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L'Emilia Romagna sostiene i ricorsi al TAR. L'obiettivo è il federalismo scolastico

La Regione Emilia-Romagna ha deciso di sostenere i ricorsi al Tar del Lazio contro i tagli 2009 e 2010 al personale della scuola, presentati da diversi soggetti (associazioni, genitori, insegnanti, studenti) e unificati.

L’Assemblea legislativa ha infatti approvato a larga maggioranza (a favore centrosinistra e ‘grillini’, contrario Pdl) una risoluzione di Fds e Sel-Verdi che chiede alla Giunta regionale di aderire formalmente a sostegno dei ricorrenti, come peraltro hanno già fatto le Province di Bologna, Pistoia, Cosenza, Vibo Valentia e i Comuni di Empoli, Castelfiorentino, Certaldo e altri soggetti come il Codacons.

L’assessore all’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha ribadito la contrarietà della Giunta regionale alla politica governativa dei tagli sulla scuola. “Recepisco il senso e il significato della risoluzione, che personalmente – ha detto – condivido. La posizione della Regione Emilia-Romagna è chiara ed è stata espressa con grande determinazione alla Conferenza Stato-Regioni dal presidente Errani. Il perno sostanziale su cui stiamo lavorando riguarda i poteri effettivi delle Regioni e lo spostamento a livello territoriale della gestione scolastica”.

da TuttoScuola 31.03.11

"L´ultima beffa a scuola ora l´inglese lo insegna la maestra di matematica", di Corrado Zunino

L´ultima beffa a scuola ora l´inglese lo insegna la maestra di matematica. La riforma Gelmini taglia 11mila docenti . In poche lezioni i docenti “generalisti” dovranno imparare la lingua. Critica anche la Cisl: “La qualità dell´offerta formativa si sta facendo scadente”. L´inglese maccheronico avanza nelle scuole elementari italiane. L´ultima perla della riforma Gelmini, sottaciuta nei suoi effetti evidenti in questi giorni, è stata la cancellazione degli 11.200 maestri d´inglese – solo d´inglese – dalle primarie del paese. Dovranno riconvertirsi rapidamente, a partire dalla prima tranche (4.500 insegnanti), e diventare “generalisti”, educare all´italiano, alla geometria, ai primi rudimenti di scienze. In questa scuola elementare, la scuola elementare che il mondo ci copiava e alla terza stagione di tagli imbarca acqua come una bagnarola, i maestri generalisti (di “area letteraria” e di “area matematica”) dovranno invece imparare l´inglese, se già non lo sanno, e portarlo a un tale livello da poterlo insegnare ai nostri ragazzi tra i sei e i dieci anni.
L´infanzia, lo dice diversa letteratura scientifica, è l´età migliore per apprendere una lingua straniera e la conoscenza dell´inglese a livelli eccellenti è condizione indispensabile per trovare un lavoro di qualità nel mercato senza trincee. Di più, la prima delle tre “i” berlusconiane – l´inglese, appunto, che apriva le campagne elettorali dei Novanta basate poi su Internet e impresa – sotto il governo scolastico gelminiano è diventato un dialetto insegnato con la precarietà delle cose poco importanti.
Per fare lezioni d´inglese alle elementari basterà un corso triennale di 340 ore, cento ore l´anno di cui quaranta offerte su Internet. Con i rudimenti delle prime quaranta ore assorbiti la scorsa estate con un tutor, duemila maestre generaliste (le insegnanti donne sono maggioranza alle elementari) già balbettano in classe il loro “I´m the teacher” agli scolari di prima e seconda. «Nel corso delle tre ore serali ridiamo per non disperarci, gli strafalcioni sono esilaranti», racconta Maria Antonia, maestra italianista di Tempio Pausania. «Io non ho mai sfiorato un libro scritto in inglese, solo studi francesi, e oggi la mia pronuncia è uno strazio. A 44 anni sono dovuta partire dall´alfabeto, x, y, w, e dopo quattordici lezioni siamo alla descrizione di una persona, i sostantivi del vestire, gli aggettivi adatti. Ma che potremo insegnare ai nostri scolari? I miei figli sono iscritti alle elementari e le assicuro che sono loro, che hanno appreso la lingua da maestre specialiste, ad aiutarmi a fare i compiti a casa. I test su Internet sono finti: in molti chiedono a parenti e amici le risposte, poi le inviano in piattaforma. Tanto chi sarà bocciato alle prove di fine corso dovrà insegnare lo stesso l´inglese in classe».
Maestri di 50 anni buttati nella mischia, maestre costrette a recuperare baby sitter per la sera e comprarsi il computer. Sui test d´inglese è stata dura anche la Cisl scuola, spesso vicina al ministro Gelmini: «La qualità dell´offerta formativa si sta facendo scadente». A Caserta diversi docenti si sono rifiutati di continuare i corsi, a Pavia non si sa quando partiranno. Marianna Pirinu, insegnante d´inglese in Gallura, da 13 anni: «Ho una certificazione internazionale con test corretti a Cambridge, cinque anni con insegnante madrelingua e devo essere messa da parte perché il ministero ha deciso che chiunque può insegnare l´inglese».

