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"La sindrome dell´assedio", di Ilvo Diamanti

Che nostalgia quei muri. Lungo i confini: a Est e a Sud. Separavano il bene dal male. Il giusto dall´ingiusto. Ci difendevano dal comunismo e dalla povertà. Il muro di Berlino: da quando è caduto, l´Europa si è allargata.La Jugoslavia è divenuta ex. Un collage di patrie inquiete. L´Albania: un nostro protettorato. La Romania, la Croazia, il Montenegro. Il mondo dell´Est è entrato, prepotentemente, a casa nostra.
Anche noi, con le nostre aziende, peraltro, ci siamo allargati ad Est. Ampie zone un tempo definite “Oltrecortina” si sono trasformate in province e regioni del nostro Nord Est.
Oggi, però, l´assenza di quel muro preoccupa e, anzi, spaventa.
Le nostre aziende si stanno ritirando dai Paesi dell´est Europa. Per andare ancora più in là, dove le porta l´interesse. (Il costo del lavoro, i contributi pubblici, i vantaggi fiscali…). Mentre da noi l´immigrazione cresce. Attirata dalle nostre imprese, dal nostro mercato del lavoro. Ma anche dal nostro stile di vita, sicuramente molto migliore del loro.
Decine, centinaia di migliaia di persone hanno attraversato i nostri confini – aperti. Non più come stranieri, abitanti di un mondo lontano e ostile, sotto il comando dell´Impero sovietico, ma da cittadini d´Europa. Questa Patria, un tempo tanto invocata, in Italia (nel passato recente, il Paese più europeista d´Europa). Mentre oggi è guardata con sospetto. Atteggiamento meritato, d´altronde, visto che l´Unione Europea appare un ossimoro. Una somma di interessi nazionali perlopiù in conflitto.
Così sale la nostalgia. Del muro e dei confini. Nostalgia. Del tempo in cui i romeni erano comunisti da liberare. Mentre ora sono diventati Rom di cui liberarsi.
Nostalgia. Del Muro che a Sud ci divideva dall´Altro Mondo. Il Terzo. Dall´Africa, dai Paesi in via di sviluppo. Dall´Islam. Perché il Mediterraneo, in fondo, tale appariva. Un Muro. Contrastava il flusso incessante di migranti, che, quando le condizioni atmosferiche lo permettevano, affrontavano il mare su imbarcazioni di fortuna. E di fortuna ce ne voleva tanta per riuscire ad arrivare, stipati su quelle barche.
Oggi anche quel muro è caduto. Al di là del Mediterraneo, che divide – e unisce – il nostro Sud e il Nord dell´Africa, le rivolte in Tunisia, in Egitto e in Libia hanno spinto migliaia di persone a fuggire. Inseguendo condizioni sicurezza e di vita migliori. Si dirigono verso di noi. Approdano nel posto più vicino. Lampedusa. Che è divenuta una sorta di prigione a cielo aperto. Dove tutti sono prigionieri: gli immigrati in fuga e i residenti. Tutti insieme, lì. Quasi a simboleggiare le macerie del muro che noi vorremmo ricostruire. Un nuovo muro fra noi e gli altri.
Oltre cinquemila immigrati, cinquemila persone in fuga. Lampedusa, per loro, è una via d´accesso, un passaggio. Per andare altrove. In Italia, in Europa. Ma noi li tratteniamo lì. In condizioni disumane. In ostaggio, insieme agli abitanti di Lampedusa. Noi e, insieme, gli europei. Solidali a parole. Europei a parole, ma tutti attenti all´interesse nazionale. E al consenso. Visto che l´immigrazione è una questione di consenso – e dissenso – politico, oltre che sociale. Fra le più importanti. Non solo in Italia. In Francia, ad esempio, dove Marine Le Pen e il Front National, anche per questo motivo, appaiono in grande crescita elettorale, secondo i sondaggi.
D´altronde, nella UE non si è mai riusciti a stabilire una legislazione e delle politiche comuni, in materia di immigrazione. Ci mancherebbe: ciascuno agisce per proprio conto, quando si tratta di affrontare temi politicamente sensibili.
Così, cinquemila immigrati, nella rappresentazione mediatica e nella propaganda politica, diventano l´avanguardia di una “invasione”. E vengono bloccati laggiù, a Lampedusa. In condizioni miserevoli. Esibiti dalle tivù di tutto il mondo. E, soprattutto, da quelle europee e anzitutto italiane. Così va in onda, in diretta, lo spettacolo dell´insicurezza e della paura. Punteggiato da scene di povertà e disperazione. Animato da parole – e proposte – ciniche e spietate. Due ministri offrono agli esuli 2.000 euro a ciascuno, in cambio del ritorno in Patria. In mezzo al dramma da cui sono fuggiti. Da cui, presumibilmente, fuggirebbero di nuovo, appena possibile.
Un altro ministro, invece, sostiene che li si debba semplicemente ri-cacciare. Ritenendo – o meglio: illudendosi – che, in questo modo, oltre alla pietà, si ri-caccerebbe in mare anche il problema. Si affogherebbe anche il nostro sentimento di vulnerabilità. Noi, che ci sentiamo assediati da ogni parte. Anche a Nord, dalla Francia. Il suo protagonismo in Libia, in patria, incontra il consenso della maggioranza dei cittadini (oltre i due terzi, secondo l´Ifop). Mentre (soprattutto, ma non solo) in Italia ha sollevato risentimento e sospetti.
Il capo del governo e i leader della maggioranza, in pubblico e ancor più in privato, accusano la Francia di agire per rubarci il petrolio. Per ridimensionare il nostro ruolo nel Mediterraneo. (Ma a quel ruolo, per la verità, abbiamo rinunciato già da tempo). I francesi complottano contro di noi, denunciano le prime pagine dei giornali di destra. (Anche se in Francia l´unico argomento italiano che faccia notizia, durante questa crisi, è – e resta – Berlusconi. Ma non certo per motivi politici e geopolitici.)
Noi, italiani, ci sentiamo orfani dei muri, che marcavano i confini e le distanze. E ci difendevano. Da Est e da Sud. Abbiamo nostalgia dell´Urss e di Gheddafi (il quale, peraltro, è ancora lì, asserragliato nel suo bunker). Ora che il mondo si è aperto e incombe su di noi, le politiche – e le parole – del governo cercano di ricostruire gli stessi muri. E altri ne erigono, a Nord. Per garantire la nostra sicurezza. Per difendere il benessere che abbiamo conquistato. D´altronde, gli esuli in fuga dal Nord Africa, diretti verso le nostre coste, sono giovani, spesso giovanissimi. Ci fanno scoprire vecchi. Vulnerabili. Poco tolleranti.
Lampedusa riflette e alimenta la nostra sindrome dell´assedio. L´Italia, tutta intera, vi si specchia. Si sente accerchiata. E diventa una grande Lampedusa.

