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Bersani: «Governo vuole uscire dall'Europa? Ci vogliono portare nell'Unione Africana…»

«Se noi non abbiamo credibilità sufficiente per le cose che facciamo e diciamo in Europa, non avremo mai ascolto». A sottolinearlo, a Napoli, a margine di una manifestazione a sostegno del candidato sindaco del Pd e di Sel Mario Morcone, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, riferendosi alla questione dei profughi a Lampedusa.

«Almeno per una volta Frattini ha ragione – prosegue Bersani – il problema è politico. Se siamo finiti qui è perché apprendisti stregoni della propaganda sono rimasti vittime della loro propaganda e ora ci lasciano dei guai. Questo è il risultato della propaganda del governo… propaganda su propaganda e soluzioni zero. Adesso sento che la destra vuole portarci fuori dall’Ue. Dove vuole portarci, nell’unione africana?».

«Questi problemi si risolvono con più razionalità – conclude – abbiamo avuto in passato 50mila kosovari e abbiamo risposto con razionalità e umanità. E abbiamo ottenuto solidarietà dall’Unione europea».

Poi il leader del Pd è tornato a parlare delle vicende giudiziarie del premier: «Scandalo e vergogna». «Così non si può più andare avanti» dice a Napoli Bersani. «È uno scandalo, una vergogna che anche in queste settimane si sia impegnati in Parlamento, giorno e notte, attorno alle tesi difensive degli avvocati del premier – ha spiegato Bersani – con tutti i problemi che il Paese ha, così non si può andare avanti».

da www.unita.it

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Maroni: «Ha senso stare in Europa? Lasciati soli»

«L’Italia è lasciata sola a fare quello che deve fare e che continuerà a fare. Mi chiedo se davvero abbia un senso continuare in questa posizione, a far parte dell’Unione Europea». Lo ha dichiarato il ministro degli interni, Roberto Maroni, lasciando il consiglio dei ministri Ue a Lussemburgo.

A ruota il titolare della Farnesina Franco Frattini ha rincarato la dose: «Siamo estremamente delusi dal comportamento dell’Europa che non potevamo neanche immaginare. L’Europa resti con il suo egoismo e noi troveremo altre soluzioni»

«È stato un incontro deludente – ha detto Maroni – e la linea passata è quella che l’Italia deve fare da sola. La riunione – ha spiegato Maroni – si è conclusa con un documento, sul quale c’è stata la mia astensione, che non prevede alcuna misura concreta. Noi, quando c’è stato bisogno, abbiamo espresso la nostra solidarietà verso la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo. Ma a noi, in questa situazione di grave emergenza, ci è stato detto ‘cara Italia, sono affari tuoi e devi fare da sola’».

Il consiglio dei ministri sull’immigrazione è stato «deludente» per l’Italia ribadisce il ministro. «Meglio soli che male accompagnati».

Per il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda «Maroni si è chiesto se abbia senso per l’Italia continuare a far parte dell’Unione europea. C’è da chiedersi se questa dichiarazione, non di un semplice deputato ma del ministro dell’interno in carica, sia un ultimo atto della politica antieuropeista della Lega nord in vista delle imminenti elezioni amministrative oppure se Maroni sia stressato per l’eccesso di lavoro degli ultimi tempi».

da www.unita.it

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Immigrati, Napolitano: «Niente ‘dispetti’ alla Ue»

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lampedusa immigrati
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, interviene direttamente sulla crisi immigrati e sul momento delicato che l’Unione Europea sta attraversando. «Il mio animo – dice il presidente della Repubblica – è per un impegno forte dell’Italia in Europa affinché il nostro Paese continui tenacemente a perseguire una visione comune ed elementi di politica comune anche sul tema dell’immigrazione. Tutto questo – conclude Napolitano – senza nemmeno prendere in considerazione posizioni di ritorsione o dispetto o addirittura ipotesi di separazione».