La Repubblica 31.03.11

"Spettacolo al di sotto della decenza", di Luigi La Spina

Faceva impressione, ieri sera su tutti gli schermi delle tv italiane, vedere il ministro della Difesa urlare in aula e insultare il presidente della Camera per le contestazioni sul «processo breve» Un ministro del Paese più coinvolto nelle conseguenze delle rivoluzioni che sconvolgono l’altra sponda del nostro Mediterraneo. Una questione lontanissima dalle gravi preoccupazioni che assillano gli italiani in questo momento e che, tra l’altro, dovrebbero assillare anche i suoi pensieri e le sue azioni. Lo spettacolo si completava con il collega ministro degli Esteri che lo affiancava sul banco del governo, sbalordito e imbarazzato testimone di una scena impensabile e inaudita in qualsiasi Parlamento di una democrazia occidentale. Uno Stato che sta partecipando, in questi giorni, a una operazione militare di guerra, anche se vogliamo chiamarla in altro modo, e che deve affrontare un’emergenza umanitaria drammatica.

Così come faceva impressione vedere il presidente del Consiglio offrire agli abitanti di Lampedusa, comprensibilmente esasperati da una situazione sconvolgente, una escalation di promesse strabilianti, culminate con la candidatura al Nobel della pace e garantite da un impegno che, preso da Berlusconi, ha un valore assoluto: l’acquisto di una villa sull’isola. Perché, in quelle stesse ore, a Roma, i suoi deputati e il suo ministro della Giustizia preparavano un blitz procedurale per assicurare un cammino parlamentare, appunto, brevissimo a quel «processo breve». Una legge che, se fosse approvata in tempi rapidi, lo salverebbe da un’eventuale condanna al processo Mills.

Faceva pure impressione, sempre ieri sera, l’evidente difficoltà dell’altro partner di governo, quello determinante in questa fase della vita politica, la Lega. Da una parte, costretta a dimostrare di saper gestire, in prima persona col suo ministro Maroni, una situazione molto intricata e difficile, quella dell’immigrazione dai Paesi mediterranei, dove non bastano le sbrigative battute in dialetto di Bossi a risolvere problemi di portata epocale. Dall’altra, obbligata a sostenere Berlusconi nelle sue vicende processuali, con provvedimenti di legge che rischiano di incidere gravemente sui consensi di elettori molto sensibili al rischio di generalizzate clemenze giudiziarie. Due fronti che, con una coincidenza simbolica, vanno a colpire proprio un motivo fondante di quel partito, la tutela della sicurezza, scudo delle paure più profonde degli italiani.

Per completare lo scenario ieri spalancato davanti all’opinione pubblica nazionale, e ancor più internazionale, la visione di un Parlamento assediato da una contestazione accesissima, a cui, inspiegabilmente e singolarmente, è stato permesso di arrivare sulla soglia del portone. Testimonianza di un clima esasperato e di una spaccatura emotiva tra i cittadini italiani rischiosa, soprattutto in un momento in cui il nostro Paese deve superare prove molto ardue.

È vero, infatti, che l’Europa, sul problema degli immigrati maghrebini, pare sorda ai giustificati appelli alla solidarietà comunitaria che arrivano dalle nostre autorità di governo. Ed è anche vero che il modo con il quale i principali leader del mondo trattano i rappresentanti italiani ai vertici internazionali sembra oscillare tra la trascuratezza e il paternalismo. Proprio su una questione, quella della crisi libica, in cui il nostro Paese è il più coinvolto, sia per gli interessi economici e geopolitici, sia per i risvolti demografici, sia per le nostre antiche responsabilità storiche.

La forza negoziale dell’Italia, però, sarebbe ben diversa se la credibilità della nostra classe dirigente, in queste e in altre circostanze, non fosse molto indebolita da un costume politico così al di sotto dei minimi standard di decenza pubblica. Perché l’autorità nei confronti degli altri Paesi del mondo si conquista con l’autorevolezza raggiunta nel nostro.

La Stampa 31.03.11

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“E alla Camera risuonò il “vaffa” di Ignazio”, di FRANCESCO BEI

«Stai zitto». «Non ti devi permettere». «Ma vaffanculo!». Quella «piazza» che, secondo La Russa, non si sarebbe dovuta nemmeno avvicinare al portone di Montecitorio, alla fine è tracimata fin dentro l´aula. E a portarcela ieri sera è stato proprio il ministro della Difesa, trasformando per mezz´ora il Parlamento in una vucciria. Lo scambio di battute tra La Russa e Fini è durissimo, è evidente che travalica i confini della contingenza e si gonfia di un livore coltivato da mesi.

