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"Delrio: commissario solo per l'attività sul cantiere", di Fabrizio Forque

«Rafforzare il contrasto del malaffare e dare efficienza alla realizzazione delle opere». Graziano Delrio ribadisce la ratio della norma sul commissariamento delle imprese coinvolte in indagini sulla corruzione.
Sottosegretario Delrio, dopo il Consiglio dei ministri di venerdì abbiamo sentito parole e annunci, magari abbiamo anche sbirciato qualche bozza, ma il dubbio resta: cosa è stato approvato davvero dal Governo?
Due grandi pacchetti di norme. Da una parte le semplificazioni e gli interventi sulla pubblica amministrazione, in modo da permettere al nostro Stato di essere più semplice, più aperto e più leggero; dall’altra un insieme di provvedimenti per aumentare la competitività del sistema, rendendo più facile fare impresa, costruire, investire.
Tante misure, molte utili, altre meno. Ma non c’è il rischio di produrre uno zibaldone in cui si perde il senso generale?
Abbiamo fatto una scelta chiara. Tutte le norme di questo pacchetto sono unite da una filosofia che è quella riassunta dal presidente del Consiglio con la frase: «Un’Italia semplice e coraggiosa».
Ma quello è uno slogan, qui si tratta di far ripartire un Paese dopo sette anni di crisi nera…
È quello che vogliamo fare. E per farlo crediamo innanzitutto che lo Stato debba mettere le imprese in condizione di fare il proprio mestiere. Quindi riduzione della pressione fiscale, sostegno agli investimenti, migliore accesso al finanziamento. Eppoi una pubblica amministrazione più efficiente e più leggera. Fatturazioni elettroniche, modello unico per la comunicazione di inizio attività, silenzio-assenso sono tutti interventi per dire che la pubblica amministrazione si mette al passo con la sfida per favorire l’attività d’impresa e la creazione di posti di lavoro.
Non c’è il rischio che il Quirinale possa avere da obiettare davanti a quelli che stanno prendendo corpo come due decreti omnibus?
La domanda è legittima. La decretazione d’urgenza ha sempre rischi di questo tipo. E il confronto con il Colle in queste ore sarà molto utile. Ma abbiamo voluto dare priorità all’esigenza di rispondere con il massimo dell’impatto possibile e con il massimo dell’urgenza all’allarme che veniva dai cittadini, ai pessimi dati sull’occupazione, alla necessità di presentarci all’Europa con le riforme ben avviate nel momento in cui prendiamo la guida del semestre. Non possiamo perdere tempo. Credo che questo venga prima di tutto.
Veniamo al merito degli interventi. Renzi ha annunciato che attraverso queste misure si aprirà la possibilità di assumere 15mila giovani nella pubblica amministrazione. Non è una previsione ottimistica? Ed è quello di cui abbiamo bisogno?
Crediamo che sia una stima raggiungibile. Introducendo lo stop al trattenimento in servizio per chi è già in età di pensione e incentivando il part-time negli ultimi 5 anni di attività si aprono spazi notevoli. Si potrà tornare a fare un po’ di turn-over, in modo da ringiovanire la Pa, ovviamente senza aggravi di costi.
C’è una certa confusione sulla norma che dà il potere di commissariare le imprese coinvolte in indagini per corruzione. Fino a dove si spinge la norma? Non c’è il rischio di replicare su larga scala casi come l’Ilva?
Abbiamo cercato di costruire un sistema che permetta, nello stesso tempo, di rafforzare il contrasto del malaffare e di dare efficienza alla realizzazione delle opere. Come ha detto Renzi in conferenza stampa cercheremo di limitare al massimo l’intervento, per non penalizzare l’intera attività delle società coinvolte, ma nello stesso tempo permettere che le opere non si blocchino. La continuità dei lavori non deve essere messa in discussione: questo è quello che conta. La norma serve a questo.
