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"I poteri sudditi", di Nadia Urbinati

Dalla giustizia alla costituzione: tutto deve essere a disposizione di chi vuole avere potere supremo. Le regole del gioco le fa il giocatore forte altrimenti la sua forza non può vincere. La legge della natura delle cose contro le norme della giustizia: la forza del più forte contro quella della legge. Una storia che si ripete da secoli ma che ogni volta che riappare sembra nuova, inedita e diversa. Le recentissime esternazioni del presidente del Consiglio sono un florilegio da manuale sul rischioso cammino nel quale una democrazia si immette quando consente a un cittadino che ha acquistato già troppo potere economico e mediatico di coprire incarichi di governo. Il rischio si sta dimostrando fatale, soprattutto perché viviamo nell´era della audience leadership, dove la propaganda viaggia non più attraverso partiti strutturati ma invece il fluido mondo delle immagini e delle opinioni dette e non falsificabili. Antico e moderno si uniscono tuttavia, poiché nonostante la forma mediatica e da gossip con la quale si alimenta il plebiscitarismo di oggi, la sostanza e la tentazione restano le stesse, poiché, dopo tutto, la natura umana è fatta delle stesse passioni, in primo luogo quelle che spingono a ottenere il “massimo” di godimento da ciò che piace: dal potere di comandare masse di sudditi facendo loro bere ciò che è non è nel loro interesse e come se lo fosse, a quello di gestire un commercio largo e capiente di procuratori e procuratrici di piacere. Però, nonostante la natura immoderata del potere, sarebbe sbagliato pensare che il plebiscitarismo si sorregga solo sul potere del leader, che tutto nel bene e nel made sia a lui solo imputabile. Nessun regime si sorreggerebbe più di una manciata di ore senza il sostegno di un gruppo di fedeli e senza consenso. Il plebiscitarismo nasce del resto nella democrazia, che è una forme di governo fondata sul consenso.
Dunque, partiamo da questa ovvietà: nessun governo può sussistere senza consenso. Nemmeno i tiranni possono permettersi il lusso di stare al potere senza fare affidamento su un qualche sostegno da parte dei loro sudditi; diversamente dovrebbero mettere un guardiano a sentinella di ciascun suddito con la conseguenza di trasformare il paese in una caserma. A questo inconveniente i governi totalitari hanno provveduto facendo dei sudditi docili militanti dell´ideologia di governo. Ecco dunque che la differenza tra Paesi governati dispoticamente e Paesi liberi non consiste semplicisticamente nel fatto che questi ultimi sono governati per mezzo dell´opinione mentre i primi per mezzo della forza. Entrambi sono, in forme e con intensità diverse, governati anche grazie al sostegno dell´opinione e del consenso di chi occupa le istituzioni. I governi autocratici cadono quando l´élite di governo si fraziona e rompe il consenso, come avvenne appunto con il Gran consiglio fascista il 25 luglio 1943. I governi liberi, invece, cadono quando il Parlamento toglie la fiducia alla maggioranza che governa. La differenza fra i due tipi di regimi sta nel fatto che in quelli dispotici i sudditi obbediscono a un potere il quale non è certo che sia espressione della loro opinione poiché non godono della libertà di gridare forte il loro dissenso; mentre nel caso dei governi liberi cittadini ed eletti sanno di essere consapevolmente e volontariamente, in forma diretta o indiretta, gli agenti e i sostenitori del governo che hanno. È a questi ultimi che dobbiamo dirigere la nostra attenzione quando parliamo di plebiscitarismo democratico, nel quale dunque la responsabilità del consenso è principalmente imputabile a coloro che sono stati eletti e operano nelle istituzioni.
Il Parlamento ha una responsabilità diretta nelle persistenza del governo democratico. Lo si è visto molto bene con la recente votazione sul caso Ruby o quella sulla fiducia del dicembre scorso. In entrambi i casi, il Parlamento ha dismesso una delle sue due funzioni fondamentali, quella per la quale la sua presenza è segno distintivo della nostra libertà: la funzione di veto. Poiché il rapporto del Parlamento con l´esecutivo non è né di predellino né di copertura. I parlamentari hanno infatti mandato libero e nessuno, nemmeno il capo del loro partito, può costringere la loro volontà decisionale: su questa loro libertà sta la doppia funzione del Parlamento, quella deliberativa ovvero di produrre una maggioranza e quella di veto o limitazione del potere del governo. Il Parlamento non è mai un docile e passivo sostenitore del governo. Quando dismette la sua funzione di veto, esso diventa cassa di risonanza del governo e spalanca le porte al plebiscitarismo che la propaganda mediatica rinforza quotidianamente. Come l´opinione pubblica, il Parlamento diventa un potere docile nelle mani del leader.
Il presidente del Consiglio è consapevole di avere in mano il Parlamento quando riesce a neutralizzarne il potere di veto. Sa anche che due altri poteri di fermo gli sfuggono ancora di mano: la Presidenza della Repubblica e la giustizia. Da questa consapevolezza scaturiscono le sue recentissime esternazioni: cambiare la Costituzione per rendere tutti i contro-poteri docili al suo potere. Di fronte a questo rischio evidente, il Parlamento dovrebbe sentire la responsabilità del suo ruolo poiché è un fatto che nella democrazia elettorale i governi non dovrebbero cadere con la mobilitazione delle piazze, ma nel Parlamento. È possibile rendere il rischio gravissimo che sta di fronte alla nostra già compromessa democrazia costituzionale in questo modo: al Parlamento spetta il compito di riprendersi la sua completa autonomia, che è di rendere possibile una maggioranza e di fungere da veto. Più ancora, di impedire che tutti i poteri di veto e di controllo siano resi docili e addomesticati.

