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Stagisti, tirocinanti e praticanti: dal PD tre proposte a precarietà zero

Damiano, Fassina e Raciti presentano il progetto di legge per tutelare i giovani, incentivare gli imprenditori che assumono chi fa uno stage, introdurre il contratto di praticantato. L’economia ristagna, la disoccupazione giovanile a livelli da record ormai tocca un ragazzo su tre. Sono 1.400.000 i lavoratori atipici, 2.500.000 quelli a tempo determinato e in somministrazione, 500.000 gli stagisti e 400.000 le false partite IVA che nascondono altri lavori.
Numeri a fronte dei quali il PD risponde con il progetto PRECARIETA’ ZERO, una proposta di legge per regolare il tirocinio, gli stage e la pratica professionale che sarà accompagnato da una campagna di sensibilizzazione portata avanti anche dai Giovani Democratici e dalla “repubblica degli stagisti” presentata oggi in una conferenza stampa alla Camera da Cesare Damiano, primo firmatario della proposta, insieme con il responsabile economia e lavoro del Pd Stefano Fassina, il segretario dei GD Fausto Raciti e da una rappresentante della ‘Repubblica degli stagisti’, Eleonora Voltolina.

Per impedire che i periodi di formazione siano usate dalle aziende per coprire gratis buchi di organico, la proposta prevede che i tirocini non possano durare più di 9 mesi, che non possano essere usati per sostituire personale, che siano vietate attività manuali.
Agli stagisti deve essere riconosciuta una borsa di studio che sia pari almeno al 30% dello stipendio di un lavoratore del settore e comunque non meno di 400 euro al mese, più le spese di trasporto, i buoni pasto e l’assicurazione infortuni.
Per Fassina “questo è un pezzo importante di una strategia per combattere la precarietà. Con un’economia stagnante il mercato del lavoro soffre e a soffrire maggiormente sono i più deboli, la nostra proposta vuole essere uno stimolo per le aziende a migliorare la qualità degli investimenti, mentre oggi la competizione e’ soprattutto sul costo del lavoro”. Anche per questo si propongono forti agevolazioni contributive per chi assume gli stagisti, perché è anche per risparmiare siamo arrivati alle cifre di oggi: “Ogni anno in Italia si fanno 500mila stage, una cifra impressionante, in alcuni casi aprono le porte al mondo del lavoro, in altri chi li frequenta viene utilizzato come un dipendente. Noi non vogliamo creare una nuova modalità di lavoro, ma impedire un uso distorto degli stage”.
La proposta di legge prevede poi di istituire il contratto di tirocinio, in cui sono riportati il progetto formativo e le condizioni dello stage, da comunicare al sindacato. Violazioni gravi del contratto comportano la trasformazione del tirocinio in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
La proposta mira a regolamentare anche la pratica professionale, con un contratto di praticantato e compenso equo, destinata ai 300mila praticanti che devono sostenere ogni anno esami di stato.
“Per garantire un duraturo rilancio economico e sociale, il mondo del lavoro di oggi deve mettere in primo piano, -sostiene Fausto Raciti- anche la necessità di un nuovo sistema delle opportunità: avere forme di tirocinio e formazione al lavoro corrette ed efficaci, dare sostegno alla regolarità e stabilizzazione del lavoro; dare riconoscimento sociale alla propria identità lavorativa; sostenere i percorsi di formazione continua; incentivare l’accesso e l’avvio alla professione anche quando non sia nell’ambito delle professioni tradizionali; avere specifiche reti di protezione sociale dentro e fuori dal lavoro a prescindere dalla modalità d’impiego”.

I DATI . I cambiamenti avvenuti negli ultimi 25 anni nel mercato del lavoro italiano hanno prodotto. Il tasso di occupazione italiano oggi è pari al 56,7%, tra i più bassi d’Europa. I disoccupati sono 2.145 mila e la disoccupazione giovanile arriva al record di 29,4%. Un risultato che, prima ancora della crisi, va attribuito alle (non) scelte di competitività delle imprese e alle (mancate) strategie politiche, anche a fronte della “pressione globale”. La flessibilità insicura e insufficientemente regolata ha prodotto delle pesanti ricadute sulle persone e sulle famiglie, sempre più arrese all’assenza di prospettive professionali e di vita, con inevitabili effetti negativi sull’economia e sulla produttività dell’intero sistema-Italia.

