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"La scienza e il cigno nero", di Adriano Sofri

Era difficile credere che l´Italia potesse tornare davvero al nucleare. Ora, dopo Fukushima, decisioni come la “pausa di riflessione” di un anno suonano irrisorie. Non è del solo nucleare che si tratta, ma di un intero modo di avere a che fare con la natura, e fra gli umani. Di un´intera preistoria, gloriosa e rovinosa.
I colpi che subiamo senza saperli prevedere, e tanto meno prevenire, hanno riportato all´ordine del giorno la questione dell´eterogenesi dei fini, cioè della probabilità che i risultati delle nostre azioni vadano a finire lontano dagli scopi che ci eravamo proposti. Siccome l´eterogenesi dei fini è una formula difficile, ora si dice cigno nero. (I cigni neri esistono davvero – in Patagonia hanno nero il collo e rosso attorno agli occhi, bellissimi, e tutti neri in Australia). Probabilmente, oltre che rassegnarci al fatto che i frutti dell´albero che scuotiamo cadono fuori dal cesto, dobbiamo rimettere in causa gli stessi scopi che abbiamo dato per scontati lungo qualche migliaio d´anni. Abbiamo bisogno di una conversione ecologica, che è altra cosa da una riconversione produttiva: come il passaggio da una vita da cacciatori a una da tessitrici. Torniamo a Fukushima e al suo antefatto, Hiroshima. L´anno scorso morì, a 93 anni, l´ingegnere Tsutomu Yamaguchi. Tutto il mondo ne parlò, aveva fatto un memorabile discorso alle Nazioni Unite, ed era l´unica persona ufficialmente riconosciuta come superstite a due bombe atomiche. Yamaguchi era in trasferta a Hiroshima il 6 agosto 1945, fu ferito e ustionato, rientrò a Nagasaki in tempo per la seconda bomba, il 9 agosto. Ebbe l´impressione che il fungo atomico l´avesse inseguito. Le vittime giapponesi sopravvissute a quel primo esperimento atomico (i morti furono 240 mila subito, altri 270 mila per gli effetti delle radiazioni) si vergognarono a parlarne, o non vollero, più ancora di quanto sia successo ai superstiti di Auschwitz. Yamaguchi ne tacque fino al 2005, quando il suo secondo figlio, anche lui sopravvissuto a Nagasaki, morì di cancro.
Il Giappone, solo destinatario, finora, di un bombardamento atomico, prese su sé la missione di porre riparo a quella catastrofe trasformando l´energia nucleare in una risorsa pacifica. È questo a rendere così definitiva la tragedia di Fukushima. La correzione di un errore immane tradotta in una replica dell´errore. Eterogenesi dei fini la più impressionante. Il fine da rimettere in causa è la fiducia senza riserve nel progetto di domare e dominare la natura, la passione per una scienza impaziente di ogni limite che non sia meramente tecnico e provvisorio. E l´abitudine cui rinunciare è la mortificazione provata di fronte alla necessità di tornare indietro, di disfare il già fatto. Di fronte al Regresso. Così per il nucleare, ma non solo per il nucleare.
Certo, il nucleare è davvero “un´altra cosa”. Gli ultimi anni si vanno riempiendo di cigni neri e di emergenze, l´11 settembre e il crollo finanziario, lo tsunami giapponese e le rivolte arabe: non abbastanza da persuadere coloro che non sono disposti a cambiare strada, e anzi invitano a imboccare più risolutamente la strada di prima, che sia la divinità del mercato o la perennità dell´homo automobilista. I reattori di Fukushima si erano appena crepati che un coro esaltato proclamava l´impegno ad “andare avanti” sulla strada del nucleare. (“Avanti!”, antica e nobile parola d´ordine dell´epoca del Progresso). Tra i ripensamenti, mi ha colpito la lettera di Umberto Veronesi qui, dove distingue fra l´”errore umano” di Cernobyl e Three Mile Island, e l´”incidente di strategia” di Fukushima. (Anche per Fukushima si farà presto -(si è già fatto)- a invocare l´errore umano). Veronesi sembra confidare che gli errori umani siano correggibili fino a offrire la “sicurezza”. Ma l´errore non è soltanto un difetto rivedibile dell´umanità, è l´umanità stessa. Si può spingersi a dire che niente è più umano che l´errore: cioè l´agire secondo un´intenzione riflessa, e il suo scacco. Col nucleare, questa probabilità risulta in effetti catastrofici. Al mondo sono in funzione 453 centrali nucleari, e una è bastata allo scempio di Fukushima. “Ma lo tsunami è stato eccezionale”: già. Un errore della natura? La natura li fa, chiedete all´islandese: solo che non li premedita, né li usa per castigarci, muove la coda distrattamente. Propongo a Veronesi, che crede a quel che dice (addirittura alla ineluttabilità del nucleare, pena la fine del genere umano) di immaginare che l´errore umano sia nella decisione stessa di piegare e impiegare l´energia nucleare. Non è questione di abdicare alla scienza, al contrario: di chiederle di trovare altre strade alla convivenza umana.
Il nucleare è “altra cosa”: ma insieme è, per eccesso, rivelatore di una relazione distruttiva con la terra in cui e di cui viviamo: anche ordinariamente e “pacificamente” distruttiva. Che sia così, sono in moltissimi ormai a intenderlo: ma anche a provare una sensazione di impotenza e di resa, perché ci siamo spinti assai oltre in un modo di produrre e consumare e vivere, e per la giusta diffidenza verso vecchi miti di palingenesi, e nuovi miti di “decrescita”. Così, spaventati di ammettere l´emergenza universale, rincorriamo le innumerevoli emergenze particolari, come quel giocoliere del Circo di Pechino che fa girare una lunga fila di piatti sui bastoncini e corre di qua e di là a dare un altro colpettino al piatto che ciondola e sta per cadere.
C´è bisogno di cambiare, nelle persone e nelle cose. C´è un verbo riflessivo e uno transitivo: convertirsi e riconvertire. Si può scegliere di farlo, o si può essere costretti: è come scegliere di rinforzare l´argine, o aspettare che la piena l´abbia travolto. Come a Lampedusa. Ci sono persone pazienti e competenti che affrontano l´agenda dettata da premesse come queste, senza sottovalutare la portata dell´impresa, ma senza lasciarsene intimidire fino alla rassegnazione e, appunto, all´abitudine. Lo fece Alexander Langer, lo fa, con tanti altri, Guido Viale. I lettori di Repubblica ne conoscono gli interventi puntuali (e anche profetici) su alcune delle abitudini “irrinunciabili” e “irreversibili” che sembrano diventate una seconda – o terza e quarta – natura, in questa parte di mondo, e si sbrigano a diventarlo anche nelle altre: l´automobile privata, il pieno di monnezza, il trionfo della confezione e del consumo usa e getta. Si intitola appunto, un nuovo saggio appena uscito di Viale, “La conversione ecologica” (NdA, Rimini). Spiega che non si dà una cultura adeguata allo stato del pianeta se non nel riconoscimento di chi è venuto prima e nella disposizione a cambiare rotta e animo, combinando lungimiranza e prossimità, capacità di pensare in grande e di agire in piccolo, responsabilità e iniziativa “dal basso” e, dovunque sia possibile, impegno di reti e istituzioni. Chi lo legga, e non sia avvezzo a questo dibattito, si ritroverà dapprima diviso fra una sensazione di enormità e una di inevitabilità: “non c´è alternativa”, infatti. Poi, cominciano i problemi concreti. A partire da quegli effetti della globalizzazione qui spesso e variamente trattati, cui si possono immaginare due tipi di risposte. Uno (Scalfari lo chiama dei “vasi comunicanti”) prova a immaginare in quale punto possano incontrarsi le opposte tendenze, quella rapida del lavoro nei paesi “sviluppati” a degradarsi e venir meno, e quella lenta nei paesi “emergenti” a conquistarsi remunerazioni e diritti decenti. Un incontro per il quale si dovrebbe pensare all´idea “come nuova” di un´associazione Internazionale dei lavoratori – e dei cittadini. Un´altra risposta punta soprattutto alla “riterritorializzazione” di produzioni e consumi, a cominciare dall´autonomia alimentare ed energetica e dalle relazioni di prossimità, “a km zero”: un modo di vita in cui le cose viaggino il meno possibile, e siano le idee, i saperi, e le persone stesse, a fare il giro di un mondo sempre più condiviso. È possibile che i due approcci, piuttosto che contrari, si mostrino complementari. Per riportare lavoro e consumo al loro luogo bisogna attenuare la convenienza parassitaria della delocalizzazione e dei viaggi intercontinentali delle merci.
Quanto al bene comune, che di un movimento vasto e mondiale è diventato la parola d´ordine più o meno ideologica, ebbe un tempestivo manifesto nell´acquaforte di Goya dai “Disastri della guerra”, con l´ecclesiastico vampiro che legifera “contro il bene comune”. Così distante da un altro frate, che chiamava l´acqua sorella, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta, et non l´avrebbe mai privatizzata.

