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"Cultura, ricchezza da liberare", di Giorgio Lonardi

Anche se il governo dimostra di non crederci, tagliando i fondi, aumentano i consumi culturali. Il presidente di Federculture, presentando i dati del rapporto annuale osserva: “Il potenziale del nostro Paese è enorme, però manca un progetto”. La situazione cambia molto da regione a regione. Siamo andati a vedere l´esempio virtuoso delle Marche. Perché in qualche caso piccolo è davvero bello.
Eppure, prima di esultare sul “boom” della cultura nel Bel Paese bisogna fare alcune considerazione. A cominciare dal fatto che il 2009 è stato un anno talmente nero per la nostra economia che un “rimbalzo” positivo anche nel settore culturale era pressoché scontato. Se poi andiamo ad esaminare le tabelle offerte in abbondanza dalla stessa Federculture ci accorgiamo di alcuni aspetti curiosi. A cominciare dalla crescita della spesa culturale delle famiglie italiane fra il 1999 e il 2009. Ebbene, in questi dieci anni siamo passati da poco più di 50 miliardi di euro a oltre 62 miliardi con un aumento in termini assoluti del 24,3 per cento.
Non c´è dubbio che 62 miliardi di euro siano un mucchio di quattrini. Tanto più che si tratta di una cifra pari al 7 per cento della spesa totale delle famiglie stesse. Il problema è che quella quota è rimasta bloccata nel corso di dieci anni, anzi appare leggermente diminuita. Nel 1999, infatti, la cultura copriva il 7,49 per cento dei consumi totali mentre nel 2009 siamo scesi al 6,9 per cento: in assoluto la percentuale più bassa del decennio. E se è vero che l´anno scorso c´è stato un incremento tuttavia restiamo di circa mezzo punto al di sotto dei livelli raggiunti dieci anni fa. E allora, siamo rimasti al palo per un intero decennio?
«È del tutto evidente che il Paese» afferma il presidente di Federculture Roberto Grossi «non può fare a meno di una politica per la cultura che deve entrare a far parte delle strategie nazionali. Anche di quelle con le quali si combatte la recessione e si cerca di abbattere le inefficienze e i costi, di quelle per ribilanciare l´economia e lo sviluppo. L´Italia ha un potenziale enorme. Ma mancano un progetto per il Paese e una vera politica culturale».
Insomma, meno male che le famiglie continuano a credere nella cultura. Fino al punto di affollare sempre più numerose un sito come Pompei (+11,1 per cento) nonostante i crolli avvenuti proprio durante l´anno passato. Anche perché il cattivo andamento dell´economia e i tagli alla cultura da parte del governo hanno provocato indirettamente anche un ridimensionamento dell´intervento dei privati. L´anno scorso infatti le sponsorizzazioni private si sono attestate sui 181 milioni di euro, il trenta per cento in meno del 2008. Mentre le erogazioni effettuate dalle fondazioni bancarie sono state in totale di 408 milioni di euro con una flessione del 20,5 per cento sull´anno precedente.
Insomma, comunque la mettiamo sembra proprio che le protagoniste di un vero cambiamento strutturale nel rapporto con l´offerta culturale siano proprio le famiglie. Per accorgersene basta osservare con attenzione la serie storica 2000-2010 dei consumi culturali e ricreativi. Nel 2000, ad esempio, il 17,2 per cento degli italiani con più di sei anni è andato a teatro; dieci anni dopo, nel 2010, la quota è salita al 24,4 per cento: risultato record per l´intero decennio. Anche l´appeal del cinema è aumentato in modo sensibile passando dal 44,7 per cento del 2000 al 50,2 per cento dell´anno scorso; solo nel 2005 era stato raggiunto un livello di partecipazione leggeremente superiore (50,7 per cento).
Un aumento apparentemente inferiore è stato accertato per i concerti di musica classica dall´8,5 per cento del 2000 al 10,7 per cento del 2010. In termini relativi, però, nel corso del decennio il pubblico dei concerti è cresciuto di oltre il 20 per cento. A segnare il passo è l´attrazione esercitata dai siti archeologici e dai monumenti che nel 2000 erano stati visitati dal 23,3 per cento della popolazione con oltre sei anni di età e che dieci anni dopo attraggono solo il 22,4 per cento degli italiani: un punto in meno. Anche se va precisato che si tratta del risultato migliore dal 2004 ad oggi.
Ad ogni modo il rapporto fra gli italiani e la cultura cambia sensibilmente fra una regione e l´altra. A livello regionale, ad esempio, è il Trentino Alto Adige a primeggiare in molte classifiche. In quella del teatro, ad esempio, al primo posto troviamo la provincia di Bolzano con il 37 per cento degli abitanti che hanno seguito uno spettacolo, seguita dal Lazio (31 per cento) e dalla Lombardia (27,5 per cento). Completamente diversa l´hit-parade per il cinema, dominata dal Lazio (59,8 per cento) tallonato da un quartetto composto da Abruzzo (57,8 per cento), Toscana (57,4 per cento), Lombardia e Marche (entrambe al 54,4 per cento). Quanto alle mostre troviamo nelle due prime posizioni le provincie di Trento (45 per cento) e Bolzano (41,8 per cento), seguite dal Friuli (39,1 per cento) e dalla Valle d´Aosta (38 per cento).

La Repubblica 03.04.11

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Il “laboratorio” Marche non taglia ma rilancia, di AGNESE ANANASSO

Teatri, musei, pinacoteche, biblioteche, siti archeologici, cinema . Superfluo o necessario? Per le Marche sono una necessità perché rappresentano un patrimonio e una ricchezza economica e sociale. Tant´è vero che la giunta regionale, in controtendenza rispetto ai tagli imposti dal governo centrale, ha approvato in bilancio un aumento delle risorse messe a disposizione della cultura nel prossimo triennio 2011-2013. Risorse che per il 2011 salgono da 7 a 12 milioni di euro e che saranno destinate alla qualificazione, diversificazione e trasversalità dell´offerta culturale marchigiana, volàno anche di occupazione giovanile e integrazione sociale. Il piano regionale prevede uno stanziamento complessivo di 2.769.000 euro di risorse ordinarie, cui si aggiungono i fondi per i progetti speciali.
«Interverremo su diverse aree, dallo spettacolo lirico-sinfonico e teatrale al cinema, dalle mostre all´accessibilità a musei e pinacoteche» spiega l´assessore alla Cultura della Regione Marche Pietro Marcolini. «Per il 2011 stanzieremo tre milioni di euro direttamente e indirettamente per lo spettacolo. Due milioni di euro saranno destinati alle borse di studio per i giovani qualificati che verranno impiegati nelle strutture (musei, pinacoteche, biblioteche) e che guideranno il visitatore. In più, seguendo il modello già adottato al British museum di Londra, vorremmo affiancare ai giovani gli over 60 come volontari, valorizzandone le competenze. In cambio possiamo offrire abbonamenti a teatri e cinema e ingressi gratuiti ai musei».
Tra i progetti pianificati la realizzazione di spazi attigui ai siti culturali, come bookshop e bar – ulteriore opportunità per generare posti di lavoro – e la flessibilità dell´orario di ingresso, in modo da favorire, specialmente d´estate, l´affluenza in serata. Inoltre la Regione stanzierà altri due milioni di euro tra strutture ricettive, percorsi, punti di sosta. Rientra nel piano di promozione turistica la valorizzazione di Urbino, delle opere di Lorenzo Lotto, della via Lauretana come itinerario religioso. Verranno inoltre recuperate le case natali di personaggi marchigiani, come quella del pittore Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado (Fermo).
«Serve una strategia integrata che coinvolga tutte le organizzazioni culturali, turistiche e imprenditoriali» dice Marcolini. «Occorre investire nelle strutture: oggi i tre quinti del patrimonio culturale italiano è sconosciuto perché non è esposto. Ma è un bene comune che va reso accessibile a tutti, con interventi mirati sia a livello infrastrutturale che di politiche sociali ed economiche».