I NOSTRI OBIETTIVI. Per garantire una maggiore e migliore occupazione occorrono politiche economiche, industriali, fiscali e sociali “incisive” su cui, purtroppo, il nostro paese attualmente non può contare, ma che il PD ha elaborato, proposto e intende rilanciare con forza.
Per garantire uno slancio duraturo bisogna rispondere ad un mondo del lavoro che pone in primo piano la necessità di un nuovo sistema delle opportunità: avere forme di tirocinio e formazione al lavoro corrette ed efficaci; dare sostegno alla regolarità e stabilizzazione del lavoro; dare riconoscimento sociale alla propria identità lavorativa; sostenere i percorsi di formazione continua; incentivare l’accesso e l’avvio alla professione anche quando non sia nell’ambito delle professioni tradizionali; avere specifiche reti di protezione sociale dentro e fuori il lavoro, a prescindere dalla modalità d’impiego.

Per questo riteniamo indispensabile andare oltre la precarietà e immaginare la qualità del lavoro che vogliamo per i prossimi anni. E lo vogliamo fare con una proposta equilibrata, credibile, di forte riunificazione del lavoro. Una proposta capace di parlare alle nuove generazioni, al lavoro, alle imprese e, in generale, al paese.

LA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE
La campagna “Tre proposte a precarietà zero” è promossa dal forum Lavoro del Pd, dai giovani democratici, dall’Associazione Lavoro Welfare Giovani e dall’Associazione 20 maggio Flessibilità Sicura. SCARICA I MATERIALI NEGLI ALLEGATI

www.partitodemocratico.it

Scuola, Pd: appalti pulizia? Ministero conferma tagli e licenziamenti

Ghizzoni: scuole più sporche e meno sicure. “Le risposte del governo alla nostra interrogazione sugli appalti per i servizi di pulizia nelle scuole sono del tutto insoddisfacenti. Si conferma infatti la decisione già intrapresa di andare a nuovi appalti con risorse ridotte di oltre un quarto e senza mettere in campo quegli strumenti virtuosi di razionalizzazione quali l’utilizzo di poche e qualificate stazioni appaltanti. Inoltre per i 26.000 lavoratori attualmente addetti alle pulizie non è prevista alcuna clausola sociale: per loro ci sarà l’unica certezza della disoccupazione. Tutto questo meraviglia visto che il ministro Gelmini, anche recentemente, ha affermato che le scuole italiane sono sporche. O forse il ministro è così ingenuo da ritenere di riuscire a risolvere il problema riducendo le risorse e licenziando il personale? L’unica certezza sarà la riduzione della salubrità e della sicurezza degli istituti scolastici”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la risposta del ministero dell’istruzione ad una sua interrogazione sulla pulizia delle scuole italiane.

