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Il Pd: sì all'arresto di Tedesco No del Pdl, la Lega si astiene

Al Senato la giunta delle immunità decide sul caso di Alberto Tedesco, autosospesosi dal Pd. Sul senatore pende una richiesta di arresto della Procura di Bari per un’inchiesta sanitaria in Puglia. La maggioranza è per dire no, l’Idv per il sì, stesso orientamento per il Partito democratico, ma la Lega è uscita dall’aula al momento del voto sulla relazione di Alberto Balboni (Pdl), che respingeva la richiesta di arresto. Maggioranza quindi spaccata. L’autorizzazione passa all’aula: 10 i favorevoli (otto senatori del Pd, uno dell’Idv, uno dell’Udc), 9 i contrari (astenuti i due leghisti, la maggioranza in giunta ha 12 senatori). I senatori commissari si sono riuniti nella sala Pannini di palazzo Madama. Ora deciderà il Senato.

Il relatore della giunta, il senatore del Pdl, Alberto Balboni, è contrario all’arresto pur riconoscendo che non c’è fumus persecutionis nelle carte trasmesse dai pm di Bari. La maggioranza intende negare l’arresto perché non ci sono reati tali da chiedere la custodia cautelare. Il Partito democratico, vista la validità delle richieste perché non c’è fumus persecutionis, ritiene di non doversi sostituire ai giudici, come ha dichiarato Anna Finocchiaro e il senatore in giunta Felice Casson aveva caldeggiato per un voto favorevole. L’Idv ha deciso per il sì.

Nell’audizione Tedesco ha ribadito che l’inchiesta a suo carico «è stata condotta oggettivamente con un intento persecutorio» come ha spiegato ai cronisti. Ma Tedesco ha anche detto che in Aula chiederà che «si voti per l’arresto» perché «siamo davanti a una persona che non sta scappando, che non vuole sottrarsi al processo, anzi lo invoca». L’ex assessore alla Sanità della Regione Puglia sotto la giunta Vendola è accusato dal gip della Procura di Bari di corruzione, concussione, turbativa d’asta, falso ideologico e materiale e abuso d’ufficio.

www.unita.it

"Opposizione dura. Anche alla Lega", di Rudy Francesco Calvo

Prosegue la battaglia dei dem alla camera, e Bersani mette Bossi nel mirino. «Ormai dormo con il regolamento accanto ». La mente e il braccio dei blitz democrat nell’aula di Montecitorio hanno un nome e un cognome: Roberto Giachetti. È stato lui a individuare nell’articolo 32 del regolamento della camera lo spunto per prolungare i lavori parlamentari, ritardando il più possibile l’approvazione della norma sulla prescrizione breve. Con anche i ministri costretti a rimanere lì fermi ad ascoltare i deputati dem e dipietristi prendere la parola per «chiarire il proprio pensiero espresso nella seduta precedente » (così recita il regolamento), tirando in ballo perfino il salame d’oca e il culatello.
Sì, il Pd le sta provando tutte. «Fino a che ci sarà il tentativo di calpestare le regole – dice chiaramente Dario Franceschini – non esiteremo a utilizzare ogni virgola del regolamento per ritardare e impedire l’approvazione di questa legge». La parola d’ordine, in risposta alla seduta notturna imposta dalla maggioranza per accelerare sul processo breve, è «ventre a terra ». I dem si fanno forti anche di una ritrovata compattezza interna. Certo, è noto che Walter Veltroni non ami questo genere di battaglia politica, ma nemmeno il MoDem vede in questa fase alternative possibili.
«Il lavoro che si sta facendo tra piazza e parlamento va benissimo – spiega il braccio destro dell’ex segretario, Walter Verini – l’importante è riuscire a far emergere la nostra alternativa ». D’altra parte, il centrodestra continua a soffrire: ieri il rinvio in commissione della legge comunitaria (altro “ostacolo” da rimuovere per arrivare al core business giudiziario) è passato per soli otto voti.
Gli “incidenti” in aula, insomma, sono sempre possibili.
E non sono frutto di improvvisazioni, bensì di una strategia politica ben chiara, che Pier Luigi Bersani sintetizza in due punti. Il primo: «Non disperdere l’indignazione». Sono sempre di più gli italiani che si rendono conto che Berlusconi pensa solo agli affari propri, costringendo anche i ministri a stare in aula per votare le “sue” leggi invece di andare a fare il loro lavoro. Questa «indignazione », appunto, rischia di essere strumentalizzata dall’antipolitica alla Grillo o alla Di Pietro, magari con derive estremistiche, oppure di alimentare l’astensionismo. Il Pd, nell’intenzione del segretario, deve riuscire invece a intercettarla e canalizzarla: si spiega così la “staffetta” tra piazza e parlamento già vista in questi giorni, che proseguirà ancora, a partire dalla “notte bianca per la scuola e la democrazia” di domani. Alle viste ci sono le elezioni amministrative e il Pd, all’insegna dello slogan «un voto per la tua città, un voto per il paese», vuole politicizzare il più possibile questo appuntamento, che potrebbe segnare un altro importante punto di crisi per il governo Berlusconi.
Anche il secondo elemento della strategia democratica ha a che vedere con le urne: prendere di punta la Lega. Il Carroccio continua a essere considerato dai dem l’elemento più sofferente della maggioranza e Bersani ieri è tornato a offrire la disponibilità del Pd a discutere del federalismo, purché si fermi il percorso avviato (male, per il Nazareno), «a prescindere dalle condizioni politiche, anche in caso di interruzione della legislatura». Insomma, la Lega molli Berlusconi e noi siamo pronti a riparlarne.
Un invito che però rischia di essere ormai tardivo: all’ala più dialogante della Lega (Maroni, in primis) restano pochi margini di manovra in questa fase e sul percorso del federalismo bastano le parole di Bossi: «L’abbiamo portato a casa, altri voti non ci servono».
Ma se a mancare saranno i voti nelle urne di maggio, le incertezze del Carroccio potrebbero riemergere.

