Latest Posts

Emergenza giustizia, parlamentari del Pd ricevuti in Tribunale

Hanno consegnato una lettera aperta nella quale riaffermano l’impegno “a favore di una riforma vera della giustizia che risponda alle esigenze dei cittadini, non di un solo uomo”. Una delegazione del Pd ha incontrato oggi il Presidente del Tribunale Eleonora De Marco e il Procuratore della Repubblica di Modena Vito Zincani. Il sen. Giuliano Barbolini, l’on. Manuela Ghizzoni e l’on. Giulio Santagata, accompagnati dal segretario provinciale del Pd Davide Baruffi, hanno consegnato al presidente De Marco e al Procuratore Zincani il testo di una lettera aperta nella quale i parlamentari modenesi riaffermano il loro impegno “a favore di una riforma vera della giustizia che risponda alle esigenze dei cittadini e non di un solo uomo”.

L’iniziativa fa seguito all’interrogazione, presentata dai deputati modenesi del Pd al ministro della Giustizia Alfano, sulla preoccupante situazione del Tribunale di Modena. Le carenze più gravi – sottolineano i parlamentari – riguardano il personale amministrativo: rispetto al previsto organico di 119 unità nel 2005, si è passati a 112 nel 2007, con un’ulteriore riduzione fino a 105 unità nel 2010. Attualmente sono presenti solo 81 unità, con una riduzione, rispetto all’organico, del 23 per cento.

Tuttavia – sottolineano i parlamentari del Pd – alla progressiva carenza di personale corrisponde un costante aumento del carico di lavoro, come dimostrano i dati nel biennio 2009 e 2010. Le cause al Tribunale del Lavoro sono state rispettivamente 598 e 817 (con un incremento di quelle esaurite: da 794 a 815); le esecuzioni mobiliari presentate sommano a 2760 e 2969 (con incremento, anche in questo caso, di quelle esaurite: da 2766 a 2869); analoga sorte per quelle immobiliari che sono passate da 547 a 812 (stabile il numero di quelle esaurite), mentre le procedure di fallimento sono state 169 e 180 (quelle esaurite 192 e 215). Le nuove cause penali sono state 3030 nel 2009 e 3587 nel 2010 (con un rallentamento nello smaltimento, che passa da 3379 a 2943, per i motivi precedentemente espressi), mentre quelle in carico al GIP sono state, rispettivamente, 9480 e 12605 (in questo caso si assiste ad una forte accelerazione dell’esaurimento dei procedimenti: 13676 nel 2010 contro i 5723 del 2009).

Nonostante queste difficoltà – osservano i firmatari dell’interrogazione – i magistrati e il personale amministrativo hanno tentato in ogni modo di sopperire alle gravi carenze di risorse. Grazie al contributo delle Istituzioni territoriali e del sistema bancario locale hanno anche favorito l’introduzione di strumenti informatici per la gestione digitalizzata dei fascicoli penali in fase di indagini preliminari e per la creazione di un archivio digitale della Procura. Dispiace invece rilevare l’assenza dell’amministrazione centrale”.

******
Al Presidente del Tribunale
dott.ssa Eleonora De Marco

Al Procuratore della Repubblica di Modena
dott. Vito Zincani

Al Presidente dell’Ordine degli avvocati
dott. Uber Trevisi

Nei giorni scorsi il ministro on. Alfano aveva annunciato una riforma epocale della giustizia che avrebbe finalmente ridato efficienza ed efficacia alla macchina giudiziaria e accorciato i tempi dei procedimenti. Contestualmente, il Guardasigilli aveva anche escluso qualsiasi provvedimento “ad personam”, con particolare riferimento al cosiddetto “processo breve”.
Quanto accaduto in questi giorni e in queste ore nell’aula della Camera dei Deputati smentisce clamorosamente quegli annunci. La proposta di legge del centrodestra che corregge i tempi della prescrizione dei reati e che ha preso il posto del processo breve nulla ha a che fare con la riforma della giustizia né con gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini italiani.
La norma voluta dalla maggioranza di governo, infatti, accorcia i tempi della prescrizione da un minimo di sei mesi a un massimo di un anno per gli incensurati e solo per i processi che sono nella fase del primo grado. E’ di tutta evidenza che la norma – per i modi e per i tempi in cui è stata messa a punto – ha come obiettivo non tanto l’alleggerimento del carico di lavoro dei tribunali quanto la via di fuga del Presidente del Consiglio dai processi che lo vedono coinvolto, a partire da quello che ha già sancito la condanna dell’avvocato Mills.
Il prezzo da pagare per i cittadini sarebbe altissimo: migliaia di procedimenti giudiziari – ad esempio quelli di “Appaltopoli” o della strage di Viareggio o per i casi di violenza sui minori compiuti da incensurati – verrebbero cancellati in un colpo solo, in spregio ai fondamentali principi di equità e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Siamo di fronte a una deriva inaccettabile per un Paese moderno e civile che – in ragione di provvedimenti come questo – rischia una regressione politica e istituzionale dagli esiti imprevedibili.
Sappiamo quanto gli operatori della giustizia abbiano a cuore – e sollecitino da tempo – una riforma vera che accorci finalmente i tempi dei procedimenti e dia maggiori certezze ai cittadini sullo svolgimento dei processi, sia civili che penali. Una riforma che, per essere tale, ha bisogno di risorse e mezzi adeguati, non di colpi di spugna. Nel ribadire piena fiducia nel lavoro della magistratura, confermiamo il nostro impegno per una riforma che risponda finalmente alle esigenze di tutti e non di un solo uomo.

Distinti saluti

******

Giustizia, le proposte del Pd
Le emergenze, i tempi del processo penale e le garanzie
L’indipendenza e l’organizzazione dell’ordine giudiziario

E’ partita la campagna del Partito democratico sui temi della giustizia e contro le leggi “ad personam”, a partire dalla proposta di legge della maggioranza sulla prescrizione breve. Domani pomeriggio alle 18 a Roma, in piazza del Pantheon, ci saranno anche i parlamentari modenesi, assieme al segretario del Pd Pierluigi Bersani, a manifestare contro i provvedimenti del governo. Ecco di seguito le proposte avanzate dal Pd per una riforma “vera” della giustizia, penale e civile

La nostra idea di riforme ha come obbiettivo la piena attuazione del modello di giurisdizione e del sistema di garanzie contenuti nella nostra Carta fondamentale. Le nostre proposte riformatrici mirano a realizzare pienamente l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Per questo non possono restare mere disposizioni non solo l’art. 3, ma anche l’insieme delle norme costituzionali che regolano il funzionamento della giustizia: la presunzione di non colpevolezza sino a condanna definitiva, il diritto alla ragionevole durata del processo, il diritto alla difesa garantito anche ai non abbienti, la finalità riabilitativa della pena.
Attuare la Costituzione significa prima di tutto rimuovere le vere emergenze che caratterizzano il servizio giustizia e che impediscono l’esercizio di diritti fondamentali, significa garantire un giusto processo che per tempi e modalità riduca il rischio di discriminazioni originate da differenze sociali, di razza o di sesso, sia per chi è imputato, sia per chi fa valere un suo diritto o è parte offesa o vittima di un reato. Per questo, infine è necessario adeguare l’ordinamento in modo funzionale al pieno perseguimento di questi obbiettivi,anche valorizzando e qualificando l’attività e la professionalità di tutti gli operatori del servizio giustizia.