"Bersani: c´è disagio, ma chi lascia il Pd ha torto", di Giovanna Casadio

I veltroniani avvertono: il voto nelle città dirà se abbiamo forza attrattiva o no. Bersani ammette il disagio: «Non è che non veda i problemi del Pd. Certo che ci preoccupano le uscite sul territorio, ma vorrei che chi ci richiama ad avere attenzione dica però che hanno torto quelli che se ne vanno». In una situazione in cui «il paese è senza governo e noi dobbiamo essere più responsabili», ci vuole unità di squadra: «La pubblica opinione non ci rimprovera la mancanza di pluralismo ma le nostre divisioni».
In Veneto recentemente sono andati via Andrea Causin e Diego Bottacin, che è stato l´ultimo segretario della Margherita; in Piemonte l´europarlamentare Gianluca Susta e Mariano Rabino ex vice segretario regionale democratico. Abbandoni sul territorio, quelli che fanno più male. Cose che non si possono ignorare. Ma nella direzione del Pd ieri, è giorno di bonaccia. Beppe Fioroni non c´è per un lutto. Franco Marini sì, e mette una pietra sopra all´accusa che aveva lanciato all´ex pupillo («Farete la fine dei Responsabili»), cioè una profezia di tradimento: «Il mio è stato un richiamo paterno, quando si invecchia si perde la voglia di azzannare». La lite tra i cattolici popolari resta sullo sfondo.
Ci sono le amministrative a maggio; una sfida che – ripete il segretario – è un test nazionale, un banco di prova: «Vanno in 13 milioni al voto, cinque anni fa era un´altra epoca». Non a caso lo slogan sarà “Per la tua città e per il tuo Paese”. «Dalle amministrative ci aspettiamo un incoraggiamento ad aprire la strada per il cambiamento», afferma Bersani. Vuol dire, anche, che si attende una conferma della sua strategia. Ma la minoranza di Modem (la corrente di Veltroni-Gentiloni-Fioroni) insiste appunto sugli addii al partito. Neppure Dario Franceschini sottovaluta: «Abbiamo perso quadri dirigenti verso il centro e elettori verso sinistra, la questione è complessa, non è un problema del disagio dei cattolici». Fioroni, informato dai “suoi” Gero Grassi e Lucio D´Ubaldo del dibattito in direzione, commenta: «Mi sono rotto le balle della storia del disagio: esprimo una critica alla linea del partito, che secondo noi non va bene. Non esco ma nel Pd ci sto come desidero starci e porto così consensi, senza il complesso della sinistra da inseguire». E durante la riunione a largo del Nazareno è Giorgio Tonini, veltroniano, ad avvertire: «Il voto amministrativo avrà anche una valenza di natura politica nazionale e vedremo se abbiamo una forza attrattiva, non stiamo fermi, non assestiamoci sulla linea Maginot che abbiamo costruito». Veltroni non interviene e lascia la direzione dopo un paio d´ore.
C´è il “caso Cosenza” che agita le acque e che sarà affrontato in settimana. Il federalismo e il feeling con Bossi sono un altro scoglio. Rosy Bindi ha dato l´alt in un´intervista a Repubblica a qualsiasi collaborazione politica con il Carroccio; Francesco Boccia in un colloquio con il Corriere della sera è di opposta opinione. Bersani rimarca come Bindi: «Noi siamo alternativi alla Lega». Si parla molto di Lampedusa (c´è il segretario Pd siciliano Giuseppe Lupo); di Rai e d´informazione. Del tour per le amministrative. Già giovedì prossimo Bersani va a Napoli. Sassoli ricorda la proposta di Franceschini di un´assemblea dei talenti: «Così si spalancano porte e finestre».

La Repubblica 29.03.11

"Danni ai nuclei, disastro senza fine. Fuoriuscita di acqua radioattiva: plutonio nel terreno di Fukushima", di Paolo Salom

La verità alla fine è emersa. Ci sono danni ai nuclei — non si sa di quanti reattori— e l’acqua fortemente radioattiva tracimata nei locali turbina del calderone numero 2 sta inquinando l’ambiente. Scenario da incubo a Fukushima. Ieri la Tepco, dopo ore passate a negare l’evidenza, ha diffuso l’ultima delle rilevazioni. Tracce di plutonio, ha detto il portavoce Jun Tsuruoka, «sono state trovate nel terreno in cinque punti differenti dell’impianto» . L’elemento— che si dimezza (emivita) in 24.200 anni ed è estremamente tossico— è stato localizzato in quantità molto bassa e non ci sarebbero «rischi per la salute pubblica» . Gli esperti, inoltre, si aspettavano questi risultati, dal momento che la sostanza è presente nel combustibile nucleare del complesso, in particolare nel reattore numero 3, l’unico a essere alimentato da una particolare miscela, chiamata «Mox» , di uranio e plutonio. Il punto è che ciò dimostra come le barre di combustibile attivo siano state danneggiate durante il terremoto-tsunami, diversi nuclei sarebbero parzialmente fusi, e come nelle strutture di contenimento — o in altre parti dell’impianto — ci possano essere delle crepe. Quanto grandi e quanto pericolose non è dato, al momento, di sapere. Ma certo la situazione è seria se lo stesso governo ammette «possibile parziale fusione delle barre di combustibile nucleare» . «Fino a che non riusciremo a entrare nell’impianto — sostengono i portavoce della Tepco — non potremo avere un’idea precisa dello stato delle cose» . L’Agenzia per la sicurezza nucleare precisa che «non è noto quale reattore abbia rilasciato» il plutonio ma la «vigilanza deve essere rafforzata» . I lavori per riportare in sicurezza la centrale proseguono, ha chiarito la Tepco, la società che gestisce l’impianto. Ma le difficoltà che tecnici e ingegneri si trovano ad affrontare sono ogni giorno più grandi. Dal reattore numero due, per esempio, è tracimata acqua da un tunnel che unisce il locale dove si trova il nucleo a quello delle turbine. Secondo Shiro Ogura, che 40 anni fa contribuì a progettare Dai-ichi, è probabile che le fortissime radiazioni, oltre centomila volte il fondo naturale, contenute in quest’acqua, siano ormai a contatto con l’ambiente. Ieri la Tepco lo aveva negato con decisione. «Da quanto posso aver capito— ha detto al Corriere Ogura— l’acqua ha invaso il locale turbine, che è interrato, ed è ormai a circa un metro dal livello del terreno. Considerate le probabili falle è possibile che lo scambio con l’atmosfera stia già avvenendo» . Non solo con l’aria esterna. «È immaginabile — è ancora il parere di Ogura — che parte dell’acqua sia finita nel mare, filtrando attraverso il terreno» . L’oceano è a soli 60 metri dal reattore: questo spiegherebbe i picchi di radioattività misurati nei giorni scorsi nella zona prospiciente l’impianto. Ieri la Tepco, per sormontare le difficoltà, ha chiesto aiuto alla Francia. «Tepco si è rivolta per la prima volta all’industria nucleare francese, è una buona notizia» , ha affermato il ministro dell’Industria di Parigi Eric Besson aggiungendo che «è difficile farsi un’idea della situazione» . È stato deciso ieri sera che il consorzio francese Areva invierà due esperti, mentre la Edf (azienda francese che produce e distribuisce energia) aveva già inviato 130 tonnellate di materiali, tra i quali robot in grado di lavorare su superfici contaminate. E intanto Greenpeace ha fatto sapere che sono stati rilevati livelli di radiazione anomali a 40 chilometri dalla centrale e ha chiesto al governo di estendere l’area off-limits. Mentre bassi livelli di radioattività hanno già raggiunto la Cina e la Thailandia.