La Repubblica 28.03.11

"Niente campionati perché sono disabile", di Antonio Giaimo

La delusione di Elisa: «Mi fanno sentire un’italiana di serie B» Elisa, esclusa dalle finali nazionali: per noi non ci sono soldi. Nel cuore il dolore e la rabbia per essere stata esclusa. Nella mente la determinazione a continuare ad andare avanti. Nelle gambe la forza di una campionessa. Nelle mani i trofei, coppe e medaglie. Elisa Trecastagne, 18 anni appena compiuti, nella la sua categoria, è salita sullo scalino più alto nei cento metri, titolo nazionale conquistato nel 2009 e quest’anno anche campionessa regionale di corsa campestre.

Studentessa modello del liceo Porporato di Pinerolo, benché abbia un deficit motorio, è una grande sportiva: è diventata anche arbitro di calcio. Vive a Villafranca con la sua famiglia, ma appena può chiudere i libri di scuola indossa la tuta verde e nera e corre nelle campagne del basso Pinerolese. Ma dal 17 marzo continua a dire che l’Italia è divisa in due, quella degli atleti normodotati che, passate le selezioni regionali, parteciperanno ai campionati nazionali e quelli diversamente abili, come lei, per la quale l’esperienza si è fermata al 10 marzo quando si è qualificata al primo posto nella corsa campestre che si è svolta a Santhià.

«Mi ero conquistata l’accesso alle finali nazionali del 19 e 20 marzo che si sono disputate in Veneto a Nove dei giochi sportivi studenteschi. Purtroppo però a noi è stata negata questa esperienza». Il motivo è uno solo: non c’erano più fondi per far partecipare 172 atleti diversamente abili. «Una vicenda che ha dell’incredibile, ma come è possibile che per gli altri concorrenti, quelli normodotati, il cui rapporto rispetto a noi sarà di dieci a uno, i quattrini si sono trovati e per noi niente?». Poi è scattata la scintilla che fa diventare quello di Elisa un caso: «Giovedì 17 stavo guardando in televisione i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Mi è venuto un nodo in gola, sono scoppiata a piangere. Mi sono sentita un’italiana esclusa e credo che questo sia il sentimento di tutti i ragazzi che come me credono nei valori dello sport e dell’amicizia. Questa è pura discriminazione».

Ed Elisa ha affidato questo sfogo a Facebook, il social-network ha fatto il resto, cassa di risonanza di una situazione a dir poco imbarazzante. Sì, perché la partecipazione dei disabili alle finali è prevista dal regolamento nazionale ed il Ministero ha delegato l’organizzazione di questa parte di attività alla Fidal, la federazione italiana di atletica leggera. Insomma c’è una compartecipazione nelle spese, il Ministero paga il trasporto e la Federazione la sistemazione in albergo ed il vitto. Una spesa che sembra intorno ai 45 mila euro, ma che non sarebbe stata reperita nei fondi di bilancio.

A cogliere il problema è stata la Hubschoolsport, una rete di scuole dell’arco alpino, che stanno realizzando un progetto finanziato dall’Ue, che vede nello sport un momento di integrazione. L’appello di Elisa è stato rilanciato anche da Manuela Ghizzoni (Pd), che nel puntare l’indice contro la Gelmini, ha trovato anche il sostegno bipartisan di Pdl e Lega. Prima ha pubblicato sul suo blog la vicenda e ha presentato una mozione, sottoscritta anche da Manuela Di Centa. L’iniziativa ha già avuto effetto: «Ci sono state due interrogazioni a Camera e Senato – conclude Elisa – e mi hanno detto che sarà sentita in audizione con altri alunni disabili dalla Commissione Cultura».

