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"Il governo ha reintegrato i fondi per lo spettacolo. Ma per i teatri è sempre notte.", di Michele Smargiassi

Vesti la giubba e la faccia infarina. Col cuore che lacrima, si va in scena. Davanti a duemiladue poltroncine rosse si prova Pagliacci di Leoncavallo. Vestiti in borghese i coristi, i cantanti, i figuranti sembrano ragazzi in gita nel teatro d´opera più moderno del Paese dell´opera. Invece sono i lavoratori a orario dimezzato di una fabbrica in crisi. Lavorano meno, guadagnano meno, e il ricavato, cinque milioni di euro in due anni, lo regalano al Carlo Felice, il loro teatro, il teatro dei genovesi, perché non lo si debba chiamare, fra qualche tempo, Carlo Infelice, e piangerne la chiusura. «Siamo i maggiori sponsor privati del teatro», mastica amaro Giulio Luzi, delegato sindacale della Cgil del teatro. È vero: gli imprenditori privati, che il sindaco Marta Vincenzi ha invitato ad aprire i portafogli in nome dell´orgoglio civico, hanno finora raggranellato un milione 400 mila euro, «arriveremo a due, ma valgono doppio, in tempi di crisi», rivendica il presidente di Confindustria Giovanni Calvini che guida la colletta.
Ma tutti questi sacrifici saranno inutili se lo Stato si ritira. Se non mantiene i patti. La scorsa estate il soprintendente Giovanni Pacor, fresco di nomina dopo un tempestoso commissariamento, si trovò a fare i conti con un buco di circa tre milioni per finire la stagione, e con un cassetto pieno di promesse. Qui non è più questione di reintegro del Fus, il fondo unico dello spettacolo, che ha fatto il pieno al distributore di benzina. Senza il reintegro del Fus il futuro sarebbe stato ancora più nero. Ma perché possa quadrare il “piano industriale” che dovrebbe riportare il bilancio in pareggio entro due anni mancano ancora i soldi extra promessi dall´ex ministro Bondi: un milione sul 2010 e tre sul 2011.
Il ministro è cambiato e i fondi non sono arrivati: il successore manterrà? Fus o non Fus, il Carlo Felice è l´esempio lampante di come, sotto la doccia scozzese dei finanziamenti che vanno e vengono, la cultura italiana sia sotto l´incubo stabile della fame di fondi e delle casse vuote.
«È Achille e la tartaruga»¸ scuote la testa l´assessore alla Cultura Andrea Ranieri, «e viene il sospetto che ci sia un progetto, che qualcuno abbia deciso che sopravvivano solo due o tre enti lirici, gli altri s´arrangino o crepino di fame». Se dovesse accadere, Genova avrà perso un teatro, i lavoratori avranno fatto sacrifici inutili e gli imprenditori buttato via i soldi. Calvini lo dice diplomatico ma chiaro: «I privati non sono il surrogato dell´impegno pubblico, chi si sforza di autofinanziarsi deve essere premiato», tradotto: se lo Stato non crede nel futuro del Carlo Felice, perché dovremmo crederci noi?
Però si va in scena. «Sul palco l´affanno lo senti», ti confida Giuseppe Francese, violista. «Provare un´opera in tre settimane anziché quattro, e poi stare fermi un mese, peggiora la qualità e l´amalgama di un´orchestra». C´è nervosismo, malumore, divisione fra i 292 lavoratori del teatro. Il Carlo Felice è il primo e unico ente lirico che abbia mai applicato a musicisti e cantanti la formula sindacale dei “contratti di solidarietà” pensati per gli operai. Con tanti malumori. Alla consultazione, i contratti sono passati solo per un paio di voti. Lavoratori spaccati, anche questo non migliora il clima sul palco. Eppure la formula non è massacrante per i dipendenti: a conti fatti, con i reintegri dell´Inps, lo stipendio cala solo di un 15-20%. Mentre è pesantissima per il teatro: si lavora il 40% in meno, cioè si produce il 40% in meno: in questa stagione sono scomparse tre produzioni su nove, due balletti su quattro.
«Non siamo una fabbrica d´auto dove, se non hai ordini, blocchi per un po´ una linea: la cultura non può andare in cassa integrazione», scandisce Nicola Lo Gerfo del Fials. «Era meglio regalare al teatro gli aumenti dell´integrativo, ma continuare a lavorare a tempo pieno: un teatro che non produce, muore». Ma se ogni recita è in perdita, lavorare di più vuol dire anche perdere di più. E nelle stagioni passate spesso gli incassi hanno coperto meno della metà del costo di ogni messinscena, col record negativo dello Chénier del 2009, 911 mila euro di costi e 359 mila di biglietti. Solo Elisir, allestito da Pacor nella stagione d´emergenza di fine 2010 in stile opera-studio (un cast di giovani costa in un mese come una sola serata di una superstar dell´ugola) hanno distillato qualche utile.
E i creditori bussano alla porta. Quasi ogni sera, mentre il sipario si alzava, la Finanza ha fatto una visita al botteghino e si è portata via l´incasso. Sequestri per pagare le ingiunzioni: di lavoratori che aspettano lo stipendio arretrato, di fornitori che avanzano fatture, e anche dell´ex soprintendente Di Benedetto che vuole la sua liquidazione. Ma al nono piano dell´imponente cubo disegnato da Aldo Rossi, Pacor, “il Sovr” come lo chiamano i suoi dipendenti, mantiene la calma: «All´Opera di Atene avevo le molotov sotto le finestre, ne ho viste di peggio…». Non vuole passare alla storia come il sovrintendente che chiuse una reggia per bancarotta. «Faremo di tutto per trovare denaro». Streaming delle rappresentazioni a pagamento via Internet, foyer affittato come locale per feste, pannelli fotovoltaici sul tetto, catering per matrimoni sulla terrazza, pacchetti integrati per i crocieristi, ogni idea anche irrituale che porti un euro è benedetta. Ma se lo Stato si ritira? Nel momento più buio dei tagli “il Sovr” aveva pensato a un gesto clamoroso: scendere in piazza De Ferrari con un cappello da clown, in groppa all´asinello vivo preteso da Zeffirelli come attrezzo di scena dei Pagliacci, e arringare da lì il popolo genovese. «Tanti lo avrebbero chiuso, questo teatro. Io lo farò sopravvivere, perché la gente all´opera ci vuole ancora venire».
Ma è l´ora dell´ansia per il teatro e chi lo ama. I melomani: preoccupatissimi, ma ancor di più, addolorati. Sandro Bonioli, animatore dell´Associazione Teatro Carlo Felice: «Questo teatro seppe risorgere dalle bombe degli Alleati, c´era solo il palco intatto e si andava in scena con la platea sotto le stelle», sospira, «sarebbe un´assurdità vederlo morire per disinteresse. Contando i commissari, abbiamo avuto otto sovrintendenti in vent´anni, non è così che si custodisce un gioiello». E se fosse un gioiello troppo pesante per la corona della regina del mare? Un teatro inaugurato giusti giusti vent´anni fa, tempi più allegri di questi, non è oggi sovradimensionato per la città? Quando attori e lavoratori degli altri teatri genovesi (vestiti di viola, colore proibito su qualsiasi palco del pianeta, per sfidare la “Quaresima definitiva”) hanno invaso il municipio durante la celebrazione dell´Unità d´Italia, ce l´avevano anche con il Carlo Felice, un colosso che brucia 45 mila euro ogni mattina che il custode apre il portone, che ingoia denaro pubblico a milionate (il Comune ha appena ripianato la voragine della fallita cassa previdenziale dei dipendenti), mentre per loro restano briciole, o nulla. Il sindaco Vincenzi li ha applauditi: «evitiamo le guerre tra poveri».
Ma anche un melomane convinto come Sergio Cofferati, genovese d´adozione, mette in guardia contro lo “squilibrio”: «Chiudere un teatro è un dramma, ma la crisi vale per tutti, e salvare il Carlo Felice costa tanto perché ha un´eredità pesante». Insomma non può fare la parte del leone chi ha più debiti. Maturati quando era convinzione comune che «tanto poi arriva un commissario e ripiana», denuncia Luzi, il sindacalista Cgil, «e purtroppo c´è ancora chi spera nei miracoli». «È chiaro che da questa crisi non si esce tornando ai vecchi vizi», ammette il sindaco, «a un mercato falsato da costi insostenibili, cachet debordanti, spese eccessive. Faremo di tutto per costringere il governo a rispettare le sue promesse, ma anche tra chi invoca il ritorno dei soldi si nascondono i nemici della cultura». Sul grande palco, tra i più tecnologici del mondo, ci si affretta per finire la prova rispettando l´orario ridotto. Il tenore ripassa la parte: «Eppur è d´uopo, sforzati! La gente paga, e rider vuole qua».

