Latest Posts

"Orda immigrata, il neo-razzismo di Beppe Grillo", di Roberto della Seta e Francesco Ferrante

“L’Italia ha il 20% di disoccupazione e almeno 100.000 extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Li ospiterà D’Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri ‘ultimi’, pensionati e disoccupati delle periferie?… Un’invasione, perché di questo si tratta… La destabilizzazione degli Stati è avvenuta da sempre anche grazie al fattore immigrazione…”. A
parlare così non è Borghezio ma Beppe Grillo, in un intervento postato sul suo blog il 29 marzo scorso.
Toni e contenuti della requisitoria di Grillo contro quello che lui stesso chiama il tabù buonista dell’immigrazione fanno impressione: per la totale irrazionalità delle argomentazioni – l’Italia “invasa” è uno dei paesi europei con meno immigrati, l’idea che gli stranieri “rubino” il lavoro agli italiani è una bufala -, per l’idea presa di peso dalla retorica nemmeno leghista, ma lepenista, che l’immigrazione rischia di sgretolare l’Europa. Fanno impressione le parole di Grillo, ma non sorprendono più di tanto. Da quando il comico genovese si è reinventato predicatore anti-sistema, il suo linguaggio ha sempre indossato i panni del populismo di destra. Nella sinistra radicale Grillo gode di un pregiudizio favorevole, quasi di un’immunità culturale: perché la sua forza polemica rappresenta un’arma efficace sia contro il berlusconismo sia nei confronti dei vizi e delle degenerazioni della “casta” politica di destra come di sinistra. E Grillo gode di popolarità. larga anche in un vasto mondo di cittadinanza attiva dal basso obiettivamente più vicino alla sinistra che alla destra – dai comitati per l’acqua pubblica ai gruppi locali che si battono contro inceneritori e altri impianti considerati dannosi – che ha trovato in lui un paladino brillante e mediaticamente incisivo e che è la base su cui è nato e cresciuto il fenomeno dei “grillini”. Questo spiega, tra l’altro, i successi elettorali ottenuti dal movimento Cinque Stelle, che a Grillo direttamente si ispira, in elezioni locali anche importanti, successi che hanno sottratto voti soprattutto ai partiti di sinistra. Ma questo non cambia un’evidenza di fondo: Beppe Grillo esprime un pensiero squisitamente reazionario, la sua figura politica ne fa un emulo più di Giannini o di Poujade, gli inventori europei del qualunquismo, che non l’interprete, sia pure estremo, di una posizione progressista. Insomma quando invoca la fine dei partiti (non di questi partiti…), quando in un incontro alla Camera dà delle puttane alle parlamentari presenti, quando se la prende con lo Stato imbelle che non ferma l’orda barbara degli immigrati, Grillo fa il suo mestiere: mette la sua tecnica, la sua “arte” di geniale polemista al servizio di perorazioni che molto spesso partono da denunce sacrosante ma quasi sempre rivelano una mentalità un po’ fascista. Niente di drammatico, però sarebbe bello se altri che fascisti non sono, e che danno ancora importanza alle idee che stanno dietro le parole, smettessero di fargli da corifei.

da Il Manifesto 08.04.11

Carenze di Dirigenti scolastici: l’On. Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione Istruzione alla Camera, in un’interrogazione al Ministro Gelmini chiede la nomina di nuovi Presidi e lancia l’allarme sugli organici

“In Provincia di Modena l’anno prossimo avremo 56 scuole con dirigenti scolastici costretti a correre da una sede all’altra. Carenze di organico anche nell’Unione Terre d’Argine, con 4 scuole a mezzo servizio”. “Il prossimo anno scolastico in provincia di Modena 28 Presidi saranno costretti a svolgere le loro funzioni su più direzioni scolastiche, correndo da una scuola all’altra – lancia l’allarme Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione Istruzione alla Camera, che ha presentato una interrogazione al ministro Gelmini per chiedere la nomina di nuovi Dirigenti scolastici – complessivamente saranno 56 le scuole modenesi e 330 quelle della Regione Emilia Romagna che rischiano di avere un Dirigente Scolastico a mezzo-servizio”.

L’interrogazione, prima firmataria la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni, è stata sottoscritta anche dagli altri deputati del PD regionale. I parlamentari hanno chiesto al Ministro Gelmini tempi e modalità del concorso che dovrebbe nominare i nuovi Dirigenti. I ritardi del concorso, atteso ormai da alcuni anni, stanno producendo una situazione insostenibile, nonostante il generoso impegno dei presidi.

“Per quanto riguarda l’Unione Terre d’Argine, ci saranno ben quattro istituzioni scolastiche nelle quali i dirigenti dovranno affrontare un carico di lavoro oneroso, correndo da una scuola all’altra. La carenza di Dirigenti scolastici – sottolinea Ghizzoni – certamente non aiuta il buon funzionamento delle autonomie scolastiche, costrette a uno stato di sofferenza gestionale ed istituzionale, con presidi impegnati su più sedi. Una situazione che certamente i tagli di organici dei docenti contribuiscono ad aggravare”.
“A Modena, su 95 istituzioni scolastiche, 22 sono prive di dirigenti e il prossimo anno altri 6 dirigenti andranno in pensione – spiega la deputata del PD – il Governo prosegue così il suo miope disegno di smantellamento della scuola pubblica, ma se errare è umano, perseverare è diabolico”.