La Repubblica 13.04.11

"Le mani sulla storia. Ma chi accusa non sa di cosa parla", di Bruno Gravagnuolo

Le mani sulla storia, atto terzo. E dopo le sortite di Storace nel 2001 e di Adornato nel 2002, sulla «storia di sinistra» a scuola da ricalibrare e filtrare, torna la guerra civile culturale della destra sulla manualistica. Con la proposta di legge Carlucci, intesa come Gabriella, di istituire una commissione di inchiesta sull’imparzialità dei libri di testi scolastici, depositata il 18 febbraio scorso, e sottoscritta da 18 deputati Pdl. Le prime due puntate, come è noto, naufragarono in un mare di ridicolo. Con Storace che rimase completamente isolato, e Adornato, a quel tempo forzista, a sua volta costretto a rimangiarsi l’idea da lui lanciata in Commissione cultura alla Camera (con i buoni uffici dell’indimenticabile sottosegretario Valentina Aprea). E cioè: occorreva vigilare istituzionalmente sull’«oggettività della storia». Minata dalla faziosità imperante della cultura egemo nica di sinistra. Aquel tempo ad Adornato e Storace diede torto persino Giovanardi: «Discorso irricevibile», dixit Giovanardi medesimo, benché il problema «esistesse», di là «del modo ». E oggi però tornano sia il modo che la sostanza di allora. Segno che questa destra perde il pelo ma non il vizio. E cioè: il Pdl invoca controllo e censura preventiva sui libri di storia nelle scuole, e contesta tutta una serie di manuali in vigore. A detta di Carlucci, e dei magnifici 18, «vergognosi». Per giudizi di merito sugli ultimi decenni e su Berlusconi. E insomma storia da sorvegliare e punire, previa esclusione dai programmi di certi libri non graditi.Amotivo del loro «tentativo di indottrinamento per plagiare le giovani generazioni a fini elettorali». Il tutto, argomentano i «carlucciani», in base a una visione della storia «asservita al centrosinistra » e di pura marca gramsciana, intrisa di «casamatte» da presidiare e conquistare, e di subdola egemonia comunista. Equali sono i testi incriminati? Eccoli: Della Peruta-Chittolini- Capra (Le Monnier); Camera-Fabietti (Zanichelli) e De Bernardi-Guarracino (Bruno Mondadori). Nel piccolo ridicolo campione (ridicolo in quanto esiguo)mancano altri importanti testi aggiornatissimi. Ad esempio Il Salvadori (Loescher), il Villari (Laterza), il Sabbatucci-Giardina- Vidotto( Laterza), il Trainiello(Sei), per non dire del celebre Saitta, marxista divenuto liberale. Ma il campioncino di testi altresì illustri, grottescamente manipolato o frainteso, previe citazioni estrapolate, basta ai deputati Pdl per gridare allo scandalo. Ad esempio si inorridisce perché nel Della Peruta, massimo studioso del Risorgimento vivente, si legge che «Togliatti era duttile, intelligente e capace di visioni generali ».Che «Berlinguer erauomodi profonda onestà, alieno dalla retorica». E che «De Gasperi era uno statista formatosi nella tradizione cattolica ». Così come, citando passim dall’interrogazione Pdl, ci si indigna perché nel Guarracino si sostiene che la Costituzione «era uno degli obiettivi delle forze di sinistra e democratiche » (invece di dire magari che l’obiettivo erano golpe e gulag). Infine due giudizi positivi, uno su Oscar Maria Scalfaro e l’altro su Rosy Bindi, uno nell’ Ortoleva- Revelli (Bruno Mondadori) e l’altro nel Camera- Fabietti fanno fremere di rabbia i 18, più che mai decisi a smascherare l’inganno di un’ideologia comunista e giudiziaria, che soprav vive e si rilancia «malgrado il crollo del Muro di Berlino». Intanto, oltre alla ripetitività, colpisce l’ignoranza degli estensori della proposta di legge sulla super-commissione. Non solo essi ignorano che giudizi come quelli sul Togliatti, Berlinguer eDeGasperi sarebbero sottoscritti persino da Reagan e Bush Jr, oltre che esserlo già dagli storici più seri. Ma non hanno alcuna percezione e nozione di che cosa sono, e quanti sono i manuali di storia in uso nelle scuole. Di che pasta sono fatti, e di quali questioni soriografiche sono impastati, a partire dagli ultimi decenni. Intanto è falso che quei testi siano di sinistra gramsciana. Non lo è il Salvadori, critico di Gramsci e assertore della visione comparatista: tra totalitarsismi di destra e di sinistra. Non lo è, «gramsciano», il Sabatucci- Giardina-Vidotto, testo ispirato piuttosto a Rosario Romeo e Renzode Felice, e al più liberal-progressista con un occhio alla revisione dell’idea del fascismocome«male assoluto ». Non lo è, gramsciano e comunista, il Trainiello, aperto aDeFelice, all’antigiacobino Furet, e naturalmente al popolarismo di Don Luigi Sturzo. Quanto ai tre manuali demonizzati dai 18, l’ispirazione di sinistra è evidente,manon è vero , come ripete a pappagallo la destra, che il Camera- Fabietti non parli delle foibe (lo fa con dovizia e chiamate di responsabilità precise a Tito e al Pci, nelle pagine sul dopo-45). E d’altra parte alcuni giudizi negativi su Berlusconi in certe pagine dello stesso manuale sono ampiamente compensati da giudizi più «realistici» nel Sabbatucci, che in Berlusconi bene o male vede un artefice del bipolarismo. La verità è che questa destra è ancor più censoria del fascismo, che non aveva commissioni preventive sui libri, ma manovrava a valle la censura. Mentre oggi si vuole tornare alla legge Casati del 1859, che prevedeva filtro ministeriale a monte, abolita nel 1945-46. Perché? Per «occupare» la storia, e riscrivere le basi costituzionali della Repubblica. Ma anche per buttare la palla in tribuna, infuocare la rissa ideologica e lucrare sul vittimismo del Caimano. Su «assist» del medesimo. vive e si rilancia «malgrado il crollo del Muro di Berlino». Intanto, oltre alla ripetitività, colpisce l’ignoranza degli estensori della proposta di legge sulla super-commissione. Non solo essi ignorano che giudizi come quelli sul Togliatti, Berlinguer eDeGasperi sarebbero sottoscritti persino da Reagan e Bush Jr, oltre che esserlo già dagli storici più seri. Ma non hanno alcuna percezione e nozione di che cosa sono, e quanti sono i manuali di storia in uso nelle scuole. Di che pasta sono fatti, e di quali questioni soriografiche sono impastati, a partire dagli ultimi decenni. Intanto è falso che quei testi siano di sinistra gramsciana. Non lo è il Salvadori, critico di Gramsci e assertore della visione comparatista: tra totalitarsismi di destra e di sinistra. Non lo è, «gramsciano», il Sabatucci- Giardina-Vidotto, testo ispirato piuttosto a Rosario Romeo e Renzode Felice, e al più liberal-progressista con un occhio alla revisione dell’idea del fascismocome«male assoluto ». Non lo è, gramsciano e comunista, il Trainiello, aperto aDeFelice, all’antigiacobino Furet, e naturalmente al popolarismo di Don Luigi Sturzo. Quanto ai tre manuali demonizzati dai 18, l’ispirazione di sinistra è evidente,ma non è vero , come ripete a pappagallo la destra, che il Camera- Fabietti non parli delle foibe (lo fa con dovizia e chiamate di responsabilità precise a Tito e al Pci, nelle pagine sul dopo-45). E d’altra parte alcuni giudizi negativi su Berlusconi in certe pagine dello stesso manuale sono ampiamente compensati da giudizi più «realistici» nel Sabbatucci, che in Berlusconi bene o male vede un artefice del bipolarismo. La verità è che questa destra è ancor più censoria del fascismo, che non aveva commissioni preventive sui libri, ma manovrava a valle la censura. Mentre oggi si vuole tornare alla legge Casati del 1859, che prevedeva filtro ministeriale a monte, abolita nel 1945-46. Perché? Per «occupare» la storia, e riscrivere le basi costituzionali della Repubblica. Ma anche per buttare la palla in tribuna, infuocare la rissa ideologica e lucrare sul vittimismo del Caimano. Su «assist» del medesimo.