La Stampa 27.03.11

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"Tagli ai disabili, Gelmini condannata. E scoppia il caso Giochi studenteschi", di Salvo Intravaia

Il Tribunale della Spezia ha giudicato discriminatoria la condotta del Ministero denunciato da uno studente: dovrà ripristinare le ore di sostegno e pagare le spese. Intanto il ministro non riesce a placare la polemica sulla esclusione dalle gare sportive nazionali. Così Il tribunale della Spezia ha giudicato la decisione del ministro Gelmini di ridurre le ore di insegnamento di sostegno. Ed è stasta denunciata da uno studente disabile di un istituto superiore della città ligure. Il giudice ha condannato il Ministero a ripristinare le ore di sostegno e a pagare le spese processuali. I genitori del ragazzo hanno contestato il contrasto fra i tagli della Gelmini e il diritto alla tutela delle persone con disabilità. “L’articolo 3 della Costituzione – si legge nel ricorso – promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento” e con il provvedimento ministeriale “viene leso il diritto del disabile all’istruzione”.

E intanto non si placa la polemica per l’esclusione degli alunni disabili dai giochi sportivi studenteschi. Tanto che la commissione Cultura della Camera sconfessa il ministro dell’Istruzione presentando una risoluzione bipartisan che chiede lumi. Dopo l’intervento del ministro, che ha bollato come “falsa” la notizia, sull’argomento torna l’Italia dei valori. La prima a chiedere lumi sull’esclusione degli alunni con handicap dalle finali nazionali di Corsa campestre è stata la deputata del Pd, Manuela Ghizzoni, che si è affidata ad una interrogazione parlamentare.

“L’esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei giochi sportivi studenteschi è gravissima e in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica, che da sempre costituisce un punto
di forza del nostro sistema educativo”, tuonava una settimana fa la Ghizzoni. La deputata, in occasione delle finali nazionali di Corsa campestre disputate a Novi (Vi) lo scorso 20 marzo, ha messo sul banco degli imputati la modulistica, inviata dal ministero alle scuole quest’anno, che “non prevede quella abitualmente prevista per gli studenti disabili”.

Chiedendo all’inquilino di viale Trastevere, come “il ministero intenda ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva, quale obiettivo prioritario della scuola dell’autonomia”. “Dall’anno scolastico 2009/2010 – ha risposto la ministra – le finali nazionali dei Giochi si svolgono nelle discipline organizzate dalle rispettive federazioni sportive, a proprio totale carico”. “Tale decisione – prosegue il ministro – deriva da accordi intercorsi con il Coni, per un’equilibrata ripartizione dei compiti e dei relativi oneri finanziari”.

E quindi la frase di rito. “E’ destituita di fondamento la notizia, apparsa su alcuni media, secondo cui i disabili sarebbero esclusi dalla pratica sportiva nella scuola italiana”. “Si tratta – conclude il ministero – di una tesi falsa, usata strumentalmente per ragioni di lotta politica e non per tutelare gli interessi dei disabili”. Ma la risposta non convince il portavoce alla Camera dell’Italia dei valori, Leoluca Orlando Cascio, che minaccia di portare il ministro Gelmini davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. “Valuteremo in sede europea – dichiara il deputato dell’Italia dei valori – se sussistono gli elementi per denunciare il ministro della ‘distruzionè italiana, Mariastella Gelmini, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per la violazione dell’articolo 26 della Carta Ue dei diritti dei disabili”.

“I diversamente abili, infatti – aggiunge Orlando – sono stati esclusi lo scorso week-end dalle finali nazionali italiane di corsa campestre dei Giochi, perché mancavano i moduli per iscriverli alla gara, documenti che il ministro Gelmini avrebbe dovuto inviare alle scuole”. La “dimenticanza” per Orlando si configura come “una grave discriminazione che ricorda di vicino quelle dei nazisti e il silenzio del ministro, che non ha neanche ritenuto opportuno chiedere scusa ai ragazzi e alle loro famiglie, è ancora più grave e ignobile”. Anche i deputati della VII commissione di Montecitorio vogliono vederci chiaro.

La risoluzione chiede al governo di intervenire “per ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni prevista dagli obiettivi prioritari della scuola dell’autonomia, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva”. I deputati chiedono anche un finanziamento ad hoc a favore del Comitato paralimpico “affinché esso possa svolgere con continuità la sua funzione e possa programmare le sue attività”. Bollando l’esclusione di quest’anno come azione “in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità che da sempre costituisce un punto di forza del sistema educativo italiano”.

L’ultima nota ministeriale sui giochi sportivi studenteschi – dello scorso 8 aprile – in effetti dà conto di una certa confusione sul tema e di qualche “dimenticanza”. I Giochi sportivi studenteschi vengono “ormai da anni supportati finanziariamente con risorse provenienti dal fondo della legge 440/97”, quella sul finanziamento dell’Autonomia, si legge nella nota. “Nell’esercizio 2009 il fondo non è stato reso disponibile e la sua utilizzazione è slittata nel corrente esercizio finanziario”, prosegue la circolare. Ma “l’entità delle risorse fruibili per lo specifico fine è stata definita di recente e ciò rende solo ora possibile fornire notizie in ordine alla somma su cui può fare affidamento ciascun Ufficio scolastico regionale.