"Quando i naufraghi eravamo noi", di Gian Antonio Stella

Gli incidenti marittimi che costarono la vita a migliaia di emigranti italiani. La sera del 4 agosto 1906 il mare depositò sulla spiaggia di Cartagena, in Spagna, un lattante tutto fasciato. Era vivo. Miracolosamente vivo. Dissero i parrocchiani della vicina chiesa, recitando un pateravegloria, che solo il buon Dio poteva aver salvato quella creatura. Lo dissero mentre allineavano sulla sabbia, a decine e decine, i corpi restituiti dalle onde dei poveretti annegati nel tragico naufragio del vapore Sirio, partito due giorni prima da Genova e diretto a Gibilterra per poi affrontare l’Atlantico verso il Brasile. Furono 292 i morti, secondo il Lloyd, che voleva ridimensionare il più possibile la catastrofe dati i torti degli armatori (il Sirio non aveva le doppie eliche né «paratie stagne e doppiofondo continuo» né le scialuppe sufficienti per tutti i passeggeri, come imponeva la legge impantanata alla Camera dalla potente lobby della marina mercantile) e i torti dell’equipaggio, partito senza carte nautiche (!) e piombato a tutta velocità sugli scogli di capo Palos. Ma stime più serie dissero: almeno quattrocento. Forse cinquecento. E mai come oggi, dopo la catastrofe della nave affondata sulla rotta per Lampedusa, vale la pena di rileggere le cronache della tragedia sul «Corriere» di allora: «Il primo senso di stupore degenerò in un batter d’occhio in un folle panico, producendo una confusione indescrivibile. I passeggeri, correndo all’impazzata e gridando disperatamente, rendevano impossibile l’opera di salvataggio. (…) A uno degli alberi del Sirio si erano avvinghiati sei ragazzi le cui madri si trovavano troppo lontano per poterli soccorrere. Le grida delle madri erano strazianti. Le ondate staccarono ad uno ad uno quei ragazzi dall’albero gettandoli in mare sotto gli sguardi delle povere madri impotenti a salvare le loro creature» . Felice Serafini, che prima della partenza era passato dal fotografo Recalchi di Arzignano, Vicenza, per lasciare ai parenti una foto a ricordo (lui al centro in giacca, panciotto e camicia candida, una mano sulla spalla della moglie, i figlioletti intorno) vide sparire tra i flutti l’intera famiglia. Raccolto da una scialuppa, fu portato a Cartagena: «Venimmo tosto aiutati da quella buona gente che ci diede da mangiare ciò che aveva lì per lì e cioè pane, sardine, frutta e un po’ di vino. Rifocillati alquanto ci si condusse ad un teatro e quivi passammo la notte. E Dio mio, che notte! (…) Il cuore ci scoppiava in petto dallo strazio che provammo al pensare ai nostri cari scomparsi nel naufragio in modo così brutale. Mia moglie, i miei figli, gridavo io dal mio giaciglio giungendo le mani al cielo…» . La mattina dopo, girando disperato tra i sopravvissuti, ne trovò due, dei suoi bambini. Gli altri sei e la moglie Amalia che era incinta del nono, erano stati ingoiati dal mare. Quello del Sirio fu solo uno dei tanti naufragi della nostra emigrazione. Bisognerebbe ricordarle nelle scuole, quelle tragedie. Almeno le più spaventose. Come l’affondamento dell’Utopia (pensate che nome, per un vapore che portava i nostri nonni verso il sogno…), un bastimento inglese che, partito da Trieste e fatta tappa a Napoli, portava 3 passeggeri di prima classe, 3 clandestini, 59 membri dell’equipaggio e 813 emigranti, quasi tutti italiani e che la sera del 17 marzo 1891, con un tempo pessimo e visibilità ridotta, davanti al porto di Gibilterra, sbagliò manovra, andò a sbattere contro il rostro di una corazzata alla fonda e colò a picco in pochi minuti inghiottendo 576 poveretti. Poco meno, 549, furono le vittime in gran parte italiane (erano molti, quelli che preferivano raggiungere in treno Le Havre per accorciare il viaggio in mare) del Bourgogne, un piroscafo francese che affondò il 4 luglio 1898 dopo una collisione con il veliero inglese Cromartyshire al largo della Nuova Scozia. Un’ecatombe che fermò il respiro a tutti con la pubblicazione sulla prima pagina del «Petit Journal» di Parigi di un’agghiacciante illustrazione dei corpi buttati sulla spiaggia. E come dimenticare il Principessa Mafalda? Era stata a lungo la nave ammiraglia della flotta commerciale italiana, ma il giorno in cui salpò per il suo ultimo viaggio fatale, l’ 11 ottobre 1927, era così vecchia e sgangherata che al ritorno avrebbe dovuto essere smantellata. Per otto volte i motori si fermarono nel Mediterraneo. Per otto volte li fecero ripartire. Il segnale era inequivocabile: fermatevi! Macché: il capitano Simone Gulì, di cui resta una foto con Pirandello, s’avventurò nell’oceano. Si fermò per riparazioni a Dakar e poi anche a São Vicente di Capo Verde. Ma la vecchia tinozza era ormai alla fine. Avrebbe raccontato mezzo secolo dopo al «Clarín» la signora Flora Forciniti, che con la mamma e due fratelli doveva raggiungere a Buenos Aires il padre e i fratelli, che la Mafalda navigava così storta «che la mattina non potevamo appoggiare la tazza con il caffelatte perché si sarebbe rovesciata» . Finché, al largo del Brasile perse l’asse di un’elica e «l’acqua si lanciò all’assalto come un nemico avido di preda» . L’orchestra di bordo, che stava suonando un black bottom, smise di colpo. Il violinista posò il violino, il trombettiere la tromba. E scoppiò il panico. Quando arrivarono in soccorso le navi richiamate dall’Sos, centinaia di naufraghi tentavano di restare a galla attaccati a salvagenti, tavole, botti, casse… Le acque erano infestate di squali. Un marinaio poco più che ragazzino cedette il suo salvagente a un vecchio che implorava aiuto, e si buttò in acqua con lui per trascinarlo alla scialuppa più vicina. Un pescecane l’attaccò, lui lanciò un urlo straziante. Si chiamava Anacleto Bernardi, era figlio di immigrati italiani. Il Duce, deciso ad abolire le cattive notizie, ordinò di esaltare l’eroismo del comandante e minimizzare la tragedia. Il «Clarín» avrebbe contato 657 morti. Il «Corriere» , sotto il bastone del regime, titolò: «Poche decine le vittime» . La linea fu dettata dal Minculpop: «Delle cause del sinistro poco si sa; si parla di scogli, si parla di un’esplosione. Comunque — si può asserirlo con riverente amore per la nostra ardita e potente Marina mercantile — la sventura non è da attribuirsi né a imperizia né a negligenza dell’equipaggio, ma a una tremenda fatalità» .

