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"Anarchia in università", di Giliberto Capano

Le università stanno lavorando alla predisposizione dei nuovi statuti. La legge Gelmini concede loro sei mesi (più tre di deroga) per cambiare gli assetti statutari del governo dell’ateneo e alla sua organizzazione interna. Un passaggio che potrebbe rappresentare una svolta storica per l’università italiana oppure un’occasione perduta.
La legge, infatti, cerca di ridisegnare gli assetti istituzionali interni degli atenei, mirando a risolvere quell’irresponsabilità decisionale che ha caratterizzato l’università dell’autonomia.
Sia chiaro: la legge, paradossalmente, lascia troppa autonomia alle università nel decidere cosa fare sulla governance istituzionale rispetto, almeno, alla legislazione di riforma introdotta negli altri paesi europei. Infatti, in Francia, Danimarca, Austria, Olanda, Portogallo, Svezia, Germania, Svizzera e Finlandia, la legge ha “imposto” agli atenei come organizzare il proprio governo interno. In Italia, invece, si è scelto di dettare dei principi generali che gli atenei possono interpretare con ampi margini di autonomia. Bello a dirsi, vero? Peccato che poi, nella realtà, si rischi davvero che gli autonomi atenei continuino a commettere gli stessi errori di prima, attuando quindi i principi di legge in modo da cambiare poco o niente la realtà.
Due sono le questioni rilevanti sulle quali si rischia decisioni inutile se non dannose: la questione del governo dell’ateneo e il coordinamento della didattica. Sul primo punto, nonostante la legge sia chiara (l’organo che decide le strategie è il cda, il rettore governa, il senato accademico, rappresentando la comunità universitaria tutta, propone e suggerisce), molti atenei stanno cercando di mantenere l’assetto attuale in cui, di fatto, vige una specie di bicameralismo simmetrico (spesso, però, inclinante a favore del senato, cioè delll’autoreferenzialità accademica). Se così accadesse, se cioè senati accademici continuassero a essere organi di governo e gestione quotidiana delle attività, nulla cambierà nei meccanismi istituzionali che hanno impedito agli atenei di interpretare in modo responsabile l’autonomia.
La questione del coordinamento della didattica è più complessa. Qui la legge dà una mano a creare ambiguità. Essa, infatti, attribuendo ai dipartimenti «le funzioni finalizzate allo svolgimento della ricerca scientifica, delle attività didattiche e formative, nonché delle attività rivolte all’esterno ad esse correlate ed accessorie», sembra configurare un assetto organizzativo in cui i dipartimenti (le strutture che dovrebbero occuparsi in primis della ricerca) abbiano la responsabilità totale di tutte le attività.
Il legislatore, però, rendendosi conto che messa così ci potrebbero essere seri problemi, lascia agli atenei la possibilità di istituire «strutture di raccordo» tra dipartimenti, con «funzioni di coordinamento e razionalizzazione delle attività didattiche, compresa la proposta di attivazione e soppressione dei corsi di studio, e di gestione dei servizi comuni». Insomma la legge dice: le facoltà sono abolite però, se necessario, qualcosa di simile bisogna che esista, altrimenti la didattica viene parcellizzata e risulta ingovernabile.
Merita qui ricordare che in tutte le università del mondo occidentale esistono strutture di secondo livello (denominate facoltà, scuole, colleges) che hanno la responsabilità di coordinare e governare la didattica.
Si tratta di un’esigenza funzionale che serve alle università per assicurarsi economie di scala sia nella progettazione culturale dei corsi di studio sia nella gestione delle risorse finanziarie.
Non si capisce perché la legge di riforma abbia voluto rendere queste strutture di secondo livello facoltative, soprattutto tenuto conto che essa stabilisce che i professori e i ricercatori siano incardinati, come giusto, nei dipartimenti e non più nelle facoltà (quindi eliminando il potere delle facoltà sui “posti”).
Su questa tematica, in molti atenei, si sta facendo una grande confusione. Si fa fatica a capire che le nuove “strutture di raccordo” non hanno niente a che fare con le vecchie facoltà (che erano non solo il modo di presentarsi all’esterno delle università ma anche la struttura che gestiva il personale docente), e non si capisce che le nuove strutture di raccordo dovrebbero essere degli organi interni di governo della didattica, senza i quali si rischiano due effetti perversi: la frammentazione della didattica, a danno degli studenti, e la “facoltizzazione” dei dipartimenti, a danno della ricerca.
Come si può capire, la situazione è tale da non promettere niente di buono. C’è davvero il rischio (siamo il paese del “Porcellum”) che i nuovi statuti non aiutino a risolvere i problemi della governance interna degli atenei, mantenendoli intatti se non aggravandoli.
Se così fosse, sarebbe davvero una colpa grave, e definitiva, del ceto accademico italiano.

da Europa Quotidiano 30.03.11

Presidio del PD contro il processo breve.

