Ho molto apprezzato, ieri, le parole pronunciate all’Assemblea Nazionale del PD da Matteo Renzi e da Marianna Madia, rispettivamente, sulla scuola e sul rinnovamento della Pubblica amministrazione.
Concordo con il segretario quando fa riferimento ai concetti di comunità educante e di patto educativo, che richiamano tutti, ma proprio tutti (e non solo quelli che nella scuola lavorano e studiano), ad una responsabilità collettiva perché il nostro sistema di istruzione sia in grado di rispondere alla missione affidatagli dall’art. 3 della Costituzione (non a caso Calamandrei riteneva la scuola un “organo” dello Stato!). Perché questo accada, però, lo Stato deve fare la propria parte: deve cioè assumere iniziative legislative in grado di garantire, innanzitutto, inclusione e pari opportunità, adeguati livelli di apprendimento e continuità didattica per i ragazzi, dignità al personale della scuola.
Allo stesso modo ho apprezzato le limpide parole della ministra Madia a proposito delle norme inserite nel decreto di venerdì per l’ammodernare la Pubblica amministrazione. Le riporto: “Non è che giovane è meglio di anziano. Ma ci sono delle competenze e ci sono degli obiettivi che noi ci diamo oggi di modernizzazione della Pubblica amministrazione che si fanno solo coinvolgendo determinate generazioni, che ormai da troppo tempo non riescono ad avere opportunità, in particolare nella Pubblica amministrazione. È una scelta etica, è una scelta vera di riformismo perché con loro noi possiamo cambiare ogni giorno la nostra amministrazione…”. Applausi!
E a proposito di “ringiovanimento della pubblica amministrazione”, qualche mese fa scrissi: “Il personale della scuola italiana è il più “maturo” d’Europa, con la percentuale più alta di insegnanti ultracinquantenni e quella più bassa di under trenta. Occorre riflettere sull’invecchiamento di docenti e di personale ATA. Infatti, se è vero che possono contare su un’esperienza professionale ragguardevole, hanno sempre più difficoltà a stare al passo con il dinamismo della comunità scolastica e ad affrontarne le sfide: dall’inclusione dei ragazzi con disabilità a quella degli alunni non italofoni, dall’innovazione didattica alle esigenze dei nativi digitali, dall’apprendimento informale all’insegnamento per competenze.…Un avvicendamento è indispensabile e più urgente rispetto a qualsiasi altro settore del pubblico impiego, per ridurre la distanza anagrafica e generazionale tra docente e discente.”
Ecco perché è indispensabile, ORA, correggere l’“errore” contenuto nella riforma Fornero che ha impigliato 4000 tra docenti e ATA ultrasessantenni nella rete delle nuove norme mentre alla porta restano 4000 giovani in attesa.
Correggere finalmente questo errore e ringiovanire la scuola è – per dirla con le parole di Marianna Madia – “una scelta etica”.
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6^ SESSIONE ore 14.00 – 16.00 IL RISCHIO GENETICO DI CARCINOMA DELLA MAMMELLA
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DELL’ ON. MANUELA GHIZZONI, VICE-PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE CULTURA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
"Il partito della sinistra plurale", di Claudio Sardo
Le feste dell’Unità torneranno a chiamarsi con il loro nome. È una gran bella notizia. Che rende felici noi dell’Unità, e tutti coloro che hanno continuato a credere al futuro di questo giornale, le cui radici nella storia della sinistra italiana sono intrecciate con forti sentimenti popolari e con le culture democratiche. Ma la decisione di Matteo Renzi, ne siamo certi, rallegrerà anche tantissime persone che a quelle feste, in ogni parte d’Italia, hanno dedicato tempo, cuore, passione civile e la loro fatica di volontari. Non è un caso che, nonostante incertezze e divergenze, molti hanno continuato a usare il brand dell’Unità. E il numero delle feste cittadine o di quartiere con questo nome è cresciuto di anno in anno.
Qualcuno sostiene che solo Matteo Renzi, il quale per formazione non proviene dalla sinistra storica, poteva prendersi la libertà di recuperare il marchio Unità e metterlo al servizio dell’impresa di tutti i democratici. Ma poco importa se sia vero o meno. Ciò che vale di più è che Renzi abbia fatto l’annuncio in un’assemblea nazionale così cruciale, la prima dopo lo storico 40,8% delle europee. Quel marchio è prezioso. Lo sappiamo bene noi che lavoriamo a l’Unità e che ci battiamo in queste settimane perché il giornale superi le difficoltà, si riorganizzi e abbia un nuovo inizio. Ma forse ancor più importante del brand è l’idea che il futuro da costruire ha bisogno di valori, di energie positive, di radici popolari, di passione e di cultura. Il futuro va affrontato con coraggio. Chi ha paura, ha già perso. Il nuovo però resta una sfida. Non è una moda da assecondare, un potere da celebrare passivamente. E’ una competizione da affrontare con principi e valori, tenendo sempre vivo quel legame con la storia, che non è rifugio ma riserva di discernimento per l’oggi.
