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"Tagli ai disabili «Così discrimina». Gelmini bocciata ancora una volta", di Max di Sante

Un altro schiaffo per la Gelmini. Il tribunale della Spezia ha individuato una «condotta discriminatoria » del ministro dell’istruzione che ha ridotto le ore di insegnamento di sostegno a favore di uno studente disabile di un istituto superiore della Spezia. Lo ha reso noto l’avvocato Isabella Benifei che ha promosso ricorso davanti al giudice competente. Il giudice ha condannato il ministero a ripristinare le ore di sostegno e a pagare le spese processuali. Benifei, incaricata dai genitori del ragazzo, ha contestato il contrasto fra i tagli della Gelmini e il diritto alla tutela delle persone con disabilità. «L’articolo 3 della Costituzione – si legge nel ricorso – promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento » e con il provvedimento ministeriale «viene leso il diritto del disabile all’istruzione». La pronunzia del tribunale spezzino segue di pochi giorni la sentenza del Tribunale del Lavoro di Genova che ha condannato il ministero dell’Istruzione a risarcire con 500 mila euro quindici lavoratori precari della scuola che avevano presentato ricorso per la loro mancata stabilizzazione. Ad ogni lavoratore era stato riconosciuto un risarcimento del danno di trentamila euro, pari a quindici mensilità. Si tratta del risarcimento più elevato mai disposto in Italia per quanto riguarda il contenzioso sui contratti a termine della scuola, la cui illegittimità è stata ribadita oggi dai giudici. In Liguria 450 dei 1.500 precari del comparto hanno già dato avvio alle pratiche per il ricorso contro la mancata immissione in ruolo. Intanto, è polemica per l’esclusione degli alunni disabili dai giochi sportivi studenteschi. Tanto che la commissione Cultura della Camera ha sconfessato il ministro dell’Istruzione presentando una risoluzione bipartisan che chiede spiegazioni. La prima a intervenire, con un’interrogazione parlamentare, sull’esclusione degli alunni con handicap dalle finali nazionali di corsa campestre era stata la deputata del Pd, Manuela Ghizzoni. «L’esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei giochi sportivi studenteschi è gravissima e in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica, che da sempre costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo», denunciava una settimana fa Ghizzoni. La deputata, in occasione delle finali disputate a Novi il 20 marzo, aveva messo all’indice anche la modulistica, inviata dal ministero alle scuole quest’anno, che non aveva «quella abitualmente prevista per gli studenti disabili». Dopo l’intervento del ministro, che ha bollato come «falsa» la notizia, critiche sono piovute anche dall’Idv.

L’Unità 29.03.11

"E con le toghe il premier si fa lo spot", di Marcello Sorgi

Dopo otto anni di assenza, il ritorno di Silvio Berlusconi al Palazzo di Giustizia di Milano non solo è stato spettacolare anche più del previsto, ma si è trasformato in uno spot a favore di quel che il premier sostiene da tempo: processare il presidente del Consiglio vuol dire sottrarlo ai suoi compiti istituzionali. Con la crisi internazionale aperta e l’invasione degli immigrati alle porte, il momento d’emergenza non poteva essere più propizio a una rapida propalazione del messaggio berlusconiano. Chi ancora ricorda la scena del marciapiede davanti al tribunale milanese negli anni di Tangentopoli – con la folla silenziosa in attesa di conoscere dagli inviati delle tv la lista dei nuovi imputati eccellenti – avrà certo notato la differenza: da un lato una piccola folla di dimostranti pidiellini che scandivano slogan in difesa del premier e brandivano striscioni di attacco alla magistratura politicizzata. Sul marciapiede di fronte un gruppetto di militanti dipietristi (anche qui: quante cose son cambiate, se solo si riflette che diciotto anni fa Di Pietro era il più temuto pm di Mani pulite), schierati su posizioni opposte.

Ma al di là della regia orchestrata – e rivendicata – dall’organizzazione del Pdl, lo scopo evidente della partecipazione del premier all’udienza a porte chiuse del processo Mediatrade, con tutto quello che ne è seguito, è chiarissimo: far emergere il pezzo di opinione pubblica che, diversamente da quanto accadeva nel ’93 quando invece la gran parte dei cittadini era schierata con i giudici, adesso si oppone all’operato della magistratura e condivide le accuse di Berlusconi contro le toghe politicizzate. Occorrerà vedere se un’impostazione del genere reggerà anche alle prime udienze del processo per il caso Ruby, quando invece l’attenzione di tutte le tv del mondo sarà richiamata dalla sfilata delle 32 ragazze che frequentavano la villa di Arcore e che secondo l’accusa erano pagate dal premier per prostituirsi.

Ma in ogni caso il modo assolutamente personale con cui Berlusconi ha deciso di tornare nelle aule di giustizia – l’intervista preventiva a Canale 5, e poi la claque, i saluti dal predellino dell’auto, le brevi dichiarazioni all’uscita dall’udienza e la promessa che la battaglia continuerà – rappresenta un elemento imprevisto, almeno in questi termini, e da valutare attentamente, per la magistratura di Milano che ha voluto una rapida ripresa delle udienze, anche alla vigilia di elezioni importanti come quelle del prossimo maggio.

