Latest Posts

"Il ministro e la battuta sui Bronzi La Calabria contro il «leghista» Galan", di Gian Antonio Stella

Giù le mani dai bronzi di Riace!» . È bastato che buttasse lì il dubbio se sia sempre opportuno lasciare lì sul posto i tesori ritrovati, scegliendo c o m e esempio (ahi…) le statue elleniche, e il neoministro alla Cultura Giancarlo Galan è stato investito da un fitto lancio di missili terra-aria calabresi. L’accusa più infida: leghista! A lui, che coi leghisti ci litiga da sempre. La polemica anti-padana, in realtà, non tocca solo le splendide sculture quasi certamente appartenenti all’arte greca del V secolo a. C. Bastava leggere ieri mattina sul Tempo l’acido commento alle parole con cui Galan aveva sostenuto che «solo l’Italia ha due Festival del Cinema. In Francia c’è Cannes, in Germania quello di Berlino, in Svizzera soltanto Locarno. Venezia è il Festival del cinema più antico del mondo, è e sarà l’unico in Italia» . Non l’avesse mai detto! «Donchischiotte che va alla guerra con lo spadone tagliateste» . «Generale che fa bum col cannone ma sbaglia mira e sventra tutti» . «Nerboruto» . «P a d a n i s s i -mo» . Nella foga, la paladina capitolina Lidia Lombardi è andata oltre. E citando la città serenissima come fosse Busto Arsizio o Latina (con tutto il rispetto per Busto Arsizio e Latina) ha ricordato al «padano» Galan che «in questi giorni arrivano a Roma Woody Allen e Debra Winger. Due divi che in Laguna non si sognano di salire, se non appunto quando, in qualche annata, passa un loro film, in o fuori concorso…» . Testuale. Perché mai andarci, a Venezia: per vedere la basilica di San Marco, i Frari, il Canal Grande o Palazzo Ducale? Boh… Il fronte più caldo contro l’ex governatore veneto, però, l’hanno aperto i calabresi. Per un interrogativo che il neo ministro si era posto in un’intervista al Sole 24 ore: «I Bronzi di Riace sono stati trovati nei mari della Calabria ma solo per questo devono rimanere in quella zona?» . «Più o meno come dire che sarebbe il caso di pensare a una sede diversa. E forse pensare che basterebbe uno schiocco di dita per trasferire altrove, magari in Padania, i Guerrieri che il mondo ci invidia» , traduce la Gazzetta del Sud. La quale tuona: «Una levata di scudi compatta infrange il sogno del ministro» . E giù reazioni più o meno indignate. Il g o v e r n a t o r e Peppe Scopelliti, diplomatico: «Sono convinto che si tratti di una frase estrapolata all’interno di un contesto molto più ampio. Comunque i Bronzi da Reggio non si muoveranno» . Il sindaco Giuseppe Raffa, pugnace: «I Bronzi non rappresentano un patrimonio calabrese solo per un mero ritrovamento geografico. Fanno parte di una tradizione millenaria, quella della Magna Grecia che, vorrei ricordare, affonda le sue radici proprio nell’estremo lembo dell’Italia: essi sono l’emblema visibile e maestoso di una civiltà che si è irradiata partendo proprio dai territori Meridionali. Una storia millenaria che gelosamente custodiamo sul territorio» . Destra e sinistra, tutti insieme. Il senatore Luigi Meduri, storico esponente post-fascista: «Tra i Bronzi e la città c’è un legame indissolubile. Nessuno si illuda di reciderlo» . Michelangelo Tripodi, il segretario regionale dei comunisti italiani: «È un’evidente dichiarazione di guerra condita da una barbara e insultante concezione neo-colonialistica, in salsa veneta e leghista» frutto di «uno spiccato anti meridionalismo e un disprezzo per la Calabria, i calabresi, Reggio e i reggini» . Giuseppe Bova, ex presidente del Consiglio regionale: «Gratta gratta il federalismo dei leghisti è solo a senso unico: quello di marca lombardo-veneta» . Uno strafalcione rilanciato dal quotidiano Il Domani, la cui cronaca inizia così: «Il neoministro della Cultura, il 55enne leghista veneto Giancarlo Galan…» . Ora, se c’è un berlusconiano in rapporti pessimi da anni con la Lega Nord, della quale ha detto peste e corna (un esempio per tutti, la definizione delle ronde padane: «un mostruoso fai-da-te» ), è lui, quello che per la mole corpulenta chiamano ironicamente il «Galan Grande» . E può darsi che sul tema, come ha detto la soprintendente ai Beni archeologici calabresi Simonetta Bonomi, lei pure padovana, («non è informato sullo sforzo economico sostenuto per il restauro dei Bronzi e la sistemazione del Museo Nazionale» ) sia stato come ministro un po’ spiccio. Ogni calabrese consapevole che non è in ballo solo l’oltraggio all’onore regionale ma il modo in cui va difesa la propria terra, però, deve porsi alcune domande. La storia millenaria della Calabria è davvero «gelosamente custodita» come dice il sindaco nonostante la devastazione delle coste, compresa quella a nord di Riace dove sorge uno degli ecomostri più orrendi della penisola? È mai possibile che due tesori immensi come i Bronzi (che sarebbero il cuore dei più grandi musei del pianeta) abbiano un terzo dei visitatori paganti dello zoo di Pistoia, come ha denunciato sul Quotidiano della Calabria Antonietta Catanese? C’è chi dirà: è perché Reggio è fuori dal mondo. Può darsi, ma la Valle dei templi di Agrigento è più decentrata ancora, eppure stacca sei volte più biglietti: come la mettiamo? E non è assurdo che ci siano 60 custodi per una media inferiore a 100 di ticket a pagamento giornalieri? O che per avvertire i turisti che i Bronzi, in attesa della riapertura del museo restaurato, sono da mesi visibili al Consiglio regionale, non sia mai stato fatto un sito web in inglese e anzi la sovrintendenza sia stata costretta a pagare 25mila euro per affiggere dei cartelloni negli spazi pubblicitari comunali? E sempre lì torniamo: forse è sacrosanto che i capolavori stiano «sempre e comunque» dove sono stati trovati. Vale per i Bronzi di Riace, vale per la Venere di Morgantina appena rientrata da Los Angeles, vale per l’Atleta di Lisippo che tornerà a Fano nel cui mare fu ripescato. Confessiamo che dà il capogiro immaginare la solitudine della Nike di Samotracia se, tolta dallo scalone del Louvre, fosse riportata a Samothraki, 2.723 abitanti davanti alla costa turca di Canakkale, ma forse è giusto così. È offensivo ricordare però che quei capolavori occorre poi meritarseli e custodirli sul serio con amore?

