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Una notte per fare luce sulla scuola pubblica

Mobilitazione del Pd stasera in molte città italiane con iniziativa principale a Bologna. Torna oggi la “Notte bianca della scuola e della democrazia” promossa dal Partito Democratico che, a Milano, Torino, Bologna, Napoli, e Roma, promuove «un grande momento di incontro e confronto aperto con tutto il mondo della scuola e con tutti i cittadini interessati alla salvaguardia della democrazia, per riaffermare insieme il valore dell’istruzione pubblica italiana, quale istituzione fondamentale per il futuro del Paese e dei giovani, per denunciare le distorsioni che il governo intende promuovere nel sistema della giustizia, per manifestare a favore della legalità». Anche in molte altre parti d’Italia, informa una nota, le organizzazioni territoriali del partito stanno preparando momenti di mobilitazione, di approfondimento e di iniziativa a sostegno della manifestazione. Si tratta dunque di «un grande appuntamento a cui partecipare direttamente o da seguire sul web, sul sito del PD o su www.lanottebiancadellascuola. it e in tv, su Youdem.tv (Sky 813) e, anche sul nostro sito, unita. it. La maratona partirà già dal tardo pomeriggio, quando, alle 18, ad aprire l’evento sarà la web-radio dedicata, Radio Notte Bianca, in diretta streaming e video. Dalle 21, si potranno seguire le dirette dalle cinquecittà: la notte bolognese, cui parteciperanno il segretario nazionale del PD, Pier Luigi Bersani, e il candidato sindaco Virginio Merola, sarà ospitata nel Teatro Testoni Ragazzi. A condurre l’evento sarà il giornalista Rai Santo Della Volpe. Con lui, fra gli ospiti, il direttore de l’Unità, Concita De Gregorio, il disegnatore satirico Sergio Staino che illustrerà la serata con le sue vignette, lo scrittore Valerio Massimo Manfredi, Bice Biagi, il Coro dei bambini dell’ Anpi e, per chiudere, gli Skiantos. Per il PD saranno presenti anche la responsabile Scuola della segreteria nazionale Francesca Puglisi, la capogruppo PD in commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati Manuela Ghizzoni. Per il PD bolognese, interverranno anche il segretario provinciale Raffaele Donini e Maurizio Cevenini. AMilano a fare da sfondo alla serata sarà il Palazzo delle Stelline in Corso Magenta 61. Oltre a Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano, tra gli ospiti che parteciperanno alla serata ci saranno il pianista Roberto Cacciapaglia, gli artisti Antonio Cornacchione e Flavio Oreglio, lo scrittore Antonio Scurati e l’insegnante Marco Rossi Doria. La voce del PD sarà quella del presidente del gruppo democratico alla Camera, Dario Franceschini, e delle parlamentari Marilena Adamo, Emilia De Biasi. Per i democratici milanesi, saranno presenti anche Stefano Boeri, capolista Pd Comune di Milano; Roberto Cornelli, segretario Pd Milano. Un grande evento per ribadire che la scuola pubblica è patrimonio comune. E che i tagli del governo sono un atto di miopia non solo nei confronti del sapere e della cultura, ma dello stesso concetto di futuro.

L’Unità 08.04.11

"Pinacoteche. Bologna, turn over dell'arte: oggi niente Raffaello", di Michele Smargiassi

