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"Un Paese che sprofonda nel degrado questa è l´ora della mobilitazione", di Gustavo Zagrebelsky

Navi affollate di esseri umani alla deriva,immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento.Ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell´Europa o delle Regioni. L´assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L´assuefazione all´orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso. La parte civile del nostro Paese si aspetta – prima di distinguere tra i profughi chi ha diritto al soggiorno e chi no – un grande moto di solidarietà che accomuni le istituzioni pubbliche e il volontariato privato, laico e cattolico, fino alle famiglie disposte ad accogliere per il tempo necessario chi ha bisogno di aiuto. Avremmo bisogno di un governo degno d´essere ascoltato e creduto, immune dalle speculazioni politiche e dal vizio d´accarezzare le pulsioni più egoiste del proprio elettorato e capace d´organizzare una mobilitazione umanitaria.
“Rappresentanti del popolo” che sostengono un governo che sembra avere, come ragione sociale, la salvaguardia a ogni costo degli interessi d´uno solo, dalla cui sorte dipende la loro fortuna, ma non certo la sorte del Paese. Un Parlamento dove è stata portata gente per la quale la gazzarra, l´insulto e lo spregio della dignità delle istituzioni sono moneta corrente. La democrazia muore anche di queste cose. Dall´estero ci guardano allibiti, ricordando scene analoghe di degrado istituzionale già viste che sono state il prodromo di drammatiche crisi costituzionali.
Una campagna governativa contro la magistratura, oggetto di continua e prolungata diffamazione, condotta con l´evidente e talora impudentemente dichiarato intento di impedire lo svolgimento di determinati processi e di garantire l´impunità di chi vi è imputato. Una maggioranza di parlamentari che non sembrano incontrare limiti di decenza nel sostenere questa campagna, disposti a strumentalizzare perfino la funzione legislativa, a rinunciare alla propria dignità fingendo di credere l´incredibile e disposta ad andare fino in fondo. In fondo, c´è la corruzione della legge e il dissolvimento del vincolo politico di cui la legge è garanzia. Dobbiamo avere chiaro che in gioco non c´è la sorte processuale di una persona che, di per sé, importerebbe poco. C´è l´affermazione che, se se ne hanno i mezzi economici, mediatici e politici, si può fare quello che si vuole, in barba alla legge che vale invece per tutti coloro che di quei mezzi non dispongono.
Siamo in un gorgo. La sceneggiatura mediatica d´una Italia dei nostri sogni non regge più. La politica della simulazione e della dissimulazione nulla può di fronte alla dura realtà dei fatti. Può illudersi di andare avanti per un po´, ma il rifiuto della verità prima o poi si conclude nel dramma. Il dramma sta iniziando a rappresentarsi sulla scena delle nostre istituzioni. Siamo sul crinale tra il clownistico e il tragico. La comunità internazionale guarda a noi. Ma, prima di tutto, siamo noi a dover guardare a noi stessi.
Il Presidente della Repubblica in questi giorni e in queste ore sta operando per richiamare il Paese intero, i suoi rappresentanti e i suoi governanti alle nostre e alle loro responsabilità. Già ha dichiarato senza mezzi termini che quello che è stato fatto apparire come lo scontro senza uscita tra i diritti (legittimi) della politica e il potere (abusivo) magistratura si può e si deve evitare in un solo modo: onorando la legalità, che è il cemento della vita civile. Per questo nel nostro Paese esiste un “giusto processo” che rispetta gli standard della civiltà del diritto e che garantisce il rispetto della verità dei fatti.
Questo è il momento della mobilitazione e della responsabilità. Chiediamo alle forze politiche di opposizione intransigenza nella loro funzione di opposizione al degrado. Non è vero che se non si abbocca agli ami che vengono proposti si fa la parte di chi sa dire sempre e solo no. In certi casi – questo è un caso – il no è un sì a un Paese più umano, dignitoso e civile dove la uguaglianza e la legge regnino allo stesso modo per tutti: un ottimo programma o, almeno, un ottimo inizio per un programma di governo. Dobbiamo evitare che le piazze si scaldino ancora. La democrazia non è il regime della piazza irrazionale. Lo è la demagogia. La democrazia richiede però cittadini partecipi, attenti, responsabili, capaci di mobilitarsi nel momento giusto – questo è il momento giusto – e nelle giuste forme per ridistribuire a istituzioni infiacchite su se stesse le energie di cui hanno bisogno.
Libertà e Giustizia è impegnata a sostenere con le iniziative che prenderà nei prossimi giorni le azioni di chi opera per questo scopo, a iniziare dal Presidente della Repubblica fino al comune cittadino che avverte l´urgenza del momento.
Questo è l´appello alla mobilitazione apparso sul sito di Libertà e Giustizia, firmato dal presidente onorario dell´associazione, Gustavo Zagrebelsky