La Repubblica 04.04.11

"Se lo stagista sta perfino dal benzinaio", di Bruno Ugolini

L’Italia ribolle.Non c’è solo la tensione politico sociale che accompagna l’operato di un governo intento a difendere i propri privilegi di casta. Non c’è solo l’assillo di una mancata operazione umanitaria che dovrebbe accompagnare l’esodo dalle terre africane. C’è anche lo scoppio di grandi irrisolte questioni sociali. Già il movimento delle donne è sceso in piazza per rivendicare e consolidare un ruolo di autonomia e libertà, con lo slogan «Se non ora quando». Ora, su questa falsariga, senza la paternità dei partiti politici, occupa la scena il popolo dei precari. Quelli organizzati dalla Cgil «non più disposti a tutto»,ma anche quelli che si sono dati appuntamento per il 9 aprile in tutta Italia. Il loro slogan stavolta è «Il nostro tempo è adesso». L’appello è firmato da una schiera di «atipici». Tra gli altri: l’archeologo Salvo Barrano, il portuale Pierpaolo Pirisi, il ricercatore Luca Schiaffino, l’avvocato Alessandro Pillitu, l’operatore call center Francesco Brugnone. Denunciano una situazione insostenibile. Ha accompagnato questo movimento l’illustrazione di tre proposte di esponenti del Pd (Stefano Fassina, Cesare Damiano, Fausto Raciti). Il ricorso ai precari, si è convenuto, rappresenta un danno per la produttività e l’efficienza del Paese. Alcune indicazioni riguardano gli stage (ora usati anche alle pompe di benzina e dai tabaccai, come ha testimoniato Eugenia Voltolina). Tra le misure: limite di 9 mesi, contratto scritto, borsa di studio e rimborsi. L’intento è quello di arrivare a una «precarietà zero».Con una escalation propositiva che riguarderà anche uno Statuto del Lavoro Autonomo (sarà presentata il 18 aprile a Milano), per concludersi a settembre con una Festa nazionale del lavoro. Cento rivoli, dunque, di un movimento che precede e contribuisce allo sciopero generale organizzato dalla Cgil per il 6 maggio. Uno sbocco necessario, da sostenere senza esitazioni, più che indugiare nelle polemiche (8 ore si 8 ore no). Oltretutto perfino chi «possiede» un contratto «stabile» non riesce a rinnovarlo. Come dimostrano le recentissime cifre dell’Istat: 7 milioni di lavoratori sono in questa condizione malgrado le esultanti dichiarazioni di chi, due anni fa, nel 2009, varava un assetto contrattuale senza l’impaccio della Cgil. Avrebbe dovuto inaugurare una nuova era. Non è così, come ha dimostrato anche lo sciopero dei trasporti. Per non parlare dei problemi occupazionali messi in mostra a Roma nella manifestazione Cgil mirata a una «rinascita fondata sul lavoro». Mentre nel pubblico impiego – dove permane un blocco perfino della democrazia sindacale – oggi ci si lamenta per le sentenze che danno ragione ai precari e impongono costose stabilizzazioni. Verrebbe voglia di dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso. Invece di prendersela – anche in questo caso – con i giudici sovversivi.

