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"Docenti, tornano i concorsi. Ecco il piano del Ministero", di Alessandra Migliozzi

Aggiornamento delle graduatorie, ma senza spostamenti degli insegnanti in province diverse dalla propria. Un pacchetto di assunzioni (potrebbero essere 60mila fra docenti e Ata) fatte sui posti vacanti. Ma anche, dopo oltre dieci anni di assenza, il ritorno dei concorsi nella scuola. Sono i tre livelli su cui sta lavorando il ministero dell’Istruzione per mettere mano alla questione precari e reclutamento. Le sentenze dei tribunali scattate nelle ultime settimane, che hanno dato ragione a docenti mai stabilizzati dopo anni di insegnamento, aprono la strada ad una accelerazione per trovare soluzioni che evitino valanghe di ricorsi e risarcimenti. Un’ipotesi che preoccupa il ministero del Tesoro.
Ieri è partita una maxi class-action guidata dal Codacons che ha diffidato i ministri Brunetta e Gelmini e che chiede la stabilizzazione per 40mila precari e un risarcimento da 30mila euro per ciascuno. Al ministero si lavora. Anche con un occhio ai concorsi che, «devono ripartire» perché ci sono materie (quelle tecniche e scientifiche) per le quali, soprattutto al Nord, non ci sono più docenti in graduatoria e si ricorre a non specializzati. Sul tavolo della Gelmini ci sono più proposte. Ci sono i disegni di legge, quello del senatore leghista Mario Pittoni, che parla di concorsi e albi regionali, e quello della deputata Pdl Valentina Aprea. Ma si pensa anche a strumenti più snelli, come un regolamento: il consigliere del ministro, Max Bruschi, padre delle nuove regole sulla nuova formazione dei prof, ha già depositato il suo testo. Leggi e regolamento potrebbero camminare in parallelo. Una cosa è certa, spiegano dal Miur, «i concorsi servono e saranno a cattedra»: i posti saranno banditi in base alle necessità, per evitare che si crei altro precariato. Le selezioni, poi, saranno su base territoriale: potrebbero essere regionali, provinciali o per reti di scuole. Ma sarà tassativo restare per un numero di anni (indicativamente 5) nella zona dove si viene assunti. Le prime assunzioni fatte su base concorsuale per le graduatorie esaurite potrebbero arrivare «per l’anno scolastico 2012/2013». Entro aprile si deciderà lo strumento normativo. Poi si partirà con le procedure. Che dovrebbero prevedere (secondo la bozza Bruschi) una preselezione dei candidati attraverso un test. Poi prove scritte e orali e, solo alla fine, la valutazione dei titoli. Si cercherà di «premiare il merito e la preparazione». Intanto si lavora (dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato l’inserimento in coda dei precari che cambiano provincia) al problema graduatorie. E si pensa ai ricorsi dei docenti non stabilizzati che potrebbero riguardare 150mila persone, per risarcimenti compresi fra 4 e 6 miliardi di euro. Ieri c’è stato un incontro Miur-sindacati. Per le graduatorie si procederà all’aggiornamento ma senza consentire cambi di provincia, con una lettura restrittiva della sentenza della Consulta. Ma per la decisione finale si attende un parere dell’Avvocatura dello Stato. Per i ricorsi si lavora ad un pacchetto di assunzioni per stabilizzare i precari sui posti vacanti: si parla di 60mila persone fra docenti e Ata. La Uil Scuola chiede un «tavolo politico» per poter affrontare tutti insieme i nodi riguardanti precariato e nuove regole di assunzione. «Bisogna fare i concorsi dove mancano gli insegnanti – spiega il segretario Massimo Di Menna-, fare le assunzioni per coprire i posti vuoti, pensare ad un organico funzionale con contratti pluriennali e prorogare la legge salva precari». La Flc Cgil chiede «la stabilizzazione dei precari» e meccanismi «innovativi» per la gestione del personale. «I temi del reclutamento e del precariato – dice il segretario Mimmo Pantaleo- possono essere affrontati solo agendo contemporaneamente su organici, immissione in ruolo e gestione delle graduatorie». La Cisl Scuola ribadisce la necessità «assumere a tempo indeterminato su tutti i posti disponibili: è questa la via maestra da seguire – spiega il segretario Francesco Scrima- per dare risposte ai precari, ma anche per garantire che il reclutamento segua regole certe. Non è pensabile che siano i ricorsi e le sentenze a decidere chi ha diritto di entrare in ruolo». Anche lo Snals-Confsal e il Pd chiedono di «stabilizzare» il personale.

Il Messaggero 30.03.11

"Bossi comanda E Silvio rischia i voti siciliani", di Marcello Sorgi

Oltre a segnare una nuova esplicita occasione di attrito tra il Quirinale e Palazzo Chigi, l’emergenza Lampedusa che ha superato ogni limite di tollerabilità è una chiara conseguenza dell’indebolimento del governo e del centrodestra in versione ridotta, con Bossi che, o detta la linea, o si mette di traverso. La visita di Berlusconi nell’isola annunciata per oggi difficilmente potrà essere risolutiva. Ma il Cavaliere si dev’essere reso conto che l’abbandono in cui è stato lasciato il problema degli sbarchi e le proteste dei cittadini di Trapani e Mineo per lo spostamento massiccio di clandestini dall’isola piccola a quella grande rischiano di compromettere il granaio di voti siciliani che ha sempre rappresentato una certezza per il Pdl.