1. LE EMERGENZE

A) La giustizia civile. Va affrontata quella vera e propria ipoteca sulla competitività rappresentata dal cattivo funzionamento della giustizia civile, che è causa dell’inadeguata tutela del credito, della difficoltà ad investire nel nostro paese, dell’incertezza dei rapporti tra privati, del protrarsi di conflitti familiari, talvolta drammatici.
Le cause civili attualmente pendenti sono più di 5 milioni (con una crescita media annua del 7,5 per cento). Per avere giustizia oggi un cittadino attende anche fino a sette anni e mezzo e, una volta giunta la sentenza, questa risulta spesso priva di qualsiasi effetto positivo per chi intendeva far valere un proprio diritto.

B) L’organizzazione. L’efficienza del sistema giudiziario presuppone necessariamente un’efficace distribuzione sul territorio nazionale degli uffici giudiziari e l’adeguatezza della loro struttura dimensionale. Per questo la revisione della geografia giudiziaria da un lato e delle dimensioni degli uffici giudiziari dall’altro, rappresenta una priorità da perseguire. Allo stesso tempo si dovrà procedere verso l’incremento delle risorse strumentali e umane, attualmente del tutto insufficienti e sproporzionate rispetto ai carichi di lavoro degli uffici, e verso la completa ed effettiva informatizzazione (e telematizzazione) del procedimento. E’ necessario incentivare la gestione manageriale degli Uffici giudiziari, anche affiancando al magistrato dirigente giudiziario la figura del manager dell’Ufficio Giudiziario, con autonome e precise responsabilità.

C) Il carcere. La situazione nelle carceri italiane è drammatica per il sovraffollamento, per la carenza di personale di sorveglianza e per l’insufficienza di personale. Questa situazione porta al numero incredibile di suicidi e vanifica completamente la previsione costituzionale della finalità rieducativa della pena. E’ necessario ampliare la tipologia delle misure alternative alla pena detentiva in favore di quelle volti al reinserimento sociale. Per fare ciò non si può prescindere dall’adeguare le piante organiche riferite al personale di Polizia penitenziaria e alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi. Crediamo debbano essere riviste anche le norme sulla custodia precautelare e sulla custodia cautelare in carcere limitandola a criteri più stringenti per il suo utilizzo, anche al fine di eliminare quei meccanismi che concorrono al sovraffollamento con detenzioni in attesa di giudizio. Per garantire il rispetto della dignità dei detenuti proponiamo l’istituzione a livello nazionale del Garante dei diritti dei detenuti. Infine, chiediamo l’introduzione del reato di tortura nel codice penale.

2. I TEMPI DEL PROCESSO PENALE E LE GARANZIE.

Garantire una giustizia efficiente ed equa al servizio dei cittadini significa intervenire sui tempi della giustizia. Per questo proponiamo di modificare alcuni aspetti del processo penale che si presentano come non funzionali e farraginosi.

A) Semplificazione del regime delle notifiche tenendo conto della recente introduzione delle modalità di notifica tramite posta elettronica certificata. ampliare l’utilizzo della polizia giudiziaria territorialmente competente in sostituzione degli ufficiali giudiziari, nei casi di assoluta urgenza e nei casi di notifica di atti di indagine o provvedimenti che la stessa polizia giudiziaria è delegata a compiere o è tenuta ad eseguire. L’utilizzo della posta certificata in via ordinaria, consente un evidente risparmio di tempo e di risorse e al tempo stesso evita di dover inutilmente comprimere le garanzie legate all’effettivo esercizio del diritto di difesa.

B) Semplificazione del sistema delle nullità processuali. Prevedere uno sbarramento generalizzato per la loro proposizione.

C) Modificazione del regime della contumacia. I processi conclusi a carico di imputati di fatto irreperibili, dichiarati contumaci, rischiano di essere processi che rimangono sulla carta, mentre qualora l’imputato venga successivamente reperito il processo deve essere quasi sempre celebrato di nuovo. Sospendere il processo (e il corso della prescrizione) una volta accertata l’irreperibilità di fatto è una misura utile per razionalizzare e ridurre il carico dei procedimenti.

D) Riordino della disciplina dell’udienza preliminare. Riformare la disciplina dell’udienza preliminare in modo da sfruttare appieno la sua potenzialità quale momento di preparazione del futuro giudizio.

E) Rivisitazione del sistema delle impugnazioni. Riduzione dei casi di ammissibilità e proponibilità del ricorso alla Suprema Corte di Cassazione. Alcune attribuzioni della Corte di Cassazione, quale giudice dell’impugnazione su provvedimenti in cui l’esame di legittimità non può essere prevalente, devono essere trasferite alle corti di appello.

F) Riduzione del carico di lavoro che grava sugli uffici inquirenti mediante la diminuzione del cosiddetto “Flusso in entrata”. Per mantenere fermo il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, garanzia di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, a fronte di un carico di procedimenti penali che non ha pari con gli altri paesi europei con i quali normalmente ci paragoniamo, occorre confrontarsi con soluzioni che mirano a darle la necessaria effettività, introducendo moduli di flessibilità del suo concreto operare. In questo senso vanno quelle proposte che prospettano la richiesta di archiviazione per “Irrilevanza penale del fatto” o “particolare tenuità dell’offesa” allorquando, pur sussistendo astrattamente la fattispecie di reato, il fatto non rivesta in concreto ad una prima delibazione la necessaria offensività per giustificare l’impiego della costosa risorsa del processo.

