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"Modena respira aria di ripresa", di Ilaria Vesentini

Il neo presidente degli industriali Caiumi: sì alla fusione con Bologna e Reggio

Vendite in crescita del 9,6%, export a +11,3%, produzione a +3,2 e pure un timido segno più (0,9%) davanti all’occupazione, con magazzini che si svuotano e ordini che si rimettono in moto: sono i trend dell’industria modenese nel primo trimestre dell’anno, voci di una ripresa ben sopra la media regionale e nazionale che sovrastano gli echi di crisi e terremoto.
Anche se sono caute le attese per i prossimi mesi dei 900 imprenditori di Confindustria Modena, riuniti ieri al Forum Monzani per l’assemblea annuale, si respira un gran fermento. Il passaggio di testimone tra l’uscente Pietro Ferrari dopo sei anni di mandato («passerò alla storia con l’etichetta di “presidente terremotato”», scherza) e l’entrante Valter Caiumi, eletto ieri alla guida dell’associazione con il 95% dei voti, segna la svolta «da un lavoro in costante emergenza, tra crisi economica, terremoto e alluvione a una ritrovata fase dove la progettualità potrà avere spazio, con la speranza che si sia davvero aperta una nuova fase di mercato», esordisce il carpigiano Caiumi, amministratore delegato del gruppo Emmegi (lavorazioni in alluminio, 500 addetti, 80 milioni di fatturato). E proprio in relazione al rinvio a giudizio per una questione di brevetti industriali che coinvolge la sua azienda precisa subito agli associati: «In questa vicenda io sono parte lesa. Avessi avuto anche il minimo dubbio di poter essere coinvolto direttamente non mi sarei neppure candidato».
Guarda avanti il neopresidente per traghettare la sesta provincia più ricca d’Italia verso la grande Confindustria dell’Emilia centrale: «Credo moltissimo nel progetto di fusione con Bologna e Reggio Emilia che ci porterà a un’unica rappresentanza per 4mila imprese, la seconda territoriale di Confindustria dopo Milano. Sarà il motore trainante dell’economia regionale e non penalizzerà la nostra copertura territoriale, tutt’altro. Ho iniziato a lavorare al processo già quand’ero vicepresidente e spero di completarlo prima della fine del mio quadriennio. Sono pronto a farmi da parte quando sarà il momento».
Ferrari lascia una struttura industriale tornata alla normalità pre-sisma (300 gli associati coinvolti dal terremoto, tutti ripartiti) «ma non alla normalità pre-crisi che non conosceva disoccupazione, mentre ora siamo a un tasso di disoccupazione del 7,6% e a livelli produttivi ancora sotto le performance ante 2008. In compenso siamo tornati vicinissimi al record storico degli 11 miliardi di export», ricorda. Le esportazioni modenesi sono infatti risalite a 10,7 miliardi, il 21% del dato regionale e quasi il 3% dell’export italiano. A preoccupare è però la continua ascesa della Cassa in deroga (+50% su base annua nel primo trimestre 2014), campanello delle difficoltà in cui arrancano artigiani, commercianti, microimprese. «L’industria da sola non ce la può fare a rimettere sui binari l’economia modenese – fa notare Ferrari – ma tutti insieme abbiamo dimostrato, di fronte al terremoto, la capacità di reazione che abbiamo scritta nel Dna di italiani. Speravo che ciò che è avvenuto qui in Emilia avesse un effetto di trascinamento su tutto il Paese. Così non è stato: le risorse per ripartire ci sono ma non riusciamo a sfruttarle».
Parte da coesione e solidarietà radicate nella cultura emiliana e riscoperte con il terremoto la sfida a migliorarsi che Caiumi lancia alla platea degli industriali: «Usciamo da crisi e calamità sicuramente più forti. Ora dobbiamo innovare il sistema di rappresentanza delle imprese e puntare sulla manifattura intelligente, l’Europa, il capitale umano, la ricerca, l’internazionalizzazione, il rapporto con le istituzioni e, non ultima, l’etica».

da Il Sole 24 Ore

"La corruzione uccide la politica", di Alfredo Reichlin

Il dilagare della corruzione è impressionante. Sta provocando guasti profondi. Se vogliano combatterla sul serio dobbiamo capire meglio di che cosa si tratta. Sembrano lontani i tempi di «mani pulite». Allora un ceto politico potente (i famosi «tesorieri») imponeva le tangenti alle grandi imprese, le quali poi si rifacevano facendo pagare un chilometro di autostrada il doppio che in Francia. Cose vergognose, la legge veniva violata ma almeno era chiara la differenza tra corrotto e corruttore, tra pubblico e privato.

