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"Bufale e storielle: la verità sull’immaginario leghista", di Vittorio Emiliani

Errori, sparate, leggende leghiste. Vent’anni di parole e letture storiche per creare un vocabolario e un immaginario della gente del Nord. Il Carroccio: nel 1176 la Lega Lombarda, fra Legnano e Busto, sconfigge l’imperatore Barbarossa in nome della “libertà dell’Italia” e non di una presunta Padania. Era presieduta, fra l’altro, da papa Alessandro III, che, per dirla tutta, era un Bandinelli (Rolando) di Siena. La Battaglia di Legnano è un melodramma di Giuseppe Verdi, libretto di Salvatore Cammarano, dato in “prima” assoluta a Roma, al Teatro Argentina, il 27 gennaio 1849 cioè alla vigilia della Repubblica Romana, con grande successo, in un delirio di slogan patriottici e di bandiere tricolori.
Va’ pensiero: non è affatto un coro “padano”, ma è il coro degli Ebrei oppressi ed esiliati da Nabucodonosor. Giuseppe Verdi scrive l’opera Nabucco (di cui il coro fa parte) negli anni in cui, da mazziniano fervente, preconizza che l’Italia sarà presto «libera, una e repubblicana». Quindi un coro assolutamente “italiano” e patriottico. Come fu Verdi. Nel giugno 2010 il governatore veneto Luca Zaia lo prescrive nella sua regione al posto dell’Inno nazionale di Mameli-Novaro. E non è grottesco che cantino un coro di ebrei esiliati gli stessi che poi si ritengono discendenti dagli antichi germanici?
Della Repubblica Romana del 1849 sono protagonisti uomini e donne del Nord: i liguri Garibaldi, Mazzini e Mameli, i lombardi Luciano Manara, alla testa di 800 volontari della sua regione, e Cristina Trivulzio di Belgioioso organizzatrice di infermerie e ospedali, il romagnolo Aurelio Saffi e altri. Con Garibaldi combatteranno poi i cinque fratelli Cairoli, pavesi, Nino Bixio, genovese, e il generale Francesco Nullo, bergamasco.
I Celti immaginati come loro avi dai fedeli di Bossi – quelli con gli elmi con le corna che gli stanno attorno – arrivano nella valle del Po un bel po’ dopo i Liguri (forse Iberi o addirittura Libici), dopo i Veneti (provenienti dall’Illiria) e dopo gli Etruschi che lasciano più di tutti un segno profondo di civiltà nella storia fondando città importanti come Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Mantova. Secondo Plinio il Vecchio si spinsero fin nelle valli delle Alpi chiamate Retiche dal nome dei Reti di stirpe estrusca.
Roma ladrona: tanti dei più celebrati intellettuali della Repubblica e dell’Impero Romano provenivano dal Nord padano. Di Como erano i grandi naturalisti Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, da Sirmione veniva il poeta Catullo, da Padova lo storico Tito Livio, dalle paludi di Mantova, dall’attuale Piètole, il poeta ufficiale, col poema “Eneide”, del mito di Roma: Virgilio. Fra i tanti detti di Bossi: «La Roma dei porci ha spogliato il Nord».
Uno dei primi “colpi” della Lega in Parlamento fu quello di ostentare nel maggio 1992 (lo fece Luca Leoni Orsenigo) a Montecitorio un grande cappio a significare che voleva impiccare tutti i ladroni. Allora la Lega era giustizialista, anzi forcaiola. Ora, in omaggio a Berlusconi, tollera di tutto. E nel gennaio 1994 lo stesso Senatur ha dovuto ammettere al processo Enimont di aver incassato una tangente da 200 milioni di lire: condannato a 8 mesi.
A Venezia nel settembre del 1997 il senatore Bossi, vedendo come una provocazione un tricolore esposto dalla signora Lucia Massarotto alla finestra davanti al palco del suo comizio, disse: «Lo metta al cesso per pulirsi il c…» fra un delirio di applausi dei suoi. La signora ha ripetuto il rito del tricolore per dodici anni finché non è stata sfrattata. Il 1997 è un anno di fervide “invenzioni” leghiste. A Venezia (è il 14 settembre) «giurano di opporsi in ogni modo allo Stato italiano». Umberto chiama in causa il papa: «Mi rivolgo a Giovanni Paolo II da patriota padano a patriota polacco». In luglio alcuni leghisti veneti, chiamati i Serenissimi, assaltano e occupano per giorni il campanile di San Marco facendo ridere la stampa mondiale. Sempre in settembre la Lega lancia lo slogan: «Dai un taglio alla scuola italiana». A Dolo (Venezia) il sindaco leghista lancia l’idea di un “acchiappa-clandestini”, Prima di lui il sindaco di Treviso, Gentilini, aveva dichiarato che lui avrebbe sparato agli extra-comunitari come ai leprotti. Sempre nel fecondo 1997 sono apparse le primissime “ronde padane”, per pattugliare di notte strade e piazze “pericolose”. In effetti raccolgono poca gente. Ci riprovano più volte. Nel 2009 le ronde “verdi” si candidano a Milano a sostituire i Blue Berets promossi dal vice-sindaco Di Corato. Il loro capo, Bastoni di cognome e Max di nome, chiede tuttavia «un sia pur piccolo rimborso spese».
Mario Borghezio: merita un capitolo a parte. Il 6 febbraio 1999 accompagnato da alcuni volontari e volontarie con fascia verde sale sull’Intercity Torino-Milano e spruzza spray “disinfettante” contro due passeggere nigeriane suscitando le proteste di altri viaggiatori del convoglio. La squadraccia leghista è costretta a scendere prima che abbia la peggio.
Nel febbraio 2006il ministro in carica Roberto Calderoli ostenta a Porta a porta un a maglietta anti – Islam. Scoppiano per questo seri incidenti in Libia, un assalto al consolato italiano lascia sul campo di battaglia 11 morti. Subito dopo il prode Calderoli si scusa dicendo di aver capito che «la Libia ci vende gas e petrolio a prezzi che mi dicono molto buoni».

L’Unità 10.04.11

"I martiri del mare spariti nella ricerca del sogno europeo", di Domenico Quirico

Nell’entroterra della Tunisia, città intere rimaste senza più giovani, padri che piangono i figli partiti e mai arrivati: “Forse non può chiamare”. A Tataouine non c’è il mare. Solo sabbia e roccia; anche le case hanno un colore bigio dentro a quei muri la luce gioca con chiaroscuri risentiti, il vento dal deserto si ingolfa nelle strade, gonfia le tende e le cose. Le vesti delle donne che qui sono ancora quelle berbere, tradizionali, antiche sembrano grossi fiori seminati dal vento tra le connessure dei sassi. Molti anni fa vi hanno girato alcuni esterni di «Guerre stellari», le sequenze di un pianeta desolato nelle più lontane galassie, una sorta di deserto siderale.