Oggi alle ore 18.00 davanti Montecitorio saranno presenti Bersani, Bindi, Letta e Finocchiaro per dire basta con le amnistie personali, con le prescrizioni brevi, con le bugie, con le intimidazioni alla magistratura. Basta con l’umiliazione del Parlamento costretto ad approvare in fretta e furia leggi e leggine per salvare Silvio Berlusconi dai processi
Basta con le amnistie personali, con le prescrizioni brevi, con le bugie, con le intimidazioni alla magistratura. Basta con l’umiliazione del Parlamento, costretto ad approvare in fretta e furia leggi e leggine per salvare Silvio Berlusconi dai processi e a far finta di credere, per di più con il sigillo di un voto di fiducia, che Ruby sia la nipote di Mubarak.

Oggi pomeriggio, alle ore 18, il Partito Democratico organizza davanti a Montecitorio un presidio contro le forzature del Pdl, della Lega di Bossi, Calderoli e Maroni e dei cosiddetti responsabili che questa mattina alla Camera hanno imposto lo stravolgimento dei lavori parlamentari per parlare di processo breve e prescrizione breve.

Saranno presenti il segretario nazionale Pier Luigi Bersani, il presidente del Pd, Rosy Bindi, il vicesegretario Enrico Letta, il presidente del gruppo parlamentare della Camera, Dario Franceschini, la presidente del gruppo parlamentare del Senato, Anna Finocchiaro.

Il presidente del Consiglio, imputato di reati gravissimi in diversi processi, deve accettare di comportarsi come tutti gli altri cittadini.
Invece di adoperarsi per distruggere il sistema della giustizia in Italia, deve presentarsi di fronte ai giudici e spiegare lì le proprie ragioni.

Nessuno può essere al di sopra della legge.

www.partitodemocratico.it

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Intervento di Dario Franceschini alla Camera dei Deputati sul cambio di ordine dei lavori

Signor Presidente, invito l’Assemblea a prestare attenzione ad un passaggio che è tutt’altro che formale. Infatti, la proposta testé avanzata dal gruppo del Popolo della Libertà – sulla quale noi, evidentemente, esprimiamo parere contrario – è un’altra pagina inedita di violenza parlamentare e di abuso della maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Cerco sempre di misurare le parole e le ho scelte perché qui si sta consumando una doppia violenza: innanzitutto, una violenza parlamentare (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Infatti, i parlamentari che stanno mugugnando dovrebbero sapere che vi è un articolo del nostro Regolamento – l’articolo 24, comma 3 – che prevede che all’opposizione sia riservata obbligatoriamente una quota del calendario dei lavori. Ebbene, la proposta di inversione riguarda un provvedimento dell’opposizione.
Quindi – signor Presidente, mi rivolgo anche a lei -, è del tutto evidente che, se l’opposizione ottiene l’inserimento in calendario di un provvedimento e, quando si sta per iniziare la trattazione di quel provvedimento la maggioranza propone l’inversione dell’ordine del giorno o l’accantonamento, l’articolo 24, comma 3, è totalmente svuotato. Quindi, la minoranza non può più portare nulla in Aula, ma capiamo che non ve ne frega niente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
La seconda, ben più grave, è una gravità politica: volete fare immediatamente il processo breve. La domanda è: dov’è l’urgenza per invertire l’ordine del giorno? Qual è la motivazione per cui volete approvare in Aula subito un provvedimento vergognoso per la giustizia italiana, che ha l’unica motivazione di fermare il processo Mills nei confronti del Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori)?

Questo provvedimento – e ne parleremo se sarà accettata l’inversione – ha come conseguenza immediata che per migliaia di processi si rischierà la prescrizione, processi di violenza carnale, di rapina, di furto (Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)! È così, urlate finché volete! Un imputato di violenza carnale, se incensurato, avrà la prescrizione breve grazie alla vostra norma (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori)! Vorrei sapere dalla Lega Nord Padania, dal Ministro Bossi che è andato a sedersi sui banchi del Governo, cosa andrete a raccontare ai popoli padani, cosa andrete a dire ai popoli padani a cui avete parlato di sicurezza; andrete a dire che quando i provvedimenti riguardano il Presidente del Consiglio, non contano le rapine, non contano i furti, non contano le violenze e siete pronti, come servitori fedeli, ad andarvi a sedere su quei banchi a votare a favore del Presidente del Consiglio (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà – Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Perché lo fate oggi? Signor Presidente, mi avvio a concludere, perché oggi casualmente il Presidente del Consiglio è corso a Lampedusa seguito dalle telecamere e dai giornali e quella visita non è per risolvere i problemi dell’isola, ma per coprire il processo breve che oggi volete portare in Aula (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori). Questa è l’ultima delle vergogne!
Se non avete la coscienza di fermarvi, se non avete la forza morale di fermarvi, che vi chiamiate responsabili o non responsabili, almeno provate vergogna dentro di voi per un’altra pagina nera della storia della Repubblica (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro, Futuro e Libertà per l’Italia e Italia dei Valori – Congratulazioni – Dai banchi del gruppo Partito Democratico si grida: vergogna, vergogna! – Dai banchi del gruppo Popolo della Libertà si scandisce: buffoni, buffoni!)!