Adesso le cose non stanno più così. Che cosa sono diventati questi grandi «consorzi» di imprese retti da una vera e propria «cupola» dove si distribuiscono gli appalti e alla quale partecipano generali della Guardia di Finanza, «magistrati delle acque», grandi notabili e dove qualche ricca briciola viene elargita non ai partiti in quanto tali che non contano più nulla ma a singole persone – assessori e «sbriga faccende» – per quanto essi volta a volta servono?

Non voglio anticipare sentenze che spetta- no alla magistratura. Dico solo che siamo ol- tre la corruzione politica. Siamo alla morte della politica. Cioè di quella cosa che tiene insieme una società sulla base di una idea dell’interesse generale e di regole certe, per cui i ricchi hanno tanti più privilegi dei poveri ma questi accettano di convivere perchè la legge è uguale per tutti. Arrivati a questo punto un grande partito con le ambizioni e le responsabilità di governo che ha il Pd de- ve cominciare a porsi qualche domanda. Tut- ti conoscono il degrado sociale ed economico imposti alla società multimediale da certi poteri oscuri e indefinibili (le mafie). Pochi ancora si chiedono che tipo di società si sta formando nel ricco Nord, a causa del peso crescente di ciò che si chiama il «capitalismo delle relazioni». Sembrava una anomalia questo connubio tra banche, politica e affari tipica di un capitalismo che non rischia gran- di capitali e preferisce formare «consorterie». Ma è ancora una anomalia? Dopotutto, la traccia lasciata dal berlusconismo è anco- ra così profonda e purulenta perché si è nutrita di questo connubio.

Abbiamo davvero bisogno di una svolta. Che non sarà indolore perché si tratta di affrontare quel groviglio di compromessi sociali, e anche politici e sindacali, il cui risultato è questo insieme di rendite e corporazioni, di lavoro nero e di esclusione relativa del- le donne e dei giovani delle attività produttive, di eccessivi guadagni speculativi e di arretratezza della rete dei servizi moderni, della scuola, della ricerca, della giustizia, della pubblica amministrazione. Perciò la demo- crazia italiana è così difficile. Perché il riformismo italiano deve sapere che, da un lato sono proprio questi compromessi che rendono vacue e astratte le illusioni sui miracoli del mercato e sulla necessità di evitare ogni intervento pubblico, ma dall’altro lato sono essi che rendono vani anche molti discorsi sulla giustizia sociale e sulla redistribuzione del reddito, in assenza di quelle condizioni essenziali che sono la legalità, la giustizia fiscale, la buona amministrazione, la forma- zione del capitale umano, il premio di meri- to. È da tutto ciò che deriva la necessità di porre su nuove basi la costruzione dello Stato. Il che significa che abbiamo bisogno di un partito certamente articolato ma che sia un partito vero. Con una testa che esprima una volontà e una strategia e che sia insedia- to nella società e capace di dare ad essa una nuova «forma».

Ha ragione Renzi quanto ci ricorda che alla fin fine la prima cosa da fare di fronte alla corruzione è arrestare i ladri. Ma perché i ladri sono tanti? Perché gli italiani sono quelli che sono? Non mi convince più questa risposta. Forse la riflessione si dovrebbe spo- stare su un terreno più ampio nel quadro di una analisi meno economicistica della mondializzazione. È il problema che ha posto Alberto Melloni, lo storico del cristianesimo, quando rivolgendosi alle gerarchie cattoliche, le invitava a rendersi conto che «lo stile di vita tenuto dall’Occidente, nel quale il de- bito aveva sostituito altri sistemi di dominio, è finito. Per sempre. Come il colonialismo in India, come il bolscevismo in Russia. Non è la fine del mondo: è la fine di un mondo».