La Repubblica 03.04.11

Il secondo terremoto del Giappone", di Francesco Guerrera

Non c’è voluto molto prima che le scosse di assestamento del terremoto giapponese arrivassero a Shreveport, un cittadone squallido nel profondo Sud degli Stati Uniti. Mentre i team di salvataggio nipponici cercavano superstiti e raccoglievano corpi tra le rovine di paesi distrutti dalle onde assassine, Shreveport ha aggiunto il suo nome alla lunga lista delle vittime della devastazione nipponica.

È qui, nell’hinterland paludoso della Louisiana, ad anni luce di distanza dal jazz e dai bar a luci rosse di New Orleans, che la General Motors produce molti dei suoi «pick-up trucks», i furgoncini con portabagagli scoperti tanto amati dagli americani.
È forse meglio dire «produceva», visto che l’impianto è chiuso da dieci giorni a causa della penuria di componenti provenienti dal Giappone.

I bene informati nell’industria automobilistica dicono che il motivo per cui la Gm sta tenendo a casa i 2000 e passa operai di Shreveport è la mancanza di un pezzo che misura il flusso d’aria nei motori. La Hitachi è il leader mondiale di questi sensori e la fabbrica a Nord di Tokyo che li produce è stata danneggiata dal terremoto.

E così, senza il know-how nipponico, i motori made in Usa che alimentano il sogno americano di libertà a quattro ruote non sanno nemmeno se hanno abbastanza aria per respirare – benvenuti nel mondo «globalizzato».

L’industria automobilistica non è la sola a guardare con ansia verso le isole nipponiche.
I produttori di gadget elettronici – compreso l’iPad, la nuova coperta di Linus per banchieri, avvocati e affini -, l’intera industria dell’acciaio, e persino venditori di beni di lusso come Tiffany, la gioielleria resa famosa da Audrey Hepburn, potrebbero perdere miliardi di dollari in fatturato nel dopo-terremoto.

La finanza le sue perdite le sta contando già, con compagnie d’assicurazione di mezzo mondo che dovranno pagare almeno una parte dei 200 miliardi di dollari necessari a ricostruire il Nord del Giappone.

I profeti della globalizzazione ci avevano rassicurato citando «The World is Flat», il best-seller di Thomas Friedman, che ormai il mondo era diventato «piatto» (con buona pace di Galileo…). Che l’esplosione nel commercio tra nazioni non più divise da guerre e distanze incolmabili avrebbe aumentato gli utili di aziende capaci di approfittare del progresso della tecnologia e dei trasporti.

E che la vita del consumatore sarebbe diventata più facile e meno costosa grazie all’«outsourcing», il processo di «delocalizzazione» in cui i prodotti vengono fabbricati nel Paese a più basso costo per poi essere esportati in tutto il mondo.

Non è che queste predizioni rosee non si siano avverate, anzi. Basta andare in un Wal-Mart, il supermercato statunitense che è un santuario del consumo a poco prezzo, per vedere i frutti della globalizzazione: carrozzine cinesi, T-shirt vietnamite e ombrelli cambogiani condividono le mensole con icone americane come la Coca-Cola, le Barbie e i film della Disney.

Quello che i proseliti della globalizzazione si sono dimenticati di aggiungere, però, è che un mondo così piatto – in cui merci e capitali si muovono liberamente intorno al pianeta – è molto più vulnerabile a crisi sia naturali che finanziarie.

Dei «contagi» finanziari sappiamo già molto, basti ricordare che gli effetti della bancarotta di Lehman Brothers, la banca d’affari americana, nel 2008 furono globali: ne soffrirono tutti, dai mercati asiatici alle banche regionali tedesche agli investitori di piccolo taglio del Minnesota.
Ora, il caso di Shreveport dimostra che le ripercussioni economiche di un disastro naturale seguono lo stesso copione, riecheggiando rapidamente a migliaia di chilometri di distanza.
Non è un caso che Tiffany, che deriva quasi un quinto del fatturato vendendo brillanti, collane e l’idea platonica di lusso «all’occidentale» ai giapponesi, abbia già detto che gli utili nei primi tre mesi dell’anno saranno meno di quanto predetto dagli analisti di Wall Street. Nel 1961, quando Audrey Hepburn fece la sua famosa colazione davanti alle vetrine del negozio newyorchese e Tiffany vendeva quasi tutta la sua mercanzia negli Usa, una mossa del genere sarebbe stata impensabile.

La realtà è che, nonostante un decennio di crescita zero, il Giappone produce quasi il 10 per cento del Pil mondiale e rimane una fonte fondamentale di componenti, e consumatori, per molte industrie.

I dirigenti di aziende elettroniche, con cui ho parlato di recente, sono in bilico tra il fatalismo e la paura.

Il Giappone, con la sua tradizione di eccellenza nell’ingegneria elettronica, è responsabile per il 60 per cento della produzione mondiale di «wafer» di silicio, un ingrediente fondamentale dei «chip» che sono in computer, iPad e videogiochi.

Per ora non c’è panico a Silicon Valley, in parte perché molte società hanno scorte di componenti che dovrebbero bastare per un po’ di settimane.

Ma nessuno sa cosa accadrà nei prossimi mesi, soprattutto perché i produttori giapponesi hanno rivelato poco o nulla sulla situazione delle loro fabbriche. Come mi ha detto un dirigente di una società di elettronica americana che ha un fatturato di miliardi di dollari: «Qui viviamo alla giornata. Non escludo di dover chiudere bottega per un paio di settimane se le parti incominciano a mancare».

Il dirigente non ha notato, o forse non ha voluto notare, la crudele ironia della situazione: il motivo per cui società di tutti i tipi, dalla Apple alla Gm, hanno giacenze così limitate – settimane invece di mesi o anni – è dovuto a un sofisticatissimo sistema di gestione delle scorte inventato proprio in Giappone, dalla Toyota.