Il Corriere della Sera 27.03.11

"Gran confusione nei cieli d'Europa", di Eugenio Scalfari

I giornali di tutto il mondo, i nostri compresi, scrivono da giorni che c´è grande confusione. Lo dicono anche i governi, gli stati maggiori delle varie forze armate, i politici e le persone interrogate per strada.
C´è grande confusione sulla guerra di Libia, sulle sollevazioni africane e mediorientali (alle quali proprio in queste ore si sono aggiunte la Siria e la Giordania), sull´uso del nucleare, sui debiti sovrani, sugli schieramenti internazionali, sui flussi migratori. I grandi paesi emergenti, Cina India Brasile Russia Sudafrica, cominciano ad elaborare una posizione politica comune che sia alternativa a quella dell´occidente, cioè del Nord- America. L´Europa, come sempre, è divisa in due, forse in tre se non addirittura in quattro pezzi. Divisa su tutto: sul caso Gheddafi, sull´immigrazione, sull´energia atomica, sull´economia.
Ma c´è grande confusione anche sui concetti che sembravano chiari, sul significato di parole che sembravano univoche, su valori che sembravano condivisi: il fondamento della morale, il pacifismo, la democrazia, la dignità della donna. Perfino la libertà. Perfino l´eguaglianza. Perfino i diritti e i doveri.
Si direbbe che, quasi d´improvviso, il gomitolo della storia non riesca più a svolgersi, i fili si sono imbrogliati inestricabilmente, i nodi sono arrivati al pettine tutti insieme, la cruna dell´ago è ostruita. Babele trionfa e trionfano la ferocia l´astuzia la Suburra.
Bisogna dunque cercare il capo del filo e svolgerlo per poter capire qualche cosa.