Non è facile distinguere l’attività dell’impresa sul cantiere e il resto dell’impresa. Non si rischia un corto circuito con effetti dannosi per tutti?
Lo sappiamo. Infatti in queste ore stiamo mettendo a punto anche le virgole di questa norma, in un confronto aperto a tutti. Per noi però l’interpretazione è chiara, ed è quella data da Renzi, se poi insorgeranno problemi nella sua applicazione potremmo sempre intervenire con una messa a punto.
Fino all’ultimo c’è stato un confronto serrato tra il ministero dello Sviluppo e quello dell’Economia sulla detassazione degli investimenti. Ancora una volta una misura utile rischia di essere inefficace per problemi di copertura.
Ci sarà un credito di imposta significativo, perché tutti coloro che investono devono esser messi in condizione di pagare meno tasse. Eppoi per le Pmi cala il peso della bolletta energetica del 10%. Ci sarà il rafforzamento della detassazione per chi capitalizza. E sottolineerei anche che nel pacchetto incentivi per l’agricoltura è prevista la deduzione Irap sul lavoro a tempo e il taglio dei contributi. C’è una coerenza di obiettivi in tutti i provvedimenti: ridurre il carico fiscale sulle imprese, incentivarle a investire e migliorare l’accesso ai finanziamenti.
In passato non sono mancati maxi-decreti semplificazioni o crescita, tutti con tante misure, tutti in gran parte rimasti sulla carta…
Un problema che io stesso ho sollevato, appena ci siamo insediati, proprio riprendendo le analisi di Rating 24 del Sole 24 Ore. Mi sono impegnato personalmente per sbloccare importanti decreti attuativi. Ma il problema andava affrontato alla radice. Per questo nel decreto sulla Pa abbiamo inserito delle norme per rendere certi i tempi di attuazione e semplificare il meccanismo dei concerti tra i ministeri. E tempi certi dovranno avere anche i Tar per le loro decisioni. Questo anche darà maggiore certezza alle imprese.
A proposito di tempi certi. Quanto ci vorrà per vedere attuato il disegno di legge delega che contiene la vera riforma della pubblica amministrazione?
Contiamo molto nei principi di questa delega perché davvero riorganizzano la macchina dello Stato. Ed è chiaro che non riordini le prefetture per decreto. È presto per dare una scadenza precisa, ma i tempi saranno molto rapidi. Anche perché da quegli interventi dovranno derivare risparmi sui quali contiamo per dare solidità alle nostre manovre e per permetterci ulteriori riduzioni fiscali.
Intanto, però, già si prospetta la possibilità che si renda necessaria una nuova correzione dei conti nel corso dell’anno.
Padoan ci ha garantito che questo rischio non si concretizzerà. Non ce ne sarà bisogno.
Sulle riforme istituzionali tempi ed esiti sono tutt’altro che scontati…
L’obiettivo è chiudere la riforma del Senato in commissione entro luglio, per poter andare in Aula. Certo dipenderà anche dagli atteggiamenti che terranno tutti i gruppi.
A cominciare dal vostro. La fronda dei 14 senatori che non hanno gradito la sostituzione di Mineo la spaventa?
Sono convinto che il Pd, che ha avuto un ampio mandato dai cittadini per far diventare il paese più efficiente e più giusto, non possa sprecare l’occasione di presentarsi a questo appuntamento unito e pronto. Se si fermeranno le riforme non sarà per colpa del Pd.
Ma se si fermeranno tornerà all’ordine del giorno l’ipotesi di elezioni?
Vogliamo governare fino a 2018. La convenienza dei partiti, oggi più che mai, viene dopo la convenienza del Paese. E il Paese ha bisogno di riforme, crescita e lavoro. Siamo qui da soli 100 giorni. Sono convinto che la nostra azione produrrà buoni frutti già nella seconda parte dell’anno. Parlare di elezioni anticipate, perciò, mi pare del tutto fuori luogo.