Che cosa è diventata la corruzione nel mondo attuale? Sono state scritte pagine illu- minanti da Paolo Prodi. La trasformazione della finanza da infrastruttura dell’econo- mia in una industria bancaria che fa denaro col denaro in quanto emette una alluvione di «titoli» senza copertura nell’economia reale sta provocando guasti profondi. Di fatto, il mondo è stato inondato di debiti e quindi di rendite che la società reale della produzione e della creatività umana non può pagare. Già oggi gli attivi finanziari a livello mondia- le superano di molto gli attivi dell’economia reale, e in più le attività finanziarie pretendo- no rendimenti mediamente molto superiori a quelli della produzione di merci. L’Italia sta tutta in questo dramma. Quella che dopo- tutto è una grande economia è caduta – a causa del suo alto debito pubblico – nelle mani della speculazione. Per sostenere il costo crescente del sostegno del debito è costretta a bruciare i mobili di famiglia. E ciò in quanto sacrifici, tagli, austerità non servono a nulla se non riparte lo sviluppo reale. Ma questo non può ripartire se non si spezza il circolo vizioso per cui il costo degli interessi sul debito è superiore alla crescita del Pil. Conclusione. Leggete i giornali. Crescono i guadagni di borsa e aumenta la miseria della povera gente. Gli scandali dilagano. Ma il più grave degli scandali sta in questo nodo che ci strozza.

da l’Unità

"In nome del Made in Italy no alla contraffazione", di Valeria Fedeli

La contraffazione pone a tutto il Paese il tema serio della sicurezza dei prodotti sia per chi li lavora sia per i cittadini consumatori. Mercoledì 11 ho partecipato all’Assemblea di Confindustria Firenze, un appuntamento che ha segnato una scelta fortemente innovativa e coraggiosa, perché ha messo al centro la responsabilità anche delle imprese di fare del contrasto all’illegalità e al lavoro sommerso, nelle filiere e nei territori in cui operano, un impegno prioritario. La sfida lanciata è di impegnarsi insieme, istituzioni e attori sociali, ognuno facendo la propria parte, per tracciare un percorso comune che ci consenta di costruire un’Italia diversa, anzi ri-costruire, come recita il titolo dell’iniziativa. Ricostruire a partire dalla semplificazione delle regole, dall’investimento sulla qualificazione dei processi produttivi e dalla formazione, come forma più alta di responsabilità: mettere i giovani nella condizione di scegliere, incentivare il lavoro di ragazze e ragazzi come forza che produce innovazione, investire così davvero sul futuro. Un futuro che ha urgente bisogno che tutti assumano la cultura e la pratica della legalità come precondizione per il proprio agire. Occorre saper guardare con coraggio e realismo alle condizioni necessarie per uscire dalla crisi e per rilanciare la nostra economia reale, puntando su trasparenza e tracciabilità dei processi produttivi. In questa direzione va la lettera aperta della Sezione