L’Unità 13.04.11

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“Libri di storia: Il Pdl vuole la commissione di inchiesta”, di Fabio Luppino

Definire Alcide DeGasperi «uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica» è un«tentativo subdolo di indottrinamento» presente nel libro di storia contemporanea scritto da della Peruta-Chittolini- Capra. Un testo eversivo a tal punto, questo come altri, da richiedere l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare «sull’imparzialità dei libri di testo scolastici», in particolare quelli di storia. La prima firmataria del progetto di legge è Gabriella Carlucci, mai deputati indignati del Pdl sono già 19 e il testo presentato il 18 febbraio è stato assegnato alla commissione Cultura della Camera il 14 marzo. Quindi, se ne discuterà presto. Un’«emergenza nazionale» che il Pdl vuole risolvere subito. Secondo i firmatari i libri di storia sono pieni di «visioni ufficiali» asservite al centrosinistra e pericolose per le giovani generazioni. Per esempio è incredibile leggere nel DeBernardi-Guarracino che dal 1948 «l’attuazione della Costituzione sarebbe diventato uno degli obiettivi dell’azione politica delle forze di sinistra e democratiche »; ancora più grave trovare nell’Ortoleva-Revelli, noti storici sovversivi, questa definizione di Oscar Luigi Scalfaro:uomo distintosi «per il rigore morale e la valorizzazione delle istituzioni parlamentari». Ancor più colpevole il Della Peruta- Chittolini-Capra che definisce Enrico Berlinguer «un uomo di profonda onestà morale e intellettuale, misurato e alieno alla retorica». Per gli affaccendati deputati Pdl sarebbero tutte descrizioni false e soprattutto fuorvianti. E così, interpretando a loro dire una preoccupazione nazionale, si chiedono nella premessa del progetto di legge: «Può la scuola di Stato, quella che paghiamo con i nostri soldi, trasformarsi in una fabbrica di pensiero partigiano?». Gli illustri deputati dovrebbero ricordare che i nostri soldi vengono spesi anche per pagare i loro ricchissimi stipendi in nome della Costituzione repubblicana, in virtù della quale non era pensabile che un giorno qualcuno avesse la bella idea di presentare un progetto dal vago sapore fascisteggiante. Gelmini e Carlucci soggiungono che il problema c’è. In realtà non è la Storia che interessa gli scriventi. La memoria che loro devono salvaguardare è quella del loro capo carismatico, Silvio Berlusconi. Nel testo di Revelli, per esempio, è scritto che nel ‘94 «l’uso sistematicamente aggressivo dei media, i ripetuti attacchi alla magistratura, alla Direzione generale antimafia, alla Banca d’Italia, alla Corte Costituzionale e soprattutto al presidente della Repubblica condotti da Berlusconi e dai suoi portavoce esasperarono le tensioni politiche nel Paese». Anche questo un falso eclatante, un giudizio non storico. Sarebbe tedioso e cattedratico spiegare come si fa Storia a chi si vuole ergere a difensore di una storia, quella di Silvio Berlusconi. Anche perché questo progetto è in piena armonia con la definizione data dal premier sugli insegnanti della scuola pubblica che «inculcano valori diversi rispetto a quelli delle famiglie ». «Se non ci fosse da preoccuparsi ci sarebbe solo da ridere – osserva Francesca Puglisi, responsabile scuola pd -La maggioranza in tre anni ha progressivamente distrutto la scuola pubblica, umiliato chi ci studia, offeso chi ci lavora». A mala pena si fa, l’ora di Storia.

L’Unità 13.04.11

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Alberto De Bernardi: ” E dire che io sarei un revisionista”, di Maria Serena Palieri

Alberto De Bernardi, contemporaneista dell’università di Bologna, è autore del terzo volume del manuale di storia per le superiori firmato insieme con Scipione Guarracino ed edito da Bruno Mondadori. E ha un dubbio: «Chi fa queste selezioni guarda le statistiche. Il nostro manuale è semplicemente tra i più frequentati nelle scuole. L’onorevole Carlucci ha letto le 5.000 pagine dei testi che mette all’indice? No, avrà incaricato un collaboratore che ha trovato quella frase…». Il passaggio incriminato, in effetti, è nel suo caso particolarmente anodino: dice che dal 1948 «l’attuazione della Costituzione sarebbe diventato uno degli obiettivi dell’azione politica delle forze di sinistra e democratiche». Verità storica o giudizio politico? «È un fatto. Tutta la storia degli anni Cinquanta vede la battaglia per l’applicazione della Costituzione. Da un lato i “democratici”, e qui intendo la sinistra, ma anche azionisti,laici, Calamandrei, dall’altro le forze di governo. Perché fosse creato ilCsmabbiamo dovuto aspettare il 1961, per le Regioni gli anni Settanta. Applicare la Costituzione significava, tra l’altro, applicare l’articolo sul divieto di riorganizzazione del partito fascista, questione che ancora oggi ricorre. Ma questa è verità acclarata. Ne scrive anche Pietro Scoppola nella Repubblica dei partiti». Lei ha studiato la Resistenza e il “modello emiliano”. È stato impegnato nel «Gramsci» emiliano. L’onorevole Carlucci ha visto giusto: è comunista? «Nella mia comunità di riferimento, la comunità degli storici, sono stato classificato molte volte semmai come revisionista. Ho studiato anche il fascismo proprio per rivedere un paradigma classico. E il titolo del mio libro, Una dittatura moderna, è eloquente». È la prima volta che viene messo all’indice? «Successe già ai tempi in cui Storace ideava una specie di comitato di controllo sui libri di testo». Perché vogliono impallinarla? «Per ignoranza. L’onorevole Carlucci non conosce la storia. E quindi attribuisce i fatti a una sorta di centrale comunista storiografica». Lo storico è obiettivo? Può esserlo lo storico del Novecento? «La verità storica non esiste in sé: è il risultato dello sforzo interpretativo di generazioni successive di studiosi. Ma questo non vuol dire che il giudizio scientifico sia accumulabile al parere della persona qualunque. Che lo storico sia di destra come di sinistra. Il contemporaneista ha un lavoro più difficile. Dev e stare attento a non cadere nei tranelli della memoria personale degli avvenimenti che studia«. Ora, professore, cosa pensa di fare? «C’è una mobilitazione degli storici. Nei prossimi giorni faremo sentire la nostra voce».