Processo breve, blitz di Pdl e Lega Bagarre in Aula. Il Pd: "Vergogna"

La maggioranza chiede e ottiene di invertire l’ordine del giorno per dare un via libera immediato alla legge che sta a cuore al premier. Insorge l’opposizione. Franceschini: “Approfittano della tragedia di Lampedusa per coprire questo fatto gravissimo. Liberano i criminali”. Alle 18 sit in con Bersani davanti alla Camera. Alfano: “Indignazione programmata”. Blitz della maggioranza sul processo breve. Pdl e Lega hanno chiesto e ottenuto l’inversione dell’ordine del giorno dell’Assemblea scavalcando quindi la discussione sulla legge comunitaria e accelerando sulla legge che sta a cuore 1 al premier Berlusconi. Grida di “vergogna, vergogna” dai banchi dell’opposizione che valuta ogni forma possibile di ostruzionismo. Non a caso dai banchi del Pd è partita la richiesta a Fini di evitare il contingentamento dei tempi. Che Mossami Donandi dell’Idv circostanzia così: “C’è la possibilità su ogni emendamento di fare intervenire per 30 secondi metà dei deputati di ciascun gruppo in dissenso dal gruppo stesso”.

IL COMMENTO DI EZIO MAURO 2

Durissimo l’intervento del capogruppo democratico Dario Franceschini: “Questa è l’ultima delle vergogne, se non avete la forza morale di fermarvi, almeno provate vergogna per un’altra pagina nera della Repubblica”. “Vogliono – dice Franceschini – approfittare della tragedia di Lampedusa per coprire questo fatto gravissimo”. Poi si rivolge a Umberto Bossi e alla Lega. “Cosa andate a dire ai popoli padani – chiede ironico il capogruppo Pd – a cui avete promesso la sicurezza? Andrete a
dire che volete liberare i criminali? Il processo breve ha come unico scopo di fermare il processo Mills del presidente del Consiglio, ma le conseguenze immediate saranno che migliaia di processi rischiano la prescrizione e saranno liberati anche imputati di rapina o violenza sessuale. Ma di fronte al presidente del Consiglio le rapine e le violenze non contano e vi comportate da servitori fedeli”. E di vergogna parla in Aula anche Pierferdinando Casini: “E’ un provvedimento per placare le ossessioni giudiziarie del presidente del Consiglio. E’ una vergogna”.

E il Pd indice subito, per le 18, un sit in davanti alla Camera. Una scelta dettata dalla gravità che i democratici attribuiscono alla situazione tanto che alla protesta parteciperà il segretario Pierluigi Bersani e l’intero gruppo dirigente del partito. “Questo è il governo della menzogna – attacca il segretario del pd Pier Luigi Bersani – Abbiamo capito stamattina a cosa serve il viaggio di Berlusconi a lampedusa: serve a togliere i riflettori da qua, dove per salvare una sola persona si buttano a mare centinaia di processi”.

Dal Guardasigilli Angelino Alfano, arriva la replica del governo: “Quella dell’opposizione sull’inversione dell’odg è un’indignazione programmata perché se non lo avessimo fatto ci sarebbe stata la legge comunitaria con la responsabilità civile dei magistrati e avrebbero protestato comunque”.

La discussione generale sul provvedimento era già iniziata, ma era scontato che il voto degli emendamenti sarebbe slittato alla prossima settimana. La maggioranza però avrebbe deciso di anticipare il voto sul testo che accorcia i tempi di prescrizione. Intanto i deputati dell’opposizione hanno abbandonato la riunione del Comitato dei Nove della Commissione Giustizia per protesta contro la decisione della maggioranza di “strozzare i tempi del dibattito sul testo per la “prescrizione breve”.

www.repubblica.it

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Processo breve, blitz del Pdl. Bagarre in aula

