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"Gli imprenditori ora devono chiedere la rimozione dell´ostacolo Berlusconi", intervista a Bersani di Roberto Mania

Bersani: opposizione inconcludente? L´agenda la detta l´esecutivo. La nostra proposta l´abbiamo presentata e ha tre priorità: riforma fiscale, precari e liberalizzazioni. Gli svantaggi sono superiori ai vantaggi. Meglio spostare la tassazione di lavoro e imprese sulle rendite. E´ nebuloso e sono contrario all´idea che a decidere che farne sia solo il ministro dell´Economia.
«Emma Marcegaglia ha descritto la realtà. Ma deve fare ancora un passo avanti perché non si può non vedere che l´ostacolo che impedisce di cambiare rotta è questo presidente del Consiglio, avvitato intorno ai suoi problemi».
La Confindustria dovrebbe chiedere le dimissioni di Berlusconi?
«Dovrebbe chiedere la rimozione dell´ostacolo. Non pretendo che dica via Berlusconi e dentro Bersani, ma che dica quello che tutti gli imprenditori che girano il mondo hanno ben capito», risponde Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, il giorno dopo l´attacco della presidente degli industriali all´immobilismo del governo.
La Marcegaglia, tuttavia, considera l´intera politica chiusa nel proprio recinto e accusa l´opposizione, quindi anche il Pd, di non incalzare il governo sui temi dell´economia.
«Francamente, in tutta amicizia, questa accusa non l´accetto proprio. Mi dica lei quale altra forza d´opposizione in Europa ha presentato il suo programma di riforme, esattamente quello che Bruxelles chiede ai governi. Sono novanta pagine, siamo pronti a discuterne anche con gli industriali. Se poi si riferisce al fatto che non riusciamo a discutere di economia, mi sento la prima vittima perché non ci si diverte “a passare le notti” sul processo breve. Ma l´agenda politica la detta il governo».
Nella cui agenda c´è la costituzione di un fondo per salvare l´italianità delle imprese considerate strategiche come la Parmalat. Lei è favorevole?
«Sono assolutamente contrario all´idea che c´è un fondo e che a decidere che farne sarà il ministro dell´Economia. Sono contrario a questa nebulosità. Andrebbe ribaltato l´approccio: si fissano le nuove frontiera per la nostra industria, quella tradizionale e quella innovativa, e poi, dentro le regole europee, si scelgono gli strumenti adatti. In questa logica vanno considerati anche gli interventi di capitali pubblici. Il governo ha invece messo il carro davanti ai buoi, ha fissato una improbabile linea Maginot che, per definizione, non porta da nessuna parte».
Ma per lei Parmalat deve restare italiana?
«Non mi piace l´idea dello “spezzatino” e temo che dopo due anni di sonno si possa combattere una guerra per il senso di colpa e portare alla rovina l´impresa. Bisogna cercare un contrappeso nazionale ai francesi ma soprattutto serve un piano industriale. Lactalis l´ha promesso: dov´è?».
Luca di Montezemolo, questa volta, ha apprezzato le dichiarazioni della Marcegaglia dopo averne criticato «l´assordante silenzio». Considera Montezemolo un potenziale alleato o un concorrente per la leadership del centro sinistra?
«Ho già detto che se dovesse toccare a me la guida del centro sinistra non metterei il mio nome sulla scheda elettorale. È finita l´epoca dell´uomo solo. Le leadership si fanno sui progetti e sui percorsi collettivi come nelle altre democrazie. Dopodiché tutte le energie sono benvenute».
La caduta di Geronzi segna davvero una svolta nel capitalismo italiano?
«Vedremo, certo la novità c´è. Bisognerà aspettare per capire se si tratta di un semplice ribaltone o di un cambiamento. L´importante è che ciascuno faccia il proprio mestiere: gli assicuratori, i banchieri, gli imprenditori e i politici stessi. Quando i mestieri si mescolano il cambiamento non c´è».
Le dimissioni di Geronzi sono una sconfitta anche per Berlusconi?
«Certo Berlusconi non ci sarà rimasto bene. Non credo che non sapesse nulla. Penso, piuttosto, che sarà stato distratto dalle sue cose…».
La Cgil ha proposto una patrimoniale sui super ricchi. È d´accordo?
«Abbiamo un´altra idea. Penso che, pur comprendendone le finalità, gli svantaggi siano superiori ai vantaggi. Noi proponiamo di spostare il peso della tassazione dal lavoro e le imprese alle rendite finanziarie e mobiliari. E riteniamo che serva una seria operazione contro l´evasione fiscale. Per questa via si arriva a risultati ben comparabili con quelli indicati dalla Cgil».
Se fosse al governo, cosa metterebbe nel Piano nazionale per le riforme?
«Tre priorità: la riforma fiscale, le liberalizzazioni, la lotta alla precarietà».
Si può pensare di ridurre il dualismo nel mercato del lavoro senza ritoccare anche le tutele previdenziali dei lavoratori con contratto standard?
«La questione clou è far pagare meno il lavoro stabile e di più quello precario. A chi ripropone ancora un presunto conflitto tra padri e figli consiglio di andarsi a fare un giro nella realtà e di liberarsi delle ideologie. La realtà è che, in quest´epoca, il lavoro è dovunque vulnerabile, a parte il pubblico impiego. Il che non significa che non si debbano fare dei passi per un diritto comune del lavoro a cominciare dai precari».

La Repubblica 12.04.11

"I precari: Non siamo fenomeni da baraccone, no al reality di Canale 5", di A.G. da Tecnica della Scuola

Mentre Gelmini dice che verranno in estate assunte 20-30.000 persone, sono diverse le critiche a Mediaset per aver avviato la selezione di supplenti disoccupati, cui assegnargli l’ingrato ruolo in tv di insegnanti ad ex concorrenti televisivi poco acculturati. E ai prof più bravi andranno 10 anni di stipendio. Per le associazioni di categoria si vuole sacrificare la categoria sull’altare del peggiore dei format televisivi.
Mentre il ministro Gelmini annuncia “l’immissione in ruolo di circa 20-30 mila persone”, i precari della scuola tornano a farsi sentire per l’ennesima iniziativa che, a loro dire, li penalizza: si tratta della selezione che i responsabili delle reti Mediaset hanno avviato da qualche giorno per organizzare un reality show, da trasmettere su Canale 5 e con protagonisti degli ex concorrenti televisivi, poco acculturati, a cui i supplenti (disoccupati) della scuola avrebbero il compito di insegnare delle nozioni per non sfigurare in una futura gara di quiz: i diretti interessati, attraverso i forum di categoria, hanno già bollato l’iniziativa come ‘scandalosa’, dietro la quale vi sarebbe solo la squallida volontà di ‘spettacolarizzare un vero dramma’. Il riferimento è al taglio triennale di circa 85.000 cattedre deciso dal Governo. A rimanere senza lavoro sono e saranno un po’ meno, grazie ai pensionamenti. Ma ciò non toglie che la situazione rimane molto difficile, legata alle’esito delle sentenze dei giudici a cui, di volta in volta, risponde il Miur tramite atti legislativi approvati dalla maggioranza. Senza contare che masticheranno amaro anche quelli di ruolo quando scopriranno che i supplenti meglio classificati si aggiudicheranno, sembra, un premio in denaro equivalente a 10 anni di stipendio (quindi almeno 250.000 euro!).
Furioso il commento del Coordinamento precari scuola: “prima la politica riduce alla fame i precari della scuola, poi arriva il reality show che ha l’unico scopo di sfruttare la disperazione per denigrare i precari della scuola rendendoli fenomeni da baraccone. A noi non interessa chi sia l’ideatore di un simile contenitore, vorremmo solo ricordare a lui (o loro) che la dignità del personale docente precario della scuola, tanto più se disoccupato, non è in vendita e non verrà sacrificato – conclude il Cps – sull’altare del peggiore dei format televisivi”.
Parole simili vengono pronunciate da Maria Cristina Rossi, docente precaria intervistata da Rai3, che svela anche un retroscena: lo staff di Canale 5 avrebbe già “contattato la presidente del Comitati insegnanti precari chiedendogli nominativi per fare di provini: riteniamo questa decisione una vera mancanza di rispetto verso lavoratori che svolgono la professione di insegnante con dignità e forte senso del dovere”.
Ad alimentare la polemica c’è anche la Flc-Cgil, secondo cui il reality è “una vera, autentica, clamorosa vergogna, mentre il Governo declina ogni responsabilità nei confronti dei precari inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, mentre Tremonti finge di non vedere la nostra ‘Operazione centomila’, con cui abbiamo dimostrato che ci sono i posti per assumere e che lo Stato addirittura risparmierebbe. E mentre la Gelmini continua la sua opera di distruzione dell’istruzione pubblica, contribuendo a scippare democrazia al nostro Paese”.