La Stampa 29.03.11

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“L´INVENZIONE DELLA REALTÀ”, di EZIO MAURO
In poche ore accadono due eventi che riguardano il Presidente del Consiglio, il suo mondo aziendale, politico e personale – che coincidono dall´inizio e per sempre – e il nostro mondo reale, di cittadini ridotti a spettatori.
La prima scena è di ieri mattina. Chiamato a giudizio a Milano nel processo “Mediatrade” con l´accusa di frode fiscale e appropriazione indebita, il Capo del governo annuncia in anticipo che sarà presente in aula. Si può pensare, davanti a questo annuncio, che accetti di sottoporsi al giudizio senza delegittimare come sempre la magistratura che lo indaga e che deve pronunciarsi sui reati che gli vengono contestati, che intenda ascoltare le accuse e far valere le sue buone ragioni, dimostrando così che anche per lui vale il principio secondo cui la legge è uguale per tutti.
Ma in realtà si tratta di un´udienza preliminare, davanti al gup, dove si costituiscono le parti e si fissa il calendario delle udienze. Non è previsto che l´imputato parli, e lui lo sa bene. Dunque la presenza in aula ha una semplice funzione-civetta, serve da richiamo. Il vero evento politico riguarda quell´aula, nel senso che è concepito e messo in scena per condizionarla, ma avviene fuori: prima, e dopo. Prima, il Pdl ha mobilitato i suoi sostenitori per convocarli a Palazzo di Giustizia, replicando in grande l´operazione claque organizzata a tavolino una settimana fa, con la spedizione di anziani figuranti spaesati davanti all´aula del processo Mills, con tanto di coccarda azzurra prefabbricata al bavero, e militanti di partito al fianco.Sulla piccola folla in attesa, fronteggiata da un drappello di contestatori del partito di Di Pietro, era già scesa poco prima la voce rassicurante e autoassolutoria del Premier, ovviamente dagli schermi di proprietà e dal canale di famiglia. Una dichiarazione titanica, vittimistica e vindice, come accade in queste grandi occasioni: il processo «è un tentativo di eliminarmi», «sono l´uomo più imputato dell´universo e della storia», «il comunismo in Italia non si è mai concluso e non è mai cambiato», «cerca di usare qualsiasi mezzo per annientare l´avversario». Fino al giuramento rituale, in cui accanto ai figli compaiono per la prima volta i giovanissimi nipoti, incolpevoli ma utili a mulinare numeri sempre più roboanti: «giuro sui miei cinque figli e sui miei sei nipoti che nessuno dei fatti che mi vengono imputati è vero».
Dopo questo primo tempo spettacolare, la breve apparizione in aula, utile soltanto ad attirare i riflettori mediatici, nonostante l´udienza preliminare sia a porte chiuse. Ma lo spettacolo politico che conta è fuori da quella porta. Ecco che si apre. Il Premier imputato appare, e già si mostra sorridente. Incede tra la folla, e diventa trionfante. Alza il braccio per rispondere alle acclamazioni e agli applausi, ed è incontenibile. Infatti sale sul predellino, come tre anni fa quando s´incarnò nel popolo di San Babila e nel popolo delle libertà che stava nascendo. È un´apoteosi.
Ma soprattutto, è un ribaltamento politico della realtà, costruita a tavolino come in un reality, e recitato sulla pubblica piazza cercando di ricalcare in tutto la scenografia del Caimano, come ad annunciare la resa dei conti finale e la capacità di rovesciare la verità. Il Premier di un Paese democratico, imputato per gravi reati comuni, non si preoccupa di rassicurare la pubblica opinione, le istituzioni e la società politica che chiederà chiarezza di giudizio e offrirà collaborazione nella trasparenza per arrivare all´unica cosa che conta, cioè l´accertamento della verità.
No: al contrario maledice davanti alle sue telecamere i magistrati che devono giudicarlo, pronuncia in diretta la sentenza con cui si assolve, addita al ludibrio i suoi avversari politici, raduna i suoi sostenitori di fronte al palazzo giudiziario e si unisce a loro in una manifestazione di ribellione alla giustizia, di lavacro popolare, di giudizio anticipato sommario e inappellabile. Una manifestazione di debolezza estrema spacciata per prova di forza, con il populismo che mette in scena se stesso nella fase più estrema e radicale, perché tecnicamente eversiva, con il potere esecutivo che chiama il popolo a contestare il giudiziario: mentre il legislativo cerca di fulminare i processi con leggi ad personam, spargendo il fumo di false riforme sulle opposizioni, sulle istituzioni e sui soggetti incapaci di una vera autonomia culturale e di una concreta libertà di giudizio.
Il secondo evento è tutto televisivo, ed è andato in onda appena venerdì scorso. A Forum, su Canale 5, una signora abruzzese dell´Aquila si presenta a discutere della sua separazione dal marito Gualtiero, e del loro negozio di abiti da sposa lesionato dalle scosse. Incidentalmente, la signora magnifica sulla rete Mediaset l´operato del Presidente del Consiglio e del governo, «l´Aquila ricostruita», «la vita ricominciata», i giovani che «ritornano», i negozi che «riaprono». Distribuisce «ringraziamenti al Premier», conclude che tra i terremotati «chi si lamenta lo fa per mangiare e dormire gratis». Applausi in studio. Solo che la signora non è terremotata, non è dell´Aquila, non è separata, non è sposata con Gualtiero che è figurante come lei, non ha perso alcun negozio nel sisma ma aiuta il vero marito in un´impresa di pompe funebri. Semplicemente, ha recitato una parte: «Sono abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo».
Ora, è possibile accettare tutto questo? Inventare una “fidanzatina” per il Premier circondato da troppe ragazze a pagamento, e costruirne l´identikit sul rotocalco della Real Casa. Modellare dal nulla un fidanzato per Noemi Letizia e fotografarlo in un falso abbraccio con lei per proteggere “Papi”. Infine fabbricare la falsa terremotata che salmodia le lodi al Premier ricostruttore nell´unico processo accettato sulle reti Mediaset, quello finto di Forum.
Questo meccanismo menzognero e ingannatore si chiama “ricostruzione della realtà”. Decostruisce il reale, lo sposta e lo reinventa in un contesto di comodo, ricostruendo il paesaggio politico e sociale ridisegnando il palinsesto non solo televisivo, ma quotidiano della vita italiana. Non è un caso, è un metodo. Nell´ottobre del 2004 uno stretto collaboratore di George W. Bush (si pensa sia Karl Rove) disse al giornalista Ron Suskind queste parole: «Ora noi siamo un impero, e quando agiamo, noi creiamo la nostra realtà. E mentre voi state studiando questa realtà, giudiziosamente, noi agiremo ancora, creando altre nuove realtà, che voi potrete soltanto studiare, e nient´altro». Bene, fatte le proporzioni con la miseria italiana, forse è arrivato il momento per gli spettatori di tornare cittadini, riportando la politica – Presidente del Consiglio compreso – a fare i conti con la realtà.