Intanto, altri due barconi carichi di migranti sono approdati la scorsa notte a Lampedusa, con un totale di 180 persone, in maggioranza eritrei e somali in fuga dalla Libia.

In serata erano giunti altri due natanti, uno con 320 e l’altro con 170 persone. È dunque di 680 il totale degli stranieri arrivati nelle ultime ore sull’isola, dove il centro di accoglienza è nuovamente saturo con oltre mille presenti su una capienza di 800 posti circa.

Da oggi dovrebbero cominciare i voli per il rimpatrio dei tunisini direttamente da Lampedusa. Ne sono previsti due al giorno, e su ciascuno viaggeranno trenta persone.

Intanto, il decreto firmato giovedì da Berlusconi non fa scattare «automaticamente» la libera circolazione nell’area Schengen. Lo ha scritto la Commissaria europea Cecilia Malmstrom, in una lettera preparata venerdì scorso ed inviata al Ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Nella lettera si sottolinea anche che, «al momento», «non sussistono le condizioni» per attivare la direttiva 55 del 2001 sulla ‘protezione temporanea’.

La lettera è stata scritta dalla Malmstrom, titolare del portafoglio interni della Commissione europea, in risposta ad una richiesta di chiarimenti da parte del Ministro dell’Interno italiano. La Commissaria svedese afferma che Bruxelles «ha già attivato meccanismi per contribuire ad affrontare» quella che definisce una situazione «effettivamente molto difficile sul piano umano, sul piano economico e su quello del sistema di controllo alle frontiere dell’unione».

Entrando nel merito degli argomenti sollevati da Maroni, che oggi sarà a Lussemburgo per il vertice europeo, la Commissaria sostiene che «il rilascio dei permessi di soggiorno temporaneo a fini umanitari non appare sollevare problemi di compatibilità con la normativa comunitaria». Ma subito dopo aggiunge: «Per quanto riguarda il possibile utilizzo a fini di circolazione nell’area Schengen, noto che il testo dell’art.2 par. 3 del decreto del presidente del consiglio dei ministri che subordina tale libera circolazione al rispetto delle norme e condizioni in vigore, escludendo quindi già di per sè ogni automaticità legata al permesso di soggiorno in questione».

Per quanto riguarda «la tua richiesta di valutare la possibilità di attivare la direttiva 55 sulla protezione temporanea», la Commissaria – che lunedì scorso davanti al Parlamento europeo si era mostrata possibilista pur sottolineando che «non c’era una maggioranza qualificata» disposta ad approvarla in Consiglio – afferma che «al momento non ritengo che esistano le condizioni». «La mia prima valutazione – scrive la Malmstrom – mi porta infatti a nutrire dubbi sulla sussistenza delle condizioni di applicazione di tale direttiva nel caso di specie. In effetti, come spesso è stato indicato da parte italiana, i migranti irregolarmente entrati sul territorio italiano sono nella stragrande maggioranza migranti economici, non richiedenti asilo, quindi suscettibili in tempi brevi di essere rinviati in Tunisia. La direttiva sulla protezione temporanea intende invece tutelare gli sfollati provenienti da paesi terzi che non possono ritornare nel paese d’origine».

Non c’è «nulla di nuovo» nella lettera inviata dal commissario europeo agli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, al ministro dell’Interno Roberto Maroni. Lo rilevano fonti del Viminale. Il fatto che il permesso temporaneo di soggiorno concesso dall’Italia non faccia scattare automaticamente la libera circolazione nell’area Schengen, spiegano al Viminale, «è cosa nota, perchè devono anche essere rispettate una serie di condizioni previste dal Trattato che per noi, in questo caso, sono rispettate». Quanto al fatto che non ci sono le condizioni per attuare la direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea, al Ministero fanno notare che lo stesso Maroni giovedì scorso in Parlamento aveva riconosciuto che diversi Paesi erano contrari.

da www.unita.it

"Il federalismo non entra in classe", di Andrea Gavosto (*)

Che fine ha fatto il federalismo scolastico? Nelle sedi politiche non se ne parla da molti mesi e anche in precedenza lo si era fatto in modo discontinuo e farraginoso. L’opinione pubblica e lo stesso mondo della scuola non sanno a che punto sia la discussione. Addirittura, molti ignorano che esista una discussione sul federalismo nella scuola e che questo sia un capitolo della più ampia partita relativa al trasferimento di fondamentali funzioni legislative e di governo dal centro alla periferia.