www.repubblica.it

"La scuola non reggerà i nuovi tagli di precari", di Dario Franceschini

Immaginate che domani mattina in una classe su sei non suoni la campanella, le lezioni non inizino e l’aula rimanga vuota. E’ quanto accadrebbe se i circa 120 mila insegnanti precari smettessero improvvisamente di lavorare. Nell’Italia dove nulla è più stabile del provvisorio, i precari contribuiscono alla stabilità della scuola. Eppure di questo straordinario patrimonio di intelligenze e di saperi, Berlusconi e la Gelmini pensano di poterne fare a meno: sono chiamati per un po’, poi vengono mandati a casa a giugno, forse saranno richiamati a settembre. Nessuna garanzia, nessun riconoscimento di carriera, zero prospettive di stabilità. Si provocano così danni rilevanti sia ai docenti, che anche dopo 20 anni di insegnamento si ritrovano eterni precari, con una qualità della vita tutta da immaginare, sia agli studenti a cui viene a mancare una delle condizioni più importanti per l’apprendimento: la continuità didattica.
Eppure la situazione dei precari è centrale, se non si risolve, è impossibile mettere mano a un grande progetto riformatore che sappia investire sulla formazione degli insegnanti e l’innovazione della didattica. Volutamente questo governo divide i lavoratori, mettendo precari e giovani laureati gli uni contro gli altri. Precari del nord, contro precari del sud. Quale Paese è mai questo, dove le aspettative di un giovane per la propria vita vanno dall’essere disoccupato al rimanere precario? La scuola non reggerà l’urto della terza tranche di tagli di personale che l’attende il prossimo anno. Si tratta di altri 35.000 docenti e collaboratori senza il contributo dei quali non sarà possibile rispondere alle domande di tempo pieno, garantire il sostegno agli studenti con disabilità o il funzionamento dei laboratori. Vogliamo invitare il governo ad assumere i precari della scuola che stanno lavorando su posti vacanti. Sarebbe un atto di buonsenso e di civiltà, che non costerebbe di più allo Stato, poichè già ora paga a coloro che hanno incarichi annuali la disoccupazione e le ferie non godute. E’ un provvedimento necessario dopo il pasticcio fatto sulle graduatorie. Consentirebbe quella stabilità e certezza di risorse umane e finanziarie necessarie alla scuola per svolgere tutte le attività di ricerca e innovazione al fine di dimezzare la dispersione scolastica e offrire ai ragazzi opportunità di apprendimento in linea con i propri coetanei europei. Se chi governa ha a cuore il presente dei lavoratori e il futuro dei giovani, lo dimostri adesso: le risorse ci sono, basta solo la volontà politica.

Il Tirreno 03.04.11

«Promesse da B. L’Aquila è morta», di Sandra Amurri

Due anni dopo il sisma che ha distrutto l’Abruzzo, la zona rossa è ancora chiusa e di lavori non c’è traccia. Il premier disse: “Faremo in fretta, non siete soli”

Le macerie sono ancora tutte qui dentro, in quello che resta delle case. Mura squarciate. Tetti volati via assieme alla vita. Il centro storico. Il cuore de L’Aquila si è fermato alle 3,32 del 6 aprile 2009 quando una scossa di magnitudo 6.2 della scala Richter ha sepolto 309 persone. Da allora non batte più. Quello che si ode camminando è solo silenzio. Il silenzio della morte. Un solo rumore richiama l’attenzione: lo scorrere dell’acqua. Ci guardiamo intorno alla ricerca di una fontana rimasta aperta per dare un senso a quel rumore. Lo sguardo si perde nel nulla. Solo più tardi ci spiegano che si tratta di acqua che fuoriesce dalle tubature spaccate dal terremoto e mai aggiustate. Il consumo di acqua è lo stesso di due anni fa quando in città vivevano 14 mila persone oltre agli studenti. Neppure a questo ha pensato la macchina da guerra mediatica dell’emergenza. A meno che non si venga pagati dalle tv di Silvio Berlusconi è impossibile dire: grazie Governo. La zona rossa è ancora chiusa dentro le transenne di ferro presidiata dai militari giorno e notte. “Siamo qui al freddo dell’inverno e al sole cocente dell’estate”, ci dice un ragazzo dentro la sua tuta mimetica che stringe il fucile e si guarda attorno smarrito. Riusciamo ad entrare accompagnati da Vladimiro Placidi, assessore comunale alla ricostruzione dei beni culturali che ci consegna il casco giallo dei Vigili del Fuoco. Lentamente camminiamo dentro una città fantasma. Entriamo nelle case squarciate dove il tempo è fermo a quella notte. A pianterreno di una abitazione, dove la tromba delle scale è un buco nero, scorgiamo un tavolo con sopra incredibilmente intatti i piatti sporchi della cena coperti di vermi. L’odore acre dell’umidità entra nelle narici. La polvere fa lacrimare.