«Un ministro che manda affanculo il presidente della Camera – sibila furibondo Claudio Scajola – non si era mai visto». L´attacco di La Russa è premeditato. Esce fuori da Montecitorio, affrontando i manifestanti insieme a Daniela Santanché, beccandosi insulti e un lancio di monetine. Non ci voleva molto a capire che sarebbe stata una provocazione, visto che da un´ora lì fuori 200 persone stanno gridando a squarciagola «vergogna», «mafiosi», «corrotti». Insomma, la Russa sosterrà di essere uscito dal portone solo «perché avevo un appuntamento lì vicino», a molti invece la sua appare come una mossa studiata. Gli ex An in Transatlantico si passano la voce: «Tutti dentro, Ignazio farà un casino». È chiaro a tutti che sta per succedere qualcosa, La Russa è incontenibile. Ghedini capisce al volo che può andare in fumo il tentativo di portare a casa la legge pro-Berlusconi e sprona Angelino Alfano e Fabrizio Cicchitto. Entrambi scongiurano La Russa di lasciar perdere: «Ignazio calmati, così puoi mettere a rischio il provvedimento». La Russa non li ascolta nemmeno. Solo la Prestigiacomo lo giustifica: «Lasciatelo fare, si deve sfogare». Si sfogherà, eccome.
Presa finalmente la parola, La Russa racconta di essere stato aggredito fuori da Montecitorio. «Ho riconosciuto una persona, era l´organizzatore dei fischi a Silvio Berlusconi il 17 marzo. La stessa persona, vestita nella stessa maniera». Insomma, quanto accaduto, sarebbe «il frutto di una contestazione premeditata alla maggioranza, agli organi costituzionali, alla libertà del Parlamento». Poi, rivolto ai banchi dell´opposizione, che già inizia a rumoreggiare: «Voi siete complici se reagite così. Siete violenti più di loro».
Dario Franceschini gli risponde, si chiede come mai i manifestanti non siano stati tenuti come al solito dietro le transenne e «come mai, casualmente, La Russa, che ha un volto noto, non ha mancato di uscire dal portone principale per essere vittima di aggressione… Se avvengono episodi di violenza si condannano ma… «.
L´orologio segna le 18.30, in aula scoppia l´inferno. La Russa applaude ironicamente il capogruppo Pd: «Bravo, ma bravo». Dai banchi del Pd e dell´Idv gli gridano di tutto: «Fascista! Dimettiti! Coglione!». La Russa chiama i suoi a rispondere, mentre i forzisti e i leghisti restano attoniti. Arriva l´incidente più grave, quello con Fini. «Onorevole ministro, la prego di avere un atteggiamento rispettoso», dice il presidente con la campanella in mano. La Russa si mette l´indice davanti alla bocca, come a dire: stai zitto. Poi si gira e («rivolto alla presidenza», annotano diligentemente i quattro scrupolosi stenografi d´aula) fa il gesto di Chinaglia a Valcareggi, dicendo «Ma vaffanculo!». Prima di sospendere la seduta, Fini replica: «Non le consento di insultare la presidenza». Spento il microfono, gli urla in faccia: «Ma come ti permetti!». Il presidente della Camera è furibondo, quando incrocia i deputati del Pdl quasi li travolge e lancia il suo anatema: «Quello è da curare, curatelo!». Nel Pdl c´è chi sostiene di aver sentito dire a Fini anche altro contro l´ex ministro. Ma sono in molti a far riferimento esplicitamente a uno stato alterato di La Russa e all´uso di stupefacenti. Il Pd Sandro Gozi: «Aveva sbagliato la dose». Il finiano Granata: «Ha cambiato pusher». Pier Luigi Mantini, Udc, invoca addirittura «un test antidroga». Mentre il terzo polo ne invoca le dimissioni, La Russa in serata telefona a Fini per scusarsi: «Ce l´avevo con Franceschini». Ma il presidente della Camera gli risponde gelido: «Non è stata un´offesa alla persona ma all´istituzione. La gravità di quanto accaduto sarà quindi valutata dagli organismi di Montecitorio».

La Repubblica 31.03.11

Nella ricerca la Cina insidia gli Usa

La Cina insidia gli Stati Uniti anche sul fronte della ricerca scientifica: la potenza asiatica è schizzata dal sesto al secondo posto a livello mondiale ed entro pochi anni salirà in prima posizione scalzando gli Usa. Secondo un rapporto pubblicato ieri dalla Royal Society di Londra «la Cina ha già superato la Gran Bretagna per numero di pubblicazioni scientifiche e si prevede che forse già nel 2013 e sicuramente entro il 2020 superi anche gli Stati Uniti».
La classifica della ricerca scientifica mondiale è ancora dominata dai Paesi occidentali con Gran Bretagna, Germania, Francia, Canada, Italia (scesa dal settimo all’ottavo posto) e Spagna alle spalle degli Usa, ma il loro contributo cala. Il Giappone ha ceduto il secondo posto alla Cina, scendendo in quarta posizione, mentre l’India è entrata per la prima volta nella top ten al numero dieci, scalzando la Russia.