L’Unità non è solo un marchio che vale, e dunque non va sprecato. Certo, è anche questo. Tuttavia è decisivo affermare oggi che la storia non è nostalgia del passato, che il nuovo non è l’azzeramento delle conoscenze o la rinuncia alle scelte, che il pensiero critico resta il dna di una sinistra che si rispetti. L’Unità è un simbolo dinamico, che ha seguito il percorso della sinistra italiana nella democrazia. È vero, l’Unità ha raccontato e rappresentato in primo luogo la storia del popolo comunista, delle sue lotte, dei suoi errori, dei suoi sogni. È anche vero che l’identità del Pd è molto diversa da quella del Pci, che i democratici sono un superamento e non soltanto una fusione di vecchie storie, che proprio la cultura democratica, più ampia e capiente di quella socialista, oggi consente al Pd di essere il primo partito della sinistra in Europa. Tutte cose giuste. Ma perché, in nome di un orizzonte più ampio e di un tempo nuovo, bisognerebbe sacrificare simboli popolari come l’Unità, o come le feste dell’Unità?
Non si tratta di un’ipoteca o di un condizionamento. Al contrario, è una chance per la sinistra plurale, consapevole della straordinaria responsabilità che il voto di maggio le ha assegnato. Una sinistra plurale. Un giornale come l’Unità dotato autonomia e di spirito critico, ma mai settario. Spazi aperti di cultura e di condivisione come le feste dell’Unità. Possono stare molto bene insieme. Il Pd ha bisogno di fermezza, di carica innovativa, ma ha anche bisogno di allargare le sue braccia. La generosità è utile ad affrontare il futuro. E a mantenere gli impegni. Il rigore per contrastare la corruzione, a partire dal rigore più estremo al proprio interno. La costanza necessaria per le riforme della pubblica amministrazione e della giustizia. Il coraggio per tenere insieme più efficaci politiche per la famiglia e riconoscimento delle unioni civili. E speriamo che il Pd – come ha detto il neo presidente Matteo Orfini – trovi anche la forza per scongiurare una frattura interna sulla riforma del Senato (l’intervento di Walter Tocci ieri in assemblea non può essere liquidato con un’alzata di spalle: il confronto nel Pd può migliorare, e irrobustire, le riforme che vanno assolutamente portate a compimento).
Il nuovo comunque non si ferma. E non possiamo guardarlo come una minaccia. Sono giorni in cui ricordiamo Enrico Berlinguer. In una delle ultime interviste sostenne che l’entrata di nuove forze nella storia ha prodotto anche cadute di intere civiltà, ma guai a opporsi ad avvenimenti di tale portata «schierandosi con il vecchio o cercando di mantenere un carattere chiuso. I periodi di grandi trasformazioni possono anche comportare, temporaneamente, abbassamenti del livello culturale, della creatività della creazione artistica, ma insieme mettono in campo nuove energie, nuovi intelletti, nuove forze. Conta in modo decisivo la capacità di orientare e governare questi processi». È questa la sfida: governare il nuovo. Ed è incredibile quanto le riflessioni di Berlinguer somiglino ai passaggi salienti del famoso discorso di Aldo Moro al consiglio nazionale della Dc, dopo le prime manifestazioni del ’68: «Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non mai», disse. La Dc era il perno del sistema e ciò che si muoveva nella società aveva una forte carica anti-sistema. Eppure Moro sostenne che, nonostante i limiti e in alcuni casi la violenza, «nel profondo è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia». La storia non la si affronta opponendo pregiudizi ma affrontando i rischi e cercando di portare la società «ad un livello più alto». Chi vuole cambiare davvero l’Italia deve usare tutte le energie migliori a disposizione.
da l’Unità
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“Tortellini e comizi un brand da tutelare”, di Filippo Ceccarelli
LA RIVOLUZIONE di Renzi è una novità all’indietro. Dopo alcuni anni di indeterminatezza democratica, le feste del Pd tornano a chiamarsi “dell’Unità”. Ma più che a motivazioni politiche, il revival risponde a esigenze di marketing.
QUINDI commerciali e a loro modo sentimentali. Il giovane leader in jeans e camicia bianca l’ha spiegato chiaramente: si tratta di “tutelare un brand” — e sono sempre meno, anche nella platea dell’Ergife, quelli che inorridiscono dinanzi a questo gergo da pubblicitari.
Nel maggio del 2008, d’altra parte, quando si pose il problema di depurare dalla tradizione comunista questi appuntamenti estivi ribattezzandoli all’insegna del nuovo partito, proprio l’Unità ospitò vibranti lettere di protesta, parecchie delle quali mosse dallo stesso intento di Renzi: “Non si butta al vento un marchio conosciuto di idealità, spettacoli e buona cucina”. Lo stesso Sposetti, depositario dell’anima (e dei beni) del Pci sottolineò l’inopportunità di “Cambiare nome a un prodotto di successo come la Nutella”. Né poteva immaginare, Sposetti, che pochi giorni dopo essere stato eletto alla guida del Pd, sempre attentissimo ai segni del consumo, Renzi avrebbe lodato e preso a esempio di comunicazione personalizzata lo spot della Nutella — ma tant’è.“La Grande Festa Nazionale”, come da canzone di Edoardo Bennato (a suo tempo ripresa sarcasticamente da Craxi-Ghino di Tacco), sarà pure un’entità simbolica, ma ha di sicuro rilevanti ricadute economiche. Per cui senza troppa malizia si può ricordare che giusto un anno fa un altro estimatore di Renzi, Flavio Briatore, disse: “Se la organizzassi io, alla festa dell’Unità farebbero più affari di quelli che fanno oggi”.