La Repubblica 29.08.11

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“Il terzo predellino”, di GIOVANNI CERRUTI
Non l’hanno nemmeno visto, ma non importa. Silvio Berlusconi sul predellino, e la sua terza volta è davanti al Palazzo di Giustizia, in mezzo a due squadre di tifosi che lo esaltano o lo insultano, chi canta “Resta cu’mme” e chi urla «Dimissioni!». Corso di Porta Vittoria, un set delle due Italie della rabbia e del rancore, da una parte un centinaio di fans del premier, dall’altra una ventina con lo striscione mandato da Antonio Di Pietro: «Bentornato, Silvio. Dentro ti stanno aspettando».

Non poteva andarsene senza una comparsata, il premier. Quasi tutti piuttosto in là con l’età, quasi tutte donne, la centuria lo aspettava con le bandiere e la speranza, almeno, di una stretta di mano. Niente, solo il ciao con la mano, il «Tutto bene». Il bello è che chi stava su questo piccolo spiazzo dedicato a «Marco Biagi-giuslavorista», lo stesso delle telecronache di Paolo Brosio ai tempi di Mani Pulite, il premier manco l’ha visto e sentito. I saluti erano al muraglione di telecamere e microfoni.

I fans si accontentano di poco, e a Berlusconi dev’esser bastato quel saluto di trenta secondi. Al resto provvederanno i tg, le immagini davanti al Palazzo di Giustizia dei terribili pm milanesi, con Berlusconi che saluta e dice che tutto va bene, «sarò in aula alla prossima udienza». Come se le due ore al 7° piano fossero state udienza vera, non preliminare, con le date da fissare e poco più. Insomma, lui c’era. Anche se, come aveva anticipato in tv, «mi fanno perdere un mare di tempo».

Stanno sotto questo gazebo di Largo Biagi da un mese, i fans. Si danno i turni, il volontario Giovanni Esposito recluta e organizza le presenze di giovanotti e pensionati. C’è pure varia umanità, come Mira Bakovic «astrologa, cartomante e scrittrice del best seller mondiale “Piccola donna dalmata”». Che, precisa, «non è ancora stato pubblicato». Guai a chi glielo tocca, Silvio. «Poverino, lo fanno venire qui anche oggi. Di sicuro lui voleva andare a Lampedusa. Deve lavorare per noi, o no?».

Sul marciapiede di fronte s’affrettano a contestare quell’”anche oggi”. «E’ da otto anni che fugge dalle udienze, e se è venuto è solo perché sta organizzando il suo show», rispondono dallo striscione di Di Pietro. C’è anche Pietro Ricca, il blogger di Verbania che già una volta gli ha gridato «Buffone fatti processare». Questa volta urla contro un funzionario di polizia: «Mi avete rotto il microfono, potreste provvedere? fanno 200 euri, saldate subito? Tanto tra mezz’ora metto tutto su Internet».

Le due tifoserie si insultano da lontano, «A noi il Bunga Bunga, a voi i culattoni!», «Mercenari!». Gli anziani sono i più scalmanati, come la signora Antonietta che si è scritta sul cappottone rosso il suo Padre Nostro: «Liberaci da Berlusconi e così sia». Poi aggiunge: «Siccome so che lo odia, ieri sera ho quasi fatto indigestione di aglio. Vorrei tanto andargli vicino…». Non c’è tensione, ma non si sa mai. La seconda volta sul predellino era stata in Piazza Duomo, dicembre 2009, con la faccia insanguinata.

Per mezza giornata davanti al Palazzo di Giustizia c’erano più poliziotti e carabinieri e vigili urbani che avvocati o passanti. Anche l’ambulanza della Croce Maria Bambina, sempre perché non si sa mai. Mario Mantovani, senatore, sottosegretario e coordinatore del Pdl milanese, aveva mandato 600 sms di convocazione. Non tutti hanno aderito, come si dice in questi casi «a Milano la gente lavora». Tanto, quel che conta, è che il premier si sia mostrato soddisfatto, sorrisi e tutto va bene, fa sapere che tornerà.

Se Berlusconi è salito sul predellino, forse l’hanno appena intravisto, sotto il gazebo è andata Daniela Santanchè, ieri in versione tifosa della nazionale olandese, tutta in arancione, sempre seguita dagli incursori di «Anno Zero» e «Ballarò». E’ stato il suo l’unico discorso al microfono, ma dopo il terzo predellino c’era poco da aggiungere. «Vi ringrazio tutti», appena tre parole. Applausi frettolosi, una foto con Suor Anna, e arrivederci a lunedì. Prossima udienza e prossimo predellino.