Il sistema «just-in-time», che permette alle aziende di comprare componenti e produrre beni «appena in tempo», cioè solo quando sono richiesti da rivenditori e consumatori, è stato copiato da tutti perché riduce costi e sprechi.

Come la globalizzazione, però, la geniale idea della Toyota ha i suoi difetti, soprattutto in periodi di altissimo stress produttivo come quelli che stiamo vivendo, quando la mancanza di scorte mette a rischio vendite e posti di lavoro.

Purtroppo, o forse per fortuna, la globalizzazione soffre dello stesso problema che Winston Churchill identificò per la democrazia: non è perfetta, ma è meglio delle alternative.
Tornare indietro, a un’epoca di protezionismo, commercio anemico e prezzi alti per consumatori e aziende, non è né realistico né auspicabile.

Ma la prossima volta che uno dei fanatici della globalizzazione intona un peana al «mondo piatto», vale la pena ricordargli i sensori di Shreveport e poi magari cantargli anche una filastrocca che i bambini anglosassoni imparano alle elementari: «Un chiodo mancò e il ferro di cavallo fu perso / Il ferro di cavallo mancò e il cavallo fu perso / Il cavallo mancò e il cavaliere fu perso / Il cavaliere mancò e la battaglia fu persa / La battaglia mancò e il regno fu perso».

La Stampa 03.04.11

"Solo scarpe al Colosseo", di Marco Lillo e Vito Laudadio

Il principe Antonio De Curtis ci aveva provato con la Fontana di Trevi nel celebre Tototruffa. Cinquanta anni dopo il Governo Berlusconi è riuscito nell’opera con il Colosseo. Il nostro monumento più famoso al mondo è stato ceduto alla Tod’s, nel senso che l’Anfiteatro Flavio e la sua immagine non sono più liberamente utilizzabili dal ministero dei Beni Culturali. Se, per esempio, lo Stato volesse affittare il Colosseo a una società cinematografica o a una casa automobilistica per usarlo come location di uno spot o come sfondo per una campagna dovrebbe chiedere il permesso alla Tod’s e a un’associazione ancora da costituire da parte della società calzaturiera che rivestirà in essa un ruolo predominante. L’accordo stipulato il 27 gennaio scorso dal Commissario straordinario all’area archeologica di Roma, l’architetto Roberto Cecchi, e da Diego Della Valle prevede l’impegno da parte della società di pagare i lavori di restauro del Colosseo per complessivi 25 milioni di euro e in cambio riserva alla Tod’s il diritto esclusivo sull’utilizzazione commerciale dell’immagine del Colosseo e permette allo sponsor dei lavori di costruire un centro servizi nell’area archeologica più vincolata del mondo.

Oltre a una serie di diritti correlati come quello di apporre il marchio Tod’s sui cantieri del Colosseo e sui biglietti acquistati dai visitatori. L’accordo, descritto dalla stampa come un atto di puro mecenatismo del valore di 25 milioni di euro “presenta molti lati oscuri”, secondo il segretario generale della Uil Beni Culturali, Gianfranco Cerasoli. Il sindacalista ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Procura della Corte dei Conti, per chiedere di accertare eventuali profili di illegittimità. Nell’esposto Cerasoli cita un primo effetto dell’accordo: la richiesta presentata al Ministero (e sospesa a causa dell’accordo con la Tod’s) della Volkswagen di usare il Colosseo per il lancio di un nuovo modello. “Il problema sta”, scrive Cerasoli nell’esposto, “nella errata e grave sottovalutazione fatta dal Commissario nella valutazione economica di un accordo che qualsiasi economista valuta superiore ad oltre 200 milioni di euro considerando l’esclusività concessa e la durata superiore ai 15 anni con un piano di comunicazione e di commercializzazione spendibile in tutto il mondo”.

Nell’articolo 4 dell’accordo si prevede che i “diritti concessi all’Associazione e allo Sponsor sono concessi senza limitazione territoriali e, pertanto sono esercitabili sia in Italia che all’estero”. La durata dei diritti in capo all’associazione è di 15 anni eventualmente prorogabili mentre i diritti dello sponsor Tod’s decorrono “dalla data di sottoscrizione dell’accordo e si protraggono per tutta la durata degli interventi di restauro e per i successivi due anni”. Il permesso per il lancio del nuovo modello della Volkswagen, insomma, potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, come lo stesso Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero, ha confermato nell’intervista che pubblichiamo sotto. Il Fatto ha contattato il Commissario straordinario Roberto Cecchi ma non ha avuto alcuna risposta. Fonti vicine alla Tod’s, invece, spiegano: “Ci stupiamo dello stupore. Una società quotata in borsa che investe 25 milioni di euro nel restauro di un monumento deve motivare agli azionisti il suo comportamento. Sarebbe assurdo non prevedere un’esclusiva in favore di Tod’s nel periodo dei lavori”. Secondo le fonti vicine alla Tod’s “l’accordo è un esempio da seguire perché porta un vantaggio al paese, che restaura il suo patrimonio senza spendere un euro, e alla società sponsor. Ma non si può pretendere di realizzare una simile operazione senza concedere l’esclusiva” La posizione di Tod’s è legittima.

Quello che lascia perplessi sono le modalità della stipula dell’accordo e la sua comunicazione. Il Commissario straordinario Roberto Cecchi aveva indetto una gara con scadenza il 30 ottobre del 2010 che effettivamente è andata deserta. Subito dopo però ha avviato le trattative solo con Tod’s, chiuse velocemente senza coinvolgere l’ufficio legislativo e il gabinetto del ministro né l’avvocatura. Anche la comunicazione dei contenuti dell’accordo è stata poco trasparente. L’allora ministro Sandro Bondi aveva parlato di “accordo storico”. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva detto: “Della Valle fa un grande regalo all’Italia”. Mentre per il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta “Della Valle non è uno sponsor, ma un mecenate moderno”.

Tutto vero. L’accordo sottoscritto dal patron della Tod’s prevede effettivamente un onere importante per la sua azienda. Ma accanto al do esiste un importante des rimasto finora sotto traccia.

Da Il fatto Quotidiano 03.04.11

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Mario Resca, direttore generale ministero Beni culturali: “Rischiamo di perdere occasioni milionarie”

Mario Resca è un uomo forte del ministero ma più che un burocrate si sente un manager della cultura nella duplice veste di consigliere per le politiche museali e Direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero dei Beni culturali.

È stato spesso accusato di avere una visione troppo commerciale e berlusconiana del patrimonio artistico nazionale. Stavolta però l’ex amministratore delegato di Mc Donald’s Italia, scelto da Silvio Berlusconi per sfruttare al meglio i monumenti, è stato scavalcato a destra dal segretario generale del ministero Roberto Cecchi con il suo accordo con la Tod’s. Il Fatto Quotidiano gli ha chiesto un parere su quello che sta accadendo e lui non si è tirato indietro.