Se solo si riflette sulla velocità con cui tre anni fa il governo appena insediato aggredì il problema rifiuti di Napoli, o alla capacità di trasformare il terremoto in Abruzzo in un’occasione di solidarietà mondiale con il G8 dell’Aquila, è arduo spiegarsi la confusione, l’approssimazione e le goffaggini con cui è stato gestito il calvario di Lampedusa. A parte la professionalità con cui Guardia costiera, Finanza e Carabinieri hanno affrontato la serie imprevedibile di sbarchi, evitando fin qui affondamenti delle carrette del mare e offrendo i primi soccorsi ai disgraziati che si avventurano a bordo per le traversate, non c’è un intervento, dicasi uno, del governo che abbia funzionato.

La soluzione proposta dai ministri Maroni e Frattini alle autorità tunisine di contribuire con 1500 euro per ogni clandestino rimpatriato s’è rivelata impraticabile e priva di coperture. Il piano di distribuzione degli immigrati nella misura di uno per ogni mille abitanti su tutto il territorio nazionale s’è scontrato con i “no” di molte regioni e s’è rivelato inoltre costruito in modo da evitare alle città del Nord, dove la percentuale prevista è già saturata dagli extracomunitari presenti, di doverne ricevere altri. La minaccia di procedere d’imperio, senza il consenso delle autorità locali, sta sollevando reazioni ingestibili in Sicilia, figuriamoci altrove.

Ma la ragione di tutto ciò non è solo legata alle dimensioni del problema, di per sé imprevedibili. La verità è che il governo fin dal primo momento ha mostrato rispetto agli immigrati il fianco debole di una politica basata solo su interventi di sicurezza e limitata dall’estrema sensibilità leghista alla questione immigrati. Se la linea è quella esposta ieri in una battuta da Bossi – “Fora d’i ball!” -, sarà difficile anche per Berlusconi trovare un rimedio, considerato che lo svuotamento di Lampedusa, se gli sbarchi proseguono a questo ritmo, non basterà certo.