La Stampa 29.03.11

"Precari, i ricorsi valgono sei miliardi", di Lorenzo Salvia

La stima fatta dai tecnici del ministero dell’Istruzione dice che, se il caso Genova dovesse fare scuola, il costo sarebbe compreso fra i 4 ed i 6 miliardi di euro. Una piccola manovra finanziaria, visto che il decreto anti crisi dell’estate scorsa era di 24 miliardi. Quelle cifre hanno fatto preoccupare il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che le ha lette insieme alla richiesta di valutare ogni possibile intervento sugli organici, compresa l’ipotesi di un pacchetto di assunzioni per coprire i posti che ogni anno vengono assegnati di sicuro ai precari. E che potrebbe mettere le casse pubbliche al riparo dalla probabile batosta dei ricorsi. Il campanello d’allarme è suonato venerdì scorso quando il tribunale del lavoro di Genova ha condannato il ministero dell’Istruzione a risarcire 15 precari con poco più di 30 mila euro a testa. Mezzo milione in tutto. In realtà non si tratta delle prima sentenza del genere: già in passato altri tribunali avevano condannato il ministero a riconoscere ai precari diritti garantiti ai loro fortunati colleghi a tempo indeterminato: dagli scatti di anzianità al pagamento dello stipendio durante il periodo estivo. La novità della sentenza di Genova sta nella dimensione del risarcimento e nella sua motivazione giuridica: l’incompatibilità con una direttiva comunitaria che obbliga ogni Stato membro a limitare l’uso dei contratti a termine. Un mix che fa sperare chi è in attesa di un contratto vero e che potrebbe creare seri problemi al bilancio pubblico. Il verdetto di Genova è solo l’inizio: la Flc Cgil segue 40 mila persone che stanno pensando ad un ricorso simile, in tutto le persone coinvolte potrebbero essere 150 mila. Proprio per questo il governo sta studiando come intervenire e già oggi l’argomento sarà discusso al ministero dell’Istruzione insieme ai sindacati. Quali sono le possibili soluzioni? Scontata la decisione di fare appello contro la sentenza, ma si tratta solo di un modo per guadagnare tempo. La richiesta avanzata a Tremonti (valutare ogni possibile intervento sugli organici) potrebbe aprire la strada ad una proposta che fanno da tempo sia i sindacati sia il Partito democratico. L’intervento, ancora tutto da verificare, riguarderebbe un corposo pacchetto di assunzioni fatte pescando dalla lista dei precari. Una soluzione che taglierebbe il numero dei possibili ricorrenti e, almeno in teoria, potrebbe essere fatta quasi a costo zero. Una magia? In realtà no. «Una buona parte dei supplenti — spiega Massimo Di Menna della Uil scuola — viene chiamata ad inizio anno su posti non temporaneamente vuoti ma liberi» . Quei precari, cioè, non sostituiscono chi si assenta per una malattia lunga o una maternità ma coprono un posto che si sa vuoto fin dall’inizio, ad esempio per un distacco sindacale oppure perché ci sono spezzoni di cattedra che non si incastrano. In tutto sono circa 50 mila i posti che, stabilmente, vengono assegnati ai precari. Se sono sempre quelli perché non vengono assunti insegnanti a tempo indeterminato? Finora il ministero dell’Economia ha sempre negato l’ok perché un contratto a tempo determinato è flessibile, cioè può essere tagliato a differenza di uno a tempo indeterminato. Ma la sentenza di Genova cambia la carte in tavola, perché potrebbe essere meno costoso assumere adesso piuttosto che risarcire dopo. «Lo Stato — dice per la Flc Cgil Domenico Pantaleo — potrebbe addirittura guadagnarci, tanto quelli sono stipendi che paga in ogni caso mentre risparmierebbe sulla gestione delle graduatorie» . Una cosa, però, è la soluzione studiata dai tecnici, un’altra la scelta politica. E sia Gelmini che Tremonti hanno sempre parlato apertamente di necessaria riduzione degli organici. «Ma il governo deve prendere una decisione— dice per la Cisl scuola Francesco Scrima — altrimenti la questione verrà lasciata alle aule giudiziarie» .

Il Corriere della Sera 29.03.11

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“Gelata sui precari storici: senza concorso non si entra
Sentenza di appello sovverte le pronunce di primo grado che hanno disposto le assunzioni”, di Antimo Di Geronimo

Collezionare incarichi di supplenza per anni e anni non dà titolo all’immissione in ruolo. Perché la Costituzione prevede che le assunzioni a tempo indeterminato nella scuola devono avvenire per concorso. E in ogni caso, la normativa italiana che vieta la conversione dei contratti non viola la normativa comunitaria.

Tanto più che lo ha detto anche la Corte di giustizia europea. Così ha deciso la Corte d’appello di Perugia, con una sentenza depositata l’8 marzo scorso (n.524). La pronuncia si pone in netta controtendenza rispetto all’orientamento maggioritario della giurisprudenza di merito di I grado. E rischia di mandare in fumo le speranze di migliaia di docenti precari, che avevano sperato nella via giudiziaria per ottenere l’immissione in ruolo o almeno un risarcimento in denaro. L’immissione in ruolo per sentenza è avvenuta peraltro in casi sporadici. Per esempio nel caso del Tribunale di Siena (sentenza 699/2009). Il risarcimento, invece, è stato disposto nella stragrande maggioranza delle decisioni fin qui adottate dai giudici di merito. Che hanno escluso la possibilità della conversione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato, ma hanno condannato l’amministrazione scolastica a pagare ai ricorrenti le differenze retributive, tra quanto avrebbero percepito se fossero stati immessi tempestivamente in ruolo e quanto hanno realmente ottenuto per effetto dei contratti a termine. La prevalente giurisprudenza di I grado ha ritenuto che il risarcimento fosse dovuto a titolo di sanzione per l’amministrazione a causa dell’abuso dei contratti.

Mentre altri giudici hanno ritenuto di adottare tale decisione in applicazione del principio di non discriminazione tra lavoratori precari e di ruolo, contenuto nella normativa europea. In questo ultimo filone si inquadra anche una recente sentenza del tribunale di Genova che ha disposto un risarcimento di circa 500mila euro in favore di un gruppo di precari. Si tratta però di pronunce di giudici di primo grado. Unica eccezione una sentenza della Corte d’appello di Brescia ( 87/10). Che però ha semplicemente disposto il pagamento delle mensilità di stipendio estive ad alcuni precari ricorrenti, che avevano lavorato solo fino al 30 giugno. Finora, dunque, la maggior parte dei giudizi non ha ancora affrontato il vaglio dei successivi gradi del procedimento. E la pronuncia della Corte d’appello di Perugia, quindi, è la prima sentenza di II grado che esamina la questione sotto tutti i suoi aspetti. Non solo sotto il profilo della normativa comunitaria. In riferimento alla quale esclude la illegittimità della mancata previsione della conversione dei contratti in caso di reiterazione degli stessi, citando la stessa giurisprudenza della Corte di giustizia (sentenza 07/09/2006, causa C-180/2004 e sentenza 07/09/2006, causa C-53/2004). Ma anche e soprattutto entrando nel merito, analizzando la natura della reiterazione dei contratti sotto il profilo sostanziale e alla luce della normativa interna. Il tutto giungendo alla conclusione che l’amministrazione non commette alcun abuso nel conferire ripetutamente supplenze «posto che ciascun contratto è svincolato dai precedenti, non costituendone proroga o prosecuzione, e talvolta attiene alla copertura di posti situati i sedi diverse». Supplenze che, anche se ripetute, sono legittime dal punto di vista giuridico, perché la normativa che esclude la conversione dei contatti è di natura speciale. E quindi essa non è stata abrogata dalle successive disposizioni che sanzionano l’abuso dei contratti a tempo determinato nel settore privato. La normativa speciale, infatti, deroga la normativa generale e prevale su di essa limitatamente agli ambiti specifici a cui fa riferimento.