Oggi niente Estasi. Il cartello dice “sala chiusa”: Santa Cecilia va in deliquio senza spettatori. «Forse nel pomeriggio, dipende dai turni», avvisa con rammarico Daniele Biondino, custode laureato e specializzando in storia dell´arte. Complice il difficile mercato del lavoro intellettuale, la Pinacoteca di Bologna ha personale eccellente. Ma ne ha poco. Servono dieci custodi per turno e l´organico è all´osso. Basta un´influenza, e Raffaello diventa irraggiungibile. Se non lui, i Carracci, o Guido Reni: anche i grandi maestri fanno i turni. Ma anche quando nessuno li può vedere, esistono. E non devono assolutamente sudare. Anche l´impianto di climatizzazione, alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, è eccellente. Monitorato a distanza dall´Enea. Venti gradi e umidità stabile, con ammortizzatore graduale per le variazioni climatiche a breve e a lungo periodo. Un impianto modello. I dipinti sono al sicuro. Il portafogli molto meno. Pagate le bollette, le manutenzioni ordinarie e altre spese correnti, i 65 mila euro di finanziamento stanziati dal Ministero per il 2011 sono già esauriti, come ogni anno, anzi a volte non sono neppure sufficienti e si pagano interessi di mora all´Enel, una vera tassa sulla penuria.
«Con pochi soldi puoi fare ancora cultura, anzi a volte le ristrettezze sono uno stimolo virtuoso, perché questo, siamo sinceri, è un settore che ha conosciuto grandi sprechi. Ma con zero soldi no, non c´è virtù che tenga». La voce del soprintendente Luigi Ficacci rimbomba nel pulito silenzio delle sale dell´antico convento gesuita di via Belle Arti. Grandi pareti in tessuto écru, arredi in legno progettati dall´architetto Leone Pancaldi negli anni Sessanta: a suo modo anche l´allestimento fa parte dell´esposizione, «volevo stampare un volumetto per spiegarlo ai visitatori, ma non ho quei tremila euro». Figuriamoci se ce ne sono per restaurare qualche opera, magari neppure dello Stato, come i quadri che languiscono a tutto rischio e pericolo in tante chiese. Sono anni che le soprintendenze hanno abbandonato la sorveglianza dell´arte diffusa. In molte città, dove non esistono musei statali, la soprintendenza è solo «uno sportello che firma autorizzazioni».
La nostra conversazione non disturba nessuno, siamo quasi soli in mezzo al barocco bolognese. L´anno scorso la biglietteria ha staccato 32.761 ingressi, che fa poco più di cento visitatori al giorno, e sono già tanti per un museo che ha offerto, in quell´anno, solo se stesso. «Un museo d´arte antica è un patrimonio del territorio, ma un bolognese difficilmente viene a visitarlo ogni mese. Se non c´è un motivo». Ecco: per non essere solo un magnifico scrigno, un museo come questo dovrebbe produrre motivi. Quando lo fa, si vede. Nel 2008 due mostre neppure tanto di cassetta, dedicate al pittore Aspertini e allo scenografo Basoli, quasi raddoppiarono i visitatori abituali: 57.789. Ma fu un anno felice e solitario. Nel 2009, già 20 mila in meno. Eppure il soprintendente, come da legge, ogni anno presenta il suo progetto culturale. Ricco di idee, proposte, iniziative. Quasi tutte destinate a non essere realizzate. «Un allenamento mentale», sorride il dottor Ficacci. Un libro dei sogni destinati al cassetto. Soldi per mostre temporanee, per la valorizzazione del patrimonio, per iniziative collaterali, inutile aspettare che ne piovano giù da Roma. Finiti gli anni d´oro, quando soprintendenti celebri come Gnudi o Emiliani potevano telefonare direttamente al ministro dei Beni culturali, e chiedere, e ottenere. Oggi anche il ministro allargherebbe le braccia. Se n´è appena dimesso uno proprio per accumulo di braccia allargate. «Ma l´affamatore non è il ministero, è il bilancio dello Stato. Forse torneranno tempi felici, ma sarà tardi: come tentare di rianimare un corpo comatoso». Ficacci è un immaginifico. Chiama i suoi musei (la sua soprintendenza ne gestisce quattro, compreso il Palazzo Diamanti di Ferrara) «ospedali dell´arte», perché ricoverano e risanano. Dottore, la prognosi? La terapia? «Ci sono diversi modi di reagire. Uno è molto italiano: spendere i soldi che non hai. Non paghi le bollette e investi in due tre belle iniziative, che fanno pubblico e rassegna stampa, ti mettono in bella luce col Ministero. Salvo poi, a fine anno, andare a Roma e dire: non ho i soldi per pagare l´Enel, ripianate voi il buco». È il modello Asl, non l´ha detto lei che questo è un ospedale? «Sì, ma non è onesto». E allora? «C´è il modo classico, da funzionario ministeriale: inoltro una bella lamentela formale per la scarsità di fondi, e poi mi ritiro tranquillo nella routine. Ma noi soprintendenti non siamo burocrati. Siamo storici dell´arte, amiamo le cose che curiamo. E allora c´inventiamo un mestiere che non c´è». Si va a bussare alle porte delle altre istituzioni, il Comune, la Regione, le fondazioni bancarie, i privati. «Vorrei essere l´amministratore delegato di un´azienda che non esiste: la cultura di un territorio».
Bello a dirsi, faticoso e frustrante a farsi. «Un Comune ha molte più risorse di me. Una fondazione bancaria, non parliamone. Ma quando si propone una partnership culturale, tutti devono mettere qualcosa. Non puoi sederti legittimamente a un tavolo senza metterci sopra nulla». Qualche bel colpo “gratis” va a segno: grazie alla mediazione del Fai, Prada restaurerà quattro gessi dell´Accademia di belle arti. Ma altre volte si crolla sul traguardo. Il progetto “Cinema dell´Ottocento”, ardito collegamento fra la pittura accademica e la nascita del cinema italiano, assieme alla Cineteca di Bologna, è naufragato quand´era già tutto pronto: «I fondi che speravamo di avere non sono arrivati». Succede spesso. All´inizio di ogni anno il Ministero diffonde una ripartizione preventiva dei fondi alle soprintendenze, che sulla base di quelle promesse vengono invitate a fare i loro progetti: ma se i soldi arrivano davvero lo si sa solo a metà anno e perfino in autunno. E sono sempre meno del previsto: meno venti, meno trenta per cento. «Così devi andare dai partner e dire: spiacenti, non ce la facciamo. Umiliante, la parola è questa, umiliante». Ma i tagli non sono uguali per tutti. Non ha un moto d´invidia quando legge, per dire, che per la Fondazione Zeffirelli lo Stato tira fuori otto milioni, pari a un secolo di finanziamento ordinario della sua Pinacoteca? «Un funzionario dello Stato non invidia e non si scandalizza mai. A volte però è colto da uno scoramento al limite del trauma».