Il rapporto “Knowledge, Networks and Nations” dell’accademia scientifica britannica si basa sul numero di articoli e studi pubblicati nelle riviste scientifiche più prestigiose a livello mondiale paragonando il periodo 1993-2003 al quadriennio 2004-2008. Allo stato attuale «gli Usa sono leader mondiali e producono il 20% di tutta la ricerca scientifica, dominano le classifiche universitarie e investono quasi 400 miliardi di dollari all’anno in ricerca e sviluppo», afferma il rapporto. La percentuale di ricerca made in Usa è però scesa dal 26,4% al 21,2% attuale e anche Gran Bretagna, Giappone, Germania e Francia hanno registrato un calo negli ultimi anni.

La Cina invece ha più che raddoppiato il suo contributo alla ricerca scientifica mondiale passando dal 4,4% all’attuale 10,2% e conquistando così la seconda posizione. «L’ascesa della Cina è stata particolarmente impressionante – afferma il rapporto -. Pechino ha aumentato molto gli investimenti con una crescita del 20% ogni anno a partire dal 1999 per arrivare agli oltre 100 miliardi di dollari di oggi». Nel 2006 inoltre le università cinesi hanno sfornato 1,5 milioni di laureati in scienza e ingegneria, numero che si prevede sia andato crescendo negli ultimi anni.

La morale è che «nessun Paese per quanto storicamente dominante può permettersi di riposare sugli allori se vuole mantenere il vantaggio competitivo che deriva dall’essere un leader nella scienza – afferma Chris Llewellyn Smith, direttore della ricerca della Royal Society -. Il mondo scientifico sta cambiando e nuovi protagonisti si stanno rapidamente facendo avanti: oltre all’emergere della Cina stiamo assistendo all’ascesa di Paesi dell’Asia orientale, del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale».

Il rapporto dimostra la stretta correlazione tra investimenti e risultati. Un esempio è la Turchia, che ha dichiarato la ricerca una priorità assoluta aumentando di sei volte gli investimenti pubblici: in dieci anni il numero di ricercatori è salito del 43%, il numero di articoli pubblicati è quadruplicato e il settore ha registrato un miglioramento paragonabile a quello cinese. Un altro esempio è l’Iran, che ha registrato l’incremento maggiore nel numero di pubblicazioni scientifiche, passando dalle 736 del 1996 alle 13.238 del 2008. La Tunisia, che dieci anni fa non investiva affatto in ricerca, ora dedica alla scienza lo 0,7% del budget. In Brasile, altro Paese fino a poco fa “invisibile”, San Paolo ormai produce più ricerca scientifica dell’antica università di Cambridge in Inghilterra.

L’aspetto più importante, secondo la Royal Society, è che la ricerca scientifica si sta internazionalizzando e che c’è più cooperazione che concorrenza tra Paesi. «Problemi globali come il cambiamento climatico, il rischio di pandemie, la bio-diversità, le riserve di cibo, acqua ed energia hanno bisogno di soluzioni globali e la collaborazione è necessaria per trovare queste soluzioni – afferma Llewellyn Smith -. Più Paesi sono impegnati nella ricerca scientifica, più innovazioni ci saranno per il bene di tutti».

Il Sole 24 Ore 30.03.11

Prescrizione breve, bagarre alla Camera A La Russa saltano i nervi: «Affan…» in aula

Davanti alla Camera ci sono stati momenti di tensione. Soprattutto quando è arrivato La Russa: slogan da manifestanti contro il ministro. Che poi in aula ha attaccato l’opposizione. Ma Franceschini ribatte: ministro sceso apposta tra manifestanti. E, guarda caso, il servizio d’ordine non era quello standard per Montecitorio.

FRANCESCHINI: PROVVEDIMENTI PER “AFFANCULO” DI LA RUSSA
«Un ministro della Difesa che ad un normale intervento manda ‘affanculò il presidente della Camera o, come ha chiarito dopo, il capogruppo dell’opposizione richiede provvedimenti importanti». Così, al termine della seduta sospesa per la bagarre in Aula, il capogruppo del Pd Dario Franceschini condanna il comportamento del ministro, aggiungendo che «almeno La Russa è riuscito nell’intento di far rinviare la seduta, facendo inconsapevolmente ostruzionismo».