G) L’obbligatorietà dell’azione penale. L’obbligatorietà dell’azione penale va rafforzata, resa effettiva e trasparente per garantire l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Oggi l’elevatissimo numero di procedimenti non consente alle procure di perseguire con la stessa tempistica tutti i fatti penalmente rilevanti. Per questo devono essere individuate delle priorità che non siano rimesse al singolo magistrato ma bensì siano ricondotte al potere generale di programmazione dell’attività dell’ufficio. Per questo sosteniamo i contenuti di una nostra proposta di legge che mira a procedimentalizzare l’esercizio di questo potere, all’individuazione delle scelte di priorità nell’esercizio dell’azione penale secondo un modello partecipato, che tenendo conto delle risorse disponibili preveda il coinvolgimento di una serie di soggetti qualificati sul territorio.

3. INDIPENDENZA E ORGANIZZAZIONE DELL’ORDINE GIUDIZIARIO.

L’indipendenza e l’autonomia della magistratura, valori qualificanti in quanto garanzia per i cittadini di eguaglianza, non si poggiano soltanto sulla norma costituzionale che le prevede, si fondano anche sul prestigio di cui l’ordine giudiziario gode. Per questo vanno individuate le procedure per l’esercizio dell’autogoverno più idonee a realizzare l’impiego dei magistrati secondo criteri ispirati al merito e alla trasparenza. Negli ultimi decenni il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura ordinaria e garante dell’autonoma e dell’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, è stato più volte oggetto di interventi legislativi l’ultimo dei quali, la legge n. 44 del 2002, è stato certamente quello che ha prodotto gli effetti più negativi. La riduzione del numero dei membri elettivi e la riforma del sistema elettorale della componente togata hanno avuto una non indifferente influenza sull’attività del Consiglio, specie per quella disciplinare. La deleteria logica correntizia nelle decisioni assunte non è stata affatto attenuata né il minor numero dei componenti ha reso più efficace il compito degli eletti.
E’ quindi necessario, dopo l’imminente rinnovo, da realizzarsi, visti i tempi stretti, con la legislazione vigente, un nuovo intervento del Parlamento affinché il CSM possa esprimere con pienezza di poteri il suo ruolo di organo di rilievo costituzionale. Un nuovo sistema elettorale deve avere come obiettivo l’attenuazione dell’influenza delle correnti nelle designazioni dei posti messi a concorso. Egualmente importante è ampliare il numero degli eletti non solo perché i magistrati, togati e non, sono ormai giunti a quasi ventimila, ma soprattutto per rendere più efficace ed utile il lavoro delle commissioni. In particolare deve essere rafforzata la Sezione disciplinare che ha cognizione dei procedimenti a carico dei magistrati ordinari.
Dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario che ha tipizzato le diverse fattispecie di illeciti di natura deontologica e ha riformato le regole del procedimento è assolutamente indispensabile che l’organo con funzioni decisorie abbia una maggiore ampiezza per far fronte a tutti gli esposti che ad esso sono presentati.
L’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati – nel quadro dell’attuale assetto costituzionale e salvo una valutazione più complessiva per la quale si rinvia al lavoro del Forum sulle riforme – deve essere regolato attraverso procedure che garantiscano una più netta separazione, pur sempre in seno al Csm, delle funzioni amministrative da quelle giudicanti. In tal senso è ipotizzabile una sezione separata del Consiglio Superiore per l’esercizio dell’azione disciplinare. La legge 44/2002 ha ridotto il numero dei membri effettivi della sezione disciplinare da 9 a 6 e si è così inevitabilmente attenuata la capacità di controllo del Consiglio sulle condotte deontologicamente scorrette dei magistrati. L’esigenza di rafforzare la sezione disciplinare non risponde solo all’esigenza di rendere più rigoroso e penetrante il controllo sulla professionalità dei magistrati ma è anche lo strumento perché i cittadini tornino ad esprimere il loro apprezzamento per l’affidabilità dell’ordine giudiziario. E’ necessario definire una normativa che affronti il tema dell’incandidabilità dei magistrati nelle istituzioni elettive secondo le recenti indicazioni del Csm in proposito, estendendo alle elezioni regionali ed europee quanto già previsto per le elezioni politiche.
E’ necessario favorire la specializzazione dei magistrati, in particolare nel settore dei diritti fondamentali (famiglie e minori, diritti della persona, libertà personale, espulsioni). Ed in particolare la specializzazione delle sezioni per le tematiche economiche. Occorre avviare una riflessione sulle giurisdizioni contabile e amministrativa, per assicurare maggiore trasparenza nell’operato della Pubblica Amministrazione e maggiori garanzie di tutela dei diritti soggettivi del cittadino e quelli della collettività, nel quadro di un sempre più forte indirizzo all’unitarietà della giurisdizione ed alla valorizzazione delle attività specializzate. Infine si dovrà porre rimedio alle riforme deleterie del governo in materia di depotenziamento degli strumenti di indagine (intercettazioni), che impediscono un serio contrasto alla lotta alla corruzione e al crimine organizzato, senza tutelare la riservatezza e senza garantire ai cittadini il diritto all’informazione. Su questi punti intendiamo promuovere il più ampio confronto con tutti gli operatori del diritto, a partire dalla rappresentanza della magistratura, che consenta un adeguato monitoraggio sull’efficacia delle modifiche introdotte recentemente nell’ordinamento.