Non c’è il mare, ma tutti ne parlano, conoscono i venti e le maree, le sue furie improvvise e i lunghi giorni di bonaccia: il Mediterraneo, il loro sogno, la loro maledizione. La giovane rivoluzione tunisina con orgoglio affigge nelle strade i volti dei suoi martiri, i giovani che dandosi fuoco e immolandosi davanti alle raffiche degli sgherri di Ben Ali il tiranno, hanno costruito la rivoluzione. Ed è bene, bisogna avere degli eroi.

Un giorno forse affiggerà sui muri anche i volti dei ragazzi che sono partiti in mare, hanno tentato il passaggio in Europa e non sono tornati. Anche loro sono eroi. Costruirà uno di quei sacrari ingenui e strazianti che si vedono nei nostri paesi di costa, con gli umili ex voto di quelli che si sono salvati e le rappresentazioni schizzate alla meglio di come il mare sappia essere crudele e senza scampo. Ci vorrà spazio, per questo. Perché sono molti, troppi: questa gioventù immolata al sogno di una vita migliore, questi emigranti che hanno pagato, invano, una fortuna il loro eroico diritto di partire.

Ci vorrà tempo per ritrovare tutti i nomi, che sono centinaia, forse migliaia. Nessuno finora si è occupato di loro. Come fossero i dispersi di una guerra perduta. Sotto la dittatura partire era un reato, era meglio tacere. E dopo: dopo, nessuno ha interesse a parlarne, a cercare, noi per non turbare la nostra buona coscienza di avari, e loro, i tunisini, perché hanno il pudore orgoglioso di fallire, rispetto agli altri che ce l’hanno fatta. Non c’è nulla di più duro dell’orgoglio dei poveri.

Perché cercarne le fila proprio a Tataouine? Perché, come molte città e villaggi dell’interno della Tunisia sommersi dalla povertà, sono stati svuotati dalla fuga verso l’Europa, sono città senza giovani. E qui le storie di quelli che sono scomparsi nel mare sono tante, troppe. Quante? Impossibile fare statistiche, Bisognerebbe percorrere tutto il Paese, con metodo, inseguire le rotte di barconi partiti, di messaggi che non sono arrivati, di storie improvvisamente interrotte. E poi sono drammi che risalgono per lo più a tre, quattro anni fa; quando ancora si partiva dalla Libia perché qui funzionava la caccia di Ben Ali ai clandestini che erano diventati la sua cambiale, il suo buon affare con l’Europa. L’epoca dei gommoni, degli scafisti libici senza pietà e dei loro soci di Bengarden, città tunisina di traffici lerci e di frontiere porose.

Poi ci sono le storie recenti, quelle già dell’epoca di Lampedusa, dei passaggi pagati mille euro, dei passeur tunisini. Attenti: nulla è cambiato, con quelle barche arrivare nell’isola è un caso fortunato, la regola semmai è il dramma, il naufragio, come quello che questa settimana ha inghiottito la nave degli africani e i suoi 150 disperati. Quante barche, da gennaio, sono scomparse nel Canale di Sicilia nella notte, senza testimoni, senza possibilità di chiedere aiuto?

Il meccanismo è sempre lo stesso: una puleggia che si inceppa, un filo che si schianta, il motore che si ferma e con esso la pompa che aspira l’acqua nella stiva. Un incidente minimo, di cui non sapremo mai nulla. Abbiamo di quegli istanti solo il racconto dei pochi sopravvissuti: i gelidi soffi e i respiri del mare, come di una massa che ti striscia a lato, qualcosa pronto a balzare. E dopo qualche ora la superficie torna vuota come innanzi che il mondo fosse.

Questa Tunisia dei migranti è divorata dalla mancanza di un domani, non la senti subito, è una specie di polvere, vai e vieni senza vederla, la respiri, la mangi, la bevi, ti divora sotto i nostri occhi e non puoi farci nulla. Se restate qualche giorno qui, forse sarete vinti dal contagio, si può vivere molto a lungo con questo in corpo.

Quella di Mohamed è una di queste storie antiche: 2007, agosto. Partiti da Zouara, in Libia, appena oltre la frontiera. In venti su un gommone, tutti amici, tutti nati qui. Il padre e il fratello di Mohamed raccontano con una voce, un accento che il passare degli anni ha reso astratto, sembra uno di quei vetri smerigliati che lasciano passare soltanto una luce diffusa in cui l’occhio non distingue nulla. Non oso dire che sotto tale superficie del tempo il dolore si sia decomposto; si è pietrificato, piuttosto.

«Ci ha chiamati con il telefonino quando era già in mare, era partito di nascosto perché sapeva che ci saremmo opposti, che l’avremmo fermato. Poi ancora una chiamata, esattamente dopo un giorno: “Siamo quasi arrivati, è fatta anche se il motore funziona male…”. Dopo queste parole il contatto è caduto. Poi più nulla. E anche dagli altri che erano con lui solo silenzio. Abbiamo aspettato, aspettiamo ancora». V’era quasi appena un impalpabile rimorso, d’aver inferto al figlio il colpo mortale, accettando il distacco e la lontananza, di non aver intuito nulla. Mi ha messo in mano la sua foto, quasi a forza, non la volevo: «Tienila, quando torni in Italia tu puoi forse fare qualcosa…».

Il padre di Yassin invece non si è rassegnato. Anche suo figlio è partito nel 2007 e voleva andare in Belgio dalla sorella, che vive là ed è sposata. Inghiottito dal silenzio: ma non completamente. Il dolore, dopo tanti anni, è ancora vivo, si dibatte, è come un’acqua torbida in cui è immersa la vita di quest’uomo che per incontrarmi ha indossato il vestito buono. Tira fuori una busta, custodita in fondo a un cassetto con le cose preziose di famiglia: dentro, impallidita dalle innumerevoli volte in cui è stata aperta, dispiegata interrogata per ore, la fotocopia di una foto a colori: su un molo, o forse è il ponte di una nave, controllati da uomini in uniforme, un gruppo di ragazzi. Sono seduti a terra, come si usa con i prigionieri. «Ecco, vedi: il terzo qua dietro… è lui. È Yassin… e questo è il suo amico di infanzia… e l’altro in seconda fila, un altro ragazzo di qua..». E gli mette a fianco una fototessera, grande.