La Repubblica 08.04.11

"Per non diventare la generazione perduta", di Giuseppe Provenzano

Sabato di molte città, 9 aprile. Il nostro tempo è adesso. E tempo non ce n’è più. La nazione infranta, piegata da profonde disuguaglianze sociali, nella condizione dei suoi giovani ritrova uno specchio e si vede in tutta la figura, sul crinale tra rilancio e declino. Giovani di larghe vedute e competenze, risorse reali e attuali per intraprendere vie “nuove” (avanzate, sostenibili) allo sviluppo, che invece vivono le pene della ricerca di un lavoro o che alla fine “disertano”, verso marginalità sociali e civili, oppure fuggono dall’Italia immobile. L’istantanea di una generazione è nei dati che misurano i pesanti effetti della crisi sull’occupazione: un calo tutto concentrato sulle fasce d’età giovanili, e aggravato da un sistema di protezione sociale inadeguato e incompleto, squilibrato tra soggetti colpiti e tutele. Precari, certo – di una precarietà che assume valenza esistenziale e caratterizza l’epoca (insomma, il tempo amaro) che viviamo – ma non solo: giovani sofisticatamente sfruttati; giovani a cui la crisi ha inesorabilmente sbarrato le porte d’accesso aunlavoro all’altezza di sé, delle proprie ambizioni e di quelle del Paese – se solo questo Paese ambisse ancora a qualcosa… L’opinione pubblica è povera persino di strumenti conoscitivi per cogliere questa stato delle cose, e insegue decimi di percentuali ad ogni bollettino Istat sul tasso di disoccupazione giovanile, per poi sprecare commenti e ammonire (rinfacciando al governo più gravi responsabilità o, dal governo, per cavarsi dall’impaccio di cuori rubati, corpi venduti): “un giovane su tre è disoccupato”, “questi sono i giovani di cui dobbiamo parlare”! Dato allarmante, che però riguarda una fascia ridotta (15-24 anni, in larga parte a scuola o all’università) e ne nasconde altri più drammatici e eloquenti: come il tasso di occupazione. Per la Svimez, nel 2010, meno di un giovane su tre, tra i 15 e i 34 anni (fascia che comprende l’intera fase di ingresso sul mercato del lavoro anche dei giovani laureati e altamente qualificati), al Sud, ha un’occupazione. E nel caso delle donne, meno di una su quattro. Una generazione che rischia di essere “perduta” in patria. Come “perduti”, per la patria, sono tanti eccellenti “fuorusciti”. Patria che non arriva a Lampedusa. Ecco perché non è più tempo di ascoltare giaculatorie e frasi – come “il futuro è vostro”, “poveri ragazzi, vivrete peggio di noi”, “andatevene, questo Paese non vi merita” – di un inaccettabile paternalismo (che si perverte sempre nell’Italia familista e nepotista) e gravemente irresponsabili se pronunciate da una classe dirigente che, nella condizione dei giovani (e quindi dell’Italia tutta), dovrebbe misurare tutto il suo fallimento.“ Abbiamo fallito”, riconoscono pure alcuni, con gran sospiro e molto vezzo. Ma sbagliano i tempi: il fallimento non è l’essere stati non all’altezza delle aspirazioni di gioventù (qui si fallisce, per definizione), ma è l’incapacità di incidere sul presente, di preparare un avvenire, pur detenendo le leve del “comando”. Il nostro tempoè adesso, e bisognerà pur dire: “a cose nuove, uomini nuovi”. Da questo gran ripasso del Risorgimento, abbiamo imparato che “erano tutti ragazzi”… Ora, nel difficile risveglio dal sonno e dalla sbornia berlusconiani, le generazioni penalizzate – quelli che avevano diciott’anni quando è “sceso in campo” e quelli che hanno diciott’anni adesso – non possono più giocare alla truffa del domani. Troppo lunga la stagione in cui tempo s’è fermato, rimandando il futuro sempre un po’ più in là. Esarà bene vedersi in faccia, domani, nelle molte piazze italiane. Per vedere su chi si può contare, più che per contarci. Se saremotrecento, parremo tremila. Esserci per i ragazzi che in questi anni si ribellavano a Palermo e Locri (o a Castelvolturno)o che soccombevano a Rosarno; per quelli che dieci anni fa erano a Genova e un altro mondo gli pare ora impossibile; per quelli che sono andati via e che vorrebbero tornare; per gli ingegneri a mille euro e gli umanisti a rimborso spese; per quelli che nel migliore dei casi faranno il mestiere del padre (o il cui padre operaio il mestiere non ce l’ha più); per quelli che hanno sfilato coi libri perché tagliano su classi e biblioteche; per quelli che hanno protestato dalle gru e dai monumenti; per quelli che sono saliti sui tetti o che dai tetti sono caduti giù; per la vita diNormanZarcone e per le vite degli altri; per quelli che potrebbero trovarsi a piazza Tahir e per quelli che hanno gli occhi che piangono il Canale di Sicilia; per il ragazzo a cui a current under sea, picked his bones in whispers…