L’Unità 13.04.11

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Franco Della Peruta: “Messo all’indice? E’ la prima volta”, di Maria Serena Palieri

Al suo manuale vengono contestati i giudizi su Togliatti «uomo politico intelligente e duttile» e quello su Berlinguer: «profonda onestà morale». Accademico dei Lincei, considerato lo studioso maggiore del nostro Risorgimento, 87 anni a giugno, Franco Della Peruta è autore con Giorgio Chittolini e Carlo Capra de La Storia (Le Monnier), uno dei subdoli testi che sarebbero in apparenza manuali scolastici in realtà materiale agit-prop, che la pattuglia pidiellina vorrebbe far scomparire dalla scuola pubblica. Dopo un sessantennio di studi sull’amato Mazzini, su Cattaneo (letto in chiave antileghista), su donne e operai (la storia «vista dal basso») si è concesso il manuale, nel 2003, quasi a ottant’anni:«Un po’ per sollecitazione degli editori. E perché, sulla base di studi accumulati, pensavo di poter fare una cosa non indecorosa » spiega con understatement. Professore, le era già capitato di essere messoall’indice? Eche effetto le fa? «Che io sappia è la prima volta. Resto tranquillo, come prima». Le censurano il giudizio su Togliatti «uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generalì»e su Berlinguer «uomo di profonda onestà morale e intellettuale, misurato e alieno alla retorica». Lei, oggi, li confermerebbe? «Parola per parola». AncheDeGasperi«statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica» non è gradito. «È una verità storica. Ed era una valutazione positiva». Strano che non piaccia, visto che Berlusconi stesso si è paragonato più volte a De Gasperi. Ma veniamo al problema di fondo: lo storico può essere obiettivo? «Puòesistere un’onestà intellettuale. La realtà storica, però, è quella che si forma nella mente dello storico, quindi è soggettiva. Benedetto Croce riassumeva così, magnificamente, la questione in napoletano: “la storia è la capa dello storico che ce sta ‘rentro”. L’obiettività assoluta non esiste, la questione è sempre quella di un equilibrio tra informazione e conoscenza». La storia è scienza? «Sì. Non è fantasia, non è opera poetica, lirica. Poggia su documenti. Ma anche la scienza è soggettiva ». Negli ultimi anni alla scuola sono arrivate sollecitazioni crescenti perché si studiasse il Novecento. Fare storia di un’epoca che si è vissuta in prima persona crea problemi di obiettività maggiori? «No, perché la storia è sempre narrazione di un passato. E che sia il ‘600 o il 1948 il metodo resta quello ». Dal1994imanualiscolastici di storia hanno ricevuto ricorrenti attacchi. Perché, a suo parere? «Storia e scuola sono due grandi agenzie formative. Insegnare storia non è come insegnare latino o matematica: insegni un modo di ragionare, trasmetti dei parametri intellettuali. E, quindi, la politica ha per la storia un’attenzione privilegiata ».

L’Unità 13.04.11

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“Libri di testo comunisti e anti-Berlusconi” Il Pdl chiede la commissione d´inchiesta, di ALESSANDRA LONGO

Ci sono «troppi testi scolastici di storia che gettano fango su Berlusconi». Gabriella Carlucci, un curriculum di spettacolo iniziato con Festivalbar e Cantagiro, ma da tempo votata alla politica, si è presa la briga di scovare i “comunisti” che si annidano ancora nella scuola, peraltro già segnalati al pubblico ludibrio dal premier. Gente abilissima che mette in atto «tentativi subdoli di indottrinamento per plagiare le giovani generazioni a fini elettorali».
Basta, si è detta la Carlucci, dopo aver sfogliato le prove del reato e preso appunti: «È una situazione vergognosa! Bisogna istituire subito una commissione parlamentare d´inchiesta sull´imparzialità dei libri di testo scolastici. A chi è fazioso daremo il tempo di adeguarsi prima di ritirare il prodotto dal mercato». Per la verità, idea non nuova. Era venuta nel 2000 anche al camerata Francesco Storace quando faceva il presidente della Regione Lazio. La Carlucci, però, è del Pdl, il Partito della Libertà. Lei e i suoi, bontà loro, assicurano: «Non manderemo i libri al macero». «Scherzi a parte»? No, è tutto vero: l´idea della Carlucci, la proposta di legge per la commissione, già depositata il 18 febbraio scorso, anche l´avallo del ministro dell´Istruzione Gelmini. Impegnata a Montecitorio, a far scudo giudiziario al premier, Gelmini ieri ha commentato così: «Il problema dell´oggettività dei libri di testo esiste. Valuteremo la proposta della Carlucci, poi il Parlamento è sovrano».
Dichiarazione di mezza sera, quando già l´incendio era divampato, tra ironia e indignazione. Beppe Fioroni (Pd), predecessore di Gelmini, cita Flaiano: «La situazione è grave ma non seria. Chiedo ai parlamentari del Pdl di ritirare la loro proposta da Minculpop». L´elenco dei libri «asserviti a una parte politica», e degni perciò di finire nel rogo virtuale della Carlucci, è lungo. Il duo di autori Camera-Fabietti era già stato avvistato da Storace. In «Elementi di storia», edito da Zanichelli, Carlucci segnala, insoddisfatta, un passaggio sui gulag sovietici. Sgraditi anche i ritratti di Togliatti, Berlinguer e De Gasperi ne «La storia» di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier. Ancora: tracce di comunismo individuate nel volume III di De Bernardi-Guarracino, edito da Bruno Mondadori. Davvero basta un nonnulla per finire all´indice. Per esempio, la coppia Ortoleva-Revelli descrive in «L´età contemporanea» (Bruno Mondadori) il «rigore morale» di Oscar Luigi Scalfaro. Lista nera, cartellino giallo. Marco Revelli, imputato, la prende come va presa: «Sì, ho parlato di rigore morale. Scalfaro non ha mai fatto il bunga bunga. Questa cosa della commissione è al di là del bene e del male in un contesto ormai fuori controllo. Essere messo nella lista nera da un branco di ignoranti mi fa piacere, è come ricevere una medaglia».
Sarebbe anche disonesto prendersela con la sola Carlucci. La sua proposta di legge infatti ha riscosso ampio consenso nel Pdl. Hanno firmato già 19 deputati tra cui Emerenzio Barbieri, capogruppo Pdl in Commissione cultura, cui Wikipedia attribuisce un´interrogazione per lamentarsi della mancanza di un parrucchiere gratuito a Montecitorio per le parlamentari. Nell´intento dei promotori, la Commissione d´inchiesta dovrebbe stanare i libri «faziosi», «partigiani», come li definisce Carlucci. Libri che oscurano la grande figura del Capo e «osannano lo schieramento di sinistra». Piovono reazioni e aggettivi. «La proposta è desolante e vergognosa. Va ritirata», liquida il Pd, mentre la Cgil parla di maggioranza «imbarbarita, fobica e illiberale». Carlucci è serena: «Non vedo lo scandalo. Voglio solo fare chiarezza in una materia molto delicata».