da Europa Quotidiano 07.04.11

"Era Alfano l’utilizzatore finale", di Mario Lavia

La vera storia dell’affaire della villa di Lampedusa, oltre Silvio Berlusconi, ha un altro protagonista.
Si chiama Angelino Alfano. Ora che la novela sembra sfumare («non la compro più, è su terreno demaniale») va raccontata per intero.
Era da tanto tempo che Alfano aveva messo gli occhi sulla magnifica villa. Alla vigilia del viaggio di Berlusconi sull’isola il potentissimo ministro agrigentino aveva avuto la brillante idea di prendere due piccioni con una fava, suggerendo al Grande Capo un clamoroso beau geste annunciando l’acquisto della villa, così, a scatola chiusa, tanto per farsi “lampedusano”.
Avrebbe dunque mentito, il premier, con quel «mi sono attaccato a internet e l’ho comprata»: l’idea era di Angelino che, furbo, prevedeva che il premier, abituato a ben altri standard e a comfort di alto livello, non avrebbe mai e poi mai soggiornato di buon grado in una dimora con meno di 40 stanze, che per lui è il minimo. E poi con quel rumore di aerei… Ve lo figurate un Berlusconi insonne coi tappi nelle orecchie? No: sperava, il guardasigilli, che un domani il presidente del consiglio avrebbe potuto rivendergliela o addirittura fargliela utilizzare, se gratis o a modico affitto non si sa. Poi l’altra sera a Ballarò ci si era messo pure Paolo Mieli a rivelare che quella villa il Cavaliere non aveva la benché minima intenzione di comprarla.
Al che il solerte Ghedini ha spiegato che no, Mieli si sbaglia, l’affare è quasi fatto: un’altra bugia? «Gli avvocati stanno discutendo, di certo l’intesa non è mai stata perfezionata», ci ha detto ieri sera uno dei proprietari della magione.
Insomma, siamo di fronte a una bufala: l’acquisto breve. Con la firma di Alfano.

da Europa Quotidiano 07.04.11

"La smettano di chiedere soldi vogliono solo screditare il governo", di Alberto Custodero