E il capo del filo, sul terreno concreto, oggi sta in Europa perché è proprio qui in Europa che il groviglio è diventato più inestricabile e la confusione ha raggiunto il massimo.
***
La risoluzione dell´Onu ha stabilito che la popolazione civile della Libia sia protetta dalla Comunità internazionale contro le operazioni poliziesche e militari di Gheddafi. Protetta con tutti i mezzi disponibili ed efficaci per fermare Gheddafi, con l´esclusione di sbarcare truppe a terra. La «no fly zone» è uno degli strumenti, ma non il solo, anche perché porta con sé logicamente la distruzione degli impianti gheddafiani a terra e in volo: aeroporti, flotta aerea, installazioni radar, batterie contraeree. Ma poiché l´obiettivo è quello di tutelare la popolazione civile bisogna anche distruggere il sistema dei trasporti militari, le armi pesanti di cannoneggiamento, i mezzi blindati. Insomma bisogna disarmare Gheddafi. Infine, sempre ottemperando alla risoluzione dell´Onu fatta propria dall´Unione europea, bisogna applicare sanzioni economiche e impedire che il raìs riceva rifornimenti di armi.
In teoria tutti si sono dichiarati d´accordo con questi obiettivi salvo alcuni membri del Consiglio di sicurezza dell´Onu (Russia, Cina, India, Brasile, Germania) che però, astenendosi, hanno consentito che l´operazione «protettiva» partisse.
Tralasciamo la bega tra Italia e Francia sul comando dell´operazione: ormai è stato deciso che il comando sarà affidato alla Nato. Ma questo non cambia granché, salvo forse un rallentamento burocratico-operativo sul terreno.
Resta il problema di fondo: che farà Gheddafi?
Se la risoluzione dell´Onu sarà interpretata in modo limitato, Gheddafi resterà al potere a Tripoli e aspetterà che la presenza degli stranieri nei cieli libici e nel mare cessi. La «no fly zone» non potrà durare in eterno, prima o poi la coalizione dei «protettori» si scioglierà, il dispositivo militare sarà smantellato e tutti se ne torneranno a casa. Tutti salvo ovviamente Gheddafi e il suo esercito mercenario. I rifornimenti di armi riprenderanno e in Libia tutto ricomincerà da capo salvo l´alleanza dei «protettori» che una volta sciolta non si riformerà più.
Prima che ciò avvenga bisogna dunque avviare un negoziato.
***
Questa sequenza l´hanno capita tutti, più o meno tardivamente. L´hanno capita gli americani, l´Onu, la Nato, i francesi, gli italiani, la Turchia, la Lega araba, la Lega africana. Tra il capire e il fare c´è però di mezzo… Gheddafi. Non se ne andrà in esilio se non sarà con le spalle al muro. Farà ogni sorta di promesse, giurerà di «fare il buono», accetterà di emanare una Costituzione democratica e libere elezioni, lo giurerà sulla testa dei figli e dei nipoti. Tutto, pur di restare al comando. L´esilio no, non lo accetterà se non sarà ridotto all´impotenza.
Nel suo caso l´impotenza significa: senza più esercito, senza più mercenari, senza più consenso, senza più macchina di propaganda, senza più ricchezze se non quanto necessario al suo (lauto) sostentamento. Di fatto prigioniero nel suo bunker e con la denuncia alla Corte dell´Aia per crimini contro l´umanità pendente sul suo capo come avvenne per Milosevic.
Solo se ridotto in queste condizioni accetterà l´esilio come salvavita. Perciò se la risoluzione dell´Onu di protezione della popolazione civile libica deve essere rispettata il solo modo praticabile è quello di ridurre Gheddafi in quella condizione. Altrimenti diciamo che è stato tutto un macabro e dispendiosissimo scherzo.
È pienamente comprensibile che i Paesi definiti dalla sigla Bric (Brasile, Russia, India, Cina) puntino a questo risultato: l´umiliazione degli Usa, dell´Europa, di quello che un tempo si definiva Occidente. Ma che sia questo anche l´obiettivo della Germania è incomprensibile a meno che, per la Germania, l´umiliazione della Unione europea sia un punto di passaggio per instaurare l´egemonia tedesca sull´Europa. Egemonia non soltanto economica (quella già c´è) ma anche politica.
