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"Politica industriale non pervenuta", di Fabrizio Onida

In mezzo alle fibrillazioni giornalistiche sulla “difesa dei settori strategici” (latte e succhi di frutta?) dal conquistatore straniero, l’intervista di Emma Marcegaglia sul Sole 24 Ore del 1° aprile sollecita un salutare ripensamento sulla politica industriale, annunciando un’assise nazionale il prossimo 7 maggio a Bergamo. Pur ricordando che «la vera politica industriale la fanno le politiche strutturali su fisco, burocrazia, liberalizzazioni» e che «anche il concetto di settore è superato», non manca di aggiungere che «la logica corretta è quella di Industria 2015: si identificano alcuni settori a grande impatto per la crescita su cui investire per creare nuovi progetti, piattaforme di ricerca».
Peccato che, mentre le riforme di fisco-burocrazia-liberalizzazioni non sembrano appartenere al cuore pulsante dell’attività parlamentare, il timido investimento lentamente varato anni fa sui cinque progetti-filiera di Industria 2015 sia ormai uscito dalle priorità del Governo, depotenziato nel finanziamento pluriennale e mutilato di uno dei progetti più promettenti per le potenzialità del Paese (Scienze della vita). Forse la cosa non dispiacerà a quei colleghi accademici che continuano ad aborrire anche la sola espressione “politica industriale”, nella convinzione che in fatto di sviluppo e innovazione i Governi sono più ignoranti del mercato.
Questi economisti intrisi di cultura anglosassone hanno in mente solo i fallimentari “piani di settore” di ormai lontana memoria, ma non dovrebbero ignorare che quasi ovunque (dall’Europa agli Stati Uniti, alle economie dinamiche dell’Asia) gli Stati e le Regioni finanziano robustamente centri pubblici di ricerca e innovazione con cui imprese private domestiche e multinazionali si aggregano in progetti di ampio respiro, lungo filiere innovative (non “settori merceologici”) in vari modi prioritarie per il Paese: energie rinnovabili, salute, ambiente, logistica e mobilità sostenibile delle persone e delle merci, banda larga a diffusione universale, nuovi materiali, automazione, bio-nanotecnologie, optoelettronica e così via.
In un Paese come l’Italia, in cui (nonostante l’ambizioso Istituto italiano di tecnologia) il saldo fra cervelli in entrata e in fuga è pesantemente e persistentemente negativo e in cui il sistema produttivo è poco motivato a ridurre la propria strutturale e atipica frammentazione, ha senso promettere incentivi fiscali alle “reti d’impresa” solo se – per citare ancora la Marcegaglia – esse nascono prevalentemente intorno a progetti tematici a forte valenza tecnologica, in collaborazione con importanti centri di ricerca universitari. L’assenza di grandi progetti di filiera nella politica industriale italiana, e la conseguente vistosa scarsità di fondi a confronto con altri Paesi – dove in tal modo si promuovono prodotti e servizi innovativi co-finanziati col settore privato – è non l’ultima delle ragioni per cui le case madri di molte affiliate italiane a capitale estero (che pure in Italia sostengono ancora un quarto delle spese totali in R&S del settore privato) tendono ormai a non vedere l’Italia come la sede in cui progettare lo sviluppo futuro dei propri investimenti strategici. Mentre resta ferma l’importanza degli insediamenti produttivi e distributivi nel nostro Paese in quanto grande mercato della domanda.
Il Governo federale tedesco ha varato dal 2006 una High tech Strategie con circa 3 miliardi all’anno, mobilitando i suoi grandi istituti di ricerca e trasferimento tecnologico (come Max Planck e Fraunhofer) e la potente Kfw (simile alla nostra Cassa depositi e prestiti) su 17 programmi tematici e tre linee d’intervento orizzontale, con particolare accento sul sostegno alle start up tecnologiche e alle Pmi innovative. Il disegno è monitorato da cinque comitati consultivi con esperti di chiara fama, mentre un apposito ufficio federale è responsabile della valutazione ex post di efficacia dei progetti. Della Francia colbertista, con i suoi programmi mobilizzatori e poli di competitività, non occorre parlare, se non per segnalare (sarà un caso?) che dal 2000 al 2010 la produttività del lavoro lì è cresciuta di quasi 8 punti percentuali, più della Germania, mentre in Italia è scesa di 5 punti. Perfino la cultura anglosassone del Governo britannico non si è trattenuta dal costituire un Technology Strategy Board, che attraverso consultazioni con diverse centinaia d’imprese a capitale nazionale ed estero promuove e valuta in corso d’opera programmi sia di collaborative research che di knowledge transfer con finanziamenti che coprono dal 25 all’80% dei costi e bandi di gara con valutatori esterni (senza click day).
Noi continuiamo a cullarci sugli incentivi a pioggia e sui fondi per le Pmi, vantando le nostre eccellenze (che ci sono ma restano disperse) mentre perfino l’avanzato Nord del Paese perde progressivamente terreno nella competizione globale. Tremonti ha qualche ragione nel ricordare che la competizione internazionale ha registrato negli ultimi anni delle discontinuità epocali, ma la risposta non può oscillare fra una totale fiducia sugli incentivi a pioggia (che piacciono alla politica per ovvie ragioni) e la riproposizione di uno Stato imprenditore. Abbiamo finora evitato, a differenza di Regno Unito e Irlanda, di nazionalizzare le banche. Stiamo allargando la missione della Cassa depositi e prestiti verso forme d’intervento azionario (equity non proprio private): si può fare, con regole di condotta e molte cautele sulle condizioni di entrata-uscita, ma sarebbe bene studiare da vicino (criticamente) l’esperienza di enti simili come la francese Caisse Dépots et Consignations e la tedesca Kreditanstalt fur Wiederaufbau, ben lontane dagli antichi ruoli delle partecipazioni statali italiane.