Il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini: episodi simili in molti istituti per far credere che affamiamo i ragazzi. Alcuni dirigenti scolastici sanno amministrare bene, altri no e cercano di incolpare noi delle loro mancanze. «Sono contraria ai contributi chiesti ai genitori per le spese di funzionamento delle scuole. Oggi i soldi ci sono e chi se li fa dare dalle famiglie lo fa per attaccare il governo». Il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini si dice «depressa e frustrata» da mesi di accuse di aver tagliato i fondi alla scuola. E ora vede nei presidi che in molte regioni d´Italia chiedono i contributi volontari ai genitori (addirittura rendendoli “obbligatori” come alla D´Azeglio di Torino), un attacco politico.
Scusi ministro, ma a Torino la preside chiede il contributo alle famiglie perché è rimasta con 4 mila euro in cassa. E le famiglie appartengono alla borghesia della città, potenziali elettori del centrodestra. Come fa a vedere in tutto questo “un attacco al governo”?
«Non conosco nel merito il caso di Torino, però la richiesta da parte dei presidi di contributi ai genitori degli alunni avviene in tutta Italia. Ed è per questo che dico che è una forma per criticarci, per far passare il messaggio che noi affamiamo la scuola per costringere le famiglie a pagare».
Se è così, allora perché in molte zone d´Italia i presidi chiedono i contributi “volontari”?
«Non è che noi siamo brutti sporchi e cattivi e tagliamo i fondi alle scuole. La storia dei tagli all´istruzione inizia nel 2007, quando il ministro dell´allora governo Prodi era Fioroni. Ma se chiedere soldi ai genitori in quegli anni passati aveva un senso, oggi quel senso non c´è più».
Perché ieri aveva senso, oggi no? Cosa è successo?
«Il ministro Fioroni aveva previsto un taglio di 45 mila unità nella scuola. Quella riduzione di organici poi ritirata aveva fatto scattare la clausola di salvaguardia, un meccanismo che prevede che i tagli se non li fai su un capitolo, ricadono su un altro. Nel nostro caso furono tagliati circa 200 milioni dal fondo di “funzionamento”. Anche se resto dell´idea che i soldi ai genitori non si debbano chiedere, ecco perché dico che in quel periodo i contributi ai genitori avevano comunque un senso».
Tutta colpa della “clausola di salvaguardia” allora. E oggi perché i presidi non dovrebbero più chiedere il versamento volontario di contributi?
«Perché oggi i fondi ci sono. Nel 2007 la spesa di funzionamento scolastico era di 765 milioni di euro. Nel 2011 quel fondo è di 774 milioni, 38 milioni dei quali destinati alla “Tarsu”, la tassa raccolta rifiuti. In realtà i soldi al fondo funzionamento sono aumentati di 200 milioni di euro perché abbiamo risparmiato alla voce “pulizia”».
Come avete ottenuto questo taglio dei costi di pulizia?
«Nel 2007 si spendevano per pulizia 617 milioni di euro. Con una mia direttiva, ho disposto di acquistare servizi di pulizia mediante gara d´appalto e nella misura pari ad un bidello per ogni bidello mancante anziché acquistare servizi pari a due bidelli per ogni bidello mancante come avveniva nel 2007. In questo modo i costi per pulizie sono passati dai 617 milioni di 4 anni fa ai 407 milioni di quest´anno».
Se il fondo funzionamento ha addirittura 200 milioni in più rispetto al 2007, allora perché i presidi continuano a lamentare di avere le casse vuote?
«Ci sono presidi capaci che sanno amministrare bene, razionalizzando le risorse che hanno a disposizione. E poi ci sono altri presidi che invece non riescono a gestire le scuole con i fondi interni e li chiedono alle famiglie. Penso che scaricare sui genitori le spese di “funzionamento” della scuola sia un meccanismo che non condivido perché oggi le risorse ci sono e sono sufficienti».

La Repubblica 07.04.11

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“Scuola al verde, le famiglie paghino 50 euro”, di A.CUS.