L’Unità 08.04.11

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In piazza la rabbia dei precari “Ci avete rubato il nostro tempo”

Basta con gli stage truffa, il precariato a vita, le offerte “indecenti”, i salari da fame che preludono a pensioni da elemosina: con lo slogan «Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta» migliaia di giovani domani scenderanno in piazza per manifestare contro un mercato del lavoro che li esclude, o li sfrutta senza alcun riguardo per la loro preparazione, le loro aspirazioni e le legittime esigenze di una vita non miserabile. A Roma è prevista dalle 15 una street parade che partirà da piazza della Repubblica per arrivare fino al Colosseo. Manifestazioni sono previste anche a Milano (appuntamento alle Colonne di San Lorenzo, vicino Porta Ticinese), Torino (piazza Vittorio 15), Genova (via San Lorenzo) e poi Parma, Modena, Lecce, Catanzaro, Siracusa, Cosenza, Bari, Lodi e Bergamo. Contemporaneamente giovani studenti e lavoratori italiani, i “cervelli fuggiti all´estero”, scenderanno in piazza anche a Bruxelles, Washington, Londra e Atene.
Il comitato «Il nostro tempo è adesso» è nato alcune settimane fa, e si è diffuso grazie alla Rete: le adesioni alla manifestazione del 9 aprile sono arrivate attraverso il sito (www.ilnostrotempoeadesso.it) e attraverso le varie pagine che sono state aperte su Facebook. «Sulla pagina generale della manifestazione ci sono arrivate oltre 7000 adesioni, su quelle delle città un migliaio circa per ciascuna. – dice Eleonora Voltolina, direttore della “Repubblica dei precari”, tra gli organizzatori della protesta – È nato tutto dal basso, dall´iniziativa di 14 giovani: questa volta i “vecchi” si sono accodati. Era l´ora che i giovani si ribellassero: c´è voluto del tempo, forse se non ci fosse stata la crisi avremmo continuato ad arrangiarci».
Alla protesta hanno aderito anche molti artisti ed esponenti del mondo della cultura, tra i quali Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Daniele Silvestri, Dario Vergassola, Pietro Sermonti, Ninni Bruschetta, Margherita Hack, Luciano Gallino, Jasmine Trinca, Dario e Jacopo Fo, Franca Rame, e le adesioni continuano a crescere di ora in ora. Tra i promotori della manifestazione molti movimenti giovanili, tra i quali “La Repubblica degli stagisti”, i “Giovani non + disposti a tutto della Cgil”, il coordinamento dei precari dell´università, i precari dello spettacolo, l´associazione dei giovani archeologi, le “diversamente occupate”.