Il Corriere della Sera 29.03.11

"Giustizia, lo stop del Quirinale sulla responsabilità dei giudici", di Liana Milella

Il Colle chiede correttivi. Csm, scontro Vietti-Pdl. Il centrodestra accelera sul processo breve: la prossima settimana il voto finale. Non piace al Quirinale l´emendamento Pini sulla responsabilità civile dei giudici. Sbagliato nel metodo, nel merito, nei tempi. Destinato solo ad alimentare un gratuito scontro con la magistratura. E sono giorni che, con un paziente lavorio nel segno della migliore moral suasion, il Colle cerca di far capire a Lega e Pdl che quel testo non solo non può passare così, ma forse sarebbe meglio addirittura metterlo da parte. Non è una ritirata, quella che viene garbatamente suggerita, ma un consiglio che tiene conto anche dello stato dei testi legislativi, visto che da un lato, in commissione Giustizia, c´è da tempo una pratica aperta proprio sulla responsabilità, e dall´altro sta per arrivare la riforma costituzionale Alfano che la contiene. Questo è il punto su cui il Quirinale insiste, non si può liquidare nella legge comunitaria, senza alcun dibattito, senza cercare, se non in extremis, la benché minima condivisione, una questione fondamentale, sentita non solo dai giudici ma anche dalla gente. Non solo, è in dubbio anche fino a che punto il nodo della responsabilità non sia «estraneo per materia», come sostiene il finiano Nino Lo Presti, al resto del provvedimento.
Si deve partire da qui per capire cos´è successo ieri tra Montecitorio e palazzo dei Marescialli, la sede del Csm. Alla Camera parte la doppia discussione generale sulla legge comunitaria, che contiene la norma sulla responsabilità, e quella sul processo breve, che ha in sé la prescrizione breve. Che il relatore Maurizio Paniz difende strenuamente perché «non è stata scritta per Berlusconi, visto che il processo Mills comunque non sarebbe arrivato a sentenza definitiva prima della sua estinzione naturale a febbraio 2012». Due ddl importanti, sul primo si vota in settimana, il secondo slitta alla prossima.
La questione “calda” ora è la responsabilità. E la moral suasion del Colle pesa, tant´è che il leghista Gianluca Pini, “padre” dell´emendamento definitivo «punitivo e provocatorio» dall´Anm, non esclude una modifica. Due pidiellini come Manlio Contento e Francesco Paolo Sisto lavorano a cambiare il testo e ad attenuare la formula «violazione manifesta del diritto» che avrebbe dovuto sostituire quella «per dolo o colpa grave» integrandole entrambe. Il capogruppo Enrico Costa annuncia che si lavora «per arrivare a un buon testo che non mini l´indipendenza della magistratura». In realtà, la maggioranza sta cercando di tenere il punto giocando sulle parole.
Ma le maglie del Quirinale sono molto strette, anche se il testo dovrà poi andare al Senato. Ma non può essere sottovalutato, e siamo al secondo palazzo di questa storia e di questa giornata, quanto nel frattempo avviene al Csm. Dove, è fondamentale ricordarlo, nulla accade senza che il Quirinale ne sia al corrente, visto che il capo dello Stato è anche il presidente di quel Consiglio. Lì, autorizzato dal comitato di presidenza, ne fanno parte il vice presidente Michele Vietti e i due più alti magistrati in Italia, il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione, è stato dato il via libera a discutere della responsabilità, giusto oggi, nella commissione per le Riforme, con l´ipotesi di tenere anche giovedì un plenum straordinario. I quattro laici del centrodestra (Zanon, Romano, Marini, Palumbo) sono saltati sulla sedia e hanno inviato un´inviperita lettera a Vietti per esprimere «radicale dissenso» sia per la convocazione ad horas via sms, sia per l´idea di dare un parere sull´emendamento Pini.
E qui va registrata una secchissima replica di Vietti, che definisce il tema «tanto rilevante quanto urgente», e ribadisce il diritto del Consiglio «a esprimersi in queste circostanze, secondo una prassi conforme a quella finora costantemente seguita». Quanto alla settimana bianca invocata dai quattro laici, essa «non è una settimana di vacanza, ma l´astensione dall´attività ordinaria per consentire il lavoro dei consiglieri nelle sedi di provenienza, tant´è che in passato è avvenuto abitualmente che essa sia stata dedicata a questioni di particolare urgenza o a questioni ordinarie arretrate». Sarà il Csm oggi a mettere su carta quelle stesse perplessità e quei dubbi che aleggiano al Quirinale. Con i quali la maggioranza deve fare i conti.