Il Corriere della Sera 08.04.11

"Quei netturbini con la laurea pagati mille euro al mese così studiare diventa uno spreco", di Rosaria Amato e Antonio Fraschilla

Anni di studio e sacrifici economici delle famiglie Il risultato? Impieghi sottoinquadrati e senza carriera. Secondo una ricerca di Almalaurea l´11% dei ragazzi considera del tutto inutile il titolo accademico conseguito. Il 29 per cento dei lavoratori dei call center aziendali ha almeno un diploma triennale, molti anche il master. Andrea Cammuca è laureato in Economia. Il giorno della laurea sua madre ha pianto per la felicità. La famiglia, d´altronde, ha investito su di lui facendo non pochi sacrifici, visto che oggi in Italia portare un figlio alla laurea costa in media 16 mila euro, che diventano 50 mila se studia fuori città. Adesso Andrea però ha un lavoro a tempo indeterminato: netturbino nella società di raccolta dei rifiuti a Palermo, stipendio da 1.100 euro al mese e turni che vanno dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Anche Alessandra Petrucci è operatrice ecologica, all´Ama di Roma, con una laurea in sociologia e un master: quando ha cominciato a lavorare, il nonno le ha chiesto sbalordito, per giorni e giorni, «Ma come, non ti hanno dato ancora una scrivania, stai sempre per strada?». E invece in nove anni non è cambiato niente. La loro, purtroppo, non è una storia isolata o un caso particolare. In Italia ogni anno 32 mila neolaureati nella migliore delle ipotesi entro i cinque anni dal conseguimento del titolo troveranno un lavoro sottopagato e che nulla ha a che fare con quanto studiato. Dopo i cinque anni? Non cambia nulla, spesso si rimane sempre allo stesso punto: lavori sottopagati senza alcuna prospettiva di carriera, e addio ai sogni di un futuro migliore costruito sui libri. E così da Torino a Palermo, da Milano e Roma, proliferano sociologi che fanno i metronotte, economisti che fanno i netturbini, archeologi ridotti a impiegarsi come custodi o laureati in Lettere e filosofia che fanno i guardia sala nei musei. I dati degli istituti di ricerca sono impietosi. Secondo l´indagine Istat «sull´ingresso dei giovani nel mercato del lavoro» nel secondo trimestre 2009 circa 2,2 milioni di giovani fino a 34 anni laureati o diplomati (corrispondenti al 47,1 per cento del totale) possiede un titolo di studio superiore a quello richiesto per svolgere la propria professione. Almalaurea stima all´11 per cento il numero dei laureati che a cinque anni dal conseguimento del titolo giudica inutile quanto studiato rispetto al lavoro trovato. Ecco la radiografia di un Paese che va indietro, inesorabilmente, e davanti a sé lascia solo frustrazione: «Perché primo o poi la rabbia dei laureati che fanno i custodi nei musei o gli addetti alle biglietterie, a esempio, scoppierà insieme a quella dello loro famiglie che hanno investito tanti soldi per dare ai figli un futuro migliore», dice Andrea Brignoli, della Filcams Cgil. Ma che lavori sono costretti a fare oggi i neolaureati? Quali sono le lauree che danno meno garanzie? E, soprattutto, quanti sono i laureati sottoinquadrati oggi in Italia?

CUSTODI, BIGLIETTAI E GUARDIE GIURATE
Emiliano Ceccarelli, 36 anni, fa la guardia giurata a Roma. Si è laureato in Sociologia nel 2004, indirizzo economico e del lavoro: «Quando ho cominciato l´università, pensavo che mi sarebbe piaciuto occuparmi di relazioni industriali, gestione delle risorse umane. Pensavo che attraverso la laurea avrei potuto ambire a qualsiasi lavoro. Avevo questa visione ideale, che l´università preparasse la futura classe dirigente del Paese». Dopo la laurea però Emiliano non ha trovato il lavoro che desiderava, e ha cominciato a fare il mediatore creditizio, come libero professionista. È andata bene per un certo periodo, poi però è arrivata la crisi: «Il mercato è cambiato, mi sono trovato in difficoltà, soffrivo di ansia, e allora ho preferito fare questo lavoro, la guardia giurata, che mi dà la possibilità di godere di un contratto a tempo indeterminato». Per guadagnare circa mille euro, Emiliano fa molti straordinari: lavora dalle 7 alle 19, 12 ore. Quando è stanco, chiede al datore di lavoro di esonerarlo, e si limita alle 8 ore di turno. Amareggiato? In fondo al cuore sì: «Questo non è un Paese fondato sui sogni», conclude. Di sogni ne ha coltivati tanti anche Roberta Reali, brillante laureata in Lettere indirizzo classico, con tesi in storia dell´arte: «La mia passione è stata sempre l´arte, ho scritto cataloghi di decorazione e di pittura, ho un blog, e faccio studi anche per l´Accademia delle belle arti di Rovigo, ma tutto questo non mi fa guadagnare un centesimo di euro», racconta Roberta, che dopo aver frequentato un dottorato a Parigi, alla fine è tornata a Venezia: «Non ho trovato mai lavoro, così per mantenermi da quattro anni attraverso una cooperativa faccio la bigliettaia e la custode per la Fondazione Biennale – dice – Guadagno 900 euro al mese e non ho alcuna possibilità di fare carriera. Perché formalmente non ho rapporti diretti con la Biennale, e la cooperativa presta questi servizi e non ha altre mansioni in pianta organica».
Come lei anche Luisa Berti, laureata in Storia dell´arte, le ha provate tutte: concorsi per vigili urbani e per entrare al Casinò di Venezia compresi: «Ma alla fine lavoro ormai da anni come guarda sala a Palazzo Ducale – dice – 10 ore e mezza di turni al giorno e una paga mensile di poco più di mille euro al mese. Mi guardo attorno e vedo tanti colleghi laureati che fanno il mio stesso lavoro. Rispetto a chi sta a casa e non guadagna nulla, mi sento fortunata». E “fortunati” si sentono anche gli 8 laureati in Archeologia assunti alla fine dello scorso anno dalla Soprintendenza all´Antichità di Torino. Qualifica? «Custode» di quattordici siti, da Almese a Caselette a Vaie. «Mi sento privilegiata ad avere un posto di lavoro», dice Simona Contardi, archeologa con tanto di dottorato. La Soprintendente Egle Micheletto ha proposto, per questi custodi sui generis, l´impiego anche in attività di comunicazione e rapporti con il pubblico. Apriti cielo, i sindacati sono insorti perché «questo è un trattamento privilegiato che va riconosciuto a tutti gli operatori». La storia di Stefania, laureata in Lingue e letterature straniere a Bologna, racconta però come al fondo non ci sia mai fine: «Dopo la laurea ho trovato lavoro in aeroporto per 700 euro al mese iniziali, lavorando con turni massacranti, avendo giorni di riposo quando capitava – racconta – Poi per sfruttare la mia laurea ho deciso di offrirmi come traduttrice. Ma non ho trovato nulla che mi facesse guadagnare almeno i soldi per pagarmi gli alimenti. Ora lavoro in nero come cassiera in una pizzeria da asporto, tutte le sere per due ore, a 5 euro l´ora. Mando però curricula tutti i giorni e vedo che per lavori per i quali mi chiamavano appena laureata, ora non mi considerano più».