L’Unità 04.04.11

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“I giovani contro la precarietà. Sabato in piazza in tutta Italia”, di Federico Pace

Il 9 aprile manifestazioni nelle grandi metropoli e nei piccoli centri. Ma anche all’estero. Ci saranno i ricercatori e gli addetti dei call center. I neoimprenditori e gli operatori dello spettacolo. Chiedono più diritti e opportunità. E dicono: “E’ arrivato il tempo per un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale”. Il tempo è adesso. I giovani non vogliono più aspettare. Sabato 9 aprile saranno nelle piazze e nelle strade per manifestare e chiedere maggiore attenzione e più diritti. Per dire ai politici e ai decisori che è arrivato il momento di affrontare davvero la questione giovanile. Una questione che tutti riconoscono come indissolubilmente legata alla ricchezza di una nazione, ma per cui ancora nessuno, nel nostro Paese, ha fatto davvero qualcosa di rilevante.

Gli appuntamenti si terranno in tutta Italia, nelle grandi metropoli e nei piccoli centri. A Roma si annuncia una street parade che andrà da piazza della Repubblica fino al Colosseo. Lungo il percorso ci saranno rappresentazioni e “scene” delle situazioni emblematiche della precarietà. A Napoli un corteo si muoverà da piazza Mancini fino a piazza del Gesù. A Milano l’evento si terrà nel primo pomeriggio alle Colonne di San Lorenzo vicino Porta Ticinese. A Torino a piazza Vittorio alle 15. A Genova l’appuntamento è invece previsto per le cinque del pomeriggio a via San Lorenzo. Ma non solo. Manifestazioni sono annunciate anche a Parma, Modena, Lecce, Catanzaro, Siracusa e Cosenza. E anche Bari, Lodi e Bergamo.

Dai ricercatori ai call center. Tutto ha preso le mosse dal comitato “il nostro tempo è adesso” (www. ilnostrotempoeadesso.it) 1 e dal manifesto redatto dai quattordici promotori. Tra loro ci sono realtà, associazioni
e reti sociali che rappresentano buona parte degli universi che stanno pagando a più caro prezzo le trasformazioni dei rapporti e delle condizioni del mondo del lavoro. Trasformazioni acuite ancor di più dalla crisi di questi ultmi anni. Gli interinali, gli stagisti, i ricercatori precari e quelli che non ce la fanno più a rimanere in Italia e se ne vanno all’estero per avere una chance all’altezza delle proprie competenze e ambizioni. Ci sono gli operatori dello spettacolo, quelli che lavorano nei call center, gli archeologi, i giornalisti precari e anche i giovani imprenditori. Spesso ragazzi talentuosi a cui vengono negate le occasioni e le opportunità a cui hanno diritto.

La risposta dall’estero. Oltre a quelli già in calendario, in queste ore si stanno aggiungendo molti altri appuntamenti. Non solo in Italia. Il tam tam è arrivato oltre i confini nazionali e la voglia di partecipare è stata espressa anche da chi si trova lontano. Da chi conosce bene, per averlo vissuto sulla propria pelle, il mancato riconoscimento del talento. A Bruxelles, nel cuore dell’Europa, ci saraà una manifestazione. E in questi giorni si stanno prendendo accordi per simili avvenimenti anche a Londra e Washington, due delle mete più frequenti per i “cervelli” in fuga dal Belpaese. Tante, inoltre, sono state le adesioni alle manifestazioni del 9 aprile da parte di figure di rilievo. Dal sociologo Luciano Gallino all’attore Ascanio Celestini. Dallo scienziato Giorgio Parisi a Dario Fo.

I diritti negati e il rischio “generazione perduta”. Le questioni in ballo sono tante. I giovani chiedono il rispetto del diritto allo studio e del diritto alla casa. L’attuazione di politiche che prevedano redditi di sostegno e un welfare anche per chi ne è rimasto per troppo tempo escluso. Sentono di avere anche loro bisogno di “realizzare la propria felicità affettiva”. Oltre, ovviamente, a reclamare forse il diritto più essenziale di tutti: il diritto al lavoro. Nell’ultimo Quarterly Review della Commisione europea viene sottolineato come tra i più grandi paesi membri il tasso disoccupazione giovanile sia cresciuto in particolare in Spagna, Polonia e più marcatamente in Italia e nel Regno Unito. Gli autori del rapporto hanno richiamato l’attenzione, ancora una volta, sul fatto che la mancanza di lavoro per i più giovani rimane una sfida cruciale e hanno lanciato l’allarme riguardo le preoccupazioni crescenti del potenziale rischio di una “generazione perduta”.

Originalità e ironia. Le iniziative di sabato nelle diverse città si annunciano originali nelle forme. D’altronde nell’avvicinamento ce se sono stati già alcuni assaggi. Il 17 marzo a Roma, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è stato improvvisato un flash mob alla Galleria Alberto Sordi. Qui un guardiano “maturo” davanti a una porta tricolore impediva l’ingresso ai giovani. Sempre a Roma, a Via Condotti, si è tenuto un altro flash mob, con dei ragazzi in corteo ciascuno con una sedia con la scritta “se la sedia è il benefit ce la portiamo noi”. Il tutto difronte alla sede di una società romana che aveva diffuso un’offerta di stage in cui proponeva come benefit sedia e postazione internet.