Un obbligo che nasce dieci anni fa con il nuovo Titolo V della Costituzione: l’articolo 117 attribuisce la potestà legislativa in materia d’istruzione alle Regioni, con lo Stato che mantiene soltanto la determinazione delle cornici entro le quali deve muoversi la legislazione scolastica regionale nonché quella dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) che in ogni parte del Paese la scuola deve fornire affinché a tutti sia garantito il diritto allo studio e all’apprendimento.

L’occasione per riparlarne poteva essere quella del decreto sulla fiscalità regionale in attuazione della legge Calderoli, approvato qualche giorno fa in commissione bicamerale. Nelle intenzioni il decreto dovrebbe definire, fra l’altro, i fabbisogni e i costi standard sulla cui base lo Stato fornirà a ciascuna Regione le risorse per garantire i Lep dell’istruzione: tanto il buon senso quanto la stessa legge 42/2009 suggerivano di determinare in primo luogo che cosa fossero questi Lep. Ciò che per la scuola – a differenza della sanità – non era stato ancora fatto.

Invece, ancora una volta nulla o poco più. Solo un fugace accenno all’articolo 9, che rimanda a un nuovo decreto sine die la ricognizione dei Lep già esistenti in normativa (ma che di fatto non ci sono), in attesa della quale si rinvia a un’intesa da realizzarsi in sede di conferenza unificata Stato-Regioni (che negli ultimi cinque anni non è mai stata capace di raggiungerla).

Oltre a un clamoroso ritardo di attuazione del dettato costituzionale, è un peccato, perché il federalismo scolastico sarebbe assai utile per affrontare alcuni mali del nostro sistema d’istruzione. In particolare, oltre a razionalizzare la spesa pubblica in modo più “fine” di una politica di tagli generalizzati dal centro, potrebbe servire a ridurre i profondi divari territoriali che oggi permangono nella qualità degli apprendimenti degli studenti. Responsabilizzando le Regioni in un percorso di convergenza verso obiettivi condivisi, la scommessa sarebbe di riuscire là dove il governo centrale della scuola ha finora sempre fallito.

Ovviamente, non si può sottovalutare il rischio che un federalismo mal governato lasci le cose come stanno o addirittura porti al risultato opposto, accentuando i divari fra Nord e Sud, con alcune delle Regioni più ricche che migliorano la qualità, tutto sommato già buona, delle loro scuole e le altre che continuano ad arrancare, perdendo ulteriore terreno.

Proprio per questo nel suo “Rapporto sulla scuola in Italia 2010” la Fondazione Agnelli ha posto tre condizioni di realizzabilità del federalismo scolastico.
La prima è che le Regioni abbiano realmente gli incentivi per riuscire: serve perciò un’effettiva coincidenza di centri di spesa e responsabilità gestionale e politica. Ciò nella scuola è oggettivamente ancora più difficile che nella sanità. Per esempio, poiché il fattore decisivo per la qualità dei risultati sono gli insegnanti e il loro costo rappresenta ovviamente la parte maggiore della spesa pubblica per l’istruzione, l’opzione federalista suggerisce che le Regioni estendano la propria responsabilità di programmazione anche alla gestione del personale scolastico.

La seconda è che, come in altri Paesi, il finanziamento dei Lep della scuola attraverso la perequazione avvenga, soprattutto nei primi e più decisivi anni, secondo un principio di adeguatezza: chi ha più strada da fare, deve ricevere di più. Date le grandi differenze di partenza, garantire nella fase iniziale le stesse risorse a tutte le Regioni non porterebbe ad alcuna attenuazione dei divari.