Il Sole 24 Ore 15.06.14

"Subito un miliardo per le scuole", di Paolo Barone

Il conto alla rovescia è già iniziato: si parte dal primo luglio con la prima parte delle misure dello #sbloccaitalia. E si comincia con la scuola. Venerdì il consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto del presidente del Consiglio che esclude per due anni (2014 e 2015) dal patto di stabilità interno i comuni che hanno in progetto di costruire nuove scuole. Si tratta di un primo blocco di 389 opere immediatamente cantierabili per un valore complessivo di 244 milioni. «Avevamo detto il 15 giugno e così è stato: impegno mantenuto» ha tenuto a rimarcare Renzi venerdì sera.

A conti fatti l’intero piano-scuola prevede ben 21.629 interventi, riguarda più del 50% degli edifici scolastici del Paese coinvolgendo all’incirca 4 milioni di studenti per un investimento complessivo di un miliardo e 94 milioni di euro. A questi si aggiungono poi 300 milioni stanziati dal ministero dell’Ambiente per finanziare a tassi agevolati interventi a favore dell’efficienza energetica delle scuole.

Via l’amianto e le barriere

Oltre ai nuovi edifici il governo ha avviato un progetto denominato #scuolebelle che interessa 17.959 plessi scolastici e comporta altri 450 milioni di investimenti da destinare a lavori di piccola manutenzione, decoro e ripristino funzionale delle classi e dei vari servizi. Infine il progetto #scuolesicure, che prevede la messa in sicurezza degli edifici, interventi di bonifica dall’amianto e la rimozione delle barriere architettoniche, può contare su 400 milioni di euro di investimenti distribuiti su 2921 strutture scolastiche.

Dal Piemonte alla Sicilia

La geografia degli interventi, sintetizzata in due slides pubblicate ieri sul sito del governo (www.governo.it), rende bene l’idea della copertura del territorio nazionale di questo importante piano di interventi. Scorrendo la gradazione dei colori, dal più chiaro al più intenso, si scopre che nella provincia di Torino verranno costruite più di 15 nuove scuole, il massimo previsto nella scala dei valori. Idem a Varese, Como, Bergamo, Treviso e Udine. Il piano «scuolesicure» riguarderà oltre 50 interventi, mentre del pacchetto «scuolebelle» beneficerà tra il 30% ed il 70% dei plessi scolastici torinesi. A Roma si avranno «sino a 5 nuove scuole», tra 20 e 50 interventi sulla sicurezza e interventi sul decoro nella fascia intermedia (30-70% dei plessi). Da Roma in giù una serie di province farà invece il pieno col 100% degli edifici interessati al pacchetto «scuolebelle». Si tratta di Rieti e Frosinone nel Lazio, L’Aquila e Teramo in Abruzzo, Isernia in Molise, Bari, Foggia, Taranto, Brindisi e Lecce in Puglia, Napoli, Caserta e Avellino in Campania, Potenza in Basilicata; e ancora, in Calabria Cosenza, Catanzaro e Reggio, Enna, Agrigento e Caltanissetta in Sicilia, e infine Cagliari in Sardegna.

«La distribuzione geografica è molto equilibrata: non si fa torto a nessuno», assicura il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi, che assieme a palazzo Chigi ha seguito la messa a punto del piano. Il progetto #scuolebelle tende a privilegiare il Sud, posto che farà leva soprattutto sulla presenza di lavoratori socialmente utili a cui saranno affidati lavori di piccola manutenzione. «I 400 milioni per «scuolesicure» sono invece distribuiti uniformemente sul tutto il territorio, mentre le nuove costruzioni, essendo legate allo sblocco del patto di stabilità – spiega ancora Reggi – interesseranno i comuni più virtuosi, che sono prevalentemente collocati al Nord».

Pioggia di miliardi nel 2015

I fondi, sia i 400 milioni che finanziano il decreto del fare, sia i 450 che finanziano il piano-decoro, prosegue Reggi, «sono stati tutti recuperati riprogrammando le risorse del Fondo coesione 2007-2013 che Sicilia, Calabria, Campania e Puglia non sarebbero state in grado di spendere nei tempi previsti». Ma è nel 2015 che il piatto si farà più ricco: la nuova programmazione 2014-2020 metterà in gioco tra 2,5 e 4 miliardi di euro, a cui vanno poi aggiunti i 950 milioni della Banca europea degli investimenti già previsti dal decreto-Carrozza, ma che saranno disponibili solo dal 2015. «Tutte risorse che andranno a finanziare le nuove costruzioni e tutti gli interventi più massicci» conclude Reggi.

La «rivoluzione educativa» evocata ancora ieri da Renzi, insomma, almeno su un fronte importante come quello dell’edilizia scolastica, ha fondi sufficienti per mettersi in moto. Per tutto il resto il premier ha già fatto sapere di aver allo studio un altro pacchetto dei suoi.