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Mediaset recluta docenti precari per un reality show: è polemica

Roma – E’ bufera su Mediaset: Canale 5 starebbe reclutando docenti precari rimasti senza lavoro dopo i tagli della Gelmini per un reality show in cui dovrebbero tenere a bada una classe di vip un po’ ignoranti da sottoporre a test in stile Invalsi. In palio dieci anni di stipendio. “Uno schiaffo morale”, alzano la voce i docenti. Orizzonte scuola denuncia: in questi giorni appare sempre piu’ spesso sui canali Mediaset una striscia pubblicitaria con la quale il casting comunica di essere alla ricerca di docenti precari.

Di che si tratta? “Siamo andati ad indagare ed abbiamo scoperto che sarebbe intenzione delle reti Mediaset la messa in onda di un reality show nel quale vengano coinvolti anche i docenti precari. Ci sono gia’ indiscrezioni sui conduttori: Nicola Savino e Barbara d’Urso, quest’ultima, addirittura, nei panni della preside”. In cosa consisterebbe questo programma? “Il cast sarebbe formato da ex concorrenti tra i piu’ somari della storia dei reality nei panni di studenti e docenti precari nei panni di insegnanti che avranno il compito di preparare i vip ad affrontare una gara di quiz”. I precari dovranno essere disoccupati (di questi tempi non ci pare una rarita’) e, se selezionati, avranno 10 anni di stipendio. E c’e’ chi urla allo scandalo come la Flc Cgil: “E’ una vera, autentica, clamorosa vergogna”.

“Dopo le offese da parte del premier- continua la Cgil- alla scuola statale, l’offesa da parte delle sue reti a lavoratrici e lavoratori precari, che hanno contribuito finora ad assicurare il diritto all’istruzione, sotto costante attacco da parte di quelle istituzioni che dovrebbero invece garantirlo”. I precari del Cps (Coordinamento precari scuola) hanno cominciato a far girare una mail per “boicottare” il programma.

“Sul momento, siamo stati favorevolmente colpiti dall’idea che si volesse fare una trasmissione che desse voce ai precari della scuola- spiegano gli insegnanti- Finalmente! E, invece, l’amara sorpresa: apprendiamo con rabbia e sgomento che l’idea e’ quella di mandare in onda un reality show nel quale saranno coinvolti anche i docenti precari. Insomma prima la politica riduce alla fame i precari della scuola, poi arriva il reality show che ha l’unico scopo di sfruttare la disperazione per denigrare i precari della scuola rendendoli fenomeni da baraccone. A noi non interessa chi sia l’ideatore di un simile contenitore, vorremmo solo ricordare a lui (o loro) che la dignita’ del personale docente precario della scuola, tanto piu’ se disoccupato, non e’ in vendita e non verra’ sacrificato sull’altare del peggiore dei format televisivi”. (DIRE)

Da Redattore sociale

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“Il reality con i precari diventa un caso”, di Lorenzo Salvia

ROMA— «Sei un insegnante precario della scuola? Sei disoccupato? Vuoi rimetterti in gioco e fare qualcosa di diverso? Contattaci, puoi vincere dieci anni di stipendio» . Lo spot gira sulle reti Mediaset, fascia oraria del mattino quando davanti alla tv ci sono tanti disoccupati. Ed è l’invito ai provini di «Non è mai troppo tardi» , il nuovo reality che andrà in onda su Canale 5. Il titolo (ancora provvisorio) è proprio lo stesso del vecchio programma del maestro Manzi che negli anni 60, con il sostegno del ministero della Pubblica istruzione, insegnò l’italiano a tante persone che non erano andate a scuola. Ma quella era un’altra Italia e questa è tutta un’altra storia. I nomi dei conduttori non sono ancora ufficiali ma dovrebbero essere Alfonso Signorini, direttore di Chi, e Federica Panicucci, dopo la rinuncia di Nicola Savino e Barbara D’Urso. A partecipare saranno i concorrenti dei vecchi reality Mediaset, scelti fra i più somari, quelli che con i loro strafalcioni hanno fatto la fortuna della Gialappa’s. E se qui c’è l’imbarazzo della scelta lo stesso problema ci potrebbe essere per i precari della scuola che in Italia sono quasi mezzo milione. Gli «insegnanti che si vogliono rimettere in gioco» dovranno preparare le vecchie glorie ad un quiz. Ma mentre per i vip l’obiettivo è arrivare primi per gli insegnanti l’importante è partecipare: chi viene selezionato incassa in un colpo solo 150 mila euro, dieci anni di stipendio come ricorda crudelmente lo spot. Naturalmente i precari non l’hanno presa bene. Questi sono giorni difficili per loro, dopo la grande manifestazione di sabato scorso e la valanga di ricorsi degli ultimi mesi che il governo sta cercando di arginare. La rabbia circolava da qualche giorno su internet dopo l’appello di Brunello Arborio, fondatore del Forum precari scuola: «Prima il governo mette gli insegnanti in mezzo alla strada con i tagli agli organici poi le televisioni della famiglia del premier sfruttano la loro disperazione con la solita lotteria della fortuna» . È lo stesso ragionamento di Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd: «Il governo ignora i precari e loro diventano persino fenomeni da baraccone degli show, una vergogna» . Critiche anche dall’Italia dei valori con Felice Belisario: «Il berlusconismo taglia i fondi a scuola, università e cultura per ridurre gli operatori di questi settori a prostituirsi moralmente per un tozzo di pane» . Mentre il segretario della Flc Ggil, Domenico Pantaleo, giudica «incomprensibile che mentre Tremonti e Gelmini licenziano i precari si realizzi un programma che spettacolarizza il loro dramma» . Esploso il caso, Mediaset valuta il da farsi, ed è possibile che il programma venga rinviato. Solo a fine giornata il gruppo prende una posizione ufficiale (e prudente) con il direttore di Canale 5 Massimo Donelli: «Trovo quantomeno singolare che si faccia il processo a un programma non ancora andato in onda e che fin qui è solo uno fra i tanti progetti sperimentali ai quali stiamo lavorando» . Donelli dice che l’obiettivo è proprio «valorizzare una professione che è troppo spesso sottovalutata» . Il tutto coinvolgendo «insegnanti preparati e disposti a colmare, in una dimensione insieme seria e ludica, le lacune degli alunni— star» . Frenata e mano tesa, dunque. Ma i precari non si fidano. Dice ancora Arborio, il professore che ha lanciato l’allarme: «Magari faranno come a Forum» . E cioè? «Finti insegnanti figuranti che parleranno bene della riforma Gelmini, oppure che infilano un errore dopo l’altro per dipingerci come una massa di ignoranti e preparare il terreno ad altri tagli» .