pelletteria di Confindustria Firenze, rivolta innanzitutto ai propri associati e poi alle istituzioni, per porre fine ad una situazione di illegalità che ha già avuto costi pesantissimi. In essa si chiede agli imprenditori di collaborare condividendo informazioni e sviluppando capillari processi di monitoraggio nei settori in cui può annidarsi più facilmente la piaga del sommerso, dell’illegalità e della contraffazione. Alle Istituzioni tocca invece il compito di incentivare l’emersione del- la realtà imprenditoriale e lavorativa e costruire il contesto effettivo di integrazione nel tessuto legale della comunità territoriale.
Una sfida che parte da un singolo territorio ma parla a tutte le realtà del Paese. Il cambiamento in economia ha assolutamente bisogno di puntare e rilanciare con forza le straordinarie eccellenze del Made in Italy, garantendo trasparenza e tracciabilità di tutto il processo produttivo: solo così potremo stare nei mercati globali, dove la competizione è sempre più su sostenibilità e rispetto dei consumatori. Ignorare il problema non serve a risolverlo: non è tacendo che si difende la reputazione del Made in Italy nel mondo, ma collaborando al contrasto reale di ogni forma di illegalità, per il rilancio e la tutela della nostra manifattura, delle imprese, del lavoro. Bisogna intervenire con urgenza perché la contraffazione non è un fenomeno illegale secondario, e paghiamo anzi l’eccessiva tolleranza che per anni c’è stata sul tema. La contraffazione crea un triplice danno: all’impresa legale per mancate vendite, perdita di credibilità del marchio e via dicendo. Al lavoratore che si trova privato di diritti e tutele perché in molti casi assoldato attraverso un vero e proprio racket del lavoro nero. Al consumatore che non è garantito sulla sicurezza e qualità dei prodotti. Una catena di illegalità che oltre ai costi economici è causa di disgrazie, come i tanti episodi che si sono verificati negli ultimi mesi, a partire dal tragico incendio di Prato. Per questo la lotta alla contraffazione deve essere parte integrante delle politiche di sviluppo e di crescita del Paese e dell’Europa e parte integrante di una più generale politica di apertura dei mercati che interpreta la globalizzazione come processo di straordinarie opportunità quando basato sulle regole, sulla reciprocità, trasparenza, certificazione obbligatoria dei prodotti, tracciabilità dei processi produttivi. Il nostro tema deve essere certificare il vero, riscoprire e tutelare il valore della qualità produttiva e del Ma- de in Italy
Negli ultimi sei mesi siamo passati dal terzo al quinto posto come marchio ambito nel mondo. Un fatto incredibilmente grave! La reputazione dei nostri marchi è la sfida di oggi per salvaguardare il nostro patrimonio. Una sfida delle istituzioni, di chi fa impresa, di chi rappresenta i lavoratori. Anche da qui deve partire il rilancio della nostra manifattura, della nostra economia e del Paese.