La stampa 15.06.14

"Contro Boko Haram gli slogan non bastano", di Tahar Ben Jelloun

La barbarie del movimento criminale nigeriano di Boko Haram è senza limiti. E a fronteggiarla, la tormentata impotenza delle nazioni civili. Il 14 aprile scorso orde di selvaggi hanno invaso il liceo di Chiboc e catturato 276 alunne tra i 13 e i 17 anni d’età, di cui 53 sono riuscite a fuggire. Le altre sono state stuprate e malmenate, in attesa di essere vendute come schiave, per la duplice colpa di essere ragazzine e di frequentare un liceo: due crimini insopportabili per il campione di ogni categoria di barbarie e regresso.
Quest’orrore ci coinvolge tutti. Quando la sete del male si accompagna all’odio e all’ignoranza, si abbatte innanzitutto sui bambini, perché non possono difendersi; e perché nessun genitore immaginava che mandando una figlia al liceo la gettava nelle braccia dell’ignominia, di una sanguinaria brutalità.
Siamo coinvolti, perché per Boko Haram «l’educazione occidentale è un peccato», e le liceali che studiavano, invece di accasarsi, erano contaminate da quest’offesa a Dio. Ma quale Dio?
Il mondo intero ha condannato il sequestro e le torture subite da queste adolescenti. «Rendeteci le nostre ragazze!». Uno slogan gentile, ma ingenuo. Lo si doveva brandire per dar voce alla solidarietà mondiale. Ma davanti alla crudeltà, alla barbarie più abbietta e selvaggia gli slogan rivelano tutta la loro debolezza e inefficacia.
Era ed è necessario aiutare la polizia e l’esercito nigeriano a ritrovare le ragazze rapite, ma servirebbe anche l’intervento di truppe di vari Paesi delle Nazioni Unite per garantire la sicurezza nelle scuole in Nigeria. Non sappiamo cos’abbiano deciso un mese fa i capi di Stato riuniti all’Eliseo con François Hollande; ma intanto il calvario delle sequestrate dura oramai da due lunghi mesi. A che servono le Nazioni Unite e gli Stati democratici, a che servono le scoperte scientifiche, i progressi tecnologici, i più sofisticati mezzi di comunicazione, se non si può far nulla per impedire a una canaglia di impadronirsi di 223 ragazze per stuprarle, bruciarle, martirizzarle e venderle come bestiame che non serve più?
Le denunce, le grida, le manifestazioni sono gesti che Boko Haram non capisce; al limite lo fanno ridere; le nostre proteste lo divertono. Sa che nessuno Stato può sbarrargli la strada, e probabilmente non sarà la Nigeria a farlo. E in ogni modo le ragazze per lui sono uno scudo. Che fare in questo momento, quando possiamo facilmente immaginare le sofferenze delle adolescenti rapite? La nostra compassione non basta, il loro bisogno di consolazione è incommensurabile. Che sta facendo Goodluck Jonathan, il presidente della Nigeria? C’è da chiedersi se sappia (ma sì, lo sa bene) che ogni ora è un inferno, che la sua impronta si incide sui corpi delle ragazze rapite. L’inferno crivella le loro teste, massacra queste sventurate. Anche se a quell’inferno riusciranno a sfuggire, la loro vita è già spezzata, depredata, stritolata.
La lotta contro il terrorismo si fa ogni giorno negli aeroporti, spesso in maniera ridicola; ma non è da lì che passano gli assassini. Hanno i loro circuiti, gli stessi nei quali transita la droga, ove hanno modo di catturare ostaggi occidentali, da scambiare contro ragguardevoli somme di riscatto. Sì, la democrazia è impotente davanti alla mafia, al crimine, alla barbarie.
Eppure sappiamo che nel loro sonno agitato, nei loro sogni bruciati, nella loro ansimante speranza, le 223 liceali guardano verso quest’Occidente, verso la libertà, verso i valori dell’umanesimo e della solidarietà. Che possiamo fare? Sentiamo le loro voci, immaginiamo le loro sofferenze. Chiediamo allora all’Europa, all’America, al mondo umiliato da questi crimini di fare pressioni sui responsabili nigeriani, ma anche sull’Onu, che per una volta potrà prendere un’iniziativa fuori dall’ordinario, facendo tutto ciò che va fatto per riportare le ragazze sequestrate in seno alle loro famiglie. ( Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 15.06.14

Matteo Renzi: "Il 40,8% è un investimento per cambiare l'Italia"

“Bello rivedersi dopo una straordinaria vittoria. Ciascuno avverta l’emozione di questo risultato del 40,8% alle europee, che ci carica di una responsabilità che fa tremare i polsi”. Così il premier Matteo Renzi ha aperto i lavori dell’Assemblea nazionale del PD, dall’Hotel Ergife a Roma. “E’ fondamentale fotografare questo dato, che non è solo il dato del segretario o di un gruppo dirigente, è un risultato che è un’attestazione di speranza. Un dato per molti aspetti sconvolgente, è dal 1958 che nessun partito prendeva tanto. Ma non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza per provare a cambiare il Paese. Gli italiani hanno detto non ce n’è più per nessuno, se fallite, fallite anche voi”.

Risultati Elezioni. “Siamo felici di tutti i comuni vinti – ha detto il premier – ma prendere Casal di Principe, il comune di don Peppe Diana, con una battaglia contro la Camorra è straordinario. Ai ballottaggi il fatto che ci sono state delle sconfitte non può mettere in secondo piano i tanti comuni dove abbiamo raccolto risultati inaspettati. A tutti i sindaci eletti – ha aggiunto – vada l’abbraccio di tutta la comunità del PD, e un augurio di buon lavoro. Un augurio anche ai sindaci di destra e del M5S”, ha aggiunto.