La terza condizione è che nella discussione sui Lep l’enfasi si sposti dagli input agli output, dagli ingredienti ai risultati. La storia della scuola italiana dimostra che l’equalizzazione delle risorse (numero di ore di insegnamento, metri quadri per studente eccetera), operata per decenni dal Governo centrale, non ha impedito il formarsi di divari territoriali di qualità degli apprendimenti. Se, perciò, si vuole che il federalismo aiuti a colmare le differenze e assicuri a tutti livelli di istruzione adeguati, allora le Regioni – scegliendo gli strumenti che ritengono più appropriati – devono impegnarsi a raggiungere obiettivi quantificabili (in primo luogo, livelli di apprendimento e dispersione scolastica) che lo Stato finanzia e verifica attraverso il sistema nazionale di valutazione, con la possibilità di sanzionare comportamenti inefficienti e inefficaci.

È positivo che nel recente decreto sul fisco regionale sia comparso, grazie agli emendamenti dell’opposizione, un riferimento (la «convergenza agli obiettivi di servizio») che va in questo senso. Si tratta, tuttavia, di un segnale ancora troppo debole per pensare a una svolta, mentre non passa giorno senza che giungano sintomi di una crescente difficoltà di gestire totalmente dal centro le tante criticità della scuola italiana.

(*) direttore della Fondazione Giovanni Agnelli

Il Sole 24 Ore 11.04.11

Istituto Da Vinci, il Pd: “Si fa cassa ai danni della scuola pubblica”

Ghizzoni: “Classi sovraffollate e l’impossibilità per gli studenti di procedere nell’indirizzo prescelto: diretta conseguenza del draconiano taglio agli organici imposto dal ministro”. L’on. Manuela Ghizzoni punta il dito contro i tagli alla scuola pubblica che mettono a rischio l’indirizzo di biotecnologie all’Istituto Leonardo Da Vinci di Carpi. Ecco la sua dichiarazione

«Non può non essere accolta la richiesta proveniente dal consiglio d’istituto del Leonardo Da Vinci di Carpi se si hanno a cuore le esigenze formative dei nostri ragazzi e la crescita sociale ed economica del territorio.

Purtroppo i nodi vengono al pettine: riforme cosiddette “epocali” senza le adeguate risorse non se ne sono mai viste, a meno che l’Esecutivo non sia in grado di fare miracoli, cosa di cui ci permettiamo di dubitare.

Quanto accadrà al Da Vinci di Carpi – classi prime sovraffollate e l’impossibilità per gli studenti di procedere nell’indirizzo prescelto – é un tratto distintivo del destino di molti istituti superiori ed é diretta conseguenza del draconiano taglio agli organici imposto dal ministro Gelmini nella manovra estiva del 2008: 87 mila posti di docente a livello nazionale, da cancellare in tre anni. Di quel piano di tagli – quello sí epocale – resta da attuare la terza tranche, di ben 19400 posti. L’effetto é che sull’organico di diritto del prossimo anno la regione Emilia-Romagna perde 881 docenti, di cui 137 nella provincia di Modena.
Di questi, 70 cattedre sono nelle scuole superiori, a fronte però di un sensibile aumento della popolazione studentesca (382 studenti in più nelle prime classi). Ecco spiegati i motivi del diniego dell’ufficio scolastico provinciale alle richieste di buon senso proveniente dal consiglio dell’Istituto Leonardo, tutte tese al miglioramento della didattica e alle esigenze di apprendimento dei ragazzi: fare cassa ai danni della scuola pubblica e del diritto allo studio dei nostri giovani».