Il Corriere della Sera 12.04.11

"Il fallimento di Bruxelles è figlio di un'assenza di leadership", di Stefano Folli

La giornata di ieri è a suo modo memorabile, ma non in senso positivo. Da un lato, l’Italia ha conosciuto un grave smacco politico-diplomatico e si è trovata del tutto isolata in Europa sulla questione immigrazione. Dall’altro, il presidente del Consiglio ha scelto il piazzale antistante il tribunale di Milano per arringare i suoi sostenitori ivi convenuti e attaccare con asprezza i magistrati. Berlusconi ha anche reso nota una nuova versione del «caso Ruby»: le ho dato dei soldi, ha detto il premier riferendosi alla giovane, per dissuaderla dalla prostituzione.

Così, nell’arco di poche ore, abbiamo assistito ai due estremi entro cui si sta avvitando la politica nazionale. Nell’assenza di una vera «leadership» di governo, il ministro dell’Interno Maroni ha dovuto sbrigarsela da solo a Bruxelles e il suo fallimento era annunciato. Fanno impressione i suoi commenti dopo il vertice dell’Unione. Soprattutto una frase («meglio soli che male accompagnati») che ricorda il motto attribuito a certi vecchi inglesi: «nebbia sulla Manica, il continente è isolato».

Purtroppo in questo caso la nebbia di Bruxelles danneggia l’Italia. Secondo il ministro degli Esteri Frattini, il rifiuto di accettare il nostro punto di vista sugli immigrati tunisini segna il trionfo degli «egoismi nazionali». Il che è vero solo in parte, perché stavolta gli europei non sono andati in ordine sparso. Francesi e tedeschi hanno fatto muro, con il sostanziale avallo della Gran Bretagna. Più che di egoismi nazionali si dovrebbe parlare di un patto continentale, o meglio nord-europeo, che ha tagliato fuori l’Italia, troppo debole sul piano politico per far valere le proprie ragioni.

Ci è stato comunicato che i numeri dell’immigrazione sono troppo modesti per far scattare un più alto livello di solidarietà comunitaria. I «visti temporanei» sono stati giudicati una furbizia per liberarsi di qualche migliaio di rifugiati ed è passata una lettura rigorosa, ma non arbitraria, degli accordi di Schengen. In condizioni normali l’Italia avrebbe negoziato al livello dei capi di governo un compromesso onorevole. Così non è stato e i nostri rappresentanti sono andati allo sbaraglio.

Ora la domanda è: continuerà l’assenza di «leadership» e fino a quando? Se così fosse, sarebbero in grave pericolo le relazioni con l’Unione, ossia il caposaldo della presenza italiana sulla scena internazionale. Non a caso certi segnali dicono che si prepara una risposta tra l’approssimativo e il provinciale. Da Maroni che si chiede «ma a cosa serve questa Europa?» a Calderoli che vuole dirottare da un giorno all’altro i soldati da Libano e Kosovo per avviare il blocco delle nostre coste.

L’isolazionismo è ovviamente impraticabile, ma la sola tentazione costituisce un grave errore. Un errore figlio peraltro di uno stato di confusione e di rabbia, in cui la Lega si preoccupa del suo elettorato smarrito e non vuole trovarsi a pagare da sola il prezzo di scelte sbagliate. Ma chi può riannodare i fili con l’Europa? Dovrebbe essere il premier Berlusconi che invece è impegnato nell’estremo duello con la procura di Milano. La contraddizione non potrebbe essere più drammatica. Tanto più che lo stesso Pdl appare in preda a una serie di convulsioni interne. Nei giorni scorsi gli ambienti della maggioranza si lamentavano del ruolo di «supplenza» governativa assunto da Napolitano. In realtà il Quirinale è oggi il soggetto che meglio può sanare la frattura con gli europei. Pensando al futuro del paese.

Il Sole 24 Ore 12.04.11

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“Napolitano: non scherziamo sull’Europa”, di Dino Pesole

ROMA – Ipotesi, scenari che non hanno alcuna ragion d’essere. Con un avvertimento: «Non scherziamo sull’Europa». Giorgio Napolitano segue dal Quirinale con preoccupazione l’escalation di polemiche sulla gestione dell’emergenza migranti. Il commento del ministro dell’Interno Roberto Maroni dal Lussemburgo, in cui si arriva addirittura a ipotizzare l’uscita del paese dall’Unione europea, non viene nemmeno preso in considerazione. In sostanza, è derubricato a una battuta infelice, motivata dalla delusione sulla linea adottata in sede europea.

Non si nega tuttavia al Colle che il problema esista, e che l’Italia, come del resto ha osservato lo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi d’intesa con Maroni, non abbia ricevuto dai gioverni europei il sostegno che era lecito attendersi. Prevalgono gli egoismi nazionali, ma non per questo occorre rinunciare a quella che il presidente della Repubblica ritiene essere l’unica via d’uscita dall’emergenza: direttrici comuni, linee d’azione condivise. Occorrerà del tempo, ma quella è la strada.

Al Colle i collaboratori di Napolitano pongono l’accento sull’impegno, anche diretto e personale, che il Capo dello Stato ha profuso in sede europea nelle ultime settimane sul tema caldo dell’immigrazione. Giovedì scorso ha anche apprezzato l’intesa raggiunta tra governo e autonomie locali, dandone pubblicamente atto agli stessi Berlusconi e Maroni. Poi a Budapest ha posto nuovamente l’accento sulla ncessità che l’Europa batta un colpo. La netta opposizione di Francia e Germania ai permessi temporanei, fatta propria ieri dal vertice dei ministri europei dell’Interno, mostra che la strada è in salita. Ma si può per questo evocare uno scenario che non ha alcun fondamento logico?

Al contrario – ragiona Napolitano – proprio l’esito del vertice di ieri in Lussemburgo mostra che occorre intensificare ancor più gli sforzi in sede europea. In sostanza, occorre riannodare le fila, senza cedere il passo a reazioni estemporanee. L’Italia deve in poche parole perseguire «tenacemente elementi di politica comune dell’Europa anche sull’immigrazione, senza prendere in considerazione posizioni di ritorsione, dispetto o addirittura ipotesi di separazione». Riflessioni che valevano alcuni giorni fa e ancor più adesso, osservano al Colle, dopo lo stop in sede europea ai permessi temporanei.