Il Tirreno 29.03.11

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“Doppia strategia sui precari” di E. Bruno e C. Tucci

Strategia in due tempi per disinnescare il rischio di dover versare una maxi-risarcimento ai precari: presentare subito appello sfruttando una sentenza a favore del tribunale di Perugia; elaborare una norma che ribadisca la legittimità delle procedure di stabilizzazione esistenti. Sono gli orientamenti emersi nel corso di un vertice tecnico-legale a viale Trastevere su cui l’ultima parola spetterà al ministro Mariastella Gelmini.

Alla responsabile dell’Istruzione verrà fatto presente che il giudice perugino – a differenza di quello di Genova che il 25 marzo scorso ha sancito il diritto di 15 insegnanti precari a un indennizzo di 500mila euro per la mancata stabilizzazione in seguito a tre supplenze annuali – ha accolto, in una vicenda analoga, le ragioni del ministero. Da qui la scelta di ricorrere in appello quanto prima contro la pronuncia genovese.

In parallelo si lavorerà alla norma che, appellandosi alla possibilità di uno Stato di discostarsi in qualche punto dall’applicazione puntuale di una direttiva purché motivi adeguatamente la sua scelta, ribadirà la legittimità della strada italiana alla stabilizzazione: concorso o graduatoria, a seconda dei casi, con annessa ricostruzione della carriera una volta ottenuto il contratto a tempo indeterminato. Va deciso il veicolo: più che un decreto è possibile che sia un disegno di legge. Anche se non è escluso un blitz in aula alla Camera dove oggi si discuterà la comunitaria 2010.

Oggi intanto si conoscerà l’esito di altri 450 ricorsi di lavoratori precari di Savona patrocinati dalla Uil Scuola Liguria. In piedi ci sono migliaia di ricorsi in tutt’Italia e almeno altri 40mila docenti precari che attraverso la Flc Cgil potrebbero fare causa per ottenere il posto fisso. «Chiederemo al ministero di aprire un tavolo unico sul precariato», sottolinea Massimo Di Menna (Uil), che rilancia sulla necessità di bandire i concorsi laddove le graduatorie sono esaurite. In più, aggiunge, «si dovrebbe procedere subito all’assunzione nei posti vacanti in organico di diritto e puntare invece su contratti pluriennali, magari di tre anni, per riempire i posti vuoti in organico di fatto». Una soluzione condivisa pure da Francesco Scrima (Cisl): la necessità di occupare «tutti i posti vacanti e disponibili» va considerata ora «una priorità». Anche perché, evidenzia Domenico Pantaleo (Flc Cgil) «entro il 2014 ci saranno 100mila-110mila posti liberi».

Se ne discuterà nel vertice ministero-sindacati previsto per oggi a viale Trastevere. Insieme al problema delle graduatorie – dove sono inseriti 230mila precari – dopo la sentenza della Corte costituzionale del 9 febbraio scorso che aveva dichiarato illegittimo l’inserimento in coda per il biennio 2009-2011 in tre province oltre quella di appartenenza e l’inserimento a pettine in una sola provincia per il biennio 2011-2012. Alla questione si era cercato di dare una soluzione nel milleproroghe, prevedendo il blocco delle graduatorie provinciali fino al 31 agosto 2012, in attesa delle nuove norme sul reclutamento. Norma poi cancellata in fretta e furia dopo i rilievi del Quirinale. Il Miur ha chiesto comunque un parere legale all’avvocatura di Stato. Tra le ipotesi su come procedere all’aggiornamento c’è quella di consentire l’inserimento a pettine in una provincia diversa dalla propria, salvaguardando così il principio della mobilità. Agli uffici scolastici regionali è intanto arrivata una nota del ministero in cui è chiesto di soprassedere sull’inserimento a pettine dei precari vincitori del ricorso patrocinato dall’Anief.

Il Sole 24 Ore 29.03.11

«Produrre non basta: il segreto dell’energia è saperla distribuire», di Cristiana Pulcinelli

L’INTERVISTA / GIANNI SILVESTRINI direttore scientifico del Kyoto Club
Il mito dell’abbondanza è preistoria: oggi dobbiamo imparare a eliminare gli sprechi e sviluppare reti intelligenti che portino l’energia dove davvero c’è bisogno. L’Italia è folle: compra tecnologie rinnovabili ma non fa ricerca

Dopo Chernobyl le fonti rinnovabili erano agli inizi. Oggi è diverso: la potenza eolica è cento volte superiore, quella solare mille volte più ampia e i costi sono scesi notevolmente. Si apre una straordinaria occasione per le nostre imprese, anche quelle piccole». Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e direttore di QualEnergia, legge così le conseguenze del disastro nucleare di Fukushima: il nucleare non è più un’alternativa. Anzi, non lo è mai stato.