Può darsi. Ma il dato significativo è che parecchi continuavano a chiamarla così: “dell’Unità”, e si capisce. In “Falce e tortello. Storia politica e sociale della Festa dell’Unità” (Laterza, 2012), la studiosa Anna Tonelli ricorda come alla metà degli anni 70, il periodo d’oro, Alberto Moravia avesse mirabilmente sintetizzato l’evento rituale come la combinazione di tre grandi “idee”: il mercato, i soviet e la festa cattolica.
Dal primo raduno a Mariano Comense (ne accenna da testimone il giovanissimo don Giussani), sui prati partigiani ancora con il mitra a tracolla, fino all’ultima festa del Pd, a Genova, con Renzi non ancora leader e tuttavia accolto sul palco al suono di “We are the champion” dei Queen, la stessa colonna sonora utilizzata in quella stagione dall’”Esercito di Silvio”, le culture politiche hanno fatto a tempo a dissolversi — e un po’ anche a ingaglioffirsi.
Così oggi rischia di suonare definitivamente retorica l’esaltazione dei “volontari”. Di solito s’invocano gli addetti alle salamelle, ma a suo tempo D’Alema polemizzò con Montanelli tirando in ballo le impastatrici di tortellini. “Volontari”, comunque, che lo scorso anno hanno addirittura fatto sciopero. A pensarci bene, nel loro generico gigantismo e nella densa vacuità di spettacoli e offerte culturali, già da tempo le feste avevano dismesso l’originaria vocazione di rappresentare un microcosmo di una ideale società in qualche modo alternativa.
Tale pretesa, invero ai limiti del possibile, si è nel corso degli anni consumata e quindi estinta a beneficio di un intrattenimento sempre più facile, senza aggettivi, e di una gastronomia anche apprezzabile, sino a quando le fatidiche transenne non si sono aperte a sfilate di moda, pubblicità invasiva, vendita di cianfrusaglie, lezioni di Borsa, roulette, corsi per croupier, slot-machine, astrologia, lap-dance e spogliarelli, prima femminili poi anche maschili (vedi lo stripman “Manuel il Vichingo”, già animatore di un corso di seduzione sulla spiaggia di Milano Marittima).
Nei viali di queste città ormai prive di cuore, fra gli stand e i gazebo talvolta assegnati alle più impudiche sponsorizzazioni (Fininvest e Ciarrapico compresi) insieme alle famigliole e ai venditori di coccardine si incrociavano missionari e metallari, antimafia e europeisti, distributori di cocktail alcolici come di succhi biologici, ricordi di Nilde Jotti e session di danza afro-cubana. Un pubblico, oltretutto, convocato da poster di indefinibile, ma sintomatica e ammiccante valenza, ieri Marilyn con il vento che le alza la gonna, quest’anno il giubbotto di Fonzie e il pollice che fa ok, #happidays.
Ecco. Forse è proprio l’inesorabile secolarizzazione che oggi consente a Renzi, leader non ancora 40enne, di rilanciare con il nome di un tempo che egli non quasi ha conosciuto, le feste dell’Unità. E il dubbio, o magari il crudele scherzetto della storia, è che ingolosito dal brand l’acclamato rottamatore, nonché risoluto liquidatore del comunismo all’italiana, si prenda ciò che ne resta per riproporlo in termini di vagheggiamento affettivo, nostalgia in provetta da assaporare nelle sere d’estate senza traumi, conflitti o malinconia. Puro e profittevole vintage, a parziale riprova che il domani sta nel passato e l’estetica si è fatta politica — anche se prima o poi occorrerà trovare anche a lei un altro nome.
da La Repubblica
"La democrazia paga il conto di un mondo senza regole", di Guido Rossi
La diffusa sensazione che la corruzione abbia permeato tutta la vita politica, economica e sociale del nostro Paese, in modi persin più gravi di tutti quelli finora conosciuti, sembra avere due cause evidenti. La prima è che essa sia una conseguenza del declino dell’ordine e delle istituzioni politiche italiane; la seconda è che costituisca un sintomo del regime economico non solo italiano, ma europeo che condiziona dagli anni 80 del secolo scorso le nostre società. In esse, infatti, i mercati rappresentano il valore di riferimento e il denaro la misura di tutte le cose.
Il sistema ideologico alla base delle politiche economiche e di un erroneo concetto di libertà ha fatto sì che se le scuole, gli ospedali e persino le prigioni possano essere privatizzate a scopo di lucro. E se così è, perché non dovrebbe essere, allo stesso scopo, privatizzato anche ogni ufficio pubblico?
Questo sistema ha creato due conseguenze che vanno di pari passo: le ineguaglianze, delle quali ha dato un’impareggiabile recente documentazione il tanto discusso libro di Thomas Piketty “Le capital au XXI siècle” e la corruzione, sia nel settore pubblico sia in quello privato; ambedue con usi del lemma estremamente vasti e variegati.