La Repubblica 11.04.11

Bersani accusa: «La moratoria nucleare è un inganno», di Simone Collini

A testa bassa verso le amministrative di maggio, ma senza sottovalutare l`importanza dei referendum di giugno. Pier Luigi Bersani ha avviato in questo fine settimana la campagna elettorale per le prossime chiamate alle urne. Già dalle prime tappe in Lombardia (venerdì) ed Emilia Romagna (sabato), si intuisce che il leader del Pd intende giocare la partita su un doppio binario. Anche quando andrà a sostenere un candidato sindaco (lunedì a Napoli al fianco di Mario Morcone) punterà il dito sul fallimento della destra alla prova del governo. E anche la campagna d`affissione che partirà a breve avrà come slogan comune in tutt`Italia «un voto per la tua città e per il Paese». Ma Bersani intende approfittare di questo tour elettorale anche per tenere alta l`attenzione sui referendum contro il nucleare, la privatizzazione dell`acqua, il legittimo impedimento. La vera sfida al voto di metà giugno, che non solo arriva in giornate già vacanziere ma viene anche dopo le due tornate elettorali di metà maggio e di fine maggio (per i comuni che vanno al ballottaggio), sarà raggiungere il quorum. E c`è in particolare un referendum su cui Bersani teme che il governo stia giocando sporco per rendere più complicato far registrare il 50 per cento più uno degli elettori: quello sul nucleare.

IL BLUFF DELLA MORATORIA. Non a caso ieri, partecipando a Bologna a un convegno sull`economia sostenibile, il leader del Pd ha puntato i riflettori sul rischio di credere alla «moratoria» annunciata dal governo sull`atomo all`indomani della tragedia alla centrale di Fukushima. «Penso che abbiano ancora in testa l`idea di far passare la nottata dell`emozione, e poi provare ancora a fare un allungo». Se nell`opinione pubblica farà breccia l`idea che il governo abbia realmente accantonato le velleità atomiche, l`affluenza alle urne a metà giugno sarà sicuramente bassa. Ma se il quorum non verrà raggiunto, il governo avrà poi mano libera per rilanciare il piano nucleare senza più ostacoli. Ecco perché bisogna mantenere viva l`attenzione sul tema. «È una vergogna aver raccontato che con il nucleare si risparmia», dice Bersani lamentando anche la mancanza da parte del governo di una strategia complessiva sul piano energetico. «Ci hanno raccontato un sacco di balle e adesso fanno questa moratoria. Ma noi abbiamo bisogno di sapere dove vanno le politiche energetiche, perché ora non si capisce più niente». Il Pd, assicura alla platea raccolta nel Palazzo comunale di Piazza Maggiore, «è un partito momentaneamente all`opposizione e sufficiente grande per contenere la sintesi tra economia e ambiente, votato oggettivamente ad essere il grande partito ambientalista dei tempi moderni». Ma Bersani sa anche bene che non è indifferente l`esito di amministrative e referendum se si vuole provare ad accorciare i tempi di permanenza all`opposizione e limitare i danni provocati da questo governo.