Il Sole 24 Ore 05.04.11

"Pd, partito di lotta e di parlamento", di Mariantonietta Colimberti

Settimana di super-attivismo per il partito di Bersani: alla camera e con le manifestazioni (oggi al Pantheon)
Nonostante i minacciosi propositi di Angelino Alfano, ad andare in piazza oggi sarà il Pd, insieme a buona parte dell’opposizione e a tanta società civile e movimenti. Il «ministro impastato di arroganza e servilismo», che «tradisce il suo mestiere e ha uno stile sartoriale perché adatta sempre i suoi provvedimenti ai voleri del capo» – secondo le inoppugnabili definizioni che ne ha dato Pierluigi Bersani ieri su Repubblica – se ne starà dentro il palazzo a studiare con i suoi compari come fare per anticipare il voto sul processo breve e la prescrizione brevissima, da mettere al riparo da pericoli e imboscate.
La linea del maggior partito di opposizione, già abbastanza chiara e unitaria nei giorni scorsi, è stata ulteriormente precisata, quasi teorizzata, dal segretario: «Combatteremo in parlamento e nelle piazze…
sarebbe davvero singolare che un grande partito popolare dicesse no alla piazza o no alle aule parlamentari. Non conosco partiti popolari che si facciano di questi problemi».
Sarà così che la settimana che si è appena aperta, in concomitanza all’offensiva della maggioranza alla camera sulle consuete questioni ad personam e alla dura battaglia in aula alla quale l’opposizione si è preparata, vedrà una estesa mobilitazione per la giornata e la tarda serata di oggi e ulteriori manifestazioni venerdì 8 aprile, con la partecipazione di artisti, intellettuali, personaggi dello spettacolo.
Questa volta il Pd ha evitato accuratamente di ritrovarsi impantanato nei dubbi e nei distinguo così indigesti per militanti e cittadini comuni: oggi alle 18 i parlamentari saranno prima in piazza del Pantheon con Bersani, mentre davanti a Montecitorio dalle 14,30 alle 20 si svolgerà l’iniziativa del presidio permanente indetto dal Popolo viola, Articolo 21, Libertà e giustizia e MoveOn. Il Democrazia day- Notte bianca della democrazia proseguirà poi in piazza Ss.
Apostoli, dove convergeranno anche tanti leader dem, tra i quali la presidente Rosy Bindi e il vicesegretario Enrico Letta, per un happening senza insegne di partito. Oltre ai molti esponenti del Pd hanno aderito l’Idv, Fabio Granata di Fli, Paolo Cento di Sel, il segretario del Pdci-Federazione della sinistra Oliviero Diliberto, il presidente dei Verdi Angelo Bonelli. La piazza di Roma sarà idealmente vicina a quella dell’Aquila – con la quale sarà effettuato un collegamento – che ricorderà il terremoto senza ricostruzione del 2009.
La notte bianca della scuola e della democrazia, che si svolgerà venerdì 8, è stata invece promossa direttamente dal Pd, a Roma e nelle principali città dove si voterà per le amministrative: Milano, Torino, Bologna, Napoli. Ad ogni iniziativa parteciperà il candidato sindaco insieme a ospiti del mondo della cultura, dello spettacolo e del giornalismo (presenti di persona o in video), oltre ai parlamentari che si occupano in particolare di scuola, università e ricerca.
E ieri il Pd ha messo in campo un’altra importante iniziativa, apparentemente meno vistosa, ma dal significato politico molto forte. Nella sede del partito si sono incontrati i leader delle tre confederazioni sindacali, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, tutti insieme a ragionare della possibilità di riprendere un dialogo unitario, dopo le divisioni di cui Fiat e governo si sono avvantaggiati. Hanno partecipato anche ex leader sindacali come D’Antoni, Carniti, Epifani e Cofferati, oltre ai giuslavoristi Treu e Ichino.
A riceverli Bersani, Letta, Fassina e Gabaglio, padroni di casa di un incontro a porte chiuse. Molto soddisfatto il vicesegretario: «Forse non faranno ancora pace, ma abbiamo battuto un colpo».