“Su tre temi dovremo giocare la battaglia delle prossime settimane”, ha annunciato il segretario del PD: “l’Europa, la sconvolgente disoccupazione giovanile e una gigantesca campagna per l’educazione che riguardi anche Rai, scuola, università”.

Combattere la disoccupazione. “Il 40,8% è una percentuale che stupisce. Ma ricordiamoci che c’è un’altra percentuale che sconvolge con il 4 davanti e continua a crescere: la disoccupazione giovanile. Sul breve periodo in Italia dobbiamo combatterla e recuperare speranza, entusiasmo, perché c’è tanta domanda di bella Italia nel mondo, c’è tanta voglia di un’Italia che torni a correre e a esprimere speranza”.

Europa. “Vorrei presentarvi il partito d’Europa che ha preso il maggior numero di voti dei cittadini: siete voi”, ha detto Renzi, rivolto alla platea.
“Il nostro modello d’Europa cambia le regole. Se modificheremo l’impostazione dell’Europa sarà una delle più grandi occasioni perse. Il PD va in Europa non per farsi spiegare cosa deve fare, ma per proporre con rispetto delle soluzioni che parlino di più alle imprese e alle famiglie e un po’ meno a chi vive di rendita”.

Commissione europea: “Chi si candida alla guida della Commissione Ue ci chiarisca prima che intende fare sugli investimenti per la crescita e lo sviluppo. Le regole si applicano con un minimo di buon senso, cosa che talvolta in questi anni è mancato. E’ vero che non possiamo mettere diktat, e nessun Paese può farlo, sulla scelta del presidente della Commissione Europea. Non è un dibattito sull’Inghilterra, noi vogliamo mandarla a casa questa sera ai Mondiali, non dall’Europa”, ha aggiunto ironicamente.

Rai. “La discussione sulla Rai va aperta sul serio: i partiti in questi anni sulla Rai hanno pensato di poter avere ruolo e di poter giocare un piccolo potere. La storia della Rai è di grandissima bellezza, ma anche di una presenza forte dei politici. O prendiamo in mano la questione Rai, convinti che si tratti di uno straordinario vettore educativo per le prossime generazioni, con una informazione libera e programmi che arricchiscono l’Italia, o siamo in grado di fare una grande discussione in cui teniamo insieme scuola, cultura e rete o finiamo in pasto al sindacato di turno”.
Per Renzi “se continuiamo a pensare che la Rai ha quel numero di dipendenti, di sedi, quelle realtà economiche così stravaganti, quel potere pervasivo della politica, se pensiamo di continuare così, non andiamo da nessuna parte”.

Avanti con la rottamazione. “La politica non è per sempre. Facevo la battaglia per la rottamazione quando ero minoranza nel PD. La faccio ancora di più ora che sono segretario. Ciascuno di noi deve avere la consapevolezza che non è più il tempo di dire che la politica è per sempre. Stiamo cercando di essere, non solo quelli che vanno di rincorsa, ma di portare un rinnovamento anche negli stili e nei comportamenti, dobbiamo avere il coraggio di dire noi che un’esperienza politica che si fa per tutta la vita, si può mantenere l’impegno civile, non ci si dimette da cittadini”.

Sulla giustizia niente sconti. “Sulla corruzione siamo quelli che non fanno sconti a nessuno, neanche a noi stessi. Noi siamo un partito che quando uno di noi, iscritto o meno, patteggia per una operazione di finanziamento illecito, gli chiediamo di fare passo indietro. Chi patteggia significa che è colpevole, chi è colpevole è giusto che non faccia il sindaco”, ha affermato Renzi alludendo al caso Orsoni. Renzi si è poi rivolto all’assemblea del PD: “Se c’è qualcuno di noi che ha informazioni o notizie di reato, salga i gradini di un palazzo di giustizia e vada a raccontarlo ai magistrati prima che i magistrati vengano a chiederlo a lui. Lo faccia per rispetto agli uomini e alle donne delle feste dell’Unità”.

Il PD partito garantista. “Ci sarà la riforma della giustizia che sta preparando il ministro Orlando. Il PD è quel partito che non ha paura di vincere la sfida del garantismo. Noi siamo garantisti sul serio. A chi ci chiedeva la testa di sottosegretari solo per un avviso di garanzia, abbiamo detto che non è accettabile l’idea che un avviso di garanzia costituisca un elemento per mandare a casa qualcuno. Non è un elemento di condanna”.

