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"La doppia anima dei Cinque Stelle", di Piero Ignazi

Il M5Stelle come la Gallia di Giulio Cesare: divisa in partes tres: il suo elettorato, la sua embrionale classe dirigente di militanti locali e di eletti, e la sua leadership. Tutte e tre queste parti hanno caratteristiche, visioni e strategie contrastanti. Ed ora, con la scelta europea, le differenze vengono in superficie.
Fin qui Beppe Grillo e il suo movimento hanno veleggiato sull’onda del successo, senza troppi sforzi: la strada è stata spianata dagli errori, dalle inconcludenze e dalle malefatte degli altri partiti. Oggi il quadro è cambiato. Se torniamo all’origine dell’avanzata grillina, alle regionali del 2010, allora il M5S pescava nell’insoddisfazione di un elettorato di sinistra che non ne poteva più di un partito anchilosato, velleitario e incapace di mettere all’angolo un avversario screditato come Silvio Berlusconi. Non per nulla gli iniziali successi elettorali del M5S si sono registrati in Emilia Romagna, terra rossa per eccellenza, tra persone con alto livello di istruzione, attente alla politica e spesso coinvolte in prima persona in associazioni e movimenti. In questa fase iniziale i meet up( anglicismo un po’
snobistico per indicare gruppo organizzato) e gli iscritti, hanno una chiara connotazione ecologista-alternativa, dove la critica alla partitocrazia e alla classe politica si declina soprattutto in critica alla sinistra per le sue deficienze. Della destra non ci si cura nemmeno perché è considerata “altra”. Questo stadio fondativo si riflette tuttora nelle attività dei meetup (1.450 in 1.167 città, con 172.134 iscritti e 61.710 simpatizzanti) che continuano a lavorare sulle questione ambientali e sulla partecipazione di base. Da questo humus originano gli attivisti e gli eletti che rappresentano quindi il lato di sinistra dei 5Stelle.
Ma ad essi ora si affiancano gli elettori, che hanno tratti diversi. Mentre fino al 2013 erano pochissimi, e quindi irrilevanti, e comunque avevano caratteristiche omologhe agli attivisti, l’incremento alle politiche dell’anno scorso ha fatto affluire anche elettori di destra: costoro hanno trovato nei 5Stelle un nuovo e più potente canale di espressione del loro malcontento anti-sistemico. Mentre in precedenza il populismo forzaleghista sollecitava in maniera più o meno latente l’animus antipolitico di questa fascia di elettori — basti ricordare le tirate di Bossi contro “quelli di Roma” o espressioni berlusconiane come “il teatrino della politica” — la crisi della destra e il montare della polemica anti-partitica a 360 gradi di Grillo li ha indirizzati verso i 5Stelle. E, come evidenziano tutte le ricerche, oggi nell’elettorato grillino le provenienze di destra e di sinistra si equivalgono quasi. Quindi la prima contraddizione latente riguarda un elettorato — che è suddiviso anch’esso in partes tres tra destra, sinistra e non identificati — e una classe dirigente prevalentemente orientata a sinistra e socializzata in ambienti e su tematiche dell’ecologismo e della partecipazione. Questa divaricazione non è ancora emersa perché è tenuta sottotraccia dalla preponderanza della leadership la quale riassume su di sé, superandole, tutte le contraddizioni. O, almeno così è stato fin qui. Vale a dire fintantoché Grillo poteva non decidere, e rimanere sul filo dell’ambiguità e della alterità a tutto e a tutti. Le elezioni europee hanno posto fine a questa comoda rendita di posizione e hanno obbligato per la prima volta ad operare delle scelte “politiche”. Stare a destra con Nigel Farage o a sinistra con i Verdi? In realtà, nel referendum tra gli iscritti pentastellati essi dovevano scegliere solo tra l’euroscettico Farage o i conservatori britannici di Cameron (ma come è anglofilo Grillo!….), mentre l’opzione di sinistra dei Verdi è stata esclusa in partenza. Questa decisione sposta l’asse del Movimento verso destra e lo pone in connessione diretta con l’elettorato più protestatario e anti- sistemico di origine forzaleghista. Uno spostamento che lascia però “scoperta” la componente dei quadri e di molti degli eletti più orientati a sinistra. La divaricazione tra le parti costituenti del triangolo pentastellato non può che portare a tensioni interne, ma forse anche all’inizio di un vero dibattito politico all’interno di quel partito. Oppure può indirizzarsi verso la capitalizzazione del suo ruolo di oppositore al governo e alle larghe intese per guidare un inedito fronte “di destra” alternativo al nuovo pivot della politica italiana, il partito democratico.