Quell´egemonia ha ormai un solo ostacolo: la Francia, guidata da un leader che qualcuno descrive come un personaggio da avanspettacolo. Quanto a noi, in fatto di avanspettacolo non accettiamo lezioni da nessuno. Infatti siamo noi che, dopo i primi tentennamenti, abbiamo considerato la Francia come il nemico o almeno il rivale numero uno. Sarkozy forse fa ridere ma la Francia è la Francia e purtroppo noi facciamo ridere tutti anche in circostanze nelle quali si dovrebbe piangere.
***
In realtà la sola questione che interessa chi detiene la «golden share» del governo italiano, cioè Bossi, è quella degli immigrati. Lampedusa è stata fin qui l´agnello sacrificale: è stata lasciata sola perché si è voluto che rappresentasse visibilmente, sotto gli occhi delle televisioni di mezzo mondo, una popolazione di cinquemila abitanti ridotti allo stremo ed una popolazione di ottomila immigrati ridotti in condizioni disumane.
Alla fine anche Maroni, che aveva vaticinato l´apocalisse senza aver preparato nulla per fronteggiarla, si è reso conto che la soglia dell´insopportabilità era stata varcata e ha preso (apparentemente) le misure per fronteggiarla requisendo due navi da crociera per sgombrare l´isola. Ci vorrà una settimana ma la sgombrerà, ma fino all´altro ieri non l´aveva fatto. Perché? Non ci vuole una gran fantasia ma a lui non era venuto in mente nulla.
Resta tuttavia un mistero: dove sistemerà, sia pure provvisoriamente, gli ottomila immigrati? E come fronteggerà quelli che nel frattempo continueranno ad arrivare?
Finora sono arrivati dalla Tunisia o meglio dai campi allestiti al confine tra Libia e Tunisia dove novantamila profughi si sono accalcati da quando in Libia è scoppiata la guerra civile. Ma ora le partenze sono cominciate anche dalla costa libica, dai campi di concentramento allestiti da Gheddafi dove a questo punto tutti i paletti sono saltati.
Questi campi erano un inferno e c´era gente di ogni provenienza: africani di Eritrea e di Etiopia, sudanesi e perfino neri provenienti dall´Africa equatoriale e subsahariana. La strada era di migliaia di chilometri e la Libia era la tappa verso il Mediterraneo.
Gheddafi faceva il carceriere. Berlusconi lo pagava per questo, petrolio a parte. Adesso il raìs ha altre cose cui pensare e semmai si serve del flusso di migranti per dimostrare la necessità di rimettere in sella un carceriere della sua stazza.
Voglio qui trascrivere un pensiero di Luigi Einaudi, un liberale conservatore che in realtà fu una grande persona che fa onore al nostro Paese.
«Le barriere giovano soltanto a impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ciascuno di essi uno strano e incomprensibile linguaggio, di spazio vitale, di necessità geopolitiche e a far pronunciare ad ognuno di essi esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi che fossero lebbrosi e quasi il restringimento feroce d´ogni popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza».
Questo scrisse Einaudi in un discorso pronunciato all´Assemblea Costituente il 29 luglio del 1947. Parole che sembrano scritte oggi. Gettate al vento in un Paese del quale fu il primo presidente della Repubblica appena nata.
***
Questa è la deplorevole, mortificante, lacerante situazione in cui ci troviamo mentre il Parlamento, forte d´una maggioranza che sta in piedi solo perché una ventina di deputati ricatta con successo il presidente del Consiglio, si occupa dei problemi giudiziari dell´imputato Silvio Berlusconi: cancellare i processi colpendoli con la legge «ad personam» sulla prescrizione brevissima, sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale, intimidire i magistrati con la responsabilità civile personale.
La Lega acconsente perché ha il suo tornaconto e passa all´incasso. Almeno il suo è un ricatto politico ma gli altri sono ricatti di altro genere. Passano all´incasso gli «irresponsabili» dei vari gruppi di parlamentari comprati con cambiali che ora debbono esser pagate per non andare in protesto; passano all´incasso le veline e le escort, passano all´incasso i difensori d´ufficio e anche gli esiliati «pro tempore» come Scajola.
A me a volte Berlusconi fa tenerezza. Ma se penso allo scempio che ha fatto di questo Paese la tenerezza cede il posto ad un sentimento di giustizia che non saranno le aule giudiziarie a soddisfare ma l´isolamento morale e la disfatta politica che le sue azioni e omissioni si sono ampiamente meritate.