In un recente lunghissimo saggio sulla London Review of Books dall’inquietante titolo “The italian Disaster” si conclude che l’Italia in Europa non è un caso anomalo, ma piuttosto una sorta di concentrato, dimostrando che la manipolazione da parte dei poteri esecutivi nei confronti dei legislativi e la generale involuzione e crisi delle classi politiche causano un silenzioso deficit di democrazia, alimentato da una quasi assoluta scarsità di mezzi di informazione indipendenti e con un aumento della corruzione.
Il panorama impressionante riguarda tutti i Paesi. L’affresco incomincia con l’indiscusso per 16 anni cancelliere tedesco Helmut Kohl, che ricevette due milioni di marchi tedeschi in fondi neri, rifiutandosi di rivelare il nome dei donatori per timore che emergessero i favori che avevano ricevuto in cambio.
In Francia il Presidente per dodici anni Jacques Chirac fu, alla fine dell’immunità del suo mandato, accusato di abuso d’ufficio, peculato e conflitto di interessi. Ancora in Germania, il governo di Gerhard Schröder garantì un prestito da un milione di euro a Gazprom per creare una pipeline nel Baltico, poche settimane prima che lo stesso cancelliere, terminato il mandato, diventasse consulente di Gazprom a un compenso molto maggiore di quello fino a quel momento ricevuto per governare il Paese. Altri casi potrebbero essere enumerati: in modo particolare quelli che hanno riguardato l’Inghilterra e il primo ministro Tony Blair, con la sua Faith Foundation, nonché gli altri, ben più noti, che coinvolgono la Spagna e la Grecia. La cronaca relativa al nostro Paese, minuziosamente riportata dalla London Review of Books e volutamente ignorata dai mezzi di informazione nostrani, non fa meravigliare delle conclusioni.
È bene allora ancora una volta ribadire che le diseguaglianze dovute all’abnorme concentrazione in poche mani della ricchezza e le varie forme di corruzione sono indissolubilmente legate, costituendo la conseguenza principale e più grave dell’intreccio ormai inevitabile fra politica ed economia. Non è un caso che questo intreccio, nelle ideologie contemporanee, diventi inestricabile, al punto che le stesse istituzioni politiche nelle varie forme di governo – e vorrei sottolinearlo con forza, non parlo qui dei sistemi oligarchici antidemocratici o delle dittature, ma mi riferisco ai vari regimi democratici, pur nelle diverse e complesse sfumature che il mondo moderno presenta – diventino a loro volta causa ed effetto delle diseguaglianze e della corruzione.
Un caso altrettanto tipico sta verificandosi negli Stati Uniti d’America, dove la Costituzione, nata per combattere la corruzione rispetto all’esperienza inglese, voleva «assicurare l’indipendenza del governo federale da chiunque non fosse il solo popolo», secondo le parole famose di James Madison.
La denuncia fatta valere fin dal 2011 da Lawrence Lessig, col suo libro “Republic, Lost: How Money Corrupts Congress — And a Plan to Stop It” porta un giusto inquietante accento su due aspetti che riguardano la corruzione. Il primo concerne la cosiddetta “gift economy”, che non ha alla base dello scambio corruttivo il denaro, ma favori e rapporti, relazioni e informazioni, purtroppo sovente, specialmente nel nostro Paese, non considerati corruzione, ma giusto riconoscimento dell’importanza sociale, economica, politica o istituzionale di chi li riceve. Il secondo è costituito da un conflitto istituzionale che minaccia la democrazia americana, secondo l’opinione del grande filosofo di recente scomparso Ronald Dworkin, e seguita dallo stesso Presidente Obama. Con le decisioni della Corte Suprema Citizen United v. FEC del gennaio 2010 e la recentissima McCutcheon v. FEC del 2 aprile 2014, è stato riconosciuto il diritto costituzionale di finanziare candidati e campagne elettorali senza limiti alle somme di denaro profuse. Di conseguenza, secondo Lessig, il denaro non è un problema nella politica americana, ma è diventato il problema della politica americana e la radice di ogni altro male, che avvelena la fiducia del cittadino nel governo e nella democrazia, divenuta una sorta di sciarada. Emerge così un virus distruttivo delle democrazie, che induce i tre poteri dello Stato a confrontarsi fra loro nel tentativo di combattere senza successo la corruzione pubblica, che anche quando viene individuata rimane senza sanzione, quasi a confermare ulteriormente un aspetto deteriore dell’intreccio politica ed economia. Né i grandi banchieri né i politici corrotti sono di norma puniti con la reclusione, perché entrambi sono, secondo l’espressione americana, “too big to jail” (troppo importanti per la galera).