Blitz della maggioranza alla camera dei Deputati sul processo breve. Il Pdl ha chiesto l’inversione dell’ordine dei lavori alla Camera per portare già oggi all’esame dell’Aula il provvedimento sul processo breve e il Pd ha protestato, parlando di «pagina nera per la storia della Repubblica». Ma l’Aula ha votato sì alla richiesta di Pdl e Lega. Le opposizioni hanno votato contro. Il sì alla richiesta di inversione dell’ordine del giorno è passato per 15 voti di scarto. Slitta quindi l’esame, previsto oggi, della legge Comunitaria nella quale è stato inserito il contestato emendamento che amplia la responsabilità civile dei magistrati. Norma che proprio in queste ore è oggetto di ‘ripensamenti’ che potrebbero portare ad una riformulazione del testo, e sulla quale il Csm si prepara ad intervenire con un parere decisamente critico.

È stato Simone Baldelli, Pdl, in apertura di seduta a chiedere l’inversione dell’ordine del giorno. Subito dopo, ha preso la parola il capogruppo Pd Dario Franceschini, lamentando la violazione dell’articolo del regolamento della Camera che riserva all’opposizione uno spazio dei lavori dell’Aula per le proprie proposte di legge. «Vergognatevi», ha detto il capogruppo Pd. «La proposta del Pdl su cui esprimiamo parere contrario è un’altra pagina inedita di violenza parlamentare e abuso della maggioranza», ha continuato Franceschini denunciando la richiesta del Pdl. «Voi- attacca- volete fare subito, perchè volete questo provvedimento vergognoso che ha l’unica motivazione di fermare il processo Mills» di Silvio Berlusconi. Per l’ex segretario democratico «questo provvedimento ha come conseguenza immediata la prescrizione per migliaia di processi: un imputato di violenza carnale, se incensurato- dice- avrà la prescrizione breve grazie alla vostra norma». Poi, si rivolge al ministro Bossi, seduto in Aula, e con toni alti accompagnati dalle proteste dei deputati di maggioranza, dice: «Cosa andrete a dire ai popoli padani a cui parlate di sicurezza? Che quando riguarda il presidente del Consiglio non contano violenze e rapine? Siete pronti, come dei servitori fedeli, a votare a favore del presidente del Consiglio». Franceschini, poi, conclude: «Oggi il presidente del Consiglio è corso a Lampedusa con a seguito giornalisti e tv: quella visita non è per aiutare la popolazione, ma perchè volete coprire il processo breve, è l’ultima delle vergogne. Almeno provate vergogna per un’altra pagina nera nella storia della Repubblica». La risposta dai banchi della maggioranza è stata: «Buffoni, buffoni!».

Gianfranco Fini replica al Pd che denuncia che non si può invertire l’ordine del giorno dei lavori dell’assemblea se questo pregiudica l’esame di un provvedimento in quota opposizione. Prendendo la parola in aula dopo la richiesta del Pdl di accelerare sul processo breve con dentro la prescrizione breve, il presidente della Camera spiega che ci sono deliberazioni della Giunta del regolamento che fin dal 1998 precisano che le richieste di inversione di ordine del giorno, così come le richieste di rinvio in commissione di un ddl, «non incidono» sul provvedimento in discussione ma sulla «procedura» dell’esame. La decisione di far votare l’aula, aggiunge Fini, «spetta al presidente della Camera che chiama l’assemblea a pronunciarsi». Le richieste di inversione dell’odg, quindi, «non possono essere contestate» e non sono «connesse ad alcuna conseguenza definitiva sul merito». A Erminio Quartiani (Pd), che interviene anche dopo le parole di Fini, la terza Carica dello Stato replica: «Io non ho il potere di verificare ciò che è più opportuno» sul merito di un ddl «ma solo di far mettere in votazione» le richieste di invertire l’ordine dei lavori.