Riforme. “Abbiamo un elenco di cose da fare impressionante. La riforma della Pa si collega con la riforma del Terzo Settore, con la riforma della Giustizia, e noi pensiamo che il terzo settore non sia il terzo, ma il primo. Inoltre, dopo la chiusura della legge elettorale, nel mese di settembre, dovremo realizzare un impegno vincolante per la nostra comunità sul quale non possiamo tirare indietro: il Parlamento sarà chiamato a lavorare su una proposta del PD sui diritti civili.
Entro luglio – ha annunciato – dobbiamo avere il coraggio di presentare un provvedimento di legge sulle infrastrutture perché per anni si è basato su regole astruse e su sistemi di controlli che erano sistematicamente elusi. Il nostro intervento sulle infrastrutture sara’ uno degli interventi più forti della storia d’Italia”.

Infine Renzi ha replicato duramente alle parole di Corradino Mineo: “Nessuna espulsione, ma non possiamo permettere a qualcuno di ricattare con la sua presenza la posizione del Pd”. Inoltre, ha tenuto a sottolineare Renzi: “Fate di me ciò volete, ma chi ha usato il termine ‘autistico’ ha offeso migliaia di persone: non è giusto per chi vive una situazione di sofferenza e di bellezza. Toccate pure me ma lasciate stare i ragazzi disabili”.

Il segretario del Pd ha concluso l’intervento annunciando che le feste del partito torneranno a chiamarsi ‘Feste dell’Unità’, perché, ha detto “dobbiamo colorare questa storia di futuro”.

Sisma, deputati Pd “Chiediamo ad Abi e Cdp un segnale chiaro”

I deputati Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni dopo il voto unanime di venerdì alla Camera

“Nell’attesa che anche il Senato si pronunci sulla questione, auspichiamo che Abi e Cdp dichiarino formalmente che, in questi giorni, non solleciteranno i mutuatari al pagamento della prima rata e, anzi, si impegnano a rendere conosciuta la doppia opzione che viene ora introdotta dall’accoglimento del nostro emendamento”: sono i deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni a chiedere ad Abi e Cassa depositi e prestiti un segnale chiaro nei confronti dei mutuatari e degli istituti di credito locali sul tema del pagamento delle rate dei mutui accesi per pagare le tasse nella zona del cratere sismico.

Le modifiche al dl 74 sono state approvate dalla Camera dei deputati all’unanimità, venerdì scorso, ora la discussione sul cosiddetto decreto Modena si sposta al Senato, ma, viste le novità introdotte, sarebbe opportuno che da parte di Abi e Cassa depositi e prestiti arrivasse, fin da subito, un segnale chiaro circa il pagamento della prima rata del mutuo acceso per pagare le tasse nelle zone del cratere sismico. La richiesta arriva dai parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni che, in questi mesi, hanno seguito da vicino l’evolversi di una delle questioni più spinose legate alla ricostruzione. “La Camera dei deputati – spiegano gli on. Baruffi e Ghizzoni – ha dato un segnale chiarissimo approvando il provvedimento e gli emendamenti presentati all’unanimità. Ora ci aspettiamo altrettanto da parte di Abi e Cdp, sia nei confronti di chi ha, a suo tempo, acceso un mutuo per pagare le tasse sia nei confronti delle filiali dei diversi istituti di credito che operano sul nostro territorio”. Com’è noto, grazie a un emendamento Pd, con il dl 74 si introduce il doppio binario per gli imprenditori: possono o aderire alla proposta di Abi e Cdp e quindi optare per un allungamento del piano di ammortamento e cominciare a pagare la prima rata dalla fine di questo mese, oppure possono scegliere la strada della proroga di un anno e pagare la prima rata al 1° luglio 2015. “Nell’attesa che anche il Senato si pronunci sulla questione – concludono Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni – auspichiamo che Abi e Cdp dichiarino formalmente che, in questi giorni, non solleciteranno i mutuatari al pagamento della prima rata e, anzi, si impegnano a rendere conosciuta la doppia opzione che viene ora introdotta dall’accoglimento del nostro emendamento”.