da Europa Quotidiano 05.04.11

"Libia, l’Italia svolta di 180 gradi", di Daniele Castellani Perelli

Hillary, Eni, nuovo clima: e ora siamo più francesi dei francesi. E un bel giorno l’Italia si scoprì più francese dei francesi. Ieri la posizione del governo di Roma sul conflitto in Libia ha infatti subito una svolta di 180 gradi. Mentre il premier Silvio Berlusconi volava a Tunisi per trattare sul rimpatrio degli immigrati, il ministro Franco Frattini, dalla Farnesina, riscriveva la politica estera italiana. Punto primo: «Abbiamo deciso di riconoscere il Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt) come unico interlocutore legittimo – ha dichiarato Frattini durante una conferenza stampa congiunta con il rappresentante della politica estera del Consiglio di Bengasi, Ali Al-Isawi – Inaugureremo molto presto l’Ufficio di rappresentanza. Il regime di Tripoli non ha più un futuro e in Libia ha perso la sua legittimità.
Gheddafi e la sua famiglia lascino la Libia».
Punto secondo: «L’estrema ratio sarà quella di aiutare le persone ad autodifendersi, e il rifornimento di armi è un’opzione che non può essere esclusa. È una questione molto delicata che dovremo discutere con tutti i partner». Punto terzo: «Le truppe di Gheddafi sono alla base dell’immigrazione clandestina che viene da Tripoli e che viene usata dal Colonnello per fare pressioni sull’Europa».
Si tratta di tre posizioni che finora avevano sposato soltanto i «falchi» di questa guerra, ovvero Francia e Gran Bretagna, e che dunque spostano radicalmente l’Italia dal fronte degli scettici (in cui rimane saldamente la Germania) a quello degli anti-Gheddafi. Niente più «non voglio disturbare il Colonnello», come aveva improvvidamente dichiarato Berlusconi all’inizio delle ostilità. Niente più «sono addolorato per Gheddafi e mi dispiace», come ripeteva il premier poco più di dieci giorni fa.
Sulla questione delle armi il dibattito era stato aperto proprio dal ministro degli esteri francese Alain Juppé, che però non aveva trovato, a parte la Gran Bretagna, grandi sponde. Questioni di interpretazioni della risoluzione Onu: l’Occidente può armare i ribelli? «Fonti diplomatiche italiane» avevano fatto sapere, pochi giorni fa, che il nostro governo era contrario. Ora Frattini spiega: «La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza “non impedisce” di fornire armi ai ribelli libici in lotta contro il regime».
Gheddafi addio, insomma. È stato bello, ci siamo divertiti, ma Roma ha definitivamente deciso di puntare su un altro cavallo. «L’Italia è vicina al popolo libico da molto tempo, e lo sarà ancora», ha chiarito Frattini, dove il riferimento al popolo è un modo sottile per distanziarsi ancora dal Colonnello.
Ma come si spiega questa svolta? Sono soprattutto tre i motivi. Il primo è un clima nuovo nel rapporto tra gli alleati. Dopo la clamorosa esclusione dell’Italia dalla conference call del 28 marzo tra Washington, Berlino, Parigi e Londra, nei confronti di Roma sono arrivati alcuni segnali distensivi, soprattutto da quella Francia di Nicolas Sarkozy contro cui la stampa vicina al centrodestra italiano sembrava essere entrata in guerra. «Immigrati, l’Italia ha ragione», era il titolo dell’intervista di sabato scorso del Corriere della Sera al premier francese François Fillon, mentre il giorno dopo arrivava l’annuncio di un prossimo vertice tra Berlusconi e Sarkozy.
Il secondo motivo lo spiega così a Europa Federiga Bindi, senior fellow della Johns Hopkins University di Washington: «La posizione dell’Italia ha seguito l’evoluzione di quella degli Stati Uniti, e del Dipartimento di stato in particolare. Hillary Clinton, inizialmente contraria all’intervento, ha pian piano cambiato idea, influenzando così l’alleato italiano. D’altronde Frattini e Clinton si sentono due volte alla settimana, il loro rapporto è solido, e non a caso qui in America le ultimo dichiarazioni del ministro italiano sono state riprese anche alla radio, in un paese in cui in questo periodo l’Italia fa notizia solo per altre ragioni…». Dunque Roma segue Washington, più che Parigi (e proprio ieri anche Bill Clinton si è dichiarato favorevole ad armare i ribelli). Ma la terza ragione? Ci possono essere state delle promesse fatte all’Italia dagli alleati? Non è escluso. «È sicuramente ipotizzabile che sia stata rassicurata sul suo ruolo nella gestione delle risorse energetiche nella Libia post-Gheddafi», sostiene Bindi.
E infatti ieri Frattini ha confermato che il Cnt ha avuto contatti telefonici con l’ad di Eni Paolo Scaroni.
L’Italia cambia linea, dunque. Ma colpisce che lo faccia per bocca solo di Frattini e non del suo presidente del consiglio, che è solito esternare su tutto. Sarà un caso? E sarà un caso che il presidente americano Barack Obama, la settimana scorsa, abbia telefonato a Giorgio Napolitano e non al premier? Oppure forse è una condizione, implicita o esplicita, del negoziato? L’Italia può tornare ad avere un ruolo – potrebbe essere stato il ragionamento di Obama, Sarkozy e soci – purché non ci costringa ad avere a che fare direttamente con lui, il premier che a partire da domani, come sanno le tv di tutto l’Occidente, sarà processato per prostituzione minorile.