L’Unità 30.03.11

"Tre lavoratori su quattro? Precari", di Cesare Damiano

Ormai l’allarme sociale è altissimo e investe soprattutto i giovani. Il fallimento del governo è totale. Ora bisogna voltare pagina. Meno lavoro e sempre più precario. Le conseguenze sul piano occupazionale della grande crisi di questi anni diventano di giorno in giorno più allarmanti e rischiano di condizionare in modo pesante il futuro del nostro paese. Nel biennio 2009-2010 oltre il 76 per cento delle assunzioni è stato fatto con contratti a termine. Tradotto, significa che ogni quattro lavoratori tre sono precari. Con tutte le conseguenze del caso, sul piano economico, sociale e umano.
L’ultima conferma in ordine di tempo è data da uno studio presentato nel secondo «Rapporto UIL sulle comunicazioni obbligatorie», basato non su sondaggi ma sui dati concreti delle assunzioni e delle cessazioni dei rapporti di lavoro. Nei due anni presi in considerazione, dei 14,3 milioni di rapporti di lavoro instaurati 11 milioni sono precari. Il 66,3 per cento è costituito da contratti a termine, l’8,6 per cento da contratti di collaborazione a progetto.
I cosiddetti contratti standard – cioè i rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato – sono stati solo il 20,8 per cento del totale, mentre il restante 3,1 per cento è stato instaurato con contratti di apprendistato.
Come se non bastasse, a rendere il quadro ancora più nero, soltanto il 18,4 per cento dei contratti di lavoro cessati nel biennio preso in considerazione è durato più di un anno. Mentre il tasso di disoccupazione giovanile è passato, in dieci anni, dal 23 al 30 per cento. Tradotto, significa che – soprattutto per i giovani, ma non solo il lavoro è poco e quel poco è quasi sempre precario.
Davanti a una situazione del genere e alle possibili, devastanti conseguenze sul piano sociale, è difficile continuare a sostenere che il grande male dell’economia italiana sia la rigidità del mercato del lavoro. Semmai è vero il contrario. Un’economia forte non necessita solo di un mercato del lavoro efficiente (che non abbiamo). Ha bisogno anche e soprattutto di una società coesa, nella quale il grado di precarietà sia ridotto ai minimi. E ha bisogno di lavoratori altrettanto forti, nella loro professionalità, nei loro diritti e nelle loro certezze.
Per questo è necessario tornare a una politica che miri alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro. L’opposto di quanto ha fatto, con le sue scelte, il centrodestra. Il governo Prodi, con il protocollo sul Welfare del 2007, si era incamminato con decisione su questa strada cancellando il lavoro a chiamata, lo staff leasing, regolando le dimissioni in bianco e favorendo, con incentivi mirati, la «buona» occupazione. È il momento di rivalutare queste scelte e fare un confronto critico tra le diverse politiche del lavoro dei due ultimi governi.
I dati certificano il fallimento totale e senza possibilità di appello del governo Berlusconi. È responsabilità del centrosinistra voltare pagina per ridare la speranza di un futuro soprattutto alle giovani generazioni.

L’Unità 30.03.11

Lampedusa, PD: “Se sono capaci gestiscano il problema. Altrimenti se ne vadano a casa”

Vergognosa la ricetta del ministro Bossi per risolvere l’emergenza degli sbarchi sull’isola: “immigrati? Fora da i ball”. Bersani:”Se il governo la pensa come lui faccia da solo, non si può tenere il piede in due scarpe”. Come gettare benzina sul fuoco? Basta chiederlo al ministro Umberto Bossi, primo firmatario della legge che disciplina la situazione degli stranieri in Italia tutt’ora in vigore: “immigrati? Fora da i ball” con tanto di gesto e fischio di accompagnamento sonoro.

La posizione della Lega è quella classica: fare dell’emergenza un motivo per aumentare il consenso populista della paura. A Bossi non interessa risolvere il problema degli sbarchi a Lampedusa ma serve solo ad incendiare gli animi dei propri elettori a colpi di frasi ad effetto. La colpa è sempre di qualcuno e mai della Lega. Questa volta la responsabilità è dell’Europa che non vuole condividere la gestione dell’emergenza degli sbarchi. L’eventuale soluzione dei problemi è quella “prenderli dall’isola e rimandarli a casa loro”.
Se il governo, come Bossi, dice ‘fora dai ball’, faccia da solo”. Lo dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, spiegando che il Pd è pronto a collaborare purché il governo parli con una voce sola e che non sia sul tenore delle parole usate dal leader del Carroccio: “Maroni dice alle regioni ‘prendete gli immigrati’. Bossi dice ‘fora dai ball’. Ora il governo si deve mettere d’accordo. Noi di fronte a un’operazione organizzata e seria siamo, ventre a terra, disponibili. Disponibilità valida a condizione che il governo dica una parola chiara al Paese perché il piede in due scarpe -conclude Bersani- non lo può tenere”.
“Bossi la smetta di nascondersi dietro messaggi di propaganda elettorale. La verità è che Bossi è un ministro del governo Berlusconi, il ministro dell’Interno è Maroni, la legge in vigore è la Bossi-Fini. Sono loro che stanno al governo. Se sono capaci gestiscano il problema. Altrimenti se ne vadano a casa. Il resto sono solo parole, peraltro di pessimo gusto, usate per gettare fumo negli occhi dei loro elettori”. Così Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del PD.