La Stampa 30.03.11

"La sovranità del panico", di Barbara Spinelli

Sono settimane che in Italia si guarda a quel che accade in Libia e alla guerra che stiamo conducendo attraverso un´unica lente: nient´altro è per noi visibile se non quello che potremmo patire noi, se i fuggitivi arabi e africani continueranno a imbarcarsi verso le nostre coste. Non si discute che di Lampedusa assediata, di città italiane più o meno restie all´accoglienza. Per la verità non si parla di rifugiati ma di invasori, come se la vera guerra fosse contro di noi.
l trauma è nostro monopolio, il mondo è un altrove che impaura e minaccia: da un momento all´altro, il favore di cui gode l´operazione in Libia potrebbe precipitare. Sembriamo molto lucidi e pratici, ma questo restringersi della visuale ci rende completamente ciechi: l´altrove mediterraneo resta altrove, solo la nostra quiete di nazione arroccata e aggredita ci interessa. Già alcuni parlano di tsunami, ed ecco paesi e persone degradati ad acqua che irrompe.
Non ci interessa quel che fa Gheddafi (vagamente parliamo di massacri, in parte avvenuti in parte potenziali). Non ci interessano neanche gli insorti, le loro intenzioni. Il mondo è in mutazione ma noi siamo lì, chiusi in un recinto fatto di ignoranza volontaria: come se esistesse, oltre alla guerra preventiva, un non-voler sapere preventivo. Credevamo di aver spostato le nostre frontiere più in là, lungo le coste libiche, ben felici che a gestire l´immigrazione fosse il colonnello coi suoi Lager, invece nulla da fare. Il muro libico crolla e i detriti son tutti a Lampedusa e la maggioranza stessa degenera in detrito: con Bossi che offre come soluzione lo slogan «föra di ball», con il Consiglio dei ministri che salta, con Berlusconi che di persona andrà nell´isola campeggiando – ancora una volta – come re taumaturgo.
Lampedusa è divenuta l´emblema della nostra condizione di vittime, il grido che lanciamo all´universo. Dice il governo che oggi arriveranno 4 navi per 10.000 posti, ma per tanti giorni non abbiamo visto che l´isolotto sommerso da grumi informi a malapena identificati con persone. Il fermo immagine sull´isola – il fotogramma che sospende il tempo creando stasi, ristagno – è l´arma di un governo che scientemente arresta la pellicola su questo dramma abbacinante. Lampedusa è agnello sacrificale, ha scritto su Repubblica Eugenio Scalfari. Tutte le colpe s´addensano nell´icona espiatoria, e non stupisce il vocabolario sacrificale che l´accompagna: esodo biblico, inferno, apocalisse. Sguainare la parola apocalisse è profittevole al capo politico, che pare più forte. Diventa il kathekon del mondo: trattiene i poveri mortali dal disastro. Così Lampedusa si tramuta in podio politico: Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale, già ci è andata, il 14 marzo, ben cosciente che l´Italia è oggi laboratorio delle destre estreme.
Giustamente il cardinale Martini mette in guardia contro l´uso dello spauracchio apocalittico: non ha detto, Gesù, che «fatti terrificanti» verranno ma «nemmeno un capello del vostro capo perirà»? La paura è comprensibile ma va affrontata, secondo Martini, con quattro virtù: resistenza, calma, serietà, dignità. È proprio quello che manca in Italia. Che manca, nonostante l´attività della Caritas, anche alla Chiesa: con gli innumerevoli alloggi che possiede, non pare sia decisa a offrirli per i fuggiaschi, stipati in condizioni non vivibili, privati ora anche di cibo. Chiara Saraceno ha spiegato bene il paradosso, domenica su Repubblica: questi alloggi, trasformati in alberghi, godono di sconti fiscali perché destinati «esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali». Perché non sono messi subito a disposizione?
Quando non c´è serietà le bugie dilagano, le immagini s´adeguano. Si adeguano nel caso della guerra libica, che non essendo chiamata guerra non può nemmeno esser pensata a fondo, con conoscenza di causa. Si adeguano nel descrivere l´Unione europea, su cui piovono accuse talvolta giuste ma nella sostanza menzognere, da parte di governanti che di tutto son capaci tranne di pedagogia delle crisi. Se non c´è una politica europea sull´emigrazione, è perché gli Stati vogliono mantenere per sé competenze che non sanno esercitare. È contro il proprio panico sovrano che dovrebbero inveire, non contro Bruxelles: contro l´ideologia del fare da sé, del «ghe pensi mi», che angustia l´Italia da quasi cent´anni. In teoria dovrebbe valere il principio di sussidiarietà (l´Unione decide sulle questioni di sua competenza che gli Stati non sanno risolvere), ma si esita ad applicarlo. Quanto all´immigrazione, il trattato di Lisbona prevede che l´Unione decida all´unanimità tra governi, senza la codecisione del Parlamento europeo, con l´eccezione di alcune materie in cui il trattato stesso prevede la procedura legislativa ordinaria: solo in queste materie (non sono le più importanti) si decide a maggioranza qualificata e dunque si agisce.
Ma la menzogna decisiva riguarda quel che l´Italia pensa di sé. Alla radice della cecità, c´è l´illusione di essere una nazione che ancora può scegliere tra essere multietnica o no. Che non deve nemmeno chiedersi se stia divenendo xenofoba. In realtà sono 30 anni che siamo un paese d´immigrazione, con punte massime negli ultimi dieci, e quando Berlusconi nel 2009 disse che «non saremo un paese multietnico», mentiva per evitare il ruolo di pedagogo delle crisi. Per negare che la convivenza col diverso si apprende faticosamente ma la si deve apprendere: attraverso una cultura della legalità, dello Stato, del rispetto. Il politico-pedagogo non finge patrie omogenee che rimpatriano alla svelta bestiame umano, ma governa una civiltà multietnica che da tempo non è più un´opzione ma un fatto.
Per capire il nostro vero stato di salute conviene leggere il rapporto, assai allarmato, che Human Rights Watch ha pubblicato il 21 marzo sull´espandersi del razzismo in Italia (http://www. hrw. org). Condotta fra il dicembre 2009 e il dicembre 2010, l´inchiesta raccoglie una mole di testimonianze e mette in luce cose che sappiamo, ma dimentichiamo. Raramente il crimine razzista è denunciato come tale, nonostante la legge Mancino del ´93 (articolo 3) lo consideri un´aggravante nei reati: la disposizione non è però inserita nel Codice penale. Raramente sono applicate leggi europee e internazionali per noi vincolanti. Infine, né polizia né magistratura sono formate per affrontare reati simili, e numerosissimi casi vengono archiviati, specie quando le violenze sono commesse da forze dell´ordine.
È la retorica che vince sui fatti, scrive ancora il rapporto, e la colpa è dei politici come dei media. Dei politici, che per primi «stigmatizzano le persone con stereotipi». Dei media, «a causa della monopolizzazione dell´editoria radio-televisiva esercitata da Berlusconi». Il rapporto non risparmia la sinistra, spesso tentata di equiparare immigrati e criminali.
Continuamente i politici chiedono che immigrati o fuggitivi si integrino nella nostra cultura, ma è ipocrisia. Primo perché ai fuggiaschi non vengono dati gli strumenti per interiorizzare la nostra civiltà, i suoi diritti e doveri. Secondo perché gli italiani stessi – mal informati, mal governati – ignorano la civiltà sbandierata. Basti un esempio. Il migrante privo di documento che è vittima di un reato può richiedere il rilascio di un permesso temporaneo, e rimanere nel paese per la durata del processo. L´autorizzazione è concessa per periodi rinnovabili di tre mesi, e revocata a processo finito se il caso è archiviato. Ma la regola di solito è ignorata, con effetti gravi: il reato non è denunciato per paura, la fiducia del migrante nello Stato frana, le mafie diventano rifugi.
Se questa è la cultura politica imperante non sorprende che la nostra politica estera sia così debole, anche in Libia. Non dimentichiamo che gli aiuti pubblici allo sviluppo, in Italia, sono crollati. Ristabiliti dal governo Prodi, da due anni scendono sempre più. In uno studio per l´Istituto affari internazionali, Iacopo Viciani fornisce dati probanti: nel bilancio di previsione per il 2011, la cooperazione allo sviluppo è tra le spese più decurtate, riducendo al minimo il peso italiano nel mondo. Gli stanziamenti per la cooperazione raggiungeranno nel 2011 il livello più basso, con una riduzione del 61% rispetto al minimo del ´97. Si dirà che ciascuno taglia, in Europa. È falso: Londra, Stoccolma e Parigi aumentano gli aiuti malgrado la crisi.
Inutile andare a una guerra quando si conta così poco nella scelta delle sue già confuse finalità. I governi italiani non sono gli unici ad aver negoziato con Gheddafi, ma il patto stretto da Berlusconi ha qualcosa di scellerato. È grazie a esso che dal 2009 sono stati rimpatriati centinaia di africani giunti in Libia per arrivare in Europa. Senza distinguere tra profughi e migranti, i fuggitivi sono stati respinti in Libia ben sapendo cosa li aspettava: autentici campi di concentramento, dove regnavano tortura, stupri, fame.
Forse è il motivo per cui fatichiamo, non solo in Italia, ad analizzare questa guerra libica così opaca. A vedere le insidie di un movimento di insorti che non ha esitato, pare, a uccidere prigionieri africani sospettati di lavorare per Gheddafi. Molti libici fuggiranno anche dai successori del colonnello: dai ribelli che stiamo aiutando perché abbattano il Rais. Forse siamo semplicemente alla ricerca di nuovi carcerieri per gli immigrati che respingeremo.