Sarà perché la Santa Pasqua sta per arrivare ma quella che percorriamo ci appare una Via Crucis dove ogni stazione è un ricordo amaro. Rughe profonde come voragini solcano le facciate di Palazzo Picalfieri, di Palazzo Dragonetti vere perle barocche. Rughe di dolore che deturpano il loro splendore e che mai smetterà di raccontare un’enorme tragedia ma anche una delle più grandi truffe mediatiche mai allestite. Basti ricordare i Grandi del Mondo, dirottati qui dalla Maddalena per dimostrare che lui, il premier del fare, avrebbe restituito casa pane e lavoro a questa gente. Bruno Vespa commosso con in mano l’orsacchiotto di peluche ha smesso di fare dirette. Il dolore, quello fresco, si sa, regala picchi di ascolto come il racconto delle promesse. Poi di fronte alle promesse tradite cala il silenzio. L’inganno e la beffa nuocciono ai sondaggi, minano il consenso. Potrebbe suonare blasfemo, ma due anni fa quando arrivammo qui a contare i morti e a raccontare la disperazione dei sopravvissuti si coglieva, pur se fioca, una luce di speranza. Poi la speranza è stata ingoiata dalla rassegnazione. Dalla certezza che semmai qualcosa rinascerà, che semmai qualcuno tornerà nelle proprie case, non accadrà prima di dieci anni, quando il tempo avrà consumato ogni respiro. Dalla convinzione che le 1500 attività commerciali non riapriranno mai. Che gli studenti – quando il 31 dicembre 2011 terminerà lo stato di emergenza e calamità naturale e dovranno ricominciare a pagare le tasse – non si iscriveranno più alle università aquilane: affitti triplicati e in luoghi non serviti dai mezzi pubblici. E neppure i turisti verranno più perché non c’è più nulla da ammirare. Alla fine della salita c’è quello che resta dell’asilo dell’Annunziata. Il pensiero che se la scossa fosse arrivata di mattino queste macerie avrebbero seppellito oltre cento bambini fa rabbrividire. Tutti sapevano che l’edificio non era in sicurezza, così come la Casa dello Studente. Quattordici palazzi costruiti negli anni Sessanta, squagliati come un gelato dentro al suo cono, dentro un boato disumano che non smetterà mai di risuonare nelle orecchie dei sopravvissuti. Arriviamo a Piazza Duomo. È come attraversare un deserto. Cani randagi sdraiati così immobili da sembrare morti. Saracinesche abbassate. Appena voltato l’angolo su Corso Federico II leggiamo da un grande foglio appeso alle transenne: “State cancellando tutti i nostri sogni, c’è bisogno di spazi, di lavoro, di vita”. Prima del terremoto il centro storico era un pullulare di pub, bar, ristoranti, tavolini all’aperto dove i giovani e i turisti trascorrevano le serate. Ora la movida si chiama via della Croce Rossa. Una strada a scorrimento veloce, con una discarica a cielo aperto, in cui giace il pericolosissimo amianto sgretolato che qualcuno ha definito la favela aquilana. Ci sono voluti infiniti reclami affinché l’area venisse non bonificata, ma solo delimitata da fasce arancione fosforescente con su scritto: “Lavori in corso”. Qui nel degrado sono nati come funghi ristoranti e bar dove ascoltare musica. I proprietari dei locali che hanno speso soldi con tanto di autorizzazione del Comune si ribellano e chiedono di migliorare la vivibilità della zona, che è e resta uno stradone in cui le auto sfrecciano, dove l’illuminazione è assente e i marciapiedi divelti, in cui c’è un solo cassonetto per l’immondizia.

“Saremmo ritornati subito in centro, ma ci è stato detto che sarebbero serviti anni. Girava voce che avremmo avuto un’area dove ricollocare tutti i locali, ma dopo tre mesi di silenzio ci siamo sistemati qui”: è solo una delle tante voci disperate. Sono 2.400 gli operai in cassa integrazione. Ottocento le partite iva non riaperte. Quasi 14 mila persone vivono nel Progetto Case, 19 insediamenti lontano dalla città senza mezzi pubblici per raggiungerla. Mentre chi è benestante costruisce liberamente dove vuole in zone a destinazione agricola tra i boschi incontaminati in barba ad un piano regolatore che è saltato con il terremoto. Il Governo ha stanziato 4 miliardi di euro. Niente, perché solo per ristrutturare il centro storico ce ne vorrebbero 6 di miliardi, ad esclusione dei monumenti e delle Chiese. Per i beni culturali il Ministero non ha stanziato un solo fondo.

L’approvazione dei progetti di ristrutturazione è un vero circuito a ostacoli senza fine. Quando sembra che tutto sia andato a buon fine basta un cavillo per vedersi bocciare il progetto e ricominciare daccapo. Per non parlare poi delle responsabilità: non esistono. O meglio non esistono i responsabili. È un continuo rimbalzo dal governatore dell’Abruzzo Gianni Chiodi (che è anche commissario straordinario per la ricostruzione), al vicecommissario Cicchetti al sindaco Massimo Cialente (che dopo aver rassegnato le dimissioni più volte le ha sempre ritirate). Nel solo bar aperto alla fine di Corso Federico II due signore sorseggiano il caffé. Siete aquilane? Chiediamo. “Purtroppo sì”, rispondono e aggiungono: “Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avremmo risposto così della città dove siamo nate, dove abbiamo cresciuto i nostri figli, la città di cui eravamo orgogliose? Ci hanno tolto tutto, anche la forza di ribellarci. Bambocci siamo come bambocci”. Ma di chi è la responsabilità? “L’Aquila è lo specchio del Paese: i politici o sono banditi o sono incapaci e non si sa chi fa più danni”. Allungando lo sguardo ai piedi della montagna si scorge uno dei diciannove insediamenti del Progetto Case. Abitazioni antisismiche consegnate chiavi in mano con tanto di pentole posate e perfino la bottiglia di spumante in frigo, dove se poco poco si supera di qualche chilo il peso forma, è impossibile entrare nel bagno dove sono state allestite vasche con idromassaggio, forse avanzi di magazzino, così grandi da impedire di raggiungere i servizi igienici. I tanto sbandierati e costosi prati all’inglese, impreziositi dalle palme, sono completamente secchi. Quando piove l’umidità è insopportabile e camminando la casa si muove come fosse una zattera in mare aperto. Inconvenienti sopportabili, se come avevano promesso sarebbero stati alloggi figli di quell’emergenza che a conti fatti ha solo permesso di agire in deroga al codice degli appalti, alle norme sul procedimento amministrativo, alle leggi sulla trasparenza della pubblica amministrazione, senza produrre soluzioni concrete per i cittadini. Con lo spettro che quei luoghi-dormitori, in cui non c’è segno di socialità, di aggregazione, di condivisione, siano per sempre. I comitati dei familiari delle vittime, il “popolo viola”, quello delle carriole, chiedono a gran voce che a ricordare il 6 aprile venga invitato solo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Mentre Berlusconi ha già fatto sapere che ci sarà, a rinverdire il parolaio miracolo aquilano e magari ad annunciare che comprerà una casa anche qui tra le macerie, come a Lampedusa.