Questo particolare malessere si ripercuote in un’altra evidente incrinatura dell’istituzione dello Stato, la più importante, cioè quella che più di ogni altra dovrebbe anche combattere le disuguaglianze: la giustizia. Ed è così, che un nuovo modo di disciplina della mondializzazione economica da parte del diritto avviene appunto attraverso la privatizzazione della giustizia. Le sanzioni contro la corruzione internazionale delle grandi multinazionali globalizzate sono comminate con il versamento di cospicue somme di danaro, attraverso accordi con organismi del potere esecutivo e delle agenzie indipendenti (DOJ, SEC), con una giustizia negoziata e privatizzata, secondo la perversa ideologia in voga. È così che la repressione della corruzione delle grandi società viene definita al di fuori delle autorità giurisdizionali, attraverso una collaborazione interna e un’autodichiarazione di colpevolezza da parte delle società che, pur di evitare la giustizia penale, pericolosa sotto ogni aspetto, anche quello reputazionale, preferiscono dichiararsi colpevoli e collaborare utilizzando complessi sistemi di indagini interne, per verificare la sussistenza di attività illegali. Siamo di fronte ad una sorta di ripetizione della classica opera del drammaturgo latino Terenzio “Héautontimorouménos”, cioè secondo un rinomato verso di Baudelaire, dichiarandosi vittima e carnefice di se stessi (“Et la victime et le bourreau”). Tutto ciò va sotto il nome di Accordi di giustizia (“Justice by Deals”). D’altra parte, anche nel sistema italiano, la procedura di patteggiamento evita il processo penale, ma non rende con questo il corrotto meno colpevole. Con le sfumature del caso, la filosofia di base è la stessa.
La corruzione pubblica e la corruzione privata, vittime dell’ideologia della deregolamentazione, hanno invece provocato una serie di leggi in aperta contraddizione col loro principio ideologico, rendendo lecite molte delle svariatissime forme di dipendenza da corruzione pubbliche e private, sicché il paradosso continua ad essere quello che già rivendicava Tacito quando scriveva «corruptissima re publica plurimae leges». La corruzione e le ineguaglianze, che in questo periodo caratterizzano la grande crisi delle democrazie, conservano molti aspetti di apparente legalità difficilmente sanzionabili. È così che non basta qualche raffazzonata norma legislativa per sopperire alla contraddittorietà delle strutture su cui la globalizzazione economica ha trascinato le moderne democrazie. La lotta contro le disuguaglianze e le corruzioni, pubbliche e private, illegali o elusive, deve essere ormai considerata il principale obiettivo per far sopravvivere le società che le corrette idee del passato ci avevano, prima della loro disgregazione, consegnato attraverso la tutela dei diritti dei cittadini.
da Il Sole 24 Ore
«Sarò il garante di tutti. Dobbiamo essere uniti», l'Unità intervista Matteo Orfini
«È vero, mi sono emozionato, credo sia normale di fronte al grande onore di rivestire un ruolo così importante». Il giovane turco Matteo Orfini, neopresidente del Partito democratico, tira finalmente un sospiro di sollievo perché sa bene che la partita non è stata facile con Area riformista che fino all’ultimo ha cercato un nome alternativo. «Dimostrerò con i fatti che saprò essere una figura di garanzia per tutti», assicura mentre continua a ricevere valanghe di congratulazione, compresa quella della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema.
Orfini, come immagina il suo ruolo di presidente?
«Noi abbiamo bisogno, dopo lo straordinario risultato elettorale, di costruire un partito all’altezza delle aspettative che abbiamo creato e per farlo è necessario un partito che sappia essere affianco al governo nella sfida di portare il Paese fuori dalla crisi. Penso ad un Pd in cui un gruppo dirigente nuovo, plurale nelle idee ma che condivide prima di tutto l’amore per il Pd, si metta in gioco accettando la sfida. Mi piacerebbe riuscire a dare una mano affinché tutti si sentano protagonisti in questa sfida di cambiamento, è così che penso al mio ruolo».
Stefano Fassina ha detto che lei non è una figura superpartes. Cosa gli risponde?
«Evidentemente il profilo che ho tenuto in questi anni non è superpartes, ha ragione Stefano, ma credo che sia stato importante il segnale che Renzi ha voluto mandare a tutto il partito proponendo il nome di una persona con cui durante questi anni ci sono stati molti scontri leali e sulle idee. Matteo ed io ce ne siamo dette di tutti i colori ma alla luce del sole come si fa in un partito serio».
Le contestano di non rappresentare la minoranza perché di fatto lei sarebbe un renziano…
«Ho sempre detto quello che penso cercando il confronto. Proprio in un’intervista a l’Unità ho sostenuto che un congresso dura il tempo di un congresso e che non ha più senso ragionare in termini di minoranza e maggioranza nel momento in cui Renzi vince e diventa segretario. In questi mesi ho cercato di avere come stella polare non l’unità della minoranza ma quella del partito, questo mi sembra l’obiettivo. In campagna elettorale i nostri elettori hanno visto un Pd compatto che da Renzi a Cuperlo, a Civati era in campo per vincere. Questo non significa rinunciare alle proprie idee, su molte cose, a partire dalla legge elettorale e il finanziamento ai partiti, io la penso diversamente ma ho cercato la sintesi e ho rispettato le decisioni assunte dalla maggioranza del partito».
E arriviamo al punto. Come si supera la frattura con i 14 senatori autosospesi?