La Repubblica 30.03.11

"Che ci azzecca la benzina con la cultura?", di Marzio Galeotti

Per compensare la rinuncia ai tagli alla cultura, il governo ha deciso di inasprire la tassazione sui carburanti. Tre le principali obiezioni al provvedimento: si introducono nuove tasse senza tener conto del grado complessivo di distorsione del nostro sistema fiscale. Si tassano benzina e gasolio solo per fare cassa. L’aggravio e il guadagno d’entrata per lo Stato è superiore a quello indicato, perché l’aumento riguarda la componente di accisa, che va ad aggiungersi al prezzo industriale, e su questa somma si calcola l’Iva per arrivare al prezzo alla pompa.

Evitiamo una volta tanto i soliti commenti critici, o se si vuole sconsolati, secondo cui da un lato si predica che le tasse non verranno aumentate o si promette che verranno addirittura ridotte – fatto necessario per rilanciare la crescita o fatto conseguente all’introduzione del federalismo – e dall’altro si razzola male. Stiamone lontano.
Diciamo invece che in una fase di tagli di bilancio coniugata a una crescita che fatica a rilanciarsi, la parola tasse e il ricorso a esse è più che mai in auge. Naturalmente, in maniera totalmente disorganica. Abbiamo perciò letto di tassa sul turismo, di imposta municipale unica, di tasse sul biglietto del cinema, e alla fine siamo arrivati alle tasse – guarda un po’ – sui carburanti.
Evidentemente i tagli alla cultura erano più insopportabili dei tagli agli stipendi di alcune categorie di dipendenti pubblici, e altrettanto evidentemente, la maggiorazione del costo del biglietto dei cinema era più insopportabile della maggiorazione del costo di benzina e gasolio.

TRE “PERÒ” SUL PROVVEDIMENTO

Ci sono tre “però” in questa decisione di inasprimento della tassazione che, è bene ricordarlo, si accompagna all’aumento del costo di molti servizi, a partire dai trasporti pubblici.
Il primo “però” è che si modificano tasse esistenti o se ne introducono di nuove in maniera scollegata, senza un occhio attento non solo al livello di pressione fiscale complessiva – è sempre in seguito che si scopre che è aumentata – ma al grado complessivo di distorsione del nostro sistema fiscale.
Il secondo “però” riguarda la tassazione dei carburanti in particolare. Spiace che ancora una volta si segua la tradizione di tassare i carburanti solo per fare cassa, per ragioni di gettito, senza nessun riguardo all’esigenza di tassare per correggere delle esternalità, di cui quella ambientale è nel caso in questione la più importante. Alla guerra d’Abissinia (combattuta nel 1936), la crisi di Suez (1956), la tragedia del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice (1968), il terremoto del Friuli (1976), il terremoto dell’Irpinia (1980), la missione in Libano (1983), la missione in Bosnia (1996), il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004) aggiungiamo ora il rifinanziamento del Fus (2011).
Al lettore che stesse pensando che comunque tassare i carburanti, qualunque la motivazione, controlla quelle esternalità, giova ricordare due fatti. Il primo è che l’Italia dovrà ridurre – come scritto nelle direttive europee – le emissioni di anidride carbonica generate da settori diversi dall’industria e dalla generazione elettrica del 13 per cento entro il 2020. Questo obbligo riguarda i settori civile, trasporti e terziario e siamo sempre in attesa di sapere e vedere quali misure il nostro governo, tra una discussione su nucleare e costi degli incentivi al fotovoltaico, intende prendere. Il secondo è che la tassazione dell’energia per finalità ambientali è fonte di gettito che andrebbe dedicato non tanto alla cultura, ma a progetti ambientali come il finanziamento di più estesi e determinati interventi di efficienza energetica e dell’innovazione nelle tecnologie verdi. Perché l’Italia ha anche in questo caso precisi obblighi stabiliti dalle direttive europee sull’incremento del ricorso alle fonti rinnovabili e la riduzione dei consumi finali di energia come specificato nel Piano d’azione nazionale per le energie rinnovabili presentato dal ministero dello Sviluppo economico (Mse) lo scorso giugno 2010.
L’ultimo “però” è che l’aumento di “1-2 centesimi” della tassazione della benzina riguarda la componente di accisa, la quale va ad aggiungersi al prezzo industriale, e su questa somma si calcola l’Iva per arrivare al prezzo alla pompa. Significa che l’aggravio di tassazione – e il guadagno d’entrata per lo Stato – non è di “1-2 centesimi”. A titolo di esempio, i valori medi dello scorso febbraio secondo il ministero davano il prezzo industriale della benzina a 660.69 eurocent e l’accisa a 564.00; sulla somma si commisurava l’Iva al 20 per cento per un importo di 244.84, per arrivare a un prezzo finale di 1469.63. Due centesimi in più di accisa portano a un prezzo finale di 1472.03, con un’entrata extra per le casse dello Stato di 2,4 centesimi per litro. Il banale calcolino è a parità di prezzo industriale. Ma vale forse la pena notare che quando il prezzo del petrolio oscilla – più velocemente in ascesa che in riduzione, come l’esperienza insegna – si mette in moto l’effetto amplificatorio dell’Iva che ora si commisura su una base, anche se di poco, più ampia.
Così, giusto per non dimenticare.