Torino, la richiesta della preside di una elementare. Ma i genitori insorgono. “In cassa solo 3900 euro, così non possiamo comprare neanche sapone e carta igienica”. La scuola è in bolletta, la preside rende obbligatorio il contributo “volontario” annuo di 50 euro a famiglia. E i genitori insorgono. Accade a Torino, scuola elementare Roberto D´Azeglio (fratello del marchese Massimo) in zona Gran Madre, quartiere pre collinare fra i più esclusivi della città abitato dalla borghesia torinese. «Quando sono arrivata alla direzione della scuola – spiega la preside reggente, Maria Luisa Vighi Miletto – ho trovato in cassa appena 3 mila e 900 euro. Cosa potevo fare con quella miseria? Nulla. È così che ho chiesto alle famiglie un contributo annuo di circa 5 euro mensili, per un totale di 50 annui». Ma la maggior parte dei genitori è insorta quando ha saputo che quel contributo non aveva più il carattere della volontarietà, ma diventava un vero balzello, una sorta di minitassa sulla carta igienica visto che questi soldi fra l´altro erano destinati a coprire le spese cosiddette di “funzionamento” della scuola.
«Il termine volontario – ribadisce la preside – sottende l´obbligarietà in quanto l´attuale situazione finanziaria non consente più un contributo basso da parte delle famiglie. E solleva gli insegnanti dalla responsabilità di chiedere e gestire i soldi di un presunto fondo cassa all´interno delle singole classi a mo´ di stillicidio». Cinquanta euro per circa 500 famiglie avrebbero portato nelle casse dissestate della elementare per benestanti circa 25 mila euro per finanziare sapone e carta igienica. «Ma anche – aggiunge Vighi Miletto – lavagne interattive, corsi di lingua, sostituzione di macchinari e fotocopiatrici, risme di carta, messa in rete della scuola, insegnanti di appoggio per disabili e emergenze varie». «Non comprendo però – si sfoga la preside – le ragioni di tanta reticenza da parte di alcuni genitori nonostante l´utenza appartenente a questo Circolo sia più benestante di utenti di altre sedi. Il loro contributo è importante per ottimizzare le risorse al meglio e garantire una scuola di innovazione e qualità». «Non è certo un problema la cifra che ci è stata chiesta – spiega una delegata di classe – ma è una questione di principio. Se la scuola dell´obbligo è pubblica, deve essere gratis, finanziata dallo Stato, dal ministero dell´Istruzione. Altrimenti diventa una forma occulta di privatizzazione dell´istruzione». «Se i genitori la prendono così – conclude la preside reggente – non c´è problema: ritiro la proposta del contributo di 50 euro, restituisco i soldi a quelli che l´hanno già pagato. E si va avanti così, con quel che offre lo Stato, 3mila e 900 euro per una scuola con 500 alunni».

La Repubblica 07.04.11

"Fare di tutto per ritrovare l'unità", di Pietro Spataro

Le divisioni tra i sindacati ci sono, è inutile nascondercelo. Ci sono a livello nazionale per quella serie di contratti separati che hanno provocato brutte ferite, e ci sono a Bologna dove gli insulti per l’accordo alla Fiera sono andati oltre ogni ragionevole misura. Insomma:le tensioni sono forti e ci vorrà tempo e pazienza per superarle. Ma nonostante tutto questo, la scelta della Cgil di festeggiare da sola il Primo Maggio ci sembra un errore. Senza entrare nel merito delle questioni, sulle quali torti e ragioni avranno modo di chiarirsi, siamo convinti che il valore dell’unità in un giorno come quello sia un bene supremo dapreservare.Nonera mai accaduto infatti, né a Bologna né altrove, che si arrivasse a tanto, anche nei momentipiù duri e difficili della vita del sindacato italiano. La Festa del Lavoro è la festa di tutti i lavoratori, è il simbolo della battaglia per la dignità e i diritti, è in qualche modo il cuore dell’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Decidere di festeggiarla in modo separato, prenotando preventivamente tutte le piazze di Bologna come ha fatto la Cgil, avrà l’effetto, sicuramente non voluto, di incrinare quella domanda di unità che nelle fabbriche e negli uffici è sicuramente più robusta che altrove. Un giornale come il nostro, che si chiama non a caso l’Unità, non vuole arrendersi a un esito così. Crediamo che nei prossimi giorni si debba fare di tutto, da ogni parte, per cercare di far tornare a parlare chi oggi non vuole parlarsi. È il momento del dialogo, è il momento di trovare ciò che (anche se poco) unisce e non quello che divide. È un impegno su cui deve misurarsi la Cgil certo, ma anche chi, come la Cisl, ha alzato il tono chiamando prefetto, questore e commissaria paventando possibili tensioni. C’è bisogno di fermarsi un attimo e di ritrovare i fili. Non vogliamo che la democratica Bologna diventi la città di una frattura. I lavoratori, tutti i lavoratori, si aspettano altro.