Direttore, è vero che lo Stato italiano non è più padrone di concedere il Colosseo a un’impresa che voglia usarlo per un evento come ha scoperto la Volkswagen, costretta a chiedere il permesso a Diego Della Valle?

È vero che c’è una proposta arrivata tramite un consulente del gruppo Volkswagen per avere la disponibilità dell’uso del Colosseo per un evento che riguarda il lancio di un nuovo modello. Effettivamente io ne ho parlato con Diego Della Valle e ora dovremmo vederci a breve perché, anche se il contratto non l’ho visto, mi sembra di capire che ci sia questo problema.

Il segretario della Uil Gianfranco Cerasoli sostiene che, solo questo evento della Volkswagen, poteva fruttare una cifra intorno al milione di euro.

No, la cifra è più bassa. Prima ci è stata scritta una lettera che conteneva un’offerta molto più bassa. Poi a voce mi è stata fatta un’ipotesi che, in caso di accordo poteva arrivare a un ammontare molto più alto, fino a una cifra di 500 mila euro. Ma non c’è stata negoziazione perché devo prima incontrare Diego Della Valle per capire bene come si possa risolvere questo problema.

Non ritiene che l’uso del Colosseo e del suo sfruttamento commerciale sia stato concesso in esclusiva per 15 anni con troppa leggerezza?

Guardi, l’unica cosa che posso dirle è che, da quando sono arrivato, io ho sempre detto che bisogna attrarre i privati perché è sempre un fatto positivo. I privati possono mettere soldi e competenze. Ad esempio ad Ercolano da dieci anni collaboriamo con la Fondazione Packard (David Woodley Packard, con la sua fondazione Packard Humanities Institute Ndr) che però ha fatto mecenatismo puro. Ha messo denari e ha messo competenze ed Ercolano è un esempio molto positivo.

È vero che in questo caso non l’hanno coinvolta e non hanno coinvolto nemmeno il gabinetto del ministro e il suo ufficio legislativo?

Preferirei non parlare di questo argomento. In fondo io non ho competenza perché ricade sotto il commissario straordinario, l’architetto Roberto Cecchi. C’è un decreto della presidenza del consiglio che gli dà i poteri.

La Volkswagen cosa voleva fare?

Voleva fare un lancio della nuova autovettura con una serie di serate all’infuori degli orari per invitare i loro distributori provenienti da tutte le parti del mondo. Poi però si è tutto bloccato e so che stanno valutando altre sedi europee. Peccato. Loro avevano un forte interesse perché lei capisce che il Colosseo è un’icona mondiale ma la cosa non è andata avanti e penso si stiano ritirando.

Il Colosseo secondo lei ha delle potenzialità di sfruttamento commerciale inespresse?

Ma certo. Lei pensi al Gladiatore. Siamo a dieci anni dall’uscita del film Il Gladiatore e abbiamo visto con grande chiarezza che certamente ci ha portato in tutto il mondo grandissima notorietà. Non a caso noi stiamo parlando adesso con Woody Allen perché vuole fare un film ambientato a Roma (il regista ha annunciato che trascorrerà l’estate nella Capitale per girare la sua nuova pellicola, ndr) e noi gli abbiamo detto che siamo disponibilissimi ad aiutarlo se ha bisogno di ambientazioni nei monumenti di Roma, musei. Lei immagini Il fantasma del Louvre quanto ha aiutato il Louvre. Io mi occupo di comunicazione e il mio obiettivo è proprio quello di portare più visitatori. Io da quando sono arrivato ho puntato su questo e il mio obiettivo non è la mercificazione ma l’avvicinamento dei monumenti al popolo. In due mesi abbiamo fatto più 27 per cento di visitatori.

Se Woody Allen volesse usare Il Colosseo, dovrebbe chiedere il permesso alla Tod’s?

Preferisco non rispondere. Chieda al ministero e al sottosegretario Giro. Io le posso dire solo che incontrerò Della Valle al ritorno dal mio viaggio negli Stati Uniti, tra un paio di settimane poiché abbiamo questa richiesta specifica della Volkswagen. Ci potrebbero essere i numeri uno del mondo in quell’evento e fare un party simile al Colosseo non sarebbe male.

Volkswagen ha rinunciato?

Io ho parlato due giorni fa con chi ha in mano la cosa e sono scoraggiati ma vediamo di risolverla. Io vorrei condividere con Della Valle una strategia di valorizzazione che la mia direzione generale ha in mente e che è lontana dalla mercificazione.

da Il fatto Quotidiano 03.04.11

"Milano, la scuola pubblica affitta le aule", di Luca De Vito

Insorgono i genitori: i nostri figli nel sottoscala per far spazio a un istituto privato. La decisione del Comune sulla media Gramsci: “Così incasseremo 30 mila euro”. Metà scuola data in affitto a una privata. Succede alla media pubblica Gramsci di Milano, dove il Comune ha deciso di affittare un intero piano dell´istituto alla scuola steineriana Cometa relegando i ragazzi delle medie al piano terra. Dove adesso ci sono quattro classi, la biblioteca, due aule informatiche (una con la lim, la lavagna elettronica) le aule di scienze, storia e geografia, arte, musica, tecnica e due aulette studio, dal prossimo anno ci saranno le classi per i bambini che pagano una retta di 4mila euro l´anno all´associazione Cometa. Alla Gramsci rimarrà un piano. Qui, al posto di due aule verranno realizzati tre laboratori, da altre due aule verrà realizzata un´unica sala mensa per sei classi, la segreteria diventerà aula professori e la presidenza si trasformerà in laboratorio. La steineriana pagherà al Comune un affitto di 30mila euro all´anno più altri 30mila per le spese di riscaldamento.
La mossa dell´assessorato alle Politiche sociali arriva in un momento critico per la scuole pubbliche della città – molte delle quali attendono da anni aiuti economici e ristrutturazioni – ed è stata vista da i genitori come penalizzante e troppo sbilanciata a favore della Cometa. «Ci hanno messi nel sottoscala – protesta Domenico Scaiano, papà e presidente del consiglio d´istituto della scuola – quello che è successo è inspiegabile, non si può danneggiare una scuola pubblica in questo modo, per di più favorendo una privata». Un´agevolazione che, secondo i genitori, è evidente anche per la sproporzione di quanto assegnato. «La Cometa aveva chiesto nove locali – spiega Luca Benedetti, papà di un ragazzo delle Gramsci – mentre con questa riorganizzazione avranno a disposizione 20 stanze».
Il provveditore agli studi di Milano Giuseppe Petralia si è chiamato fuori dalla vicenda spiegando che dal punto di vista amministrativo la cosa compete al Comune, «basta che in quei locali non vengano fatte cose strane e lesive per la didattica e i bambini della pubblica». Chi difende la scelta è invece l´assessore Mariolina Moioli. «Anche i bambini della privata sono milanesi e abbiamo fornito loro un servizio. I locali concessi erano spazi inutilizzati». «È un´ingiustizia togliere spazi ai ragazzi di una scuola pubblica a favore di una privata» accusa il consigliere comunale pd David Gentili.
L´assessore Moioli non risparmia una frecciata a mamme e papà. «Sono aizzati a protestare da quattro insegnanti». Le dichiarazioni dell´assessore fanno però infuriare ancora di più i genitori. «Non sono quattro insegnanti sparuti – ha detto Scaiano – in un documento sottoscritto da tutti i docenti della scuola si manifestava la forte preoccupazione per la decisione presa dal Comune. Le istituzioni adesso devono fare un passo indietro e mettersi a un tavolo insieme a noi per trovare una soluzione condivisa».