da Europa Quotidiano 05.04.11

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Ribaltone libico, armeremo chi vuole far fuori Gheddafi
L’Italia riconosce Bengasi. Per tenersi il petrolio e spartire gli immigrati

Gheddafi addio. L’Italia cambia linea e volta definitivamente le spalle al Colonnello. Ieri il ministro degli esteri Franco Frattini, mentre Berlusconi volava a Tunisi per trovare un accordo sul rimpatrio degli immigrati, ha annunciato la svolta.
Il governo ha riconosciuto il Consiglio nazionale transitorio dei ribelli come «l’unico interlocutore politico legittimato a rappresentare la Libia ». Al termine di un incontro alla Farnesina con il rappresentante della politica estera di Bengasi Ali Al- Isawi, Frattini non ha poi escluso la possibilità di fornire armi ai ribelli come extrema ratio per difendere i civili dagli attacchi di Muammar Gheddafi, che secondo il ministro sarebbe all’origine dell’immigrazione clandestina che viene da Tripoli e che viene usata dal Colonnello «per fare pressioni sull’Europa».
«Qualunque soluzione per il futuro della Libia ha una precondizione », ha avvertito Frattini, e cioè che «Gheddafi e la sua famiglia lascino il paese». Molto presto, forse già in settimana, il consolato italiano a Bengasi si trasformerà in una sorta di “ambasciata” presso il Cnt, un ufficio di rappresentanza che sarà guidato dall’attuale console Guido de Sanctis.
Così l’Italia smentisce la posizione attendista delle ultime settimane e si allinea a Stati Uniti e Francia. L’Eni prende contatti con il Cnt, e Roma – una settimana fa esclusa dalla conference call a quattro – può tornare a giocare un ruolo nella crisi libica.

da Europa Quotidiano 05.04.11

"Chi ride con quelle barzellette", di Francesco Merlo

Tutto è stato detto su Berlusconi che racconta barzellette, niente su quelli che ridono. Sono servi? Sono a libro a paga? Sono sdoppiati? E se fosse peggio? In pochi giorni Berlusconi si è esibito per due volte ben oltre la decenza delle sue solite storielle.
E ogni volta, colpiti dalla scurrilità che è simpatia andata a male, dalla fuga nell´oscenità persino mimata che è la cifra degli spettacoli prolungati oltre la fine, abbiamo pensato che peggio di lui ci sono quelli che ridono. E ci sentiamo come Petrolini che reagiva così alla maleducazione di uno spettatore: «Non ce l´ho con lei, ma con quelli che le stanno accanto e non la buttano di sotto».
A Lampedusa, per esempio, quando ha raccontato la barzelletta sulle italiane ha riso anche il presidente Lombardo che, bene o male, guida una giunta di centrosinistra. E, due giorni dopo, indossavano la fascia tricolore tutti quei sindaci che hanno applaudito la mela che (non) «sa di fica».
Riguardate il filmato: non ce n´è uno che si mostri infelicemente rassegnato per quella degradazione istituzionale. E´ vero che gli applausi tradiscono qualcosa di nervoso ma tutti i sindaci ostentano un´aria compiaciuta e divertita per il premier che mortifica i luoghi e i riti dello Stato. Ovviamente sanno che la coprolalia non è compatibile con l´aula, con i ruoli e con la bandiera. Ma è proprio per questo che ridono. Non per le battute da postribolo, ma per i toni da villano di osteria che declassano e offendono tutti quei simboli ai quali, faticosamente e insieme, siamo riusciti a ridare valore, a sinistra come a destra.
Eppure i sindaci del centrodestra sanno meglio di noialtri che queste non sono più le solite barzellette per distrarre gli italiani, ma sono i rumori grevi e le impudicizie della stagione ultima. Lo sanno dai sondaggi e dagli umori interni, dalla depressione di Bondi, dalla paziente disperazione di Bonaiuti, dal disprezzo sibilato di Tremonti, dalla rassegnazione al martirio di Gianni Letta che – come ha detto in privato – teme «la passerella delle quarantatré ragazze più dei pugnali di Cesare»; e ancora lo sanno dall´irascibilità incongrua di La Russa, dalle donne in fuga dai letti del potere, dal disgusto certificato di Mantovano che è il solo ad essersi veramente dimesso (ma, si sa, è un magistrato), dalla sofferenza trattenuta della Carfagna e della Prestigiacomo, dall´impotenza comica del ministro degli Esteri, dal fastidio persino di Dell´Utri che ha confessato a un amico: «Due cose non deve fare un uomo: innamorarsi ed ubriacarsi. E Silvio si è innamorato e si è ubriacato di se stesso».
E tuttavia quelli ridono. Acclamano la barzelletta lunga e noiosa, approvano gioiosamente il turpiloquio. E noi, che li vediamo nel filmato, ci sentiamo imbarazzati al posto loro, e non più perché sappiamo che esistono un´altra comicità e un´altra educazione alla comicità: non è più questione di contrapporre risata a risata, Marziale alla barzelletta, e perciò forse dovremmo persino astenerci dal ridere, come nel Risorgimento, quando gli italiani rinunziavano a comprare il divertente “Figaro”, vale a dire rinunziavano a ridere per non sovvenzionare gli austriaci. Certo, ci sembrano eversivi i drammatici e goffi numeri da caserma di un premier che intanto si sta battendo contro «i magistrati golpisti» che lo processano, vuole cambiare la Costituzione, e non controlla più il Paese impoverito e assediato… E però al cuore della nostra pena e della nostra rabbia ci sono innanzitutto quelli che ridono. Sono loro che ci fanno gelare il sangue.
Consenso? Compiacimento servile? Identificazione? Di sicuro sono risate di complicità. Ma non ridono come gli uomini di Stalin che temevano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie. Questi davvero pensano che la mela dal «sapore di fica» sia meglio che leggere Kant. E dunque voluttuosamente degradano istituzioni e cultura che, tra gli sberleffi, lasciano alla sinistra. La mela da brevettare è la loro cifra ontologica, il loro marchio. Nel film “Nessuno mi può giudicare”, la prostituta Eva (Anna Foglietta) insegna la “vita” a Paola Cortellesi: «Se sono di destra, tu ridi, perché a loro piace tanto sembrare simpatici; se invece sono di sinistra, tu annuisci, perché loro hanno bisogno di sentirsi intelligenti». Insomma, si parte da una barzelletta e si arriva lontano. Allo scadimento del gusto italiano e a quella commedia di Luciano Salce dove Ugo Tognazzi, imprenditore di mezza età, racconta una barzelletta ai suoi dipendenti ed è felice di vederli ridere di gusto. Poco dopo lo stesso Tognazzi si sentirà sprofondare quando, trascinato dalla “voglia matta” per una giovanissima Catherine Spaak, racconterà la stessa barzelletta a un gruppo di ragazzi che lo guarderanno come un marziano e gli sveleranno la mestizia che si porta dentro. Certo, quei ragazzi non erano suoi dipendenti ma persone libere. E però questo non basta.
Non basta il libro paga per spiegare i laudatori di Berlusconi, per capire perché ridono. Anzi, dargli dei servi pagati finisce con l´essere un complimento perché ammette uno scarto dentro di loro tra la coscienza e il contratto, certifica il professionismo cinico di chi, cambiando editore di riferimento, sarebbe pronto a cambiare musica. E invece non è sempre così. C´è infatti una identificazione con la cultura della mela al «sapore di fica». Lo stesso Vittorio Sgarbi – è un esempio per tutti – gode nell´umiliare la specificità della sua stessa cultura, come quelli umiliano la fascia tricolore. Non per i soldi, ma perché c´è una voluttà nel profanare, nel farsi capre per rendere cavoli tutte le cose belle e profonde, tutte quelle meraviglie che da Caravaggio a Masaccio fanno la grandezza dell´arte.
Compiacciono Berlusconi dunque, e ridono ad ogni nuovo abbassamento di livello, a questo scadere dalle fogne ai pozzi neri. Ridono dinanzi a quella che gli studiosi di Storia Antica chiamerebbero Oclocrazia, ridono per massacrare un patrimonio anche se – come racconta Giorgio Manganelli nell´´Encomio del tiranno´ – presto saranno loro, quelli che ridono, a farlo fuori con uno sbadiglio.