RAINEWS: SERVIZIO D’ORDINE INFERIORE STANDARD MONTECITORIO
Rainews: servizio d’ordine inferiore agli standard di Montecitorio. Probabilmente dare queste notizie attirerà strali (oppure offensive dietro le quinte) contro la testata diretta da Mineo.

SOSPETTO DI FRANCESCHINI: LA RUSSA NON PER CASO TRA MANIFESTANTI
Franceschini avanza il sospetto che i manifestanti siano fatti lasciare arrivare davanti a Montecitorio non per caso e non per caso ma per provocare sia passato di lì (e non da un portone laterale) La Russa. Il ministro della Difesa parla di contestazione premeditata e organizzata. Lo scambio di battute è al calor bianco. Scappa un “vaffa” rivolto al presidente della Camera.

BAGARRE IN AULA, SEDUTA SOSPESA
Bagarre alla Camera in aula. Fini alle 18.40 interrompe la seduta. La Russa dà di violenti all’opposizione e attacca con toni pesanti. Si è sentito qualcuno urlare “fascista”. Fini ha dovuto sospendere la seduta.

BERSANI ALLA PIAZZA: CI OPPONIAMO IN TUTTI I MODI, UNITI CE LA FAREMO
Con l’aiuto di una scaletta, Pier Luigi Bersani prende il microfono in piazza Montecitorio all’altezza delle transenne che delimitano lo spazio antistante la Camera dei deputati. Davanti a lui circa mille persone, che sventolano bandiere del Pd, dell’Idv, degli altri partiti della sinistra e del Popolo viola. «Grazie di essere qui – attacca il segretario democratico- a manifestare contro un colpo di mano del governo messo in piedi per salvare Berlusconi». I manifestanti applaudono. Il segretario del Pd spiega: «non è accettabile che il ministro della Difesa, quello degli Esteri, con tutto quello che accade a livello internazionale, oggi siano presenti in Parlamento con la maggioranza. E martedì prossimo porteranno anche il conflitto di attribuzione per far dire al Parlamento che Ruby è la nipote di Mubarak». La gente in piazza apprezza e quando Bersani ribadisce che il Pd «sarà presente in Aula per opporsi in tutti i modi» alle forzature della maggioranza, un singolo manifestante grida: «E speriamo che ci sarete tutti questa volta», ma viene sommerso dai fischi della piazza. Bersani rivolge un appello «a non diffondere solo rabbia ma anche fiducia e speranza. Bisogna avere tenuta, unità – conclude – e ce la faremo».

ROSY BINDI: TOGLIETE ASSEDIO A MONTECITORIO
“Togliete l’assedio a Montecitorio” chiede il presidente del Pd Rosy Bindi mentre dei manifestanti contro la prescrizione breve – Popolo Viola insieme a militanti del Pd e Idv – continuano a gridare: «Buffoni, buffoni, fuori, fuori». Rosy Bindi ha chiesto – garbatamente – ai manifestanti di “togliere l’assedio” a Montecitorio, per tenere alta la bandiera della battaglia contro il processo breve. E definisce “molto grave” che la maggioranza cerchi di far passare questa “ennesima legge ad personam”. Secondo la parlamentare – lo dice tramite un microfono ai manifestanti, “dobbiamo mantenere un comportamento corretto, fare sit in permanenti, proposte serie con un comprotamento ineccepibile, no a monetine. Contro questa che è la dittatura della maggioranza”.

MONETINE CONTRO LA RUSSA
Momenti di tensione davanti Montecitorio dove il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è stato duramente contestato da un gruppo di manifestanti del popolo Viola e del Pd che si erano radunati davanti a Montecitorio per un sit in contro la legge sul processo breve. La Russa è uscito dalla Camera e si è avvicinato ai manifestanti che l’hanno raggiunto gridandogli: «Vergogna, mafiosi, fascista» e gli hanno tirato delle monetine. La Russa è stato protetto da un cordone di carabinieri che lo hanno fatto rientrare a Montecitorio. Duramente contestato anche il sottosegretario Daniela Santanchè apostrofata con «bugiarda».

BLITZ DELLA MAGGIORANZA ALLA CAMERA
Blitz della maggioranza alla camera dei Deputati sul processo breve. Il Pdl ha chiesto l’inversione dell’ordine dei lavori alla Camera per portare già oggi all’esame dell’Aula il provvedimento sul processo breve e il Pd ha protestato, parlando di «pagina nera per la storia della Repubblica». Ma l’Aula ha votato sì alla richiesta di Pdl e Lega. Le opposizioni hanno votato contro. Il sì alla richiesta di inversione dell’ordine del giorno è passato per 15 voti di scarto. Slitta quindi l’esame, previsto oggi, della legge Comunitaria nella quale è stato inserito il contestato emendamento che amplia la responsabilità civile dei magistrati. Norma che proprio in queste ore è oggetto di ‘ripensamenti’ che potrebbero portare ad una riformulazione del testo, e sulla quale il Csm si prepara ad intervenire con un parere decisamente critico.