L’Unità 10.04.11

"Il paese dei camaleonti", di Gad Lerner

Di fronte a Sarkozy e alla Merkel in camicia verde, i camaleonti della destra italiana reagiscono cambiando colore: si appellano ai principi della Ue che fino a ieri dileggiavano, nelle campagne contro la moneta unica e gli “euroburocrati” di Bruxelles.
Per colmo d´ironia la circolare diramata dal ministro degli Interni francese Guéant, allo scopo di bloccare l´accesso oltralpe dei tunisini dotati di permesso di soggiorno temporaneo in Italia, sembra fotocopiata da certe “ordinanze antisbandati” frutto della creatività di vari sindaci leghisti e dello stesso Maroni. Le ultime a poterne criticare la mancanza di carità sono dunque le sbiadite camicie verdi nostrane, esposte all´insofferenza di una base che avevano illuso con la retorica dei “respingimenti” e l´ignominia del fora di ball.
I tedeschi, invece, come al solito si rivelano ferrati nel conteggio delle cifre: difficile ignorare le decine di milioni di euro già oggi stanziati dalla Ue a sostegno dell´accoglienza dei disperati del mare. Vero è che i fondi comunitari non basteranno se gli sbarchi dal Nordafrica dovessero continuare al ritmo attuale. Ma intanto a Berlino fanno presente che il loro numero complessivo, tuttora inferiore ai trentamila arrivi nei primi tre mesi e mezzo del 2011, non ha le caratteristiche dell´”esodo biblico” o dello “tsunami umano” sbandierato dalle autorità italiane.
È certo per ragioni poco commendevoli di politica interna che Sarkozy e la Merkel indossano la camicia verde, rammentandoci che alla geografia non si comanda e dunque in Europa i meridionali siamo noi. Di fronte alla loro grettezza, una classe dirigente nordista spiazzata dalla perdita dei suoi abituali interlocutori africani, Gheddafi, Mubarak e Ben Ali, misura lo svantaggio dei rapporti di forza. Ben poco le servirà minacciare una rottura dei trattati europei, eventualità sciagurata da cui gli italiani avrebbero solo da perdere. Diverso sarebbe stato se, assumendo come virtuoso il suo destino mediterraneo, l´Italia si fosse protesa nel sostegno alla crescita di società aperte sulla vicina sponda sud del mare. Ma Berlusconi, Bossi e Maroni sono per loro natura impossibilitati a farsi portavoce di una fratellanza euro-africana, da recare in dote a tutta l´Unione.
Basti pensare che Maroni chiede a Bruxelles l´applicazione ai tunisini della direttiva 55 del 2001, per la protezione dei rifugiati in fuga dalle zone di guerra, quando ancora il governo italiano si ostina a non recepire l´altra direttiva europea che chiede un percorso più graduato nel rimpatrio dei migranti irregolari. In altre parole, vorremmo un´Europa compassionevole nei confronti dell´Italia fino al punto di considerare eccessivo per il nostro Paese sobbarcarsi da solo 14.500 permessi di soggiorno temporanei (tanti sono i possibili beneficiari del decreto, sulla base delle presenze registrate dal Viminale); lasciando però che nei confronti dei profughi e dei migranti venga ripristinato il “metodo Gheddafi-Maroni”, con sbrigative pseudo-identificazioni in mezzo al mare e respingimenti immediati.
Nella trattativa con la Commissione europea non ha certo giovato alla credibilità del governo Berlusconi la disinvoltura con cui i suoi ministri diramavano previsioni a casaccio: prima l´annuncio di tre-quattrocentomila profughi in arrivo, poi ridotti a centocinquantamila. Tutte cifre lontanissime dalla realtà. Fermo restando che l´Italia, come del resto gli altri Paesi europei, accoglie ogni anno sul suo territorio un numero di immigrati di gran lunga superiore a quello per cui ora lancia allarmi sconsiderati (l´Istat calcola più di 350 mila nuovi arrivati nel solo 2010). Rispetto agli altri paesi europei accoglie un numero molto più basso di rifugiati politici. E in barba al proclama mendace, “aiutiamoli a casa loro”, resta in assoluto il paese occidentale che destina meno fondi per lo sviluppo dei paesi poveri.
Certo i militanti leghisti chiamati a manifestare sotto il consolato tunisino di Milano con lo striscione Fora di ball si riconoscono più facilmente nel Mario Borghezio che scende a Lampedusa insieme a Marine Le Pen per invocare il rimpatrio forzato dei tunisini, magari con la flotta militare come ieri proponeva a Radio Padania il trevigiano Giancarlo Gentilini; faticano a giustificare il loro Roberto Maroni costretto a decretare permessi temporanei.
C´è da stupirsi se Sarkozy ripaga i leghisti della loro stessa moneta, visto che soffre l´asse xenofobo dei padani con la sua concorrente Le Pen? E l´Europa perché dovrebbe prendere sul serio le richieste di chi tuttora giustifica le truffe sulle quote latte?