da La Repubblica

"Unioni civili subito: lo chiede la Consulta", di Sergio Lo Giudice

Unioni civili subito: lo chiede la Consulta

Dopo la storica sentenza contro il divieto di fecondazione eterologa previsto dalla legge 40, la corte costituzionale sferza di nuovo il parlamento. Stavolta, come aveva già fatto con la sentenza 138 del 2010, sull’assenza di una legge che riconosca giuridicamente il diritto fondamentale delle coppie dello stesso sesso ad una vita familiare. La Consulta doveva decidere sulle sorti del matrimonio di Alessandra e Alessandra. Una coppia etero-sessuale sposata come tante, fino alla decisione di lui di guardarsi dentro fino in fondo e, grazie anche al sostegno e all’amore della moglie, di intraprendere il percorso di cambio anagrafico di sesso previsto dalla legge 164 del 1982. Per poi iniziare, sempre a fianco a sua moglie, un’altra battaglia, questa volta nelle aule giudiziarie, per opporsi allo scioglimento del proprio matrimonio, imposto da un tribunale. La Corte ha detto che quello scioglimento è illegittimo e che la legge 164, salutata a suo tempo come una norma avanzata sul diritto all’identità di genere delle persone transessuali, é incostituzionale nella parte in cui impone che quel matrimonio si dissolva in niente e che a quella coppia venga negato il diritto a mantenere un rapporto di coppia giuridicamente regolato. Adesso il Parlamento non può più prendere tempo. Non possono esserci altre priorità, come recita il mantra che anche in casa democratica si ripete da mol- ti anni, a fronte della lesione di un diritto fondamentale a cui la Corte chiede di porre rimedio con tale forza da dichiarare l’incostituzionalità di una norma in vigore da più di
trent’anni.
In commissione Giustizia del Senato è già stato depositato dalla relatrice Monica Cirinnà il testo base sull’Unione civile fra persone dello stesso sesso. La proposta riprende il modello tedesco della Lebenspartnerschaft che estende, attraverso un nuovo istituto giuridico distinto dal matrimonio, pari diritti e doveri alle coppie dello stesso sesso e prevede la responsabilità genitoriale verso i figli del partner. È la proposta avanzata da Matteo Renzi durante le primarie e depositata in tre diversi disegni di legge tutti del Pd. Sono ventidue i Paesi europei che hanno leggi sulle unioni civili. Dieci Stati europei (e molti altri nel mondo) hanno già esteso il matrimonio alle coppie gay e lesbiche.
La Corte europea dei diritti umani ha più volte ribadito che si devono garantire ai conviventi dello stesso sesso tutti i diritti, benefici ed obblighi di quelli di sesso diverso e che alla coppia dello stesso sesso va riconosciuto il diritto a una «vita familiare». Non c’è altro tempo da aspettare, perché intanto diritti fondamentali vengono violati: questo ci ha detto la Consulta. Ed è urgente anche rimettere a posto la legge sul cambio di sesso, resa monca dalla sentenza e comunque da aggiornare alla luce di questi tre decenni ci applicazione. Pochi mesi fa la risoluzione Lunacek del Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri ad abolire l’obbligo della mutilazione chirurgica e della sterilizzazione forzata per chi chieda l’adeguamento anagrafico e sociale alla propria identità di genere. Diverse sentenze delle Corti italiane si muovono in questa direzione. Anche su questo tema giacciono proposte di legge nei due rami del Parlamento: c’è un vuoto normativo che chiama le Camere a fare presto.