La Repubblica 08.04.11

"La legge della disperazione", di Ferdinando Camon

Ora sappiamo la «verità» sull’immigrazione. Credevamo di saperla anche prima, ma era una bugia.
Finora la verità erano le migliaia di immigrati che s’accumulavano a Lampedusa, tanti da superare gli abitanti dell’isola, il loro bisogno di tutto («sono miserabili»), le loro pretese («sono intrattabili»), le loro rampicate su per le reti di recinzione, fino a scavalcarle e scappare per i campi, vanamente inseguiti dalla polizia a piedi o a cavallo, come nei film tra California e Messico.

Quella non era la verità, era un’apparenza. Perché faceva credere a noi e a tutta l’Europa che arrivasse un’umanità pericolosa e non integrabile, una minaccia per il decoro del nostro benessere. Scattava l’istinto di tenerli alla larga. Era l’istinto di conservazione, tanto più forte quanto più alto è il benessere da conservare. Questa strage di circa duecento uomini, donne e bambini, annegati in un crudele gioco di su e giù sulle onde di tre metri, ci butta in faccia una verità brutale che i nostri cervelli e i nostri nervi, intorpiditi dalla civiltà borghese nella quale siamo nati e nella quale moriremo, non ci permette più di cogliere. Ci metteremo giorni a capirla un po’, a ogni tg capiremo qualcosa di più. Non capiremo mai tutto, perché i tg evitano di spaventarci, di farci del male. E la strage fa male. Solo sapere che è avvenuta e che può ripetersi turba la nostra vita, non ci permette più di vivere come prima. Ora sappiamo che non scappano da una vita misera. Scappano dalla morte, e attraversano la morte pur di scappare.

Se la vis a tergo fosse un miglioramento della vita, non potrebbe spingerli per giorni e notti, farli navigare senza direzione, mal guidati da qualche rudimentale strumento che fa della loro navigazione un lungo tuffo nel buio fra acqua e cielo. Spesso il motore si rompe, manca l’acqua, e loro si mettono a pregare, singolarmente o in coro. È la «morte lenta», che può durare anche giorni e giorni. Fino a diventare indefinibile: in qualche salvataggio si scopriva che a bordo c’era qualcuno già morto da tempo, che i vivi non avevano le forze per sollevarlo oltre la sponda. Altre volte dai racconti si poteva dedurre che qualcuno era stato buttato fuori della barca senza la certezza che fosse morto.

La strage di ieri entra invece nella «morte rapida», resa più crudele dal fatto che è avvenuta in prossimità della salvezza. Han visto arrivare nel buio, ombra nell’ombra, la nave che li soccorreva, si sono spaventati, nel panico si sono spostati in massa dentro l’imbarcazione capovolgendola. Era la salvezza, è diventata la morte. Ci sono transiti dalla vita alla morte che sono governati senza pietà. La «morte rapida» è sempre uno scontro con la natura, gli uomini usano le loro forze e la natura le sue: gli uomini perdono tutti, ma per primi perdono i più deboli, i bambini e le donne. Così qui è successo che alcuni salvati han visto morire la moglie e i figli. Dobbiamo fare ancora un altro passo, se vogliamo capire fino in fondo cos’è la migrazione: le disgrazie come questa (annegare in massa) tutti i migranti sperano che non avvengano, ma un pezzettino del loro cervello, un pezzettino inascoltato e nascosto, sa sempre che non sono impossibili. Si parte con quella spia accesa nel cervello. Con quei barconi stravecchi, tra quelle masse umane vaneggianti e inesperte, noi pensavamo che le loro partenze notturne, via una barca sotto l’altra, fossero una sfida a noi, alla polizia, alla finanza, una questione di ordine pubblico.