Le energie rinnovabili hanno conosciuto un boom negli ultimi anni: quanto sono cresciute?
«Negli ultimi dieci anni nel mondo gli impianti eolici sono cresciuti con un tasso pari al 30% l’anno e quelli per il solare fotovoltaico addirittura del 40%. In Italia, le cose sono cominciate a cambiare nel 2007 e oggi per il fotovoltaico siamo il secondo Paese al mondo dopo la Germania, mentre per l’eolico siamo al sesto posto».
Questa crescita è dovuta soprattutto agli incentivi. Ora però verranno tagliati, cosa accadrà?
«Gli incentivi nel nostro Paese sono stati troppo alti. È come se, per far partire una macchina ingolfata, avessimo dovuto darle una grande spinta che ora però rischia di farla precipitare nel burrone. I costi degli incentivi ricadono sulle bollette: quando il numero delle installazioni cresce così tanto, l’impatto sulle tariffe diventa importante. Del resto, i costi si sono abbassati: un impianto fotovoltaico oggi costa la metà di quello che costava nel 2005. Il governo ha cercato di porre mano alla questione con il decreto Romani, il problema però è che quel decreto mette in discussione diritti già acquisiti: in sostanza si applicano i tagli anche a quelle imprese che hanno già fatto un investimento e questo non si può fare. Tuttavia, si dovrà trovare unasoluzione per evitare quello che è accaduto in Spagna dove il mercato è stato ammazzato: nel 2008 i forti incentivi avevano favorito un eccesso di installazioni, il governo, spaventato dai costi, ha tagliato drasticamente gli incentivi e nel 2009 si è fermato tutto. In Germania, invece, governo e imprenditori hanno definito una corsia di riduzione degli incentivi proporzionale alla potenza installata nell’anno precedente: se si installano più impianti, si riducono gli incentivi. Potrebbe essere la strada».
Si può pensare di coprire il 100% dell’energia di cui abbiamo bisogno con le rinnovabili?
«Partiamo dal fatto che l’obiettivo europeo del 20% entro il 2020 è vincolante. Siccome, però, riguarda anche i trasporti e i bioconbustibili che non potranno coprire oltre il 10%, vuol dire che la produzione di elettricità da fonti rinnovabili dovrà arrivare al 30%. Nel 2020, quindi 1 kWh su 3 verrà da fonti rinnovabili. Ma c’è di più: molti studi usciti negli ultimi anni dimostrano che coprire il 100% del fabbisogno elettrico è tecnicamente e economicamente fattibile. Tanto che la Germania si è data l’obiettivo di arrivare almeno all’80% entro il 2050».
Quanto territorio servirebbe?
«Con un’area di 70-80 chilometri quadrati dedicata al fotovoltaico riusciremmo a soddisfare i bisogni elettrici del Paese. Non è molto se si pensa ai tetti degli edifici, ai siti industriali abbandonati, alle aree marginali. Il problema è ancora quello dei costi: oggi il fotovoltaico costa 20-30 centesimi di euro al kWh, ma Steven Chu, ministro dell’energia degli Stati Uniti, ha lanciato un piano per portarlo nel 2020 a 6 centesimi di dollaro a kWh».
Comesi farà a gestire una rete energetica di questo genere?
«Ci vorranno sistemi di accumulo e smart grid, reti intelligenti in grado di far dialogare una domanda che varia nel tempo con una produzione che non potrà seguire passo passo la domanda come oggi, ma varierà nel tempo anch’essa. Si può pensare a un microchip nel frigorifero collegato a un contatore che, se la domanda di elettricità in quel momento è troppo alta, dica al frigo: per i prossimi 20 minuti non ti accendere. E poi servono le supergrid, le grandi reti che porteranno l’energia dai parchi eolici del Nord e dagli impianti fotovoltaici dei deserti nordafricani in tutta Europa. Il sistema sarà sempre più decentrato: già oggi l’Italia ha 200.000 punti di generazione, la Germania un milione».
Il nostro Paese importa buona parte del solare e dell’eolico che installa.
«Un vero peccato: in Germania questo comparto è diventato un pilastro dell’economia con 340.000 addetti».
Come fare a prevenire le infiltrazioni della mafia in questo settore?
«Ridurre gli incentivi, in modo da rendere meno appetibile l’affare alla malavita e aumentare la trasparenza delle procedure».
Cosa dovrebbe fare il governo?
«Un progetto finalizzato per l’energia che metta insieme gli enti di ricerca e definisca le priorità d’intervento per quanto riguarda l’innovazione. Per ora, invece, c’è un silenzio preoccupante».

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«Paradosso Italia: il Paese del Sole compra dall’estero», di Cristiana Pulcinelli
Il 60% degli impianti eolici e solari installati in Italia vengono da altri Paesi. Secondo la Bocconi lo sviluppo del settore potrebbe portare a 250 mila posti di lavoro entro il 2020