L’Unità

Ogm, trovato l’accordo “Saranno i singoli Stati a decidere se coltivarli”, di Andrea Bonanni

I ministri europei dell’Ambiente hanno raggiunto ieri un accordo sulla regolamentazione delle culture Ogm che consente ad ogni stato membro di vietare la coltivazione di piante geneticamente modificate. L’intesa, che chiude quattro anni di discussioni infruttuose e di veti incrociati, dovrà ora essere discussa con il Parlamento europeo nel corso del semestre di presidenza italiana e potrebbe essere approvata entro fine anno.
Finora la situazione delle coltivazioni Ogm in Europa era estremamente confusa. Il compito di autorizzare o meno l’utilizzo di determinate sementi geneticamente modificate toccava alla Commissione, sentito il parere dell’agenzia alimentare europea, che ha sede a Parma. Nel corso degli anni, Bruxelles ha autorizzato per esempio un tipo di grano prodotto dalla Monsanto. Ma molti stati membri, tra cui l’Italia, si sono rifiutati di consentirne l’utilizzazione, adducendo motivi di tutela della salute che però sono stati regolarmente respinti dall’Agenzia alimentare che li ha ritenuti ingiustificati. Nonostante i ricorsi della società produttrice, la Commissione non era però arrivata ad imporre ai governi la liberalizzazione delle culture autorizzate perché il Consiglio era sempre riuscito a bloccare ogni decisione.
Attualmente il grano geneticamente modificato viene coltivato liberamente solo in Spagna, Portogallo, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca. La Commissione deve però pronunciarsi su una nuova serie di autorizzazione e finora aveva congelato ogni decisione proprio a causa della situazione di incertezza giuridica si era venuta a determinare.
L’accordo raggiunto ieri, se verrà confermato dal Parlamento, consentirà di superare lo stallo. La Commissione potrà autorizzare la coltivazione di prodotti Ogm, ma ogni Stato membro avrà il diritto di vietarne l’utilizzo sul proprio territorio, oppure di limitarlo ad alcune aree geografiche adducendo motivazioni relative all’uso dei suoli, alla tutela ambientale, all’impatto socio economico, alla pianificazione territoriale o all’esigenza di evitare contaminazioni. Di fatto, anche se le organizzazioni ambientaliste lo considerano ancora insufficiente, lo spettro delle argomentazioni è talmente ampio da garantire piena discrezionalità ai governi nazionali.
Il ministro dell’ambiente, Gian Luca Galletti, ha espresso soddisfazione per l’accordo, pur confermando che il governo italiano resta fermamente contrario ad autorizzare colture geneticamente modificate: «L’Italia dice no agli Ogm ma chiedo a ogni Paese Ue un aiuto per arrivare a chiudere entro la fine dell’anno il dossier». Anche il commissario europeo alla tutela della salute, il maltese Tonio Borg, si dice contento dell’accordo: «E’ un grande successo. La prossima
presidenza italiana dell’Ue troverà il sostegno della Commissione europea per chiudere il più rapidamente possibile la normativa sulla possibilità per uno Stato membro di limitare o vietare la coltivazione di Ogm sul proprio territorio, nonostante il via libera della Commissione europea».
Le organizzazioni ambientaliste restano moderatamente critiche. Per Monica Frassoni, presidente del partito dei Verdi europei e coordinatrice di Green Italia, si tratta solo di un primo passo: «Serve una base legale più solida, capace di garantire che le valutazioni di impatto su ambiente e salute non siano basate unicamente sui dati forniti dalle stesse aziende biotech che richiedono la vendita o coltivazione degli Ogm». Sono le stesse perplessità espresse dai ministri di Belgio e Lussemburgo, che si sono astenuti sul provvedimento e che denunciano «il ruolo troppo rilevante lasciato alle industrie di biotecnologie » che potranno esercitare pressioni sui governi nazionali.