da Il Fatto Quotidiano del 3 aprile 2011

"Lampedusa, Manduria Scene del fallimento", di Livia Turco

Quello che si sta squadernando sotto i nostri
occhi – come poco fa l’incredibile fuga di massa dal centro di Manduria – è il fallimento di una politica che ha pensato di governare i flussi migratori alzando i muri e considerando i paesi del mediterraneo un’area da sfruttare nelle sue risorse naturali e da utilizzare come gendarme per il controllo dell’immigrazione clandestina.
Siamo stati a Lampedusa lunedì scorso. Abbiamo visto con i nostri occhi e ascoltato con le nostre orecchie. Siamo stati al porto dove è stipata una massa umana, nel centro di identificazione sovraffollato oltre misura, nel centro di accoglienza dei minori di Linosa, presso la parrocchia a salutare don Stefano e i volontari della Caritas, infine in Comune per incontrare il sindaco e i consiglieri comunali.
Siamo rimasti attoniti e ci siamo vergognati per le condizioni disumane in cui versano da oltre un mese le persone immigrate. Ai cittadini di Lampedusa continuiamo ad esprimere il nostro ringraziamento per l’esempio di solidarietà che ci hanno dato e perché si sono sostituiti allo Stato che lì è presente con due postazioni della Croce Rossa, due medici,due infermieri,una pattuglia di poliziotti pazienti e provati
dalla fatica, tre bagni chimici ed i pasti buttati dai camion. Quel giorno c’erano due panini vuoti, un po’ di riso e una bottiglia di acqua minerale da dividere in tre persone.
Una vergogna per il nostro Paese che il Presidente del Consiglio non ha visto perché si è fermato davanti al Comune e ha cercato la villa nel posto più bello. Il fallimento drammatico dell’azione di governo è frutto dell’approccio ideologico tenacemente perseguito dal centrodestra “no agli immigrati, se vengono li riportiamo a casa loro”. Ora che sono li’ in migliaia non riescono a portarli a casa anzi subiscono la beffa di vederli scappare dalle loro tendopoli davanti alle tv. Toccano con mano che non solo esistono i principi come l’articolo 19 della Carta Europea dei diritti umani fondamentali che recita “sono proibite le espulsioni collettive”, ma anche semplici aspetti pratici: una nave diretta ad un porto tunisino o un volo diretto in un aeroporto, per attraccare e per atterrare hanno bisogno del consenso del Paese interessato.
L’Italia nel corso degli anni si è dimostrata capace di gestire emergenze ben più consistenti. Negli anni ottanta quando arrivarono gli albanesi a Bari e in Puglia ne furono accolti ventimila; durante la guerra nei Balcani furono accolti cinquantamila profughi oltre le centinaia dinmigliaia che furono aiutati in Albania.
Il sistema Italia è capace di gestire l’accoglienza. Non però attraverso le tendopoli, disumane ed insicure da cui è facile scappare, ma in piccole strutture, gestite dai Comuni e dal volontariato. Stupisce che questo Governo che ha falcidiato le risorse per le politiche sociali perché considerate troppo socialdemocratiche in nome della cultura del dono e della sussidiarietà
non abbia promosso un tavolo permanente con le associazioni di volontariato. Noi lo facemmo ai tempi dell’Albania e della guerra in Kosovo attivando così un sistemadi accoglienza e di rimpatri assistiti davvero efficace. Dirimente è l’accordo bilaterale con la Tunisia.
Colpisce il ritardo e l’improvvisazione con cui il governo affronta questo passaggio cruciale. Il primo accordo bilaterale fu stipulato da Giorgio Napolitano nel luglio 1997,quando, appena entrata in vigore la nuova legge sull’immigrazione, la legge 40, arrivarono all’improvviso cinquemila tunisini sulle coste della Sicilia. Li accogliemmo in modo dignitoso e poi molti, sulla base dell’accordo bilaterale, furono rimpatriati ed altri inseriti nelle quote dell’ingresso regolare. Nel tempo che rimasero in Italia utilizzarono il permesso
temporaneo per ragioni umanitarie.
L’accordo bilaterale è lo strumento fondamentale per governare in modo efficace i flussi migratori.
Di quelli attualmente esistenti il 90% furono siglati dai governi ndi centrosinistra. Per essere efficaci gli accordi bilaterali devono basarsi su tre pilastri: la cooperazione per lo sviluppo; l’ingresso regolare per lavoro; la riammissione dei clandestini.
La politica del centrodestra oltre ai respingimenti in mare ha bloccato da oltre due anni l’ingresso regolare per lavoro, salvo poi ricorrere al click-day, e si è tradotta in un taglio drastico delle risorse destinate alla cooperazione per lo sviluppo collocandoci ultimi in Europa (320 milioni di euro nel 2009 tagliati del 56% nella legge di stabilità nel 2010). Stupisce inoltre che il governo che invoca l’Europa non utilizzi gli strumenti
che l’Europa mette a disposizione. Oltre alle risorse economiche che già sono state stanziate per l’Italia c’è in particolare la direttiva 55/2001 relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati, recepita nel nostro ordinamento attraverso il decreto legislativo 85 del 2003 ed anticipata da una norma della nostra legge 40/1997, successivamente confermata nel
testo unico sull’immigrazione (art. 20 dl 286/98) e dunque condivisa dalla legge Bossi-Fini. Perché il Governo non la adotta?