La Repubblica 13.04.11

Sigonio, la vicenda arriva anche in Senato

I sen. Bastico e Barbolini interrogano il ministro Gelmini. “A Modena già raccolte le iscrizioni e svolte le selezioni”. La vicenda del liceo Sigonio di Modena arriva in Senato. I sen. Mariangela Bastico e Giuliano Barbolini interrogano il ministro Gelmini per sapere “con quali motivazioni e sulla base di quali criteri” il ministero non abbia accolto la richiesta di istituire un liceo musicale anche a Modena. I due parlamentari modenesi chiedono inoltre se il ministero “non intenda intervenire tempestivamente anche per superare le evidenti disparità nell’offerta formativa musicale tra Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto”. Analoga interrogazione è stata presentata alla Camera dai parlamentari modenesi del Pd Manuela Ghizzoni, Ricardo Franco Levi, Ivano Miglioli e Giulio Santagata.

Attualmente in Emilia-Romagna è attiva un’unica sezione di liceo musicale a Parma, a cui se ne aggiungerebbe, sulla base dell’indicazione ministeriale, un seconda a Forlì, a differenza di altre Regioni, quali il Veneto e la Lombardia, in ognuna delle quali sono attivi 8 istituti musicali.

“La decisione del ministero – sottolineano Bastico e Barbolini – ha determinato un forte allarme negli studenti e nelle famiglie, che avevano fatto affidamento sulla scelta di un percorso di studi per il quale a Modena sono già state raccolte le iscrizioni e svolte le prove di selezione. Ha inoltre creato grave disappunto nelle istituzioni locali – aggiungono i parlamentari modenesi – che vedono svilito il loro impegno in termini di investimenti e vedono minata la completezza dei percorsi di formazione musicale, dalla scuola dell’infanzia all’alta formazione”.

Scuola, Pd, Commissione d'inchiesta? Da Carlucci proposta vergognosa, è revisionismo di Stato

Ghizzoni: sarebbe come Minculpop. “La richiesta avanza dal Pdl per bocca della deputata Carlucci è vergognosa e da rispedire al mittente”. Così la deputata democratica, capogruppo nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la proposta di alcuni deputati del Pdl, capitanati dall’onorevole Carlucci, che chiede una commissione d’inchiesta su testi scolastici ritenuti troppo ostili al premier, con frasi da ‘indottrinamento’ usate per ‘plagiare le menti’ si commenta da sola. “Con l’intenzione presunta di rendere la storia neutra – prosegue Ghizzoni – si vuole, di fatto istituire, una commissione d’inchiesta che nulla avrebbe da invidiare al Minculpop. Siamo all’uso della storia come clava nell’agone politico e al tentativo politico di imporre una verità storica compiacente. Per questo si arriva addirittura alla lista di proscrizione dei testi di autorevoli storici che hanno la ‘colpa’ di definire De Gasepri ‘uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica’ o Togliatti un ‘uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generali’. Cosa ci sia da indignarsi per queste definizione resta tutto da capire. Mentre resta chiaro l’intento politico revisionista e l’azione intimidatoria nei confronti della libertà di ricerca storica e di insegnamento”.

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Il comunicato stampa di Manuela Ghizzoni risponde a queste Agenzie

SCUOLA. “TROPPI LIBRI COMUNISTI”, PDL VUOLE COMMISSIONE INCHIESTA
‘ALL’INDICE’ I TESTI DI STORIA: “GETTANO FANGO SU BERLUSCONI”

(DIRE) Roma, 12 apr. – Dopo i giudici, anche i libri di testo contro Silvio Berlusconi. Secondo 19 deputati del Pdl, capitanati da Gabriella Carlucci, i testi scolastici di storia, su cui studiano migliaia di ragazzi, nesconderebbero “tentativi subdoli di indottrinamento” per “plagiare” le giovani generazioni “a fini elettorali” dando “una visione ufficiale della storia e dell’attualita’ asservita a una parte politica”, il centrosinistra, “contro la parte politica che ne e’ antagonista”, ossia il centrodestra. Di fronte a questa situazione definita “vergognosa”, secondo i parlamentari del Pdl, il parlamento “non puo’ far finta di non vedere” e per questo chiedono, attraverso una proposta di legge, l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta “sull’imparzialita’ dei libri di testo scolastici”.
Il progetto di legge e’ stato depositato alla Camera da Carlucci il 18 febbraio scorso e assegnato alla commissione Cultura il 14 marzo. In attesa dell’avvio dell’esame, in questi giorni la proposta e’ stata sottoscritta da altri colleghi di partito (ieri si sono aggiunte nuove firme e altre ancora ne stanno arrivando), tra cui il capogruppo Pdl in commissione Cultura, Emerenzio Barbieri.
Nella premessa, gli esponenti di maggioranza si chiedono: “Puo’ la scuola di Stato, quella che paghiamo con i nostri soldi, trasformarsi in una fabbrica di pensiero partigiano?” E la “battaglia partigiana”, secondo il firmatari, viene messa in atto “osannando l’attuale schieramento di sinistra” e “gettando fango sui loro avversari”. Per “capire la gravita’ del problema”, sostengono i 19 deputati, “basta sfogliare la maggior parte dei libri che oggi troviamo nelle scuole, sui banchi dei nostri figli”.
Scopo della Commissione d’inchiesta? “Verificare quali sono i libri faziosi- spiega Barbieri interpellato dalla ‘Dire’- e dargli il tempo di adeguarsi prima di farli ritirare dal mercato, mica mandarli al macero…”.

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Gli altri firmatari della proposta di legge Carlucci, che mette ‘all’indice’ i libri di testo definiti “partigiani”, sono: Barani, Botta, Lisi, Scandroglio, Bergamini, Biasotti, Castiello, Di Cagno Abbrescia, Di Virgilio, Dima, Girlanda, Holzmann, Giulio Marini, Nastri, Sbai, Simeoni e Zacchera.
Nella premessa, si fanno alcuni esempi dei testi ‘incriminati’, specificando che “in Italia, negli ultimi cinquant’anni, lo studio della storia e’ stato spesso sostituito da un puro e semplice tentativo di indottrinamento ideologico” retaggio “dell’idea gramsciana della conquista delle ‘casematte del potere'” che “si e’ propagato attraverso l’insegnamento della storia e della filosofia nelle scuole”. Si cita ‘La storia’ di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier, che descrive “tre personaggi storici: Palmiro Togliatti ‘un uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generali’; Enrico Berlinguer, ‘un uomo di profonda onesta’ morale e intellettuale, misurato e alieno alla retorica’; Alcide De Gasperi ‘uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica’”.
Ma anche ‘Elementi di storia’ di Camera-Fabietti, edito da Zanichelli, ‘reo’, ad avviso del Pdl, di sostenere che “l’ignominia dei gulag sovietici non e’ dipesa da questo sacrosanto ideale (il comunismo), ma dal tentativo utopico di tradurlo immediatamente in atto o peggio dalla conversione di Stalin al tradizionale imperialismo”.
E ancora, la ‘Storia’, volume III, di De Bernardi-Guarracino, edito da Bruno Mondadori, per il quale dal 1948 “l’attuazione della Costituzione sarebbe diventato uno degli obiettivi dell’azione politica delle forze di sinistra e democratiche”.
E si arriva ai tempi piu’ recenti. “Con la caduta del Muro di Berlino e con la fine dell’ideologia comunista in Italia- si precisa nella premessa alla proposta- i tentativi subdoli di indottrinamento restano tali” e anzi “si rafforzano e si scagliano” contro “la parte politica che oggi e’ antagonista della sinistra”, quella guidata da Berlusconi.