La Repubblica 29.03.11

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Ma il Cavaliere tira dritto “Si va avanti, la gente è con noi”, di Francesco Bei

La nuova strategia mediatica del capo del governo: vuole presenziare a tutti i processi. Il premier non ha apprezzato l´assenza del Pdl milanese davanti al tribunale di Milano. «Sulla responsabilità civile andiamo avanti: ce lo chiede l´Europa e la gente è con noi». Silvio Berlusconi non sente storie, non accetta raccomandazioni alla prudenza. Se il Quirinale, raccogliendo le osservazioni del Csm e le critiche dei magistrati, esercita la sua moral suasion per scongiurare il blitz sulla responsabilità civile delle toghe, il premier non ha intenzione di deflettere. «Il 73 per cento degli italiani», ha dichiarato trionfante alcune sera fa a palazzo Grazioli, sventolando un sondaggio, «pensa che i magistrati debbano rispondere degli errori di tasca loro. Esattamente come gli altri professionisti».
Nessuna fuga in avanti dunque e nessuna sorpresa per l´emendamento del leghista romagnolo Gianluca Pini alla legge comunitaria 2010. Tanto che lo stesso Pini ieri ha fatto cadere il velo, rivelando di aver informato il Guardasigilli «già la scorsa settimana» della modifica che avrebbe di lì a poco depositato in commissione. Un gioco delle parti insomma, perché, come spiega un esponente del “gruppo di lavoro” Pdl sulla giustizia, «a Berlusconi fa comodo che questa norma sia presentata dalla Lega, così nessuno potrà accusarci di ritorsione contro i magistrati». L´unica concessione che il Pdl intende fare è di natura cosmetica: una diversa formulazione dell´articolo 12, un perimetro più circoscritto dei casi in cui il magistrato deve rispondere personalmente del suo errore, ma che ne mantiene intatta la portata.
Il possibile conflitto con Napolitano non induce per ora il Cavaliere alla retromarcia. Anzi, è da giorni che il premier rimugina su quello «sgarbo» che, a suo dire, il Quirinale gli ha fatto nominando “con riserva” il ministro Saverio Romano. E non vede l´ora di restituirglielo. La temperatura tra i due palazzi è tornata gelida. «Prima o poi vedrete che scoppierà uno scontro istituzionale – profetizzava il giorno della nomina di Romano il coordinatore del Pdl Denis Verdini – perché Napolitano ha una concezione presidenziale del suo ruolo. E non ci vengano a dire che il Quirinale è intoccabile: è sempre stato il Pci, di cui Napolitano mi sembra facesse parte, ad attaccare i presidenti della Repubblica del passato, Gronchi, Segni, Leone fino a Cossiga. Salvo poi glorificarli da morti». Insomma, nel centrodestra non c´è aria di piegare la testa. E l´argomento scelto, quello della responsabilità civile dei magistrati, si presta sicuramente meglio delle leggi ad personam per sostenere uno scontro pubblico. «Questa legge – spiega il sottosegretario Andrea Augello in Transatlantico – è il calcio d´inizio della finale tra Berlusconi e i giudici. Un terreno di gioco perfetto, perché indurrà le toghe a una reazione corporativa, di casta. Prevedo che Montecitorio diventerà un Maracanà, quelli dell´opposizione ci hanno già consegnato le dichiarazioni di guerra».
La partita sulla responsabilità civile si gioca in un collo di bottiglia che vedrà nei prossimi giorni il premier tornare al palazzo di giustizia di Milano, mentre in Parlamento i suoi cavalcheranno il processo breve e le altre norme anti-pm. Ieri il Cavaliere ha iniziato la sua controffensiva mediatica, offrendosi alle telecamere in un gesto identico a quello del “Predellino”. Una dimostrazione di spavalderia decisa all´ultimo minuto, mentre gli avvocati avevano previsto un´uscita in auto dal retro del tribunale: «Ho fatto vedere a tutti che non scappo – ha riferito più tardi il premier al telefono da Milano – anche se considero questo processo basato su un´assoluta menzogna». All´uscita dal palazzo di Giustizia il Cavaliere ha trovato un centinaio di manifestanti del Pdl, accompagnati da Mario Mantovani e da Daniela Santanché. E sembra che non sia stato troppo felice nel constatare l´assenza degli altri big milanesi: «Forse non lo sapevano», ha ironizzato.