da Lavoce.info

"Il nucleare e l'acqua: nessun dorma", di Stella Bianchi

Il 12 e il 13 giugno prossimi i cittadini avranno la possibilità di decidere su tre questioni importanti che riguardano la vita e il futuro di ognuno di noi. Per noi del Partito democratico la scelta è chiara: un sì contro il legittimo impedimento, un sì contro il nucleare, un sì per l`acqua pubblica e contro la privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e una nostra proposta di legge per il governo pubblico del servizio idrico integrato.
Abbiamo sempre espresso con forza la nostra contrarietà al piano di ritorno al nucleare voluto dal governo Berlusconi. Lo ripetiamo da mesi e con motivazioni tutt`altro che ideologiche. Secondo il piano approssimativo del governo dovremmo importare una tecnologia vecchia e non ancora sperimentata, sopportare costi altissimi e per di più incerti, tempi lunghissimi di realizzazione degli impianti senza alcun piano certo di gestione delle scorie radioattive, neppure di quelle già esistenti nelle centrali non ancora smantellate.
Il ritorno al nucleare voluto dal governo è una scelta sbagliata che non ha il consenso dei cittadini e che tanto più va ripensata ora. La tragedia giapponese dimostra con chiarezza un fatto semplice e terribile: non è eliminabile il rischio di un incidente in una centrale nucleare. Neppure nel paese più attrezzato al mondo contro il rischio di terremoti e maremoti.
Certo, in Giappone è accaduto qualcosa di eccezionale, un terremoto e un maremoto di intensità fuori dall`ordinario. È poco probabile che accada un evento del genere. Così come è poco probabile che si verifichino incidenti di altro tipo in una centrale nucleare che rispetta tutte le norme di sicurezza. Poco probabile ma non impossibile. E quella scarsa probabilità va misurata con le conseguenze. I danni possono essere incalcolabili. Vasti territori contaminati per migliaia di anni, la salute degli abitanti e di un numero indefinito di generazioni future a rischio, malattie che si sviluppano negli anni e malformazioni nei nuovi nati. Questo è già accaduto. Sta a noi imparare la lezione, agire davvero secondo il principio di precauzione, ispirare i nostri comportamenti, le nostre politiche, le nostre attività economiche inclusa la produzione di energia alla necessaria umiltà nei confronti della natura e al rispetto dell`ambiente per noi e per le generazioni future.
Da Fukushima arriva una lezione per tutti. Per la Germania, per la Francia, per gli Stati Uniti. Solo in Italia il governo ha tentato per giorni di negare la realtà per poi dichiarare una moratoria di un anno rispetto al proprio piano nucleare. Parole mentre gli atti, come il decreto sui criteri per la localizzazione dei siti, stanno continuando il loro percorso. Opportunismo sulla pelle dei cittadini, un tentativo di distrarre dal referendum che non farà molta strada. Noi saremo città per città a sostenere le ragioni del sì per fermare il nucleare e di una idea per il futuro del nostro paese che è nell`economia verde e in un piano nazionale fondato sull`efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili.
Allo stesso modo siamo per il sì all`acqua pubblica e per il no alla privatizzazione forzata imposta dal governo Berlusconi e a questo uniamo una nostra proposta di legge.
Lo abbiamo denunciato più volte: il decreto Ronchi sottrae alle comunità locali la possibilità di scelta e le obbliga a svendere un patrimonio prezioso per la collettività. Crea le condizioni perché si realizzino monopoli privati in un settore come quello del servizio idrico integrato, fatto di acquedotti, fognature, depuratori, che per sua natura è sottratto alla possibilità di concorrenza dopo l`affidamento del servizio.
Intorno all`acqua pubblica c`è un interes- se fondamentale per tutti noi, obiettivi irrinunciabili. La tutela di una risorsa scarsa e insostituibile per la vita. La garanzia a tutti, in ogni angolo del paese, di un servizio della massima qualità e a tariffe eque. Il rafforzamento del ruolo pubblico nella programmazione del servizio e degli investimenti, nella regolazione e nel controllo restituendo le scelte fondamentali ai cittadini attraverso i loro sindaci e affidando ad una autorità nazionale di controllo il compito di vigilare con poteri stringenti.
Ci vuole una visione di insieme, un quadro di regole certe che ridia stabilità a un settore così rilevante che è stato manomesso dai tanti frammentati interventi del governo Berlusconi. E insieme a questo va data priorità alla realizzazione degli investimenti con un`attenzione a facilitare con tariffe più basse le fasce sociali disagiate e le famiglie numerose.
Ciò che serve all`Italia è un piano paese per l`acqua, un programma ambizioso che garantisca che il servizio di depurazione funzioni nell`intero paese, che vengano ridotti sprechi e dispersioni dell`acqua, che sia migliorata la salvaguardia del territorio. Ci vuole una politica industriale per l`acqua, una sapiente gestione che unisca efficienza, efficacia, economicità, dimensioni di scala adeguate, tecnologie, competenze manageriali e organizzative. Solo così si potranno realizzare gli obiettivi di equità, solidarietà, riequilibrio territoriale, rispetto per l`ambiente e per le generazioni future che ci stanno a cuore.