La Repubblica 11.04.11

"Cercasi politica disperatamente", di Daniele Marini

I temi per il rilancio dell’economia da troppo tempo latitano nell’agenda politica nazionale. Soprattutto in una fase, lunga, di grande incertezza, le imprese si muovono in una condizione schizofrenica. Da un lato, le economie internazionali e i mercati emergenti viaggiano a velocità crescenti. È sufficiente rinviare alle ultime previsioni dell’Fmi per ricavare un quadro complessivo: agli affermati Bric (Brasile, Russia, India e Cina) si stanno affiancando altri Paesi del Far East asiatico (Vietnam, Cambogia) caratterizzati da performance elevate. Tant’è che la Cina sta delocalizzando in Vietnam. Dall’altro lato, il nostro Paese permane fanalino di coda in un continente europeo segnato da bassa crescita. Certo, abbiamo retto meglio di altri alla bufera internazionale, grazie anche all’azione dell’esecutivo. Ma a quell’azione di difesa sono seguiti solo pochi annunci di interventi per un attacco. Nulla di più. Le imprese sono all’interno di questa morsa: la velocità (di realizzazioni, di crescita) al di fuori dei nostri confini, l’immobilismo e l’incertezza in casa. Se a questo sommiamo una domanda interna che non cresce, l’incertezza che le vicende del Nord Africa generano, l’aumento dei costi delle materie prime, l’incremento dei costi energetici, è facile comprendere come la preoccupazione del sistema produttivo cresca ulteriormente di livello. Che ieri, con l’appello della presidente di Confindustria Marcegaglia, raggiunge una soglia di preoccupazione rilevante, raramente raggiunta in passato.

Le imprese percepiscono una sostanziale solitudine nel processo di trasformazione quotidiana che stanno realizzando a fronte dell’agguerrita concorrenza internazionale. Il peso della burocrazia è sempre il medesimo, il livello di tassazione altrettanto, la semplificazione della normativa e la (vera) riforma della giustizia che dia maggiori garanzie e velocità nell’esecuzione appartengono ancora al libro dei sogni, delle liberalizzazioni dei servizi non si vede traccia, anzi. Prevale così un sentimento di disillusione e disincanto, ma anche di rabbia. Non avvertono che vi sia, soprattutto nel ceto politico, la consapevolezza delle sfide e delle opportunità che si vanno via via nel tempo perdendo.