Yassin ha la faccia spavalda di chi ne ha combinate di tutti i colori, un figliol prodigo ma di quelli che, alla fine, tornano sempre a casa, pentiti, innocenti. Stento a trovare somiglianze, il volto sulla foto di gruppo è troppo minuscolo, quasi senza contorni. Mi vergogno di non avere l’amore disperato che aguzza la vista. «Questa foto l’ha mandata mia figlia, è uscita su “Le Figaro” e la didascalia diceva che era un gruppo di clandestini salvati dalla polizia italiana. Le date corrispondono… lui è lì, forse è ancora in prigione da qualche parte, per questo non ha più chiamato…». Dopo quattro anni… Ho la rabbia per questa causa perduta, per questa assurda quadrata certezza che subito gli si rinsalda dentro! Ma taccio, cerco di accogliere umilmente questo dolore, mi sforzo di farlo diventare mio, di amarlo.

Girando per le case degli scomparsi non ho mai parlato con le madri, le sorelle. Certo le ho viste in una stanza, in attesa; sono anche comparse con il cibo e il tè della fastosa ospitalità contadina, che si svena per darti il benvenuto. Ma non ho mai incontrato il loro lato di dolore. Che è tutto maschile: di padri di fratelli di cugini di amici. La scomparsa di Nizar è più recente, una delle ultime partenze prima che gli accordi con Gheddafi fermassero anche la via libica. Il padre racconta, in una casa in Rue de Tadjkistan in cui i suoni, qualsiasi suono sembra già troppo forte; con voce interrotta, rapida, come ci si libera di una confessione umiliante, una voce da confessionale: «Lo so che è passato troppo tempo, che avrebbe già dovuto chiamare e poi in ogni caso gli altri per lui… ma come posso rassegnarmi e tacere?». Già; noi siamo uomini di un mondo che riflette calcola le probabilità. Ma per chi ha accettato una volta per tutte, come questa gente, la presenza del divino in ogni istante della nostra povera vita, che peso possono avere le probabilità? Calcolare a che serve? Contro Dio non si gioca.

Ancora un Mohamed, un altro. Il padre si è rivolto a un avvocato perché facesse ricerche e l’ha ben pagato: «Dopo un giorno mi ha chiamato, mi ha detto: sono stato a Tunisi, ho fatto il giro di tutti gli uffici, per cercare tracce. Adesso sono in Italia, ma non c’è niente neppure qui. Spiacente… In Italia… dopo un giorno…».

La sua voce ha sospensioni, nel racconto, di durata infinita, attimi intollerabili. Che si succedono come all’estremo del dolore fisico, pause strane di ottusità e di atonia. Quando quasi non si crede di aver tanto sofferto un minuto prima. E mi dicevo che non avrebbe resistito. Per ascoltare storie come questa ci vuole una pietà forte e dolce, come quella dei santi, l’infantile paura che si prova per le sofferenze altrui.

La Stampa 10.04.11

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“Il fallimento di Maroni”, di Luigi Manconi

Una sorta di sciovinismo pedemontano nutrito di umori alla Oktoberfest, vorrebbe darsi una ripulita con una gita a Bruxelles. Ma quella tardiva pulsione europeista appare tanto insincera quanto abborracciata: così come il ricorso a quel permesso di protezione temporanea previsto dalla legge italiana, pure utile, si rivela un espediente piccino. E così risulta in particolare agli occhi dei riottosi partner europei. Perché questo è il punto: quel provvedimento avrebbe dovuto far parte di una strategia condivisa, e da tempo elaborata e avviata, e non ridursi a un escamotage, buono (buono?) per levare le castagne dal fuoco all’ultimo momento. Ne consegue che oggi sarebbe quanto mai necessaria l’applicazione della direttiva europea 55/2001 sulla tutela umanitaria internazionale, che prevede un programma di distribuzione dei profughi in tutti i Paesi dell’Unione, come da tempo richiedono Emma Bonino e i Radicali. Quella direttiva dovrebbe essere portata dalla Commissione europea al Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione. Finora colpevolmente non è stato fatto: ma quale credibilità può avere oggi il governo Berlusconi-Maroni nel chiedere che finalmente
quella direttiva sia attivata? Da qui non si scappa.
Dopo tre ani di questo governo, emerge impietosamente una verità: l’esecutivo non ha uno straccio di programma per migranti e profughi. Il Pdl non si è nemmeno curato di elaborarne uno; la Lega si è affidata a due opzioni. La prima («aiutiamoli a casa loro») si è rivelata mera evocazione ideologica, nel momento in cui si certifica che l’Italia è saldamente all’ultimo posto nel fornire aiuti allo sviluppo; la seconda, interamente basata sull’uso della forza, era destinata fatalmente a mostrare la propria impotenza.
Quale idea della politica e quale intelligenza del mondo possono far credere al ceto dirigente leghista, tutto concentrato sul presidio di una “identità inventata” e, allo stesso tempo sulle pratiche di sottogoverno, che un sommovimento planetario come
quello che produce le migrazioni sia controllabile con le motovedette della finanza? E con il reato di clandestinità? E con i Centri di Identificazione ed Espulsione? Perché, al di là delle trivialità xenofobe e delle dozzinali analisi geopolitiche, la Lega rivela il buco nero della totale incapacità del centro destra di elaborare una politica per l’immigrazione. E, infatti, la nuova visita di Silvio Berlusconi a Lampedusa, più che offensiva, appare risibile. Un’altra consunta gag di un vecchio entertainer, che ricorre a un copione frusto mentre il teatro viene colpito dalle bombe. Ma negli attori del grande cabaret tedesco tra le due guerre e persino nelle compagnie del varietà romano e napoletano degli anni ’40 si avvertiva la consapevolezza della tragedia annunciata. Qui, solo futilità e ammuina. Non dico che non funzioni
nell’immediato (è forte in tutti “il bisogno di
consolazione” e di ammuina).Ma dall’entrata in vigore del permesso temporaneo (mercoledì scorso)
a oggi nell’isola sono sbarcati oltre un migliaio di fuggiaschi. Diventa urgente, pertanto, porre mano, da subito, a una seria politica per l’immigrazione che – mentre provvede all’emergenza – programma il futuro. Da un rapporto del ministero del Lavoro si apprende che il nostro sistema economico avrà bisogno di 100mila lavoratori stranieri all’anno, oltre
quelli già regolarmente residenti, per il prossimo quindicennio. Dunque, è concreta, concretissima, la possibilità di fare incontrare offerta e domanda di lavoro, in particolare in una società, come quella italiana, in via di progressivo invecchiamento. Certo, qui dovrebbe soccorrere la politica. Mentre il Fora di ball di Umberto Bossi, più che trucido, risulta
pateticamente autolesionistico.