La Repubblica 03.04.11

Marche: Tagli alla scuola: Flc-Cgil: "In regione meno 512 docenti"

Il sindacato denuncia: “Sono 194 i posti in meno per la scuola primaria: 51 ad Ancona, 59 ad Ascoli Piceno e Fermo, 49 a Macerata e 35 nella provincia di Pesaro Urbino”. Tempi sempre più duri per gli insegnanti marchigiani. “Il taglio di 19.700 docenti in tutta Italia per il prossimo anno scolastico – denuncia Flc-Cgil delle Marche, dopo un incontro con l’Ufficio scolastico regionale sugli organici dell’anno scolastico 2011-2012 – nella nostra regione si tradurrà in 512 posti in meno. Si ridurrà così anche l’offerta formativa, con meno tempo passato a scuola e classi sempre più affollate”.

Sono 194 i posti in meno per la scuola primaria: 51 ad Ancona, 59 ad Ascoli Piceno e Fermo, 49 a Macerata e 35 nella provincia di Pesaro Urbino. La situazione è allarmante soprattutto se si considera una prima definizione delle classi, con l’assegnazione dei docenti: ad Ancona non sono state assegnate 17 classi a tempo pieno; nelle province di Ascoli-Fermo sono state tagliate 17 classi (ma ne sono state assegnate 18 in più di tempo pieno a fronte delle 21 richieste), a Macerata, tagliate 12 classi e a Pesaro 8. Per questo motivo il quale il sindacato chiede all’Usr notizie certe sulla sicurezza delle aule.Secondo al segretaria dell’Flc Marche Manuela Carloni: “Se non ci sono soldi per costruire nuove scuola, il Governo deve almeno garantire un organico di docenti adeguato agli spazi disponibili”.

Emergenza anche nella scuola d’infanzia, dove i bambini iscritti sono aumentati di 418 unità, ma le cattedre in più sono solo 17. Nonostante un fabbisogno di almeno 20 sezioni e 40 posti.

Il Resto del Carlino 03.04.11

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Bari: Battaglia sul tempo pieno la Flc: negate altre 50 classi

Il sindacato contro l’USR: 100 docenti in meno alla p rimaria. È di nuovo battaglia sulle classi a tempo pieno. La Flc Puglia ha infatti annunciato la volontà di impugnare il provvedimento dell´Ufficio scolastico regionale, che in una riunione con i sindacati ha comunicato la decisione di riservarsi l´utilizzo di 100 risorse professionali, sottraendole alla scuola primaria e indirizzandole in altri ordini di scuola. “In pratica, così vengono negate circa 50 classi – spiega in una nota Paolo Peluso, segretario regionale Flc Cgil – a fronte di una richiesta non evasa di 84 classi complessive”. Nonostante i tagli, la risposta delle famiglie pugliesi è stata in controtendenza: negli ultimi due anni, le richieste delle classi a tempo pieno nella scuola primaria hanno registrato un incremento di quasi il 200 per cento. Da qui la protesta della Flc Puglia, che in tre punti esprime la propria contrarietà per la decisione dell´Usr: “Primariamente perché non si chiarisce quali siano le esigenze prioritarie in altri ordini di scuola – sottolinea Peluso – poi si deprime una domanda sociale che porrebbe la regione più vicina agli standard del Nord e s´incentiva la soluzione con il transito verso la scuola privata”.
(fulvio di giuseppe) Luigi Dabbicco di Azione universitaria per gli studenti e poi la rappresentanza di docenti e personale tecnico assicurata da Marangelli, Montagnani, Gentile, Jacquet, Totaro e Natile. È la formazione schierata dal senato accademico per riformare lo Statuto dell´Università di Bari. Sette nomi che si affiancheranno a quelli nominati dal consiglio d´amministrazione e al rettore Corrado Petrocelli, per adeguare lo Statuto alla legge Gelmini. La via della partecipazione, scelta dallo stesso rettore che ha preferito un processo democratico senza avocare a sé alcuna decisione, ha lasciato comunque spazio a qualche perplessità da parte di ricercatori e associazioni sindacali studentesche, intimoriti dall´eccessivo peso politico dei professori ordinari. La Commissione lavorerà per 6 mesi, prorogabili per altri tre, al termine dei quali lo Statuto sarà votato dal senato Accademico, previo parere del cda, per poi passare al vaglio del Ministero che dovrà esprimere un parere entro 120 giorni. In caso di sforamento dei nove mesi, il Ministero potrà decidere di commissariare l´organo deputato alla riforma dello Statuto.

La Repubblica 03.04.11

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Cosenza: Settecento posti in meno dal prossimo anno
A lanciare l’allarme, questa volta, è il segretario provinciale della Flc Cgil, Pino Assalone

A partire da settembre la scuola cosentina si troverà com quattrocento docenti e trecento Ata in meno. A lanciare l’allarme, questa volta, è il segretario provinciale della Flc Cgil, Pino Assalone, che snocciola i dati «ufficiali forniti dall’Usr» sui tagli al personale. La provincia di Cosenza, dice, è quella più colpita con meno 23 docenti nella scuola dell’Infanzia, meno 129 nella Primaria, meno 44 nella scuola Media e meno 197 nella scuola Superiore. Il totale è di 393 insegnanti in meno. «A questi, ma i dati non sono ancora stati resi noti – precisa Assalone -, si aggiungeranno altri trecento posti in meno per quanto concerne il personale Ata». Anche quest’anno, commenta il sindacalista, «purtroppo molti lavoratori della scuola non avranno un incarico». Stavolta Assalone tralascia le riflessioni sullo stato di salute della scuola pubblica, sulla lotta quotidiana dei dirigenti scolastici con i conti che non quadrano mai. «Ormai – dice abbiamo provato a dare centinaia di spiegazioni» sul perché la scuola pubblica non navighi in buone acque «ma una a questo punto sembra quella che più riflette l’ideologia che spinge questo governo a vedere la scuola pubblica e coloro che vi lavorano come i nemici da abbattere. Demolire la scuola pubblica a questo punto diventa strategico e il problema politico di fondo è la gestione della conoscenza come risorsa e ricchezza in quanto bene collettivo potente capace soprattutto, di condizionare lo sviluppo di una società e che senza cultura è più facile essere in balia della precarietà e in alcune zone anche della criminalità organizzata. La nostra provincia non può sopportare e far finta che nulla possa accadere e non può sottacere al divario che si creerebbe destrutturando e picconando quanto di buono, e con tutti i limiti anche oggettivi, la scuola ha rappresentato per la provincia di Cosenza».