La repubblica 27.03.11

******

“LE MOLTE INCOGNITE DEL CONFLITTO LIBICO”, di
JACQUES ATTALI

Alcuni dirigenti, tra cui quelli francesi, si sono imbarcati a cuor leggero in un conflitto incerto contro il dittatore folle della Libia, senza aver risposto a tre domande che avrebbero meritato di essere discusse pubblicamente, quanto meno in parlamento, prima di dare il via al lancio di missili da un aereo francese.
Saremmo disposti a condurre un´eventuale seconda fase della guerra, stavolta terrestre?
Certo, si può sperare che il regime crolli per il solo effetto dello sgomento causato da un bombardamento a tappeto. Ma l´esperienza dimostra che a volte non è così.
In questo caso, che fare?
Continuare a bombardare, con il rischio di provocare massacri di civili usati come scudo umano, e di attirarsi lo sdegno dell´opinione pubblica araba contro un Occidente presentato come invasore – e lo dimostra il primo scarto della Lega araba?
Spedire truppe a occupare le città e a combattere per le strade?
Queste soluzioni sono entrambe autorizzate dalla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, senza che nessuno dei parlamenti interessati sia stato chiamato a dare il proprio accordo.
Siamo pronti a occuparci della pace?
La Storia insegna che una vittoria è veramente tale solo se la pace è stata preparata mentre la guerra era ancora in corso. Non fu così per la prima guerra mondiale, e solo in parte per la seconda. Men che meno nel caso del Vietnam, o in quelli più recenti delle guerre in Afganistan e in Iraq – con le conseguenze disastrose che sappiamo.
C´è da chiedersi se oggi abbiamo la benché minima idea di ciò che sarà la Libia dopo la guerra. Uno Stato unificato? Una federazione? Vedremo la Cirenaica ottenere l´indipendenza per mantenerla soltanto grazie alla presenza di truppe occidentali?
Anche se Gheddafi sarà cacciato dal potere, gli Stati liberatori avranno i mezzi per ricostruire il Paese?
E´ difficile crederlo quando si vedono questi stessi Stati lesinare gli aiuti all´Egitto o alla Tunisia. Peraltro, paradossalmente, i tre Paesi di punta nella battaglia aerea contro Gheddafi (Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) sono economicamente rovinati, con tassi di disoccupazione record. Anche se avessero i mezzi per vincere la guerra, non avranno mai quelli necessari per vincere la pace. Mentre i Paesi più ricchi (Russia, Cina, Germania, Arabia Saudita) si sono saggiamente tenuti in disparte. Tutto ciò può condurre solo a un ulteriore discredito del dollaro e dell´euro, e in senso lato di tutto l´Occidente e dei suoi valori, nel cui nome questi Paesi si sono liberati.
Perché prendere di mira quell´orrendo dittatore che massacra la sua popolazione, ma non gli altri tre che nello stesso momento fanno altrettanto, a Sanaa, a Manama e ad Abidjan?
D´altra parte, chi mai conosce i nomi di Hamad ibn Isa al-Khalifa, re dei Bahrein, o di Ali Abdallah al-Saleh, presidente dello Yemen, non meno criminali di Muammad Gheddafi o di Laurent Gbagbo? Come mai tutti i media ne denunciano uno solo, e ignorano gli altri? Perché si pensa che Gheddafi possa essere sloggiato senza danni collaterali – cosa del resto tutt´altro che certa.
Un buon giocatore di scacchi deve saper prevedere un certo numero di mosse: ma a quanto pare non è questa la dote principale di chi ha scatenato il conflitto in atto. Decisamente, Clémenceau aveva ragione nel dire che la guerra è una cosa troppo grave per essere affidata ai militari. Ma certo non bisognerebbe neppure lasciarla in mano ai diplomatici.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 27.03.11

Roma, in 400mila contro il nucleare e per l'acqua

In piazza per l’acqua pubblica, contro il nucleare. Per «il diritto alla vita, che passerà anche per i referendum del 12 e 13 giugno». Oggi a Roma è sfilato il popolo dei ‘beni comuni’. Trecentomila, secondo gli organizzatori, i partecipanti al corteo promosso dal Comitato referendario ‘Due sì per l’acqua pubblica’ in favore della gestione pubblica del settore idrico. Una manifestazione dal volto civico con in prima linea associazioni, movimenti e cittadini e in cui le istanze pacifiste hanno trovato larga eco nello slogan «No alla nuova guerra del petrolio». Oltre 200 gli autobus arrivati per l’occasione da tutta Italia.

