intanto il deputato d´opposizione Beppe Giulietti durante il dibattito sul processo breve ha letto in aula la lettera di un terremotato de L´Aquila indirizzata al Guardasigilli Angelino Alfano. A firmarla Antonietta Centoparti a nome dell´Associazione familiari delle vittime della casa dello studente: «No all´amnistia generalizzata», scrive nella missiva poi messa agli atti dei lavori parlamentari.

La Repubblica 13.04.11

"Polemiche per i mancati licei musicali in Emilia Romagna", di Aluisi Tosolini da La Tecnica della Scuola

Era nell’aria ma l’ufficialità si è avuta solo venerdì 8 aprile: dei tre Licei Musicali inseriti dalla Regione Emilia Romagna nel piano di dimensionamento scolastico 2011/12 l’Ufficio Scolastico Regionale ha approvato l’apertura del solo Liceo di Forlì. Lo ha reso noto con uno stringato comunicato il vicedirettore generale dell’USR. Immediate le reazioni a Modena ed a Bologna, sedi identificate dalla regione per l’apertura degli altri due licei Musicali.
L’11 aprile, una delegazione di genitori, studenti e docenti del liceo Carlo Sigonio, guidata dalla preside, è stata ricevuta in municipio dal sindaco di Modena e dall’assessore comunale all’Istruzione. La rappresentanza della scuola ha fatto il punto sulle iniziative che intende intraprendere affinché il Ministero riveda la ‘bocciatura’ dell’istituzione di un corso di liceo musicale nell’istituto superiore modenese e ha chiesto l’aiuto dell’amministrazione.
I motivi della scelta di Forlì non sono stati resi noti dall’Ufficio Scolastico Regionale, così come non sono noti i motivi della mancata istituzione dei licei di Modena e Bologna.
Occorre tuttavia ricordare che l’istituzione dei licei Musicali, una delle assolute novità della riforma Gelmini, è sin dal suo avvio legata ad una “limitazione”. L’art. 13, commi 6-8 , del regolamento di licei (DPR 89/2010) fissa infatti in 40 le sezioni musicali che in prima applicazione possono essere aperte sul territorio nazionale. Ulteriori sezioni aggiuntive, continua il DPR, “possono essere istituite con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze”.
E proprio qui sta il problema: in Emilia Romagna nel 2010/11 è stato avviato un solo Liceo Musicale, quello di Parma che si è innestato sulla trentennale sperimentazione liceale del Conservatorio Boito. Ed in tutta Italia i licei avviati sono stati 37: restano quindi vuote solo tre caselle della prima tranche di 40 licei.
Ovviamente il problema è molto più complesso. Infatti mentre la legge affida alle regioni il compito di definire l’offerta formativa (e quindi anche le tipologie di scuole da aprire), il DPR 89, che è pur sempre anche esso una legge, mette un freno alle istituzioni di licei musicali vincolando la loro nascita ad un decreto ministeriale.
Il motivo è presto detto: una classe di liceo musicale costa, in termini di organico, quanto 3 classi prime di liceo scientifico. Va infatti ricordato che la disciplina “esecuzione ed interpretazione”, ovvero strumento, è impartita individualmente per almeno 2 ore settimanali ad alunno. I conti sono così presto fatti: una classe con 25 alunni “costa” almeno 50 ore organico solo per strumento (applicando alla lettera l’allegato E del regolamento dei licei si potrebbe arrivare a 75 ore settimanali per 25 alunni!). A queste 50 vanno aggiunte almeno le altre 30 ore curricolari per un totale di 80 ore organico per una sola classe, contro le 27 di un liceo scientifico!
La nota Miur dell’11 febbraio 2011 ha così buon gioco a ricordare che il “Direttore dell’Ufficio scolastico regionale verificherà, in relazione al piano di dimensionamento adottato dalla Regione, la compatibilità dell’attivazione di nuove sezioni di liceo musicale e coreutico con le risorse di organico assegnate”.
E proprio a questa nota si richiama l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna.
Come a dire che il problema sta nelle risorse. Nella coperta cortissima per tutti

La Tecnica della Scuola 13.04.11