«I senatori che si sono autospesi sono persone che vogliono bene al Pd e penso che quel gesto sia costato loro un grande sacrificio. Chiederò di incontrarli per cercare di uscire da questa difficile situazione e spero che continuino a sentire il Pd come la loro casa, ma dobbiamo cercare di perfezionare una modalità di convivenza tra di noi. È legittimo avere idee diverse sulla riforma costituzionale, ma una volta che c’è stato il confronto e poi si è arrivati ad una posizione maggioritaria è necessario far sì che il legittimo dissenso non blocchi il processo delle riforme».
Dopo i maldipancia di una parte di Area riformista sulla presidenza del partito, il percorso della segreteria unitaria è a rischio?
«Per fortuna di questo non si occupa il presidente… Ma spero davvero che l’impegno nella gestione unitaria vada avanti e mi auguro di riuscire a convincere tutti coloro che legittimamente non mi hanno votato che il ruolo che eserciterò sarà effettivamente di garanzia».
Orfini, è ingeneroso chi nel suo partito critica il “decisionismo” di palazzo Chigi?
«Il giudizio sul lavoro del governo lo hanno dato gli elettori con il loro voto che non lascia dubbi. È passata l’idea che c’è un governo che davvero mette in discussione le rendite di posizione, le oligarchie e i gruppi di potere che hanno frenato questo Paese. Credo che questa sia la direzione da tenere: aggredire i problemi cercando di risolverli avendo come stella polare una società più giusta. Un programma così ambizioso è evidente che passa anche attraverso misure complesse, ma vorrei ricordare che siamo riusciti grazie al confronto in Parlamento a superare la difficile discussione sul decreto Poletti e faremo altrettanto con il disegno delega sul lavoro. La disponibilità da parte del governo a confrontarsi con le Camere è una garanzia in questo senso. Un partito discute e si confronta ma poi deve decidere».
Non è che Renzi vi sta scavalcando a sinistra? Con una direzione di mezz’ora vi ha portato nel Pse e in un minuto ha ripristinato le feste de l’Unità…
«Intanto mi lasci dire che sono stato molto contento delle parole che Renzi ha usato per l’Unità, riconoscendo il ruolo e l’importanza di questo quotidiano per il nostro partito. Colgo l’occasione per dire che seguiamo con grande attenzione quanto sta avvenendo perchè dobbiamo garantire questo presidio importantissimo per l’informazione. Per il resto devo riconoscere che Renzi segretario e premier ha fatto la prima vera redistribuzione della ricchezza con il decreto sugli 80 euro, ha scelto di aderire al Pse ed è perfino arrivato ad auspicare politiche keynesiane. Diciamo che il dibattito interno al Pd ha aiutato tutti ad avvicinare posizioni che sembravano molto distanti fra di loro».
"La sanzione sociale, la vera cura per l'Italia", di Luigi Zingales
Cicero è un sobborgo di Chicago come tanti altri. A renderlo famoso fu Al Capone che vi si trasferì negli anni 20 per liberarsi dalle “interferenze” della polizia della metropoli. Impadronitosi del consiglio comunale, Al Capone elesse il sobborgo a sede delle sue attività criminose. È passato quasi un secolo e la composizione etnica di Cicero è cambiata due volte: da italiano negli anni 50 è diventato un sobborgo di immigrati dall’Europa dell’Est. Negli anni 80 e 90, poi, è stato invaso dai latinoamericani. Una cosa sola non è cambiata: la corruzione. Nel 2002 la presidente del consiglio comunale è stata arrestata per aver intascato 12 milioni in tangenti. Cicero rimane la cittadina più corrotta di uno degli stati americani più corrotti.
La storia di Cicero deve esserci di monito. Per eliminare la corruzione non basta rottamare una classe politica. Non basta neppure cambiarne il Dna. Per eliminare la corruzione è necessario sradicare la cultura che la sostiene.
Nei primi anni 80 l’Italia vinse la sua battaglia contro il terrorismo isolandolo culturalmente, prima ancora che militarmente. Sparuti attentati sono continuati anche nei decenni successivi, ma il fenomeno terrorismo fu vinto quando l’area grigia (né con lo Stato né con le Brigate Rosse) fu eliminata. Quando l’intera sinistra si rese conto che non si trattava di “compagni che sbagliano”, ma di nemici del popolo.
Con questo non voglio dire che leggi migliori (a cominciare da finanziamenti politici più trasparenti) non possano aiutare. Ma invocare leggi nuove e punizioni esemplari non basta. Al Capone fu sbattuto in galera, ma la cultura della corruzione gli sopravvisse. E leggi diverse non sono neppure necessarie. Altri sobborghi di Chicago, come Evanston, Wilmette, e Winnetka, sono governati dalle stesse leggi, eppure non sono vittime della stessa corruzione. È la cultura sottostante a fare la differenza: una cultura che tollera o addirittura sostiene la corruzione a Cicero, una cultura che non ne tollera neppure la parvenza nei sobborghi virtuosi.
Ma chi difende la corruzione in Italia? Purtroppo la risposta è tutti noi. Nella misura in cui non la combattiamo attivamente, la tolleriamo, o peggio la giustifichiamo siamo tutti noi corresponsabili. Quante volte abbiamo accettato e spesso condiviso l’idea che le tangenti sono “necessarie”? Che sono il modo di fare business nel nostro Paese? Che altro non sono che “innocenti” contributi elettorali, frequenti in molti Paesi, inclusi gli Stati Uniti? Quante volte abbiamo sorvolato sul modo in cui un politico si è finanziato? Quante volte abbiamo chiuso un occhio di fronte alla corruzione, quando a corrompere erano persone potenti?