da L’Unità

"La ricerca virtuosa", di Simona Ravizza

In Italia investimenti fermi all’1,25% del Pil «Eppure Usa, Germania, Corea insegnano che puntare sulla scienza crea ricchezza»

La ricerca fa bene al Pil. Lo dicono gli scienziati che per battere cassa in tempi di crisi hanno deciso di cambiare strategia. In un Paese civile le motivazioni culturali, sociali e di ritorno in qualità della vita dovrebbero essere sufficienti per spingere le istituzioni a scommettere sul futuro: in Italia, però, finora tutto ciò non è bastato per sollevare gli investimenti, fermi all’1,25% del Prodotto interno lordo, contro la media europea dell’1,7%, mentre Stati Uniti e Germania sono intorno al 2,6%. È uno dei motivi per cui adesso gli uomini di scienza sono sempre più impegnati nel dimostrare che investire in ricerca conviene anche economicamente. Le prove sono schiaccianti.
Bisogna cambiare rotta. Gli ultimi dati Istat vedono ancora una volta l’Italia in fondo alla classifica per la spesa in investimento e sviluppo, pari a 19,8 miliardi di euro (cifra onnicomprensiva dei fondi messi a disposizione da imprese, enti pubblici, istituzioni private non profit e università). Nell’Unione Europea — come messo in evidenza anche da Confindustria — l’Italia è al sedicesimo posto, in compagnia di Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Grecia, Malta, Slovacchia e Polonia. Eppure la ricerca virtuosa è il miglior investimento che un Paese in crisi può fare.
La tesi è sostenuta in primis dall’Ue, che considera l’innovazione il cardine delle sue politiche per favorire crescita e occupazione. Così i Paesi europei sono chiamati a spendere in ricerca, da qui al 2020, il 3% del Pil (1% di finanziamenti pubblici, 2% di investimenti privati). L’obiettivo è di creare 3,7 milioni di posti di lavoro e realizzare un aumento annuo del Pil di 800 miliardi di euro. Numeri da capogiro, ma che trovano una spiegazione nella redditività della ricerca soprattutto sul medio-lungo periodo. Paolo Veronesi, presidente della Fondazione Veronesi, in prima linea nel sostegno alla ricerca, s’affida a un paragone: «La Corea del Sud ha impostato la sua politica economica su ricerca e sviluppo, investendo il 3% del Pil. E mentre nel 1980 il reddito pro capite coreano era un quarto di quello italiano, oggi la situazione si è invertita», spiega l’oncologo che con la Fondazione Veronesi punta soprattutto sui giovani (vengono finanziate 153 borse specialistiche da 27 mila euro l’anno, per cui servono in media mille 5×1000 per sostenere un ricercatore per un anno): «Del resto, i cervelli ci sono e non sono tutti in fuga. Quest’anno sulle 3.600 domande di finanziamento arrivate all’European Research Council sono stati selezionati 312 “top scientist”. Di questi, 46 sono italiani. Solo i colleghi tedeschi sono più numerosi (48)».
Lo scorso 10 dicembre Andrea Bonaccorsi, docente di Ingegneria economico-gestionale dell’università di Pisa, ha tentato di convincere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del Senato Pietro Grasso che investire in ricerca conviene. L’ha fatto nell’incontro su «Scienza, innovazione e salute» organizzato a Palazzo Madama dalla senatrice a vita Elena Cattaneo. «Le stime esistenti che si sono applicate a ritroso, risalendo dalle grandi famiglie di innovazioni tecnologiche alle scoperte scientifiche che le hanno rese possibili, suggeriscono che le ricerca pubblica può generare un tasso di rendimento annuale del 20-50%. Il che significa che la ricerca pubblica di base si ripaga nel giro di 2-5 anni — sottolinea Bonaccorsi —. C’è poi l’investimento in capitale umano: qui il tasso di rendimento è più basso perché l’impegno pubblico nella formazione di un ricercatore è piuttosto alto (280 mila euro, dalle elementari alla laurea), ma non al punto di annullare i benefici economici, capaci di generare un rendimento del 15%».
Scrive lo scienziato Giuseppe Remuzzi su la Lettura del Corriere : «In Gran Bretagna è stato calcolato che ogni sterlina che lo Stato investe in ricerca biomedica rende 30 penny all’anno all’economia del Paese, per sempre. La Germania, che due anni fa ha tagliato il bilancio federale di 80 miliardi, ha aumentato però gli investimenti in ricerca del 15% e ha investito soprattutto in ricerca biomedica. Perché? Forse sulla scia di un dato sorprendente, quello sul genoma umano: negli Stati Uniti per quel progetto si sono investiti 3,8 miliardi di dollari, il ritorno per l’economia del Paese è stato di 800 miliardi in 13 anni, cioè un dollaro speso ne rende 140».
Bisogna crederci. Chiara Segré, biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, nonché supervisore scientifico della Fondazione Veronesi, rilancia sul suo blog: «L’Italia ha a disposizione un capitale umano di ricercatori e scienziati da fare invidia al resto del mondo e che rappresenta la chiave per lo sviluppo economico del prossimi decenni. Vogliamo imparare a valorizzarlo?».