L’ Unità/Bologna 07.04.11

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“Da Corso Italia un tiepido via libera. PD: No alle divisioni”, di C. Visani

La Cgil nazionale conferma la scelta di celebrare in modo unitario il Primo Maggio ma non sconfessa la scelta di Bologna. Enrico Panini, segretario confederale responsabile dell’organizzazione, in una nota scrive che «quest’anno l’appuntamento nazionale unitario si celebrerà a Marsala », città simbolo dell’unità d’Italia, per ricordare «il ruolo che i lavoratori e le loro organizzazioni hanno svolto nella storia dell’Unità». Questa scelta unitaria per noi è importante – prosegue – pur consapevoli del fatto che stiamo attraversando una stagione difficile nei rapporti fra le organizzazioni. Per questa ragione in tutte le situazioni nelle quali esistono le condizioni unitarie la nostra organizzazione conferma il valore di questa decisione e la difende. Allo stesso modo però laddove esse non dovessero verificarsi, come è sempre stato, la Cgil sceglierà di celebrare la Festa del lavoro in modo autonomo». Molte le reazioni di ieri. C’è chi, come il presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, plaude alla decisione della Cgil bolognese («la decisione andrebbe estesa in tutta Italia perchè il 1° Maggio unitario a cinque giorni dallo sciopero generale della Cgil è ipocrisia») e chi invece, come il presidente delle Acli, Francesco Murru, chiede al segretario della Camera del lavoro di ripensarci. «Torni sui suoi passi», dice esprimendo «la nostra volontà di festeggiare insieme a tutti la festa dei lavoratori, di partecipare ad una piazza plurale e rappresentativa di tutto il mondo del lavoro, e non solo della Cgil, altrimenti, nostro malgrado, anche noi non saremo presenti in Piazza Maggiore». Murru parla di una decisione che «sorprende e amareggia», ed esprime «malessere e disapprovazione per scelte e comportamenti che minano l’unità dei lavoratori bolognesi e peggiorano i rapporti tra le tre confederazioni sindacali». Piuttosto gelide le reazioni del Pd. «Il Primo maggio è la festa del lavoro e noi saremo impegnati ovunque per testimoniare a favore dei diritti dei lavoratori», dice il segretario Raffaele Donini. Poi auspica che la frattura sindacale si ricomponga e che non si vada a piazze divise: «Ad uno sciopero si può aderire o meno, ma quella è la festa dei lavoratori», osserva. Sulla stessa lunghezza d’onda è il candidato sindaco, Virginio Merola. «Credo che sia giusto chiedere di non rassegnarsi alle divisioni e cercare, in direzione ostinata e contraria, le ragioni di una necessaria e auspicabile unità», commenta. E dopo aver sottolineato «la sacrosanta libertà e autonomia» dei sindacati a decidere come organizzare le manifestazioni, ricorda che il 1° Maggio «è festa nazionale ed è la festa di tutti i lavoratori». D’accordo con Gruppi è il segretario della Fiom, Bruno Papignani: «Anche se la festa del 1° Maggio è di tutti i lavoratori – dice – in un momento in cui si firmano in tutta Italia contratti separati riteniamo che stare insieme sarebbe un atto di ipocrisia».

L’Unità 07.04.11

"Bocciate le università on line. Pochi prof, didattica scarsa", di Alessandra Migliozzi