La Repubblica 29.03.11

"Docenti di sostegno, Gelmini condannata anche in Puglia", di Alessandra Migliozzi

Terza sentenza a sfavore del ministro Mariastella Gelmini in meno di una settimana. Dopo la bacchettata arrivata da Genova sui precari e quella giunta da La Spezia sui tagli al sostegno, ora è il Tar della Puglia (sede di Bari) a mettere il dito nella piaga dell’handicap, problema storico per la scuola italiana che, comunque, ha una delle legislazioni più avanzate in materia. Stavolta i giudici hanno dato ragione alle famiglie di 60 alunni di Manfredonia e Monte Sant’Angelo che hanno presentato ricorso contro la riduzione di circa 30 posti di sostegno in alcune scuole elementari, medie e superiori della regione. Il taglio ammonta a 540 ore settimanali. Per i casi con le diagnosi più gravi c’è stato un dimezzamento da 18 a 9 ore. Per quelli meno gravi si è passati da 9 ore a 4 ore e mezzo. Il ricorso è stato sostenuto dalla federazione sindacale Gilda Unams. Per i giudici il comportamento dell’amministrazione scolastica risulta «illegittimo» visto che agli alunni ricorrenti «sono state attribuite un numero di ore settimanali inferiori rispetto a quelle necessarie secondo la stima effettuata dalla Asl competente». Il nodo sostegno ribolle: negli scorsi giorni la segreteria del presidente Napolitano ha preso contatto con la famiglia di un alunno autistico di un istituto dell’Emilia Romagna che ha cambiato insegnante già quattro volte. Un caso che rispolvera il problema della distribuzione dei posti di sostegno nel nostro paese decisa dall’amministrazione scolastica centrale e locale. Al Sud gli insegnanti di sostegno fissi costituiscono il 90% dell’organico. Il che assicura una buona continuità didattica. Al Nord, invece, gli insegnanti di sostegno stabili sono solo il 55% di quelli che entrano in classe. Cambia anche il rapporto docenti-alunni. La media italiana è un professore ogni 2 ragazzi diversamente abili. Ma se la Basilicata ha un rapporto di 1,62 alunni disabili per ogni docente di sostegno nel Lazio e in Lombardia si sale a 2,36 e 2,31. In Campania siamo a 1,75 alunni per docente. Una sperequazione a cui solo il ministero può porre rimedio con un riequilibrio.