L’Unità 10.04.11

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«Clandestini invasori» Quando le stesse parole
diventano razzismo, di Igiaba Scego

Il linguaggio usato dai media per raccontare l’esodo dei
migranti trasuda di stereotipi. La prospettiva della narrazione è sempre dalla parte del paese d’arrivo. Mai di partenza

Emergenza, orda, valanga, invasione, assalto, paura. Queste alcune delle parole usate nei media questi giorni per descriverem la situazione nell’isola siciliana di Lampedusa. Tutta la vicenda è stata raccontata sempre da una sola prospettiva quella del paese di arrivo.
Ho notato infatti che nella narrazione è sempre assente la voce dei migrantio dei media non ufficiali. Il discorso mediatico è sempre diretto da un “Noi” che racconta un “Loro”. Il “Loro” è considerato dal “Noi” un problema da eliminare ad ogni costo. Conosciamo questo “Loro” attraverso immagini sempre uguali a se
stesse: li vediamo sui barconi, in fila sotto lo sguardo vigile diun poliziotto con la mascherina (mascherina
che ci rimanda a possibili malattie) o mentre manifestano per un tozzo di pane e un po’ di acqua. Siamo abituati ormai ai primi piani stretti che deformano questi volti stanchi e frustrati. I migranti sono equiparati nei servizi Tv ad animali: puzzano, ringhiano, si agitano. I giovani tunisini si trasformano davanti a nostri occhi in non persone. Non hanno un nome, una età o un sentimento. Questa disumanizzazione che parte dalle immagini culmina nell’uso della parola “clandestino”.
Questa parola disumanizza, non ci fa tener conto delle mille storie individuali, della situazione di partenza da cui il migrante arriva. Cancella tutto e ci fa venire il dubbio che questo qualcuno che arriva forse è un delinquente. Il clandestino è un non essere, non ha emozioni, non ha voce, non pensa e in definitiva anche se respira non vive. È diverso dal “Noi” e deve essere relegato dove non può fare danni. La figura del clandestino ricorda molto da vicino la categoria degli atavici di Lombrosiana memoria, ossia quelle persone che il determinismo scientifico (e razzista) del XIX secolo considerava assassini nati. I media inoltre hanno creato ad arte la distinzione tra migranti buoni e migranti cattivi, da una parte queste non persone, i clandestini e dall’altra i poveri cristi dei rifugiati che scappano dalle guerre. Purtroppo molta sinistra è caduta nella trappola di questa cattiva pratica ideata dal centrodestra e quasi tutti, in buona fede, hanno cominciato a dividere i buoni dai cattivi, i clandestini dai rifugiati. Certi i somali, gli eritrei, gli etiopi sono profughi, provengono da un Corno D’Africa infiammato dai conflitti e hanno davvero bisogno di aiuto. Ma anche i tunisini hanno davvero bisogno d’aiuto. Dobbiamo ricordare che il Nord Africa sta vivendo un momento molto delicato della sua storia e che le dittature che hanno esasperato queste popolazioni sono state appoggiate (e rimpinguate) dall’Occidente intero. Non è un caso che Bettino Craxi sia sepolto proprio in Tunisia. Ben Alì ha purtroppo potuto soffocare la sua gente per anni anche con il nostro aiuto. Servirebbe un piano Marshall per creare lavoro in Tunisia dare una spinta al turismo e trovare una soluzione comune. Questo fermerebbe la fuga dei giovani. Ma nessuno per ora ci sta pensando. Ma queste colpe “europee” (e italiane in particolare) non sono illuminate a sufficienza dai media né tantomeno dalla politica. Non creano opinione. Non portano a provvedimenti. Inoltre, a mio parere, i media non hanno messo in luce nemmeno il parallelismo che c’è tra i giovani tunisini e i giovani italiani. Mi è capitato di pensarci rileggendo giorni fa Vivo Altrove di Claudia Cucchiarato, giovane giornalista italiana residente in Spagna Claudia ha raccolto le storie di alcuni tra le decine di migliaia di giovani che negli ultimi anni hanno deciso di abbandonare l’Italia. Giovani stanchi del precariato, stanchi di non trovare lavoro, stanchi di non vedersi valorizzati. Noretta, Angela, Marco, Roberto, Claudia Cucchiarato stessa hanno trovato altrove la loro vita e ora sono felici di aver riacchiappato il proprio futuro all’estero. Ora questo succede se si ha un passaporto europeo o del cosiddetto primo mondo. Se disgraziatamente non si hanno questi requisiti le cose vanno diversamente. Mi sono chiesta in questi giorni quale sia la differenza tra un Marco, cittadino italiano, e un Ahmed, cittadino tunisino, per esempio. Entrambi hanno 20 anni, entrambi hanno sudato sui libri, entrambi amano il rap e Eminem. Perché per alcuni, la gente di Marco, il diritto al viaggio è un diritto acquisito che non si discute e per altri questo diritto non è contemplato? Perché Marco può prendere un aereo, viaggiare pulito e tranquillo, mentre Ahmed deve prendere un barcone fatiscente e rischiare la vita? Hanno la stessa età, gli stessi sogni, la stessa voglia di futuro. Purtroppo hanno geografie diverse. Dobbiamo a sinistra riflettere anche su questo… perché qui si decide che paese vogliamo costruire nel futuro, se uno basato sui diritti umani o uno basato sui privilegi per pochi noti.

L’Unità 10.04.11

"La lotta infinita dei restauratori del libro licenziati per Natale", di Jolanda Buffalini

Sembrava una busta con gli auguri di Natale. È così che 13 giovani dell’Icpal (lstituto centrale di restauro del libro e laboratorio fotografico) sono stati licenziati. La lettera è del 23 dicembre, l’interruzione del rapporto dal 1° gennaio, 8 giorni di preavviso. I contratti rescissi riflettono la selva della legge 30, ma il progetto era unico e molti di loro timbravano il cartellino da 5 anni: restauro delle foto, comunicazione, digitalizzazione. La causa del licenziamento non è chiara, nella lettera si legge un ambiguo «e/o ragioni finanziarie». Ma in cassa, all’inizio dell’anno, l’Icpal ha 1.787.914,25 euro, non è alla canna del gas. Con i licenziamenti si interrompe la digitalizzazione dei microfilm della Allied Control Commission, del governo militare alleato in Italia dal 1943. I microfilm, acquistati per 5 miliardi di vecchie lire, on line sono più agevolmente consultabili, all’Archivio centrale hanno riscontri molto positivi del lavoro svolto dai giovani dell’Icpal. Il progetto avrebbe dovuto concludersi nel 2012, a gennaio 2011 in cassa ci sono 80.000 euro e avrebbe potuto essere rifinanziato. Invece la dirigenza ha scelto di spacchettare e chiedere nuovi finanziamenti, su cui la direzione generale del Mibac avrebbe chiesto chiarimenti. Quattro dei 13, Franco Liberati, Matteo Placido, Marta Nori, Fabrizio Rossini, impugnano il licenziamento. Ugo Gallo, sindacalista Fp Cgil: «Hanno buone probabilità di vincere ma ciò non significa l’assunzione ». È un po’ come in Comma 22, best seller pacifista degli anni 60: «Nessuno può essere esonerato dai voli sui bombardieri, a meno che non sia pazzo. Ma chi rifiuta di volare non è pazzo», così nella P.A. italiana si accede solo per concorso. Ma i concorsi non si fanno. I licenziamenti sono firmati da Maria Cristina Misiti, direttore fresco di nomina all’Icpal: rapida carriera nei Beni Culturali, vince un concorso da dirigente nel 2006, nel 2008 è direttore alla Biblioteca di storia moderna a Roma. Dopo un paio di mesi è alla biblioteca di Archeologia e storia dell’arte, settore al quale è più affine, anche perché suo marito Paolo Crisostomi è un restauratore di libri antichi. A lui la Biblioteca ha affidato il restauro del disegno di Sebastiano Conca, danneggiatosi nella mostra “Meraviglie dell’antico”. A dicembre l’operazione “tabula rasa” all’Icpal è solo ai primi passi. Dopo alcuni funzionari vanno in pensione, altri chiedono il trasferimento. Si interrompe il rapporto con la ditta che trasferisce i microfilm sul digitale. Poi è la volta di Amabile, giardiniera a contratto che cura il giardino storico del complesso di via Milano a Roma. Amabile fa verbalizzare dalla polizia una situazione «surreale». «Mi hanno tolto il badge, vado a lavorare da visitatore ». «Spremuti e buttati come limoni », commenta una funzionaria dell’Archivio centrale. E: «Si gettano al vento anni di formazione ed esperienza, con danno per l’erario». Inoltre, dice Ugo Gallo, c’è «un problema di opportunità». l’Icpal sovraintende i restauri, Paolo Crisostomi restaura. Da ultimo ha restaurato le carte di Caravaggio, (catalogo della mostra Caravaggio dal vero). Sarebbe opportuna una maggiore distanza fra ruoli pubblici e interessi di famiglia.