L’Unità 30.03.11

"La scuola fa, il mondo disfa", di Marina Boscaino

“L’amministrazione dello Stato, come la tutela privata, deve essere gestita nell’interesse di coloro che le sono stati affidati, non di coloro ai quali è stata affidata”. Sarei certamente inserita tra i professori sessantottini e comunisti, che “inculcano principi” e da cui bisogna guardarsi ricorrendo alle scuole private. Ma non ho proposto la lettura di un sovversivo; è Cicerone, De officiis – Sui doveri, monumento didattico-pedagogico destinato più di 2000 anni fa alla classe dirigente di Roma. Traduciamo, i ragazzi ed io, trovando a ogni passaggio spunti di riflessione sull’oggi; e – temo – alimentando sempre più nei diciottenni l’idea di un mondo schizofrenico, dove la scuola propone e altri dispongono in modo opposto, sconfessando contenuti, modelli, finalità. II ora: Barocco e sentimento del tempo; infinitamente grande e infinitamente piccolo; l’oltre e l’iperrealismo: quanta vicinanza con il ‘900 in un tempo lontano e in linguaggi remoti, come quelli di certi sonettisti. Mi sposto in III: Primo Levi. Il progetto è finalizzato alla riflessione su memoria e diritti umani: i sommersi e i salvati, dicotomia universale. È ancora impossibile, per fortuna, leggere la prosa sobria e asciutta di Levi senza avvertire palpabile l’emozione: nell’aula e nei visi dei ragazzi, così disabituati all’espressione di sentimenti non ripresi da una telecamera e magari mercificati. Giovenale e l’indignatio, musa ispiratrice di fronte all’inarrestabile dilagare del vizio. Esco da scuola, accendo la radio, Gr1. Il Mediterraneo è una polveriera. La guerra – si chiama così: ancora, sempre, forse? – a un passo da noi e ovunque, senza condizionare le nostre vite, a parte il prezzo della benzina. Negli ultimi 2 mesi coloro che vivono dall’altra parte del mare si sono trasformati, hanno detto basta. A chi, a che cosa, in quale direzione i miei studenti non l’hanno saputo; e forse, non lo so nemmeno io. Il reattore è sempre lì, minaccioso. Andremo a votare un referendum, andranno anche loro, alcuni per la prima volta. Con quale consapevolezza? Ruby e il 6 aprile che si avvicina. Il nostro lavoro è utile solo piegando le discipline a sapere critico, formazione e valorizzazione di strumenti per interpretare il reale. Rifiuto per lo più tecnicismi o nozionismi e preferisco una didattica basata sulla capacità di mettere in relazione – mediante concetti organizzatori – le espressioni culturali dell’uomo di ieri e di oggi. Cultura come cittadinanza consapevole, l’obiettivo. Oggi non so più: ho l’impressione di vivere una sorta di Arcadia occidentale, in cui parte della scuola – la maggior parte – fa; e una parte del mondo – la maggior parte – disfa. In cui parole, chiavi di interpretazione, raffinatezza e profondità dei percorsi appaiono ridotti alla celebrazione di se stessi, perché non riescono più – contra-stati da altri modelli, sopraffatti da altre necessità e dalla lontananza di spendibilità e utilità immediate da sms – a dire parole incancellabili. Il mondo cambia vertiginosamente e l’impressione è che i nostri linguaggi non siano più efficaci per intercettare quel cambiamento in modo significativo. Mi chiedo se a capire l’oggi e il domani globalizzati sia sufficiente penetrare lo ieri mediterraneo. Se un brano di Seneca, Dora Markus di Montale o anche la visione e il commento di La rabbia di Pasolini possano stimolare domande, fornire risposte, indicare strade. Non si tratta dell’efficacia di quei messaggi, ma dello iato tra ore di scuola e minuti del Gr. Della consapevolezza di appartenere a una comunità educante che si sente priva di mandato; che deve prendere per mano generazioni sempre più smarrite, a cui non è più in grado di garantire interpretazioni del mondo solide ed efficaci. Dubbio moltiplicato, perché delle notizie di quel Gr io per prima capisco il significato, ma mi sfugge il senso. Ogni volta è più dura. Ma ogni volta riemergo più convinta: quelle parole, immagini, formule dicono l’uomo di sempre. Non è l’Arcadia, ma il miracolo laico dell’esercizio della critica e della divergenza. Che non di rado mi pare di intuire negli sguardi dei miei alunni, di leggere nelle loro parole.