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Nella proposta di legge Carlucci, sottoscritta alla Camera da altri 18 deputati Pdl per istituire una Commissione d’inchiesta per verificare “l’imparzialita’ dei libri di testo scolastici”, la messa ‘all’indice’ viene supportata infine dai ‘passaggi’ che descrivono gli ultimi 15/20 anni di storia politica italiana, ossia l’era berlusconiana.
Uno degli esempi che, secondo i firmatari, “osanna” agli occhi degli studenti i partiti di centrosinistra lo si ritrova ne ‘La storia’ di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier, a proposito del Partito democratico della sinistra: “Il Pds- e’ scritto- intende proporsi come il polo di aggregazione delle forze democratiche e progressiste italiane” con “un programma di riforme politico sociali miranti a rendere piu’ governabile il Paese”.
Si tira poi in ballo la descrizione che ‘L’eta’ contemporanea’ di Ortoleva-Revelli, edito da Bruno Mondadori, fa di Oscar Luigi Sca’lfaro: “Dopo aver abbandonato l’esercizio della magistratura per passare all’attivita’ politica nel partito democristiano” si e’ segnalato “per il rigore morale e la valorizzazione delle istituzioni parlamentari”.
Ma il testo che piu’ si distingue “per la quantita’ di notizie partigiane e propagandistiche” e’, secondo i 19 deputati Pdl, quello di Camera e Fabietti. In ‘Elementi di storia’, citano, viene descritta l’attuale presidente del Pd, Rosy Bindi, come la “combattiva europarlamentare” che, ai tempi della militanza nella Democrazia cristiana, sollecitava ad “allontanare dalle cariche di partito” tutti “i propri esponenti inquisiti”.
E come viene descritto ‘l’antagonista’ Berlusconi? Nel 1994, citano ancora i parlamentari dalle pagine del libro di testo, “con Berlusconi presidente del Consiglio, la democrazia italiana arriva a un passo dal disastro”. Secondo gli autori, “l’uso sistematicamente aggressivo dei media, i ripetuti attacchi alla magistratura, alla Direzione generale antimafia, alla Banca d’Italia, alla Corte costituzionale e soprattutto al presidente della Repubblica condotti da Berlusconi e dai suoi portavoce esasperarono le tensioni politiche nel Paese”.
L’elenco dei libri “naturalmente potrebbe continuare ancora per molto- conclude il Pdl- ma bastano questi esempi per capire la gravita’ della questione”.
(Agenzia Dire)

"Goodbye Mama", di Natalia Aspesi

In questi giorni di dissoluzione del nostro Paese, è certo fuori luogo soffermarsi sul disagio e sul senso di vergogna che procura la pochezza di un film, già irriso prima ancora di essere stato visto, con quel tipo di mesto sberleffo che ormai si riserva alle gaffe, ai pasticci, alle porcherie, che quotidianamente si sovrappongono a ben più insopportabili orrori. Finalmente l’abbiamo visto questo “Good-bye mama”, film di massima sgangheratezza, e questo sono cavoli suoi, se non fosse costato soldi italiani, quindi nostri, e imposto dall’alto, da quel tipo di potenti che basta chiedere e loro, non a loro spese, concedono. Dragomira Boneva, in arte Michelle Bonev, bulgara diventata italiana, ha prodotto, scritto, diretto, interpretato, come se non avesse mai visto un film, una storia di lacrime stantie, in cui lei si è scelta il ruolo che alle pessime attrici viene meglio, quella della malvagia, che schernisce il misero e il sofferente, e guarda dall’alto in basso, con sorriso crudele, tutti gli altri. Con rozzezza comunicativa, mutuata dalle sue conoscenze prestigiose, tra cui il primo ministro bulgaro, la bella alta, bionda, tettona quarantenne Bonev, come protagonista di nome Jana, quando mostra i buoni fa vedere sulla scrivania una foto del Papa e una di Berlusconi, quando deve illustrare i crudeli, gli mette vicino la foto di Stalin. Neanche Carolina Invernizio avrebbe inventato una storia così demente: Bonev, ragazza cacciata di casa dai genitori, passa attraverso numerosi bunga bunga in cucine bulgare e rimasta incinta, sposa il responsabile che si rivela buon padre, fino a quando si risposa e diventa cattivo padre. Intanto lei non solo continua i bunga bunga e sempre in cucine anguste, con sirtaki e scopate, ma per portar via l’appartamentino alla vecchissima mamma, la trascina in un ospizio tutto scrostato tenuto da nostalgici del comunismo che infatti ghignano torturando e guai se i poveri vecchi vomitano per le loro minestre marce! Ma le due figlie della figlia malvagia, che da piccine venivano frustrate perché non sapevano 6×8=48, sono venute su buone. E con l’aiuto di una avvenente avvocatessa, (intanto si sospetta, dalla foto di B. che sia arrivata una democrazia bulgara), tolgono la vecchia dall’ospizio veterocomunista e la mettono in un posto da ricchi similberlusconiani, dove però muore e buonanotte. L’avvenente avvocatessa è Licia Nunez, anche produttrice, che al secolo si chiama Licia Del Curatolo, ed era una delle perle che Gianpaolo Tarantini portava alle feste che contano, a palazzo qua e palazzo là. Oggi le belle ragazze hanno mille strade per realizzare i loro sogni, anche i più perversi, basta trovare il benefattore che dà loro una mano nei momenti di difficoltà: e c’è chi va all’Isola dei famosi, chi diventa onorevole, chi teleattrice, chi ministro: ma forse giustamente più sicura dei suoi meriti e delle sue amicizie, Bonev ha, praticamente da sola, a parte l’aspetto finanziario, fatto un film che secondo lei meritava il Leone d’oro al Festival di Venezia, prima di approdare all’Oscar per il miglior film straniero. Non è andata proprio così, ma pazienza. In settembre, al Lido, infatti, le speranze e le ambizioni-presunzioni di Bonev si sono incasinate. C’era, è vero, il tappeto rosso, promesso, c’erano ad accoglierla il presidente della Biennale Baratta, il direttore del Festival Muller, la ministra delle Pari Opportunità Carfagna, non il ministro dei beni culturali Bondi, forse già in depressione, ma il suo vice Giro, il ministro dell’agricoltura Galan che forse già aspirava ai Beni Culturali e quale miglior occasione di questa, dar lustro con la sua presenza a un film non ancora visto, ma certamente di valore in quanto molto raccomandato? Il film, dato nel pomeriggio in una salettina comunque semivuota, non aveva attirato un solo giornalista, salvo poi essere decantato dal Tg1, prono ad ogni cenno del potere, come opera “molto interessante”. Ci fu anche un premio, piuttosto improvvisato. Quel giorno, 3 settembre, l’onorevole Pdl Debora Bergamini, doveva premiare i vincitori di una rassegna da lei sponsorizzata “Action for Women”, destinato a corti sotto i 5 minuti passati da YouTube, sul tema della violenza contro le donne. Il premio assegnato da una illustre giuria lo vinse “Il mio primo schiaffo” di Corrado Ceron. Poco dopo, non sapendo che premio inventarsi, lo stesso fu assegnato a “Good bye mama”, lungo 100 minuti, mai passato per YouTube, in cui la protagonista è una donna, però cattivissima e le cui azioni sono non “for” ma contro le donne, addirittura la vecchia mamma! Imbroglio desolato, ed è bastata la parola magica, lo ha chiesto chi conta, perché, mentre il ministero della cultura bulgaro non sganciava un soldo, toccava al nostro pagare viaggio e soggiorno e cene e tutto a una trentina di invitati bulgari al seguito della potente amica dei potenti. Il film è costato 3 milioni e 300 mila euro e in Bulgaria giurano di non aver sborsato più di 160 euro. Per farcelo vedere in 80 cinema, Raicinema ha pagato un milione.