dal Corriere della sera

"Lo sforzo di cambiare lo Stato", di Fabrizio Forquet

È sicuramente un ircocervo. Mostruoso. Un insieme di norme incoerente, con due decreti omnibus che più omnibus non si può. Una roba che lascia stecchiti i puristi del drafting legislativo. Ma il «pacchetto» approvato ieri dal Consiglio dei ministri contiene, pur tra contraddizioni, errori ed omissioni, una raffica di misure che si aspettavano da tempo. Rientrato appena ieri mattina dalla Cina, Renzi si è ricordato di Deng Xiaoping: «Non importa che il gatto sia bianco o nero, importa che acchiappi i topi». E all’interno di questi testi zibaldone qualche buona trappola per topi c’è.
Ma prima di entrare nel merito dei provvedimenti, va riconosciuta al premier la determinazione con cui porta avanti la sua sfida. Questa infilata di norme, e di nomine (buona la scelta di Rossella Orlandi all’Agenzia delle Entrate), è infatti frutto dello stesso atteggiamento che spinge il premier a ribadire in conferenza stampa che «il tempo delle mediazioni è finito». La questione “Mineo” e dei dissidenti del Senato può sembrare lontana dai decreti semplificazione e crescita, ma la logica è la stessa: magari la Camera alta immaginata da Renzi non è la migliore possibile, ma la necessità del Paese di cambiare non può più essere fermata dai veti e dai formalismi di chi, dietro presunte affermazioni di principio, difende solo una propria rendita politica o, peggio, il proprio narcisismo.
Ma veniamo al merito. Per noi del Sole 24 Ore è fin troppo facile partire dalla norma che possiamo definire «Rating 24». Troppe riforme sono state fatte negli anni senza che mai nulla cambiasse a causa dei ritardi con cui venivano adottati, o non venivano adottati per nulla, i decreti attuativi. Ora si prova a cambiare.