I NETTURBINI LAUREATI IN INGEGNERIA
Una storia a sé, che colpisce, è quella di chi ha una laurea anche in materie considerate ostiche, come l´economia o l´ingegneria, e si ritrova ad accettare un posto da netturbino di notte. Andrea Cammuca, 30 anni, palermitano, però ha sempre il sorriso sulle labbra: «Ho studiato e mi sono laureato in Economia del turismo – dice – Ho accettato il lavoro all´Amia (l´azienda dei rifiuti di Palermo, ndr), lo stesso che ha fatto mio padre, solo per avere un posto fisso. Certo, è dura andare su un autocompattatore di notte, tutte le notti, e tornare alle quattro di mattina. Ma è un lavoro finalmente stabile, che mi permette di mettere qualcosa da parte, la mia laurea è una cosa che fa parte di me e magari in futuro potrò sfruttarla». A Palermo sono tanti i laureati netturbini. C´è perfino un ingegnere elettronico, Francesco, che per spiegare come sia finito a fare questo lavoro dopo anni di studi difficilissimi, non usa giri di parole: «Non volevo più pesare sulle spalle di mio padre». Gli operatori ecologici laureati abbondano anche all´Ama di Roma: Alessio Piccirillo, oltre alla laurea e al master, parla anche quattro lingue, ma non gli servono a trovare un lavoro migliore, e forse ormai non gli interessa più: «Le prime volte che mi sono ritrovato al centro di Roma, con una scopa in mano, ero imbarazzato. Mi è anche capitato che qualche conoscente mi evitasse. Però in fondo mi reputo fortunato: posso contare su uno stipendio fisso, è importante soprattutto adesso che mi sono sposato. Se c´è qualcuno che ne fa una questione di rispettabilità, che si vergogna, sono problemi suoi».
È abbastanza rassegnata anche la sua collega Alessandra Petrucci, all´Ama da 9 anni, si è impiegata poco dopo aver conseguito la laurea in sociologia: «Quando ho accettato questo lavoro mia madre non mi ha parlato una settimana. Ma di tutti i laureati che conosco, e ne conosco tantissimi, solo due o tre fanno un lavoro corrispondente al titolo di studio. Certo, io e mia sorella eravamo le prime laureate della famiglia, i miei avevano costruito tanti sogni sul nostro futuro. A mia sorella non è andata meglio: fa panini al McDonald´s. Però non so se cambierei lavoro: qui ho la tredicesima, la quattordicesima, le ferie e le malattie pagate. Ammiro chi ha il coraggio di mollare tutto per inseguire i suoi sogni, io non credo che lo farei».
L´EFFICACIA DELLA LAUREA
«Il sottoinquadramento è un fenomeno legato alla mancanza di stabilità di lavoro, e quindi è aumentato negli ultimi anni, ed è destinato ad aumentare ancora», osserva Alessandro Buonfigli, segretario della Fit-Cisl del Lazio. In altre parole, i laureati giovani e soprattutto non più tanto giovani, dopo anni di precariato alla ricerca del lavoro al quale aspirano, a un certo punto si arrendono, e preferiscono uno stipendio sicuro, anche se si tratta di un lavoro non corrispondente al loro titolo di studio. Il 29 per cento dei lavoratori dei call center, secondo l´ultima indagine della Slc Cgil, ha una laurea. Dall´ultimo rapporto di Almalaurea emerge che, a un anno dal termine degli studi, 78 laureati su cento dichiarano che la laurea quinquennale è «abbastanza efficace», 3 punti in meno rispetto all´analoga indagine di un anno fa, 6 punti in meno rispetto alla rilevazione 2008. Se si considerano tutte le lauree, anche quelle triennali, l´indice di efficacia si riduce: si va dall´86,4 per cento dei laureati in medicina al 61,4 per cento dei laureati in scienza della formazione fino al 27,2 per cento di lettere e filosofia e al 26,9 per cento di psicologia. Va male anche per una facoltà un tempo molto gettonata come giurisprudenza (36,9 per cento) ma anche per una laurea apparentemente molto ricercata anche adesso, economia (36,8 per cento). In media, l´11 per cento dei laureati, dopo quattro anni dal conseguimento del titolo, giudica «per nulla efficace» la propria laurea rispetto al lavoro trovato. Conti alla mano, su un mondo universitario che ogni anno sforna oltre 290 mila laureati, ben 32 mila di fatto metteranno la pergamena nel cassetto e non la utilizzeranno più.
Le aziende sono sempre meno interessate ad assumere lavoratori di qualificazione medio-alta: «L´Italia è un Paese più manifatturiero che terziario – osserva il direttore generale del Censis Giuseppe Roma – e i servizi terziari, dove di solito si assumono i laureati, sono la parte meno avanzata del sistema». E infatti nel terziario (dati Censis) sono state le professioni non qualificate a registrare negli ultimi cinque anni la crescita più significativa (+17,9 per cento tra il 2004 e il 2009). Di contro, «le posizioni di vertice della piramide professionale-dirigenti hanno visto incrementare in misura molto meno significativa, quando non diminuire, la propria base occupazionale».
Peccato però che a fronte di questo mercato del lavoro impazzito e dalla porta d´ingresso sempre più bassa e secondaria, le famiglie italiane investano fior di euro per far laureare i propri figli, Nella speranza che facciano un salto di qualità. Ma quanto costa oggi laurearsi? E quanto spendono le famiglie per i fuorisede? Secondo un´indagine di Federconsumatori sugli atenei statali italiani, le tasse in media si aggirano intorno ai 1.747 euro all´anno, che diventano 8.735 euro per la laurea quinquennale. A questa cifra occorre aggiungere libri, trasporti urbani, cancelleria ed eventuali spese per stage fuori sede: per queste spese, rileva l´Istat nell´ultima indagine sui «costi sostenuti dalle famiglie per l´istruzione universitaria», si arriva a 7.580 euro nei cinque anni. Totale, 16.315 euro. Se lo studente è fuori sede, il totale dei costi sale a oltre 46 mila euro, sempre che lo studente si laurei entro i cinque anni. Cifre importanti, insomma, a fronte di un investimento dai risultati incerti, se l´obiettivo è quello di trovare un lavoro adeguato al titolo di studio e quindi con uno stipendio dignitoso: in Italia, sempre più un miraggio.