L’Unità 03.04.11

Urbinati: «Politica stai attenta! Il web ti osserva…», di Cesare Buquicchio

Conoscere e decidere. Avvicinarsi il più possibile alla verità e agire di conseguenza. Il rapporto tra democrazia e web illumina di luce nuova il fondamentale legame tra cittadini e potere. Nadia Urbinati, docente di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, trova nella Rete un nuovo, potente alleato, nel suo percorso teorico verso l’affermazione della democrazia rappresentativa contro il “sogno populista”, così lo definisce, della democrazia diretta, dell’illusorio rapporto senza filtri tra il popolo e chi lo governa.

“Internet libera le informazioni, aumenta la trasparenza, rifugge il controllo. Sono tutti elementi fondamentali per la formazione e l’espressione del giudizio politico – spiega Urbinati –. Poi lo strumento di decisione dei cittadini rimane il voto. È l’unico esercizio del potere sanzionatorio ed è quello che limita il potere dei politici facendone una funzione. Ma avere più informazioni a disposizione su quello che succede nel palazzo, sul rispetto delle promesse che ci hanno fatto per essere scelti, poter condividere più facilmente queste informazioni, consentire la libera formazione di una pubblica opinione e, anche, di gruppi di mobilitazione, accresce enormemente l’efficacia della scelta e il potere dei cittadini”.

È il timore di questa forza che spinge molti governanti a imporre limiti e controlli?
“Un recente caso emerso negli Stati Uniti vale più di mille parole. In alcuni stati guidati dai repubblicani si è cercato di avere accesso ai server delle università pubbliche per leggere e controllare quelle email dei docenti (dipendenti dello stato) che sono critiche nei confronti dell’ideologia repubblicana”.

E in Nord Africa…
“Lì il web, unito alla grande diffusione dei cellulari, ha avuto una enorme capacità di unificare i fermenti di opposizione e di far identificare tutti i cittadini nel movimento contro il regime. Ma, attenzione, da Internet può arrivare anche il fenomeno opposto. Quello chiamerei un populismo gregario con la creazione di gruppi che si settarizzano intorno ad una idea, rifiutando il confronto con i gruppi avversi. Il web è un potente strumento, ma è nelle nostre mani e può essere usato bene o male”.

Ma Internet non è solo luogo di formazione di opinioni. Alle elezioni europee il movimento del “partito pirata” per la libera circolazione dei contenuti digitali è riuscito a far eleggere un deputato. E in Italia ha fatto molto discutere il caso del “partito di Grillo” nato sul web e arrivato al 7% dei voti.
“Un movimento politico può anche nascere così, ma se non esce dalla Rete e non si solidifica e non si incarna in cittadini e luoghi fisici, non è destinato a durare. È ancora presto per i giudizi definitivi, ma staremo a vedere…”.

A proposito di confronto, uno dei più efficaci meccanismi messi in campo dal web è il crowdsourcing, la possibilità che una idea, una proposta, venga elaborata e affinata attraverso il contributo dello sterminato popolo della Rete. Alcuni politici iniziano a strizzare l’occhio a questo meccanismo e già si sente parlare di programmi elettorali scritti così. Non c’è il rischio che fidandosi troppo dell’opinione della maggioranza si uccidano nella culla le idee, i contributi e il concetto stesso di minoranza?
“Finora questo non è successo. Anzi, il web ha aiutato le minoranze a trovare una voce e una loro platea. In America, ad esempio, i due più rilevanti movimenti nati grazie ad Internet (prima Move On che ha poi contribuito all’elezione di Obama, poi il Tea Party che sta dando nuovo slancio alla destra) sono stati espressione di opposizioni, di minoranze politiche”.