Anche concedendo a tutti il beneficio dell’innocenza fino a prova contraria, i rei confessi non mancano. Quello che manca è il riconoscimento dell’errore commesso e la sanzione sociale. Nel 1993 molti ammisero le tangenti pagate e dissero che queste «erano le regole del gioco negli anni 80», senza mai ammettere l’errore commesso. A leggere i resoconti dell’Expo e del Mose, queste sembrano le regole del gioco anche negli anni Dieci del Ventunesimo secolo. Forse che questo rende le tangenti accettabili? Certo che no.
Fino a ieri molti imprenditori sono stati moralmente conniventi con la cultura della corruzione. Se non la condividevano, almeno la tolleravano. Per questo sono molto importanti le parole pronunciate da Giorgio Squinzi in occasione dell’ultima assemblea di Confindustria. «Fuori i corrotti da Confindustria» ha dichiarato senza giri di parole il presidente. È un segnale forte. Quando il presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, si schierò apertamente contro il “pizzo” i risultati non mancarono, perché non si trattò solo di una dichiarazione ad effetto, ma dell’annuncio di una rivoluzione culturale. Lo Bello lanciò una battaglia contro la cultura del pizzo ed ottenne importanti risultati. Siamo fiduciosi che Squinzi faccia altrettanto con la cultura della corruzione.
Come ci saranno sempre i ladri, così ci saranno sempre i corruttori. Più di due millenni fa Marco Tullio Cicerone, da cui il sobborgo di Chicago ironicamente prende il nome, divenne famoso per le sue orazioni contro Gaio Licinio Verre, un propretore corrotto. Ma grazie a Cicerone, Verre fu costretto all’esilio da Roma (si rifugiò a Marsiglia, non a Cesano Boscone). Se la pena fu lieve, almeno la sanzione sociale fu elevata. Oggi in Italia non c’è nessuna delle due. Secondo un’indagine dell’Espresso, nel nostro Paese i detenuti per corruzione sono solo 11. Non solo, i corruttori confessi mantengono intatto il loro prestigio sociale. Se del primo fatto, possiamo dare la colpa agli altri (leggi e magistrati), del secondo dobbiamo incolpare solo noi stessi.
La sanzione sociale è la più democratica delle pene, perché viene amministrata da ciascuno di noi. Per essere efficace, però, la sanzione sociale deve essere applicata dalla maggioranza della popolazione. Da qui l’importanza di un leader, che coordini lo sforzo. Squinzi ha preso l’iniziativa. Alle parole, però devono seguire i fatti. D’ora innanzi non solo chi corrompe, ma anche chi giustifica la corruzione deve essere espulso da Confindustria. Parola del presidente.
Il Sole 24 Ore 15.06.14
Memoria Vent’anni fa si aprì «l’armadio della vergogna», di Luca Baiada
Siamo in uno strano anniversario. Vent’anni fa, nel 1994, venne aperto un archivio negli uffici centrali della giustizia militare, nel palazzo Cesi a Roma. Conteneva 695 fascicoli sulle stragi nazifasciste in Italia. Crimini atroci, dal 1943 al 1945, per almeno quindicimila morti. Anche donne, anche bambini piccolissimi. «E come potevamo noi cantare, con il piede straniero sopra il cuore», scrisse Quasimodo in Alle fronde dei salici, e va letto accanto ai versi di Yitzhak Katzenelson, nel Canto del popolo ebraico massacrato. Dire l’orrore è impossibile, eppure è necessario.
Il deposito era stato formato per fasi successive, accumulando dal dopoguerra i risultati di indagini britanniche, statunitensi e italiane. Erano ben fatte, alcune pronte per i processi, ma furono archiviate nel 1960, con una decisione firmata dal procuratore generale militare Enrico Santacroce, uguale per tutti.
Tre righe, «non si sono avute notizie utili», su un mezzo foglio. Sant’Anna di Stazzema, Vallucciole, Fucecchio e tanto altro. Con un foglio di carta, tagliandolo a metà archiviarono due fascicoli. Una strage di italiani non meritava un foglio intero.
Era un vano, ma è passato alla storia come «armadio della vergogna», quello con le ante verso il muro. Bene così, i miti servono a ricordare. Certo, una leggenda favorita dal fatto che non abbiamo una foto, né un primo verbale dettagliato, del momento della riapertura. A proposito, in che giorno fu? Mah, il periodo era questo. Davvero uno strano anniversario.
Tra i falegnami dell’armadio mettiamo la guerra fredda, il riarmo della Germania, la mancata epurazione dei fascisti, e altre cause vistose. Ma non basta. Sotto il legno marcio c’è un verminaio. Si intravede il pauroso scollamento fra il popolo e la classe dirigente, si affacciano l’Aspromonte, Caporetto, la monarchia fuggiasca e insomma l’avversione del notabilato italiano per i suoi connazionali.