La Repubblica 08.04.11

"La Consulta boccia la norma del pacchetto sicurezza sui sindaci. Maroni: è un errore, ma la correggeremo", da Il Sole 24 Ore

«Il pacchetto sicurezza aveva tantissime norme. La sentenza della Consulta non lo smantella. Correggeremo, per ripristinare al più presto il potere di ordinanza dei sindaci, perché è una norma importantissima». Così il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, durante “Porta a Porta”, ha commentato la sentenza 115/2011 della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima una parte del pacchetto sicurezza. La Consulta è intervenuta «nella parte in cui consente che il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotti provvedimenti a “contenuto normativo ed efficacia a tempo indeterminato”, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minaccino la sicurezza urbana, anche fuori dai casi di contingibilità e urgenza».

La norma che consente ai sindaci di emanare ordinanze a tutela della «incolumità pubblica» e della «sicurezza urbana» è stata bocciata in parte perché secondo i giudici della Consulta concedeva poteri non sufficientemente delimitati dalla legge ai primi cittadini, trasformati in sindaci-sceriffi secondo la sintesi giornalistica adottata in occasione dell’approvazione parlamentare della legge. Il caso, sollevato di fronte al Tar del Veneto dall’associazione Razzismo Stop contro il comune di Selvazzano Dentro, riguarda un’ordinanza per proibire l’accattonaggio.

Rischio discriminazione per le minoranze etniche
Nello specifico, la norma parzialmente cassata dalla Corte costituzionale è «l’articolo 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, numero 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), come sostituito dall’articolo 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, numero 125», ove indica che «il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana». Secondo il giudice delle leggi la locuzione «anche» prima delle parole «contingibili e urgenti» di fatto lascia mano libera ai sindaci con un potere di ordinanza «non limitato ai casi contingibili e urgenti». La norma quindi «non prevede una qualunque delimitazione della discrezionalità amministrativa in un ambito, quello della imposizione di comportamenti, che rientra nella generale sfera di libertà dei consociati».

Per la Consulta, quindi, la norma vìola l’articolo 23 della Costituzione («Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge»), l’articolo 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») e l’articolo 97 primo comma («I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione»). In particolare, la legge sarebbe discriminatoria nei confronti delle minoranze etniche proprio nel consentire ordinanze come quella anti-mendicanti contestata in Veneto, perché «gli stessi comportamenti potrebbero essere ritenuti variamente leciti o illeciti, a seconda delle numerose frazioni del territorio nazionale rappresentate dagli ambiti di competenza dei sindaci».

"Soffia il vento di Le Pen", di Cesare Martinetti

Tremonti alza le barriere contro i raid francesi nella finanza italiana, Guéant chiude le frontiere ai migranti di Lampedusa. Solo gli ingenui e/o i disinformati potevano credere che la Francia avrebbe aperto ai clandestini in transito dall’Italia. Bisognava non sapere che la lotta all’immigrazione (non solo clandestina) è il cuore costituente della presidenza Sarkozy, insieme alla «sicurezza» la vera benzina della sua dinamica politica nata e cresciuta nel confronto con l’estrema destra di Le Pen.

Dunque, né solidarietà con l’Italia, né «fraternité» con i tunisini, che pure un po’ francesi sono. Le Alpi dividono due Paesi sull’orlo di una crisi diplomatica. Il ministro dell’Interno Claude Guéant ha trasmesso ieri da Paris tambureggianti bollettini di guerra; Maroni ha chiamato tutto questo «ostilità». Parigi dice no allo sbarco dei lampedusani sul territorio della République. E annuncia: «ridurremo anche l’immigrazione legale». Altro che aperture umanitarie.

È la prima volta che un proclama così radicale viene diffuso dall’Eliseo. È l’effetto di quella che nel dibattito francese si chiama la «lepenizzazione degli spiriti». Tra un anno si vota, Sarkò è già in piena campagna elettorale, la monarchia repubblicana non dà tregue, i sondaggi sono spietati, la delusione dei francesi è di massa, il presidente è circondato.

Da una parte lo spettro del socialista Dominique Strauss-Kahn, strafavorito (ma sarà davvero lui in lizza?); dall’altra Marine Le Pen, figlia del totem della Francia nera, nuova e seducente Marianna per un partito sdoganato il 21 aprile 2002, quando contro ogni previsione, il padre Jean-Marie arrivò al ballottaggio presidenziale superando niente meno che il primo ministro socialista Lionel Jospin. Questa volta il candidato numero uno all’umiliazione è lui, Sarkozy. E dunque, dàgli agli stranieri, sulle cui paure la bionda signora ha scalato sondaggi da brivido.