L’a strada per arrivare a consumare meno energia e, soprattutto, consumare energia pulita, è una strada lastricata di paradossi.
In primo luogo l’efficienza. Sono in molti a ritenere che aumentare l’efficienza energetica sia un modo per risparmiare energia e produrre meno emissioni di gas serra. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che, grazie all’efficienza energetica, si può risparmiare fino al 30% del consumo attuale di energia «senza modificare la nostra qualità della vita». E la direttiva europea sui cambiamento climatici obbliga i paesi membri a ridurre i consumi energetici del 20% entro il 2020 proprio attraverso unmiglioramento dell’efficienza energetica.
Tuttavia, alcuni economisti ritengono che, paradossalmente, l’aumento dell’efficienza energetica potrebbe portare a un incremento dei consumi e quindi delle emissioni di gas serra. E’ l’effetto rebound, rimbalzo (paradosso Jevons). Un nuovo rapporto del Breakthrough Institute, un istituto di ricerca americano che si occupa di energia e clima, ha calcolato che, a causa di questo fenomeno, si può perdere fino al 30% del risparmio di energia conquistato grazie all’aumento dell’efficienza. Come è possibile? Facciamo qualche esempio.
Se io cambio tutte le lampadine di casa con lampadine a basso consumo sarò portato, dicono questi economisti, a lasciare di più le luci accese. Se guido una macchina più efficiente, consumo meno benzina e quindi potrei essere tentato di usarla di più. Inoltre, c’è un effetto rebound indiretto: i soldi che ho risparmiato pagando meno la benzina potrei reinvestirli acquistando qualcosa che, a sua volta, causa ulteriori emissioni di CO2, ad esempio un viaggio aereo. L’effetto rebound può arrivare addirittura a far perdere oltre il100% del risparmio di energia, in questo caso si parla di “effetto backfire”. Un effetto che si verifica soprattutto a livello industriale: mettiamo che un’industria cinese che produce acciaio diventi più efficiente dal punto di vista energetico, questo consentirà di aumentare la produzione e quindi avere più emissioni.
L’altro è un paradosso tutto italiano. Installiamo molti impianti solari e eolici,mala tecnologia per questi impianti la importiamo dall’estero per il 50-60%. In sostanza, c’è poca ricerca e innovazione in un comparto che, invece, potrebbe essere un’enorme opportunità per le imprese, anche dal punto di vista lavorativo.
Basti pensare che in Germania il comparto della produzione di energia rinnovabile, con 340.000 addetti, è diventato un pilastro dell’economia Se ci credesse di più anche l’Italia potrebbe trarne vantaggio: uno studio della Bocconi del 2009, realizzato conGse (Gestore Servizi Elettrici) delinea tre scenari a diversa intensità occupazionale: il primo prevede, con l’importazione di tecnologie rinnovabili dall’estero, un incremento di 100.000 posti di lavoro; il secondo, con lo sviluppo di tecnologie rinnovabili, porterebbe a 150.000 il numero degli occupati; il terzo scenario, in cui è prefigurato il massimo sfruttamento del potenziale tecnologico, prospetta una crescita occupazionale al 2020 di 250.000 unità.

da l’Unità

Elezioni, no a talk show Rai: censura maggioranza

Niente talk show sulle reti Rai durante il periodo di par condicio in vista delle elezioni amministrative del 15 e 16 maggio. Questo pianifica la maggioranza in commissione di Vigilanza Rai che – secondo indiscrezioni rilanciate dalle agenzie – ha presentato oggi un emendamento alla bozza di regolamento per le trasmissioni radiotelevisive predisposta dal presidente Sergio Zavoli.

I talk show verrebbero equiparati alle tribune politiche. L’emendamento porta la firma di Pdl, Lega Nord e Responsabili e sarà discusso in commissione, chiamata nel giro di pochi giorni a predisporre il regolamento definitivo. La proposta della maggioranza riproporrebbe il meccanismo dello scorso anno in occasione della tornata elettorale per le regionali, quando il regolamento della par condicio fermò i talk show sulle reti Rai.

Indiscrezioni dicono che contrariamente al testo Zavoli, che tiene conto della frammentazione del voto (si tratta di amministrative che coinvolgono meno di un quarto dell’elettorato) e dunque affida alle testate regionali Rai i programmi di comunicazione politica, la maggioranza vorrebbe ‘trasferirè in chiave nazionale l’intera materia,

«Tutti i programmi di informazione – riferisce un’agenzia citando una fonte dell’opposizione in commissione – ad eccezione dei telegiornali, per par condicio dovranno avere tutti i candidati sindaci o i candidati presidenti provinciali, e via dicendo. Significa di fatto non realizzare il programma, perché appare impensabile riuscire a mettere tutti insieme. E questo si tradurrebbe nel ‘silenziare’ i talk show, così come accaduto un anno fa».

In sostanza, il timore è che la maggioranza voglia dare una stretta ai talk show in campagna elettorale. Una norma del regolamento della Vigilanza che prevedeva di estendere le regole delle tribune politiche ai programmi di informazione fu alla base dello stop ai talk show deciso per le regionali dello scorso anno. La maggioranza avrebbe presentato poco meno di una decina di emendamenti.

da www.unita.it

ll PD a Lampedusa: "Qui è una polveriera"

Livia Turco, presidente Forum Immigrazione e Politiche sociali visita l’isola: “Le immagini ritrasmesse dalle televisioni non danno minimamente l’idea di quello che sta realmente accadendo sull’isola. La presenza dello Stato consiste in due medici, due infermieri, tre bagni ed un pasto fatto di una bottiglia d’acqua da dividersi in tre, un panino vuoto e un po’ di riso!” Bersani accusa: “Governo contraddittorio, dica cosa fare”

“E’ una massa umana completamente abbandonata, persone trattate come cani. Le immagini ritrasmesse dalle televisioni non danno minimamente l’idea di quello che sta realmente accadendo sull’isola. La presenza dello Stato consiste in due medici, due infermieri, tre bagni ed un pasto fatto di una bottiglia d’acqua da dividersi in tre, un panino vuoto e un po’ di riso. Solo due i centri sull’isola per le identificazioni. Lampedusa è paralizzata e gli abitanti in grave difficoltà. Per fortuna ci sono i lampedusani e la Chiesa che si sono fatti carico della situazione e stanno affrontando con tanto coraggio questa vicenda, divenuta emergenziale per colpa di questo governo. E’ vergognoso. Lampedusa è una polveriera e se non si interviene immediatamente rischia di esplodere”. Lo dichiara Livia Turco che, oggi a Lampedusa, insieme ai parlamentari De Torre e Capodicasa si sono recati al porto, alla sede della Caritas, in Comune, ai Cie per verificare quello che sta avvenendo sull’isola.

Per Angelo Capodicasa, deputato del Pd “la situazione a Lampedusa è insostenibile sotto tutti i punti di vista: umano, sanitario, di ordine pubblico. È molto peggio di quanto si veda in Tv, è molto più grave di quanto si possa immaginare”. “Il Governo – aggiunge il deputato Pd – si sta assumendo delle gravi responsabilità su quanto sta succedendo, e su eventuali incidenti che potrebbero essere provocati dalla situazione esplosiva in cui migranti e Lampedusani sono costretti a vivere”. “Le tensioni di oggi fra gli isolani sono il segnale di una situazione portata all’esasperazione. Un dramma che il Governo continua ad ignorare, a sottovalutare colpevolmente assumendo iniziative – conclude Capodicasa – men che insufficienti ad affrontare l’emergenza che l’Isola sta vivendo”.