www.padmodena.it

"Lega di lotta non di governo", di Ernesto Galli della Loggia

La crisi della leadership berlusconiana a stento riesce a mascherare un’altra crisi che sta esplodendo in questi giorni: la crisi della Lega. È la crisi che è raffigurata come meglio non si potrebbe dalla foto di quella rete del campo profughi di Manduria, semiabbattuta e superata d’un balzo da centinaia di tunisini poi dispersisi nei dintorni . Con l’incisività perentoria delle immagini essa mostra l’impotenza di un ministro leghista dell’Interno, Maroni, che, molto bravo ad arrestare mafiosi e camorristi, non sa invece che pesci pigliare proprio sul tema forse più caro alla propaganda e all’ideologia del suo partito: quello dell’immigrazione. Bossi ha un bel dire agli immigrati «fuori dalle palle» . Il suo ministro non è capace neppure di trattenerli dietro una rete: non dico neppure, naturalmente, di respingerli in mare lasciandoli al loro destino, così come invece, ascoltando le grida di Bossi, qualche ingenuo e feroce leghista forse si è immaginato che potesse accadere. Ma evidentemente un conto sono i comizi a Pontida, un altro conto fare seguire alle parole i fatti. La verità è che quanto accade in questi giorni sta mostrando l’impossibilità/incapacità della Lega ad essere un vero partito di governo. Con l’ideologia leghista si può essere ottimi sindaci di Varese e perfino di Verona, ma non si riesce a governare l’Italia. Non si riesce, cioè, a pensare davvero i problemi del Paese in quanto tale (non solo nella sua interezza, ma anche nella complessità dei suoi rapporti internazionali), e tanto meno immaginarne delle soluzioni. Con l’ideologia leghista al massimo si può stare al governo, che però è cosa del tutto diversa dal governare. Si può al massimo, cioè, essere alleati gregari di una forza maggiore e occupare dei posti: ma al solo scopo, in sostanza, di chiedere mance e favori per i propri territori. Il limite della Lega è per l’appunto questo: a chiacchiere essere contro «Roma ladrona» , ma poi essere condannata a comportarsi nei fatti come un tipico partito di sottogoverno. Questa posizione sostanzialmente subalterna della Lega è l’inevitabile conseguenza di quel vero e proprio bluff ideologico che è l’evocazione della Padania (con implicito sottinteso separatista). Non si può governare nulla che riguardi l’Italia, infatti, tanto meno un problema come l’immigrazione, volendo essere solo «padani» . Quello della Padania, in realtà, è un bluff che solo la stupida timidezza delle forze politiche «italiane» non ha fin qui avuto il coraggio di «vedere» , e che Bossi adopera all’unico scopo di marcare il proprio impegno territoriale e il proprio feudo elettorale. Ma che per il resto è di un’inconsistenza assoluta presso lo stesso elettorato leghista.
Lo dimostrano con il loro comportamento gli stessi amministratori locali della Lega, i quali, molto saggiamente, quando è il momento della verità non se la sentono quasi mai di onorare davvero il bluff «padano» . Come si è visto ad esempio— uno solo tra i tanti— quando nei giorni scorsi il governatore Cota, dovendo scegliere tra il partecipare solennemente alle celebrazioni dell’Unità d’Italia e del ruolo in essa avuto dal suo Piemonte, e in alternativa avallare invece le idiozie anti italiane delle «camicie verdi» restandosene a casa, non ha esitato a scegliere. Ben consapevole che, qualora se ne fosse restato a casa, molto probabilmente si sarebbe giocata la rielezione.

Corriere della Sera 04.04.11

Franceschini: «Contro le leggi ad personam serve un grande patto tra le opposizioni», di Corrado Castigione

Un grande patto tra le opposizioni per contrastare «un governo incapace» e le leggi ad personam, senza troppe dietrologie sulle alleanze future e quello che verrà dopo: il capogruppo alla Camera del Pd Dario Franceschini rilancia la proposta alla vigilia di un momento caldo sul fronte della giustizia. Conflitto d`attribuzione per la vicendaRuby, prescrizione breve e responsabilità civile per le toghe: sarà una settimana intensa.

Il Pd come si prepara ad affrontarla?

«Sarà un`altra settimana di schiaffi agli italiani. Non è possibile che di fronte a problemi così gravi come quello della Libia e dell`immigrazione il Parlamento debba essere costretto a confrontarsi su tutt`altro. Tutti temi che interessano solo Berlusconi. È un punto che è diventato insopportabile».

E perciò la tentazione dell`Aventino può prendere corpo?

«Niente affatto, questa tentazione non mi sfiora neppure. Ce n`è già stato uno nella storia d`Italia e sappiamo com`è finita. Piuttosto continueremo a dare battaglia su tutto, perché certe porcherie non si realizzino. I risultati poi arrivano sempre. È per questo che gli elettori ci hanno votato. Fin quando sarò io capogruppo non ci saràAventino. E aggiungo una considerazione».

Prego.

«C` è bisogno di un grande patto tra le opposizioni per affrontare 1`emergenza. Il Paese è allo sbando. Famiglie e imprese che aspettano risposte politiche concrete».

Così il Pd prepara l`alternativa di governo?

«Certo l`alternativa non si costruisce con i dibattiti politologici sulle alleanze. Ma con le battaglie in Parlamento. Ecco perché le opposizioni devono essere unite: Pd, Udc, Fli e via discorrendo. Qualcuno dice: ma come fate a stare insieme se siete così distanti? Ma io dico: quello che succederà dopo, poi si vedrà. Magari allora ognuno si terrà le sue idee. Ma intanto adesso affrontiamo l`emergenza e cerchiamo di liberare il Paese dagli incapaci».

Anche ieri Berlusconi ha ribadito che ilgoverno va avanti per garantire al Paese un futuro di libertà e di giustizia, che la riforma della giustizia serve per il riequilibrio dei poteri.

«Ci risiamo: soltanto parole. Ma il governo che fa in concreto? C`è una distanza siderale tra quello che questa maggioranza proclama e quello che riesce a fare per davvero. Si sono riempiti la bocca di “sicurezza” e poi vanno in ambasce quando si tratta di gestire 5mila immigrati. Nel 2008 il governo Prodi se n`è ritrovati 30mila a Lampedusa e tutto è filato nel rispetto delle leggi, con un centro che funzionava per davvero, ora gli immigrati scappano, i territori si sfilano».

Dice ancora Berlusconi che questa maggioranza deve andare avanti per fare le riforme.

«Solo demagogia, ma così non si affrontano i problemi. E poi anche questa storia dei 330. Non è vero. In Parlamento oggi c`è una maggioranza che viene retta da ministri e sottosegretari. Figurarsi, nei giorni scorsi abbiamo visto i responsabili degli Esteri e della Difesa dover venire in aula a votare il processo verbale in piena crisi libica. Ma è chiaro: fanno così per le grandi occasioni, cioè per i voti di fiducia e per le leggi ad personam. Perché altrimenti la maggioranza non c`è».

Settimana cruciale per la giustizia: il Pd come si prepara a dare battaglia?

«Saremo tutti in aula, combatteremo con gli elendamenti, cercheremo di fare fronte comune, sapendo bene che gli spazi sono contingentati. D`altro canto le regole vanno rispettate. Ma il Pd sarà attivo anche fuori dell`aula, moltiplicando i momenti di riflessione. Domani al Pantheon ci sarà un presidio simbolico contro le norme ad personam, venerdì ci sarà sulla scuola un`altra delle Notti della democrazia… Perché il Paese non cada nell`assuefazione e non si rassegni».