Una famiglia su 4 non riesce più a pagare il mutuo

I dati dell’Osservatorio regionale sul costo del credito (Orcc): a rischio povertà il 47% dei nuclei che hanno sottoscritto un mutuo. A rischio povertà il 47% delle famiglie italiane che hanno sottoscritto un mutuo per l’acquisto di un appartamento e devono sostenere le spese ordinarie per le utenze. Circa una su 4, infatti, non è più in grado di garantire il regolare pagamento della rata mensile concordata con la banca. Se si considerano poi le spese per la gestione (tariffe e bollette per acqua, energia, gas e riscaldamento), quasi il 50% dei nuclei familiari è costretto a versare il 30% del proprio reddito per la casa, anzi, addirittura superiore a questa quota “all’interno di uno scenario per niente tranquillizzante: il grado di indebitamento nel 2011 ha raggiunto gli stessi livelli registrati nel 2007, quando non era ancora scoppiata la crisi economicofinanziaria”.

Lo evidenzia con alcune proiezioni e analisi la seconda edizione dell’Osservatorio regionale sul costo del credito (Orcc), promosso da Caritas italiana e Fondazione culturale responsabilità etica, realizzato in collaborazione con il Centro culturale Francesco Luigi Ferrari. I dati sono stati illustrati stamane presso la sede di Caritas italiana. “Il monitoraggio della situazione attuale di indebitamento e della sua evoluzione nel breve periodo, così come la mappa del rischio in Italia, chiama in causa diversi soggetti con diverse responsabilità: le famiglie con i loro comportamenti di consumo; gli istituti di credito, che devono “accompagnare” i clienti al risparmio; gli enti locali, con le politiche del territorio da improntare al bene comune; lo Stato, chiamato a mettere in campo interventi più equi di sostegno dei redditi”. “Se durante la crisi abbiamo assistito a un abbassamento dei tassi d’interesse, nel 2011 stanno aumentando, per decisione della Banca centrale europea; di contro, c’è un calo di reddito delle famiglie”, ha rilevato Gianpietro Cavazza, presidente Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, osservando: “La crisi non è affatto finita”.

Quale l’identikit di queste famiglie a rischio? “Sono unipersonali o monogenitoriali con uno o più figli; il tasso di scolarità è basso (licenza elementare) e l’adulto è alla ricerca di occupazione”, ha riferito Cavazza, evidenziando che vivono in Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, in regioni dove “l’economia era tendenzialmente in crescita quando era stato acceso il mutuo”. Analoghe caratteristiche relative ai componenti delle famiglie in affitto, che potrebbero accedere a un mutuo, diverse solo per il livello di scolarizzazione (licenza media o diploma superiore) e per la localizzazione: Toscana, Umbria, Marche, Sicilia”.

www.partitodemocratico.it

"Cene di corrente e pugnalate il Pdl sull´orlo dell´abisso Berlusconi: non è il mio funerale", di Francesco Bei