E’ opportuno precisare – continua – che le somme esposte nel piano di riparto, pur certe nel loro importo, potranno essere erogate soltanto quando la conclusione delle operazioni di variazione del bilancio renderà possibile operare contabilmente”. Ma siamo ad aprile e l’anno scolastico 2009/2010 volge al termine. Viale Trastevere, a questo punto decide di farsi carico delle “spese relative allo svolgimento dei Giochi sportivi studenteschi nelle fasi provinciali e regionali”. Mentre “le finali nazionali saranno organizzate con spese integralmente a carico delle federazioni sportive nazionali che intenderanno effettuarle”. Tuttavia, spiega la nota, “ad oggi, non è ancora esaustivamente definito il quadro delle federazioni sportive che organizzeranno detti eventi”.

E “ritenendo necessario dare priorità alle discipline coinvolte nelle manifestazioni sportive scolastiche internazionali del 2011 (atletica leggera, pallacanestro, nuoto, calcio, tennis, orienteering), gli oneri relativi ai trasporti per le finali nazionali delle summenzionate discipline saranno sostenuti da ciascun Ufficio scolastico regionale con le somme loro assegnate”. Si tratta delle contestate fasi nazionali? Spulciando, inoltre, tra le Norme tecniche sui Giochi, emanate l’anno scorso, si scopre che le fasi nazionali dei Giochi sono previste anche per gli alunni con disabilità, che possono iscriversi “ad una sola delle gare individuali in programma”.

Ovviamente, non per tutti gli sport. Ma a sorpresa tra le discipline di Atletica leggera rivolte ai disabili è prevista la Corsa campestre: proprio la disciplina oggetto della interrogazione parlamentare della deputata del Pd. Ma questo, forse valeva per l’anno scolastico 2009/2010. Per il 2010/2011 non ci sono né note né circolari.

www.repubblica.it

Campagna 3R per i precari dell'Università: Ricorsi, Rinnovi, Reclutamento

Parte la campagna nazionale di primavera della FLC CGIL

C’è un primato tutto italiano di cui non dobbiamo andare fieri: l’Italia è il primo esportatore di ricercatori in Europa.
È un dato che parla chiaro: la professionalità e la competenza dei precari della didattica e della ricerca che lavorano nelle Università vengono ogni giorno mortificate e si fa di tutto per respingerle.
È un dato allarmante che dovrebbe (deve) preoccupare tutti.
È per questo che insieme al Coordinamento nazionale precari dell’Università FLC CGIL abbiamo dato il via alla campagna nazionale 3R: Ricorsi, Rinnovi, Reclutamento.
I temi della campagna sono il rifiuto del lavoro gratuito, la partecipazione democratica, il rinnovo dei contratti, l’accesso ai fondi e la dignità della retribuzione.
Per noi, esistono solo quattro risposte possibili: restituire e dare dignità e diritti al lavoro intellettuale, aumentare la partecipazione democratica nella gestione dell’Università, garantire saperi e didattica di qualità per gli studenti, garantire la libertà della ricerca.
In allegato, il manifesto e il volantino da utilizzare per diffondere l’iniziativa.

Volantino Flc Cgil Campagna Nazionale 3r Precari Universita

da www.flcgil.it

A Lampedusa 1200 migranti in 24 ore

Lite sulla “dote” per chi rimpatria

Sono 1.227 i migranti sbarcati nelle ultime 24 ore a Lampedusa. Tra questi sono compresi i 284 profughi eritrei ed etiopi, tra cui 80 donne e 12 minori, che si trovavano su un barcone proveniente dalla Libia e che sono arrivati attorno alle 4 della scorsa notte a Linosa. Fa discutere, intanto, la proposta di Frattini sul bonus anti-immigrati. Duemilacinquecento dollari per chi decide, volontariamente, di rimpatriare. Una “dote”, che nelle intenzioni del ministro Frattini sarebbe rimborsata con i fondi europei, che permetterebbe di snellire i flussi verso l’Italia, ma che gli alleati di governo, in primis la Lega, sembrano intenzionati a bocciare.

«L’Oim, l’organizzazione delle migrazioni, dà una dote di 1.500 dollari. Noi possiamo superare questo importo, fino a 2.000 o magari 2.500 dollari, dando così la possibilità di creare le condizioni per un rientro di migliaia di persone» è la proposta di Frattini, di ritorno dalla missione tunisina con il collega Maroni. «Il modo migliore per favorire le transizioni democratiche è sostenerne il rilancio economico», dice il ministro degli Esteri, che chiede un rimborso a Bruxelles, visto che uno «Stato può anticipare» i fondi ma «il rimborso finale spetta alla Commissione Europea che dispone di un fondo ad hoc».