La Repubblica 05.04.11

"Il governo aspetta il voto con il fiato sospeso", di Marcello Sorgi

Il voto di oggi a Montecitorio sulla richiesta di conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale tra la Camera e i giudici di Milano ha un valore politico pari a quello del 14 dicembre sulle mozioni di sfiducia, in cui Berlusconi si giocò tutto e alla fine prevalse grazie a tre deputati che all’ultimo momento passarono dall’opposizione alla maggioranza. Ma in un certo senso è anche più difficile, dato che il premier deve conquistare 316 voti e che la votazione si svolgerà a scrutinio segreto. Ci sono insomma tutte le condizioni, nel segreto dell’urna, per far cadere il governo e aprire la crisi che fu evitata in extremis alla fine dell’anno scorso.

Da allora ad oggi Berlusconi ha pian piano allargato la sua maggioranza, grazie alla crisi del Fli e al consolidamento del gruppo dei «Responsabili», uno dei quali, Saverio Romano, transfuga insieme a quattro colleghi siciliani dall’Udc di Casini, è anche diventato ministro dell’Agricoltura. Il Cavaliere ha solo iniziato il rimpasto, annunciato da tempo, che nei suoi piani dovrebbe servire a rafforzare la nuova coalizione, più esile ma politicamente più compatta dopo l’uscita dei finiani. Per una ragione molto semplice: ogni nuova nomina accontenta i desideri di uno e scontenta tutti gli altri. E’ andata così anche per la promozione di Romano, che ha suscitato più di un mugugno nel suo gruppo, tacitato grazie a nuove promesse. Alla fine dell’operazione Berlusconi s’è impegnato a ricoprire tutti i posti scoperti, una decina, tra cui uno di ministro, uno di viceministro e il resto di sottosegretari, a cui presto, con una nuova legge ad hoc, dovrebbero aggiungersene un’altra decina.