La Gazzetta del Sud 03.04.11

"Un governo fantasma e un paese allo sfascio", di Eugenio Scalfari

Il Presidente della Repubblica questa volta è andato più in là che in altre precedenti esternazioni. Ha raccomandato sempre moderazione di accenti, lealtà tra le istituzioni, condivisione di valori e di decisioni quando riguardino le regole di base della convivenza, ma giovedì scorso ha preso un´iniziativa insolita, un´iniziativa da grandi occasioni: ha convocato i rappresentanti dei gruppi parlamentari informandone per lettera il presidente del Consiglio. A tutti gli interlocutori che hanno varcato la soglia del Quirinale ha ripetuto il suo giudizio sulla situazione riassumibile in cinque parole da lui stesso pronunciate: «Così non si può andare avanti».
Le gazzarre avvenute negli ultimi giorni a Montecitorio sono state l´occasione determinante dell´intervento del Capo dello Stato, ma la motivazione di fondo è un´altra perché le gazzarre parlamentari non sono una novità e non avvengono soltanto in Italia.
La motivazione di fondo sta nella constatazione della paralisi parlamentare che dura ormai da molti mesi e rischia di durare ancora a lungo. Le opposizioni la denunciano da almeno un anno, ma ora l´ammette lo stesso presidente del Consiglio. Contrastano le motivazioni, ma entrambe le parti arrivano alla medesima conclusione.
Dunque il potere legislativo non legifera né esercita i poteri di controllo sull´operato dell´esecutivo che pure la Costituzione gli riconosce; il potere esecutivo dal canto suo usa in quantità anormale strumenti impropri: ordinanze, decreti, voti di fiducia, per abbreviare forzosamente il dibattito parlamentare.
In queste condizioni il Capo dello Stato, con la sua iniziativa di giovedì, ha suonato l´allarme; in termini calcistici si direbbe che ha diffidato i giocatori con il cartellino giallo facendo capire che se non cambieranno registro dal cartellino giallo si passerà al rosso, cioè all´espulsione dal campo di gioco. Nel caso nostro il cartellino rosso equivale al decreto di scioglimento delle Camere che la Costituzione prevede tra le attribuzioni del Presidente della Repubblica con la sola modalità di consultare i presidenti delle Camere per un parere non vincolante.