A Bossi, in ogni caso, la proposta non piace. «Ma che pagare? Io non gli darei niente, li caricherei e li porterei indietro. E se tornano li riportiamo a casa ancora» dice il Senatùr. E al Pd che chiede un ministro per l’immigrazione risponde: «Ci penso io al ministero dell’Immigrazione e vedete che va tutto a posto. Poi loro vorrebbero un ministero ma sono all’opposizione». Non ha una posizione diversa il ministro per la Semplificazione e coordinatore delle segreterie della Lega Roberto Calderoli. «La proposta di dare un contributo agli immigrati per facilitarne il rimpatrio è un non senso. Dire che si danno dei soldi a uno che torna a casa mi sembra che si faccia esattamente il contrario, cioè farlo partire per riuscire a prenderli per tornare a casa. Sempre che poi non faccia il ping pong e vada avanti e indietro per 2.500 dollari a colpo».

da www.lastampa.it

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«Odissea sul barcone alla deriva. Trecento disperati e un parto», di Federico Geremicca
Sul primo peschereccio partito dalla Libia è nato un bimbo, un altro non ce la fa

Si può provare a immaginare la scena osservandola dall’alto, a bordo di uno dei tanti aerei che pattugliano questo stramaledetto spazio di mare. Ecco finalmente il peschereccio (18 metri) del quale si erano perse le tracce da due giorni: imbarca acqua, ha un motore in avaria, sembra alla deriva. A bordo si osserva una massa indistinta: 330 esseri umani accatastati l’uno sull’altro. Gli uomini sono la maggioranza, vestono di stracci, hanno la pelle scura. Ma si intravede un gruppo di bambini: sono ventidue, tra i 20 mesi e i sette anni. Qua e là, strette tra loro e sballottate dal mare, ecco le donne. Sono una decina: sei di loro sono incinte. Il vento rinfresca, le onde cominciano a frangere.

Dall’alto sembra tutto perduto… Ma nel mezzo di questo caldo pomeriggio di inizio primavera, d’improvviso scocca l’ora del miracolo. Anzi, di due miracoli. Il primo è il parto – terribilema fortunato – di una delle donne incinte che sono a bordo; il secondo è il contatto telefonico che un inviato de «la Repubblica » – Francesco Viviano – riesce a stabilire con il peschereccio in difficoltà. Raccoglie la terribile storia e dà subito l’allarme. Due motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa partono in un attimo alla volta del barcone, nonostante sia distante 70 miglia e ancora in acque maltesi. Le autorità dell’isola, come spesso fanno, non intervengono: ma l’emergenza è troppo acuta per perdere tempo in polemiche e discussioni. Le motovedette italiane prendono il largo in un momento: e intanto i marinai a bordo sperano che il Dio dei profughi – perché esiste un Dio dei profughi – non abbandoni uomini, donne, bambini e neonati alla deriva tra le onde. Se non fosse per questa drammatica emergenza- ancora non conclusa a notte fonda – la notizia sarebbe che quello in questione è il primo barcone partito dalla Libia alla volta dell’Italia. Ha preso il largo dal porto di Misurata quattro giorni fa con a bordo eritrei e somali accampati da mesi in Libia – come decine e decine di migliaia di altri – in attesa di partire. Se non fosse per questa drammatica emergenza, si potrebbe stare ad arzigogolare intorno al fatto che è questa – quella in movimento dalle sponde della terra di Gheddafi – l’annunciata e temuta invasione della quale il ministro Maroniparla da settimane. E se non fosse per questa drammatica emergenza, si potrebbe aggiungere che alle invasioni ci si prepara, perché evocarle non basta a risolvere il problema.

Problema che, del resto, Lampedusa continua a vivere sulla sua pelle: ieri ancora quasi mille arrivi di migranti. Proprio per questo, nella notte, è stato deciso di dirottare il barcone verso l’isola di Linosa. Ma è il giorno sbagliato per buttarla in polemica: l’aereo dal quale ipotizziamo di seguire l’odissea del barcone alla deriva ci permette, infatti, di osservare cose incredibili. Ecco, per esempio, la flotta militare sotto il comando Nato che pattuglia le coste libiche. Incrociatori, portaerei, cannoni: tonnellate e tonnellate di acciaio e di esplosivo che galleggiano sul mare… E in mezzo a quell’acciaio, un guscio di legno: il barcone zeppo di fuggiaschi, già in difficoltà. Lo avvicina una nave canadese: rifornisce d’acqua i migranti, un meccanico prova – senza fortuna – a sistemare il motore, gridano «good luck» e «bye», poi li lasciano andare. Stipato tra gli altri, uno dei migranti – Samuel – racconta via telefono l’odissea intrapresa. Picchiati e malmenati dai libici per settimane; le donne violentate; l’interminabile attesa nei campi profughi o in rifugi d’emergenza; mille dollari per partire, più quelli dei quali i libici si impossessano rubando loro tutto quel che possono rubare. Poi, finalmente, il mare: tra quelli che partono ci sono una trentina di uomini respinti dall’Italia nelle estati del 2009 e del 2010. I militari canadesi salutano, il barcone arranca facendo rotta verso Nord. Ormai è nei radar italiani che ne seguono il percorso in attesa del da fare: quando l’inviato de «la Repubblica» lancia l’allarme, però, la Capitaneria di porto di Lampedusa – un pugno di uomini che non distingue più il giorno dalla notte – rompe gli indugi e fa partire le motovedette.