Il Fatto quotidiano 29.03.11

"Expo il fantasma delle opere", di Carlo Petrini

Di che orto stiamo parlando? È con una certa sorpresa che ho accolto le parole dell’ amministratore delegato dell’ Expo 2015 di Milano, Giuseppe Sala, che ha dichiarato non vendibili e con scarso appeal gli orti previsti nel master plan, rinunciando così a metterli in atto. L’ avevo visto pochi giorni prima all’ Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo perché era venuto a spiegare il progetto dell’ Expo ai nostri partner strategici, per una ricerca che stiamo facendo sulle produzioni alimentari dei diversi Paesi del mondo. Non mi ha fatto nessun accenno alla cosa e quindi si può capire il mio stupore quando ho appreso che il cuore della visione per l’ Expo, il cuore del progetto, veniva cancellato. Ma alla sorpresa si è presto sostituita grande amarezza, perché siamo di fronte a un’ occasione persa clamorosa, dettata da una scelta di retroguardia. Sono stato parzialmente parte in causa nel progetto, nell’ ispirarlo e nel presentarlo nella sua fase iniziale. Sembravano tutti entusiasti, Sindaco milanese in primis. (segue dalla copertina) Gli architetti avevano fatto un buon lavoro. Intanto, ieri, la signora Moratti ha tenuto un discorso al Consiglio Comunale milanese da cui si potrebbe evincere che non è successo niente. Sembrerebbe tutto verde, tutto pulito. Ma non si capisce se ci crede veramente o è stato soltanto uno spot elettorale. Per parlare di queste cose bisogna avere cognizione di causa e le categorie culturali giuste. Come fa la Moratti a dichiarare che l’ agricoltura milanese è «moderna, intensiva, diversificata e rispettosa dell’ ambiente»? Non si rende conto che sono quattro elementi in contraddizione o come minimo incompatibili tra di loro? Se ci fossero persone con un minimo d’ idea del mondo in cui vivono, saprebbero che l’ elemento centrale della nutrizione in questo momento, a livello internazionale, è il ritorno alla terra. Tutti discutono di come realizzare una produzione sufficiente e non deleteria per gli equilibri ambientali, eminenti professori sostengono che la prossima bolla a scoppiare sarà quella agricola, proliferano i farmers’ markets. Gli orti nascono ovunque, nelle scuole, nelle città, in tanti piccoli appezzamenti privati che prima avevano soltanto scopo ornamentale. Sono la vera tecnologia del futuro, nel Nord come nel Sud del mondo. Li hanno fatti alla Casa Bianca, Londra ne vuol realizzare 2012 entro il 2012, l’ anno delle Olimpiadi. Li stiamo anche aiutando a costruire in Africa grazie alla ricerca di fondi di Slow Food, e questi cambiano la vita a intere comunità. Il mondo evoluto tecnologicamente, dagli Stati Uniti in giù, guarda con grande attenzione a questi fenomeni: non ci sono più dubbi che rappresentino ciò con cui avremo a che fare nei prossimi decenni, e invece a Milano ci dicono che all’ Expo vogliono fare il supermarket del futuro. Mentre pensano questa cosa pensano una cosa già vecchia. Quando lo realizzeranno tra quattro anni (se lo realizzeranno, visto come stanno andando le cose in materia di Expo) faranno una cosa vecchia. Rischiamo di farci ridere dietro dal mondo intero. Sono deluso e sono anche un po’ indignato, perché sta passando l’ idea che i contadini di oggi siano fermi a secoli fa. Non è vero, nelle campagne del mondo s’ inventa, si crea, si fa vera cultura post-moderna. Pensare che l’ umanità abbia a cuore soltanto la futura visione del supermercato è offensivo per miliardi di contadini, nonché un errore madornale. Com’ è un errore andare a spiegare a queste persone come devono vivere e lavorare grazie ai progetti di cooperazione che cita la Moratti, importando una visione tecnologica occidentale che non ha futuro e può fare danni irreparabili nel Sud del mondo. Prendo atto che l’ Expo sta rinunciando a diventare ciò che dovrebbe essere: un grande momento di cultura mondiale, in cui presentare i problemi e proporre le soluzioni sul tema “Nutrire il Pianeta, energie per la vita”. Prendo atto che non rinunciamo ai vecchi paradigmi che ci hanno portatoa questa situazione planetaria così critica e non voglio pensare male (e nemmeno citare Andreotti). Tuttavia la questione dei terreni del sito mi pare scottante: non c’ è la volontà di salvare un terreno agricolo e restituirlo integro e valorizzato alla città dopo l’ evento. Mantenerlo tale, senza cambiare destinazione d’ uso sarebbe uno degli atti politici più grandi e lungimiranti che si possano fare per Milano, ma c’ è invece la chiara volontà di assecondare l’ interesse di pochi, concedendo l’ edificabilità dei terreni. Non sono attrattivi gli orti? Allora forse abbiamo capito bene cos’ è attrattivo per chi sta coltivando un orto molto meno verde di quelli previsti dal master plan: un orticello che non ho ancora capito con che coraggio stiamo proponendo al mondo. Il quale, va ricordato, ci sta guardando e ci guarderà sempre più attentamente man mano che ci avviciniamo al 2015.

La Repubblica 29.03.11

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“Expo il fantasma delle opere”, di ALESSIA GALLIONE ROBERTO RHO