È stato Simone Baldelli, Pdl, in apertura di seduta a chiedere l’inversione dell’ordine del giorno. Subito dopo, ha preso la parola il capogruppo Pd Dario Franceschini, lamentando la violazione dell’articolo del regolamento della Camera che riserva all’opposizione uno spazio dei lavori dell’Aula per le proprie proposte di legge. «Vergognatevi», ha detto il capogruppo Pd. «La proposta del Pdl su cui esprimiamo parere contrario è un’altra pagina inedita di violenza parlamentare e abuso della maggioranza», ha continuato Franceschini denunciando la richiesta del Pdl. «Voi- attacca- volete fare subito, perchè volete questo provvedimento vergognoso che ha l’unica motivazione di fermare il processo Mills» di Silvio Berlusconi. Per l’ex segretario democratico «questo provvedimento ha come conseguenza immediata la prescrizione per migliaia di processi: un imputato di violenza carnale, se incensurato- dice- avrà la prescrizione breve grazie alla vostra norma». Poi, si rivolge al ministro Bossi, seduto in Aula, e con toni alti accompagnati dalle proteste dei deputati di maggioranza, dice: «Cosa andrete a dire ai popoli padani a cui parlate di sicurezza? Che quando riguarda il presidente del Consiglio non contano violenze e rapine? Siete pronti, come dei servitori fedeli, a votare a favore del presidente del Consiglio». Franceschini, poi, conclude: «Oggi il presidente del Consiglio è corso a Lampedusa con a seguito giornalisti e tv: quella visita non è per aiutare la popolazione, ma perchè volete coprire il processo breve, è l’ultima delle vergogne. Almeno provate vergogna per un’altra pagina nera nella storia della Repubblica». La risposta dai banchi della maggioranza è stata: «Buffoni, buffoni!».

Gianfranco Fini replica al Pd che denuncia che non si può invertire l’ordine del giorno dei lavori dell’assemblea se questo pregiudica l’esame di un provvedimento in quota opposizione. Prendendo la parola in aula dopo la richiesta del Pdl di accelerare sul processo breve con dentro la prescrizione breve, il presidente della Camera spiega che ci sono deliberazioni della Giunta del regolamento che fin dal 1998 precisano che le richieste di inversione di ordine del giorno, così come le richieste di rinvio in commissione di un ddl, «non incidono» sul provvedimento in discussione ma sulla «procedura» dell’esame. La decisione di far votare l’aula, aggiunge Fini, «spetta al presidente della Camera che chiama l’assemblea a pronunciarsi». Le richieste di inversione dell’odg, quindi, «non possono essere contestate» e non sono «connesse ad alcuna conseguenza definitiva sul merito». A Erminio Quartiani (Pd), che interviene anche dopo le parole di Fini, la terza Carica dello Stato replica: «Io non ho il potere di verificare ciò che è più opportuno» sul merito di un ddl «ma solo di far mettere in votazione» le richieste di invertire l’ordine dei lavori.

«Quel Gheddafi è un mascalzone e bisognava pur fermarlo…», intervista a Pietro Ingrao di Bruno Gravagnuolo

Parla Pietro Ingrao. I novantasei anni del leader che fu direttore de «l’Unità» dal 1947 al 1957. La guerra, la pace, l’idea di patria e l’urgenza di un soggetto politico della sinistra italiana ed europea. 96 anni. Una vita che ne comprende tantissime altre, non solo quelle dei suoi coetanei. L’abbiamo incontrato: guerra, idea di patria e la sinistra gli argomenti della conversazione.

Compleanno di Ingrao. Con tutto il rispetto per una vita ben altrimenti straordinaria, è un po’ come se fosse anche il nostro. E infatti, per questo suo novantaseiesimo anno, siamo di nuovo da lui a festeggiare, e a «ragionare». Assieme.
La marionetta di Charlot è sempre là, con gli Omiccioli, i Vespignani, i disegni di Guttuso, le foto, i piccoli cimeli. E quella morbida luce meridiana, fattasi vespertina, che di solito accompagna i nostri incontri. Preliminari. Pietro compare inatteso, lieve. Mentre il nipote, Giovanni Lombardo Radice, ci racconta che a tennis Ingrao perdeva spesso con suo padre Lucio Lombardo Radice…. E noi scherzando glielo ripetiamo… «Mica vero dice Pietro, materializzatosi d’incanto in soggiorno Vincevo io! E poi che fai? Arrivi e mi prendi subito in giro?». «No, Pietro replichiamo lo so che eri bravo e che invece con Aldo Natoli vincevi tu…». «No, Natoli era forte, con lui perdevo…».