“Dietro le sparate propagandistiche di Bossi si nasconde solo l’incapacita’ del Governo Berlusconi ad affrontare, con la legge voluta e votata dalla Destra,un’emergenza. Assistiamo all’ennesimo fallimento della Bossi- Fini e un ministro della Repubblica che ha dato il suo nome alla legge non trova di meglio che sparare frasi ad effetto che servono alla propaganda leghista ma testimoniano l’impotenza di un approccio basato solo sull’allarme e sulla paura”. Lo dice Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD.

“Credo che la situazione che si è creata a Lampedusa – continua la senatrice – non sia degna di una grande potenza come l’Italia e di una grande e antica democrazia come quella italiana. Trovo il piano dei respingimenti di massa di cui parlano maggioranza e governo, e uso un eufemismo, davvero poco attuabile sia nell’esecuzione che sotto il profilo del rispetto della legalità internazionale. Voglio ricordare che l’Italia ha avuto già problemi di flussi di immigrazione a assai più consistenti di questo. Con la crisi della ex Jugoslavia, i flussi migratori dal Kosovo e dall’Albania furono almeno 3 volte superiori a questi di oggi. La risposta allora fu ordinata, seria, con una verifica attenta dei requisiti per la protezione umanitaria, senza azioni di respingimenti di massa”.
“Penso – prosegue Anna Finocchiaro – che noi come centrosinistra abbiamo dimostrato come si può gestire l’immigrazione. Occorre innanzitutto pensare che le regole della legalità internazionale fanno premio su tutto, e che quindi tutti coloro i quali hanno diritto d’asilo o comunque hanno diritto a una forma di protezione umanitaria devono certamente essere assistiti. C’è poi il profilo delle condizioni nelle quali questi migranti vengono tenuti in attesa degli accertamenti del caso. Allora noi riuscimmo a varare un piano internazionale che prevedeva addirittura la collocazione in paesi come l’Australia, oltre che nei paesi europei e in altri paesi occidentali perché c’era una collaborazione con le agenzie internazionali e con gli altri paesi che era fondata sull’affidabilità e sulla credibilita’ dell’Italia e sulla sua disponibilità e sul la sua modernità nell’approccio a questi problemi. Qui invece – continua Anna Finocchiaro – si sta cercando di usare Lampedusa come una bomba ad orologeria,a fini elettorali e di propaganda con una violazione dei diritti umani anche dei minori, urlando e pestando i piedi nei confronti dell’Europa, quando l’Europa è stata considerata sempre, se non il nemico, quanto meno un avversario. E tutto avviene con il Ministero degli Interni in mano alla Lega”.

“Se Bossi e il Governo sono capaci di affrontare in modo civile e serio la questione troveranno nel PD e nei tanti amministratori italiani responsabili ascolto e collaborazione. Se non lo sono se ne vadano: le parole di Bossi sono irresponsabili e non degne di un rappresentante del Governo italiano”.

Per Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e Difesa del Partito Democratico, “di fronte alle dichiarazione del ministro Bossi che smentisce il piano di distribuzione dei profughi sul territorio nazionale, attuato dal ministro Maroni, c’è da domandarsi come debbano sentirsi quei sindaci, quei presidenti di Regione o di Provincia che stanno predisponendo gli spazi per l’accoglienza. E anche come debbano sentirsi quei cittadini che cominciano a fronteggiare gli oggettivi problemi di convivenza e integrazione creati da questi nuovi insediamenti e tendopoli, la cui gestione risulta ancora difficile e necessità per questo di una solidarietà trasversale, calpestata e offesa dalle parole del ministro Bossi. Ma a quanto pare il ministro interessato solo a una perenne campagna elettorale e non alla risoluzione dei problemi concreti”.

Per Pina Picierno, parlamentare PD, “le parole del Ministro Bossi sull’emergenza immigrazione dimostrano ancora una volta le contraddizioni del Governo, che da un lato cerca di tamponare una situazione gravissima e di limitare il caos con soluzioni inadeguate, estemporanee e dilettantesche, mentre dall’altro si lascia andare a continue dichiarazioni dai toni propagandistici e allarmistici. Una gestione approssimativa e vergognosa che sta condannando migliaia di persone in stato di necessità, fra cui numerose donne e bambini, a condizioni inaccettabili, trasformando Lampedusa in una bomba a orologeria, in un caos insostenibile per i suoi stessi abitanti. Questa situazione sarebbe superata dai fatti se il Parlamento avesse recepito la direttiva europea sui rimpatri, come avevamo il dovere di fare entro dicembre e come le opposizioni hanno richiesto. Questo ritardo nell’uniformare le nostre norme sull’immigrazione a quelle dell’Europa rende non credibili e demagogiche le nostre richieste d’aiuto al resto del continente. Il Governo la smetta con gli slogan, si rimbocchi le maniche e prenda una delle due scelte percorribili che ha di fronte: assumere la direttiva europea sui rimpatri, oppure concedere permessi di soggiorno temporanei alle persone che sono sbarcate in questi giorni. Tutto il resto è pura propaganda”.