“Le riforme vanno realizzate un attimo primache i cittadini si accorgano della loro necessità” scriveva Cavour. Se il potere più forte che hanno i cittadini nei confronti dei politici è quello di veto (attraverso le elezioni), non c’è il rischio che chi governa faccia scelte solo condivise dai più, che faccia solo quello che dicono i sondaggi?
“Uno dei compiti della leadership politica dovrebbe essere proprio quello di sapere cogliere che cosa è opportuno per il paese fare, e quindi, istigare le opinioni dei cittadini piuttosto che seguirle. Trascinare i cittadini verso il futuro. Quando nella Roma antica il popolo smise di essere veto e divenne oggetto trascinato qui o là dai capi per i loro interessi o le loro lotte di potere, finì la repubblica”.

La piazza virtuale di Internet sta svolgendo un ruolo di supplenza rispetto alla debolezza di istituzioni e partiti?
“Il web, insieme alle altre strutture di mediazione come i partiti (in Italia democraticamente deboli e, storicamente, poco disposti ad essere reale tramite del popolo) o i movimenti civili, dovrebbe aiutare i cittadini a svolgere quel monitoraggio costante sulle scelte dei governanti. Conoscere e decidere (nelle urne) di conseguenza. Questo darebbe forza alla nostra democrazia”.

Il “ritardo digitale” dell’Italia non favorisce tutto ciò.
“Da noi non c’è pluralismo. E, inoltre, il monopolio televisivo ha bloccato l’innovazione tecnologica dei mezzi di comunicazione. Ci ha fatto scegliere il digitale terrestre e non la banda larga. Se la gente esce dalla TV ed entra nel web non è più così controllabile. Da noi un regime del passato ha finora bloccato il futuro”.

La Repubblica 03.04.11

"L’opposizione vuole il voto Si gioca tutto in dieci giorni", di Simone Collini

Il leader delPd denuncia la vendita in atto in Parlamento e torna a chiedere le urne anticipate.
Udc diffidente sull’uscita di Montezemolo. Casini: «No ai tatticismi come i peggiori vecchi politici».
«Berlusconi potrà comprare uno, due parlamentari, ma tutti vedono che non c’è il governo, che da mesi non fanno nulla». Pier Luigi Bersani denuncia la compravendita in atto e torna a chiedere le elezioni anticipate. Domani si apre una settimana parlamentare decisiva per capire quanto sia solida la tenuta della maggioranza. Ma per il leader del Pd (che domani incontra i segretari di Cgil, Cisl e Uil per parlare della situazione economica del Paese e di come favorire la ripresa) non c’è bisogno di nessuna prova d’aula perché se anche il governo non dovesse andare sotto come è successo giovedì scorso, sarebbe la dimostrazione di una pura «sopravvivenza, che Berlusconi confonde con la governabilità». Per questo Bersani in sintonia su questo con il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini oltre che con quello dell’Idv Antonio Di Pietro e con i vertici di Futuro e libertà chiede il voto anticipato.
Non tutti nel Pd sono su questa posizione. Walter Veltroni fa notare che «nello scenario attuale» (che va dalla guerra in Libia alla crisi economica) le urne «per ora non sarebbero la scelta giusta» e che sarebbe invece auspicabile un nuovo governo di centrodestra senza Berlusconi o un governo di transizione per approvare una nuova legge elettorale e poi indire nuove elezioni.
Soluzione che lo stesso Bersani vorrebbe veder realizzata, e su cui ha lavorato nei mesi scorsi insieme ai leader del Terzo polo. Salvo poi dover riconoscere la difficoltà a realizzarla, visto che Berlusconi non ha la minima intenzione di farsi da parte e che sul piano dei numeri l’asse Pdl-Lega è sempre maggioranza sia alla Camera che al Senato. Dice allora Bersani rispondendo a chi gli domanda un commento sulla posizione espressa da Veltroni che il Pd «non è precluso a niente». Ma aggiunge: «Noto solo che dopo la nostra proposta di governo di transizione sono arrivati i Responsabili, che hanno in mano la situazione. Per questo, per non stare dove siamo, l’ipotesi è solo quella delle elezioni
anticipate, che sono meglio di questa situazione».
DIECI GIORNI PER LA SVOLTA
Il problema è che per votare prima dell’estate, ovvero entro giugno, le Camere andrebbero sciolte non oltre la metà di aprile. Il margine di tempo è troppo stretto, e a meno di novità eclatanti nella prossima decina di giorni, le urne non potranno che allontanarsi.
L’unica novità di queste ore è il venire allo scoperto di Luca Cordero di Montezemolo, che per la prima volta ha confessato apertamente la sua «tentazione di entrare in politica» e poi ieri assicurato (con un’intervista rilasciata alla rivista “Max” prima di partire con la famiglia per una vacanza a Dubai): «Non credo agli “one man show” né in azienda né in politica».
L’uscita del presidente della Ferrari però non viene accolta con unanime entusiasmo neanche all’interno del Terzo polo, che pure dovrebbe essere per lui quello di riferimento. Se il vicepresidente di Fli Italo Bocchino valuta «molto positivamente» un impegno politico da parte di Montezemolo, Casini lancia una sollecitazione non nascondendo però una certa insofferenza per i continui stop and go del presidente della Ferrari: «La società civile non può fare tatticismi come i peggiori vecchi politici dice il leader dell’Udc Montezemolo la smetta con i sì o i no, entri in campo, si muova, che tutti noi lo aspettiamo per cambiare le cose».

l’Unità 3.4.11

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“Primarie, gli iscritti Pd vogliono contare di più”, di Simone Collini