Tre anni. Millenovantadue giorni. Ventiseimilatrecento ore. Milano vuole organizzare una grande festa internazionale: convoca 130 Paesi, manda 20 milioni di inviti, programma di investire 1.750 milioni (più annessi e connessi). Ma tanto tempo non è bastato neppure per acquisire la disponibilità dei terreni su cui tenere l’ evento, ricevere le delegazioni dei Paesi ospiti, accogliere i visitatori. Chiunque abbia organizzato perlomeno una festa di compleanno per i propri figli sa che prima di spedire i cartoncini d’ invito dev’ essersi assicurata l’ agibilità del locale dove piazzare il buffet e far esibire clown e musicanti. Milano no. Ha messo in piedi il progetto per l’ Expo 2015, si è aggiudicata la vittoria – esattamente tre anni orsono, il 31 marzo 2008 a Parigi – nella sfida a due con la turca Smirne, ma ancora oggi non ha alcuna certezza sulle aree- quelle adiacenti la Fiera di Rho-Pero – su cui intende svolgere la manifestazione. (segue dalla copertina) Perché quelle aree, qualcosa più di 1 milione di metri quadrati di terreni incolti, accatastati come agricoli, sono per oltre metà (520mila metri quadrati) di proprietà della Fondazione Fiera di Milano, per un quarto (260mila metri quadrati) del gruppo Cabassi e solo per la parte rimanente di proprietà pubblica: Poste Italiane e i Comuni di Milano e di Rho. E i terreni non sono l’ unica cosa che manca. Mancano i soldi, e tanti. Di quei 1.746 milioni necessari per allestire il sito (molte altre centinaia di milioni sono previste per le infrastrutturee altri 1.280 milioni per l’ organizzazione dell’ evento), quasi metà (833 milioni) toccano al governo. E anche se Giulio Tremonti apre i rubinetti sempre malvolentieri, l’ amministratore delegato di Expo, Giuseppe Sala, è sicuro che da quel fronte non arriveranno problemi insormontabili. Ce ne sono e soprattutto ce ne saranno sul fronte degli enti locali: Comune e Regione devono mettere 218 milioni a testa, la Provincia e la Camera di Commercio 109 ciascuna. Il Comune deve finanziare la società Expo ma anche pagare le opere (due linee di metropolitana e varie altre minori) che ha inserito nel dossier di candidatura. Ben difficilmente – a maggior ragione in un’ epoca di vacche magrissime – riuscirà a sostenere tutte le spese previste. Chi certamente non ha i soldi, lo ha già detto e ripetuto, è la Provincia guidata dal berlusconiano Guido Podestà. E neppure la Camera di commercio, che fin qui si è nascosta dietro un cavillo statutario che le impedisce di spendere quattrini per infrastrutture che non siano strettamente legate alle proprie attività, pare disposta a mettere soldi sul piatto. Infine, i privati: 260 milioni sono attesi da pubblicità e sponsorizzazioni. Ma è una stima precrisi e nessuno sa se, chi e quanto sarà disposto a spendere. Dunque,a 1.495 giorni dalla data dell’ inaugurazione l’ Expo non ha i terreni su cui costruire l’ infrastruttura espositiva e non ha i soldi per allestirla. Per Letizia Moratti, artefice della vittoria di Parigi, sindaco di Milano da cinque anni e commissario con poteri straordinari, l’ Expo è come la centrale atomica di Fukushima: una bomba nucleare fuori controllo. È in campagna elettorale, ed è costretta a ostentare tranquillità e sicurezza, come ha fatto anche ieri davanti al Consiglio comunale. «Entreremo nella storia», ha detto, ripetendo alla noia che sarà un’ Expo ancora più verde del previsto e che non ci sono ritardi né rebus irrisolvibili. La verità è un’ altra: la “Milano del fare”, che era cinque anni fa ed è ancora oggi il suo slogan elettorale, rischia una catastrofe internazionale sotto il profilo dell’ immagine. In tre anni la Moratti ha messo insieme una sequela di inefficienze, cambi di manager e litigi, tutti in casa centrodestra e quasi tutti con il condomino Formigoni. Ancora oggi sono avvitati in una querelle estenuante su quale sia la formula migliore per acquisire i terreni di Rho-Pero: dopo mille oscillazioni tra il comodato d’ uso (i privati “prestano” i terreni, li riavranno nel dopo-Expo con il valore aggiunto del cambio di destinazione d’ uso che consente di costruire a piacimento) e la “newco” (società mista pubblico-privata nella quale i soci pubblici mettono i quattrini e i privati i terreni), oggi il barometro si è spostato decisamente sull’ ipotesi dell’ acquisto tout court. Regione e Comune girano una cifra compresa tra 100 e 140 milioni a Fondazione Fiera e Cabassi e acquisiscono la proprietà delle aree, le usano per l’ Expo e dopo il 2015 raccolgono il plusvalore generato dall’ edificabilità di quei terreni, oggi agricoli. Operazione complessa, tutta da costruire, sulla quale la Corte dei Conti e forse anche qualche magistrato potrebbero avere da ridire: è lecito che enti pubblici acquistino terreni agricoli inglobando nel prezzo d’ acquisto un cambio di destinazione d’ uso futuro (che loro stessi si propongono di fare)? E che quegli stessi terreni vengano poi rivenduti come edificabilio direttamente sfruttati dagli stessi enti pubblici per la prevedibile speculazione edilizia? Già, perché comunque vadano le cose, che siano i privati a mantenere la titolarità di quei terreni o i soci pubblici ad acquisirla, la speculazione è il perno su cui ruotano l’ affare dell’ Expo e, di conseguenza, le guerre di potere e le polemiche di questi 1.092 giorni. Al momento è tutto fermo: si attende per il 5 aprile una relazione dell’ Agenzia del territorio che dovrà stimare il valore dei terreni e delle infrastrutture che li renderanno fruibili. Ma tutti prevedono che la relazione non scioglierà nessuno dei nodi e allora Moratti e Formigoni riprenderanno a litigare. Una finta soluzione – com’ è accaduto nell’ autunno scorso – sarà raffazzonata in vista dell’ incontro con il Bureau International di Parigi il 19 aprile. Poi si tornerà a litigare. Intanto il tempo corre: non avendo la proprietà dei terreni, la società Expo 2015 non ha potuto neppure entrarci. Con due conseguenze: il manager Giuseppe Sala, che ad aprile avrebbe dovuto lanciare la prima gara da 90 milioni per la rimozione delle interferenze (la ripulitura dei terreni), l’ ha già spostataa giugno. Prima di ottobre non si muoveranno le ruspe. Secondo: il concept dell’ Expo è – o forse sarebbe meglio dire Ma anche ieri il primo cittadino ribadiva: “Nessun ritardo, entreremo nella storia” “era” – un immenso orto planetario in cui ognuno dei Paesi dovrebbe presentare coltivazioni proprie e idee per l’ agroalimentare. Ma senza la disponibilità dei terreni, il lavoro (che richiede anni) non può neppure cominciare. Il problema potrebbe essere superato dal cambio in corsa della filosofia dell’ Expo, annunciato nei giorni scorsi dal management. «Troppo verde non si vende», ha detto in sostanza Sala, prefigurando una sterzata in direzione delle nuove tecnologie che nessuno ha ben compreso e che, secondo Carlo Petrini e Stefano Boeri, gli ideatori dell’ orto globale, è un clamoroso errore. Di più: per Boeri «una manovra che occulta la reale intenzione di rimpiazzare i campi coltivati con padiglioni facilmente smontabili e sostituibili con nuove costruzioni. Cemento, cioé valore aggiunto per i proprietari delle aree». E si torna al rischio speculazione, che in tre anni di caos è l’ unica vera costante. Milano, in piena campagna elettorale, assiste attonita a uno spettacolo che sono in molti a considerare indecente. Giuliano Pisapia, candidato del centrosinistra, fatica a far sentire la sua voce nel frastuono della propaganda, che ogni giorno annuncia successi roboanti, come – ultimo ieri – l’ adesione della Cambogia all’ Expo. Si chiede, Pisapia, se dopo tre anni di scempio il supercommissario Moratti non debba essere, lei sì, commissariata. Il sindaco non fa una piega: «L’ Expo ha bisogno di continuità». Cioè di lei stessa. Tutti intorno sorridono. Il suo partito, il Pdl, chiede una relazione sulla vicenda. Formigoni ha l’ aria sorniona di chi controlla l’ unica cassaforte ancora munita, quella della Regione. Tremonti, vero manovratore dei cordoni della borsa, considera l’ Expo una fastidiosa incombenza. E Berlusconi? Raccontano che, ai dirigenti del suo parti
to che gli chiedevano come affrontare la vicenda, abbia risposto lapidario: «Passiamo ad altro».

La Repubblica 29.03.11