«I cittadini – spiega Ciro Pesacane, del Comitato – si sono autotassati e li hanno affittati a loro spese. Vogliono l’acqua e il sole, mica la luna». In testa al corteo spiccano i gonfaloni di diversi comuni e provincie d’Italia, da Capannori, in provincia di Lucca, a Cagliari, passando per Aprilia vicino Latina. E le bandiere azzurre del comitato si alternano a quelle arcobaleno, di Legambiente, Arci, Emergency, Wwf e di diversi sindacati. «Siamo qui in piazza sia per l’acqua pubblica, sia per il nucleare – spiega Fabrizio Aroldi, da Cremona – Al referendum dobbiamo votare sì contro il nucleare per chiedere scusa a tutti coloro che sono morti per questo veleno». «No alla guerra per l’acqua, per il petrolio e per l’uranio», recita il cartellone esposto da alcuni ragazzi «pacifisti» di Belluno. «Abbiamo fatto un lungo viaggio per sostenere questa piazza – racconta Marco, un ingegnere – Sono venuto con mia moglie e con i miei due figli, perché questa battaglia è per loro. Per il loro futuro». Nel corteo tanti hanno dipinte sul viso gocce blu o portano enormi cappelli a forma di rubinetto o hanno rubinetti attaccati alla fronte. Un gruppo di ragazzi fa ondeggiare un lenzuolo celeste di 30 metri, «che rappresenta il bene più importante che abbiamo».

«È una grande manifestazione per democrazia, benessere e pace – dice dalla testa del corteo Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori – è una battaglia dei cittadini». «Per la prima volta nasce, dal basso, un progetto politico riconosciuto dalla Costituzione – gli fa eco padre Alex Zanotelli – La speranza non può venire dalla politica». Eppure qualche volto noto della politica fa capolino. Come il presidente dei Verdi Angelo Bonelli o di Sel Nichi Vendola che parla di «furbizie del governo» sulla moratoria nucleare e critica la guerra in Libia: è «una modalità davvero vergognosa di affrontare i problemi dell’umanità – sostiene – Cosa faranno ora, la guerra alla Siria?».

«Diversi di noi del Pd sono stati alla manifestazione – dice il parlamentare Pd Vincenzo Vita – L’acqua come bene comune è uno dei temi più rilevanti di questa stagione». E il deputato Idv Carlo Monai: «Il 12 e 13 giugno gli italiani potranno bocciare questo governo e le sue scelte scellerate votando sì ai referendum per acqua pubblica, contro nucleare e legittimo impedimento». In piazza della Repubblica, con bandiere verdi c’erano anche studenti libici e alcune delle hostess che incontrarono Gheddafi durante le visite in Italia. «No alle bombe umanitarie, s¿ al dialogo», urlano, «l’Occidente vuole solo il petrolio libico». Agli studenti si sono unite alcune
hostess italiane. «Sono stata tre volte in Libia, l¿ non c’‚ tanta miseria, il popolo vive in una condizione normale. Dove è stata finora la Nato nei riguardi degli eventi della Striscia di Gaza», osserva Clio, una delle ragazze che incontrarono il colonnello a Roma e che oggi si è vestita di nero «essendo in lutto per le vittime in Libia».

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

DIRETTA WEB | DIRETTA VIDEO

In 400mila in piazza: l’acqua è pubblica, no al nucleare
In 300mila, forse 400mila. Tanti – secondo gli organizzatori – hanno sfilato nel corteo di Roma per dire no al nucleare e per dire sì all’acqua come bene pubblico. Un corteo variopinto, pacifico, allegro, con manifestanti che hanno sfilato indossando cappelli a forma di rubinetti o rubinetti attaccati in fronte e gocce blu dipinte sul viso. Oltre 70 le associazioni promotrici riunite nel comitato “vota sì per fermare il nucleare”, riferendosi naturalmente al referendum del 12 e 13 giugno. Secondo il comitato «tutte queste persone arrivate a Roma da ogni angolo del paese dimostrano che gli italiani non si fanno prendere per il naso, che non si sono bevuti la storia della sicurezza delle centrali nucleari e che diffidano della moratoria lanciata dal governo».

Si è visto tanto anche azzurro, in difesa dell’acqua pubblica e contro la sua privatizzazione nel tragitto tra piazza della Repubblica e piazza San Giovanni dove un concerto sta coronando la giornata. Molte bandiere recitano “Due sì per l’acqua bene comune” in mezzo a striscioni arcobaleno.

Padre Zanotelli: c’è anche lui
Dal Wwf a Emergency, da Legambiente ai cittadini senza coccarde né segni di appartenenza. Per padre Alex Zanotelli, missionario comboniano anche lui in corteo, «questo movimento di persone è nato sei anni fa, per la prima volta si è creato un soggetto politico partendo dal basso, non un partito e questa è una speranza per il futuro».