Ma il fronte sarkozysta è doppio: in difesa all’interno, all’attacco sul mondo. Con l’avventura libica, partita su impulso di Parigi, il presidente ha indossato il «képi blanc» e scommette sulla «grandeur» perduta per ricollocare la Francia dopo le figuracce tunisine per la vicinanza con il deposto Ben Alì. La rivolta egiziana e quella in Cirenaica hanno spinto il presidente a offrirsi come punto di riferimento, scommettendo sul contagio «rivoluzionario» nel mondo arabo. È stato il primo a riconoscere i ribelli di Bengasi. Ma con spregiudicatezza sta contemporaneamente stringendo i legami con la monarchia saudita e gli Emirati Arabi Uniti disorientati dagli ondeggiamenti americani sulla Libia. L’Italia (ignorata dall’Eliseo) a tutti questi movimenti è estranea e sostanzialmente ostile. Ha chiesto – e ottenuto – la ripartizione delle responsabilità militari con un comando Nato. Ma ha il suo daffare a gestire passato e presente con Gheddafi. Ed è in prima linea sul fronte antico del mare.

Oggi a Roma il fedelissimo Claude Guéant (l’uomo che «mormora all’orecchio di Sarkozy») farà capire se c’è margine di negoziato tra i proclami e la politica. Di certo le regole dettate ieri ai suoi prefetti lasciano poco spazio ai permessi a tempo che saranno concessi dall’Italia. C’è poco da illudersi: il trattato bilaterale Italia-Francia del ’97 prevede la restituzione dei clandestini. E poi le regole europee non ci aiutano: far parte dello spazio Schengen significa essere responsabili delle proprie frontiere per conto dell’Unione europea. Si potrebbero gestire meglio insieme, ed è questo che Maroni chiederà a Guéant. Ma senza troppe illusioni perché come ha scritto su La Stampa di lunedì Giovanna Zincone, «non siamo nei tempi migliori per giocare la carta della solidarietà europea».

Anche perché tra Francia e Italia è in corso da tempo una guerra fredda che ha per teatro soprattutto la finanza. In Edison, dove Edf vorrebbe mano libera ed ha già silurato l’ad Umberto Quadrino. In Parmalat, dov’è in corso la scalata Lactalis. Nelle assicurazioni, sia Generali che Premafin Fonsai, dove si muove il guascone super-sarkozysta Vincent Bolloré. Tremonti, «colbertiano» convinto, si è preso il ruolo di difensore dell’interesse nazionale. I francesi, naturalmente, non ci stanno. In questa tenaglia di interessi e di simboli si consuma un grande strappo, sulla pelle di migliaia di migranti tunisini che parlano francese e vogliono la Francia e del sistema italiano che non può reggere l’invasione, sempre più drammatica, come dice il naufragio dell’altra notte. Anch’esso un simbolo, luttuoso, del naufragio europeo.

La Stampa 08.04.11

"Regalano una amnistia a rapinatori e spacciatori per salvare il Cavaliere"

Franceschini: l´ostruzionismo è un dovere. Non è più solo l´insulto rappresentato dalle leggi ad personam. In questo modo si mandano in fumo migliaia di processi contro i criminali. Di fronte a queste norme violente l´opposizione deve essere in Parlamento la più dura possibile, e la protesta pacifica la più vasta e diffusa. Si vergognino i leghisti, che hanno fatto della battaglia alla criminalità la propria bandiera.
Cosa andranno a raccontare in Padania?
«Noi abbiamo il dovere di fare opposizione così». Alla fine di una giornata di ostruzionismo, Dario Franceschini il capogruppo dei deputati democratici (tempestati da sms “tutti in aula” perché non sgarrino nessuna occasione, neppure un emendamento, per mandare sotto il governo) annuncia le prossime tappe della trincea parlamentare contro il processo breve. Premette: «È più corretto definirlo amnistia generalizzata».
Ancora ostruzionismo a oltranza, onorevole Franceschini, ricorrendo anche a espedienti come quello di ritardare i lavori con la contestazione del verbale della seduta precedente?
«Continuiamo. Come deve fare un´opposizione che invoca il rispetto delle regole calpestate senza tregua dalla maggioranza e dal governo. Perciò usiamo tutti gli strumenti concessi dal regolamento, anche se il processo breve è un provvedimento con i tempi contingentati: ha insomma una deadline. Ma avevamo e abbiamo il dovere di tentare di ostacolare in tutti i modi l´approvazione di questa vergogna e di tenere sempre accesi i riflettori. La maggioranza vuole il colpo di mano; ci ha provato quando ha fatto passare davanti a tutto l´esame del processo breve mentre Berlusconi distoglieva l´attenzione raccontando bugie a Lampedusa. Vorrebbero fare in fretta e di nascosto. Invece siamo alla seconda settimana di dibattito, fermi all´articolo 1, hanno dovuto di nuovo alzare bandiera bianca. E la prossima settimana sarà un´altra battaglia parlamentare».
Alla fine però, probabilmente mercoledì prossimo, il processo breve sarà approvato.
«Se la maggioranza tiene, lo sarà. Se avranno i numeri. Sono orgoglioso dei nostri deputati: abbiamo un indice di presenza del 99%; le assenze sono di due-tre persone per problemi di salute insuperabili su 206. Aggiungo che se avessimo abbandonato i lavori per andare su un Aventino, il provvedimento sarebbe stato approvato in mezz´ora. Fermare questa vergogna è un dovere morale».
Ma c´è qualcosa da salvare di questa legge?
«Il quadro di quel che sta accadendo è il bicameralismo perfetto formato Pdl: da un lato, alla Camera, la maggioranza approva la prescrizione breve che riduce forzatamente i tempi dei processi; dall´altro, al Senato, discute di norme che li allungano a dismisura rendendo inevitabile la prescrizione. L´allunga-processi prevede che la difesa dell´imputato possa presentare liste infinite di testimoni, che il giudice è obbligato ad ammettere tutti (va bene per il processo Ruby); non si può più usare una sentenza passata in giudicato di un co-imputato ma bisogna ricominciare l´istruttoria daccapo. Questo è un meccanismo che influirebbe direttamente sul processo Mills. Non è più solo l´insulto rappresentato dalle leggi ad personam, è una amnistia. In questo modo si mandano in fumo migliaia di processi contro criminali comuni. Abbiamo chiesto l´elenco al Guardasigilli, Alfano. Neppure ha alzato la testa per risponderci».
Faccia lei qualche esempio.
«Se commessi da un incensurato, la prescrizione breve vale per furto, rapina, corruzione, falso in bilancio, traffico di rifiuti, spaccio di stupefacenti, truffa, evasione… Si vergogni la Lega, che ha fatto della battaglia alla criminalità la propria bandiera. Cosa va a raccontare Bossi ai popoli padani, che migliaia di criminali saranno rimessi in libertà per fermare i processi a Berlusconi?».
È un appello ai leghisti perché ci ripensino?
«Nessun appello, è un attacco».
Il Pd scenderà di nuovo in piazza?
«Penso che una mobilitazione della società civile sia indispensabile. Ho sempre trovato stucchevole il dibattito sulla cultura di governo di un partito riformista, come se fosse in contrasto con la durezza dell´opposizione: di fronte alla violenza di queste norme l´opposizione deve essere in Parlamento la più dura possibile e la protesta pacifica la più vasta e diffusa».