Nel manifesto del comitato i promotori scrivono che è arrivato il tempo per “un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli”. Dopo il grande movimento che ha attraversato l’università e le scuole italiane, sembra forse arrivato per i giovani il tempo di una più decisa voglia di partecipare, di raccontarsi, anche con autoironia, e di riappropriarsi di tutto quello che, fino ad ora, gli è stato negato.

www.repubblica.it

"Camera appesa alla giustizia", di Andrea Maria Candidi

È la settimana del processo a Berlusconi. Per mercoledì è fissata la prima udienza del Rubygate presso il tribunale di Milano. Ci si arriva – se mai c’era qualche dubbio – in un clima politico incandescente, reso ancora più infuocato dalla bagarre parlamentare dei giorni scorsi alla Camera sul processo breve e che non resterà certo indifferente a quanto succederà da domani sempre a Montecitorio. L’aula è, infatti, chiamata a pronunciarsi sia sulla richiesta della maggioranza di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale proprio sul caso Ruby, sia sulla prescrizione breve.
Sulla prima questione, che arriva in assemblea dopo che la scorsa settimana l’ufficio di presidenza non ha votato un parere in merito perché tra le parti c’è stato il pareggio dei voti, la maggioranza non dovrebbe avere problemi. I numeri, infatti, ci sono per far passare la linea che impone di interpellare la Consulta sul fatto se la procura di Milano sia incompetente a decidere sul reato di concussione contestato al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. La vicenda – secondo Pdl, Lega e Responsabili – dovrebbe, infatti, finire davanti al tribunale dei ministri, visto che l’eventuale reato (la telefonata del premier al funzionario di polizia per far rilasciare Ruby, accreditata di essere la nipote dell’ex presidente dell’Egitto Mubarak) sarebbe stato compiuto da Berlusconi nella veste di presidente del Consiglio.
La compagine governativa, per quanto confortata da una conta sulla carta, non può, però, dormire sonni tranquilli. I numeri, infatti, per quanto a favore, restano comunque risicati. E le vicende parlamentari dei giorni scorsi – con il pareggio dei voti in aula sulla deliberazione del resoconto relativo alle tensioni scatenatesi dopo aver accordato una corsia veloce al disegno di legge sul processo breve – lasciano aperta la situazione. Tanto più che il rimpasto è ancora per buona parte da portare a termine. Rimane sempre da sistemare la casella del ministro delle Politiche comunitarie e c’è da trovare la quadra sulla nomina dei sottosegretari. Poltrone che possono servire per calmare appetiti, ma al tempo stesso possono anche creare malumori negli aspiranti lasciati fuori dagli incarichi e che potrebbero trasformarsi in franchi tiratori.
Domani dovrebbe essere anche la giornata del processo breve dopo le infuocate sedute della settimana scorsa. Nell’occhio del ciclone la norma che introduce la prescrizione breve, che riduce a un sesto – non più a un quarto – il limite del prolungamento della durata della prescrizione a causa delle interruzioni previste dal Codice penale. A godere del taglio gli incensurati, anche nei procedimenti in corso purché non sia già stata pronunciata sentenza di primo grado. Vero è che il disegno di legge contiene anche altro, ad esempio cancella l’esenzione dal pagamento del contributo unificato, vale a dire la tassa d’accesso alla giustizia, per le richieste di indennizzo previste dalla legge Pinto nei casi di superamento del termine ragionevole di durata dei processi, ma l’attenzione è tutta sul versante dell’impatto sui processi del premier. In primo luogo il processo Mills nel quale il gioco dei nuovi termini dovrebbe garantire a Silvio Berlusconi di beneficiare della prescrizione.