da Il Mattino 04.04.11

"Sciupone l'Africano", di Umberto De Giovannangeli

Sciupone l’Africano» prova a conquistare la Tunisia. Silvio Berlusconi «sbarca» oggi a Tunisi con cento milioni di euro di «crediti di aiuto», una dozzina tra motovedette e fuoristrada come «cadeau» promessi e la riproposizione di un must pubblicitario di cui il Cavaliere si è giovato per nove volte in nove anni: il «piano Marshall» , adattato a iniziative internazionali
e a progetti per casa nostra (dalla Somalia all’Abruzzo, dalla Palestina al Sud d’Italia, dalla Sardegna al Maghreb…). Con due comuni denominatori: per lo più si tratta di impegni millantati e mai mantenuti, e in alcuni casi sono soldi delapidati,
finiti nelle tasche di dittatori sanguinari ovvero di famelici corrotti e corruttori stranieri e autoctoni. Con la Tunisia, «Sciupone l’Africano» prova a riprodurre lo «schema libico», contenendosi, però, nella cifra elargita, anche perché i nuovi governanti tunisini non sono affidabili, per il Cavaliere e il suo entourage, come lo era l’«amico Ben Ali», il despota costretto a fuggire dalla insurrezione popolare. Cento milioni di euro non sono una mancia, anche se le autorità di Tunisi si attendono ben altri investimenti a sostegno del «piano Marshall» evocato dal presidente del Consiglio italiano. «Sciupone» ma anche il premier dal «braccino corto»: tutto meno che un primo ministro credibile. Con la Libia dell’«amico Muammar», Silvio B. si era rivelato molto ma molto munifico: 5 miliardi
di dollari come risarcimento per il nostro passato coloniale, a cui si erano aggiunte le 6 motovedette con cui il Governo di «Sciupone» ha omaggiato il Raìs per poter meglio svolgere il suo ruolo di «Gendarme» del Mediterraneo. «Sciupone l’Africano» si fa precedere da nobili appelli all’accoglienza. Nobili ma poco credibili, visto i precedenti. In ambienti diplomatici nelle due sponde del Mediterraneo trasuda
scetticismo. Il timore, registrato da l’Unità, è che quei 100 milioni finiscano per essere il costo, enorme, di una operazione-immagine che serva al Cavaliere per dimostrare che l’emergenza-immigrazione è stata affrontata e risolta, con qualche barca su cui ammassare qualche migliaia di “tunisini” da rispedire nel Paese nordafricano, liberando Lampedusa. «Da uno come Berlusconi, grande amico di Ben Ali c’è da aspettarsi di tutto», dice a l’Unità uno dei giovani protagonisti della «rivoluzione jasmin», tunisina. «Pensare di poter avviare oggi una politica di stabilizzazione nel Mediterraneo, con leadership così fragili e “transitorie”, più di un azzardo appare uno spreco», gli fa eco un diplomatico di lungo corso, profondo conoscitore del «pianeta-Maghreb». ll Cavaliere torna in Tunisia , ma a riceverlo non è il suo caro amico «Ben», ma interlocutori meno disposti ad assecondare i desiderata di «Sciupone».
Chissà se Berlusconi ricorderà quel 18 agosto 2009, quando il premier italiano vola a Tunisi per trascorrere
qualche ora con il presidente della Repubblica di Tunisia, Zine El-AbidineBen Ali. L’ufficio diplomatico viene informato, ma non riceve alcun input formale. Come è avvenuto per gli incontri con Vladimir Putin, Silvio Berlusconi preferisce la privacy. Il premier italiano – riporta un cablogramma dell’ambasciata americana a Tunisi,rivelato da Wikileaks – dispensa «barzellette su Obama e sul Papa» in quella che viene definita «una visita così privata che nessuno dei due ministri degli Esteri è stato coinvolto». Ma il Cavaliere non si presenta da solo: con lui c’è il franco-tunisino Tarak Ben Ammar, la cui presenza viene spiegata così all’amministrazione Usa: «È socio d’affari e consigliere di lunga data» di Berlusconi.
Del quale vengono sottolineati gli «interessi» privati in Tunisia, che «comprendono studi cinematografici, società di distribuzione e il 50% di Nessma tv» che possiede proprio con Ben Ammar. Ed è sempre Ben Ammar, una sorta di «ambasciatore aggiunto», ad aver accompagnato – il 25 marzo scorso – il titolare della Farnesina, Frattini, e quello del Viminale, Maroni, in missione a Tunisi, ricevendo il sentito ringraziamento dei due ministri. In quell’occasione, il duo Frattini-Maroni ha promesso (una promessa spacciata da Palazzo Chigi come un accordo già sottoscritto con Tunisi) al premier tunisino Beji Caid Essebsi mezzi, addestramento e una linea di credito di 150 milioni di euro. A «staccare l’assegno», con tanto di telecamere al seguito, sarà lui: «Sciupone l’Africano». Il primo «ciak» dello spot «via da Lampedusa, destinazione Tunisi», sottotitolo: «Cento rimpatri al giorno», è per oggi. Il costo: 100 milioni
di euro. Uno spreco degno di «Sciupone l’Africano».

L’Unità 04.04.11

******

«Il premier ha pagato i lager libici, ora vuole finanziarli a Tunisi?» Intervista a Rosa Villeco Callipari