L’Unità 10.04.11

"Condannati all'isolamento", di Adriano Prosperi

Lampedusa? L´isola è svuotata, ora è tutto a posto, dice Berlusconi. Sì, svuotata l´isola come ripulita Napoli, come ricostruita l´Aquila. Le notizie degli sbarchi smentiscono in diretta l´ottimismo dell´imbonitore. Ma c´è dell´altro.
Ci sono i rapporti con gli altri Paesi europei, Francia e Germania in particolare. Qui manca ogni accordo sulla gestione dei flussi umani dall´Africa. Niente paura, dice il premier: «Se non fosse possibile arrivare ad una visione comune, meglio dividersi». Questa è dunque la ricetta dello statista: la divisione dell´Italia dall´Europa. Divisione: la parola è sorta spontanea sulle labbra del premier non certo per caso. Quella parola aleggia da tempo nella realtà della vita del Paese. Nello spazio dei pochi giorni trascorsi dalla festa dei 150 anni dell´Italia unita il Paese che si era faticosamente ritrovato all´ombra del tricolore si presenta oggi lacerato come non mai, diviso non solo fra Nord e Sud ma fra una regione e l´altra, fra una borgata e l´altra. Così, a festa finita, la questione dell´unità ci appare oggi come un problema serio e grave.
La festa dell´Unità d´Italia poteva essere un´occasione importante per ripensare alla storia e alle prospettive del Paese. Ma alla festa si è associata una cattiva compagna di strada: la retorica dell´unità. Chiamiamo retorica dell´unità ogni lettura del passato e del presente che ignora le fratture, esalta il processo di unificazione come un moto armonioso e concorde e tenta di cancellare differenze e divisioni col silenzio, con la proposta di una storia ufficiale corretta “ad usum delphini” e con l´eliminazione delle tracce istituzionali e simboliche delle fratture profonde del Paese.
“Io amo l´Italia” è una di quelle espressioni della neolingua berlusconiana che hanno fatto breccia nel nostro parlare, così come la teatralità dei gesti patriottici di ministri che scimmiottano l´inevitabile modello americano quando si mettono la mano sul cuore davanti alla bandiera. Ma sono anni ormai che la retorica dell´unità si accompagna in Italia a una revisione o piuttosto alla decisa espurgazione della storia documentata del Paese diviso e feroce che abbiamo alle spalle. In questo contesto bisogna certamente accogliere e dare credito alla giusta preoccupazione di chi invita a guardare a ciò che unisce e a mettere la sordina a ciò che divide. È un invito sacrosanto se si tratta di unirci per affrontare i problemi e le fragilità che minano la società italiana e la allontanano dall´ideale che ebbero in mente i patrioti del Risorgimento e i combattenti della libertà repubblicana contro il nazifascismo. Ma non può diventare una autocensura unilaterale mentre il nemico della vera unità guadagna posizioni su posizioni. Davanti alla lacerazione del tessuto del Paese abbassare i toni rischia di valere come una rinunzia a difendere i diritti fondamentali dell´uomo e del cittadino.
E questi diritti si difendono partendo dalla condizione di chi diritti non ne ha: il dannato della terra, la figura dai tanti nomi – il rifugiato, l´immigrato, il clandestino. Chiediamoci quale immagine e quale esperienza dell´Italia abbiano oggi i profughi che, sopravvissuti a tragedie senza nome, riescono con enormi rischi e difficoltà a toccare le coste meridionali e insulari del Paese. Queste donne, questi uomini, non hanno storia per noi, sono i dannati della terra, sono il popolo senza nome dei sommersi. Ma, se non diventano letteralmente tali annegando nel Mediterraneo, se sopravvivono e se riescono a fare come quegli emigranti italiani che trovarono in altri Paesi società più libere e giuste, un giorno saranno loro stessi o i loro figli che scriveranno la storia vera del nostro tempo, quella che vivono e di cui oggi sono le vittime. E non sarà la storia di un´Italia unita. Sballottati da una regione all´altra, sempre però al di sotto di quella linea gotica che nel nome porta la memoria di antiche e recentissime fratture del Paese (la lingua è spesso un inesorabile quanto inascoltato documento storico), accolti dalla canea di folle incoraggiate dalla politica di una forza politica razzista e xenofoba che mira al disfacimento del Paese, sono i testimoni autentici dello stato di salute dell´Italia di oggi.
Se fossimo capaci di guardare le cose dal loro punto di vista capiremmo forse quanto l´unità oggi sia qualcosa di sideralmente lontano dalla realtà quotidiana oltre che dalla prospettiva futura del Paese. E non è certo un caso se quei profughi non vogliono restare in Italia e si dirigono verso altri Paesi, verso quell´Europa da cui oggi ci si vorrebbe addirittura dividere. Quella parola “divisione” affiorata oggi nelle esternazioni del premier è da prendere sul serio: è grazie al suo governo, grazie a un ministro degli Esteri che si occupa di Antigua e a quello degli Interni che pensa alla Padania, oggi l´Italia non solo non ha più una politica mediterranea, ma non ha da tempo nessun credito e nessun peso nella politica europea. Ci sarà modo di risalire da questo abisso? Forse: ma certo non con questi uomini: non con una maggioranza sedicente di governo che passa le sue giornate in Parlamento affannandosi a regalare a ogni costo una nipotina all´esiliato signore dell´Egitto.