Il Sole 24 Ore 04.04.11

"Il governo che non c'è", di Tito Boeri

Un´isola che c´è, Lampedusa, ci ha convinto che non può esistere un governo che non c´è. Quella offerta nelle ultime settimane è una dimostrazione di totale, frustante, impotenza nel gestire un problema certamente complesso ma non più grave di quello in passato fronteggiato da altri paesi dell´Unione Europea.
Quei paesi della Ue che hanno una lunga tradizione nel gestire flussi massicci di rifugiati politici e immigrati clandestini.
Non si può dire che i massicci sbarchi dal Nord-Africa di queste settimane non fossero prevedibili. Era stato lo stesso ministro Maroni a preannunciare due mesi fa un «esodo biblico di 80.000 tunisini», ben maggiore di quello sin qui registrato. Da allora nulla è stato fatto per fronteggiare questa emergenza, per garantire un primo soccorso adeguato alle persone sbarcate a Lampedusa e per definire una qualche strategia, da concordare con tutti gli attori coinvolti. Il coordinamento proprio non c´è stato, neanche all´interno dell´esecutivo. Per non parlare di quello fra governo e Regioni.
Abbiamo assistito a quattro tipi di reazioni all´interno della maggioranza. La prima è l´urlo. Il “föra di ball” in incerto dialetto lombardo di Umberto Bossi potrà forse servire a placare le ira di qualche elettore della Lega, ma certo non è di alcun aiuto ai ministri dello stesso partito che devono gestire il problema. La seconda reazione è stata l´ipocrisia. Si sono inviati clandestini in centri come quello di Manduria sapendo benissimo che ci sarebbero state fughe in massa. Paradossalmente è stato più efficace lo sciopero dei treni delle barriere poste attorno al centro nel contenere gli esodi dal centro verso il nord. E Manduria non è un caso isolato. Secondo le informazioni raccolte dal sito gestito da Sergio Briguglio (www. stranieriinitalia. it), circa 9.500 persone sono state portate via da Lampedusa per essere ospitate in centri aperti. Di queste, 7.000 sarebbero già oggi irreperibili. La terza reazione sono le proposte sconclusionate, segno della totale improvvisazione. È evidente che i 1500 euro offerti in cambio del rimpatrio, nella proposta dei ministri Frattini e Maroni, sono del tutto inadeguati. Qui abbiamo persone che pagano molto di più per fuggire dalla realtà in cui vivono, che rischiano addirittura la loro vita per arrivare nell´Unione europea. La quarta reazione è la menzogna. Quando si sostiene che gli immigrati clandestini verranno tutti riportati in Tunisia si ignora il fatto che per il diritto internazionale non conta tanto la provenienza, quanto l´appartenenza. Quando anche fosse documentabile che gli sbarchi sono tutti originati dalle coste tunisine, non potremmo esigerne la riammissione in Tunisia a meno che sia documentabile che si tratta a tutti gli effetti di cittadini tunisini.
Sarebbe sbagliato vedere in questa improvvisazione solo il segno delle divisioni oggi presenti all´interno della maggioranza e di un presidente del Consiglio palesemente inadeguato. C´è un problema anche di carattere più generale, legato alla mancanza totale di pragmatismo con cui le forze dell´attuale maggioranza hanno gestito il problema dell´immigrazione in questi anni. Il reato di immigrazione clandestina di fronte a flussi come quelli registrati in queste settimane serve solo a congestionare ulteriormente i nostri tribunali. Le procedure della legge Bossi-Fini, già oggi sistematicamente disattese, fingendo che chi fa domanda per un permesso di soggiorno non sia già da noi, sembrano del tutto anacronistiche alla luce di fenomeni su questa scala. Ma soprattutto chi ha sistematicamente voluto tenere fuori l´Europa dalla gestione delle politiche dell´immigrazione non è oggi in grado di fornire risposte.
Non può che essere infatti l´Unione Europea ad affrontare il problema. Primo perché quello che abbiamo di fronte è un problema innanzitutto di rapporti con i nuovi governi che si profilano sulla sponda meridionale del Mediterraneo, rapporti che non possono che tenere conto di fattori ben più ampi della sola questione migratoria. Secondo perché questi governi non possono trattare allo stesso modo un paese come l´Italia (che ammette al massimo 4000 immigrati regolari dalla Tunisia ogni anno) e l´Unione europea nel suo complesso. Non sappiamo cosa riuscirà ad ottenere oggi Berlusconi a Tunisi, ma è chiaro che le sue richieste sarebbero ben più forti se venissero a nome di tutta l´Unione. Terzo perché la messa in atto di politiche differenziate tra i diversi paesi dell´Unione finisce per portare alla violazione del principio della libera circolazione delle persone e degli accordi di Schengen. I controlli messi in atto dalle autorità francesi alla frontiera di Ventimiglia hanno esattamente questa caratteristica. Perché sia l´Europa ad essere investita del fenomeno bisogna abbandonare la finzione, l´ipocrisia di saper gestire questi problemi da soli. Molti politici dell´attuale maggioranza sembrano impreparati a questo passo perché hanno sempre teorizzato il contrario, il mito del borgo che si difende dalle sfide della globalizzazione. Questo è l´ostacolo maggiore. Certo, c´è anche un altro ostacolo. È rappresentato dalle resistenze degli altri paesi dell´Unione che, come la Francia, non hanno dimostrato in queste settimane una grande volontà di cooperare. Nei loro confronti abbiamo però un´arma importante da utilizzare in una eventuale trattativa. Se fosse l´Italia, unilateralmente, a concedere un regime di protezione temporanea con rilascio di permessi di soggiorno per motivi umanitari a tutti coloro che sono sbarcati in questi ultimi due mesi, queste persone godrebbero della libertà di circolazione fino a tre mesi all´interno dell´Unione. Questo significa che la Francia sarebbe costretta a ricevere un flusso di “turisti” tunisini soggiornanti in Italia, senza avere alcuna possibilità di rinviarli in Italia prima che siano scaduti i tre mesi e con scarse probabilità di rintracciarli al termine di tale periodo.

La Repubblica 04.04.11

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“Il Cavaliere ipercinetico”, di Ilvo Diamanti