Al di là dei roboanti proclami e le risorse finanziarie delapidate, alla fine il vero fallimento del governo Berlusconi è l’affrontare il problema dell’immigrazione riducendolo nei fatti a un problema di criminalità e di sicurezza. Con i soldi italiani si sono favoriti i lager in Libia. Si vuole ora farlo anche con la Tunisia?». A parlare è Rosa Villecco Calipari, Vicepresidente dei deputati del Pd. «Sciupone l’Africano», al secolo Silvio
Berlusconi, si appresta a sbarcare a Tunisi per affrontare l’”emergenza immigrazione.
Con quali risultati fin qui ottenuti?
«Praticamente nulli. Berlusconi si è dato molto da fare per concludere l’Accordo con Gheddafi, mostrandosi prono davanti al Colonnello libico, al fine di ottenere, per restare al tema dell’immigrazione, il blocco degli arrivi da altri Paesi perché, è bene ricordarlo sempre, quella umanità disperata proveniva e proviene da Paesi come l’Eritrea, la Somalia, il Corno d’Africa: stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone, donne, uomini, bambini, che fuggono da guerre e conflitti locali. E che spesso e in tanti finiscono in un lager o nelle mani di organizzazioni criminali, trafficanti di esseri umani o di organi. L’accordo tra Roma e Tripoli per bloccare l’immigrazione clandestina nasce intorno al biennio 2003-2004,quando l’Italia fornisce mezzi e soldi alla polizia libica.
Un sostegno riproposto da Berlusconi nel Trattato bilaterale Italia-Libia sottoscritto nell’estate 2008. Per mesi abbiamo sentito i ministri Maroni, Frattini,La Russa, lo stesso Berlusconi, magnificare i risultati raggiunti con l’intesa con Gheddafi, giocando con i numeri e senza chiedersi mai che fine facevano le donne e gli uomini ricacciati a forza in Libia. Oggi gridano all’esodo biblico, dopo che il ministro dell’Interno aveva sostenuto nei mesi scorsi che l’emergenza-immigrazione era ridotta a zero, e che l’Accordo Italia- Libia era un modello che l’Europa
avrebbe dovuto far suo in chiave comunitaria. E sempre oggi Berlusconi si rivolge ad un Governo transitorio tunisino a cui l’Italia fornirà risorse economiche e mezzi nella speranza, della Lega, di non avere tra “i ball” i tanti tunisini arrivati in questi giorni a Lampedusa. Cambiano gli interlocutori, ma resta la stessa logica».
Con quale rischio?
«Cercando di scaricare il problema degli immigrati su qualcun altro, potremmo trovarci a trattare con un Governo, quello tunisino, che non ha ancora nessuna stabilità e quindi potrebbe non riuscire a mantenere gli eventuali impegni assunti. Ieri con la Libia, oggi con la Tunisia: il Governo Berlusconi-Bossi continua a riprodurre una logica fallimentare, oltre che profondamente ingiusta: la logica dei campi di concentramento, mascherati magari da tendopoli. Una logica non solo immorale ma anche inefficace, visto che da quei campi di concentramento la gente fugge, come è avvenuto a Manduria, e questo alimenta ulteriormente l’insicurezza e la tensione. Quella di Berlusconi non è neanche una credibile risposta di sicurezza. A “Sciupone l’africano” chiedo: dopo i lager in Libia, l’Italia intende forse perorare, e magari finanziarie, lager in Tunisia?».
L’impressione è che l’Italia di Berlusconi sia sempre alla ricerca di un “Gendarme” del Mediterraneo…
«Purtroppo è così. Prima era il Colonnello libico, ora magari si cerca “l’uomo-forte” tunisino… Trovare sempre qualcuno che risolva per conto nostro il problema: è questa la logica che muove Berlusconi e i suoi ministri “in trincea”. Un Governo sorretto da una maggioranza che oscilla tra l’odio razziale dei leghisti e le gag pubblicitarie del Cavaliere: l’Italia di Berlusconi è una italietta piccola piccola. E il mondo ne è consapevole e come tale ci tratta».

L’Unità 04.04.11

******

Berlusconi a Tunisi, rinvio sui rimpatri

«Ci sono 800 nuovi migranti arrivati nella notte a Lampedusa, dobbiamo cercare una soluzione e la stiamo studiando». Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi al termine dell’incontro con il premier tunisino Essebsi. «Il flusso di giovani tunisini che da noi cercano una nuova vita di democrazia e libertà ha creato un inconveniente in una piccola isola di cinquemila abitanti come Lampedusa – ha proseguito il premier italiano – con un flusso di migranti di gran lunga superiore al numero degli abitanti». «Noi siamo intervenuti e da ieri l’isola è tornata ai suoi abitanti, perchè abbiamo dislocato in vari parti d’Italia». Ma l’arrivo di nuovi 800 migranti, ha concluso Berlusconi, «rende necessario studiare una soluzione».

Silvio Berlusconi ha confermato da Tunisi la sua ferma volontà di coinvolgere l’Europa. «Un’altro problema è la questione europea – ha detto al termine del vertice con il premier tunisino Essebsi – e ci sarà presto un summit italo-francese con il presidente Sarkozy e i ministri degli Interni, Esteri e Economia dei due paesi». Un’indicazione che il premier offre a significare che il tema verrà affrontato su scala europea e non riguarderà soltanto Italia e Tunisia.

«Tra i nostri paesi ci sono rapporti di grande amicizia che continueranno ad essere tali. C’è un importante interscambio commerciale, culturale e per il turismo. Sappiamo che c’è un’emergenza e un momento difficile per l’economia tunisina, con giovani che guardano all’Europa e alla sponda sud del Mediterraneo per cercare di crearsi una nuova vita dove c’è democrazia e libertà e questo è comprensibile», ha detto il premier, assicurando che restano saldi nonostante i momenti di difficoltà i rapporti tra i due paesi. «Abbiamo apprezzato la responsabilità che vi siete assunti per andare al governo del paese nello storico passaggio alla democrazia, vi abbiamo già offerto la nostra più ampia collaborazione, la nostra esperienza e le nostre tradizioni. Vi auguriamo di cuore successo – ha concluso il premier – perchè fate una cosa meritevole e abbiamo apprezzato che nessuno di voi si candiderà nelle elezioni di luglio, dimostrando così un grande senso dello stato.

www.unita.it

"L'Aquila 2 anni dopo è quasi immobile: macerie nel centro, in crisi persino le imprese dell'edilizia", di Paolo Bricco

«Ascoltami, Anto’. Se tu fai mettere due euro per visitare il santuario, fanno 40mila d’incasso all’anno. Solo dal Canada, ne arrivano mille. Quelli sono molto devoti», spiega al suo commensale il prete mentre beve un bicchiere di vino rosso. All’altro tavolo, un quarantenne sbrana il piatto di maccheroni alla pecorara e dice a due commensali che annuiscono in silenzio: «Qui non c’è niente da fare. L’ultima fattura ho impiegato sei mesi a incassarla». All’Aquila, a due anni dal terremoto, è così. Tutti parlano di soldi. Soldi che dovrebbero esserci, che chissà forse ci sono, che mannaggia non ci sono. Il 6 aprile del 2009 il sisma ha distrutto la città. Da allora L’Aquila è sotto una cappa di vetro e di polvere. Immobile. Ferma. Un’immagine antitetica rispetto all’attivismo febbrile dei mesi successivi alla tragedia, quando l’adrenalina della prima ricostruzione evitò agli aquilani di affrontare le rigidità dell’inverno nelle tendopoli.

La crisi economica internazionale non ha aiutato la città a risollevarsi. Ma ci sono cose che c’entrano poco con i mercati internazionali. I fondi erogati per ricostruire L’Aquila, per esempio. «Rappresentano una specie di giallo contabile», dice Luca Bianchi, vicedirettore dello Svimez, che su richiesta del Sole 24 Ore si è esercitato in un calcolo che oggi definisce impossibile. «L’unico elemento sicuro – continua Bianchi – sono gli 1,2 miliardi stanziati sull’emergenza dal Governo, a cui vanno aggiunti i 494 milioni messi a disposizione dall’Unione Europea».

Ci sarebbe poi un’altra cifra compresa fra i 2 e i 4 miliardi in carico al Fas, il fondo che contiene le risorse per il Sud. «Sono miliardi teorici – rileva Bianchi – di cui non si riesce ad appurare il reale utilizzo. Colpisce l’assenza di una cabina di regia in grado di monitorare quante risorse siano davvero finite all’Aquila per la ricostruzione».