Realacci e Vita del Pd: bisogna andare in tanti al referendum
Dai partiti si sono visti Angelo Bonelli dei verdi, Nichi Vendola di Sel, Ermete Realacci, deputato del Pd che auspica che «ai referendum su acqua e nucleare vada a votare più gente possibile indipendentemente dal raggiungimento del quorum, molto difficile per come è fatta la legge italiana che prevede appunto la partecipazione del 50% degli aventi diritto». Sull’ipotesi di ritorno al nucleare, Realacci ha ricordato che «noi eravamo contrari al nucleare già prima di Fukushima». «Diversi di noi del Pd sono stati alla manifestazione per l’acqua pubblica, condividendo l’impegno per la campagna referendaria», chiarisce il parlamentare del Pd Vincenzo Vita. « L’acqua come bene comune è uno dei temi più rilevanti di questa stagione del mondo e non si può sottovalutare». E anche sul no al nucleare «non dovrà mancare un appoggio forte e convinto».

Leoluca Orlando dell’Idv: scelte scellerate del governo
E per l’Italia dei valori Leoluca Orlando che ha ribadito il «no» alla privatizzazione, al ritorno al nucleare e al legittimo impedimento: «Questo governo sta compiendo scelte scellerate contro gli interessi dei cittadini. L’acqua è un bene pubblico, non può diventare un bene privato».

La partenza del Corteo
Partito dalla stazione Termini di Roma il corteo di chi vuole che l’acqua resti pubblica e per dire no all’energia nucleare. Chiamati a raccolta dalle principali associazioni ambientaliste, come Wwf, Legambiente e Greenpeace, e con la partecipazione dei Verdi – con il presidente Angelo Bonelli – , di Sinistra Ecologia e Libertà – con Nichi Vendola – , della Federazione della sinistra – con Oliverio Diliberto – , e degli Ecodem, gli ecologisti del Pd. La mobilitazione va a tutto sostegno del referendum che il 12 ed il 13 giugno chiederà agli italiani di esprimersi sulla privatizzazione dell’acqua e sul ritorno nucleare nel nostro paese. Nel corteo anche il cartello ‘Sos Rinnovabilì, che chiede di non ‘giustiziare’ il settore con i tagli agli incentivi previsti dal governo e la cui revisione è oggetto ora di incontri al ministero dello Sviluppo economico. ‘Sul piede di guerra’, la rete di cittadini, imprenditori e lavoratori delle rinnovabil sfila dietro uno ‘scudo’ di pannelli fotovoltaici per «sostenere le ragioni della più valida delle alternative al nucleare».

I partecipanti sono giunti da tutta l’Italia per confluire, a fine corteo, a Piazza San Giovanni. Il Wwf sfila sotto lo slogan ‘Non farti prendere per il naso, ai referendum vota si« e con alcuni attivisti camuffati da Pinocchio “contro ogni bugia”. ‘Meglio attivi che radioattivi’ lo slogan di Greenpeace. L’associazione ambientalista ha invitato ad indossare una t-shirt, un cappello o una sciarpa di colore verde. “Fermare il crimine nucleare e il folle tentativo di introdurlo in Italia” è invece l’imperativo dei Cobas, anche loro in piazza, così come la Cgil. Il sindacato di Susanna Camusso ha infatti aderito alla campagna di raccolta firme per il referendum e ribadisce la necessità di un voto che “impedisca” gli effetti dei decreti oggetto di referendum. Federazione delle Sinistra (Fds). Come scandito da Oliviero Diliberto, portavoce di Fds, “il nucleare va fermato”, e quindi “impediremo che siano costruite centrali in Italia e lo faremo con tutti i cittadini italiani, attraverso il referendum”.

Ricorso al Tar
Nel frattempo, il Comitato referendario «2 Sì per l’Acqua Bene Comune» ha depositato un ricorso urgente per chiedere l’accorpamento della data del referendum con le elezioni amministrative al Tar Lazio. Lo rende noto lo stesso comitato, mentre la discussione sul merito è prevista il prossimo 7 aprile. «Il comitato, attraverso i suoi difensori dell’Associazione dei Giuristi Democratici – si legge nel testo – ritiene che il Governo abbia il dovere di scegliere la data che consente il maggior risparmio di risorse pubbliche». «Il Governo, nel suo ruolo istituzionale, deve essere neutrale, anzi favorire l’istituto referendario, non scegliere di volta in volta in base ai quesiti. Nel 2009 il governo, per favorire il referendum elettorale, lo accorpò alle amministrative. C’è dunque un precedente molto recente. Non comprendiamo, se non con il desiderio di far fallire il quorum, per quale motivo oggi, con la crisi in atto, si mandino gli elettori a votare per ben tre volte nel giro di un mese».

da www.unita.it

Greenpeace: «A Fukushima radioattività pari a Chernobyl»

Uno studio commissionato dalla sezione tedesca di Greenpeace a Helmut Hirsch, esperto di sicurezza nucleare, sostiene che l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima «ha già rilasciato un tale livello di radioattività da essere classificato di livello 7, secondo l’International Nuclear Event Scale (Ines)». È il livello massimo di gravità per gli incidenti nucleari, raggiunto in precedenza solo durante l’incidente a Chernobyl del 1986.