"I Figli divisi in due", di Luigi Cancrini

Il tema su cui il libro di Carla Baroncelli, “Storie sui fili”, pone un’attenzione intelligente e appassionata è il tema della violenza «assistita», della violenza, cioè, subita dal minore (la protagonista della storia) costretta ad assistere, senza poter intervenire, al modo in cui la madre viene picchiata dal suo nuovo compagno. Perfino nel momento in cui, terrorizzata dal sangue che scorre sul viso della madre, la bimba chiede aiuto ai carabinieri, infatti, questi non faranno nulla perché la madre non conferma il suo racconto e perché nessuna legge c’è (e, dunque nes- sun carabiniere) che si occupi, soccorrendola, della bambina terrorizzata che chiede aiuto. Per lei e per sé.
Assurdo? Per il senso comune, sì. Per la legge, tuttavia, no perché la violenza assistita non è considerata reato dalla nostra legge. Avendo conseguenze, in alcuni casi, sulla potestà e venendo considerata, a volte, co- me un’aggravante nei (pochi) processi penali che si celebrano in queste situazioni ma restando un gesto di cui il violento non è considerato «colpevole» quando non c’è danno grave o denuncia da parte di una vittima che, per amore o per paura, spesso (troppo spesso) la denuncia non fa.
Perché? Perché un residuo di cultura (o di incultura) maschilista continua a considerare sostanzialmente lecita la violenza del pater familias? Perché l’unità formale della famiglia è ancora oggi più importante, di fronte alla legge di quella, sostanziale, basata sull’amore e sul rispetto?
Troppo poco si parla e si ragiona, in effetti, di abuso psicologico sui minori, di cui la violenza «assistita» è una delle forme insieme più vistose e più comuni. Abuso di cui, nel caso specifico, sono responsabili insieme, drammaticamente, l’aggressore e la vittima che sembra abitualmente non rendersi conto del male che fa, sopportando, ai figli prima e più che a sé stessa.
Senza rendersi conto, cioè, del modo in cui proprio loro, i figli, rischiano di restare segnati nel profondo da quella che per lei è una scelta ma che per loro è una costrizione. Violenta. Di fronte a cui non c’è scampo possibile se non quello legato all’intervento che viene dall’esterno: quando condizioni si creano, di fronte per esempio allo sviluppo sintomatico del bambino, in cui uno spiraglio si apre, senza carabinieri, per la richiesta d’aiuto dei più piccoli.
Considerata da questo punto di vista, a mio avviso, la violenza assistita (che non è fatta solo di botte ma anche di parole e di silenzi, di tradimenti e di disprezzo dell’uno verso l’altro) costituisce la forma più comune e più grave di abuso psicologico.
Cui naturalmente molte altre se ne collegano a livello soprattutto delle separazioni più conflittuali (o francamente «disperanti» per chi è chiamato a occuparsene) quando lo scontro fra padre e madre coinvolge vere e proprie tribù familiari e in cui il figlio deve imparare, diventando in breve tempo più adulto (e più sofferente) dei suoi genitori a destreggiarsi come può nel tentativo di non ferire né l’uno né l’altro, o in quello, spesso ancora più
pesante, di schierarsi dalla parte di quello che sente il più debole. Il più indifeso o il più ferito.
«Puoi dire a mia madre, per favore, dottore, di non parlare di mio padre quando sono con lei e puoi dire a mio padre, dottore, per favore, di non parlare di lei quando sto con lui? Se non lo fanno io sto bene con tutti e due ma quando lo fanno io sto male e non so come difendermi», mi dice il bambino di sei anni dal divano dello studio in cui si confida con me mentre con tanta fatica e tanto poco successo io sto tentando di aiutare i suoi genitori a controllare l’odio da cui sono animati, quello furioso e scomposto di lei e quello lucido e freddo di lui che a lungo si sono sovrapposti, rinforzandosi l’un l’altro, nella parte di seduta dedicata a loro due. In cui mi era sembrato di capire molto bene, sentendolo sulla mia pelle, l’abuso che i loro litigi facevano quotidiana- mente da anni su quel povero bambino.

Giorno verrà forse, mi dico a volte, mentre la vita mi mette di fronte a questo continuo inseguirsi di situazioni di sofferenza degli adulti che non riescono a capire il male che fanno ai loro bambini agendo in modo così violento, irresponsabile ed infantile, in cui accetteranno finalmente, i professionisti della salute e l’opinione pubblica più vasta che delle loro parole si nutre ancora tanto, l’idea per cui sta proprio nel prodursi di questa forma di abuso psicologico e di violenza assistita di tutti i tipi, l’origine lontana di tutte quelle manifestazioni di sofferenza (dalla depressione all’abuso di sostanze, dai disordini del comportamento alimentare ai disturbi di personalità) su cui così spesso si interviene con i farmaci invece che con lo sforzo di comprendere quello che sta accadendo: proteggendo il bambino dall’abuso che subisce. O ancora, un passo più in là, quanto pagheranno in termini di ripetizione di quegli abusi psicologici i figli di quelli che non vengono protetti oggi.
Faremo un grande passo in avanti verso una umanità migliore, mi dico, quando idee di questo tipo saranno più diffuse e ispireranno più comportamenti.
Contrastare e curare abusi materiali o psi- cologici di cui sono vittime ogni giorno troppi bambini, penso, è la strada maestra per la prevenzione dei disturbi psichiatrici e per la interruzione delle catene intergenerazionali di violenza di cui dovremmo avere una coscienza un po’ più chiara.