È difficile star dietro agli eventi, ai messaggi, alle immagini che costellano la politica italiana. La quale, riflette, in parte, la turbolenza globale. In particolare, le rivoluzioni del Nord Africa, appena al di là delle nostre coste. Però da noi in Italia tutto assume un segno diverso. Per intensità, dinamica, sequenza. Basta concentrarsi sulle notizie degli ultimi giorni. «Leggendole tutte insieme… danno un senso di vertigine», ha commentato Corrado Augias, rispondendo a una lettrice nella sua rubrica. Già: un senso di vertigine.Il capo del governo a Lampedusa promette che: in due giorni, non ci saranno più immigrati; candiderà Lampedusa al Nobel della Pace; si comprerà una villa proprio lì, davanti al mare. Lo stesso giorno, la Camera si trasforma in un Far West. Fra l´altro, il ministro La Russa. Il quale sfancula il presidente della Camera, Fini. Mentre una deputata disabile dell´opposizione viene insultata. In quanto disabile. Intanto, la rivolta popolare a Lampedusa non accenna a placarsi. Perché il flusso di disperati non cala. (Sarebbe bello che i “popoli oppressi” si ribellassero e liberassero da soli, senza poi pretendere aiuto da noi). Un´imbarcazione affonda davanti alle coste libiche, insieme a decine di persone (morte. Non daranno fastidio a nessuno). Il capo del governo parte per Tunisi, dove incontrerà le autorità tunisine. Obiettivo: controllare i flussi di migranti diretti verso le nostre coste; rimpatriare – parte – degli immigrati già arrivati. Anche se le autorità tunisine non sembrano d´accordo. Intanto in Parlamento continuano – in modo, diciamo pure, convulso – i lavori per riformare la Giustizia. Cioè: per disinnescare i processi più critici, per il primo ministro. Soprattutto quelli a sfondo pruriginoso. Per neutralizzare l´alone sgradevole che produrrebbero (produrranno?). Tutto procede in modo nevrotico, sussultorio, intermittente, senza una direzione precisa.
Impossibile mettere in fila i fatti degli ultimi mesi, se ho già impiegato tanto tempo a raccontare quelli degli ultimi giorni. È difficile anche capire le forze in campo, in Parlamento: chi sta con chi. I sedicenti Responsabili: difficilmente possono garantire un consenso stabile. Come pretendere fedeltà e coerenza da chi è abituato a cambiare bandiera e partito (in cambio di privilegi)? D´altronde, a differenza di Fi e An, il Pdl è un non-partito. Scomposto da divisioni personali, locali e di gruppo. La debolezza dell´opposizione permette a questa maggioranza di proseguire. Senza sfaldarsi. Ma andare al voto, secondo i sondaggi, sarebbe molto rischioso per il Pdl. Per il centrodestra. Per Berlusconi.
Insomma: la vertigine.
Anche se viene il sospetto che vi sia un senso in questa rappresentazione apparentemente priva di senso. Dove tutto prosegue e si sussegue in modo asincrono. Come un “Blob” infinito e permanente. Rammenta l´idea di ipermodernità, tracciata da Gilles Lipovetsky. Un tempo dove tutto è iperbolico. Perché il tempo si snoda in una catena di istanti. Come un film che incatena una sequenza di istantanee. Dove tutti gridano, tutto è enfatizzato, tutto avviene in modo “estremo”. Perché viviamo tempi estremi, dove la comunicazione mediale trasmette tutto in tempo reale. Ed esige spettacolo, messaggi forti. E, alla fine, nulla resta se non viene proposto in modo estremo e iperbolico. Viviamo nell´era della politica ipercinetica. Il cui signore indiscusso è Silvio Berlusconi. Iperbolico e cinetico come nessun altro. Sempre in movimento, sempre in viaggio, sempre sui media. Ogni giorno un evento, un messaggio, un proclama, un fatto (annunciato). Un luogo reale trasfigurato in metafora del cambiamento “concreto”. Lui: l´uomo del fare. A Napoli. Dove le immondizie scompaiono e ricompaiono, per scomparire di nuovo. Dai media. All´Aquila. Dove le macerie sono scomparse e la ricostruzione procede bene. Lo garantisce la figurante che a Forum ha recitato la parte di una terremotata beneficiata dal governo. Oggi a Lampedusa. La popolazione – disperata – assediata dai disperati. Che alcuni autorevoli leader di governo invitano a ributtare in mare. (Con una iperbole forse involontaria). E Berlusconi. Un giorno a Milano, al processo, ad arringare la folla dal predellino. Il seguente, a Lampedusa, a consolare e galvanizzare i residenti. Di passaggio: a Palazzo Grazioli. Ad allietare i sindaci con barzellette osé. E poi: a Bruxelles, visibilmente defilato, perché a lui le chiacchiere non piacciono. In attesa di un vertice prossimo venturo con Sarkozy. Lui “fa”.
In quest´era del vuoto (riprendendo Lipovetsky), lui satura ogni spazio, ogni angolo, ogni istante. (Volontariamente, come emerge dall´inchiesta di Alberto Ferrigolo sulla “Diabolica arma dei sondaggi”, pubblicata sull´ultimo numero di Reset). Per cui diventa impossibile prescindere da lui. Nel vuoto di progetti e di idee. Nel vuoto dell´orizzonte politico vuoto. Lui “è”. L´opposizione appare afona. Poco visibile. Certo alcuni lo imitano. Ma non c´è partita. In fondo è lui, Berlusconi, l´unico in grado di fare opposizione. A se stesso. Perché i messaggi iperbolici, gridati un giorno dopo l´altro e un istante dopo l´altro, possono dare un senso di movimento, anche se tutto resta fermo. Possono rimpiazzare le idee con spot a raffica. Possono generare assuefazione etica. Così che nulla, ma davvero nulla, riesce più a stupire – non si dice indignare. Ma a volte – qualche volta – le iperboli, ripetute senza soluzione di continuità, finiscono per cozzare l´una contro l´altra. Lui, indulgente e accogliente con Gheddafi. Come altri prima di lui, in Italia (e non solo). Ma unico a baciargli la mano. In modo iperbolicamente teatrale. E il giorno dopo schierato – a malincuore – con la coalizione che bombarda il raìs e ne vuole la testa. Lui, iperbolicamente, pronto a liberare Napoli dai rifiuti, l´Aquila dalle macerie, Lampedusa dagli immigrati. Gli italiani dalle tasse. Ieri, oggi. Ma anche domani. Perché i rifiuti, le macerie, gli immigrati – e le tasse – restano sempre lì. Lui, il leader ipercinetico di questa Destra ipercinetica. Costretto a correre. A cambiare scena e repertorio. Ogni giorno. Finché il fisico glielo permetterà. Finché l´iperbole riuscirà a colmare il vuoto della politica. Finché non ci stancheremo di rincorrere le iperboli.
Finché la cin-etica riuscirà a soddisfare l´eclissi etica.