Sulle politiche per l’immigrazione l’Europa si gioca una parte del suo futuro. «Non abbiamo molto tempo per rinnovare e riaffermare il ruolo dell’Unione europea nel mondo», ripete il presidente della Repubblica. Come ha osservato sabato scorso nel corso del suo intervento all’incontro multilaterale dei Capi di Stato «Uniti per l’Europa», il 2020 è dietro l’angolo». Gli impegni sottoscritti dalla cosiddetta agenda 2020 vanno onorati nell’arco di quell’orizzonte temporale. Da qui il reiterato invito ad «affrontare nuove e complesse sfide con autentico spirito europeo evitando meschinità nazionali e illusioni di autosufficienza». Altro che «uscire dall’Europa»! Al contrario – ribadisce Napolitano – occorre «dare contenuti a una politica estera e di sicurezza comune anche cooperando effettivamente allo sviluppo dei paesi della sponda sud del Mediterraneo». L’Italia è stata lasciata sola ad affrontare l’emergenza migranti, come sostengono Berlusconi e Maroni? Se è così, ancora una volta, la strada non può essere europea. Nel mondo globalizzato, nessuno può coltivare ancora l’illusione di «farcela da solo».

Il Sole 24 Ore 12.04.11

"Non servono colpi di testa", di Gian Enrico Rusconi

Bastano 22 mila profughi indesiderati per rovinare nel giro di quarantotto ore il lavoro di decenni di costruzione europea? La frase di Roberto Maroni che si chiede «se ha senso rimanere nell’Unione europea. Meglio soli che male accompagnati» – è molto grave. Sproporzionata. In realtà rivela di colpo l’incultura europea di parte della nostra classe politica. Governo compreso.

Aspettiamo adesso una chiara responsabile dichiarazione del presidente del Consiglio. Quella del ministro dell’Interno infatti non è la solita «battuta leghista» da non prendere troppo sul serio.

Ma intanto – comunque vada – da oggi l’Europa non sarà più quella di prima. E non solo per colpa degli italiani che erano attesi al varco della crisi finanziaria (con la litania sempre ripetuta che dopo l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo sarebbe stata la volta dell’Italia). Gli italiani invece hanno turbato l’Europa con una decisione apparentemente meno drammatica, che di colpo però ha mostrato le nuove ansie profonde dell’Europa dei governi. Si ha l’impressione infatti che crei più preoccupazione la prospettiva di dover forzatamente accogliere profughi indesiderati che non accollarsi i costi supplementari del salvataggio finanziario greco o portoghese. Se è così l’Europa è davvero cambiata.

Non è chiaro se nella rigida reazione dei ministri europei che rivendicano la corretta interpretazione delle regole Schengen di contro all’iniziativa italiana, ci sia soltanto l’esigenza che «le regole vanno rispettate». O non ci sia anche il sospetto che il ministro italiano abbia tentato di forzare la mano creando un fatto compiuto. Confermando ancora una volta che gli italiani sono sempre un po’ disinvolti quando si tratta di interpretare le norme. Soprattutto in presenza di un governo che non brilla certo per entusiasmo europeo. Per tacere d’altro. È antipatico scrivere queste cose, ma sarebbe ipocrita tacerle.

Se è così, si rivela un altro tassello della mutazione dello spirito europeo. Questa volta imputabile anche alla situazione italiana. La straordinaria storia del ruolo determinante e insostituibile dell’Italia nella costruzione europea – non solo dai mitici inizi degli Anni Cinquanta ma per tutti i decenni successivi – sembra archeologia. Peggio, rischia di essere retorica – dopo le infrazioni continue, le inadempienze, le sciatterie italiane nei rapporti con Bruxelles. L’Europa si è ridotta ad un fastidioso controllore, ad un deposito di risorse da strappare con complicate pratiche burocratiche. In ogni caso un’istituzione da trattare in modo strumentale – do ut des. Maroni ha ricordato polemicamente che l’Italia ha mostrato la sua solidarietà verso la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo. «Ma a noi, in questa situazione di grave emergenza, è stato detto “cara Italia, sono affari tuoi e devi fare da sola”. L’Unione europea è un’istituzione che si attiva subito solo per salvare banche e per dichiarare guerre, ma quando si tratta di esprimere solidarietà a un Paese come l’Italia, si nasconde».

I concetti-chiave del ragionamento sono «emergenza e solidarietà». La controversia sta proprio nella loro interpretazione. Ciò che per il governo italiano è «emergenza e necessità di solidarietà» non lo è per i partner europei. Invece proprio da questi valori – riferiti ovviamente ad altri contenuti – è nata e si è sviluppata l’Europa. Questo ciclo si sta chiudendo? Mi chiedo che cosa pensa davvero la grande maggioranza della popolazione italiana, francese o tedesca. Al momento sembra silenziosamente schierata dietro i rispettivi governi. Mi chiedo ad esempio che cosa pensano i Verdi tedeschi che insieme ad un’Europa denuclearizzata ed ecologica, la vogliono più solidale anche nei confronti dei migranti. Si accontenteranno delle cifre che il governo di Berlino elenca per mostrare la sua generosità (in un sottinteso confronto polemico con l’Italia)? Sarà importante vedere come l’opinione pubblica europea reagirà nei prossimi giorni se il governo italiano decidesse qualche colpo di testa. O viceversa se l’Europa posta di fronte ad una situazione di grave disagio di un suo membro importante mutasse atteggiamento.

Per il momento dunque la parola e l’iniziativa rimangono ai governi. Innanzitutto al governo italiano, che si trova davanti ad una prova molto seria del suo europeismo. Se è convinto d’avere buone ragioni, si ricordi che le virtù delle vecchie classi politiche europee di fronte alle difficoltà che sembravano insormontabili, erano la ferma pazienza e la ricerca ostinata dell’accordo. Non la ricerca del consenso elettorale domestico ad ogni costo. Tanto meno i ricatti di rompere con i partner. Non ci sarebbe stata l’Europa.

La Stampa 12.04.11

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“Propaganda a uso interno”, di MARCELLO SORGI

Stretto tra la Lega e il compito sempre più difficile di ministro dell’Interno alle prese con l’emergenza immigrati, Maroni ieri ha commentato duramente la decisione uscita da Bruxelles di lasciare all’Italia il compito di risolvere i suoi problemi. Il più esplicito è stato il tedesco Hans-Peter Friedrich, per il quale 23 mila clandestini da allocare in un Paese da 60 milioni di abitanti come il nostro dovrebbero tranquillamente essere gestibili. Ci sono state ondate peggiori, che ad esempio Germania o Belgio hanno superato senza gradi difficoltà.

Poteva Maroni aspettarsi qualcosa di diverso? Onestamente no. La posizione europea era stata anticipata dalla commissaria Malmström e il ministro leghista, invece di sbattere la porta, avrebbe potuto approfondire l’aspetto dei profughi, che cominciano ad arrivare dalla Libia, e rispetto ai quali l’Europa impegnata nella missione militare non può certo essere sorda. Riepilogando: se davvero Maroni ha ottenuto la scorsa settimana dalla Tunisia la possibilità di rimpatriare i migranti arrivati a Lampedusa dopo il 5 aprile, pur con i limiti (sessanta al giorno) previsti dall’accordo, i due voli quotidiani che sabato Berlusconi ha garantito agli isolani per alleggerire l’invasione dovrebbero risultare sufficienti ad arginare l’emergenza. Ci saranno ovviamente ostacoli, dovuti alla debolezza endemica del governo tunisino, e probabilmente il rimpatrio continuerà a subire intoppi. Ma se nel frattempo le operazioni congiunte di pattugliamento delle coste africane funzioneranno, la situazione, lungi dall’essere risolta, dovrebbe essere tenuta sotto controllo. Perché allora Berlusconi sabato e ieri Maroni sono tornati ad accusare l’Europa di indifferenza e addirittura a minacciare un’uscita dall’Unione, pur sapendo che per molti versi è impossibile? La spiegazione più semplice è che premier e ministro dell’Interno tengano presente i famosi cinque punti percentuali che secondo i sondaggisti berlusconiani l’emergenza immigrati potrebbe costare al centrodestra nelle prossime elezioni amministrative. Di qui il ricorso alla propaganda, anche a costo di deteriorare i rapporti con il Quirinale, preoccupato per la piega che stanno prendendo le cose, e l’indicazione di un capro espiatorio nell’Europa, che molti degli elettori del Pdl e leghisti consideravano già nemica.