da l’Unità

"Giudici, il danno di quel blitz", di Giovanni Pellegrino

Non è facile inserire una qualche riflessione serena nelle polemiche suscitate
dall’approvazione da parte della Camera di una nuova norma sulla responsabilità dei giudici. Voglio comunque provarci. Certamente è inaccettabile il modo con cui la Camera è intervenuta in una materia estremamente delicata, che non solo influisce direttamente sul funzionamen- to del servizio giustizia, ma in qualche modo ha riflessi sul generale equilibrio dei poteri.
Una riforma di tale rilievo necessita indubbiamente di un approccio diverso, chiedendo di essere affidata a proposte consapevoli e meditate, sulle quali una discussione ampia e approfondita si attivi prima nelle commissioni competenti e poi nelle aule parla- mentari.
In ciò ogni forza politica è tenuta a prendere una posizione precisa, assumendosene la responsabilità nei confronti dell’elettorato di riferimento; e in ambito parlamentare chiamando i gruppi ad un dovere di coerenza, che lasci spazi limitati a casi di coscienza e ad opinioni motivate di dissenso.
Non è accettabile che una riforma di tale portata sia affidata ad una imboscata parlamentare e cioè alla presentazione in aula di un emendamento ad una legge, che tratta argomenti diversi, e che viene approvato a voto segreto tra notevoli assenze e numerose distrazioni.
Sul modo con cui si è pervenuti alla riforma le critiche sono quindi pienamente giustificate; e legittimano l’attesa che al Senato si ponga rimedio ad un errore, che attiene però principalmente alla via (tortuosa e un po’ subdola), con cui si è pervenuti alla riforma.
Su tutto questo la vibrata protesta di Anm è indubbiamente condivisibile, anche se sarebbe stato auspicabile che nella protesta non si tornasse ad evocare (per una ennesima volta!) i fantasmi di Gelli e della P2 e si evitasse la mortificante banalità di prospettare una vendetta del palazzo della politica alle nuove inchieste sulla corruzione milanese e veneziana.
Sarebbe invece opportuno che la magistratura associata iniziasse a riflettere sulle ragioni, che spingono una parte così consistente dell’opinione pubblica a ritenere necessaria una riforma della scelta normativa compiuta con la legge Vassalli del 1988.
Sono ragioni che non attengono soltanto al rilievo che quella scelta sostanzialmente sterilizzò la volontà popolare espressa negli esiti del referendum dell’anno prima; ma si appuntano soprattutto sul rilievo che il procedimento sanzionatorio del dolo e della colpa grave del giudice previsto nella norma del 1988 è così macchinoso d’aver reso in oltre un quarto di secolo la norma stessa priva di una effettiva portata sanzio- natrice.
È pur questo ad indurre tanti a domandarsi per quale ragione il magistrato, a differenza di ogni altro pubblico funzionario, non debba essere tenuto a risarcire il danno ingiusto, che abbia causato ad un cittadino per dolo o per colpa grave.
Dinanzi ad un sentimento così diffuso sarebbe auspicabile che fosse la stessa magistratura associata a farsi carico del problema, formulando proposte di riforme, una volta che la necessità di queste non sembra possa essere legittimamente e utilmente negata. È pericoloso infatti sostenere, come pure in non pochi sostengono, che nessuna riforma è possibile, perché le scelte normative del 1988 costituiscono una conseguenza ineludibile dell’indipendenza del giudice garantita dalla Costituzione, che non lascerebbe spazio a soluzioni diverse.
È una china pericolosa, perché conduce necessariamente alla conclusione che da quella indipendenza derivino, in termini di ineludibile necessità, privilegi per gli appartenenti all’ordine giudiziario, che ogni giorno di più appaiono inaccettabili, risultando anche su questo pienamente condivisibili le recenti valutazioni del Capo dello Stato.

da L’Unità