La Repubblica 13.06.14

"Expo, i tre poteri di Cantone", di Alessia Gallione e Liana Milella

Tre poteri in una sola persona. Di fare ispezioni. Di acquisire dati. Di comminare sanzioni. Tutto per Raffaele Cantone. A 43 giorni dalla sua nomina nel ruolo di commissario anticorruzione e a 32 dal suo coinvolgimento nello scandalo giudiziario sull’Expo di Milano come controllore e supervisore, pare proprio che oggi il governo dovrebbe farcela a dargli quei poteri che l’ex pm anti-camorra chiede, e senza i quali i suoi incarichi sono puramente nominalistici. In un consiglio dei ministri pomeridiano si discuterà la prima tappa della manovra del governo Renzi contro i corrotti. La prima, quella che riguarda per ora solo in poteri di Cantone, perché per le altrettanto importanti norme penali, dal nuovo falso in bilancio all’autoriciclaggio alla prescrizione lunga, bisogna aspettare un’altra settimana. La prossima, dopo che il 18 giugno il Guardasigilli Andrea Orlando avrà presentato le linee guida delle sue principali riforme.
Cantone dunque. Ma come vedremo anche Giuseppe Sala, il commissario unico di Expo. Sono poche le norme importanti che fanno di un commissario “simulacro”, come quello dell’Anac, uno “effettivo”. A partire da quella che gli darà pieni «poteri ispettivi», che il commissario potrà esercitare utilizzando una propria task force. Il decreto dice che potrà «richiedere atti e documenti», anche alla magistratura, a patto che il materiale non sia ancora coperto dal segreto delle indagini. Cantone potrà accedere a tutte le banche dati e acquisire quanto gli serve. Potrà anche ricevere «notizie e segnalazioni di illeciti ».
Cantone sarà una sorta di super poliziotto e supermagistrato? Di certo, per come palazzo Chigi sta disegnando la sua figura, Cantone potrà anche delegare le richieste di ispezione alla Guardia di finanza. Proprio come un pm fa con la polizia. Avrà, di conseguenza, un duplice e del tutto innovativo potere, che sarebbe stato suggerito e esplicitamente chiesto da Cantone. Prima quello di ordinare alle pubbliche amministrazioni di fare quello che non hanno fatto
per garantire la trasparenza e poi, qualora entro un tempo congruo esse non si adeguino, un potere sanzionatorio che sarà commisurato all’entità stimata della trasgressione.
Al pari del ministro della Giustizia, anche il commissario farà ogni anno una relazione al Parlamento sullo stato della corruzione in Italia e sui mezzi di contrasto. Potrà anche proporre modifiche legislative dopo aver letto i provvedimenti del governo nell’ambito delle sue competenze. Su una richiesta, invece, Cantone non dovrebbe spuntarla, un suo parere «obbligatorio» su tutti i provvedimenti, governativi e non, che riguardano la lotta alla corruzione.
La seconda parte del decreto legge, sui controlli per Expo, sarà chiusa solo oggi, al rientro di Renzi dal viaggio in Asia. Ma è scontato che il super commissario incasserà una norma per poter controllare i vecchi e i nuovi appalti. Otterrà una sua squadra speciale di investigatori che potranno chiedere atti e documenti alle stazioni appaltanti. Un uomo di Cantone parteciperà anche alle gare di aggiudicazione. Come necessaria conseguenza, al commissario verrà dato il potere di imporre il rispetto delle regole a tutti coloro che lavorano per Expo. Fino all’ultimo momento utile, stamattina, ci si arrovellerà sulla possibile revoca degli appalti.
Quanto a Expo il decreto è decisivo. Il commissario Sala ieri era ottimista: «Cambierà in meglio il nostro lavoro, ma deve davvero arrivare». Cosa attende Expo? Un capitolo importante, dal punto di vista operativo, riguarda Italferr, la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato. È da qui che arriva Marco Rettighieri, il nuovo responsabile del cantiere. Ed è ancora da qui che dovranno giungere strutture e uomini in grado di far girare al massimo ruspe e operai e seguire tutta la partita delle “riserve”, ovvero le pretese di costi extra che vengono segnalati dalle aziende. Il decreto permetterà a Expo di affidare in modo diretto a Italferr questi compiti. Da risolvere c’è poi il problema della Maltauro, l’azienda finita nella bufera giudiziaria. In questo caso, “salvando” le altre imprese che
con Maltauro hanno vinto gli appalti, si farà in modo di mettere “sotto tutela” la società: per la parte dei lavori di Expo ci sarà la possibilità di creare un’amministrazione controllata. Una soluzione che, poi, potrà essere replicata se ci fossero altri guai con altre aziende. Niente da fare, invece, per affidare senza gare a Fiera spa 80 milioni di commesse per allestire i padiglioni. In questo momento, con le polemiche ancora vive per le procedure di emergenza, non si sarà alcuna deroga.