La Repubblica 04.04.11

"Il Pd in piazza per la giustizia", di Goffredo De Marchis

Il Pd chiude la porta alla riforma della giustizia del governo. Il segretario Bersani accusa il ministro della Giustizia, Alfano, di essere «servile, saremo contro le sue norme in piazza e nel Parlamento». Per Bersani è necessario andare alle urne. Domani a Roma tre manifestazioni contro il pacchetto giustizia.«Alfano è arrogante come Berlusconi e servile a Berlusconi». Dunque si scordi il confronto, il «fumoso» dialogo. «Quando annunciò la sua epocale riforma della giustizia – ricorda Pier Luigi Bersani – dissi che entro 15 giorni saremmo tornati alle leggi ad personam. Da martedì voteremo una prescrizione costruita su misura del premier e sul fatto che Ruby è la nipote di Mubarak. Più chiaro di così».
È allarmante anche l´appello alla piazza del ministro della Giustizia?
«Mi allarma innanzitutto l´immagine di Alfano come emerge dall´intervista a Repubblica. Un ministro impastato di arroganza e servilismo. Un ministro che tradisce il suo mestiere e ha uno stile sartoriale perché adatta sempre i suoi provvedimenti ai voleri del capo. Quanto alla chiamata del popolo è un´affermazione sconsiderata. Ma lo avverto: è difficile arrampicarsi sulle piazze quando ci si arrampica sugli specchi».
Il Pd, rifiutando ogni confronto, rischia di apparire conservatore e succube dei magistrati. Ha messo in conto gli effetti negativi di questa posizione?
«Non siamo il partito dei giudici. Anzi, siamo pronti a disturbare i magistrati in nome di un servizio più efficiente per i cittadini come persino Alfano può arguire leggendo le nostre proposte di legge. Ma la riforma costituzionale ha un punto essenziale che è inaccettabile: dà alla politica un potere improprio nell´esercizio della giustizia. Contro questo e contro le leggi ad personam combatteremo in Parlamento e nelle piazze».
Il Guardasigilli è convinto che il vostro no sia dettato dalla fretta. Per molti dirigenti del Pd, dice, il tempo è quasi scaduto.
«Faccia bene il suo mestiere e queste cose le lasci dire al suo capo».
Sicuro che il Pd riuscirà a reggere senza fratture il doppio binario in piazza e in Parlamento?
«Sarebbe una novità davvero singolare che un grande partito popolare dicesse no alla piazza o no alle aule parlamentari. Non conosco partiti popolari che si facciano di questi problemi».
Ma nel Pd qualcuno invoca l´Aventino e qualcun altro teme scivolamenti verso il dipietrismo.
«Allora chiariamo. Noi combattiamo in Parlamento. Lo rispettiamo e non l´abbandoniamo. Poi ci sono le tattiche parlamentari. Ma Aventino è una parola grossa. Significa andare via dal Parlamento, non uscire dall´aula in certe occasioni».
E la piazza? I vostri potenziali alleati capiranno?
«Noi vogliamo avere un colloquio diretto con i cittadini che a loro volta hanno voglia di essere protagonisti. Martedì saremo al Pantheon. Poi, le notti bianche sulla scuola diventeranno anche per la democrazia. I manifesti contro la Lega tappezzeranno il Nord. I cittadini sono parte di questa battaglia. In modo democratico e civile. Non siamo noi quelli delle monetine».
Lei chiede le elezioni anticipate. Sotto sotto non pensa ancora a un governo tecnico?
«Ho detto e ripeto: qualsiasi soluzione è migliore dello sfascio attuale. Ma dopo il 14 dicembre e la scesa in campo dei mitici responsabili – che hanno creato un cestino dove si mettono le uova che puoi comprare ovunque – il governo di transizione più che indebolito è tramontato. Per questo dico: si vada subito al voto. Non è una forzatura, basta guardare agli ultimi mesi. Il governo ha prodotto la scossa all´economia finita in un comunicato stampa, la riforma epocale della giustizia invece siamo sempre intorno a Ruby, la posizione ambigua sulla Libia, Parmalat, Edison e tutta la moda che volano verso l´estero».
Sull´arrivo dei profughi il governo sbandiera il successo dei trasferimenti da Lampedusa.
«Invece è un disastro. Noi abbiamo avanzato una proposta. A Tunisi Berlusconi chieda di bloccare i flussi. A chi è già qui si dia lo status temporaneo per circolare in Europa come è successo ai tempi del Kosovo. No alle tendopoli, sì all´accoglienza diffusa. Ma se lo spettacolo è che ogni mattina un ministro dice solidarietà e l´altro fora di ball, allora fanno da soli».
Condivide l´idea di Tremonti: frenare lo “shopping” in Italia con una nuova Iri?
«I buoi sono scappati e loro hanno dormito per due anni. La nostra posizione è chiara: non si possono allestire strumenti pubblici senza avere uno straccio di idea sulle politiche pubbliche. Quando ero all´Industria proposi degli indirizzi di politica industriale. Il governo faccia lo stesso e siamo pronti a discuterne. Ma faremo una battaglia dura contro ipotesi di Iri o Mediobanche organizzate nella versione del sistema di potere».
Proprio martedì e mercoledì al Senato si decide sull´arresto del senatore Pd Tedesco. Alcuni democratici vorrebbero votare contro. Rischiate un cortocircuito con le piazze anti-Berlusconi?
«Ho detto ai senatori: leggete bene le carte e fatevi un vostro legittimo convincimento perché in ballo c´è la libertà personale. E sappiate che il partito non ha niente da tutelare».
Lei come voterebbe?
«Bisognerebbe conoscere bene gli atti giudiziari. Ma posso dire che il Pd ha a cuore un profilo di assoluto rigore».
Ad appena 51 anni Zapatero annuncia che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Un fenomenale spot per il rottamatore Renzi.
«Penso esattamente il contrario».
In che senso?
«È una straordinaria pubblicità alla nostra idea di leadership».
Come dice?
«Dopo due legislature è assolutamente necessario un ricambio del leader».
Il vostro album di famiglia è sempre lo stesso da decenni.
«Ma la differenza con l´esperienza spagnola e con altre, non è il ricambio, è la stabilità. Le maggioranze sono garantite per un´intera legislatura e questa garanzia viene dai partiti non dal ghe pensi mi».
Il nuovo può essere Montezemolo?
«Ho trovato positivo il suo appello alle classi dirigenti e agli imprenditori che conoscono benissimo il crollo di credibilità dell´Italia nel mondo. Lo dico da tempo: chi tace oggi come potrà parlare domani?».
Quindi tifa per un suo impegno in politica?
«Tutto quello che mette nuova energia nella cosa pubblica è benvenuto. Purchè sia chiaro un punto. Il tramonto di Berlusconi deve coincidere con la fine di un´illusione: una sola persona non ha la bacchetta magica. Il Pd vuole innovare, riformare le istituzioni e i partiti. Ma proprio per avere sia le istituzioni sia i partiti. È il tempo di leadership che siano dentro un collettivo. Solo in Italia si pensa che i problemi si risolvono con la scelta di una singola persona».