La mancata attuazione è la barriera su cui si è infranto il riformismo di Monti prima, e di Letta poi. Secondo l’ultima rilevazione di Rating 24 sono ancora quasi 500 i provvedimenti attuativi rimasti in mezzo al guado. Renzi corre ai ripari e prevede tempi e vincoli stringenti per l’attuazione delle leggi. In particolare laddove la necessità del concerto tra i ministeri finisce oggi per allungare su tempi biblici l’entrata in vigore dei provvedimenti.
Sulla pubblica amministrazione le norme più strutturali sono nel disegno di legge delega, a cominciare dal ruolo unico per la dirigenza pubblica, e ci vorrà tempo perciò per giudicare. Ma nel decreto si parte bene: dalla mobilità obbligatoria entro i 50 chilometri per i dipendenti al dimezzamento dei permessi sindacali, dall’abolizione del trattenimento in servizio alla stretta sul divieto di cumulo delle retribuzioni. C’è anche l’atteso rafforzamento dell’incompatibilità per i magistrati amministrativi nel rivestire le cariche di capi di gabinetto e uffici di collaborazione. E si avvia l’accorpamento delle cinque scuole della pubblica amministrazione, da anni luogo di sperpero di risorse pubbliche e fonte di prebende per burocrati.
L’altra protagonista di queste norme è l’impresa. Alcuni interventi sono sicuramente positivi. Dalla semplificazione e razionalizzazione del sistema degli appalti, a cominciare dalla questione della responsabilità solidale dell’appaltatore. Bene anche l’introduzione dei moduli unici per l’inizio attività (Scia). Così come erano attese nel mondo imprenditoriale le norme sulle emissioni azionarie a voto plurimo, la facilitazione nel ricorso ai bond societari, il dimezzamento del capitale sociale per costituire una Spa.
Ma per dare un giudizio più complessivo sull’impatto che questi decreti possono avere sulla capacità delle imprese di investire e creare lavoro bisognerà attendere i dettagli su alcune questioni centrali. A cominciare dalla norma sul credito di imposta per le imprese che investono. Dopo un lungo braccio di ferro che ha contrapposto il ministro Guidi, impegnata ad allargare al massimo la platea, e il ministero dell’Economia preoccupato per le coperture, ieri sera si annunciava una misura di compromesso che andrà valutata attentamente.
Così come è importante il modo in cui sarà scritta la norma sul commissariamento delle aziende coinvolte in inchieste giudiziarie. Renzi in conferenza stampa ha assicurato che la misura riguarderà solo la parte dell’azienda coinvolta nei lavori e non l’intera società. Ma nel testo d’entrata la lettera della norma diceva l’opposto, con il rischio di un effetto Ilva moltiplicato a dismisura. Anche lo sconto sulla bolletta energetica, infine, potenzialmente positivo, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Qualcosa di più si capirà questa mattina, dopo che i ministri interessati avranno messo a punto i testi degli interventi. Purtroppo questa è diventata una (pessima) abitudine degli ultimi anni: il Consiglio non approva testi definitivi, ma schemi che poi hanno bisogno di una messa a punto successiva. Tanto più che, in tanta confusione, anche il Quirinale vorrà valutare con molta attenzione i testi che gli saranno presentati.
Intanto Renzi, ancora una volta, ha lanciato la palla avanti. Andrà in gol? Si vedrà, ma finora ha avuto ragione lui.

Il Sole 24 Ore

"Fisco, vince il premier una donna al vertice vecchia guardia battuta", di Roberto Mania