Il Messaggero 29.03.11

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“Gli alunni disabili pagano i tagli due volte”
di Pippo Frisone

Soltanto un anno fa, dalle colonne di Scuola Oggi denunciammo lo scandalo degli inserimenti multipli per ogni classe, degli alunni diversamente abili nelle scuole della Lombardia.
Erano dati agghiaccianti quelli del 2009/10, riferiti alla Lombardia, onore e vanto d’una classe dirigente che governa oramai ininterrottamente da parecchi anni, il Comune di Milano, la Regione, il Governo nazionale.
Siamo sicuri che la situazione nel corso del 2010/11 sia andata peggiorando anche perché la causa che stava all’origine , i tagli agli organici, sono aumentati parallelamente all’aumento della popolazione scolastica, compresa quella degli alunni diversamente abili.
Per dare l’idea di cosa stiamo parlando, riportiamo gli ultimi dati resi noti dal Miur per l’as 09/10:

LOMBARDIA

Infanzia: 13 sezioni con 3 disabili a sezione

Primaria:175 classi con 3 disabili per classe
35 classi con + di 3 disabili

Media : 264 classi con 3 disabili per classe
38 classi con + di 3 disabili

Superiori:166 classi con 3 disabili per classe
44 classi con + di 3 disabili
26 classi con + di 4 disabili

MILANO

7 sezioni con 3 disabili a sezione

33 classi con 3 disabili per classe
14 classi con + di 3 disabili

113 classi con + di 3 disabili per classe
13 classi con + di 3 disabili

58 classi con 3 disabili per classe
13 classi con + di 3 disabili
5 classi con + di 4 disabili

Totale in Lombardia 761 classi con 3 e + disabili inseriti per classe ( 1,46% ).

L’inserimento multiplo degli alunni diversamente abili , laddove si poteva e con l’avallo di
compiacenti o disattenti dirigenti scolastici, è stato sistematicamente perseguito in questi ultimi
anni dagli uffici scolastici provinciali alle prese con tagli sempre più consistenti e con poche armi a
disposizione per far quadrare i conti.
Meno classi con venti alunni e più disabili per classe.
Quello che fino a ieri veniva ufficiosamente suggerito dalla Direzione Scolastica Regionale e messo
in atto senza troppo clamore, quest’anno diventa addirittura una direttiva diramata a tutti gli uffici
scolastici della Lombardia e quindi a tutti i dirigenti Scolastici.
Una direttiva con una dirompente novità. Si dà indicazioni alle scuole di formare le future classi
prime che accolgano alunni diversamente abili nella scuola primaria, senza tener conto dei limiti
del dpr.81. Salta così il tetto dei 20 alunni per classe, formando così le predette classi con gli stessi
parametri delle classi normali, potendosi queste ultime formare fino a un massimo di 27 alunni!
Al danno anche la beffa ! Non solo la presenza multipla con due e più alunni diversamente abili,
laddove è possibile, ma ora ci si spinge oltre fino ad abbattere l’ultima barriera dei 20 alunni per
classe pur di far quadrare i conti !!!
E’ chiaro che in queste condizioni non sarà possibile garantire l’ integrazione né ai diversamente
abili né agli alunni stranieri ma nemmeno l’attività didattica e la sicurezza all’interno di classi così
formate.
Se a tutto ciò si aggiunga la quasi totale sparizione delle ore di compresenza nella primaria, la
cronica carenza di docenti specializzati sul sostegno, abbiamo l’esatta dimensione del degrado in
cui si sta cercando di far precipitare la scuola primaria, quella che una volta veniva considerata il

fiore all’occhiello della scuola italiana.
Ci auguriamo che questa direttiva non abbia alcun seguito, che venga ritirata al più presto, oltre che per la sua reale impraticabilità, per la forte carica discriminatoria che manifesta nei confronti degli alunni più deboli , chiamati a pagare il conto dei tagli due volte: con l’inserimento multiplo e col sovraffollamento delle classi.
Speriamo che alla follia di tagliare nella primaria 1.400 posti , non seguano più altre follie come
questa e che ci sia un sussulto di lucidità e ragionevolezza da parte di tutti.
Occorre una moratoria subito che ponga fine ai tagli.
La scuola statale in Lombardia come nel resto d’Italia non può più sopportare i tagli imposti dalla
Gelmini.
Ci va di mezzo non solo la qualità che ancora rimane ma il servizio stesso dell’istruzione è messo a rischio e con esso il futuro delle giovani generazioni

da ItaliaOggi 29.03.11

Napolitano parla al Palazzo di Vetro "Contro Gheddafi bisognava reagire", di Umberto Rosso