L’insieme del Paese sembra avvitato su se stesso. Meglio, è la politica italiana a essere entrata in una fase autoreferenziale, al limite dell’autismo. Incapace di prestare ascolto anche ai richiami delle più alte cariche dello Stato, come quelli del Presidente Napolitano. In questa situazione, le stesse associazioni di rappresentanza ne risentono negativamente. A loro volta, schiacciate fra una base di iscritti che manifestano il loro malessere e un interlocutore (la politica) che non è in grado di realizzare interventi efficaci. Di qui, l’appello all’azione e alle responsabilità individuali. Di qui, la necessità di dare un segnale forte di coesione, di individuazione di priorità per rilanciare lo sviluppo del Paese e dare risposta a un sistema produttivo che vuole essere competitivo a livello internazionale. Dopo, però, ritornerà il nodo della politica, di avere interlocutori in grado di realizzare almeno quelle pre-condizioni utili affinché le imprese possano continuare a crescere e a competere. Alla fine, cercasi politica disperatamente.

*Direttore scientifico Fondazione Nord-Est

La Stampa 11.04.11

"E la scuola va in tribunale", di Marina Boscaino

Ricordate le 3i (Internet, Inglese, Impresa), mix di neoliberismo e annunci d’effetto, inizio del declino della scuola? Sostituitele con tante T. T sta per Tribunali, fonte di dispiaceri per il nostro ministro. Gli “incidenti di percorso” dell’”Epocale Riforma” iniziano dagli ATA. Il Tar Lazio, su richiesta di Snals-Confsal, ha messo in discussione l’articolo 64 del D.L. 112/2008, (l. 133/2008 – 135mila posti di lavoro in meno a scuola), che riduce del 17% amministrativi tecnici e ausiliari: la norma risulta “ispirata a mere esigenze di cassa”. Altro che “razionalizzazione e semplificazione”. Un giudice di Genova ha attribuito un ampio risarcimento a 15 precari senza posto di lavoro, dopo che la Consulta aveva dichiarato a febbraio incostituzionale l’inserimento “in coda” nelle graduatorie. E così il Codacons ha promosso la più ampia class action pubblica italiana; docenti della scuola e universitari a contratto rivendicano i propri diritti e hanno diffidato i ministri di Istruzione e Pubblica Amministrazione: sono 40mila precari che chiedono stabilizzazione e 30mila euro ciascuno di risarcimento. Ancora Codacons, ancora class action, stavolta sulle aule-pollaio, zeppe di studenti, in condizioni che violano i limiti di legge: in gennaio il Tar Lazio ha accolto l’istanza contro il MIUR. Il tribunale ordinario di Milano ha poi accertato “la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente”, ordinando “la cessazione della condotta discriminatoria” e condannando “i convenuti, ciascuno per le rispettive competenze, a ripristinare, entro 30 giorni dalla comunicazione della presente ordinanza, per i figli dei ricorrenti il medesimo numero di ore di sostegno fornito loro nell’anno scolastico 2009/2010?. Ancora la Consulta – sentenza 92/2011 – ha stabilito che la disciplina per istituire scuole dell’infanzia spetta alle Regioni e non allo Stato; mentre sono competenza statale i criteri per istituzione e funzionamento di quelle del 1° ciclo. La Corte ha in parte accolto i ricorsi con cui Toscana e Piemonte sollevavano conflitto di attribuzione, lamentando la lesione di funzioni regionali (art.117 della Carta) e il contrasto delle norme impugnate con il principio di leale collaborazione (art.118), per la mancata previsione della necessaria intesa con le Regioni, e con quello di sussidiarietà. Insomma: il diritto si configura come baluardo di civiltà in un Paese in cui non è ancora possibile costruire, con concordi azioni unitarie, opposizione costante ed intransigente ai tagli che il governo camuffa con una sigla buona per ogni stagione: “riforma”. Che i tribunali arrivino là dove la mancata coesione tra forze democratiche non contrasta in maniera adeguata una politica dissennata che ha individuato nella scuola una fonte di profitto, anziché di investimento, è triste ed evidente. Altrettanto evidente è che la scuola delle molte T ci rimanda alla formula della Moratti, riveduta e corretta: I come inadempienza, improvvisazione, inanità. Dilettanti allo sbaraglio, che imperversano aggiungendo una quarta e più grave I: illegittimità.