Quanto possa giovare un allargamento dei posti di governo, e dunque di parlamentari che grazie ai nuovi impegni sono destinati ad allontanarsi dalle aule parlamentari, o ad arrivarci all’ultimo momento, com’è successo l’altro giorno nella votazione sul verbale d’assemblea in cui il governo è andato sotto, è tutto da vedere. Berlusconi è sicuro di prevalere nella votazione di oggi grazie al fatto che la sua nuova maggioranza, a sentire il coordinatore Verdini che si sta occupando del reclutamento, sfiorerebbe i 330 deputati. Per la verità negli ultimi voti il centrodestra s’è assestato sempre sui 305, a causa di assenze. Chiaramente oggi è previsto il pienone e chi non si presenterà sa di giocarsi il posto. Ma fino all’ultimo il governo resterà con il fiato sospeso, mentre alla porta premono irrisolti i gravi problemi di questi giorni.

Il Sole 24 Ore 05.04.11

"Il teatro del ricatto", di Giuseppe D'Avanzo

Si è sempre detto che le ossessioni berlusconiane si connotano per qualcosa di simile alla «coazione a ripetere»: il coatto ripete i suoi gesti «convinto di agire in una situazione nuova o ha addirittura dimenticato i precedenti». Può essere una chiave per presentare la giornata parlamentare di oggi (la Camera approva il conflitto di attribuzione contro la procura di Milano) e la vigilia del prologo tecnico del “processo Ruby” (Berlusconi è imputato di concussione e sfruttamento della prostituzione minorile). Il capo del governo, si dirà, sempre muove il suo potere, abusandone, per grattarsi le rogne di un´avventura imprenditoriale contrassegnata dalla corruzione. In sei anni si è affatturato due leggi immunitarie e, in cinque, due decine di leggi ad personam. Qual è allora la novità se ora, di nuovo, Camere ubbidienti si preparano a ridurre ancora la prescrizione per liberarlo di tre processi milanesi? Che cosa c´è di nuovo se il Parlamento chiede alla Corte costituzionale di cancellare la competenza dei giudici di Milano per salvarlo da un dibattimento che lo screditerebbe agli occhi del mondo, quale che sia la sentenza?
Qualcosa di nuovo c´è ed è sorprendente che lo spettacolo del falso indiscutibile che il premier ha pianificato sia riuscito nel risultato di ingabbiare il discorso pubblico, di governarlo fin dal lessico, accentuandone le ipocrisie anestetiche. Da settimane si discute di «riforma costituzionale della giustizia» e solo pochi hanno trovato la voce per parlare, a proposito di quelle norme «epocali», di «riforma del pubblico ministero». Punto.
Ora si parla, a proposito di «processo breve», di «processo europeo» (la formula è del segretario del premier diventato ministro di giustizia). Dio non voglia che anche questo trucco attecchisca, con il corteo di fumisterie e tartufismi, perché in verità l´Europa ci chiede di assicurare in tempi ragionevoli processi «efficaci ad identificare e punire i responsabili» e non a liberare i responsabili definendo automatismi insensati al processo. Come ha scritto Franco Cordero, ve lo immaginate un medico che sopprime il malato perché non è guarito nei tempi prestabiliti?
Il nuovo che l´efficientissima “fabbrica del falso” nasconde è la strategia del ricatto che, ancor più intimidatorio e invasivo di ieri, Berlusconi inaugura in questa stagione per lui finale. Già nel passato il Cavaliere ha giocato questa carta. Se non date il via a una seconda legge immunitaria, approvo il «processo breve» anche se centomila processi ne saranno distrutti. L´ebbe vinta, ma si è trovato con un pugno di mosche in mano quando la Corte costituzionale ha bocciato il salvacondotto. Ora, per coazione a ripetere, l´uomo che governa replica il ricatto facendolo però più brutale, addirittura sinistro per l´identità del sistema fondato sessantatrè anni fa. Scorgiamone ragioni, condizioni, protagonisti.
Il Cavaliere ha quattro processi aperti. Tre (Mills, Mediaset, Mediatrade) hanno il destino segnato dalla prescrizione. Quel che conta per il Cavaliere è soltanto il “processo Mills”, che potrebbe ottenere una sentenza di primo grado anche in pochi mesi. Già definitiva la sentenza che ha condannato il testimone corrotto, svela nel gorgo di quale malaffare sia cresciuta la fortuna del corruttore. Altro che “uomo del fare”, vi appare per quello che è: uomo che sempre arruffa e imbroglia per imporsi. Basta ricordare che cosa gli succede quando varca le Alpi. E´ sempre battuto, se si parla di affari. Questo tableau, il Cavaliere deve eliminarlo, fosse anche in una sentenza di primo grado. Per questo occorre accorciare di un sesto la prescrizione come impone a un parlamento servile. Il “processo Mills” muore e salva la faccia, ma l´immunità non è ancora a portata di mano perché un altro incubo tormenta il capo del governo: il processo per sfruttamento della prostituzione e concussione. Se il “processo Mills” dimostra quanto truffaldine siano state le sue peripezie imprenditoriali, il “dibattimento Ruby” (chiamiamolo così) mostra al di là degli esiti quanto egli sia politicamente irresponsabile, pubblicamente inaffidabile, catastroficamente ricattabile. Una qualsiasi delle decine di prostitute, minori o maggiorenni, che lo hanno frequentato, può oggi metterlo sotto, estorcergli onori e denaro: anche una sola parola di una zambraccola può “condannarlo” se il processo va avanti perché il suo destino è sulla bocca di una puttana. Sono eccellenti ragioni per dover annichilire al più presto quel processo. Non si può fare affidamento sulla prescrizione e allora quel pericolosissimo sgorbio deve essere cancellato dalla sola istituzione affidabile per Berlusconi: il Parlamento abitato da nominati (da lui) e (da lui) comprati. Ecco allora il conflitto di attribuzione che approverà oggi la Camera. Ma ancora non basta perché la controversia tra Parlamento e Procura di Milano sarà decisa dalla Corte costituzionale.