Una delle donne incinte comincia il travaglio, le urla di dolore coprono i lamenti degli altri: sono in mare da giorni, anche l’acqua dei canadesi è finita, c’è chi vomita e chi prega il suo Dio. Alle sei della sera, mentre il sole cala, la nave militare «Etna» decreta finalmente l’emergenza per il barcone: vuol dire che adesso si deve intervenire. Le motovedette di Lampedusa, per fortuna, sono già in mare da un’ora… Non basta: informato del parto sul barcone, il comandante dell’«Etna» fa alzare in volo un elicottero. Come nei film, mamma e neonato vengono issati a bordo con sequenze mozzafiato. Atterreranno all’aeroporto di Lampedusa poco dopo le otto della sera. Sono vivi, sorridono: in elicottero avevano appena tagliato il cordone ombelicale. Meno fortunata un’altra donna, un’etiope su un altro barcone: incinta di quattro mesi, ha perso il figlio per gli stenti e la fatica.

da www.lastampa.it

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«Troppi immigrati, troppe domande», di Lorenzo Mondo

Domande, domande, domande… Sarà lecito porsi qualche interrogativo, sine ira ac studio, sul problema dell’immigrazione che infiamma l’opinione pubblica e trova il suo più degradante emblema negli sbarchi di Lampedusa? E non si dovrà, per sviluppare un qualsiasi ragionamento, partire da precise e oneste definizioni lessicali? Come possiamo parlare di profughi o di sfollati per le migliaia di migranti che non sono esposti a persecuzioni e bombardamenti, non appaiono travolti da una guerra civile come in Libia? Non si tratta forse, per il momento e in massima parte, di tunisini, di quelli che hanno scatenato la «rivoluzione dei gelsomini» e messo in agitazione Nord Africa e mondo arabo? Non dovrebbero, a rigore, starsene nel loro Paese a godersi l’aria di una presunta, appena conquistata libertà, coltivando l’orgoglio dei battistrada? Invece di assumere quella che, a termini di legge, è la condizione avventurosa dei clandestini? Protestando tra l’altro, magari con arroganza, per l’inevitabile impreparazione e i disagi dell’accoglienza da parte italiana, come se fossero vittime di chissà quali promesse tradite? Tanto da suscitare acuti moti di insofferenza nei più esposti, sventurati lampedusani?

Non dobbiamo allora prendere atto che, con il pretesto del sanguinoso conflitto di Libia, si è innescata nel Maghreb un’altra guerra, a mani nude, dettata dalla povertà e dal sogno di una vita più degna? Ma l’atteggiamento più comprensivo e solidale, e le amenità dei minimizzatori professionali, possono annullare l’inquietudine per una fiumana inarrestabile di fuggiaschi? E’ irragionevole pensare che il passaparola potrebbe coinvolgere nell’esodo popolazioni ben più numerose e travagliate della minuscola Tunisia? Non c’è il rischio che si scontrino infine diritti contro diritti, quelli astratti di chi arriva e quelli consolidati di chi risiede nelle proprie terre? Non trascurando il pedaggio da pagare alla criminalità (quelle carceri svuotate) e agli infiltrati del terrorismo? Non è dunque indispensabile stabilire regole certe, per quanto flessibili, che in accordo con i governi d’oltre sponda controllino l’impressionante fenomeno? Con l’opportuno respingimento dei clandestini che, a dispetto dei denigratori nostrani, viene adottato con ben altra severità da nazioni di destra e sinistra come la Francia e la Spagna? Non occorrerebbe una union sacrée, che prescinda da appartenenze politiche e di bottega, che eluda lo stolido buonismo e le furibonde chiusure? Domande, domande e ancora domande, in attesa di sensate risposte.

da www.lastampa.it

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«Basta alimentare la paura accogliamoli come rifugiati», di Natalia Lombardo
Massimo D’Alema propone al governo di considerare tutti «rifugiati» gli immigrati in arrivo. Dal centrodestra critiche e attacchi. Il presidente Copasir: «False le voci sui servizi, si lascino lavorare senza gossip».