Il Fatto quotidiano 10.04.11

"I familiari delle vittime contro l´amnistia", di Laura Montanari

“No al Salva-Silvio”. Da Viareggio all´Aquila: mercoledì sit-in davanti alla Camera. La mamma di Emanuela, morta a 21 anni: “Napolitano non firmi quella legge”. Mercoledì andranno davanti al Parlamento, con gli striscioni e le fotografie dei loro morti al collo, per protestare contro la prescrizione breve. Dall´Aquila a Viareggio, dal terremoto al treno carico di gpl che ha incendiato le case in una notte del 2009. Andranno lì con la stessa paura, quella di non arrivare ai colpevoli. «Rivendichiamo il diritto alla giustizia» scrivono ai parlamentari della maggioranza dal Comitato dei famigliari delle vittime della Casa dello Studente e di altre associazioni dell´Aquila.
«Il processo breve uccide di nuovo i morti aquilani – si legge nel documento – il giorno in cui passerà la legge sarà un lutto cittadino, per noi e per quei genitori che dal resto d´Italia avevano mandato i loro figli a studiare all´Aquila e non a morirvi». E a proposito del ddl: «Sarebbe una mannaia sui crolli assassini, un´amnistia generalizzata per gli infortuni mortali avvenuti sul posto di lavoro, per i morti di amianto, di uranio, di frane, di alluvioni, di Viareggio e per molti reati contabili e societari». Interviene per il Pd Donatella Ferranti, capogruppo in Commissione Giustizia della Camera: «Il ministro Alfano ancora non ha spiegato che tipo di impatto avrebbe questo progetto di legge sull´ordinamento. È davvero assurdo che si approvi un testo senza sapere a quali conseguenze si andrà incontro, si corre il rischio serio che per salvare una sola persona si annullino migliaia di processi». Replica il pdl Enrico Costa: «Gli esponenti del Pd mentono sapendo di mentire quando sostengono che l´approvazione del testo sul processo breve determinerebbe l´annullamento di migliaia di processi. Quanti dibattimenti, che non si sarebbero comunque prescritti, si annullerebbero? Zero».
«Mi toglie il sonno pensare di non arrivare nemmeno a un processo» dice Daniela Rombi, che nella strage di Viareggio ha perduto sua figlia Emanuela, 21 anni. Emanuela è la faccia sorridente in primo piano, in un manifesto che questa donna ora si porta al collo ad ogni manifestazione. «Ci saremo anche noi dell´associazione “Il mondo che vorrei” davanti a Montecitorio perché i nostri morti non sono un condono edilizio, sono la croce che ci portiamo addosso tutti i giorni». Tra rabbia e dolore, la voce fa una crepa: «L´ho detto anche al presidente della Repubblica Napolitano: contrasti la prescrizione breve o non avremo mai giustizia, faccia tutto quel che può, glielo chiedo in ginocchio». È quasi una preghiera: «Ho paura che non si arrivi nemmeno a un processo: 32 morti per l´esplosione del Gpl in mezzo alle nostre case, decine di feriti, quei lutti e quella devastazione senza un colpevole perché la maggior parte dei possibili imputati sono incensurati».
Prosegue Daniela Rombi: «Non tacerò, vorrei che il presidente del consiglio Silvio Berlusconi provasse a calarsi per un attimo dalla mia parte: ho passato più di quaranta giorni in ospedale, seduta fuori dal reparto grandi ustionati dove mia figlia lottava per vivere e invece moriva un po´ ora dopo ora, fra mille sofferenze. Io pregavo e speravo, poi ho dovuto arrendermi. Nessuno mi restituirà Emanuela, ma se ha ancora un senso vivere è per trovare i responsabili di quel disastro. Vale per Viareggio come per l´Aquila, vale per il Paese: i processi vanno fatti, certe inchieste sono lunghe e complicate, hanno bisogno di tempo, non si può mettere un timer alla giustizia, né una scadenza alle responsabilità di chi ci ha tolto i nostri figli».

La Repubblica 10.04.11