La Repubblica 10.04.11

Tanti precari, un solo sogno: "Una vita normale", di Maria Zegarelli

Quanti sono? Quindicimila, ventimila, diecimila? Sono comunque troppi perché ognuno di loro ne rappresenta altri dieci, cento, mille e tutti insieme sono il popolo dei precari, gente a cui è stato tolto il futuro, trasparenti fino a ieri, assenti dai Tg1 di Minzolini, dai Tg4 di Emilio Fede, dalle cronache dei giornali di regime. Non importa quanti sono, importa che finalmente siano qui per farsi sentire e raccontarci chi sono. Rappresentano quella parte sofferente che ha deciso che no, adesso basta, «il nostro tempo è adesso e siamo qui per prendercelo ». Per questo mandano in scena la loro «Street parade», «prima tappa di un lungo percorso».

L’ITALIA DOLENTE Precari della scuola, della ricerca, dell’informazione, dell’Alitalia, della Rai, dello spettacolo, delle piccole e medie imprese. Di un Paese che sembra averli abbandonati con un governo che li ha cancellati dalla propria agenda intasata dai Ruby-gate, dai processi Mills, dalle leggi da far votare al Parlamento per salvare il re che è nudo ma non c’è nessuno dei sudditi di palazzo che provi a dirglielo. Sono qui grazie alla Rete dei movimenti, delle associazioni, una rete che hanno costruito per non cadere nel vuoto del silenzio. C’è il tricolore lungo 60 metri sventolato dal Popolo viola e ci sono le bandiere del partito comunista, dei verdi, di Sel, dell’Idv. Partono da piazza della Repubblica, con i tir che sparano decibel e si balla e si protesta, si ride e ognuno racconta le proprie storie. La gente saluta dalle finestre, approva e incoraggia. Non te reggae più di Rino Gaetano, Bella Ciao, i Ramones. Volti giovani, donne con la pancia, passeggini, capelli rasta, barbe sale e pepe, facce da liceali, genitori di precari. «Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta», recita lo striscione che apre il corteo. «Ho27 anni, laurea in Filosofia e 15 lavori diversi alle spalle» racconta Maria Pia Pizzolante. «Chiediamo di raccontarci e non di essere raccontati», urla dal Tir uno degli organizzatori. «Più tutele per chi tutela», scrivono gli archeologi. Alessandra Filograno dice che sono 15 anni che lavora per i partiti e per i politici, «sempre in nero. Come quando sono stata dai radicali, precaria per anni e quando sono andata via ho scoperto che non mi avevano versato neanche un contributo». I politici ci sono, ecco Fabio Mussi, dietro lo striscione di Sel: «Questa è la questione del secolo, deve essere il primo punto del programma del futuro governo di centrosinistra». Rosy Bindi presidente Pd arriva da sola, cammina insieme a Susanna Camusso,segreteria Cgil. Cantano Bocca di rosa di De André, ballano sulle note di Bella Ciao. «È bello che si siano organizzati per essere in piazza – dice Bindi – perché finora non avevano avuto rappresentanza. Questa è la parte migliore della società, rappresentano il sapere, la cultura, il futuro ed hanno bisogno di risposte mentre questo governo è assente, preso da altri pensieri». Loro, i manifestanti hanno le idee chiare: vogliono un welfare universalistico, ammortizzatori sociali, nuove regole contro la precarietà, salari sicuri. Una vita “normale”, di quelle dove puoi permetterti una casa, anche in affitto, e se vuoi un figlio, senza dover firmare le tue dimissioni in banco quando ancora è nella pancia. Francesco Vitucci dell’Associazione dottorandi italiani dal palco: «Non abbiamo nessuna intenzione di abbandonare questo paese, vogliamo difenderlo da chi lo umilia ogni giorno». Sotto attacco il governo e le sue non politiche, «ci avete rotto i co… con il bunga bunga» scandiscono lungo il corteo. Vincenzo Vita, Pd, solidarizza con i precari del giornalismo, Nichi Vendola spiega che è venuto qui «per respirare aria pulita in un Paese in cui dalle classi dirigenti si promana cattivo odore». Dice che questa che sfila è «una generazione considerata vuoto a perdere». Sono 4 milioni i precari d’Italia, per questo «servono più investimenti nella scuola e un piano straordinario del lavoro». «Il governo deve accettare il confronto conl’opposizione, mettendo da parte le vicende personali del premier»commenta Stefano Fassina, responsabile economia dei democratici.

CALZINI E MUTANDE In piazza dell’Esquilino ci sono tende da campeggio, calzini e mutande appesi, per protestare contro la mancanza di case e politiche di welfare per i giovani. La segretaria Cgil mette in fila le priorità: «Il problema più urgente è la riorganizzazione degli ammortizzatori sociali ma c’è bisogno di intervenire contro il precariato del lavoro, contro gli stage che di fatto sono lavoro gratuito mentre il lavoro subordinato è lavoro subordinato, non altro ». Definisce questa «una giornata straordinariamente importante perché a chi si chiedeva dove erano finiti i giovani italiani e arrivata la risposta. Sono qui». E sono piuttosto arrabbiati.

L’Unità 10.04.11

"Il grande imbroglione", di Giuseppe D'Avanzo

Berlusconi mente con costante insolenza. È una consuetudine che da sempre sollecita molte attenzioni per afferrarne le ragioni, per così dire, costitutive. Per dirne una. C´è chi vede, in quella coazione a mentire, l´archetipo del Bambino come se alloggiasse nell´inconscio del Cavaliere una personalità che “ragiona” in base al principio di piacere e non al principio di realtà. Lungo questa via è suggestiva l´interpretazione di chi avvista Berlusconi afflitto da “pseudologia phantastica”.