da http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/dettaglio/goodbye-mama/400838/401481

Giappone, nuova scossa: evacuata centrale nucleare

Una scossa di magnitudo 6,3 (valutazione preliminare) è stata registrata in Giappone, con epicentro nella prefettura di Fukushima. La Tepco, il gestore della disastrata centrale nucleare, ha ordinato ai lavoratori di evacuare l’ impianto. Il terremoto, che ha avuto per epicentro Hamadori (prefettura di Fukushima) e una profondità di 10 km, secondo la Japan Meteorological Agency (Jma), è stato registrato alle ore 14,07 locali (le 7,07 in Italia). Il sisma è stato subito seguito da tre scosse minori di magnitudo compresa tra 4,1 e 4,9. La Tepco ha reso noto, dopo aver effettuato i controlli richiesti, che le pompe per raffreddare i reattori di Fukushima n.1 non hanno subito danni. La compagnia, inoltre, aveva disposto l’evacuazione dei tecnici dal reattore a scopo precauzionale, oltre che dal vicino impianto di Fukushima n.2.

La scossa di oggi e quella di ieri pomeriggio hanno reso sempre più critica la situazione della centrale nucleare danneggiata. ”L’iniezione di acqua per raffreddare i tre reattori (1,2 e 3 di Fukushima) si e’ arrestata quando l’alimentazione elettrica si e’ interrotta” per il sisma, ha comunicato un portavoce della Tepco, assicurando che non ci sono nuove conseguenze negative per l’impianto.

La corrente e’ stata poi ripristinata in breve tempo ed e’ ripreso il pompaggio dell’acqua. Intanto il governo ha deciso di estendere il raggio di evacuazione della popolazione attorno a Fukushima, per ora fermo a 20 km. Un paio d’ore prima del nuovo terremoto, il nord-est del Giappone si e’ fermato per un minuto per ricordare la catastrofe dell’11 marzo nell’ora esatta in cui parti’ la grande scossa, le 14:46 (le 07:46 in Italia), seguita dal disastroso tsunami. Il primo ministro, Naoto Kan, infine, ha inviato a vari quotidiani del mondo un messaggio di gratitudine per la solidarietà verso il Giappone: ”In un momento disperato, gente di tutto il mondo s’e’ stretta a noi, ispirandoci speranza e coraggio”.

Il governo giapponese valuta l’ ipotesi di rialzare la valutazione della crisi dell’impianto di Fukushima n.1, colpito duramente dal sisma/tsunami dell’11 marzo, dall’attuale livello 5 al 7, pari allo stesso di Cernobyl che è il più grave finora mai registrato. Lo riporta l’agenzia Kyodo. L’esame deciso dal governo di Tokyo tiene conto dei risultati di un rapporto preliminare della Commissione per la sicurezza nucleare secondo cui, a un certo punto, dalla centrale di Fukushima sono stati rilasciati fino a 10.000 terabecquerel per ora, dove un terabecquerel equivale a 1.000 miliardi di becquerel.

La relazione ha spinto il governo a considerare l’ipotesi di rialzo del livello della gravità direttamente a 7, sullo stesso piano di Cernobyl, dall’attuale 5 che è pari alla crisi di Three Mile Island negli Usa nel 1979. I giudizi sulla tipologia degli incidenti nucleari sono emessi secondo la International Nuclear and Radiological Event Scale (Ines), una scala introdotta dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea, che fa capo all’Onu), per consentire la comunicazione tempestiva delle informazioni rilevanti sulla sicurezza in caso di incidenti nucleari. Haruki Madarame, presidente della Commissione, ha riferito di aver stimato che il rilascio di 10.000 terabecquerel per ora di materiali radioattivi è andato avanti per diverse ore.

Sempre la stessa Commissione, continua la Kyodo, ha inoltre pubblicato un calcolo preliminare sui valori cumulativi di esposizione alle radiazioni esterne, rilevando che è stato superato il limite annuale di 1 millisievert nelle aree oltre i 60 km a nordovest e circa 40 km a sud-sudovest dalla centrale. In questa proiezione sono incluse le città di Fukushima, Data, Soma, Minamisoma, e Iwaki, che sono tutti nella prefettura di Fukushima, e alcuni altri settori tra cui la città di Hirono. All’interno dell’area di evacuazione dei 20 km deciso dal governo, la quantità di radioattività varia da meno di 1 a 100 millisievert o più, mentre nella fascia di rispetto di 20-30 km é inferiore ai 50 millisievert.

Si fa sempre più dettagliato, intanto, il bilancio delle vittime del sisma/tsunami dell’11 marzo scorso, che ha devastato il nordest del Giappone: ha superato quota 13.000 in 12 prefetture, attestandosi a 13.013. Sulla base dell’aggiornamento dei dati comunicati in serata dalla polizia nazionale, i dispersi sono saliti a 14.608 nel conteggio di sei prefetture soltanto, escludendo citta’ colpite nella prefettura di Miyagi, quali Sendai, Higashimatsushima e Minamisanriku su cui e’ pressoché impossibile formulare stime.

Oltre la meta’ delle vittime del sisma/tsunami dell’11 marzo, che ha devastato il nordest del Giappone, aveva piu’ di 65 anni. Sono le stime, redatte sulla base degli elenchi forniti dalla polizia nazionale, del quotidiano Asahi secondo cui solo per un totale di 8.000 persone e’ stato possibile stabilire l’identita’. In 4.398 casi (il 55,4% del totale) l’eta’ era pari o oltre i 65 anni. Al momento il numero complessivo delle vittime e’ di 12.998, cui si aggiungono 14.691 dispersi. Prima del disastro, la popolazione ‘anziana’ rappresentava il 25% dei residenti: ”molti di loro – scrive l’Asahi – sono morti perche’ non hanno avuto il tempo di fuggire o non potevano farlo senza l’aiuto di qualcuno dopo l’allarme tsunami”. La doppia tragedia e’ avvenuta nel pomeriggio, con la maggior parte dei bambini che era a scuola: questo ha contribuito a metterli in salvo, in luoghi piu’ sicuri. L’Asahi, infine, ipotizza un bilancio ben piu’ pesante con intere famiglie spazzate via dalla forza dello tsunami, mentre la distruzione degli uffici comunali rende complicato anche la consultazione degli elenchi dell’anagrafe.