Ricerca e laboratori non esistono. Dubbi anche sui contratti. Pagella negativa per le università telematiche italiane. Negli anni il sistema ha registrato miglioramenti, ma le ombre (pesanti) restano. E dopo lo stop voluto dall’ex ministro Mussi alla loro proliferazione (ci sono 11 strutture, oltre il 10% del totale delle università) si attende ancora il decreto che deve rimettere mano ai requisiti da imporre a queste realtà che, pur essendo numerose, raccolgono poco più dell’1% degli iscritti nazionali.
A fare il punto della situazione è il Cnvsu, Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario. L’organismo, che ora ha lasciato il posto alla nuova Agenzia nazionale di valutazione, prima di chiudere i battenti ha fatto le ultime ispezioni negli atenei on line confermando i problemi già denunciati in passato. Problemi di cui il ministro Gelmini è stato messo al corrente con una dura lettera in cui gli esperti chiedono un «intervento normativo».
Molte di queste realtà, infatti (con i dovuti distinguo), si reggono su un organico di ruolo ridotto al lumicino, con le lezioni affidate prettamente a ricercatori a tempo determinato (con concorsi locali). Oppure a personale a contratto, che, nel migliore dei casi, è preso in prestito dall’università tradizionale. Altrimenti si chiamano prof che non hanno titoli accademici: il riconoscimento arriva in loco. Tutto, però, avviene secondo le regole: «Ad oggi- dicono dal Cnvsu- si può ricorrere a personale a termine per rientrare nei requisiti minimi. Ma che la qualità della didattica decade». I titoli però no: valgono come gli altri. L’età media degli iscritti è alta (sopra i 25), per lo più si tratta di lavoratori. I laboratori e le strutture tecnologiche non sono sempre all’altezza.
Di fatto questi ambienti di apprendimento rischiano di configurarsi «come dottorifici», sottolinea Guido Fiegna, membro Cnvsu. «Tre ministri, dalla Moratti in poi – aggiunge – dovevano rimettere mano alla questione, nessuno l’ha fatto». L’esame delle telematiche è stato completato da poco. Fra le realtà che hanno destato più perplessità c’è e-Campus, l’ateneo nato dall’omonima Fondazione legata a Francesco Polidori, l’ideatore del Cepu.
L’università di Novedrate è sorta nel 2006 con parere negativo degli esperti Cnvsu, ma da allora i corsi si sono moltiplicati: oggi ha 5 facoltà e tre sedi didattiche. Due, però, spiegano dal Cnvsu, non risultano autorizzate dal Miur: quella di Roma e quella di Messina. Berlusconi ha anche visitato l’ateneo. Intanto gli studenti sono cresciuti meno del previsto e le tasse sono balzate verso l’alto. Il personale di ruolo è ridottissimo. La parte del leone la fanno i 52 ricercatori a termine e le docenze a contratto. Dei professori straordinari in cattedra «nessuno risultava aver conseguito idoneità nelle procedure comparative per professori ordinari». La loro qualifica è arrivata «in base alla riconosciuta (dall’ateneo) elevata qualificazione scientifica e professionale».
Dubbi anche sui contratti stipulati con gli studenti: non sono indicate le modalità di risoluzione. «Un’altra nota dolente – dice Fiegna – è quella della ricerca che praticamente non esiste in molti di questi atenei on line. Noi non siamo contrari all’apprendimento a distanza, ma oggi questo sistema è messo in mano a soggetti che non sempre garantiscono l’uso corretto dello strumento». L’università telematica Leonardo Da Vinci, una di quelle visitate di recente, ad esempio «non ha dipartimenti e fa attività prevalentemente didattica», sottolinea il Cnvsu nonostante l’ateneo sia dipendente dalla Fondazione dell’università D’Annunzio di Chieti-Pescara. L’ateneo Uninettuno invece ha superato molte delle sue criticità. La palla passa alla Gelmini: arriverà il decreto richiesto? Intanto nella riforma dell’università è arrivata l’opportunità di dare a questi atenei fondi sulla base del merito.