«Una forma di isteria caratterizzata dalla particolare capacità di prestar fede alle proprie bugie. Di solito succede – scrive Carl G. Jung – che simili individui abbiano per qualche tempo uno strepitoso successo e che siano perciò socialmente pericolosi». Sono accostamenti utili e intriganti, ma rischiano di annebbiare quel che è semplice e chiaro da tempo: se l´imbroglione è, come si legge nei dizionari, «una persona che ricorre al raggiro come espediente abituale», Berlusconi è innanzitutto un imbroglione.
È un imbroglio, un abituale inganno l´ultimo flusso verbale del capo del governo – che come sempre parla soltanto di se stesso, soltanto del suo prezioso portafoglio, soltanto dei complotti che gli impedirebbero di governare e arricchirsi. Berlusconi manipola fatti, eventi e contingenze della sua storia di imprenditore e di politico per mostrarsi vittima di un´aggressione, nell´una come nell´altra avventura. Deve farlo, il Cavaliere, poverino. Non solo per una fantasia di potenza adolescenziale (anche per quello), ma (soprattutto) per la consapevole accortezza di dover nascondere il catastrofico fallimento della sua leadership e i sistemi che ne hanno fatto un uomo di successo.
Dice il Cavaliere: «Mi trattano come se fossi Al Capone». Il fatto è che Berlusconi, con Al Capone, condivide il rifiuto delle regole, il disprezzo della legge, l´avidità, una capacità di immaginazione delirante. Come Al Capone testimonia simbolicamente la crisi di legalità negli Stati Uniti degli Anni Venti, Berlusconi rappresenta – ne è il simbolo – l´Italia corrotta degli Anni Ottanta e Novanta, la crisi strutturale della sfera pubblica che ancora oggi, nonostante Tangentopoli, comprime il futuro del Paese. Berlusconi è tutt´uno con quella storia e senza amnistie, riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) preparate dai suoi governi, egli sarebbe considerato un “delinquente abituale”. Scorriamo i reati che gli sono stati contestati nei dodici processi che ha subito finora. La fortuna del premier è il risultato di evasione fiscale; falso in bilancio; manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio; corruzione della politica (che gli confeziona leggi ad hoc); della polizia tributaria (che non vede i suoi conti taroccati); dei giudici (che decidono dei suoi processi); dei testimoni (che lo salvano dalle condanne). Senza il dominio nell´informazione e il controllo pieno dei “dispositivi della risonanza”, sarebbe chiaro a tutti come la chiave del successo di Berlusconi la si debba cercare nel malaffare, nell´illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo. Deve farlo dimenticare e deve mentire per tenere in vita la mitologia dell´homo faber e il teorema vittimistico. È quel che fa per nascondere il passato e salvare il suo futuro. Confondendo come sempre privato e pubblico, Berlusconi ora denuncia anche un assalto al suo patrimonio, la sola cosa che ha davvero a cuore. Si lamenta: «Contro di me tentano anche un attacco patrimoniale: a Milano c´è un giudice, di cui potrei dire molto, che ha formulato un risarcimento di 750 milioni per la tessera numero 1 del Pd, De Benedetti, per un lodo a cui la Mondadori fu costretta. È una rapina a mano armata».
Si sa come sono andate le cose. La Cassazione dice colpevoli il giudice Vittorio Metta e gli avvocati Cesare Previti, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora (assistono la Fininvest nella guerra di Segrate): hanno barattato la sentenza del 1991 sul cosiddetto “Lodo Mondadori” che, a vantaggio di Berlusconi, ha sottratto illegalmente la proprietà della casa editrice a De Benedetti (editore di questo giornale). Sono i soldi della Fininvest che corrompono il giudice, ma Silvio Berlusconi si salva per una miracolosa prescrizione. Per il suo alto incarico (nel 2001 è capo del governo) gli vanno riconosciute – sostengono i giudici – le attenuanti generiche e quindi la prescrizione e non come sarebbe stato più coerente, proprio per le sue pubbliche responsabilità, le aggravanti e quindi la condanna insieme agli uomini che, nel suo interesse, truccarono il gioco. «Corresponsabile della vicenda corruttiva», il Cavaliere con Fininvest deve ora risarcire – come ha deciso la Cassazione – i danni morali e patrimoniali quantificati in primo grado in 750 milioni di euro. Troppo o troppo poco, lo dirà il giudice dell´appello che deciderà degli interessi di due privati e non, come vuole far credere l´Imbroglione, di due fazioni politiche.
È altro quel che qui conta ripetere, una volta di più semmai ce ne fosse bisogno. Come dimostra il tentativo di gettare nel calderone delle polemiche anche un suo affare privato, dietro la guerra scatenata dal capo del governo contro la magistratura ci sono soltanto gli interessi personali del premier. Null´altro. Riforma costituzionale, riforma della giustizia, asservimento del pubblico ministero al potere politico, che oggi paralizzano la vita pubblica del Paese, sono soltanto gli espedienti ricattatori di Berlusconi per ottenere un salvacondotto che lo liberi dal suo passato illegale, da una storia fabbricata, oggi come ieri, con l´imbroglio.

La Repubblica 10.04.11

"Le due Italie del lavoro che non si parlano", di Mario Deaglio

Una manifestazione nazionale dei lavoratori precari, come quella di ieri, articolata in varie fasi e in varie città, sarebbe stata impensabile anche solo un anno fa e rappresenta un importante sviluppo economico-sociale. I precari, infatti, tradizionalmente sono cani sciolti, con diversissime storie personali, ai quali la continua mobilità rende comunque difficile, in via normale, un’azione comune. Assunti a termine, pagati, di solito non molto, e poi arrivederci e grazie. Una simile situazione può anche essere accettabile se esiste una sorta di patto implicito in base al quale questi spezzoni di lavoro, a termine o a tempo parziale, si possono trasformare in un lavoro vero entro un ragionevole intervallo di tempo. In questo caso l’attività precaria può costituire una sorta di apprendistato, anomalo ma in grado di insegnare una professione; non è invece possibile restare apprendisti – o precari – per tutta la vita.

Con la crisi economica la durata del precariato si è allungata, la sua natura è cambiata. I precari, in grande maggioranza giovani, diventano lavoratori-cuscinetto che assorbono direttamente i colpi della crisi e quindi, implicitamente, forniscono un riparo ai lavori più sicuri degli altri. Il caso più evidente è quello dell’Alitalia quando per i dipendenti a tempo indeterminato si negoziò una lunghissima, e quindi privilegiata, cassa integrazione, mentre i precari rimasero sostanzialmente a bocca asciutta. Per questo il rapporto con il sindacato è molto difficile anche se la Cgil, che ha appoggiato le manifestazioni di ieri, fa di tutto per ricucire uno strappo generazionale. Non basta però, rendere più difficile il licenziamento, come appunto la Cgil propone, occorre rendere più facili le assunzioni a tempo indeterminato. E questo si può fare soltanto cercando di imboccare a tutti i costi un sentiero di crescita, un argomento di cui il Paese, apparentemente troppo occupato con il teatrino della politica, con gli insulti tra parlamentari e le barzellette sconce del presidente del Consiglio, si dimentica allegramente.

Che i precari sopportino direttamente gran parte del peso della crisi è confermato dall’analisi della Confartigianato, resa nota ieri, in base alla quale quasi un milione di lavoratori sotto i trentacinque anni (una fascia di età in cui i precari sono molto fortemente rappresentati) ha perso il lavoro nel 2009-10, mentre è aumentato il numero degli occupati più anziani. La condizione di disagio derivante dall’incertezza del precariato si è allargata a categorie che una volta ne erano immuni: giovani medici, aspiranti ricercatori o liberi professionisti, insegnanti vedono le loro prospettive di vita messe in forse dai tagli alla spesa pubblica e non ricevono alcuna solidarietà dal resto del Paese.