La Stampa 12.04.11

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“Il tempo dei profeti”, di Barbara Spinelli

Il Presidente Napolitano, che quando parla d’Europa usa veder lontano e ha sguardo profetico, ha fatto capire nel giorni scorsi quel che più le manca, oggi: il senso dell’emergenza, quando una crisi vasta s’abbatte su di essa non occasionalmente ma durevolmente; l’incapacità di cogliere queste occasioni per fare passi avanti nell’Unione anziché perdersi in «ritorsioni, dispetti, divisioni, separazioni.

Son settimane che ci si sta disperdendo così, attorno all´arrivo in Italia di immigrati dal Sud del Mediterraneo. Numericamente l´afflusso è ben minore di quello conosciuto dagli europei nelle guerre balcaniche, ma i tempi sono cambiati. Lo sconquasso economico li ha resi più fragili, impauriti, rancorosi verso le istituzioni comunitarie e le sue leggi. Durante il conflitto in Kosovo la Germania accolse oltre 500mila profughi, e nessuno accusò l´Europa o si sentì solo come si sente Roma. Nessuno disse, come Berlusconi sabato a Lampedusa: «Se non fosse possibile arrivare a una visione comune, meglio dividersi». O come Maroni, ieri dopo il vertice europeo dei ministri dell´Interno che ha isolato l´Italia: «Mi chiedo se ha senso rimanere nell´Unione: meglio soli che male accompagnati». La sordità alle parole di Napolitano è totale.
La democrazia stessa, che contraddistingue gli Stati europei e spinge i governi a preoccuparsi più dell´applauso immediato che della politica più saggia, si trasforma da farmaco in veleno. Di qui la sensazione che l´Unione non sia all´altezza: che viva le onde migratorie come emergenza temporanea, non come profonda mutazione. Governi e classi dirigenti sono schiavi del consenso democratico anziché esserne padroni e pedagoghi con visioni lunghe. Non a caso abbiamo parlato di spirito profetico a proposito di Napolitano. È la schiavitù del consenso a secernere dispetti, rancori, furberie. Tra le furberie che ci hanno isolato c´è la protezione temporanea eccezionale che il nostro governo ha concesso a 23.000 immigrati. La protezione è prevista dal Trattato di Schengen, ma solo per profughi scampati a guerre e persecuzioni: non vale per i tunisini, come ci hanno ricordato ieri la Commissione e gli Stati alleati. Non è violando le regole che l´Italia suscita solidarietà. Può solo acutizzare le diffidenze: un altro veleno che mina l´Unione.
Per questo vale la pena soffermarsi sul significato, in politica, dello spirito profetico. Vuol dire guardare a distanza, intuire le future insidie del presente, ma innanzitutto comporta un´operazione verità: è dire le cose come stanno, non come ce le raccontiamo e le raccontiamo per turlupinare, istupidire, e inacidire gli elettori. Di questo non è capace Berlusconi ma neanche gli altri Stati e le istituzioni europee: i primi perché sempre alle prese con scadenze elettorali, le seconde perché intimidite dalle resistenze nazionali. La lentezza con cui si risponde alle rivoluzioni arabe non è la causa ma l´effetto di questi mali.
La prima verità non detta è quasi banale, e concerne l´intervento in Libia e il nostro voler pesare sui presenti sconvolgimenti arabi e musulmani. Condotta con l´intento di apparire attivi, la guerra sta confermando il contrario: una grande immobilità e vuoto di idee. È un attivarsi magari sensato all´inizio, ma che mai ha calcolato le conseguenze (compresa un´eventuale vittoria di Gheddafi) sui paesi arabi-africani e sui nostri. Fra le conseguenze c´è l´esodo di popoli. Un esodo da assumere, se davvero vogliamo esserci in quel che lì si sta facendo. Invece siamo entrati in guerra senza pensarci, né prepararci.
La seconda verità, non meno cruciale, riguarda l´Europa e i suoi Stati. L´occultamento è in questo caso massiccio, ed è il motivo per cui il capro espiatorio della crisi migratoria non è l´Italia come gridano i nostri ministri ma – se non si inizia a parlar chiaro – l´Unione stessa. L´evidenza negata è che da quando vige il Trattato di Lisbona, molte cose sono cambiate nell´Unione. Le politiche di immigrazione erano in gran parte nazionali, prima del Trattato. Ora sono di competenza comunitaria, e la sovranità è passata all´Unione in quanto tale. Questo anche se agli Stati vengono lasciati, ambiguamente, ampli spazi di manovra, in particolare sul «volume degli ingressi da paesi terzi».
Risultato: l´Unione, anche perché guidata a Bruxelles da un Presidente debole, prono agli Stati, non sa che fare della propria sovranità. Non ha una politica verso i paesi arabi, di cooperazione e sviluppo. Tuttora non ha norme chiare sull´asilo, sull´integrazione dei migranti, né possiede il corpo comune di polizia di frontiera che aveva promesso. Ma soprattutto, non ha le risorse per tale politica perché gli Stati gliele negano, riducendo la sovranità delegata a una fodera senza spada. Per questo alcuni spiriti preveggenti (l´ex ministro socialista Vauzelle, il presidente del consiglio italiano del Movimento europeo Virgilio Dastoli) propongono una cooperazione euro-araba gestita da un´Autorità stile Ceca (la prima Comunità del carbone e dell´acciaio). Come allora viviamo una Grande Trasformazione, e Monnet resta un lume: «Gli uomini sono necessari al cambiamento, le istituzioni servono a farlo vivere».
Se il Trattato di Lisbona significasse qualcosa, non dovrebbero essere Berlusconi e Frattini a negoziare con Tunisia o Egitto, con Lega araba o Unione africana. Dovrebbero essere il commissario all´immigrazione Cecilia Malmström e il rappresentante della politica estera Catherine Ashton. Resta che per negoziare ci vogliono progetti, iniziative: e questi mancano perché mancano risorse comuni. La condotta dei governi europei è schizoide, e tanto più menzognera: gli Stati hanno avuto la preveggenza di delegare all´Europa una parte consistente di sovranità, su immigrazione e altre politiche, ma fanno finta di non averlo fatto, e ora accusano l´Europa come se gli attori del Mediterraneo fossero ancora Stati-nazione autosufficienti.
La terza operazione-verità, fondamentale, ha come oggetto l´immigrazione e il multiculturalismo. È forse il terreno dove il mentire è più diffuso, tra i governanti, essendo legato alla questione della democrazia, del consenso, della mancata pedagogia, degli annunci diseducativi. Risale all´ottobre scorso la dichiarazione di Angela Merkel, secondo cui il multiculturalismo ha fatto fallimento. Poco dopo, il 5 febbraio in una conferenza a Monaco sulla sicurezza, il premier britannico Cameron ha decretato la sconfitta di trent´anni di dottrina multiculturale. Il fatto è che il multiculturalismo non è una dottrina, un´opinione. È un mero dato di fatto: in nazioni da tempo multietniche come Francia Inghilterra o Germania, e adesso anche in Italia e nei paesi scandinavi. L´operazione verità non consiste nel proclamare fallito il multiculturalismo: se un dato di fatto esiste, fallisce solo se se estirpi o assimili forzatamente i diversi. Se fossero veritieri, i governi dovrebbero dire: il multiculturalismo c´è già, solo che noi – Stati sovrani per finta – non abbiamo saputo né sappiamo governarlo.
Dire la verità sull´immigrazione è essenziale per l´Europa perché solo in tal modo essa può osare e fare piani sul futuro. Urge cominciare a dire quanti immigrati saranno necessari nei prossimi 20 anni, e quali risorse dovranno esser mobilitate: sia per mitigare gli arrivi cooperando con i paesi africani o arabi, sia edificando politiche di inclusione per gli immigrati economici e per i profughi (la frontiera spesso è labile: la povertà inflitta è una forma di guerra).
Tutto questo costerà soldi, immaginazione, pensiero durevole. Comporterà, non per ultimo, un ripensamento della democrazia. Ci sono cose che non si possono fare perché maturano nei tempi lunghi e l´elettorato capisce solo i risultati immediati, spiega l´economista Raghuram Rajan in un articolo magistrale sulle crisi del debito (Project Syndacate, 9 aprile 2011). Il bisogno di immigrati che avremo fra qualche decennio in un´Europa che invecchia è, paradossalmente, quello che dà forza ai nazional-populisti: in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Ungheria, Svezia, Finlandia. Il dilemma delle democrazie è questo, oggi. Esso costringe governanti e governati a fare quel che non vogliono: smettere l´inganno delle sovranità nazionali, guardare alto e lontano, insomma pensare. E far politica, ma con lo spirito profetico che vede la possibile rovina (il «passo indietro» paventato da Napolitano) e la via d´uscita non meno possibile, se è vero che il futuro non cessa d´essere aperto.