La Repubblica 13.06.14

"Tra fine vita e ipocrisie di Stato", di Michele Ainis

Fra i troppi ministeri ospitati dal nostro troppo Stato, ce n’è invece uno di cui s’avverte la mancanza: il ministero della Sincerità. Se mai venisse istituito, ecco il nome giusto per dirigerlo: Giuseppe Saba. Non è giovane (87 anni), non è donna, ha perfino un titolo di studio (era ordinario di Anestesiologia). Peccati imperdonabili, alle nostre latitudini. Ma il peccato più grave l’ha commesso qualche giorno fa, rilasciando un’intervista a L’Unione Sarda . Dove candidamente ammette d’avere aiutato un centinaio di malati terminali, per farli morire senza sofferenze. Dove pronunzia a voce alta la parola tabù: eutanasia. Dove denuncia l’ipocrisia verbale di chi la chiama «desistenza terapeutica», come se non ci fosse in ogni caso una spina da staccare. E dove infine racconta che la dolce morte costituisce una pratica diffusa, diffusissima, nei nostri ospedali. Si fa, ma non si dice. Lui invece l’ha detto.
Non che la notizia ci colga alla sprovvista. Lo sapevamo già, lo sa chiunque abbia assistito all’agonia di un amico o d’un parente, con i medici che armeggiano dentro una stanza chiusa. E i pochi dati in circolo ne offrono la prova. Secondo un’indagine condotta nel 2002 su venti ospedali di Milano, l’80 per cento dei camici bianchi pratica l’eutanasia passiva (ovvero l’interruzione delle cure), il 4 per cento quella attiva (con l’uso di un farmaco letale). Mentre la ricerca più nota — quella imbastita nel 2007 dall’Istituto Mario Negri — stima 20 mila casi l’anno di pratiche eutanasiche. Ma questa è l’esperienza, non la giurisprudenza. Per i nostri codici, se raccogli l’estremo appello di chi non ne può più, rischi la galera. «Omicidio del consenziente», così viene definito. Anche se il tentato suicidio, di per sé, non è reato. Dunque puoi ucciderti soltanto se stai bene, se ne hai la forza fisica. Non se sei inchiodato a un letto come Eluana, come Welby, come tanti povericristi di cui non abbiamo visto mai la croce.
Per carità, parliamone. Ma sta di fatto che il nostro legislatore è muto come un pesce. Aprì bocca nella legislatura scorsa, però avrebbe fatto meglio a stare zitto. Con il disegno di legge Calabrò sul testamento biologico, che definiva l’alimentazione e l’idratazione forzata «forme di sostegno vitale», quindi irrinunciabili. Come se le cure mediche fossero invece sostegni mortali. E comunque quel disegno di legge non si è mai tradotto in legge. Né più né meno dell’iniziativa popolare depositata in questa legislatura dall’associazione Coscioni, che giace da trecento giorni nei cassetti della Camera. Sulle volontà del fine vita in Italia c’è un buco normativo, che ci distingue dagli altri Paesi occidentali (Usa, Germania, Francia, Inghilterra e via elencando). Nonostante i moniti dei nostri grandi vecchi, da Montanelli a Veronesi. O di Napolitano, che tre mesi fa ha sollecitato (invano) il Parlamento.
Sicché il diritto alla salute si è tramutato nel dovere di soffrire. A meno che non incontri un medico pietoso, e soprattutto silenzioso. Di qua il diritto, anche se è un legno storto; di là la compassione, che tuttavia prova soltanto chi ha passione. Ecco, è questa la frattura che ci separa dal resto del pianeta. È il solco che divide il dover essere dall’essere, la realtà dalla sua immagine legale. È la discrezionalità che in ultimo circonda l’operato di ciascuno, o perché le leggi sono troppe (da qui la corruzione), o perché non c’è nessuna legge in questa giungla. Ed è infine l’ipocrisia di Stato, con le sue doppie leggi, con la sua doppia morale. Ci salverà, forse, un bambino. Oppure un vegliardo, come Giuseppe Saba.