E’ chiaro che la riduzione di un terzo della capacità di risparmio delle famiglie italiane nel periodo 2002-2010, che risulta dai dati diffusi dall’Istat qualche giorno fa, deve essere avvenuta tra queste fasce dai redditi più deboli. Sempre qui, e non certo tra i lavoratori a tempo indeterminato del pubblico impiego, si deve collocare gran parte della riduzione del potere d’acquisto delle famiglie italiane, risultato, nell’ultimo trimestre del 2010, inferiore del 5,5 per cento al livello pre-crisi. La risalita del potere d’acquisto rispetto ai minimi toccati un anno fa (-6,4 per cento) è lentissima: di questo passo ci vorranno 4-5 anni, sempre che tutto vada bene, perché il potere ritorni, in termini reali, alla situazione precedente la crisi. Il vero interrogativo è se l’Italia possa permettersi altri quattro-cinque anni di stagnazione dei consumi e dei risparmi familiari, altri quattro-cinque anni con i giovani con la cinghia tirata che lavorano con il contagocce senza alcuna vera possibilità di metter su famiglia o di impostare un qualsiasi piano di vita.

Si stanno così creando le condizioni per una frattura orizzontale sempre maggiore tra un Paese «normale», composto prevalentemente di persone sopra i quarant’anni, e un Paese «precario», composto prevalentemente di persone sotto i quarant’anni, alle prese tutti i giorni con difficoltà economiche gravi; tra chi sta a casa quando ha il raffreddore perché il posto è comunque garantito e chi va a lavorare con la febbre perché altrimenti il posto è perso. La comunicabilità tra i due Paesi è scarsa, le due parti non si conoscono.

Si tratta di una frattura molto pericolosa che presenta una somiglianza di fondo – pur in contesti ovviamente molto diversi – con la frattura sociale alla base delle «rivoluzioni» in atto sulla Riva Sud del Mediterraneo, dove fasce sociali di basso reddito, prive di veri meccanismi di rappresentanza, sono state spinte, da un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari, alla rivolta contro élites molto anziane, da lungo tempo prive di ricambio politico. Siamo proprio sicuri di essere immuni da questo contagio? Quanti rappresentanti hanno in Parlamento i lavoratori precari? E quanti appartenenti alla classe politica, ossia parlamentari nazionali e regionali, nonché consiglieri provinciali, comunali o di quartiere hanno meno di quarant’anni? Quanti sono i quarantenni in posizioni di primo piano nelle strutture delle imprese?

In Italia, nessuna banca offrirebbe a un giovane di talento facilitazioni creditizie del tipo di quelle di cui negli Stati Uniti hanno potuto godere Bill Gates e Steve Jobs, che sono così riusciti a creare imprese di successo e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Politici come Obama (50 anni), Sarkozy (56 anni), Merkel (57 anni), Cameron (55 anni), Zapatero (51 anni) in Italia non avrebbero spazio. L’Italia non ha favorito il ricambio generale e ha, per così dire, saltato una generazione, spingendo i giovani a un precariato perenne. Ma un Paese che non sa risolvere i problemi dei suoi precari diventa esso stesso precario, cresce stentatamente e viene marginalizzato a livello internazionale. Come dimostrano gli avvenimenti recenti.

La Stampa 10.04.11

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L´esercito dei precari in piazza “Stanchi di aspettare, la vita è ora”, di Caterina Pasolini

«Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta». Lo hanno scritto sugli striscioni, stampato sulle magliette gialle con il punto esclamativo, disegnato a pennarello sulle braccia. Rivogliono la possibilità di costruirsi un futuro, un´esistenza degna con i diritti sino ad ora negati. «Perché non siamo bamboccioni ma cittadini di serie B a cui è rifiutata la possibilità di un mutuo, di una casa e di diventare genitori perché non abbiamo certezza di lavoro né di stipendio».
In rappresentanza dei 4 milioni di precari italiani, a migliaia sono scesi ieri in piazza tra manifestazioni e flash mob da Roma a Palermo, da Milano a Napoli, da Torino a Firenze e anche in diverse capitali europee. A ritmo di musica e senza incidenti, tranne a Padova, hanno sfilato i cortei dei non garantiti, il popolo delle partite Iva, stagisti in aziende e ministeri a zero euro, vincitori di concorsi mai assunti, lavoratori dei call center, laureati in cerca del posto fisso e col biglietto in tasca per l´estero, docenti e ricercatori sottopagati come quelli dell´Ispra che sui camici portano scritto: «Non sparate alla ricerca». «È una generazione considerata un vuoto a perdere, che vive in apnea, senza prospettive», dice Nichi Vendola mentre sfila accanto al popolo trasversale che unisce il mondo dello spettacolo e quello delle assicurazioni dove c´è chi riceve 500 euro di paga al mese. Attraversa le università e la galassia dell´informazione con schiere di giornalisti precari a raccontare storie di coetanei accomunati dal futuro incerto come il rinnovo del loro contratto.
Erano cinquemila a Napoli, trentamila a Roma a rivendicare «il desiderio non più rinviabile di vivere la nostra vita, e riprenderci il presente». A chiedere al premier Berlusconi di farsi da parte perché ha trascinato la nostra generazione in un baratro». Nel corteo romano che parte da piazza della Repubblica tanti i giovani, ma altrettanti quelli con i capelli diventati grigi sognando un´assunzione a tempo indeterminato: c´è chi aspetta dal ‘79, chi ha alle spalle una serie infinita di contratti da tre e sei mesi «che potrei giocarli al lotto». Chi un figlio lo ha avuto lo stesso rischiando «perché ho 38 anni e la vita non aspetta». Accanto a loro, coppie di genitori sessantenni esasperati, venuti per la prima volta in strada per protestare «contro il futuro rubato ai nostri ragazzi: laureati si ritrovano a fare i giardinieri e gli spazzini o ad andarsene all´estero».
Il corteo scorre senza incidenti, in prima fila il segretario della Cgil Susanna Camusso. Netta nel giudicare l´Italia di cui «non ci si può immaginare un futuro se ci sono intere generazioni che pensano che questo paese non li vuole e non dà loro nessuna prospettiva». Una risposta indiretta al ministro del Welfare Sacconi al quale la manifestazione «non sembra un ritrovo di precari ma solo di alcune associazioni, e la Cgil è l´unica organizzazione che l´appoggia». Sarà, ma di una cosa è convinta Rosy Bindi mentre guarda i ragazzi: «Qui c´è la parte migliore del paese».

La Repubblica 10.04.11