Bersani: «Le consultazioni tratto distintivo del Pd ma hanno bisogno di una manutenzione» Sondaggio Ipsos sul partito. Per il 60% degli intervistati il progetto è «tuttora valido» Per l’83% serve più spazio per gli amministratori locali e rinnovare (63%) il gruppo dirigente. Le primarie come le facciamo noi? È, secondo la definizione dei docenti statunitensi invitati in Italia da Pier Luigi Bersani, il modello «a giungla». Lo raccontano i partecipanti al seminario organizzato a Roma dal Pd. Due giorni di conclave durante i quali i dirigenti democrats hanno discusso
a porte chiuse di sistemi democratici, ruolo dei partiti, formule organizzative. E che saranno alla base dei lavori di una conferenza nazionale sul Pd che verrà organizzata dopo l’estate. Per ora siamo ai contributi teorici. Ma alla fine del percorso si tramuteranno in modifiche concrete.
Sulle primarie e sul loro rapporto con elettori ed iscritti sono intervenuti per illustrare le esperienze dei loro paesi i due docenti di Harvard Daniel Ziblatt e Stephen Ansolabehere, il tedesco Frank Decker e il francese Yves Meny. Soprattutto i due statunitensi hanno confermato che un modello di primarie aperto a tutti, senza nessun tipo di filtro, rischia di creare problemi. Spiegazione di cui non avrebbero neanche avuto bisogno i dirigenti del Pd, dopo il pasticciaccio di Napoli. Ma Bersani ha colto l’occasione per ribadire che da una parte le primarie sono «assolutamente confermate come tratto distintivo del Pd», dall’altra c’è la necessità di ragionare su «idee e proposte per una manutenzione di questo strumento in modo da non deteriorarlo». Ignazio Marino sottolinea che «le primarie si confermano un punto qualificante del partito» e anche il fatto che i professori di Harvard hanno evidenziato «lo straordinario vantaggio ad avere un albo degli elettori che è diverso dal semplice albo degli iscritti». Questione che non sfugge neanche a Bersani.
È probabile che nel partito si levino voci contrarie alle modifiche al modello attuale, ma Bersani ha già in mano uno strumento che dimostrerebbe che sono gli stessi iscritti ed elettori del Pd a chiedere cambiamenti. Si tratta di un sondaggio Ipsos illustrato proprio al seminario. Il 42% degli iscritti e il 55% degli elettori si sono detti favorevoli alle primarie aperte a tutti quando si tratta di scegliere i candidati sindaci, presidenti di Provincia o di Regione. Percentuali che scendono invece al 30% (iscritti) e 49% (elettori) quando si tratta di scegliere i dirigenti del partito. Sempre per eleggere i dirigenti Pd preferirebbero un Albo a cui iscriversi prima della convocazione delle primarie il 27% degli iscritti e il 24% degli elettori. Ma il 42% degli iscritti e il 23% degli elettori vorrebbero che si lasciasse ai soli tesserati la decisione.
Dal sondaggio sono emersi anche altri dati interessanti, a cominciare dal fatto che per quasi il 60% degli intervistati il «progetto» Pd è «tuttora valido» mentre per gli altri «non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità». Secondo la ricerca, inoltre, il principale «punto di debolezza» del partito è «l’eccesso di divisioni interne», mentre quello di maggior forza è aver saputo individuare le priorità del paese e le proposte per affrontarle (la graduatoria delle tematiche ha ai primi posti precarietà, scuola e economia). La maggior parte degli intervistati (83%) chiede più spazio per gli amministratori locali perché più vicini ai cittadini e ritiene che pur a fronte dei progressi ci sia ancora molto da fare (per il 61% degli iscritti e per il 63% degli elettori) sul tema del rinnovamento dei gruppi dirigenti.

L’Unità 03.04.11

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Bersani annuncia modifiche. Sondaggio Ipsos tra iscritti e elettori

Pd: “Primarie sì ma corrette” E la base chiede meno divisioni. Bersani: fallito il bipolarismo perché non c´è legittimazione reciproca. Pier Luigi Bersani conferma le primarie. Per gli iscritti e per gli elettori. «Sono il nostro tratto distintivo», dice al seminario a porte chiuse del Pd su “Trasformazione del sistema democratico”. Conquista così il plauso dei tifosi dei gazebo a cominciare da Ignazio Marino. Ma il segretario insiste per una correzione: «Va fatta una messa a punto. Sono uno strumento, non un mito», spiega. Il sondaggio Ipsos, illustrato nella sala dell´hotel Parco dei Medici a Roma, del resto non lascia spazio a dubbi. Il popolo democratico considera a larga maggioranza le primarie il mezzo migliore per scegliere sindaci, governatori e dirigenti di partito. Il progetto del Pd viene considerato valido dal 60 per cento degli elettori. Con un´alta percentuale che considera inespresse «le potenzialità» della nuova forza politica. E che in larghissima parte dice al gruppo dirigente: «Il principale punto di debolezza è l´eccesso di divisioni interne».
Il Pd ha invitato ospiti stranieri, americani e europei. Per due giorni si è chiuso in conclave. Qualche assenza di peso, Veltroni e Fioroni avevano altri impegni. Ma Modem era presente con Minniti. Gli invitati hanno raccontato le loro esperienze di primarie e di partito. Bersani ha tirato le somme esprimendo in maniera netta le sue idee. «Il presidenzialismo è legittimo, ma preferisco la formula del parlamentarismo rafforzato – dice il leader -. E considero il bipolarismo fallito, purtroppo. Da noi non funziona perché non c´è legittimazione reciproca». Annuncia che il Pd cercherà ancora di attuare l´articolo 49 della Costituzione. E la prossima settimana una proposta di legge firmata da Ugo Sposetti verrà discussa alla Camera. Invita le correnti a organizzarsi «altrimenti sono strutture verticistiche». Alla fine Bersani avverte: «Non illudiamoci che la storia del berlusconismo sia finita con la fine di Berlusconi. L´antipolitica è ancora in agguato».