E si sente odore di carne bruciata: un immenso sacrificio umano consumato per delega ai tedeschi e per mano fascista. Ci sono anche loro, a volte travisati, eppure riconoscibili. In quante stragi, i fascisti hanno fatto le spie e i massacratori. L’armadio li protesse, e forse non solo. Certi osservatori ipotizzano che non fosse inaccessibile proprio a tutti, e che facesse comodo nello scenario postbellico.
Dopo il 1994 l’archivio è stato lentamente rimesso in moto. Sono stati pubblicati libri, articoli battaglieri come quelli di Franco Giustolisi. Negli anni sono state svolte inchieste del parlamento e del consiglio della magistratura militare. Si sono scritte relazioni. Quella parlamentare di maggioranza è un film muto, le altre sono interessanti, ma tutte lasciano domande aperte. E si allungano le ombre della reticenza e di una colossale rimozione.
Il fatto è che l’italianicidio percorre la storia di questo paese. E sono suoi ministranti, dopo la Liberazione, anche i burocrati del silenzio e dei distinguo, al riparo del tempo, dell’indifferenza, dei cavilli. Se la guerra è un infanticidio differito, come scrisse Gaston Bouthoul, l’impunità delle stragi è un parricidio per delega.
L’impunità di chi ha ferito le nostre radici, è uno sradicamento con altri mezzi. E per questo riemerge un’antica lebbra, come un senso di colpa nazionale per l’identità italiana, il Risorgimento, l’Unità e la Resistenza. È un fatto, che solo aprire questi temi suscita in certi interlocutori un fastidio viscerale, che nasconde l’adesione morale alla strage. Provi a parlarne, e forse ti danno ragione con la testa, però di pancia no. Borbottano «è la guerra», fanno smorfie, si stringono nelle spalle, si stropicciano le mani, vogliono cambiare discorso.
Non te lo diranno mai, ma ti guardano come un eretico, perché non condividi il rito, il sacrificio appunto. Dopo le Fosse Ardeatine, nel marzo 1944, l’Osservatore romano chiamò i 335 massacrati «persone sacrificate». E turbare i riti è bestemmia, si sa.
Dopo la guerra, cinquant’anni di ingiustizia sulle stragi. Poi, mentre Tangentopoli, gli omicidi Falcone e Borsellino, le bombe in strada del 1993 sono cose ancora calde, arriva il 1994: il pasoliniano Palazzo accoglie Berlusconi, e l’armadio della vergogna si apre a palazzo Cesi. E i Modena City Ramblers cantano: «Ho visto gladiatori sorridere in diretta, ho venduto il mio didietro ad un amico americano, ma ho un armadio pieno d’oro, di scheletri e di schifezze ».
Adesso sono vent’anni che l’armadio della vergogna è stato riaperto. Forse bisogna dire diversamente. Prima, com’era? si dice socchiuso, o semiaperto? via, accostato? La relazione parlamentare di minoranza ci gira intorno, e cerca di riferirsi «alla genesi del rinvenimento di detti fascicoli, o quantomeno alle cause note che portarono alla loro riesumazione».
C’è ancora parecchio da capire, sulla storia di quell’archivio. Accumulato dopo la guerra e nell’Italia monocolore, serrato all’arrivo del centrosinistra, riaperto con la seconda Repubblica. La sua chiusura ha coinciso col trentennio dello sviluppo e delle conquiste democratiche, la sua riapertura con la fine del secolo breve. Come una discarica, una linea d’ombra e un’arma.
Ebbe una funzione stabilizzante da chiuso, e destabilizzante con la riapertura, sembra. Ma potrebbe essere il contrario. Oppure fu stabilizzante da chiuso e da aperto, con diverse curvature. Sono motivi per approfondire. Invece la commissione parlamentare, insediata nel 2003, ha chiuso i lavori nel 2006 e non c’è mai stata una discussione in aula. Dopo tre elezioni e cinque governi, ancora niente.
Silenzio, inerzia, vergogna sulla vergogna. Nel 2013 c’è stata una petizione dell’Anpi. Due mesi fa un’interpellanza alla Camera, con firme da quasi tutti i gruppi, ha chiesto al governo di muoversi per l’esecuzione in Germania delle sentenze italiane, e per eliminare ogni segretazione sugli atti acquisiti dalla commissione. Cose che si devono alle vittime, cioè a tutti noi.
A vent’anni dal 1994, dopo due decenni di letargo morale berlusconiano, l’Italia sembra distratta. Ma se graffi la superficie, il sangue delle stragi è ancora lì, insieme all’indifferenza. Il traditore ha il tuo stesso volto. Il suo silenzio è complice, la tua lingua gli si corrompe in bocca.
A Varsavia, Katzenelson sente le voci degli ebrei collaborazionisti, e li schiaccia sotto il tacco di un verso in yiddish: «Un mit a shprakh a fremde un fargrayzt in moyl un grob un mies». Oscuro? Un superstite di una strage toscana del 1944 mi ha descritto la soldataglia tedesca e fascista, e sembra un po’ la traduzione: «Che spicinìo, tutto un forestiero lordo mugliare».
L’Unità 15.06.14