Il Pd e gli amministratori locali sono pronti a lavorare per accogliere i profughi ma ”non è possibile – sottolinea il segretario Bersani durante la conferenza stampa al termine della Direzione – che il governo tenga i piedi in due scarpe. Devono metterci la faccia, dare messaggi giusti e agire con ordine e razionalità”. Bersani critica la mancanza di chiarezza nella gestione degli immigrati e chiede al governo di chiarirsi le idee, magari facendo una riunione e poi di dire ”davanti al Paese cosa bisogna fare. Non si può avere un governo – spiega il segretario del Pd – dove c’è chi vuole dare soldi e chi vuole dare sberle, dove c’è Maroni che chiede solidarietà alla regioni e Bossi che dice che bisogna mandarli a casa, dove c’è Tremonti che taglia i soldi per la cooperazione e lo sviluppo”.

da www.partitodemocratico.it

«L'ateneo fa i conti con il blocco assunzioni», di Gianni Trovati

Il peggioramento dei bilanci porta a quota 16 il numero delle università condannate alla tagliola

La priorità è far ripartire il reclutamento, ma chi potrà partecipare davvero al debutto delle nuove regole? Il peggioramento dei conti accademici e l`evoluzione della disciplina sulle assunzioni escludono sempre più atenei dalla partita.

La spada di Damocle più minacciosa è quella del tetto alle spese di personale, che bloccano qualsiasi nuovo ingresso (di docenti o amministrativi) nelle università che dedicano alle buste paga più del 90% del fondo ordinario. Finora il problema è stato marginale, nel 2009 sono stati in sette gli atenei fuori regola, ma il peggioramento dei conti accademici e la dinamica “naturale” dei costi del personale complicano la questione: un rapido censimento fra le università mostra che nel 2010 le sedi condannate al blocca-assunzioni sono balzate a 16, in un gruppo che abbraccia anche università di primo piano come Roma Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Bari e Trieste.

Uno sforamento di massa, nonostante la fuga dalle cattedre partita per evitare la tagliola della liquidazione a rate, che ha portato a 4mila ipensionamenti cancellando retribuzioni per 6oo milioni. Nel 2011, però, le uscite torneranno a livelli fisiologici, e anche se il blocco degli scatti fermerà l`aumento del peso delle buste paga c`è un altro fattore che rischia di trasformarsi in una batosta per la contabilità accademica: il milleproroghe, per la prima volta, non ha confermato gli “sconti” che permettevano di calcolare solo per due terzi i costi del personale convenzionato con il servizio sanitario. Sembra un tecnicismo, ma da sola questa novità è in grado di raddoppiare il numero degli atenei con i concorsi congelati.

Accanto all`attuazione della riforma, del resto, è tutta la partita dei conti a mostrare i nervi più scoperti nei rapporti fra governo e università. Il Consiglio universitario nazionale ha già scritto due volte al ministero per aprire i lavori sulla distribuzione del fondo ordinario 2011, ed evitare di sforare tutte le scadenze come é avvenuto l`anno scorso (l’FFO 2010 è stato assegnato solo a gennaio di quest`anno), ma per il momento nulla si è mosso. Oltre a chiedere di far partire i tavoli, il Consiglio universitario nazionale ha messo sul piatto anche un pacchetto di proposte: far rientrare nei criteri per i premi “meritocratici” anche i dati sugli sbocchi occupazionali e il giudizio degli studenti, che sono stati i grandi assenti dai parametri 2010, ed evitare che la clausola di garanzia con cui si impediscono perdite “eccessive” agli atenei meno brillanti ingessi il sistema impedendo anche aumenti di fondi a chi vanta le performance migliori.

La coperta è corta, anche perché il fondo ordinario non supererà quest`anno i 7 miliardi di euro, rimanendo ai livelli piuttosto sofferenti del 2010. L`anno scorso chiudere la partita non è stato semplice, come mostrano i dati sui parametri che hanno governato la distribuzione dei fondi: per evitare di colpire troppo le università con le performance più modeste, è stata introdotta una clausola che ha impedite di assottigliare la quota destinata a ogni ateneo di più del 5,5% rispetto all`anno prima. Una clausola di questo tipo costa, e per finanziarla il ministero ha dovuto azzerare le risorse destinate agli atenei sottofinanziati (è la cosiddetta “accelerazione del riequilibrio”), cioè quelli che ricevono meno di quanto meriterebbero in base alle performance. La scelta (compiuta senza tener conto di quanto previsto dal Patto per l`università 2007-2010) è arrivata nelle stesse settimane in cui si approvava la riforma Gelmini, che da quest`anno impone di destinare alle “sottofinanziate” almeno l`1,5% del fondo ordinario.

Attuare il nuovo meccanismo significablindare circa 105 milioni di euro, da indirizzare in via preferenziale agli di atenei in cui la forbice fra i fondi “meritati” in base alle performance e quelli realmente ottenuti è più ampia: il gruppetto di testa è formato da una decina di università, guidate da Politecnico di Torino, Alma Mater di Bologna e Statale di Milano (il Politecnico di Milano è al quinto posto).

La discussione è aperta, e far andare d`accordo tutte queste clausole non sarà un`impresa semplice. Anche perché, per completare davvero il quadro, occorre mettere mano in fretta all`aggiornamento delle valutazioni sulla ricerca: le pagelle del Civr, il comitato che giudica la ricerca degli atenei, sono ferme al 2001/2003, e l`avvio di un nuovo ciclo di valutazione è indispensabile per non ingessare gli incentivi meritocratici su una base ormai archeologica.

da Il sole 24 ore