«Consideriamo come rifugiati i 20mila che stanno arrivando dal Nord Africa: accogliamoli regolarmente e poi negoziamo il rientro in patria, semmai anche assistito da noi dal punto di vista economico».
È la proposta di Massimo D’Alema, presidente del Copasir. È insensato, spiega, dibattere se chi arriva sulle nostre coste sia rifugiato o clandestino: «C’è una battaglia culturale della Lega per considerarli clandestini.
Ma è un’idiozia: una volta stabilito che sono clandestini che facciamo, li processiamo tutti? Altro che processo breve…», ironizza concludendo la prima conferenza nazionale del Pd sull’immigrazione. Una due giorni di confronti tra diverse esperienze di chi è impegnato anche politicamente in Italia, che sia cinese o marocchino,con la coccarda tricolore addosso.E proprio grazie agli immigrati «che sono graditi e indispensabili, producono l’11%del Pil» che l’Italia si ringiovanisce, osserva D’Alema, che indica come centrale, anche per il Pd, il tema «dei diritti politici» come il voto.
Sulla Libia critica il governo: nei vertici internazionali «credo non dica nulla, non ha peso» e se «l’America ha deciso di affidare il comando alla Nato, l’Italia sale sul’elefante e dice che è una sua vittoria». Secondo l’ex premier «l’azione militare non è in contraddizione con l’azione politica», però rileva che con i raid della coalizione «l’offensiva di Gheddafi si è fermata».
Il governo «non è attrezzato» a far fronte a quello che sta facendo diventare emergenza per «alimentare la paura», gli sbarchi. Così «viene il sospetto che la visione tutta quella gente ammassata lì – sul molo di Lampedusa – non dispiaccia per ragioni propagandistiche, perché se li avessero accolti decentemente, non si sarebbero neanche visti, non si poteva fare propaganda», commenta riferendosi a quando era premier: «Nessuno ha visto i kosovari ammassati: ne vennero 25mila, furono ospitati e poi tornarono a casa loro senza drammi».
Il presidente del Copasir respinge le indiscrezioni sul presunto ruolo dei servizi segreti italiani in Libia: «Si sono sentite notizie contraddittorie, confuse, false. Vengono riprese voci prive di fondamento», un atteggiamento «grave» perché «i servizi vanno lasciati operare, senza diventare argomento di gossip».
Insomma, secondo D’Alema con i conflitti in Nord Africa «cambierà tutto », l’Occidente paga lo scotto di aver tollerato «dittature» per aver garantita la sicurezza» e ora deve cogliere questa occasione unica, come lo fu il crollo del Muro di Berlino. Ma il governo è sordo, come «se la Germania di Khol avesse detto: «Stanno arrivando con le Trabant, invece di festeggiare la democrazia». Senza paura dell’Islam, del resto, «in Italia vinse la Dc, un passo avanti dal fascismo» Perché la «politica sicuritaria» non premia e la legge sull’immigrazione «genera clandestini». «Se il presidente degli Stati Uniti, la cui nonna ha festeggiato in Kenia l’elezione, fosse stato in Italia, avrebbe dovuto chiedere il permesso di soggiorno», è il paradosso reale. Così D’Alema si dice «immigrato da trenta generazioni, ci sarà voluto qualche secolo prima che il figlio di “Alim” diventasse D’Alema», più vicino ai Saraceni che ai Longobardi…
La «via italiana» alla convivenza è «politica», tema del convegno aperto da Livia Turco, organizzato dal Forum Immigrazione del Pd, coordinato da Marco Paciotti. Per D’Alema la via è quella dei «diritti politici: di voto e di cittadinanza», superando lo Ius sanguinis irragionevole: «È assurdo che chi lavora qui non ha il diritto di voto e chi è figlio o nipote di emigranti italiani, ma vive all’estero, scelga chi deve governare l’Italia»

da L’Unità

"Berlusconi testimonial al negativo per la TV pubblica tedesca. E da noi?", di Gianni Rossi

E’ ancora lontano il Primo di Aprile, eppure in Germania hanno preparato un bello scherzetto al nostro presidente del consiglio Berlusconi (quello che faceva “Buh alla Merkel da dietro una colonna o che la faceva aspettare, perché impegnato al telefonino), alla vigilia delle importantissime elezioni regionali di questa settimana nel Baden-Würtenberg, Renania Palatinato e Sassonia- Anhalt. Si tratta della campagna promozionale, organizzata dalla Serviceplan di Berlino, per conto delle due reti pubbliche radiotelevisive ARD e ZDF, a favore del canone di abbonamento (circa 216 euro l’anno, tra i più alti in Europa, il doppio della RAI), che, utilizzando la foto di un Berlusconi sorridente senza mezzi termini proclama: “Una democrazia è tanto forte come i suoi media”. E poi spiega che: “La Germania ha un panorama televisivo tra i più ricchi e variegati al mondo. Siamo noi tutti che lo rendiamo possibile grazie al canone che paghiamo. Una democrazia funziona non solo quando ci sono elezioni libere, ma anche quando i media non sono sottomessi al potere politico”. Altro che l’Italia, dove il presidente del consiglio controlla le sue 3 reti private e tutta la RAI. Il servizio pubblico tedesco, dunque, come garanzia di pluralismo, del libero e corretto svolgimento del confronto democratico ed elettorale. Appunto, proprio come in Italia!
Slogan “rivoluzionario” quello del Servizio RadioTV pubblico tedesco, che ha fatto il giro del mondo nei siti europei dei maggiori giornali e blog, e che fa in qualche modo da contraltare allo spot di casa nostra, realizzato un po’ “all’amatriciana” dal ministro per il Turismo, la “prediletta” del presidente, Michela Vittoria Brambilla, che imperversa da alcuni giorni proprio sulle reti RAI: un Berlusconi che sorride a quattro ganasce e che “vende” da piazzista incallito il “prodotto turistico Italia”, incappando però nella stratosferica gaffe del “50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco”, quando in realtà ne abbiamo solo il 5%!
A quando, anche noi potremo vedere un’analoga campagna pubblicitaria a favore del pagamento del canone RAI e della difesa del Servizio pubblico dagli interessi privati del suo principale competitore, il gruppo Mediaset del presidente del consiglio?
La preoccupazione dei tedeschi è, infatti, quella di non ridurre il loro sistema d’informazione, cultura e spettacolo come in Italia, ma di difendere non solo l’autonomia del Servizio pubblico, ma persino la formazione dell’opinione pubblica durante le campagne elettorali, con i soldi dei cittadini e incrementando l’informazione. Da noi, purtroppo, avviene tutto il contrario, basti pensare alla soppressione dei programmi di approfondimento durante le elezioni regionali del 2010 e al progetto del PDL in Commissione di Vigilanza per imporre le “conduzioni alterne” o anche di ripetere l’oscuramento informativo dell’anno scorso!
Per il Primo di Aprile vorremmo tanto che anche sui nostri principali quotidiani si pubblicasse una campagna governativa a favore della libertà e dell’autonomia della RAI e del pagamento del canone, come finanziamento di tutti i cittadini italiani per avere un sistema democratico libero e pluralista. Proponiamo come testimonial alcune personalità che nel tempo si sono spesi pubblicamente per la difesa del canone e la tutela del pluralismo della RAI,ovvero: Berlusconi, Bossi e Ferrara. Ma solo per il Primo di Aprile, però! Altrimenti, si rischia di credere veramente alle favole…