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Temo che l´allarme e la diffida non produrranno alcun risultato perché ne mancano i presupposti e non da oggi.
I presupposti mancano dal maggio del 1994, da quando cioè il proprietario di un impero mediatico, immobiliare, commerciale, finanziario, bancario, calcistico, diventò capo d´un partito, presidente del Consiglio o alternativamente capo dell´opposizione e insomma protagonista della politica italiana. Questa presenza insolita, corredata da una serie di effetti a pioggia che sono stati cento volte elencati e analizzati, hanno determinato la spaccatura in due della pubblica opinione dando luogo a due diversi schieramenti e a due diversi blocchi sociali.
La dislocazione bipolare non configura di per sé nulla di terribile, anzi costituisce la normalità dei reggimenti democratici quando avvenga in un quadro di valori condivisi, ma non è questo il bipolarismo italiano nato in era berlusconiana. Non c´è nulla di condiviso né di condivisibile tra due concezioni opposte della democrazia, della politica, dell´economia, della cultura, dell´informazione. Perfino della libertà e perfino dell´eguaglianza.
Non sono due schieramenti alternativi ma antagonisti. Non vanno d´accordo su niente. Allo stato di diritto che fu recuperato nel 1945 dopo il totalitarismo fascista, il berlusconismo oppone vocazione autoritaria fondata sulla dittatura della maggioranza e rinforzata dal monopolio dell´informazione. L´elenco delle anomalie è lungo e ogni giorno si arricchisce di nuovi capitoli. Non è quindi il caso di ripercorrerlo. Lascio invece la parola ad una fonte non sospetta, Andrea Marcenaro, autore d´una rubrica che compare ogni giorno sulla prima pagina del “Foglio”. Rubrica partigiana ma scapestrata e talvolta veridica. Nel caso nostro così racconta l´ultima comparsata di Berlusconi a Lampedusa.
«L´Amor Nostro rientrato a Roma dallo sprofondo dove aveva appena comprato una villa, ristrutturato un´isola, piantato ortensie, proposto pioppi sugli scogli, vivacizzato le facciate delle case, fondato un casinò, affittato sette navi per la “Crociera dello Sfigato”, pescato due triglie minorenni nonché perforato 18 buche dell´istituendo campo da golf; ma che cazzo – esplose – il mio processo breve? Beh! Capita, Cavaliere, quando si sceglie un ministro che confonde la Difesa con l´offesa».
Così Marcenaro descrive la trasferta lampedusana cogliendo una parte del tutto. Il tutto è molto di più.
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Dovrei ora parlare del processo breve, della responsabilità civile dei magistrati, della riforma della giustizia e del conflitto d´attribuzione che la maggioranza parlamentare intende sollevare con una votazione prevista per martedì 5 aprile, un giorno prima dell´apertura del processo che vede Berlusconi imputato per concussione e prostituzione minorile. Ma mi limiterò a quest´ultimo tema; sugli altri non c´è che ricordarne il contenuto con poche parole. Il processo breve è soltanto una prescrizione brevissima tagliata su misura per azzerare i processi che vedono Berlusconi imputato. La responsabilità civile dei magistrati è un nonsenso, viola il principio del libero convincimento del magistrato nella formulazione delle ordinanze e delle sentenze, pretendendo che quel principio sia sostituito con la prova raggiunta al di là di ogni ragionevole dubbio: sostituzione del tutto inutile visto che anche l´assenza di ogni ragionevole dubbio viene accertata attraverso il libero convincimento del magistrato. Del resto il nostro codice penale prevede già l´incolpabilità dei magistrati, procuratori e giudici, in sede penale con eventuali ripercussioni civilistiche di indennizzo, quando ricorrano gli estremi del dolo o della colpa grave. Aggiungere a queste norme già esistenti da tempo la possibilità di un´incolpazione civile per “violazione di diritti” significa semplicemente consentire a tutti coloro che perdono cause giudiziarie di aprire un percorso parallelo di controversie che produrrebbe il solo effetto di sfasciare la struttura giudiziaria già per varie ragioni insoddisfacente.
Resta il tema del conflitto di attribuzione che andrà in votazione martedì ed ha l´obiettivo di bloccare il processo “Ruby-gate”.
Il conflitto d´attribuzione si verifica quando uno dei poteri dello Stato invada la sfera riservata ad un altro potere. In quel caso la competenza di giudicare chi sia l´invasore ed impedire che l´invasione avvenga spetta alla Corte costituzionale. Ma nel caso specifico chi ha invaso chi?
Il tribunale di Milano darà inizio mercoledì 6 aprile ad un processo penale. I legali dell´imputato contestano la competenza del tribunale di Milano e chiedono che il processo sia trasferito al tribunale dei ministri. Si tratta con tutta evidenza di un conflitto di competenza, non di invasione di un potere su un altro potere. Giudicare sulla competenza territoriale o funzionale spetta unicamente alla Cassazione. Quanto alla Giunta parlamentare delle autorizzazioni a procedere, essa ha il compito di accettare o respingere le richieste eventuali del tribunale o della procura. Nel caso specifico ha respinto la richiesta di perquisizione di un ufficio della presidenza del Consiglio situato in un palazzo di Milano Due. Infatti quell´ufficio non fu perquisito. E questo è tutto.
Vedremo come risponderà la Corte costituzionale alla richiesta del Parlamento di giudicare il conflitto di attribuzione. L´evidenza suggerisce una pronuncia di irricevibilità del ricorso perché – lo ripeto – si tratta di un conflitto di competenza all´interno della giurisdizione che spetta unicamente alla Corte di Cassazione.
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Le vicende della Libia, dell´immigrazione, della lunga e sempre più agitata paralisi del Parlamento, dell´intervento ammonitorio del Capo dello Stato, hanno messo in ombra un altro tema che deve invece essere affrontato per quello che è: una sterzata estremamente grave della politica economica verso un intervento sistemico dello Stato nell´economia e nel mercato, in palese contrasto con la legislazione dell´Unione europea. Parlo del decreto promulgato giovedì scorso dal consiglio dei Ministri e voluto da Giulio Tremonti per impedire che un´impresa alimentare francese assuma il controllo della Parmalat.
Se fosse questo il solo obiettivo di Tremonti, potrebbe anche essere accettato sebbene si concili assai poco con l´auspicio più volte ripetuto di un aumento di investimenti esteri nel nostro paese. Siamo il fanale di coda nella classifica degli investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei. Ce ne lamentiamo, se ne lamenta il governo, la Confindustria e gli operatori finanziari e imprenditoriali, ma quando finalmente qualcuno arriva dall´estero per investire i suoi capitali in iniziative italiane viene preso a calci e rimandato indietro dimenticando che oltre di essere cittadini italiani siamo anche cittadini europei. Il mercato comune non è nato per abolire frontiere e consentire il libero movimento delle merci, delle persone e dei capitali?
Ma Tremonti ricorda – ed ha ragione di farlo – che la Francia protegge la nazionalità delle imprese ritenute strategiche e quindi – sostiene il ministro – se lo fa la Francia perché non può farlo l´Italia? Difficile dargli torto. Bisognerebbe sollevare il tema nelle sedi europee e speriamo che venga fatto, per ripristinare il funzionamento del libero movimento degli investimenti contro ogni protezionismo. Comunque, su questo tema, Tremonti per ora ha ragione. Senonché…
Senonché la questione Parmalat è soltanto un pretesto o perlomeno un caso singolo dentro un quadro assai più ricco di possibilità. Infatti il testo del decreto non dice affatto che l´obiettivo è la difesa dell´italianità delle aziende nazionali. Dice un´altra cosa: autorizza la Cassa depositi e prestiti (di proprietà del Tesoro al 70 per cento) ad intervenire in caso di necessità per finanziare aziende ritenute strategiche per fatturato o per importanza del settore in cui operano o per eventuali ricadute sul sistema economico nazionale. Il caso Parmalat rientra in questo elenco ma non lo esaurisce perché il decreto va molto più in là. Praticamente resuscita l´Iri di antica memoria rendendo possibile che lo Stato prenda il controllo delle imprese che abbiano requisiti ritenuti strategici dal governo (da Tremonti) nella sua amplissima discrezionalità.
Tutto ciò avviene per decreto. Dovrà essere convertito in legge ma intanto produrrà effetti immediati sul mercato. Ma se il decreto non fosse convertito in legge? è realistico pensare che il governo, per evitare che quest´ipotesi si avveri, chieda per l´ennesima volta l´ennesima fiducia. Ma se in sede europea quella legge fosse bocciata in quanto aiuto indebito dello Stato ad un´impresa, vietato dalla legislazione comunitaria?
Ho detto prima che la Parmalat è un pretesto. Infatti il vero obiettivo di Tremonti è di far entrare lo Stato non soltanto nelle aziende che hanno necessità di finanziamento ma direttamente nel sistema bancario. In particolare nelle cosiddette banche territoriali: le banche popolari, le banche cooperative, le Casse di risparmio. Quelle più a corto di capitali, quelle alle quali la Lega guarda con occhi avidi, quelle che procurano voti, organizzano interessi e clientele. Una rete immensa di sportelli, di prestiti, di mutui. Di fatto la politicizzazione del credito.
È una delle più gravi malattie la politicizzazione del credito. Il decreto di giovedì scorso ne segna l´inizio. Che cosa ne pensano i partiti d´opposizione? Che cosa ne pensa il governatore della Banca d´Italia? Che cosa ne pensa il Quirinale?
La politicizzazione del credito è un altro modo per deformare la democrazia, forse il più insidioso insieme al monopolio dell´informazione. Chi può manipolare le notizie e il danaro è il padrone, il raìs, il Capo assoluto, circondato da una clientela enorme e solida. Inamovibile. O ci si arruola o se ne è esclusi. La clientela vota. Chi spera di entrarci se ancora non ne fa parte, vota nello stesso modo.
La chiamano democrazia ma in realtà è soltanto un grandissimo schifo.