La Repubblica 12.04.11

"L'omelia del bugiardo", di Giuseppe D'Avanzo

L´homme d´Etat entra in aula dalla porticina laterale. Ha gli occhi bui, la faccia contratta. Seminascosto, si trattiene sulla soglia quasi in apnea, prima di affrontare l´emiciclo della grande aula. Silvio Berlusconi s´acconcia la cravatta; sistema la giacca sul ventre; distende il viso raggrinzato in un sorriso stereotipato
Dicono che sia il massetere a fare quel repentino prodigio. Chiedo che cosa è il massetere. Mi rispondono che è un muscolo della faccia, corto e solido, a ridosso della mandibola. Chiedo: bene, ma che cosa c´entra il massetere con il sorrisone che il premier esibisce ora che attraversa trasversalmente l´aula da sinistra verso destra? Mi rispondono che il segreto del suo sorriso inalterabile, di pronto impiego è in quel muscolo, il massetere. Lo controlla come il dito di una mano. Lo irrigidisce a comando, dicono, sollevando appena e senza sforzo il lato destro della bocca e il gioco è fatto perché il volto e gli occhi «si dinamizzano», coinvolgendo tutto il viso. Sarà il massetere allora a mostrare del Cavaliere la finzione di una fisionomia spensierata, quasi di buonumore. Messa su quella, si può far vedere finalmente dal pubblico scarso; dai giornalisti numerosi; dalla corte degli avvocati in toga; dai pubblici ministeri con il capo chino sulle carte che hanno sul banco, per non dargli soddisfazione.
Berlusconi simula serenità, quasi una indifferente euforia. Stringe mani come se tutti gli avvocati fossero convenuti lì per salutarlo e proteggerlo; tutto il pubblico per incoraggiarlo; tutti i giornalisti per celebrarlo. Si fa incontro ai procuratori che lo accolgono freddamente. Come un primo attore che non vuole perdere il proscenio, ripiega verso i banchi, le seconde, terze, quarte file degli avvocati. Già guarda sottocchio il suo vero obiettivo, i giornalisti laggiù in fondo. Saranno loro il megafono che documenterà, come ha promesso, la volontà del presidente del Consiglio di farsi processare: «Non ho nulla da temere che le accuse contro di me sono inventate». Con un paio di passi rapidi è già davanti allo scranno che separa i cronisti dagli avvocati. Berlusconi ha pronto il consueto flusso verbale da incantatore da fiera. Sa di poter cavare il massimo del profitto da quelle operazioni vocali sulla psiche degli italiani. Domina l´arena mediatica e la stregoneria gli riesce sempre. Finora la platea l´ha bevuta. La ripete. Da sciocchi attendersi self-restraint. Ha in mano il controllo pieno di buona parte dell´informazione, è naturale che voglia adoperarla pro se e senza risparmio, soprattutto quando i tempi per lui si fanno difficili. «Invece di governare, sono qui…» dice e, con autocompianto posticcio, fa spallucce da uomo rassegnato, dimentico che imprese e sindacati, docenti e studenti, Comuni e Regioni, Nord e Sud, Europa e Africa, hanno in mano la misura dell´inettitudine della sua leadership e, chiara, la sincope del suo governo. Parla, parla, parla senza una pausa. «Sappiamo che questi sono processi mediatici. Non riesco a capire come un presidente del Consiglio si possa trovare davanti a una situazione come questa con accuse che sono infondate e demenziali. Solo invenzioni dei pubblici ministeri staccate completamente dalla realtà».
Implacabilmente, ogni frase è un luogo comune. Mai un fatto, mai un evento, mai un argomento. Soltanto ideologia. Se ne avesse – di argomenti – discuterebbe nel processo perché il processo nasce per quello: macchina retrospettiva, stabilisce se qualcosa è avvenuto e chi l´abbia causato; accusa e difesa formulano delle ipotesi; il giudice accoglie la più probabile, secondo i canoni. Quale migliore opportunità di mostrare i suoi motivi, di illustrare finalmente le ragioni insuperabili che dice di avere in tasca. Niente, non ci pensa. Lui non ci casca: i fatti gli sono sempre scomodi.
Il massetere ora sembra allentato. Il volto mostra ira, quasi un tenace furore quando la logorrea farfallina cede all´umore, alle viscere. Sembra che si afferri il vero volto del Cavaliere, sempre accortamente nascosto nella perfomance mediatica. Condanna e ghigna perché il canovaccio che gli hanno preparato (o che si è preparato) ora affronta non più il suo processo, ma chi lo ha promosso. «La magistratura oggi è come un´arma di lotta politica e per questo bisogna riformare la giustizia». Gli chiedono: riforma della giustizia o riforma del pubblico ministero, presidente? Niente. Finge di non sentire e tira innanzi con il sermone. Non ammette interlocutori né domande né intoppi al monologo. Ribadisce la lezione imparata (a memoria): «La riforma che il governo intende approvare non sarà una riforma punitiva, ma servirà per riportare la magistratura a quelle che deve essere, non quello che è oggi: ripeto, è un´arma di lotta politica e questo non funziona».
Prende fiato per un attimo. Si riesce a mettergli lì tra i piedi il «caso Ruby». Il comizio ha ingrassato il suo Io e il sentimento narcisistico d´onnipotenza si divora ogni prudenza confermando una regola: quando gli capita di affrontare la realtà e di parlare di fatti si confonde, si contraddice, reinventa senza cautela, si autoaffonda. Offre un´altra versione (l´ennesima bugia, prima o poi bisognerà dare conto dell´intero repertorio) di come andarono le cose in questura nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010. «Io ho chiesto un´informazione con la mia solita cortesia, preoccupato che la situazione potesse dar luogo a un incidente diplomatico. Mi hanno detto che non era egiziana ed è caduto tutto». È spudorato. Sa (e ora lo sanno tutti) che quella notte non ci fu soltanto una telefonata, ma ripetute telefonate. Voleva che liberassero la sua concubina; la disse «nipote di Murabak»; pretese che la consegnassero a una sua incaricata (Nicole Minetti). Il capo del governo lo ha ribadito alla Camera reclamando il conflitto di attribuzione per sottrarre il processo a Milano: «Ho evitato una crisi internazionale, credevo che fosse la nipote di Mubarak». Parlamentari servili gli hanno creduto e ora il malaccorto lascia tutti di princisbecco: quella notte ho saputo che non poteva essere la nipote di Mubarak perché mi dissero che era marocchina!