Per condizionare favorevolmente questo giudizio, Berlusconi e la sua corte di dignitari più o meno sapienti apparecchia un teatro del ricatto che nessuno sembra voler guardare. Vediamo che cosa ingombra la scena: una riforma costituzionale della magistratura; la responsabilità civile delle toghe; l´introduzione del quorum dei 2/3 per le decisioni della Consulta che abrogano per incostituzionalità una legge. Sono tre iniziative di difficile realizzazione. Nel primo caso, sono troppe quattro “letture” per una legislatura agli sgoccioli. Nel secondo, il balbettio legislativo è generico, irragionevole. Il terzo caso storpia un parametro capitale, trasformando la Consulta in un organo politico. Per i loro deficit costitutivi, non sono iniziative legislative, dunque, sono avvertimenti e intimidazioni gridati ai quattro canti per ottenere che la Corte costituzionale sottragga il “processo Ruby” ai giudici di Milano per affidarlo al Tribunale dei ministri che poi vuol dire alla decisione del Parlamento che, si sa, boccerebbe ogni autorizzazione a procedere.
Le tre iniziative legislative, le tre imposture, le tre minacce – come definirle? – “parlano” ai decisori. Dicono ai magistrati: davvero per un processo, per un solo insignificante processo, volete modificare il vostro status, vivere e lavorare nel terrore, in un perenne conflitto con gli imputati che condannerete? Davvero, per quel processo, volete correre il rischio di perdere autonomia e indipendenza? La magistratura non è un monolite e, nelle vaste aree di quietismo istituzionale che la abitano o nei più ristretti luoghi di prossimità politica al potere, questi richiami ottengono un loro risultato. E´ sufficiente avere orecchio per i mugugni che oggi si raccolgono, qui e là, contro «quelli lì, di Milano». E´ sufficiente cercare di capire dove, in quale stanza, da quale toga eccellentissima, nasca la convinzione (già ha fatto capolino) che, in caso di conflitto di attribuzione, «con certezza» il “processo Ruby” sarà sospeso (la giurisprudenza consiglia, al contrario, di andare avanti).
Le minacce di Berlusconi “parlano” ai giudici costituzionali. Domani potrebbero non essere quel che sono oggi. Oggi sono i custodi di una sintassi giuridica: l´ordinamento è una piramide di norme situate ai vari livelli, in cima ci sono quelle che dettano la tavola genetica, protette dalla Consulta che vigila sulle sottostanti. Domani sarebbero i “funzionari” di una volontà politica. L´avvertimento del Cavaliere “parla” al capo dello Stato. Con queste parole: sono in grado di accentuare le divisioni del Paese che tu ti sforzi di tenere unito. Posso con la riforma costituzionale della magistratura lacerarlo, lo posso sbrindellare anche nei tempi ridotti della legislatura, anche se poi il referendum confermativo dovesse bocciarla. Posso farlo o non farlo, dipende. A meno che… Per sapere quel che Berlusconi chiede a Napolitano è sufficiente leggere i fogli che sostengono il Cavaliere. Vi si legge: «Sollevare il conflitto di attribuzione e lavorare diplomaticamente affinché Giorgio Napolitano si impegni in una sorta di moral suasion sulla Consulta, chiamata ad esprimersi».
Il busillis è tutto qui. Il rumore mediatico e il ricatto politico hanno un solo obiettivo: condizionare la decisione della Corte costituzionale e influenzare chi può dominare o suggestionare le scelte dei giudici costituzionali in nome del «male minore», come Berlusconi ritiene sia possibile nel suo analfabetismo democratico.
Quanto sia fallace l´argomento del «male minore» bisognerà prima o poi ricordarlo, Qui può essere adeguato ripetere qualche parola di Hannah Arendt: «Sul piano politico, la debolezza dell´argomento è stata sempre evidente: coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male».

La Repubblica 05.04.11

"Nuova stretta sulle intercettazioni. A Milano i pm chiedono il processo a Berlusconi per Mediatrade", di Celestina Dominelli

Nuova stretta del Pdl sulle intercettazioni: mai più nelle carte processuali. La maggioranza si prepara a una settimana cruciale per le sorti di Silvio Berlusconi. Si comincia domani in aula, alla Camera, con due appuntamenti clou (guarda l’agenda dei lavori): il voto sul conflitto d’attribuzione e l’esame del ddl sul processo breve. E, a tal proposito, dentro il Pdl serpeggia la tentazione di un’altra prova di forza: chiedere di nuovo l’inversione dell’ordine del giorno dei lavori dell’assemblea per affrontare la prescrizione breve prima della legge sui piccoli comuni e della Comunitaria. Intanto dalla sesta commissione del Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, arriva una netta bocciatura dell’emendamento Pini alla Comunitaria, che estende la responsabilità civile dei magistrati.