La Repubblica 08.04.11

******

Prescrizione breve allarme del Csm: saltano 15mila processi

Il Csm lancia l´allarme sulla prescrizione breve che la maggioranza vuole approvare alla Camera. Secondo il Consiglio superiore della magistratura sono a rischio oltre 15 mila processi. Dario Franceschini, capo gruppo alla Camera del Pd, parla di amnistia salva premier. Aperta una inchiesta sulle intercettazioni a Berlusconi.
«Onorevole Corsaro, non le è consentito confondere Aldo Moro con Lele Mora che è l´oggetto vero dei processi che oggi stiamo affrontando». La frase di Nando Adornato, quasi urlata, scatena le ovazioni dai banchi dell´Udc e del centrosinistra. Le opposizioni così si galvanizzano nel loro ostruzionismo, trovano nuove energie nella battaglia contro il processo breve e l´annessa prescrizione breve. E alla fine di una giornata lunga e faticosa strappano il rinvio del voto finale alla settimana prossima. Dovrebbe arrivare mercoledì prossimo.
Delusione, polemiche e rissa fra ex An e ex forzisti dominano invece nel centrodestra. Tutta colpa dell´autogol di Massimo Corsaro, il vicecapogruppo vicario del Pdl, area ex An, che “istigato” da Fabio Granata chiede la parola a pochi minuti della pausa pranzo. Non ha gradito due interventi del futurista che accusa, fra l´altro, gli ex camerati restati nel Pdl di contribuire a varare «una legge che distrugge il sistema giuridico italiano e quell´idea di giustizia che aveva Paolo Borsellino».
Cosa replica Corsaro? Che Mani Pulite ha lasciato il posto ai pm politicizzati e che appoggiarli «significa dimenticare che abbiamo sofferto anni difficili, in cui troppi morti per le strade sono stati lasciati senza giustizia». Poi cita Ramelli e gli altri “caduti” di destra negli Anni di Piombo. Aggiunge che «ci è voluto il drammatico rapimento e la successiva uccisione del Presidente Moro e della sua scorta perché si smettesse di dire che le Brigate Rosse erano sedicenti ma che erano parte integrante della cultura della sinistra». E conclude che gli ex An nel Pdl si riconoscono «in magistrati che restano scolpiti nella nostra memoria e che rispondono al nome, in primo luogo, di Paolo Borsellino».
Uno scontro fra ex camerati sui “valori della destra” che fa letteralmente esplodere l´aula. Corsaro, in una bolgia da stadio con reciprochi insulti sanguinosi, riceve repliche dure, oltre che da Adornato, da Gasbarra, Palomba e Briguglio. Ma la resa dei conti a destra soprattutto spacca il Pdl. Dai banchi del governo, infatti, Ignazio La Russa applaude convinto Corsaro. Era appena entrato in aula accolto dal coretto del centrosinistra “La Russa, La Russa”. Il suo consenso però non piace ai forzisti e ha un acceso confronto con Mario Valducci: per sedare lo scontro arrivano Denis Verdini e Maurizio Lupi.
Il problema è che gli ex forzisti, soprattutto quelli vicini a Scajola, gridano a Corsaro «tu non ci rappresenti» e bollano il discorso «come fuori linea e a titolo personale». Gianfranco Miccichè, ormai pronto ad uscire dal gruppo, salta come un invasato e grida: Corsaro ha detto di parlare a nome del gruppo, ma io mi dissocio. Siccome non sono mai stato fascista e non voglio più essere rappresentato dai fascisti».
Malumori serpeggiano fra i forzisti di estrazione socialista e fra quelli di area cattolica, chiamata da Adornato a prendere le distanze dal processo breve. Mario Baccini dice che il centro destra ha complessità e sensibilità «che non si possono riassumere nell´intervento di Corsaro». L´unico a prendere le difese di Corsaro è Osvaldo Napoli, altro vicepresidente del gruppo.