da www.unita.it

"Libertà della volpe e libertà delle galline", di Tzvetan Todorov

Dopo il secolo dei totalitarismi, un nuovo mostro tirannico l’individualismo senza freni che distrugge la società. Perché un potere sia legittimo, non basta sapere com’è stato conquistato (ad esempio con libere elezioni o un colpo di Stato), occorre ancora vedere in che modo viene esercitato. Fra poco saranno tre secoli dacché Montesquieu ha formulato una regola per guidare il nostro giudizio: «Ogni potere senza limiti non può essere legittimo». Le esperienze totalitarie del XX secolo ci hanno resi particolarmente sensibili ai misfatti di un potere statale illimitato, in grado di controllore ogni atto di ogni cittadino.
In Europa questi regimi appartengono al passato ma, nei Paesi democratici, restiamo sensibili alle interferenze del governo negli affari giudiziari o nella vita dei media, perché queste hanno come effetto la soppressione di ogni limite posto al suo potere. I ripetuti attacchi del Presidente francese o del premier italiano ai magistrati e ai giornalisti sono una dimostrazione di questo pericolo. Tuttavia lo Stato non è l’unico a detenere poteri all’interno di una società. All’inizio di questo XXI secolo, in Occidente, lo Stato ha perso buona parte del suo prestigio, mentre è diventato una minaccia l’ampio potere che detengono alcuni individui, o gruppi di individui. Eppure questa minaccia passa inosservata, perché questo potere si orna di un bel nome, di cui tutti si fanno forti: libertà. La libertà individuale è un valore in crescita, i difensori del bene comune oggi sembrano arcaici.
Come si sia prodotto questo capovolgimento, lo si vede bene nei Paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est. L’interesse collettivo oggi è sospetto: per nascondere le sue turpitudini, il regime precedente l’aveva invocato così spesso che più nessuno lo prende sul serio, lo si considera una maschera ipocrita. Se il solo motore del comportamento è in ogni caso la ricerca del profitto e la sete di potere, se la lotta senza pietà e la sopravvivenza del più adatto sono le dure leggi dell’esistenza, tanto vale smetterla di fingere e accettare apertamente la legge della giungla. Questa rassegnazione spiega perché gli ex burocrati comunisti abbiano saputo rivestire, con una facilità sconcertante, gli abiti nuovi dell’ultraliberismo.
A migliaia di chilometri di lì, negli Stati Uniti, in un contesto storico completamente diverso, si è sviluppato da poco il movimento del Tea Party, il cui programma inneggia alla libertà illimitata degli individui e rifiuta qualunque controllo del governo: esige di ridurre drasticamente le tasse e qualunque altra forma di redistribuzione delle ricchezze. Le sole spese comuni accettate riguardano l’esercito e la polizia, cioè ancora la sicurezza degli individui. Chiunque si opponga a questa visione del mondo viene trattato da criptocomunista! Il paradosso è che questa visione si rifà alla religione cristiana, mentre questa, in accordo con le altre grandi tradizioni spirituali, raccomanda di curarsi dei deboli e dei miserabili.
Si passa, in questi casi, da un estremo all’altro, dal tutto-Stato totalitario al tutto-individuo ultraliberale, da un regime liberticida a un altro, di spirito «sociocida», per così dire. Ora il principio democratico vuole che tutti i poteri siano limitati: non solo quelli degli Stati, ma anche quelli degli individui, anche quando rivestono i vecchi abiti della libertà. La libertà delle galline di attaccare la volpe è uno scherzo, perché non ne hanno la capacità: la libertà della volpe è pericolosa perché è la più forte. Attraverso le leggi e le norme che stabilisce, il popolo sovrano ha tutto il diritto di restringere le libertà. Questa limitazione non tocca allo stesso modo tutta la popolazione: idealmente, limita coloro che hanno già molto potere e protegge chi ne ha molto poco.
Il potere economico è il primo dei poteri nelle mani degli individui. Lo scopo di un’impresa è generare profitti, senza i quali è condannata a sparire. Ma al di fuori dei loro interessi particolari, gli abitanti di un Paese hanno anche interessi comuni, ai quali le imprese non contribuiscono spontaneamente. Tocca allo Stato liberare le risorse necessarie a prendersi cura dell’esercito e della polizia, dell’educazione e della salute, dell’apparato giudiziario e delle infrastrutture. O della protezione della natura: la famosa mano invisibile attribuita ad Adam Smith non serve a molto, in questi casi. Lo si è visto con la marea nera nel Golfo del Messico, nella primavera 2010: lasciate senza controllo, le compagnie petrolifere cercano i materiali da costruzione poco costosi e dunque poco affidabili. Di fronte allo smisurato potere economico di individui o di gruppi di individui, il potere politico si rivela spesso troppo debole.
La libertà di espressione a volte viene presentata come il fondamento della democrazia, e per questa ragione non deve conoscere freni. Ma si può dire che è indipendente dal potere di cui dispone? Non basta avere il diritto di esprimersi, occorre anche averne la possibilità; se non c’è, questa «libertà» non è che una parola vuota. Tutte le informazioni, tutte le opinioni non vengono accettate con la stessa facilità nei grandi media. Ora la libera espressione dei potenti può avere conseguenze funeste per i senza-voce: viviamo in uno stesso mondo. Se si ha la libertà di dire che tutti gli arabi sono degli islamisti non assimilabili, essi non hanno più quella di trovare lavoro e neppure di camminare per strada senza essere controllati.
La parola pubblica, un potere tra gli altri, a volte deve essere limitata. Dove trovare il criterio che permetta di distinguere le limitazioni buone da quelle cattive? Soprattutto nel rapporto di potere tra chi parla e colui di cui si parla. Non si ha lo stesso merito se si combattono i potenti del momento o si indica al risentimento popolare un capro espiatorio. Un organo di stampa è infinitamente più debole dello Stato, non c’è dunque ragione di limitare la sua libertà di espressione quando lo critica, purché la metta al servizio della libertà.
Quando il sito Mediapart rivela una collusione tra poteri economici e responsabili politici, il suo gesto non ha nulla di «fascista», qualunque cosa dicano quelli che sono presi di mira. Le «fughe di notizie» di WikiLeaks nulla hanno di totalitario: i regimi comunisti rendevano trasparente la vita dei deboli, non quella dello Stato. In compenso, un organo di stampa è più potente di un individuo e il «linciaggio mediatico» è un abuso di potere.
I difensori della liberà d’espressione illimitata ignorano la distinzione tra potenti e impotenti, il che permette loro di coprirsi da soli di alloro. Il redattore del quotidiano danese Jyllands-Posten , che nel 2005 aveva pubblicato le caricature di Maometto, cinque anni dopo torna sulla questione e modestamente si paragona agli eretici del Medioevo bruciati sul rogo, a Voltaire nemico della Chiesa onnipotente o ai dissidenti oppressi dalla polizia sovietica. Decisamente la figura della vittima esercita oggi un’attrazione irresistibile! Ciò facendo, il giornalista dimentica che quei coraggiosi praticanti della libertà di espressione si battevano contro i detentori del potere spirituale e temporale del loro tempo, non contro una minoranza discriminata.
Porre limiti alla libertà di espressione non significa sostenere la censura, ma fare appello alla responsabilità dei padroni dei media. La tirannia degli individui è certamente meno sanguinosa di quella degli Stati; eppure anch’essa è un ostacolo a una vita comune soddisfacente. Nulla ci obbliga a rinchiuderci nella scelta tra «tutto-Stato» e «tutto-individuo»: abbiamo bisogno di difenderli entrambi, e che ciascuno limiti gli abusi dell’altro.

La Stampa 12.04.11