www.partitodemocratico.it

"Tagli al sostegno, la resa del ministero", di Flavia Amabile

Seconda bocciatura in pochi giorni per il ministero dell’Istruzione: i tagli alle ore destinate al sostegno vanno cancellati, gli studenti disabili hanno diritto all’insegnamento pieno. E ora il ministero avverte: «Le richieste di sostegno di 30-32 ore, che comprendono servizi extra didattici, non sono giustificate, in quei casi facciamo ricorso e ci opponiamo», precisa Luciano Chiappetta, direttore generale del personale del Miur. Le due bocciature infatti riguardano invece i tagli alle 18 ore di insegnamento settimanali. L’ultima è stata resa nota ieri: vanno sempre garantiti l’insegnante di sostegno e l’operatore socio sanitario a un minore valutato come disabile «con connotazione di gravità» ha decretato il Tar della Campania, su ricorso dell’ufficio legale della Cisl di Napoli e dichiarato incostituzionale l’articolo 2 della Finanziaria del 2007 che fissava il limite massimo del numero degli insegnanti di sostegno ed escludeva la possibilità di assumere docenti in deroga nel caso in cui in una classe vi fossero studenti affetti da disabilità grave. Il Tar ha decretato la necessità dell’assistenza richiesta e anche stabilito un risarcimento spese a favore della famiglia.

Venerdì scorso era stato il tribunale di La Spezia ad accogliere il ricorso di una coppia di genitori di un bambino disabile delle superiori che si era visto togliere le ore di sostegno. Anche in quel caso il tribunale ha condannato il ministero dell’Istruzione a ripristinare le ore e a pagare le spese processuali, giudicando le decisioni prese come «discriminatorie». Secondo i giudici vi è un aperto contrasto tra i tagli operati e il diritto alla tutela delle persone con disabilità. In altre parole, quelle disposizioni sono state considerate lesive del diritto all’istruzione del disabile, in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che «promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento».

La linea è chiara. In 7 mesi di scuola, gli alunni disabili hanno vinto: 4 mila le sentenze di condanna emesse dai Tar di tutta Italia. E l’amministrazione è stata condannata a risarcire anche 4 milioni di spese legali. «L’anno scorso le sentenze erano state un’infinità di più – ricorda Chiappetta – ormai gli uffici scolastici si stanno adeguando alla sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato i tagli previsti dalla Finanziaria 2007, come abbiamo chiarito in una nostra circolare. Chiederemo una relazione però agli uffici interessati per capire che cosa sia successo in questi ultimi casi, se si sia trattato di un errore o di una valutazione diversa».