Il Messaggero 07.04.11

"Lo show rinviato", di Natalia Aspesi

Si sa che quando quegli avvocati sorridono sprezzanti dalla televisione, la realtà e la verità si disperdono nel martellamento dell´avversario con cavilli, fantasie, svillanamenti, sragionamenti. Si sa che ovunque arrivi tutto festoso e spietato l´illustre imputato in veste di premier, là la laida barzelletta imbratta la riunione di sindaci con fascia tricolore, là la favola di fare, di un´isola stremata, una opulenta Las Vegas, ne avvilisce il reale stato di disperazione e abbandono, là, cioè ovunque, dove l´ossessione per le donne lo spinge al buffetto, al sondaggino, al sorrisone, al complimento, all´offesa, al bunga bunga, si estende la cupa malinconia, la stanca consapevolezza che il primo ministro stia più al telefono con una folla di vivaci signorine che con i suoi ministri o i suoi colleghi stranieri, malgrado quel che sta succedendo qui e nel mondo.
Fuori, sotto un cielo azzurro da scampagnata, c´era un intrecciarsi non aggressivo di poliziotti rassegnati con scudo antisommossa, sparuti gruppetti fintamente litigiosi per compiacere le tivu, pro o contro l´imputato, con magliette e cartelli; e tra il cafferino al bar e l´acquisto degli splendenti tulipani del chiosco del fiorista, placidi addetti alle televisioni con i loro pullman, trasmettevano nel mondo il loro nulla, senza una protesta per non poter accedere al palazzo. Fosse arrivato lui, con predellino e guardie del corpo musone, e quindi lo squadrone di incalliti fan di professione stravolti dall´eccitazione, lo spettacolo sarebbe stato più appassionante, con il solito finimondo che lo manda in visibilio consentendogli proclami identici sin dal 1994. Dentro poi, sarebbe stato quell´inferno a cui si è abituati nel quotidiano turbinare del premier: invece, come per miracolo, nell´aula in cui la prima giornata del cosiddetto processo Ruby (la bella volpina minorenne fa più audiance del suo paterno ammiratore) è durato 9 minuti, pareva di essere in un gran salotto, al posto del casotto temuto: bei carabinieri molto signorili e gentilissimi, circa 300 giornalisti anche stranieri, eleganza casual ma rispettosa dell´evento che prima o poi potrebbe diventare epocale, ognuno con la sua pigna di quotidiani e di tecnologie e un certo allegro fermento non solo professionale. Voci basse, scambi di cortesie, nessun pigia pigia, sola stranezza nell´aula la scomparsa dietro tendoni bianchi dei recinti dove di solito stanno gli imputati: necessario restauro o cortesia per l´imputato eccellente, se mai si farà vivo, che certo solo qualche malvagio demente potrebbe immaginare dietro le sbarre, anche solo quelle di una corte d´Assise? Donne in quantità, e non come parte lesa sexy o testimoni e imputate carinissime: ma le altre, quelle che nei tribunali impegnano intelligenza, esperienza e amore della giustizia: quasi un incubo crudele per un tombeur des femmes, che deve trovarsi a disagio davanti a signore che si son fatte da sé, senza il suo generoso aiutino sia professionale che finanziario; la corte composta da tre donne magistrato (Carmen D´Elia, Orsola De Cristoforo, presidente Giulia Turri), una donna procuratore aggiunto (Ilda Boccassini), due donne cancelliere, una donna a difendere Ruby (Paola Boccardi con assistente donna), tre donne dell´associazione Arcidonna: donne che devono far venire i brividi all´Imputato Impedito Come Da Certificato Allegato Essendo Impegnato Per Ragioni Istituzionali, donne per lui non proprio donne, e infatti se nei simpatici giochi di società delle sue feste, quelle non del tutto istituzionali, trenta belle ragazze tutte per lui, si travestivano da babbo natale, da poliziotto e da infermiera, a nessuna è venuto in mente da magistrato o da avvocato! Ieri, sotto il grande mosaico anni ´30 di Mario Sironi rappresentante ´La Giustizia Armata con la Legge´, cioè altre tre figure femminili (Lux, Lex, Veritas) poco B. non solo per il significato ma anche perché completamente vestite, pareva che si fosse tornati a quei bei processi austeri, ligi, forse un po´ noiosi, del passato, ma in cui tutti, imputati, avvocati, pubblica accusa, giudici e pubblico, vivevano il loro ruolo nel rispetto del luogo e dell´istituzione. Il premier ha promesso che non mancherà di presenziare ad altre udienze, e si rizzano i capelli in testa, allarmati: Barzellette, Invettive, Corna, Discorsi fiume, Cassette preregistrate, Pubblico con coccarde e lacrime, Avvocati, quelli celebri per i Colpi di scena e il Sarcasmo. E Ruby? E le ragazze cariche di doni delle nostrane Zigfield Follies che se saranno brave potranno fare fantastiche carriere? Sarà il più Grande dei Gran Varietà, prossimo appuntamento il 31 maggio.

La Repubblica 07.04.11