Invece, le famiglie dei bambini dell’asilo di suor Daniela sanno bene quanti soldi mancano a casa. «Fino a febbraio abbiamo fatto pagare 90 euro sia per la retta che per la mensa, adesso da marzo siamo tornati a 160, perché i nostri conti non reggevano. Chi non può permetterselo, però, non paga», dice suor Daniela, doppia laurea in teologia e in economia, membro del direttivo di Confindustria L’Aquila.

Suor Daniela, che è responsabile del personale dell’Istituto missionario della dottrina cristiana («Siamo nate nel 1890 qui in città, il terremoto ha distrutto tutto, ma non ce ne siamo andate»), educa nella scuola costruita dalla Protezione civile i bambini degli aquilani e ascolta le preoccupazioni di mamme e papà: «Le tasse vecchie e nuove, più i mutui da pagare per le case che ora sono cumuli di pietre».

C’è il problema dei soldi. E c’è il problema dell’anima della comunità. «Sa qual è il vero dolore, anche più forte dell’affanno dei conti? È che abbiamo capito che, nel centro storico, nessuno tornerà più. Le 19 piccole città edificate dalla Protezione civile intorno all’Aquila dovevano essere transitorie. Ma, ormai, è chiaro che sono definitive. E, quella, non è vita: senza amici, gli anziani lontano dagli ospedali, per gli altri viaggi su viaggi per andare a prendere e riportare i ragazzi a scuola».

Soprattutto per gli anziani non è facile. Annalisa Di Stefano, una commercialista che con altre nove professioniste aquilane sta anche organizzando uno sportello gratuito per aiutare le donne ad aprire nuove attività, sta preparando un servizio di trasporti per quelli che, “dispersi” nelle new town satelliti, vogliono fare ginnastica e stare insieme: «Mia mamma Maria, a 73 anni, resta sempre chiusa in casa. Così non va bene».

I giovani e i vecchi, con il caldo estivo e il freddo invernale, passano ore sulle macchine e sui pulmini. «Intanto – dice suor Daniela – nel centro storico la ricostruzione è ferma». Fra i cumuli delle macerie, alcune carcasse d’auto e le fasciature metalliche che impediscono agli edifici di crollare, il silenzio qui è da camposanto.

Al 54 di via Sallustio, uno stabile giallo ha il tetto ripiegato che sembra sul punto di cadere. Raffaele Colapietra, a 80 anni, ha la tristezza e l’intelligenza del professor Terremoto di Pirandello. È uno storico che ha insegnato all’Università di Salerno. Impermeabile grigio, prima di allontanarsi verso la casa danneggiata che non ha voluto abbandonare, esprime il suo scetticismo: «Ha sbagliato la comunità. Dovevamo partecipare di più alle scelte».

Questo senso di sradicamento dal proprio destino, all’Aquila, è assai diffuso. Il terremoto. Il Governo a prendere le decisioni. Silvio e Obama. La macchina della Protezione civile («È andata via il 31 gennaio del 2010, da allora non c’è stato che il vuoto», dice suor Daniela). La politica locale che litiga.

Quasi si autoincolpa Rita Innocenzi, a trent’anni capo degli edili della Cgil, un’altra donna lucida alle prese con l’enigma aquilano: «Avremmo dovuto avere più forza. Eravamo come annichiliti dal terremoto. Si è capito subito che le strutture provvisorie sarebbero diventate permanenti. Non abbiamo avuto, come sindacati e come persone comuni, l’energia per proporre qualcosa di alternativo. Ora che il grosso dei lavori intorno alla città è stato effettuato, dovrebbero iniziare a ricostruire il centro. Ma con che soldi? Ormai molte attività commerciali si sono trasferite fuori».

Rita la sindacalista non l’ammetterà mai. In fondo, però, il simbolo di tutto questo è la sede della Cgil, vicino al centro commerciale Gli Aquilotti. Un investimento da 1,2 milioni. Soldi veri, messi a disposizione anche dal sindacato nazionale. Difficile pensare che la Cgil tornerà nella vecchia sede del centro.

Poi, ci sono i soldi che potrebbero esserci ma che, invece, sono congelati. La Futuris Aquilana, una società controllata da investitori milanesi e varesini, ha pronto il progetto di una centrale a biomasse, che ottiene energia dal legno. Quindici addetti diretti, nell’area industriale di Bazzano. Un centinaio nell’intera filiera per la coltivazione dei pioppi. Due milioni già investiti. Trenta milioni in prospettiva.

«Non abbiamo ricevuto un soldo del post terremoto – spiega Aldo Mazzadi – Abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni pubbliche. All’improvviso, hanno preso forma timori sull’inquinamento che causerebbe la centrale, che invece usa le tecnologie più verdi al mondo. Con tanto di tre ricorsi fatti al Tar dai comitati a noi contrari».

La sindrome “nimby” riguarda la mentalità collettiva di tutto il paese. «Forse – riflette il presidente dell’Unione industriali dell’Aquila, Fabio Spinosa Pingue – qui come nell’intera provincia questa sindrome ha una particolare presa per la storia del tessuto produttivo, fatto di economia pubblica e di piccole attività commerciali, con scarso spazio per gli imprenditori veri e propri».

In ogni caso, qui c’è poco da potersi permettere sindromi da province ricche. Secondo l’Inps, nei primi due mesi dell’anno la Cig ordinaria ha avuto un aumento tendenziale del 485% (a fronte di un +19% regionale). Quella in deroga, concentrata sempre nell’industria, è esplosa del 2.500%, due volte e mezza quella abruzzese. Dunque, lo sbandamento che nei primi mesi post-sisma pareva naturalmente focalizzato sui negozi e le attività commerciali del centro storico si è propagato all’intero tessuto produttivo.

Interessante il flusso di nuove sofferenze in rapporto ai prestiti, ricavabili analizzando i dati della Banca d’Italia. All’Aquila, prima del terremoto, questo indicatore era pari all’1,37%, mentre adesso è al 4,07 per cento. Una situazione molto dura, se si pensa che nello stesso periodo a livello italiano questo indicatore è passato dall’1,31 all’1,92 per cento.

Analizzando i soldi prestati alle imprese dalle banche, si fa un’altra scoperta: nei due anni segnati dal terremoto, le imprese italiane specializzate nelle costruzioni hanno visto i loro prestiti salire del 35,4%, quelle aquilane del 23 per cento. «Non mi stupisce. Le imprese aquilane sono sempre state poco patrimonializzate. Dunque, non in grado di partecipare a un simile business», nota Annalisa Di Stefano.