Per loro sono una sfida al destino, una lotta tra la vita e la morte. Se uno ce la fa, salva se stesso e coloro che da lui verranno. Abbiamo visto in passato barconi sfracellarsi sugli scogli, otto-dieci fortunati scendevano, e raccontavano dei compagni morti nella traversata: ma quelli che scendevano alzavano due dita in segno di vittoria. L’Italia e l’Europa ci mettono tutta la forza delle leggi e dei trattati per impedirgli di venire qui. Ma loro ci mettono la forza della disperazione per venire. Lo scontro è fra queste due forze. Ora lo sappiamo.

La Stampa 07.04.11

Sigonio, il Pd interroga la Gelmini: “Bocciatura politica?”

I parlamentari democratici modenesi raccolgono le proteste di studenti, genitori e insegnanti dopo la decisione del ministero di non autorizzare il Liceo musicale. Dopo la bocciatura del liceo musicale al Sigonio i deputati modenesi del Pd raccolgono le preoccupazioni della dirigente Pinelli, dell’assessore Malaguti, delle famiglie degli studenti, della città intera e annunciano un’interrogazione in Parlamento. Ecco una dichiarazione congiunta degli on. Manuela Ghizzoni, Ricardo Franco Levi, Ivano Miglioli e Giulio Santagata.

«I deputati democratici non ci stanno ad accettare la decisione ministeriale. Una scelta grave, che mortifica le attese dei giovani modenesi che si sono sottoposti a rigorose selezioni per poter appagare le proprie aspirazioni formative e artistiche frequentando il liceo musicale. Vogliamo conoscere le ragioni di una scelta che umilia i 34 ragazzi aspiranti liceali e penalizza un territorio a forte vocazione musicale.

Peraltro ci chiediamo come mai siano presenti 8 istituti in Lombardia (due a Milano, a Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia, Busto Arsizio, Como) e nel Veneto (a Verona, Este, Belluno, Montagnana, Padova, Vicenza, Castelfranco Veneto, Venezia), mentre in Emilia Romagna sia stato autorizzato solo quello di Parma e, per il prossimo anno, Forlì.

Che influiscano gli orientamenti politici espressi tradizionalmente dai territori? Certo è che dalle chiacchiere ai fatti il passo è lungo: le molteplici e ripetute dichiarazioni rilasciate da esponenti del governo sull’importanza dell’educazione musicale e l’enfasi con cui la ministra ha annunciato l’istituzione dei licei musicali si scontra con i tagli di Tremonti, con la scelta governativa di far cassa ai danni della scuola.

Modena perde il liceo musicale così come 70 cattedre nelle scuole superiori, a fronte di un sensibile aumento della popolazione studentesca (382 studenti in più nelle prime classi). Complessivamente i posti che il sistema scolastico modenese perderà sono 137: alla faccia della velleitaria riforma epocale!».

Rivara, il Pd: “Tempo scaduto, il centrodestra deve decidersi”

I deputati modenesi del Pd invitano l’on. Bertolini del Pdl a pronunciarsi con chiarezza. Ma chiedono una presa di posizione anche a Poletti, candidato sindaco del Pdl a Finale. “E’ finito il tempo delle chiacchiere. E’ ora che tutti i parlamentari, indipendentemente dagli schieramenti, esprimano con chiarezza, attraverso il voto, la propria posizione sulla realizzazione del deposito di gas di Rivara”.
La richiesta arriva dai deputati modenesi del Pd – Ghizzoni, Levi, Miglioli e Santagata – dopo che i rappresentanti democratici in commissione Ambiente della Camera ieri hanno chiesto che entro la fine della prossima settimana si proceda con il voto sulla risoluzione del Pd sul maxi-deposito. I rappresentanti democratici sono convinti che “il tempo a disposizione per i parlamentari modenesi che ancora non hanno apposto al loro firma a sostegno della risoluzione Pd o della Lega stia per scadere”.

Chiaro il riferimento all’on. Isabella Bertolini del Pdl che ancora non si è espressa in proposito. “Comprendiamo la sua difficoltà – incalzano i parlamentari del Pd – poiché all’interno del suo partito trovano spazio orientamenti opposti. L’on. Giovanardi propugna con entusiasmo la costruzione del deposito. L’on. Bertolini cosa dice? E’ d’accordo anche lei? In questi casi una scelta chiara è d’obbligo. Così come sarebbe opportuno che, in vista delle prossime elezioni amministrative, si pronunciasse il candidato sindaco del centrodestra a Finale, Maurizio Poletti. I finalesi – concludono i parlamentari del Pd – hanno il diritto di sapere come la pensa uno che aspira a governare il Comune”.