LA LIBIA…
E allora cominciamola anche noi questa partita-intervista. A tratti ostica. Con Ingrao che gioca di rimessa e non di rado contrattacca disarmante, mettendoti in imbarazzo: «Ma perché mi fai questa domanda? Mi sembra un po’ ovvia…». E noi a cercare un’altra strada, forzando il ritmo dei suoi dubbi. Chiacchierata fatta di tre «games: la guerra, l’idea di patria e la sinistra. Quanto al primo punto, Ingrao ci «spiazza» subito: non è affatto un pacifista radicale e assoluto. Come tanti lo descrivono. E dice: «certo la guerra è sempre un male, e tutto il mio secolo è stato un secolo di guerra. A me la pace non è stata consentita, benché la agognassi. Ora esplode l’Africa, e io sono contro le soluzioni belliche, però…». Però… Pietro? «Se sei costretto da nemici feroci e infami, allora combatti. Ci sono guerre e guerre, e io ho combattuto contro il nazifascismo…».
Scusami Pietro, se insisto: si può consentire interventi umanitari a difesa degli inermi, fuori di casa tua? «Guarda, non sono mai stato a guardare, ma voglio capire, ogni volta, di che si tratta. Personalmente ho sempre agito da resistente e da cospiratore. Mi chiedi della Libia, no? E ti rispondo: era giusto intervenire, non si può restare indifferenti. E questo è stato sempre il mio atteggiamento, fin dal 1936 anno della mia presa di coscienza antifranchista e antifascista. Perciò non dico “no alla guerra sempre”. Anche se si tratta di vedere, di volta in volta, se sia giusto intervenire, oppure no».
Tuttavia caro Pietro, questa guerra, e di bel nuovo, divide la sinistra, e pure la destra al governo. Sicché, non ci vuole almeno un criterio generale, per dirimere il dilemma «intervento/non intervento»? E poi, all’estrema sinistra, c’è chi come Gino Strada dissente comunque dall’intervento autorizzato dall’Onu in Libia… Insomma tu che dici? «Dico che tu sai bene quello che è stata la mia vita, e che sta lì il mio criterio di scelta. Ora è difficile parlare della guerra in astratto, “guerra giusta o non giusta”… ma se mi chiedi di Gheddafi, posso dirti: è un mascalzone. E perciò un modo per far fronte a uno come lui lo si doveva pur trovare. Con tutti i dubbi sui rischi imperiali euroccidentali che un intervento del genere può implicare in quell’area». Cambiamo argomento: la patria. Ingrao, la destra suole dire oggi alla sinistra: “siamo noi che vi abbiamo convertito alla patria e al tricolore”! Ma fa rabbia, non credi? «È totalmente falso! In Italia la guerra al nazifascismo è stata anche una guerra patriottica, vissuta, anche dal Pci, con un legame profondo con la nostra patria. Scusa, e metti nome e cognome: ma chi dice il contrario?». Elenco lungo, caro Pietro: Vespa, La Russa, Ostellino, Della Loggia…«Non mi irrita più di tanto, sentire certe cose, sono posizioni diverse dalle nostre, ristrette. E i nomi che fai non mi impressionano granché…Per me certe cose sono assodate. In Europa e in Asia si sono condotte nel 900 grandi lotte nazionali, gigantesche lotte di emancipazione sociali e nazionali. Se poi mi chiedi del Pci e della sua funzione nazionale, certe accuse ce le facevano i fascisti, e sono state confutate dal ruolo del Pci nella Resistenza. Nonché da ciò che i comunisti hanno fatto nel dopoguerra in Italia. Io poi la mia risposta a riguardo, materialmente, l’ho data nei fatti…».

L’OPPOSIZIONE…
E infine terzo «game»: la sinistra, l’opposizione. Prima di tutto, Ingrao, come percepisci quest’opposizione e il Pd? Confusa, divisa, ancora imbambolata, o che altro? «Troppo frantumata, nel suo insieme. Laddove invece si dovrebbe operare per compattarla. E te lo dico così: si dovrebbe lavorare per costruire un soggetto collettivo. Un’azione collettiva fatta di diversi attori in campo. Uniti, per dare forma e carattere a una linea condivisa. Cosicché, se scoppia un conflitto in Africa, ci sia un soggetto italiano e magari europeo, che sappia intervenire in modo coerente, sullo scenario africano e internazionale. È proprio quello che manca in un momento così drammatico…». Scusa Pietro, ma in molti si chiedono: come mai, malgrado la crisi di credibilità civile di questa destra, Berlusconi ancora tiene? E tiene, nonostante le divisioni del suo blocco… « Ti rispondo sempre allo stesso modo: siamo ancora divisi, persino nella lotta contro Berlusconi, e continuiamo a spaccarci anche nella quotidianità. Dobbiamo mettere insieme tutti i pezzi: sinistra, centrosinistra, antiberlusconiani e via di seguito». Però scusa, un conto è la sinistra e non tutto il Pd si definirebbe tale altro è l’opposizione nel suo insieme, che include anche il centro. Che tipo di alleanza vedi tu? «Prima di tutto, io dico, uniamo la sinistra, il soggetto potenziale. E insieme, anche quelle forze centriste che possono essere coinvolte in un processo di resistenza al berlusconismo. Bersani, Vendola e gli altri più a sinistra, da soli non possono farcela…».