L´Imbroglione cucina un´altra frittata quando racconta l´aiuto offerto a Ruby. «L´ho aiutata e le ho dato perfino la chance di entrare con una sua amica in un centro estetico. Doveva fornire un laser antidepilatorio. Costava, se ricordo bene, 45 mila euro anche se Ruby dice che gli euro erano 60 mila. Così ho dato l´incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità, per non costringerla alla prostituzione, ma per portarla nelle direzione contraria». Berlusconi non si rende conto che le sue parole confermano quale fosse l´esclusiva fonte di reddito di Ruby, prima e dopo gli incontri di Arcore.
Lo portano via prima che faccia altri danni a se stesso e alle troppe frottole che ha distribuito negli ultimi tre mesi. Conclusa l´udienza, si rimette al lavoro. No, al processo non pensa. Pensa di nuovo ai giornalisti. Affida loro un´altra omelia. «Questa mattina ho sentito dei testi e ne vengo via con l´impressione abbastanza drammatica del tempo che si perde su delle accuse che sono frutto soltanto della fantasia di certi pubblici ministeri. Incredibili questi processi, che sono soltanto processi mediatici fatti per buttare fango sull´avversario politico, che si considera un nemico da eliminare perché è l´unico ostacolo alla sinistra per tornare al potere». Liquida l´accusa con un farfuglio che non ha né capo né coda. «L´accusa è che io sarei stato socio occulto di un´azienda che vendeva diritti a Mediaset. Questa azienda si è appurato che ha pagato al capoufficio acquisti di Mediaset 21 milioni di cresta per farseli comperare. I diritti venduti in un anno sono stati 30 milioni di dollari. L´accusa è che io sarei stato al 50% di questa azienda. Allora, io sarei stato così stupido da pagare la metà di 21 milioni al capoufficio acquisti della mia azienda a cui avrei potuto fare una telefonata dicendogli: “Entro stasera alle 6 devi firmare questo contratto di acquisto”. Ma questa è solo la prima delle cose paradossali. La seconda è che questo capoufficio acquisti era lì in una struttura che comperava diritti per mille milioni di dollari all´anno, quindi quei ventuno milioni li pigliava per trenta milioni di acquisti all´anno per diversi anni. Qual è quell´imprenditore che è così folle che può tenere per più anni a capo dell´ufficio acquisti della sua azienda un corrotto che acquista dei diritti per la sua azienda e si fa pagare una cresta a danno dell´azienda? Non c´è imprenditore al mondo che possa fare una cosa del genere. Un signore che conosco aveva saputo che un suo parente faceva la cresta dell´acquisto delle carote e lo ha licenziato».
Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa. In ogni caso, le sue ragioni avrebbe potuto spiegarle ai giudici nel processo. Erano lì. Lui era lì. La cosa si poteva combinare con il comodo di tutti. No, il Cavaliere ostinatamente muto (e assopito) durante le udienze, diventa un incontenibile parolaio fuori del processo, a udienza chiusa. Quel che conta per lui è lo show. Il modello è la fiera. A Berlusconi bisogna dare soltanto il palco e un pubblico adorante. Se il pubblico non lo è, Berlusconi tracolla, ondeggia. Il potere dell´adulazione è incalcolabile e rende cieca anche la persona più intelligente. Abituato alla riverenza e alla corvée servile offerta dai coatti che attendono un premio, un onore, una poltrona, lo scuote anche soltanto un´interruzione. Il suo Io ipertrofico non ammette interlocutori né – naturalmente – una domanda. Porgliela rivela il suo stile (le style c´est l´homme). Le parole che butta come una fontana si fanno viscerali fino all´invettiva e al ringhio. Una domanda (lo portano via di nuovo e di peso) lo fa ancora scappare verso luoghi più protetti: in strada, davanti a un paio di centinaia figuranti. Ora tra gli applausi, può celebrare, in un delirio narcisistico, se stesso, le sue virtù, la sua vita e aizzare i campioni della libertà contro la magistratura «nemica dell´Italia».
L´ultimo atto della giornata sarebbe triste e grottesco se non facesse paura. Quest´uomo, prigioniero delle sue ossessioni, inabile a dire la verità, sempre più chiaramente vuole spingere il Paese in un conflitto fatale soltanto per salvare se stesso.

La Repubblica 12.04.11

La scuola e i 100 mila precari che vengono ancora sfruttati", di Giovanni Bachelet*

Assorbire i precari e non farne più: bel programma, non c’è che dire. Era il programma di Fioroni: un piano di emergenza per sistemare i precari ereditati dalla Moratti (ultimo concorso: Berlinguer, 1999) in vista di un nuovo e più razionale reclutamento per il futuro. Purtroppo il centrosinistra è caduto e la Gelmini, appena arrivata, se l’è rimangiato: ha bloccato sul nascere le 150 mila assunzioni previste in tre anni e la scuola continua anche oggi a sfruttare più di 100 mila precari (parliamo solo dei docenti) non solo per supplenze, ma, soprattutto, per posti vacanti che meriterebbero, per il bene degli alunni, insegnanti stabili.
La Gelmini ha cancellato più di 80 mila insegnanti dall’organico attraverso riduzioni dell’orario scolastico ammantate del nome di riforme. Ma non ha bandito vecchi concorsi, non ha definito nuove classi di concorso né ha varato nuove modalità di reclutamento; la formazione iniziale non è partita e non si sa quando partirà. Nel frattempo, con buona pace del ministro la cui riforma fornirebbe le figure richieste dalle imprese, sono crollate le iscrizioni negli istituti tecnici e professionali a favore dei licei (gli unici rimasti simili a se stessi dopo la sua sagace azione riformatrice).
La sua inerzia ha bloccato l’ingresso ai precari, ma anche ai neolaureati là dove le graduatorie sono esaurite. Tre anni di Gelmini hanno infatti prodotto un paradosso richiamato venerdì da Bersani alla Notte bianca della scuola del Pd: nelle materie tecnico-scientifiche le graduatorie risultano esaurite in molte province, e, senza meccanismi di reclutamento, i dirigenti scolastici sono costretti a chiamare, proprio nelle materie in cui i ragazzi sono deboli nei raffronti internazionali, docenti non abilitati. Non basta. Nel 2009, per lenire la disperazione dei precari a un soffio dall’assunzione, la Gelmini ha triplicato le graduatorie con un provvedimento incostituzionale; oggi i nodi vengono al pettine e i ricorsi potrebbero costare più del piano bloccato nel 2008.
La ministra parla da tre anni di bidelli più numerosi dei carabinieri (ma le scuole sono più delle caserme) e di presidi che chiedono soldi alle famiglie (ma lei non paga i debiti alle scuole) mentre la massa dei precari non diminuisce e ai giovani laureati è negato da 4 anni ogni diritto alla formazione e al reclutamento. Sarebbe ora di proporre e discutere in Parlamento un provvedimento organico di reclutamento per la scuola, per il bene dei ragazzi e delle famiglie.