Csm: responsabilità civile lede indipendenza toghe
Nel documento approvato a larga maggioranza, con il voto contrario del laico del Pdl, Niccolò Zanon, la Commissione fa notare come l’emendamento Pini, che amplia la responsabilità delle toghe anche ai casi di «manifesta violazione del diritto», introduce un’innovazione che non ha riscontri nel resto d’Europa. Innovazione che peraltro, a detta dei consiglieri, finirebbe con l’incidere sull’indipendenza e sulla serenità di giudizio dei magistrati. Secondo la commissione, inoltre, nessuna necessità di modificare la legge sulla responsabilità civile dei giudici deriverebbe dalla sentenza della Corte di Giustizia europea che il centrodestra ha utilizzato per motivare l’intervento legislativo.

Il Pd precetta i deputati via sms: obbligo di presenza senza eccezioni
La maggioranza sta dunque valutando in queste ore l’ipotesi di chiedere una nuova inversione dell’odg. Una decisione definitiva però ancora non c’è anche perché il rischio è di infiammare ancor di più lo scontro tra i due poli. Oggi, infatti, la temperatura è tornata a salire a causa di una nuova stretta sulle intercettazioni, che porta la firma del deputato Pdl, Maurizio Bianconi. E intanto anche il Pd mobilita i suoi con un sms fatto giungere sui cellulari dei deputati democratici. «Martedì 5 aprile ore 15 – si legge nel messaggino – voto su conflitto di attribuzione: Seguono voti su provvedimenti all’ordine del giorno e sul processo breve. Obbligo di presenza senza eccezione alcuna». La firma è dei due segretari d’aula, Roberto Giachetti e Erminio Quartiani. A tutti è giunto poi un secondo sms, firmato dal capogruppo Dario Franceschini, che ha ricordato orari e oggetto della votazione. «Annullare ogni impegno e missione».

La proposta di Bianconi (Pdl): intercettazioni mai più fonti di prova
La proposta, depositata un mese fa e assegnata alcuni giorni fa alla commissione Giustizia di Montecitorio in sede referente, stabilisce che le intercettazioni non saranno più mezzi di ricerca della prova, ma semplici strumenti di investigazione e, come tali, non finiranno nei fascicoli processuali e non saranno pubblicabili. Se fosse approvata, non ci sarebbero più casi come quello di Ruby con gli stralci delle intercettazioni che documentano i particolari delle feste organizzate dal premier. In sostanza, Bianconi risolve il problema alla radice: non facendo più parte di fascicoli processuali, le intercettazioni non saranno più atti pubblici ma resterebbero nei cassetti degli investigatori e quindi niente “paginate” sui giornali.

Perde quota l’idea di porre la fiducia sul processo breve
L’iniziativa «prettamente personale» di Bianconi fa salire ancor di più la tensione alla vigilia di un importante snodo parlamentare. Che sarà accompagnato da nuove manifestazioni di piazza: dal sit-in promosso domani alle 14 davanti alla Camera da varie sigle al comizio del Pd, pochi metri più in là, alle 18, con il segretario Pierluigi Bersani, fino alla “notte bianca della democrazia” che raccoglierà le varie anime della sinistra. Insomma, una lunga serie di proteste che suggeriscono alla maggioranza di evitare altri colpi di mano, come quello di chiedere una nuova inversione dell’odg di domani e fanno perdere quota anche all’idea di porre la fiducia sul processo breve.
La maggioranza fa quadrato attorno al guardasigilli dopo l’intervista di Bersani
Intanto, però, non accenna a placarsi la querelle sollevata dall’intervista del numero uno dei Democrats che, dalle pagine di Repubblica, attacca oggi il ministro della giustizia, Angelino Alfano e il suo richiamo alla piazza per sostenere la road map della maggioranza sulla giustizia. «Alfano è arrogante come Berlusconi e servile a Berlusconi» e «contro questo e contro le leggi ad personam combatteremo in Parlamento e nelle piazze». La maggioranza fa però quadrato attorno al guardasigilli. Per il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, «Bersani riempie di insulti il ministro Alfano mentre per martedì prossimo sono preannunciate già due o tre manifestazioni fra il Senato e Montecitorio. Non ci facciamo intimidire né per reazione a tutto ciò estremizzeremo le nostre posizioni, ma pretendiamo anche che i lavori parlamentari si svolgano regolarmente conteggiando i voti di tutti i deputati che sono in Aula». E anche Maurizio Gasparri difende Alfano dalle critiche del Pd. «L’opposizione, anche attraverso la violenza verbale del segretario Bersani contro il ministro Alfano, continua a spargere odio nel dibattito politico e a promuovere con toni accesi manifestazioni intorno al Parlamento»

Il Sole 24 Ore 05.04.11