UNA SINISTRA DI MASSA
Restiamo alla sinistra in quanto tale: di che è fatta la «tua» sinistra? È ancora possibile una sinistra di massa, coesa, con una sua identità sociale riconoscibile? «Torno a dirtelo: si può costruire in Italia un unico soggetto collettivo, di massa, fatto di posizioni più moderate o più radicali. O almeno lo spero, e per quanto posso ci lavoro anche, con quello che faccio e che scrivo». Molti però, a cominciare da settori del Pd, non pensano che sia più possibile questa «sinistra di massa», espressione del riscatto degli sfruttati e dei senza potere. Una sinistra del lavoro e della sua liberazione. Tu cosa replichi? «E lo chiedi proprio a me? Io dico: ricominciamo! Ma da un soggetto collettivo che torni a spingere avanti tutto il quadro politico. Non basta lamentarsi e non basta indignarsi, come ho titolato il mio ultimo libro…».
È il controtitolo di un libro di successo francese, Indignatevi! Ma tu che intendi? Ce l’hai col moralismo antipolitico? «Voglio dire che costruire un attore politico è ben diverso dal puro indignarsi. E che per combattere l’avversario, quell’attore ci vuole! Non solo per combatterlo, ma per dividerlo. Per dividere il suo blocco sociale, e costruirne uno proprio, vincente».

da L’Unità

Imprese edili, ecco le nuove regole

Approvata alla Camera la legge che disciplina l’attività di costruttore. Ghizzoni e Miglioli: “Favorire concorrenza leale e qualità del prodotto”. La Camera dei Deputati ha approvato con un’ampia maggioranza il testo unificato di diverse proposte di legge relative alla “Disciplina dell’attività di costruttore edile e delle attività professionali di completamento e finitura edilizia”. Una delle proposte di legge porta la firma, tra gli altri, degli onorevoli Ivano Miglioli e Manuela Ghizzoni. Ecco di seguito la loro dichiarazione congiunta.

«Le proposte su questa materia sono partite dalle associazioni di categoria, in particolare CNA e Confartigianato. Nella Commissione Ambiente e Lavori Pubblici vi è stato un confronto unitario che ha portato ad un testo condiviso. Come sempre, quando la maggioranza non opera con forzature o a colpi di forbici, il Partito democratico da il suo decisivo contributo.

Si è inteso fornire una disciplina ad attività di un settore privo di regole per l’accesso e per svolgere l’attività imprenditoriale, con l’obiettivo che chi l’avvia e la svolge in edilizia abbia le competenze necessarie per garantire la sicurezza dei lavoratori e degli utenti.

Anche se la fase è drasticamente cambiata rispetto a quando è iniziata la discussione (allora forte espansione urbanistica ed edilizia, ora mercato in crisi), questo non cambia l’esigenza di intervenire in un settore privo di regole, in cui si è parlato anche di “autonomi per finta”, in cui più che in altri settori si manifestano concorrenza sleale, evasione fiscale, evasione contributiva, non rispetto delle normative, lavoro nero, infortuni sul lavoro, con rischi anche per gli utenti, i consumatori in riferimento alla qualità del prodotto. Settore preso di mira, per le loro infiltrazioni, dalle organizzazioni criminali mafiose.

La crisi economica provoca ancora più difficoltà per le aziende sane, che cercano di operare con professionalità, competenza, qualità e rispetto delle regole (a partire dal pagamento delle tasse e dei contributi per i loro dipendenti e dal rispetto delle misure per la sicurezza sul lavoro).

La legge si pone l’obiettivo di favorire la concorrenza leale, la qualità de prodotto, la crescita professionale delle imprese e di arginare i fenomeni degenerativi del settore. Prevede quindi la figura di un responsabile tecnico, che abbia requisiti di professionalità e moralità, in ogni impresa. Le imprese, da parte loro, devono offrire requisiti di onorabilità e di capacità organizzativa e garantire interventi sul versante della formazione. Previsti anche sistemi premianti e sanzioni, mettendo in capo alle Camere di commercio compiti di verifica e controllo. Ci auguriamo che il Senato esamini in tempi brevi il testo approvato dalla Camera, per dare queste regole al settore, cosa tentata ma non riuscita nelle ultime legislature».