da articolo21.org

«Scuola: rischio ricorsi a valanga», di Gianni Trovati

Sull’organizzazione della scuola rischia di abbattersi un nuovo diluvio di ricorsi.
A scatenarlo è la sentenza del Tribunale di Genova, che ha riconosciuto un risarcimento pari a 15 mesi di stipendio più gli interessi a un gruppo di precari con incarichi annuali per tre anni consecutivi. La pronuncia apre un varco nella disciplina speciale della scuola (legge 124/1999), che per le «particolari esigenze» del settore consente queste reiterazioni degli incarichi a tempo determinato, ma sul tavolo dei giudici genovesi pende la partita con la direttiva Ue che non le permette; e il varco va sfruttato subito, dal momento che a fine anno l’introduzione dei termini brevi per le impugnazioni prevista dal collegato lavoro farebbe crollare le chance dei ricorrenti. Proprio per questo, alcune organizzazioni sindacali stanno spingendo per contenziosi seriali, e in coda si potrebbero affollare i 150mila insegnanti precari che ogni anno ricevono incarichi di questo tipo.
Il pericolo è concreto perché la sentenza di Genova ha un precedente, ancora più pesante: il Tribunale di Siena (sentenza 699/2009 del 27 settembre 2010) non si era limitato all’indennizzo, ma aveva imposto la stabilizzazione nei ruoli del ministero dei precari. Secondo i giudici toscani, la via verso la cattedra definitiva non era sbarrata nemmeno dal principio costituzionale che impone l’accesso al concorso ai ruoli della pubblica amministrazione, perché questo requisito sarebbe soddisfatto dall’abilitazione. La sentenza senese non aveva avuto una grossa eco, ma è proprio il calendario a dare rilievo al nuovo intervento dei giudici.
La scuola, però, difficilmente potrà rimanere esposta a lungo al rischio-sentenze, anche perché l’esigenza di evitare i rinnovi di incarichi, magari cambiando ogni anno la destinazione dei docenti, creerebbe una situazione ingestibile ostacolando anche un minimo di continuità didattica. Il nodo degli incarichi, del resto, va ad arricchire un cahier di problemi che già fanno traballare l’architettura degli organici; c’è ancora da risolvere la questione aperta dalla sentenza della Consulta che ha bocciato gli inserimenti in coda dei precari che si iscrivono a una graduatoria provinciale diversa da quella “originale”, e il milleproroghe non ha rinnovato le tutele per chi perde gli incarichi. Su tutti questi temi si intensifica il lavoro ministeriale per arrivare a una soluzione normativa. Sullo strumento da scegliere è in corso il confronto con l’avvocatura dello Stato, ma la scelta più probabile è quella del decreto, chiamato a blindare gli incarichi già assegnati e a introdurre definitivamente le graduatorie «a pettine», cioè quelle in cui il passaggio di provincia non cancella i punteggi maturati dai docenti nella graduatoria di origine. Per arrivare al traguardo serve un accordo con la Lega, che spinge invece per confermare gli inserimenti in coda dichiarati illegittimi da una Consulta, ma il Quirinale difficilmente approverebbe un provvedimento che “smentisca” la Corte costituzionale.

da www.ilsole24ore.com

Le pronunce dei giudici
LE PRONUNCE
Tribunale di Genova
Il Tribunale del Lavoro di Genova, con la sentenza 520 del 25 marzo scorso, ha condannato il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca a risarcire, con circa 500mila euro, quindici lavoratori precari della scuola che avevano fatto ricorso, attraverso l’azione legale promossa dalla Uil, per l’utilizzo triennale come supplenti
Tribunale di Siena
Il tribunale di Siena, con la sentenza 699/2009 del 27 settembre 2010, ha condannato il dicastero di Viale Trastevere a indennizzare una lavoratrice precaria che aveva avuto cinque contratti tra il 2002 e il 2007 e a reinserirla in servizio , convertendo il primo contratto a termine in un contratto a tempo indeterminato