La risoluzione del Pd presentata in commissione Ambiente della Camera impegna il Governo “ad assumere una posizione politica precisa sull’inopportunità della scelta della realizzazione del deposito di gas a Rivara, allo scopo di evitare di sottoporre il territorio a rischi imprevedibili conseguenti alla mancanza di sicurezza sismica e geologica del sito, oltre che per ragioni di criticità ambientale”. Impegna inoltre il governo “a non rilasciare titoli di concessione mineraria per l’impianto di stoccaggio di gas in acquifero a Rivara”.

"Federalismo fiscale, Cecilia Guerra boccia la riforma", di Alfredo Roma

“Federalismo fiscale: una vera riforma?’’. Questo è il titolo della conferenza tenuta da Maria Cecilia Guerra, docente di Scienza delle Finanze alla Facoltà modenese di Economia, alla presenza di un folto pubblico di docenti, studenti e amministratori pubblici.
Il riferimento è alla legge delega n. 42 del 2009. Il tema riguarda il finanziamento della spesa pubblica dei diversi livelli di governo: Stato, Regioni, Province e Comuni, spesa pubblica destinata a beni e servizi pubblici per l’intera popolazione.
Uno degli scopi principali della riforma è di aumentare l’efficienza di tale spesa pubblica attraverso la responsabilizzazione degli amministratori ai vari livelli, amministratori che devono poter avere un certo grado di autonomia per raggiungere un bilancio tra entrate fiscali e servizi resi.
In questo modo il federalismo crea anche una concorrenza tra regioni, e quindi una differenziazione dell’offerta di servizi, permettendo ai cittadini di scegliere ove collocare le proprie attività. Tale concorrenza trova comunque un limite nell’articolo 117 della Costituzione che impone che certi servizi di base debbano essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale e secondo un principio di solidarietà che si rifà ai “livelli essenziali delle prestazioni’’. Alla concorrenza si contrappone quindi un’esigenza di cooperazione tra i territori e in questa tensione si pone il problema politico di più difficile soluzione.
In effetti, esiste un limite all’autonomia perché il 75% delle spese sono destinate alla sanità, quindi l’autonomia è limitata al rimanente 25%. Poiché l’articolo 119 della Costituzione non permette trasferimenti dallo Stato agli enti locali, occorre finanziare i servizi pubblici locali attraverso la “compartecipazione’’ a determinate imposte nazionali o attraverso l’istituzione di tributi locali.
I riferimenti per determinare questa compartecipazione, riguardo ai fabbisogni locali, sono pochi e di difficile lettura: esiste una enorme sperequazione, ad esempio, tra l’Irpef pro-capite della Lombardia e quella della Calabria; non esistono dati statistici attendibili sulle poste in gioco; i bilanci dello Stato e degli enti locali non dialogano tra loro.
Manca nella legge e nei decreti sinora emanati una definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e ciò vanifica gran parte del lavoro sinora svolto. Si fa invece rinvio a numerosi e ulteriori decreti attuativi nel tentativo di rispettare il termine ultimo del 21 maggio 2011.
Secondo Cecilia Guerra la situazione è sconfortante perché si tratta di un documento con gravi limiti e senza contenuti sostanziali.
Probabilmente si attuerà un’applicazione graduale delle norme nel triennio successivo, prevedendo una revisione entro tre anni dall’adozione. Il decreto sulla fiscalità municipale toglie i trasferimenti e istituisce tributi sugli immobili (trasferimenti, affitti, seconde case) deformando aspetti importanti del sistema fiscale nazionale (ad esempio con la così detta cedolare sugli affitti) senza garantire l’ampliamento dell’autonomia tributaria ai Comuni. Nel 2014 è prevista l’istituzione di una Imposta Municipale Unica che cancellerà Ici e Irpef per la parte relativa ai redditi fondiari da immobili non locati. Al contrario, alle Regioni è lasciata una maggiore libertà di manovra su Irap e Irpef.
La brillante e profonda esposizione di Cecilia Guerra, considerata uno dei maggiori esperti di finanza pubblica in Italia, ha messo in risalto le criticità di questo tentativo affrettato di riforma in cui il disegno di un’importante riforma strutturale è stato spesso piegato a esigenze e compromessi di breve periodo.

La Gazzetta di Modena 07.04.11