La Repubblica 04.04.11

"Sparisce l'interrogazione. I ragazzi non parlano più", di Fabio Luppino

Gli effetti della riforma Gelmini. Meno ore e più studenti per classe, non c’è più tempo per le verifiche orali. I danni inferti ad una generazione. Non so come fare. Ho meno ore, non riesco a sentirli più. Ormai per il voto orale devo fare dei compiti scritti. L’anno scorso ne avevo 22, quest’anno 28. L’anno scorso avevo quattro ore di latino, quest’anno tre. Ma sono preoccupato: ogni volta che li chiamo sono sorpresi, non riescono ad esprimersi. È colpa mia? Non lo so, i miei colleghi mi raccontano le stesse cose». Uno sfogo, uno dei tanti. Della riforma Gelmini nelle superiori si è parlato in teoria. I conti con la realtà si cominciano a fare, ora, nelle scuole: sono devastanti. La generazione del monosillabo delle parole mozze, delle sigle per darsi affetto, così come si vanno forgiando invasi da facebook, a scuola trasferisce per intero l’incertezza lessicale. E non c’è tempo per rimediare. Il pittoresco Lorenzo creato da Corrado Guzzanti – che non riusciva nemmeno ad arrivarci al monosillabo, ma un rumore contorto usciva dalla sua voce per comunicare- è stato ampiamente superato, anche se la figura resta profetica visto che la parodia vide la luce ben prima dell’esplosione dei social forum. Nei licei la riduzione oraria è solo nelle prime classi. Negli altri istituti superiori è a regime in tutte e cinque le classi. Fece storia e svelò un problema fino ad allora rimosso, la dislessia, il libro «Mio figlio non sa leggere» di Ugo Pirro. I figli oggi faticano a parlare. La riforma è l’ultimo colpo agli adolescenti «senza parole». Stretti traprogrammi e scadenze i professori non ce la fanno. E vai con scritti all’americana, con risposte a scelta multipla. Storia, scienze, matematica, inglese. L’interrogazione alla lavagna è l’eccezione, il sacro terrore, l’evento rimosso da professori e studenti. Non c’è tempo. Quando poi gli insegnanti di lingue non scoprono che le parole non dette, sono parole sconosciute in italiano, figuriamoci in inglese o francese. Così avviene non di rado che si entra nella terra di nessuno quando si usano termini come rada, penuria, rurale, concernere, circoscrivere. Di recente denuclearizzare… Ogni prof ha la sua esperienza da raccontare. Ogni famiglia, anche. Chi percepisce il danno di qualità di un’istruzione così ridotta cerca di tamponare con le ripetizioni private. Non finisce qui, però. L’esperienza del preside reggente (un preside che si occupa di due scuole spesso diverse, un tecnico o un professionale, uno scientifico e un industriale) sta dequalificando la scuola. Il problema era noto, ma il governo non lo ha affrontato. Gelmini fa sapere che il concorso per nuovi presidi si farà. Ma dall’indizione al suo compimento passeranno almeno due anni. Nel frattempo le scuole perdono credibilità. Un capo d’istituto diviso in due è come un comandante che tura le falle mentre la nave affonda. Così alcune scuole hanno visto drastiche contrazioni di iscrizioni. I genitori osservano e decidono: se in un liceo si esce prima, si entra dopo perché i supplenti non possono essere chiamati a sostituire i prof mancanti le famiglie vanno via da quella scuola. Si capovolge la causa con l’effetto. Il ministero ha lasciato le scuole senza soldi per questo come per molte altre cose: chi ha potuto ha alzato il contributo volontario. Chi può, perché in moltissimi contesti già marginali socialmente le famiglie il contributo (non obbligatorio per nessuno in linea di principio) non lo possono pagare. Così la scuola pubblica va a rotoli, lentamente ma inesorabilmente. E il danno che supera tutti gli altri è la perdita di senso. Il messaggio complessivo con le opportunità di emergere ridotte all’osso cancella l’«utilità» del farsi un’istruzione, come si diceva una volta. Nelle case non si parla più di futuro. E allora anche i ragazzi si chiedono sempre più spesso, studiare a che serve?

L’Unità 04.04.11