Le violazioni massicce dei diritti umani rendono un regime “illegittimo”. Una critica ai flirt pericolosi del passato con il colonnello Gheddafi, che Giorgio Napolitano pronuncia dinanzi all´Assemblea generale dell´Onu. «Nessuno gradisce l´instabilità alle porte di casa. Ma avremmo dovuto essere maggiormente consapevoli delle possibili conseguenze di forme autoritarie di governo e della corruzione diffusa nei circoli ristretti del potere». Quanto alla missione di oggi, in Libia, non si può tornare indietro, come chiedono invece anche ministri del governo italiano. «Il mondo non poteva assistere senza reagire alle molte vittime della repressione. E in Libia siamo appunto impegnati a proteggere la popolazione civile e far rispettare la Carta delle Nazioni Unite». Infine, lo scenario futuro, a Tripoli e in tutto il mondo arabo in rivolta, dalla Tunisia all´Egitto: e qui arriva l´appello del nostro presidente della Repubblica alla comunità internazionale, la richiesta di sostenere e aiutare “dall´interno” il cammino difficile contro le dittature. «La democrazia non si esporta. Sta per tramontare l´era dei regimi che nascondono la verità. Non è più tempo per riforme cosmetiche e limitate. Il mondo ha una chiara responsabilità nell´aiutare questa nuova alba a diventare una realtà». Parla al Palazzo di Vetro il capo dello Stato, il segretario Ban Ki-moon lo presenta come «l´incarnazione dell´Italia del dopoguerra, un grande ruolo di guida morale», e poi i due si incontrano in un colloquio a porte chiuse sulla Libia. Il presidente gli riassume le decisioni prese dal Consiglio supremo di difesa italiano, gli chiede anche «una maggiore presenza dell´Italia ai vertici dell´Onu, i due convengono sul fatto che Gheddafi abbia ormai perso «ogni legittimità di governo» nel suo paese, con Napolitano che riconferma e assicura: «L´Onu può contare sull´Italia». Nel pomeriggio, fuori agenda ufficiale, saranno i temi di un incontro anche con Henry Kissinger, all´insegna del vecchio rapporto di conoscenza con l´ex segretario di Stato.
Ma è con l´amministrazione in carica, con il presidente Obama, che Napolitano ha intrecciato grande feeling. E aspettando che venga a Roma per le celebrazioni del 2 giugno dei 150 anni, Napolitano lo cita a piene mani e ne elogia la linea politica. Anzi a Obama, al suo discorso al Cairo del 2009, fa risalire l´inizio della ventata di libertà per il mondo arabo. Barack ricambia inserendo i 150 d´Italia fra le ricorrenze riconosciute dagli Usa, e anche il sindaco Bloomberg proclama a New York il giorno dell´unità nazionale italiana in occasione della visita del nostro presidente della Repubblica.
All´Onu, in sedici cartelle, saluto di apertura e «chiusa» in italiano tutto il resto in inglese, Napolitano affronta i capitoli-chiave aperti sulla scena internazionale. Dal crac finanziario mondiale alla riforma del Consiglio di sicurezza. Dalla difesa della moneta unica e dell´Europa, da cui non si può fare marcia indietro, alla battaglia per l´abolizione della pena di morte e la tragedia dei bambini – soldato. Fino all´elogio del multilaterismo, la dottrina che l´Italia abbraccia, in sede europea come nell´ambito mondiale, tanto da essere – ricorda Napolitano – il paese europeo che schiera il maggior numero di caschi blu dell´Onu. «Non sottovalutiamo nel modo più assoluto i costi umani e i rischi delle azioni militari», ma le violazioni massicce dei diritti umani rendono un regime «illegittimo, lo pongono fuori della comunità degli Stati». La democrazia non si esporta, tantomeno uno specifico modello occidentale, ma proteggere garanzie civili, politiche, le libertà religiose è, conclude Napolitano, la precondizione per «l´autonoma realizzazione, dal basso, e con modalità diverse per ogni singolo paese, di sistemi democratici».

La Repubblica 29.03.11