Il COrriere della Sera 12.06.14

"Governo battuto alla Camera" da L'Unità

187 sì, 180 no: il governo è andato sotto ieri sull’emendamento della Lega sulla responsabilità civile dei giudici. Decisive le astensioni dei grillini e una trentina di franchi tiratori Pd. Il premier Renzi, irritato, ha annunciato che la norma sarà cambiata al Senato. Durissime le critiche di Csm e Anm. Due anni e quattro mesi dopo la solita Lega, il solito Pini e, quando si dice la coincidenza, lo stesso sottosegretario alle Politiche Europee Sandro Gozi combinando lo stesso misfatto. Mescolando normative europee sui succhi di frutta e responsabilità civile per i magistrati, l’aula della Camera ha approvato, per la seconda volta, il vecchio emendamento del leghista Gianluca Pini che rende responsabili in sede civile, costringendoli al risarcimento diretto del danni i magistrati che sbagliano. Allora furono Pdl, Lega e i responsabili di Popolo e Territorio a mandare sotto il governo Monti con il Guardasigilli Paola Severino che andò su tutte le furie per «l’imboscata in aula». Oggi va sotto il governo Renzi. Per mano, anche, di circa trenta, quaranta deputati Pd che per dolo o per colpa si sono distratti un attimo combinando un clamoroso pasticcio. Il premier dalla Cina va su tutte le furie perché già immagina i retroscena sul solito inciucio con il centro-destra in tema di giustizia e, ancora peggio, una resa dei conti del partito contro le toghe dopo le inchieste Expo e Mose. Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi manifesta tutti i suoi feroci pensieri nei confronti di un gruppo parlamentare che si è mostrato dissennato, come minimo disattento. E che, una volta combinato il guaio, s’affretta in modo impacciato a dire che «al Senato l’emendamento sarà bocciato» (Walter Verini, capogruppo Pd in Commissione Giustizia) e che è stato solo «un doppio blitz di Lega e Cinque stelle, gente irresponsabile che gioca al massacro» (Roberto Speranza, capogruppo Pd e Alessia Morani, responsabile Giustizia). Un fatto è certo: il partito dei giudici non è più presente in Parlamento. Che altrimenti almeno uno ieri mattina si sarebbe alzato e avrebbe spiegato cosa stava succedendo risvegliando l’attenzione dei presenti. Il misfatto accade poco prima di mezzogiorno. L’aula sta votando la vecchia legge comunitaria ( 2011), una serie di norme che il Parlamento deve ratificare per evitare salatissime multe e che due governi (Monti e Letta) non sono riusciti ad approvare. Per lo stesso problema, tra l’altro: prima o dopo spuntava fuori la «norma Pini» sulla responsabilità civile dei giudici che ne bloccava l’approvazione finale. Risultato: la Comunitaria 2011 deve ancora essere licenziata. Ieri l’assemblea ci prova di nuovo. Sui banchi del governo il ministro Sandro Gozi, relatore l’onorevole Michele Bordo (Pd), presiede l’aula Luigi Di Maio (M5S), banchi mezzi vuoti, 480 presenti su 630. Si discute su succhi di frutta e altri alimenti. A un certo punto, zacchete, spunta fuori un emendamento in aula: l’ineffabile norma Pini sulla responsabilità civile dei giudici. Il governo, cioè Gozi, dà parere contrario. La presidenza d’aula non fa obiezioni sul fatto che mancano il via libera delle Commissioni competenti (Giustizia e Bilancio). Occhi più smalizati avrebbero già sentito puzza di bruciato. Avrebbero visto l’incendio nel momento in cui Lega e M5S chiedono il voto segreto. Nulla di tutto ciò. Prende la parola il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti (Pd) che spiega perché, in coerenza con la propria storia politica, voterà a favore dell’emendamento Pini. Seguono altri interventi. I Cinque stelle annunciano che si asterranno. A questo punto la trappola è chiara. Eppure dai banchi del Pd non ci sono repliche. Si va al voto, segreto. Il risultato sul tabellone è una doccia fredda: 187 sì, 180 no, governo battuto, Lega e Fi esultano,M5Ssi fregano le mani. In aula risultano presenti 214 del Pd, una trentina di Sel, 60 di Forza Italia,63tra Popolari, Scelta civica, Misto e Ncd. Al netto dei Cinque stelle che si sonoastenuti,30-40 deputati del Pd hanno votato a favore di una norma che ammazza l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Quando è chiaro il disastro, Gozi va su tutte le furie, Speranza resta basito, Verini cerca di correre ai ripari, Rosato, che guidava l’aula, non si capacita. La responsabile Giustizia Alessia Morani arriva giusto in quel momento, era in tv e stenta a capire. Donatella Ferranti, una delle poche memorie storiche in tema di giustizia, rientra furibonda dal congresso sulle ecomafie. «È un gravissimo colpo di mano – dice – un attacco all’autonomia e all’ indipendenza dei magistrati e ha il significato di un atto intimidatorio nei confronti delle inchieste in corso». Sul resto che dice, è meglio tacere. Dolo o colpa, dice il vicepresidente del Csm Michele Vietti: «È in gioco non un privilegio, ma l’indipendenza di giudizio del magistrato». Perentorio Rodoldo Sabelli, presidente dell’Anm: «In un momento che vede la magistratura fortemente impegnata sul fronte del contrasto alla corruzione nelle istituzioni pubbliche, questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione». Difficile dargli torto. E lo sa bene anche Renzi.

L’Unita 12.06.14