Il risultato è che perfino dell’economia della disgrazia qui è rimasto poco. Anche in termini di redditi: alla cassa edile, che rileva i dati sulle aziende con sede nella sola provincia, la massa salari è aumentata dai 49 milioni del pre-sisma ai 69 milioni del post-sisma (+40%) mentre in realtà i lavoratori sono più che raddoppiati passando da 6.355 a 12.741. «Le aziende sono di fuori e molti operai arrivano dalle altre regioni, per poi andarsene», conferma la sindacalista Innocenzi. In tanti arrivano dalla Campania, dalla Puglia, dalla Basilicata. Da quel Sud che, poco alla volta, sta inghiottendo L’Aquila. Nel 1995 il Pil pro capite era di 14.462 euro, un quarto in meno del Centro Nord ma un quinto in più rispetto al Mezzogiorno. Ora la distanza dal Centro Nord è salita al 30%, mentre quella dal Sud si è accorciata a poco più del 10 per cento.
«Meridionalizzazione? Non so. Quella non è solo una questione di soldi. Certo, però, gli effetti del sisma potrebbero rendere duratura e profonda questa tendenza di lungo periodo», riflette suor Daniela. Che, poi, quasi rivolge una preghiera laica: «Vi prego, non dite che qui all’Aquila ogni cosa è risolta. Abbiamo fatto un gemellaggio con la scuola elementare Cocchetti di Milano. Sono venuti a trovarci. Una mamma si è stupita. Pensava che qui tutto fosse a posto. Non è così».

Il Sole 24 Ore 04.04.11

******

“Terremoto, i ritardi e le speranze Ancora 37 mila in case provvisorie”, di Paolo Foschi Virginia Piccolillo

«Ma perché gli aquilani si lamentano?» . Se lo chiedono in molti, a volte con aria infastidita, ricordando il «miracolo» delle casette costruite a tempi record e fornite, con tanto di champagne in frigo, ai terremotati. Il problema è che c’è una ferita che ancora sanguina, da quella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009, quando alle 3.32 del mattino, un boato agghiacciò l’anima e poi tutto venne giù assieme ai muri: gli affetti, le case, le storie, il futuro. È che il centro, cuore pulsante sociale, culturale, economico dell’Aquila, ma anche dei piccoli paesini attorno, è rimasto com’era. A parte i puntellamenti di legno che sono costati moltissimo, anche per case che forse dovranno essere demolite, e che ora, dopo due anni di pioggia e neve e assenza di lavori, sono già destinati alla sostituzione. Per la gioia delle imprese appaltanti e la rabbia dei terremotati. Fuori dalla zona rossa, in periferia, i cantieri aperti si vedono. Sono quelli delle case meno danneggiate. Si è partiti da quelle. E già c’è una pioggia di esposti. Imprese che, magari con l’assenso degli inquilini, gonfiano i costi dei progetti con lavori non necessari. O lavori fatturati molto ma compiuti male. «Devono venire a controllare. Non l’hanno fatto all’inizio e c’è chi se ne è approfittato. Almeno lo facessero ora. Perché qui sono milioni di euro, mica uno scherzo» protesta Luciano, autore di un esposto. «A casa mia c’era solo una piccola crepa, ma la volevano far passare per gravemente danneggiata» . A due anni di distanza, sono ancora 37.733 (15 mila in meno rispetto al 2010) le persone assistite. Poco meno di 23mila risiedono in alloggi Map (le famose casette), in 19 new town; circa 13 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro a persona ogni mese) e 1.328 sono ancora in strutture ricettive abruzzesi e nelle caserme. In questi giorni sono tutti in fermento. Si attende l’ordinanza. L’ennesima che dovrebbe finalmente chiarire tutti i dubbi su come debbano essere i progetti da presentare all’approvazione, per aver poi i rimborsi. Da due anni la burocrazia ha infierito sugli aquilani. E se in Giappone sono bastati 6 giorni per costruire un’autostrada qui ci sono voluti in media 8-10 mesi, con punte di un anno e due mesi, per avere il via libera a ricostruire. Con l’ordinanza i 15mila della fascia E (i proprietari delle case più danneggiate) potranno presentare le richieste. Ma ad attenderle nell’ufficio comunale che deve valutare la correttezza formale delle pratiche ci sono un impiegato, spesso fuori per incombenze, e una ragazza con contratto a tempo determinato sempre in scadenza. Peggio ancora nell’ufficio ricavato nella caserma della Finanza. Un corridoio angusto con la parete fasciata da migliaia di progetti accatastati. Per fortuna è di vetro. Così gli impiegati possono leggere dal cortile i numeri delle pratiche. La cartolina che ritrae la ricostruzione che non decolla arriva da Cagnano Amiterno, appena 15 km dal «cantiere più grande d’Europa» . Qui sorge lo storico cementificio Sacci: dovrebbe essere un fermento di produzione. Invece dal prossimo gennaio almeno 12 operai saranno messi in mobilità. Perché — ha spiegato l’azienda nella lunga trattativa con i sindacati— «non c’è lavoro a sufficienza» . Da queste parti la disoccupazione è balzata dal 7,5%di prima del sisma all’attuale 11%, dato che però, come spiega Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil, «non comprende i la- voratori in cassa integrazione, mobilità o comunque che usufruiscono di ammortizzatori sociali» . Altre migliaia di persone rimaste senza lavoro. Il prodotto interno lordo è fermo: bloccato sulla crescita zero. «Altro che ripresa» , incalza la Cgil, «e dal governo tante promesse, ma poche azioni concrete» . E per una volta anche gli industriali sono in sintonia con il sindacato» . «Nell’emergenza — dice Antonio Cappelli, direttore di Confindustria— sono state fatte cose straordinarie. Poi però tutto si è fermato. Aver dato un tetto alla gente realizzando una periferia diffusa non vuol dire rilanciare l’economia. La ricostruzione “pesante”non è neanche partita» . Oltre 1.200 piccole aziende e imprese artigianali del centro storico hanno chiuso: rappresentavano una delle ricchezze svanite della città. «Il sistema università, fra affitti di fuorisede, consumi, servizi, generava un flusso finanziario compreso fra i 220 e i 230 milioni di euro all’anno. Adesso si è quasi azzerato» , aggiunge Antonio Cappelli. Gli iscritti sono scesi da 27 mila a poco più di 21 mila, nonostante l’azzeramento delle tasse universitarie. Sono venuti a mancare proprio i fuorisede che erano quelli che movimentavano più denaro.

Il Corriere della Sera 04.04.11