La Repubblica 03.04.11

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Lo “tsunami umano” dentro la maggioranza, di Adriano Prosperi

Quello che noi italiani siamo costretti a vedere in questi giorni è uno spettacolo indegno, una farsa grottesca che va al di là di ogni immaginazione e farebbe ridere se gli attori non fossero drammaticamente persone in carne e ossa. E se non fossero in gioco da un lato la credibilità e l´esistenza stessa del nostro Paese e dall´altro i diritti elementari alla vita, alla libertà, alla dignità umana di migliaia di profughi che hanno avuto il torto di credere che sotto la parola Italia ci fosse un Paese reale. Ricapitoliamo per cercare di capire i passaggi di questa storia: c´era un governo – anzi no, non c´era un governo, se la parola significa ancora qualcosa nella lingua corrente: c´era, diciamo, un ministro che circa un mese fa aveva messo in allarme l´opinione pubblica parlando di un´emergenza umanitaria in arrivo dall´altra sponda del Mediterraneo e di un´Italia lasciata sola dall´Europa davanti a una prova drammatica. Dopo quell´esternazione preoccupata era lecito immaginare che un ministro così consapevole dei suoi doveri e così gravemente preoccupato da una minaccia che dalle sue parole sembrava veramente apocalittica, si dedicasse subito a predisporre ripari adeguati: mezzi navali allertati a evitare la solita tragica tonnara di vittime, strutture di prima accoglienza da predisporre, sistemi di smistamento, luoghi di alloggio e di assistenza per vecchi e malati, donne e bambini. Era anche logico pensare che, quando la realtà ha ridimensionato l´annunciato flagello biblico le misure predisposte si sarebbero rivelate sovradimensionate rispetto ai bisogni reali. Certo, il presidente del Consiglio ha parlato di tsunami: ma ci voleva una straordinaria mancanza di senso del pudore e del ridicolo per usare una parola come questa dopo tutto quello che era appena accaduto in Giappone. Ma lo tsunami reale è avvenuto all´interno della compagine di governo, e soprattutto all´interno della Lega, la vera anima di un governo che quanto a funzione del governare è da tempo morto e defunto e resta in piedi solo perché gli avvocati del premier lo telecomandano come un pupazzo meccanico. Questo governo oggi è come la zattera della Medusa: sulla zattera c´è un ministro dell´interno che dopo aver lanciato l´allarme nulla ha fatto per predisporre le istituzioni dello Stato e allestire ordinatamente le risorse di ospitalità del paese. Mentre le tessere del domino dei tirannelli mediterranei cadevano l´una dopo l´altra e la minaccia della migrazione di popoli interi appariva imminente, niente è stato fatto. Il sistema Italia, quel sistema che aveva trionfalmente costruito in quattro e quattr´otto uno scenario (di cartapesta, va detto) all´Aquila per il G8, è crollato di botto: ma non per l´urto irrefrenabile di orde barbariche paragonabili a quelle che misero in ginocchio l´Impero romano, bensì per l´arrivo di poche migliaia di persone sbarcate a Lampedusa con quattro stracci e tanta voglia di abbracciare i fratelli italiani – quei fratelli che a Lampedusa hanno fornito loro acqua e abiti e calore umano. Ma subito ha trionfato sulle buone intenzioni tutta l´impreparazione, la superficialità, l´improvvisazione del sistema. Non dimenticheremo mai lo spettacolo di quella umanità abbandonata sugli scogli, coperta da teloni di plastica, costretta a defecare tra i cespugli, ridotta all´estremo dell´esasperazione dalla mancanza di acqua, di cibo, di riparo. E quel che continuiamo a vedere sta mettendo in ridicolo il paese intero: soste interminabili di navi fuori dal porto, in attesa di localizzazioni di campi che poi si manifestano come luoghi fintamente trincerati, da cui si lascia fuggire chi vuole sperando che quella umanità unita si sciolga come neve al sole e sparisca senza residui. Ma perché avviene questo? Colpa dell´Europa? Colpa della antipatica sorella latina che ci vuol fare un dispetto? No. La realtà è molto più semplice. Qui al centro di tanti drammi reali c´è un drammatico imbarazzo politico: quello di chi è diviso tra la responsabilità formale di ministro degli Affari interni del paese Italia e gli obblighi reali dell´uomo politico di un partito che raccoglie tanti più voti quanto più riesce a far crescere la febbre dell´intolleranza e del razzismo nel paese opponendo cittadini a clandestini, padani a meridionali. Gridare al lupo serviva egregiamente ai bisogni della Lega. Risolvere umanamente e civilmente il problema di qualche migliaio di persone in fuga dall´Africa, spartire i doveri dell´ospitalità equamente fra le regioni magari chiedendo di più alle più ricche lo metterebbe in urto col suo elettorato. E così le bandiere che hanno sventolato per il centocinquantesimo anniversario del paese Italia oggi vengono ammainate nella confusione generale. Il Paese muore: di ridicolo.

La Repubblica 03.04.11

Su la testa. Le proposte del PD per il cinema e l'audiovisivo

Iniziativa pubblica insieme agli operatori della filiera del cinema e audiovisivo
“Tutto il settore culturale è stato mortificato e penalizzato dal governo Berlusconi per l’assenza di politiche di sostegno e di sviluppo e dai tagli ai finanziamenti pubblici”.

“Il cinema e l’audiovisivo costituiscono una realtà creativa, produttiva e occupazionale stategica per l’Italia e hanno bisogno di politiche di sviluppo industriale, di sostegno alla sperimentazione e all’innovazione dei linguaggi, di idee e formule nuove per l’azione pubblica.

In questi anni sono mancate politiche che favorissero l’integrazione degli interessi che compongono la filiera industriale di settore: i creatori e i produttori indipendenti di contenuti finiscono per essere esclusi dalla redistribuzione della ricchezza da loro stessi generata.

Le premesse per la crescita industriale e occupazionale nel cinema e nell’audiovisivo sono nella realizzazione di un sistema che ricomponga l’assetto generale del comparto: la finanza, le infrastrutture, gli enti pubblici di gestione e formazione, le relazioni tra produzione, post-produzione, distribuzione, la comunicazione e il marketing, le misure di sostegno fiscale agli investimenti nel settore. Senza perdere di vista la necessità di intervenire per contenere il fenomeno della delocalizzazione delle produzioni, che colpisce in modo pesante i mestieri e le professioni artistiche del cinema e, soprattutto, dell’audiovisivo e che da vita a un’emergenza industriale e occupazionale da fronteggiare subito per garantire la sopravvivenza del comparto”.

“Di questo e delle proposte del PD per il cinema e l’audiovisivo parleremo, insieme agli operatori della filiera, in un’iniziativa pubblica lunedì 4 aprile, a partire dalle ore 14.30 , a Cinecittà (Sala Fellini – Via Tuscolana, 1055)”.

“SU LA TESTA”
Le proposte del PD per il cinema e l’audiovisivo
Roma, Lunedi 4 aprile 2011, ore 14.30
Sala Fellini, Cinecittà, Via Tuscolana 1055

Interverranno:
Elisabetta Bruscolini
Silvano Conti
Emilia De Biasi
Paolo Del Brocco
Santo Della Volpe
Maurizio Feriaud
Vittoria Franco
Giampaolo Letta
Giovanna Melandri
Lamberto Mancini
Marco Miccoli
Matteo Orfini
Roberto Perpignani
Paolo Protti
Paola Randi
Luciano Sovena
Riccardo Tozzi
Alessandra Untolini
Vincenzo Vita

Hanno assicurato la partecipazione: ANAC, ARTISTI INDIPENDENTI, 100AUTORI, CNA CULTURA E SPETTACOLO, COMITATO 3, PMI CINEMA E AUDIOVISIVO, MOVEM, STUDENTI DEL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA

da www.partitodemocratico.it