E oggi Miccichè si prende il lusso della rivincita su chi sghignazzava sulla «scialuppa senza futuro» di Forza del Sud: «Le scialuppe si mettono a mare quando la nave sta per affondare». I segnali di crisi si moltiplicano. Basta un niente, una cena segreta di ministri forzisti in hotel romano, come quella di giovedì scorso, per provocare reazioni a catena sempre più forti. Ieri da Arcore, riecheggiando un editoriale molto esplicito di Giuliano Ferrara sul Giornale, Silvio Berlusconi ha mandato a tutti un chiaro segnale di insofferenza: «Basta con queste liti. Io sono ancora qua, a battermi come un leone, e c´è chi pensa già al mio funerale. Ma si illudono». Perché è chiaro che, al di là delle baruffe chiozzotte tra ex forzisti ed ex colonnelli di An, al fondo della questione c´è la grande corsa per posizionarsi nel dopo-Berlusconi. È questo il male oscuro che sta corrodendo il Pdl dall´interno.
I quotidiani d´area hanno già fiutato il problema. «Berlusconi è bollito?», si è chiesto Libero. E Feltri, pur proclamandone l´insostituibilità, ha impietosamente definito ieri il caro leader come «stanco», «provato», «rintronato». Un battitore libero come Giancarlo Lehner, prestato dal Pdl ai responsabili, evoca addirittura «un 25 luglio, fissato a mercoledì prossimo, ad opera, questa volta, di imbecilli organizzati dentro il Popolo della libertà». È vero che proprio per mercoledì, giornata in cui alla Camera è atteso il voto finale sul processo breve, un irrequieto Claudio Scajola ha fissato una cena romana con tutti i suoi seguaci (una quarantina). Ma difficilmente la pugnalata finale arriverà dal politico ligure. Amareggiato per essere tenuto ancora fuori dalla porta, Scajola ieri ha confidato a un amico la sua delusione: «Contro di me si è scatenata la P4». Aggiungendo comunque di non voler «creare problemi a Berlusconi» e smentendo le voci di un suo imminente passaggio al terzo polo.
Il movimento più clamoroso in corso è quello dei ministri di area forzista. Nella saletta dell´hotel Majestic c´erano quasi tutti, su invito di Paolo Romani, da Alfano a Frattini, da Prestigiacomo alla Gelmini, e poi Fazio, Carfagna, Fitto. Da un antipasto contro gli ex An, soprattutto contro La Russa, gli otto sono passati rapidamente al vero scopo della serata, l´attacco studiato a tavolino contro Giulio Tremonti. Raccontano che a spronarli di nascosto sia stato lo stesso Cavaliere, sempre più impaziente di ottenere dal ministro dell´Economia quella riforma fiscale che sembra perduta nei cassetti di via XX Settembre. Berlusconi sente che la benzina del governo è agli sgoccioli, ha bisogno come l´aria di un provvedimento che ridia al Parlamento qualcosa su cui discutere per i prossimi due anni. Al di là delle leggi sulla giustizia. «Alfano – spiega uno dei ministri non invitati alla cena – non muove un passo senza averne prima informato il premier. È ridicolo pensare che abbia partecipato a un´iniziativa di corrente senza prima averne ricevuto l´assenso da Berlusconi». Insomma, il Cavaliere starebbe organizzando i suoi come massa di manovra contro l´unico vero rivale in campo per la successione: Giulio Tremonti. Berlusconi in privato ha promesso che, prima delle amministrative, la legge delega sulla riforma del fisco dovrà arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri. E su questo non transige. L´irritazione dei confronti di Tremonti è cresciuta anche per le recenti nomine nelle aziende pubbliche. «La Lega e il ministro dell´Economia – osserva uno degli uomini del premier – hanno preso tutto, hanno vinto a manbassa. A Berlusconi hanno lasciato la nomina di Maria Grazia Siliquini nel Cda delle Poste». L´ira del premier contro titolare dell´Economia è condivisa da molti dei suoi ministri. «Ormai – si è lamentato Alfano alla cena del Majestic – a me Tremonti nemmeno mi saluta più».
Che non siano stati gli ex An l´oggetto della cena dei ministri forzisti lo spiega con un certa ruvidezza la stessa presunta vittima del complotto, Ignazio La Russa. «Posso solo dirle – confida – che so per certo che non ce l´hanno con noi. Nei manuali di tattica militare si chiama “falso scopo”, è quando vuoi attaccare un obiettivo e fai credere al nemico di puntare qualcos´altro. Sbaglia chi se la prende con noi, anche perché non siamo in gara per il dopo-Berlusconi, che oltretutto ci sarà fra vent´anni. Anzi, dico di più: siamo proprio noi ex An il collante di questo partito». La Russa non ci sta a fare il capro espiatorio delle divisioni altrui. Ma l´era del triumvirato a via dell´Umiltà ormai è alla fine.

La Repubblica 11.04.11

"In Italia il lavoro per i giovani segna il passo", di Francesca Barbieri

Si chiama Zeeland l’isola felice per i giovani. La piccola provincia dei Paesi Bassi, in larga parte al di sotto del mare, ha resistito come un gigante ai venti della crisi. Qui l’occupazione è salva, anche per i giovani, che registrano appena un 4% di senza lavoro e conquistano così il primato assoluto nella classifica della disoccupazione “under 24” delle 315 regioni europee messa a punto dal centro studi Datagiovani, considerando anche il trend rispetto al 2007. In un’Europa senza confini sul podio troviamo anche due Länder tedeschi, Bremen e Tübingen, e poi Ostschweiz (Svizzera), Agder og Rogaland (Norvegia), Oberpfalz (Germania), Drenthe (Olanda), Oberbayern (Germania), Gelderland (Olanda) e Tirolo (Austria).