Una donna, Rossella Orlandi, alla guida dell’Agenzia delle Entrate: è questa la nomina più importante e politicamente più significativa fatta ieri dal governo. La Orlandi prende il posto di Attilio Befera, andato in pensione e nominato nel 2008 dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti.
La nomina del successore di Befera è arrivata dopo tre consecutive fumate nere dal Consiglio dei ministri perché dietro le quinte si è consumato uno scontro durissimo tra il premier, Matteo Renzi, e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Ha vinto Renzi. Altro era, infatti, il candidato del ministro e soprattutto degli alti burocrati ministeriali: Marco Di Capua, classe 1954, ex ufficiale della Guardia di Finanza, direttore vicario dell’Agenzia, braccio destro di Befera che lo aveva praticamente designato. Un candidato all’insegna della continuità sul piano della lotta all’evasione ed elusione fiscale ma anche su quello delle relazioni personali e di potere. Un membro di quello che è stato definito “il cerchio magico tremontiano” che dall’ex ministro porta a Marco Milanese, ex consigliere politico di Tremonti, al generale in pensione delle Fiamme Gialle, Emilio Spaziante, tutti, per quanto in maniera assai diversa (Tremonti non è indagato ma il suo nome è stato fatto in alcuni interrogatori) coinvolti nello scandalo veneziano del Mose.
Alle Entrate, il braccio operativo del governo nel contrasto all’evasione fiscale, arriverà invece Rossella Orlandi, nata ad Empoli nel 1956, attualmente direttore delle Entrate in Piemonte dopo una carriera tra la Toscana (dove ha incrociato Renzi) e Roma (è stata numero due dell’accertamento) dove venne chiamata da Massimo Romano, predecessore
di Befera, ma soprattutto uomo vicino a Vincenzo Visco. Ed è questo legame che fa pensare ad una scelta al vertice dell’Agenzia propedeutica ad un cambio di strategia contro gli evasori fiscali. Niente blitz modello Cortina che portano a poco, al di là del clamore mediatico, e più ostacoli preventivi, invece, (dall’incrocio delle informazioni contenute nelle banche dati al ripristino dell’elenco fornitoriclienti) ai comportamenti fiscalmente illeciti.
Dopo sei mesi di conduzione a due, il presidente Giuseppe Vegas e il commissario Paolo Troiano, si completa la squadra della Consob, la società di controllo delle società quotate. Entra la professoressa Anna Genovese (Catania, 1965) che insegna diritto commerciale all’Università di Verona. Per sei mesi, cioè dalla scadenza del mandato dell’ex commissario Michele Pezzinga, la Consob ha deliberato con il voto decisivo del presidente Vegas dal momento che per statuto le pronunce devono essere adottate a maggioranza con il voto del presidente che prevale in caso di parità.
Si chiude anche un’altra anomalia, quella dell’Istat, l’istituto di statistica, guidato dall’aprile del 2013 da un presidente facente funzioni. Quando, infatti, Enrico Giovannini venne nominato ministro del Lavoro nel governo Monti, Antonio Golini divenne il presidente facente funzioni dell’Istat in attesa di una nuova nomina. Il cui cammino, però, è stato tortuoso. Dopo un incidente parlamentare (visto che in una prima votazione in Commissione non si ottenne la maggioranza qualificata), l’aveva spuntata, con il governo di Enrico Letta, Pier Carlo Padoan che però poco dopo
è stato nominato ministro dell’Economia da Renzi. Il nuovo presidente dell’Istat è ora Giorgio Alleva, romano, classe 1955, professore di statistica alla Sapienza, già consigliere dell’Istat.
Confermato invece all’Agenzia del Demanio Stefano Scalera, mentre il nuovo presidente dell’Enit è Cristiano Radaelli che prende il posto del dimissionario Pier Luigi Celli.