La Repubblica 03.04.11

Il ministro che non rispetta le leggi

Un’interrogazione dei deputati PD chiede al ministro Gelmini di procedere ad un piano straordinario di immissioni in ruolo e di bloccare la terza tranche dei tagli dei posti in organico. L’alternativa? Una marea di cause di lavoro dei docenti precari e oneri miliardari per lo Stato. Che la Gelmini sbagli, che il governo tutto sbagli, ora arrivano a certificarlo anche i giudici e la sentenza del tribunale del lavoro di Genova dello scorso 25 marzo, che ha condannato il Ministero dell’istruzione a risarcire quindici lavoratori con contratto a tempo determinato, è una sorta di bomba a orologeria per il ministro peggiore (insieme a Letizia Moratti) della storia repubblicana del nostro Paese.

I magistrati liguri, infatti, hanno riconosciuto la possibilità della ricostruzione di carriera, l’illegittimità dei contratti a termine e i danni derivanti dalla mancata nomina a tempo indeterminato con la previsione per ciascuno dei quindici ricorrenti di un risarcimento di circa 30 mila euro. Complessivamente il costo del risarcimento a carico dell’erario ammonta a circa 500 mila euro.

I deputati Pd Manuela Ghizzoni, Ventura, Maria Coscia, Rosa De Pasquale, Caterina Pes, Antonino Russo, Alessandra Siragusa e Luigi Nicolais, in una interrogazione rivolta a Gelmini, scrivono che la decisione del tribunale di Genova si fonda sul mancato rispetto da parte del Ministero della direttiva dell’Unione europea 1999/70/CE che prevede che un contratto a tempo determinato possa essere prorogato non più di una volta, che la durata totale di uno o più contratti a tempo determinato non possa superare i tre anni e che uno o più contratti di durata superiore ai tre anni siano considerati contratti a durata indeterminata. E gli insegnanti precari liguri che hanno vinto davanti al tribunale del Lavoro, avevano contrati a tempo determinato reiterati da tre a dieci anni.

Nell’interrogazione si legge anche che “nell’anno scolastico 2010-2011 risultano in servizio a tempo determinato 113.348 docenti, di cui 89.931 con contratto fino al termine delle lezioni, e 51.402 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario” e se la sentenza del tribunale del Lavoro fosse estesa a tutto il personale della scuola a tempo determinato che volesse intraprendere analoghe azioni legali, per lo Stato l’onere potrebbe aggirarsi tra i 4 e i 6 miliardi di euro.

Si può lavorare per scongiurare questa costosissima eventualità? Nei giorni scorsi Francesca Puglisi, responsabile Scuola del PD, aveva invitato il governo ad accoglierre subito la proposta del Partito Democratico di assunzione degli insegnanti precari, come già previsto dal governo Prodi, con una operazione a costo quasi zero per le casse dello Stato.
I deputati del Pd nell’interrogazione impostano questo ragionamento: “nei prossimi tre anni andranno in pensione all’incirca 70.000 docenti con una fascia retributiva media di 28/35 anni di servizio. Il costo di tale personale in ruolo è pari a circa tre miliardi di euro: se le cattedre lasciate libere venissero coperte con l’assunzione di personale attualmente occupato con contratti a tempo determinato (e venisse loro ricostruita la carriera), lo Stato sosterrebbe un costo stimato di 2 miliardi e mezzo di euro, con un risparmio di circa 500 milioni di euro”.

Inoltre, proseguono i parlamentari democratici, “un piano straordinario di immissione in ruolo non avrebbe solo un vantaggio economico e di tutela dei docenti che da anni assolvono, pur in una condizione di precariato, al delicato compito dell’insegnamento e dei servizi ausiliari e di segreteria, ma consentirebbe soprattutto di garantire agli alunni quella continuità didattica indispensabile per il miglioramento dei livelli di apprendimento e per l’innalzamento della qualità del sistema di istruzione. In tale senso era stato predisposto il piano triennale di assunzioni, previsto dal Governo Prodi nella legge finanziaria per il 2007, che disponeva l’immissione in ruolo di 150.000 docenti e 20.000 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, prefigurando l’esaurimento – di fatto – delle graduatorie ad esaurimento”.

Ecco perché il PD chiede al ministro Gelmini di procedere ad un piano straordinario di immissioni in ruolo e di bloccare la terza tranche dei tagli dei posti in organico, ennesima iattura per la scuola pubblica.

da www.orizzontescuola.it