La Stampa 30.03.11

"L'Italia nella stretta del patto di stabilità", di Tito Boeri

I dettagli, come dicono gli inglesi, sono cruciali, diabolici. E ci sono alcuni dettagli delle conclusioni del vertice europeo di Bruxelles del 24-25 marzo che sembrano essere passati in secondo piano soprattutto da noi, il paese toccato più da vicino da queste scelte. Il Patto di Stabilità e Crescita è stato resuscitato e reso più stringente e più forte di prima. Più stringente perché impone sentieri di rientro del debito e non più solo di contenimento del disavanzo maturato di anno in anno. Più forte perché si inverte l´onere della prova. Sin qui per varare sanzioni contro chi non lo rispettava, la Commissione aveva bisogno dell´approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata. D´ora in poi dovranno essere i due terzi dei rappresentanti dei governi nazionali ad opporsi ad un´eventuale sanzione comminata dalla Commissione. E non si tratta di sanzioni modeste: contemplano, fin dall´apertura delle procedure di infrazione, il congelamento in depositi infruttiferi dello 0,2 per cento del Pil. Particolarmente rilevanti sono per noi le decisioni prese sui tempi con cui verranno messe in atto le nuove regole e sui “fattori rilevanti”, vale a dire le condizioni che potranno essere invocate dai singoli paesi per ottenere un aggiustamento fiscale meno oneroso senza incorrere nelle sanzioni. Sul primo aspetto il documento sottoscritto a Bruxelles non lascia spazio ad ambiguità: la prima verifica scatterà nel 2015 e dovrà prendere in considerazione l´aggiustamento compiuto nel triennio precedente. Prima del vertice si era parlato di regole in vigore dal 2015 in poi. Non sarà così: la prima verifica guarda dal 2015 in prima. Tradotto in obiettivi di bilancio significa che nel triennio 2013-15 dovremo ridurre il rapporto fra debito pubblico e Pil di circa 8 punti percentuali. Quanto ai fattori rilevanti, la clausola secondo cui i paesi con un basso debito privato potranno invocare un´applicazione meno stringente del Patto, la cosiddetta “clausola Tremonti” dato che il nostro ministro si era molto speso in questa direzione, sembra valere nel testo più come aggravante che come attenuante. In altre parole, un alto debito privato implica un aggiustamento più rapido dei conti pubblici, ma non è vero il contrario e cioè che un basso debito privato permetta di mantenere più a lungo un alto livello di debito pubblico. È giusto che sia così perché il risparmio privato non è fungibile dai governi, a meno che questi abbiano in mente di tassare con imposte straordinarie i patrimoni dei loro cittadini, cosa che ci auguriamo vivamente non sia neanche tra i retro-pensieri del nostro ministro dell´Economia. Inoltre, tra le aggravanti si fa esplicitamente riferimento al debito pensionistico. Questo è molto alto in paesi come il nostro dove la previdenza è quasi interamente affidata al settore pubblico.
Per raggiungere gli obiettivi che ci vengono richiesti dall´Europa dobbiamo puntare su di una forte accelerazione della crescita. Continuando a crescere come nel quinquennio precedente alla Grande Recessione e con tassi di interesse che sono nel frattempo tornati a salire, dovremmo ottenere fin dal 2013 un avanzo primario (al netto delle spese per interessi) del 5 per cento per realizzare quanto richiesto dal nuovo Patto di Stabilità. È il doppio di quanto contemplato dalla Legge di Stabilità. Non è un obiettivo irraggiungibile (ci siamo già riusciti nel triennio 1996-8), ma certo è difficile, anche perché il rischio di una politica di rientro che punti solo sulla riduzione del disavanzo è che abbia a sua volta effetti negativi sulla crescita, rendendo ancora più oneroso l´aggiustamento. Con una crescita al 2 per cento, invece, potremmo farcela limitandoci a rispettare gli obiettivi di finanza pubblica già tracciati.
Le nuove regole del Patto serviranno ad affrontare la crisi del debito pubblico, tutt´altro che sopita come ci segnalano le ultime aste di titoli pubblici in Portogallo. Sono insufficienti, perché il grosso del lavoro resta da fare nei bilanci delle banche, ma rappresentano pur sempre un primo passo. Possono anche servire a farci uscire dalla palude in cui ci troviamo, mettendo la classe politica di fronte alle sue responsabilità. Oggi prevale, tra chi ha in mano le leve della politica economica, l´illusione che sia possibile risanare i conti pubblici ignorando la crescita della nostra economia. E tra chi è all´opposizione si afferma spesso l´idea che per tornare a crescere si debbano necessariamente allargare i cordoni della spesa pubblica. Sono entrambe idee sbagliate, che concedono alibi pericolosi alla conservazione. Ci sono molte riforme favorevoli alla crescita che possono essere fatte a costo zero. Altre sono possibili cambiando la composizione della spesa pubblica o del prelievo fiscale, senza gravare sui saldi. Basta comparare il bilancio dello stato in Italia e nel Regno Unito per accorgersene. Spendiamo tre punti di Pil in meno di loro per istruzione e ricerca, sette punti in meno per ammortizzatori sociali che rendano meno costoso lo spostamento di lavoratori verso mansioni, imprese e settori in espansione. Di converso, spendiamo 16 punti di Pil in più di loro in politiche previdenziali e, quando gli oneri del debito si abbassano perché diminuiscono i tassi di interesse come nel biennio 2007-9, aumentiamo ulteriormente la spesa pensionistica e riduciamo quella per l´istruzione.
Domenica il nostro ministro dell´Economia ha passato mezzora in televisione parlando di tutto tranne che delle decisioni prese a Bruxelles. Un´omissione grave perché bisogna tradurre gli impegni presi a livello europeo in provvedimenti immediati. Certo, un governo che tira solo a campare ha ben poco da dire a riguardo. Una cosa, a dir la verità, Tremonti l´ha detta sull´Europa: tradurrà in italiano le leggi che in Francia restringono l´accesso agli investitori stranieri. Per velocizzare i tempi, ci abbiamo pensato noi (si veda lavoce.info) e possiamo rassicurarlo: in Francia né l´energia, né l´alimentare sono considerati per legge settori strategici da proteggere da investitori stranieri. E il vertice di Bruxelles della scorsa settimana ha rilanciato il progetto del Mercato Unico. Sarà bene tenere conto di tutto questo se non vogliamo incorrere in nuove infrazioni e multe a carico del contribuente per aver difeso l´italianità di Parmalat. Si ricordi anche il ministro che, in quanto a multe sul latte, abbiamo già dato.

La Repubblica 30.03.11