La Repubblica 08.04.11

******

“Tra i delitti impuniti truffe e omicidi colposi”, di LIANA MILELLA
È in un calcolo, chiuso in un cassetto del Csm, la mina che potrebbe mettere in crisi la prescrizione breve. Quella stima, studiata a ridosso del parere in cui la nuova norma “salva Silvio” viene considerata «un´amnistia sostanziale», parla di un 10% di processi a rischio, per un numero più o meno pari a 15mila. Tanti sarebbero, in Italia, i dibattimenti destinati a finire al macero. Con imputati fino a quel momento incensurati, e quindi liberi fruitori della prescrizione in versione scontata.Ben 15mila pur di chiudere subito un processo di Berlusconi, il caso Mills; forse, nel 2013, un altro suo guaio giudiziario, il caso Mediaset. Al Csm si preoccupano, ma non si stupiscono. Perché, come spiega chi in questi anni a palazzo dei Marescialli ha sempre studiato le norme ad personam cucite su misura per Berlusconi, la logica è sempre la stessa: guardare al caso concreto, quello del premier, cercare di affrontarlo con l´obiettivo di chiuderlo, senza curarsi degli effetti che questo poi provoca sul sistema giudiziario italiano. È accaduto con la legge blocca-processi d´inizio legislatura, centomila dibattimenti a rischio, poi con le intercettazioni, poi con il processo breve. Come dice l´autorevole fonte del Csm: «È il loro modo di intendere la politica della giustizia, a misura di premier». Senza curarsi «dell´odiosa lista dei reati che finiranno impuniti». Le truffe, gli omicidi colposi, le corruzioni. Reati che hanno un tempo ordinario medio di prescrizione tra io sette e i dieci anni. A cui bisogna toglierne due o tre perché il delitto non si scopre subito. Restano, ben che vada, cinque o sei anni per fare tre gradi di giudizio. Un tempo risibile rispetto all´attuale durata media dei processi nel nostro Paese.
Quella stima rimbalza alla Camera. Dove, già da 48 ore, la maggioranza teme che il giudizio tranchant del Consiglio possa allarmare il Quirinale e innescare dei possibili dubbi sulla legge. C´è chi, tra i berlusconiani, teme di rivedere un film già visto. Il presidente della Repubblica che, nel momento di passaggio del ddl da una Camera all´altra, quando il Parlamento tace, chiama a sé il Guardasigilli Alfano, o esercita un´efficace moral suasion attraverso i suoi uffici legislativi, per spiegare che forse qualche dettaglio va ripensato. Sarà un caso, ma è accaduto sia per le intercettazioni che per il processo breve. Potrebbe accadere anche per la prescrizione breve? Altrimenti, ragionano gli uomini del Cavaliere, perché il presidente avrebbe autorizzato il Csm a chiudere così in fretta, e con un contenuto così duro, il parere sulla prescrizione breve per gli incensurati?
Da via Arenula spiegano però che il ministro della Giustizia è tranquillo. Angelino Alfano, da quando si è aperto il dibattito a Montecitorio, non ha mai lasciato il banco del governo. Attorniato dalle donne ministro, soprattutto la Gelmini e la Prestigiacomo, ha diretto la maggioranza, ha retto le critiche dell´opposizione. All´insegna di una considerazione che gli è abituale: «Chi fa ostruzionsimo poi non può chiedere il dialogo». Non ha battuto ciglio quando, per tre volte durante l´ostruzionismo dei futuristi, Nino Lo Presti lo ha rimproverato di non aver fornito al Paese «i dati dell´impatto sui processi», di non aver detto «quanti aborti clandestini, quanti maltrattamenti in famiglia, quante violenze private, quante corruzioni resteranno impunite». Il Guardasigilli sta pensando di dire la sua opinione sulla legge chiudendo la discussione mercoledì prossimo. Assumendo sulle spalle l´onere politico della prescrizione breve.
Del resto il fronte del ministero della Giustizia sta all´opposto rispetto al Csm. I tecnici di Alfano hanno studiato e hanno garantito al loro ministro due cose. La prima: oggi in Italia sono già 170mila i processi che “muoiono” per prescrizione. Quindi non si può parlare di effetto amnistia, come fa il Csm, se a questa cifra già pesante se ne aggiunge una di impatto ben minore, quei 15mila in più. La seconda questione è più pregnante e, a quanto dicono quelle stesse fonti, avrebbe «tranquillizzato» del tutto il Guardasigilli. Nel 2005, quando fu approvata la legge Cirielli che già rimaneggiava i tempi della prescrizione riducendoli in generale, ma con una scansione modulata sulla recidiva, non ci furono problemi né con il Quirinale, né con la Consulta. L´ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, che pure aveva bloccato altre leggi sulla giustizia (famoso lo stop all´ordinamento giudiziario), firmò questa senza problemi. Egli riconobbe, secondo l´attuale maggioranza, che era discrezione del governo regolare in modo differente i tempi di estinzione dell´azione penale. Questo è considerato adesso «il punto di forza maggiore dell´attuale legge», quello che «mette a tacere» sia gli allarmi del Csm, che quelli dell´opposizione. Per questo Alfano sta in aula senza imbarazzi. Convinto che non solo essa passerà a Montecitorio, ma che entro una settimana sarà al Senato. E lì può diventare legge subito dopo il voto per le amministrative. Il processo Mills si chiuderà grosso modo qualche giorno dopo.

La Repubblica 08.04.11

******
“Voglio solo mettere in sicurezza Silvio”, di ANTONELLO CAPORALE

Massimo Corsaro è meneghino e missino. Longilineo, cortese, sempre avveduto. Ha sostituito Italo Bocchino nella funzione di vice Cicchitto, il capogruppo dei deputati. Ieri, per cause da accertare, ha inopinatamente chiamato a testimonial del processo breve Aldo Moro e Paolo Borsellino.
«Mi sono riletto»
E mi sono condiviso.
«Se aveste avuto la prudenza di leggere almeno la frase completa nella quale citavo Aldo Moro».
Dice a me o ai suoi amici e colleghi del Pdl?
«Penso a loro e dico a lei, perché noto che anche lei non ha avuto tempo per capire che il riferimento a Moro era strumentale a una data. Nulla di ideologico».
Lei è un fascista, ricorda l´amico Miccichè. E tale resta.
«Mi colpisce la disattenzione con la quale gli amici commentano liberamente un pensiero ridotto a due parole».
Non ha avuto il senso della misura.
«Invece sì. Contestavo l´adesione acritica di Futuro e libertà a tutta la magistratura».
Nel tempo di Lele Mora chiamare in causa Aldo Moro è sacrilegio puro.
«Ma io non volevo chiamare in causa Aldo Moro!».
Deve essere sobrio e impegnato a pigiare il pulsante. Votare e non pensare. Berlusconi ve lo ripete sempre.
«Ridurmi al silenzio? Mai!».
Ogni parola produce rumore. Ogni rumore allunga i tempi. Ogni minuto perso, è un minuto concesso alle toghe rosse.
«Dipingere sempre i politici come autori di porcherie è una specialità del giornalismo nostrano. Non è sempre così».
In questi giorni è così.
«No»
Sì. Ogni lunedì c´è una norma nuova, un codicillo, un comma.
«Lei dimentica o fa finta di dimenticare che l´attacco giudiziario nei confronti di Berlusconi è senza pari».
La vostra attività senza freni.
«Dobbiamo mettere in sicurezza un valore politico»
La messa in sicurezza di Berlusconi. Come foste la Protezione civile.
«Tutelarne l´integrità politica».
Corsaro, d´ora in poi sangue freddo.
«Sobrio lo sono sempre».
Il suo boss di riferimento è La Russa, anch´egli in cattive acque.
«Leader non boss».
Vero che il ministro è costretto a tingersi il pizzetto per fare pendant con il corvino naturale dei capelli?
«Questo è vero».

La Repubblica 08.04.11