*Coordinatore del Forum Politiche dell’Istituzione Pd

Il Messaggero 12.04.11

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Bachelet risponde all’intervento della Gelmini di ieri sempre su Il Messaggero che riportiamo di seguito

Assorbire i precari e non farne più
di MARIASTELLA GELMINI

FIN dall’inizio del mio mandato ministeriale mi sono occupata di precariato, in diversi modi e in diverse direzioni. Da una parte, ho affrontato il problema del precariato nella scuola, ereditato dalle precedenti legislature e determinato da scelte politiche irresponsabili. Del resto, non vedo come possano diversamente definirsi quelle politiche che hanno fatto lievitare fino a 240.000 il numero degli insegnanti abilitati ed iscritti nelle graduatorie, a fronte di soli circa 30.000 posti vacanti all’anno.
A questi docenti abilitati, si aggiungano i circa 300.000 insegnanti privi di abilitazione ed iscritti nelle graduatorie d’istituto che hanno svolto occasionalmente e saltuariamente qualche decina di ore di supplenza annuale. Persino quelle azioni legislative adottate per tentare di risolvere la piaga del precariato sono state fatte in modo disarticolato e talvolta contraddittorio. Mi riferisco, in particolare, a quel provvedimento che, mentre trasformava giustamente le graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento, consentiva ancora l’attivazione di quei corsi Siss di abilitazione all’insegnamento senza che i relativi partecipanti potessero poi iscriversi in quelle stesse graduatorie ormai chiuse fino, appunto, al loro esaurimento.
A fronte di questa situazione, non potendo continuare a considerare la scuola un ammortizzatore sociale, la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di evitare l’insorgere di altro precariato attraverso una nuova disciplina della formazione iniziale degli insegnanti che, tra le altre cose positive, programma il numero dei nuovi docenti esclusivamente in base ai fabbisogni reali della scuola. In altre parole, le Università non potranno attivare corsi di laurea per l’insegnamento con una quantità di iscritti superiore ai posti vacanti. Allo stesso tempo, ci siamo preoccupati di adottare i provvedimenti necessari per aiutare gli iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, a cui non è stato rinnovato il contratto dell’anno precedente, a non perdere altre occasioni di impiego nella scuola. A questi docenti sono state assegnate tutte le supplenze temporanee disponibili durante l’anno scolastico e sono stati riservati i progetti speciali finanziati dalle Regioni per ampliare l’offerta formativa e consolidare le competenze di base in italiano o in matematica. Dei suddetti 240.000 insegnanti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento circa 110.000 sono impiegati con supplenze annuali continuative e, in ogni caso, tutti saranno immessi in ruolo nel giro di 7 o 8 anni, in virtù della dinamica dei pensionamenti che determina circa 30.000 posti vacanti all’anno.
Dall’altra parte, mi sono occupata di quelle riforme e di quei provvedimenti che hanno l’obiettivo di contrastare la precarietà nel mondo del lavoro, attraverso una migliore formazione del capitale umano. Mi riferisco alla riforma dell’istruzione tecnica e professionale, all’introduzione degli istituti tecnici superiori e alla riforma dell’Università. I dati del mercato del lavoro registrano un’asimmetria tra i percorsi formativi e i fabbisogni delle imprese. Non è possibile accettare il paradosso di una disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 29% e la mancanza di 130.000 figure tecniche richieste dalle imprese, come dimostrato dalle rilevazioni Excelsior di Unioncamere. Con un gioco di anticipo, la precarietà si può veramente contrastare attraverso una vera integrazione tra scuola e lavoro come prevede il progetto “Italia 2020: piano di azione per l’occupabilità dei giovani”, elaborato con i ministri Sacconi e Meloni. Occorre infatti valorizzare la formazione svolta presso l’azienda e riconoscere pragmaticamente la valenza formativa del lavoro. Per questo motivo diamo centralità al contratto di apprendistato, quale contratto di primo impiego dei giovani, utile anche per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione e per conseguire una qualifica professionale.
Occuparsi di precarietà è fare scelte responsabili e sostenibili. Altrimenti è tutt’altro, forse l’opposto.

"Maturità, il ritorno dei diplomifici boom di privatisti in scuole non statali", di Salvo Intravaia

I dati non definitivi: su 100 candidati agli esami presentati dalle paritarie, 11 saranno “esterni”. L’anno scorso erano poco più di 1 su 100. Guadagni da cinquemila euro a candidato. I diplomifici non mollano. Il numero di privatisti che anche nel 2011 hanno scelto di sostenere gli esami di maturità in una scuola non statale sarà ancora alto. I dati non sono definitivi, ma abbastanza consolidati per descrivere un fenomeno che è risultato negli anni difficile da combattere. Ed è boom rispetto a tre anni fa, quando sulla poltrona più importante di viale Trastevere sedeva Giuseppe Fioroni. Nelle statali, invece, coloro che decidono di presentarsi agli esami di stato del secondo grado senza avere seguito neppure un giorno di lezione è in calo.

A giugno, su 100 candidati alla maturità presentati dalle paritarie, 11 saranno “esterni”: si presenteranno davanti alla commissione con una preparazione “fai da te”. L’anno scorso erano poco più di 10 su 100. Nelle statali, invece, il trend è esattamente opposto: in calo rispetto all’anno scorso e anche al 2008, quando a viale Trastevere subentrò Mariastella Gelmini.

Ed è sempre il Sud a fare la parte del leone. Oltre metà dei quasi 6 mila privatisti che, nonostante le cifre record da sborsare, in una scuola non statale si sentono evidentemente “più protetti” è nelle regioni meridionali. Ma il record, in percentuale, è nell’Italia centrale: più del 16 per cento degli studenti degli istituti non statali è privatista.

Nel 2008, dopo una serie di interventi normativi volti a stroncare il fenomeno, la percentuale degli esterni sul totale dei
candidati alla maturità delle non statali era sceso all’8,7 per cento: appena il meno del doppio rispetto al 5,2 per cento delle statali. In tre anni, dal 2008 al 2011, nelle statali la percentuale è scesa al 4,7 per cento, mentre nelle paritarie è salito all’11,4 per cento: quasi il triplo.

E basta fare due conti per capire che il business c’è: con 100 esterni, che alla scuola non costano nulla in termini di strutture e insegnanti, si può racimolare anche mezzo milione di euro. La recente storia di Palermo, con 150 “maturati” tra il 2000 e il 2004 che, spesso a loro insaputa, si sono ritrovati tra le mani un titolo falso è emblematica.

La Repubblica 11.04.11