L’Europa centrale fa quadrato per sostenere le proprie nuove generazioni e ovunque in quest’area il tasso di disoccupazione giovanile ha registrato cali o piccolissimi balzi in avanti nella fase centrale della crisi.
E l’Italia? «La situazione del nostro Paese – risponde Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – è estremamente differenziata da regione a regione, con un Centro-Nord dalla disoccupazione giovanile più bassa, ma che sta subendo maggiormente gli effetti della crisi occupazionale, e un Mezzogiorno storicamente “avaro” di opportunità lavorative, con tassi di disoccupazione giovanile anche doppi rispetto ad alcune regioni del Nord».

Nel ranking europeo, solo quattro regioni italiane si posizionano sopra la metà della classifica. Per incrociare la prima, il Trentino – Alto Adige, bisogna scorrere fino all’ottantesimo posto, media delle province di Bolzano (74° posto) e Trento (86°), considerate separatamente nei dati in esame, poi la Liguria (103°), il Veneto (134°) e la Toscana (153°). «A salvarsi – puntualizza Pasqualotto – sono aree del Paese, come il Trentino Alto Adige o il Veneto, dove i giovani non hanno mai fatto fatica a trovare lavoro, insieme alla Toscana, che ha ammortizzato meglio gli effetti del primo anno di crisi, e la Liguria, in cui la disoccupazione giovanile è addirittura diminuita»

Ma veniamo alle note dolenti. Ben sette regioni italiane si classificano dalla posizione 250 in giù. Si tratta di Marche, Sicilia, Piemonte, Lazio, Campania, Basilicata e Sardegna. Quest’ultima, al posto 309, è nella non invidiabile “bottom ten”, il gruppo delle dieci regioni più in basso nella classifica, che resta comunque di quasi totale appannaggio spagnolo (ben 7 regioni, tra cui la peggiore in assoluto, Canarie).
«I dati – spiega il giuslavorista Michel Martone – confermano la cultura italiana che porta i giovani ad entrare tardi nel mercato del lavoro, ma anche la diffusione del sommerso in alcune aree del paese».

Al Sud, con l’eccezione della Sardegna, i tassi di disoccupazione giovanile, già a livelli drammatici, non hanno subito forti contrazioni a causa della crisi: in Sicilia, ad esempio, la quota di senza lavoro tra gli under 24 sfiora il 41% nel 2010, peggiorato del 2,6% rispetto al 2008. In Piemonte al contrario si registra il maggior trend negativo nel giro di due anni: +14%, dal 12,6% del 2008 al 26,6% del 2010. «È in questo territorio – evidenzia Martone – che si è avvertito di più il blocco delle assunzioni da parte delle imprese colpite dalla recessione».

L’Italia a due velocità in media perde la gara nel confronto europeo, anche se qualche magra soddisfazione arriva dal confronto con le “rivali” francesi e spagnole. Il nostro Paese ha il 24% di regioni “good”, che mostrano contemporaneamente bassi tassi di disoccupazione ed evoluzioni sul 2007 migliori rispetto alla media europea, ed il 33% di regioni “bad”, caratterizzate da elevati tassi di disoccupazione giovanile e variazioni più pesanti di quella media europea. Sono messe peggio le performance francesi, con il 38,5% di regioni con la maglia nera.
Il divario con la Spagna è poi abissale, dato che ben il 95% delle regioni del Paese iberico sono classificate come “bad”.

Non c’è confronto invece con la Germania: qui quasi la totalità delle regioni (97%) sono “good” dal punto di vista della disoccupazione giovanile.

Il Sole 24 Ore 11.04.11