da La Repubblica

"Multe, processi e super-poliziotti", di Liana Milella

«Scelte positive e coraggiose». «Norme che vanno nella direzione giusta». Quando sono quasi le 20, e il consiglio dei ministri ha appena varato la manovra anti-corruzione, a Napoli Raffaele Cantone scorre sull’Ipad, mentre è a un convegno, il decreto che gli ha conferito proprio quei poteri straordinari che chiedeva da giorni. L’ex pm anticamorra, nemico dei Casalesi, adesso è tre volte commissario, non solo su tutti gli appalti italiani e sui lavori dell’Expo, ma anche sull’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di cui fagociterà uomini, mezzi, e pure un’importante banca dati. I suoi 26 collaboratori diventeranno oltre 300, avrà una squadra della Gdf per Expo, potrà controllare gli appalti vecchi e nuovi, potrà imporre sanzioni fino a 10mila euro contro chi non rispetta le regole della trasparenza, ma soprattutto avrà il potere di commissariare, attraverso il prefetto, un’impresa il cui titolare è indagato per corruzione. Comincerà a farlo per Expo, ma il segnale contro gli imprenditori infedeli nelle pubbliche gare è lanciato. Cantone lo approva: «Non c’è la revoca, i lavori proseguono, ma così si impedisce al soggetto che corrompe di ottenere un vantaggio dal proprio reato». Anche questa, per usare le sue parole, è «una norma scritta bene». Come lo è quella, che scatterà in tutta Italia, di tra-
smettere al commissario le famose varianti in corso d’opera, la prima panacea delle mazzette. D’ora in poi ogni variante finirà sul tavolo dello zar anti-corruzione, che ne vaglierà ragioni ed effettiva congruità. Cantone ottiene pure i suoi quattro cocommissari, due uomini e due donne. Nessun nome del tutto sgradito o chiacchierato. Arrivano Francesco Merloni, docente di diritto amministrativo a Perugia, il consigliere di Stato e più volte capo di gabinetto Michele Corradino, la costituzionalista Ida Angela Nicotra, che è stata tra i saggi del Quirinale, Nicoletta Parisi, nel board di Transparency International.
Sono una decina di articoli del decreto che, per la prima volta in Italia, trasformano in un potere vero quello finora del tutto fittizio del commissario anticorruzione. A scorrerli, si capisce subito che la struttura di Cantone potrà fare sul serio, a cominciare dalla scommessa di Expo. Innanzitutto gli uomini e i mezzi. L’Anac assorbirà l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, che viene «soppressa». Sede prestigiosa in via di Ripetta, 330 dipendenti, 6 dirigenti generali, un direttore, via tutto. Un inutile doppione, uno spreco, nato sotto il governo Berlusconi. Renzi l’aveva detto più volte, confidenzialmente, e tiene fede all’impegno. Cantone però, entro fine anno, dovrà ridurre gli stipendi almeno del 20% e dal 2015 contare sul 50% delle risorse. L’Anac, a questo punto, è pronta. Dice il decreto che «riceve notizie e segnalazioni di illeciti» e, «salvo che il fatto non costituisca reato, commina sanzioni amministrative non inferiori a mille e non superiori a 10mila euro contro gli enti che non adottano i piano triennali sulla trasparenza ». Tiene per sé quei soldi.
Su Expo, il ruolo di Cantone sarà decisivo. Nella struttura di piazza Augusto Imperatore nascerà una «unità operativa speciale con compiti di alta sorveglianza e garanzia sulle opere di Milano». Cantone conquisterà una squadra speciale composta da ufficiali della Gdf che, come il decreto precisa, «non avrà funzioni di polizia giudiziaria». Su Expo il commissario avrà piena voce in capitolo. Potrà «formulare proposte per la corretta gestione delle procedure di appalto ». Questo si tradurrà in un pieno potere di accesso sugli appalti vecchi e nuovi, sulla stesura dei bandi di gara, sullo svolgimento delle gare (le poche che restano), sulle eventuali anomalie nell’aggiudicazione, sul mancato rispetto della trasparenza, visto che tutto deve essere pubblico e verificabile dai cittadini.
Il governo punta su Expo, al punto da indire anche più lotterie durante il suo svolgimento, e quindi deve esorcizzare altre sorprese come quella delle indagini di Milano. Per questo imbocca la via, sicuramente dura, del commissariamento delle imprese finite sotto indagine per tangenti. «Misure straordinarie», è scritto nel decreto, «per gestire, sostenere e monitorare le imprese coinvolte in procedimenti penali». Toccherà al commissario «proporre al prefetto di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa appaltatrice ». Ovviamente, gli amministratori avranno «tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell’impresa». Un passaggio fondamentale, per l’ovvia conseguenza sui proprietari dell’impresa che, nel momento in cui corrompono o pagano tangenti, rischiano di perdere la gestione dell’impresa stessa. Complessivamente, la stretta sugli appalti è netta, perché il decreto impone controlli più severi sulle offerte, sopprime gli incentivi per le progettazioni, impone una verifica preliminare obbligatoria sulle offerte a ribasso, magari economicamente più vantaggiose, ma che aprono la porta alle successive varianti che però finiranno sul tavolo di Cantone.

da Repubblica

"Se i grillini sposano la destra xenofoba", di Gad Lerner

Trascinare a destra il Movimento 5 Stelle è l’azzardo politico con cui Grillo e Casaleggio confidano di poter sopravvivere al doppiaggio subito dal Partito Democratico lo scorso 25 maggio. Occupare lo spazio lasciato libero dalla crisi del berlusconismo, monopolizzare la protesta euroscettica rintuzzando la risorgente concorrenza leghista.
Sono calcoli domestici di questa natura a spiegare una scelta che i due padripadroni hanno perseguito fino in fondo, a costo di provocare lacerazioni in un elettorato per sua natura trasversale.
Il comico italiano che si affianca all’istrione britannico, lo ha fatto cercando accuratamente lo scandalo, il colpo di scena. La propaganda di Nigel Farage contro gli immigrati e i musulmani, le sue uscite volgari contro i gay e contro la parità femminile, vengono minimizzate da Grillo quando sul blog deve rintuzzare le critiche. Ma in realtà egli spera di giovarsene. Spera che Grillo-Farage divenga l’accoppiata grottesca ma devastante sul palcoscenico della crisi dell’Unione Europea. Tutto fa brodo, dopo l’emorragia di quasi tre milioni di voti e la conseguente ingestione di Maalox, per rinnovare su scala continentale la scommessa antisistema fallita in Italia. La parola magica è: euroscetticismo. Per questo dal referendum pilotato ieri sul blog sono stati anticipatamente esclusi i Verdi come possibile approdo grillino. Il partito ambientalista ha per sua natura una fisionomia cosmopolita, europeista, sovranazionale, che lo rendeva inadatto a catalizzare la spinta reazionaria dei noeuro e dell’egoismo delle piccole patrie. Una cultura green che Grillo rinnega, dopo che per anni l’aveva valorizzata nei suoi spettacoli, perché trova più redditizio l’abbinamento col nuclearista britannico.
Quella operata ieri, ma preparata fin dal giorno successivo a un risultato elettorale che fa del M5S la principale forza d’opposizione, è una scelta di campo precisa e senza ritorno. Se il Pd di Matteo Renzi occupa saldamente lo spazio riformista dell’innovazione politica, è da destra che Grillo ritiene di controbatterlo. Optando con il reazionario Farage per l’ideologia dei popoli ribelli all’Unione, non da riformare ma da mandare a gambe per aria. Un’alleanza spaccatutto, nelle intenzioni di chi la battezza sperando che l’architettura dell’Ue non regga questo passaggio difficile.
Il referendum online è stato una caricatura imbarazzante della cosiddetta democrazia della rete. Basta leggere le argomentazioni con cui si valorizzava l’alleanza con l’Ukip di Farage, rispetto all’unica altra ipotesi di alleanza ritenuta ammissibile: quella strampalata con i conservatori inglesi di Cameron. Certo, una volta esclusa a priori l’alleanza coi Verdi, la terza opzione appariva come la più ragionevole: non iscriversi a nessun raggruppamento, mantenere la propria indipendenza. Nessuno infatti obbligava i grillini a apparentarsi nel Parlamento europeo. L’argomento secondo cui ciò li avrebbe condannati all’irrilevanza non risulta coerente per un movimento che ostenta disinteresse alle poltrone e che, nel parlamento italiano, pretendeva addirittura di sedersi in tutta la parte alta dell’emiciclo pur di non schierarsi fra destra e sinistra.
Stavolta il M5S si è schierato, eccome. A destra, al fianco di una destra che non si vergogna certo di definirsi tale. Grillo e Casaleggio lo hanno fatto orientando sul voto per l’Efd 23 mila sostenitori su 29 mila partecipanti al referendum. Ricordiamocelo, quando da quelle parti si lanciano proclami democratici, magari rivolti a un partito come il Pd che bene o male coinvolge nelle sue scelte fondamentali di leadership tre milioni di cittadini. 23 mila grillini, con tutto il rispetto, hanno “deciso” ieri la collocazione a destra di un movimento votato da circa sei milioni di cittadini. Ma in realtà lo hanno deciso in due.

da Repubblica