Lo comunica Greenpeace, secondo cui «lo studio del Dr. Hirsch, che si basa sui dati pubblicati dall’Agenzia Governativa Francese per la Protezione da Radiazioni (Irsn) e dall’Istituto Centrale di Meteorologia Austriaco (Zamg), ha rilevato che la quantità totale di radionuclidi di iodio-131 e cesio-137, rilasciata a Fukushima tra l’11 e il 13 marzo 2011, equivale al triplo del valore minimo per classificare un incidente come livello 7 nella scala Ines».

Greenpeace ha inviato in Giappone un gruppo di esperti che da oggi inizieranno a monitorare i livelli di contaminazione radioattiva intorno alla zona di evacuazione per valutare la reale portata di rischio per la popolazione locale. «Fin dall’inizio della crisi nucleare a Fukushima, sembra che le autorità stiano sottovalutando sia i rischi che l’estensione della contaminazione radioattiva. Siamo venuti qui a Fukushima per fare un’analisi trasparente e indipendente sulla reale contaminazione radioattiva dell’area e sui rischi per la salute pubblica» afferma Jan van de Putte, team leader di Greenpeace e consulente in sicurezza radioattività. «Sommando i rilasci di radiazione da tutti i reattori dell’impianto di Fukushima-daiichi, è ovvio che si è raggiunto il livello 7 nella scala Ines. È probabile che la quantità totale di radiazione equivale al triplo del valore minimo per classificare un incidente come livello 7. Il rilascio di radioattività, infatti, è 100.000 TBq (TeraBequerel) per ogni reattore, dunque si tratta di tre incidenti di scala 7».

da www.unita.it

******

Fukushima, allarme al reattore 2
Radiazioni elevate, via i tecnici

La radioattività dell’acqua al reattore n.2 della centrale di Fukushima è estremamente elevata ed è pari a 10 milioni di volte i livelli normali. Lo riferisce l’Agenzia per la sicurezza nucleare, secondo cui si è resa necessaria l’evacuazione immediata dei tecnici al lavoro. Il livello di iodio-131 presente nel reattore n.2 è estremamente alto, al punto da far ipotizzare all’Agenzia che l’acqua possa essere legata in qualche modo al nocciolo, visto che la radioattività registrata è di 1.000 millisievert/ora. L’emergenza contaminazione sale mentre i tentativi di messa in sicurezza sono frenati dalla minaccia radiazioni: proprio oggi era il programma il passaggio dalle autobotti dei pompieri alle pompe elettriche per iniettare acqua nei reattori, per accelerare i tempie ed evitare così ulteriori ritardi.

Le fonti di perdita di materiale nocivo restano ancora da individuare quando lo iodio è salito a 1.850 volte i limiti legali nelle acque immediatamente vicine all’impianto di Fukushima. Potrebbe durare settimane, o mesi, l’allarme nucleare in Giappone, dopo l’incidente alla centrale di Fukushima provocato dal sisma e dello tsunami che due settimane fa hanno devastato il nord-est del Paese. Lo afferma il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), il giapponese Yukiya Amano, in un’intervista al New York Times. Amano ha spiegato che le autorità nipponiche non sanno ancora con certezza se i noccioli dei reattori e il combustibile nucleare esausto sono ricoperti dall’acqua necessaria al loro raffreddamento, secondo il Nyt online.

I tecnici hanno riscontrato alti tassi di radioattività in mare, vicino alla centrale, il che fa temere che uno o più reattori non abbia più una tenuta stagna. Amano ha detto di vedere «segni positivi» nel parziale ristabilimento dell’energia elettrica della centrale, ma ha auspicato «più sforzi per porre fine all’incidente».

da www.lastampa.it

PD, con OFFICINA POLITICA tornano le 'Frattocchie', al via scuola formazione per giovani

Parente: “Sarà un master diviso in tre grandi temi: cultura politica; istituzioni, su temi come federalismo e riforme; comunicazione”

Tornano le ‘Frattocchie’: dal prossimo 8 aprile a Roma, in un casale sulla via Laurentina, Casa San Bernardo, apre ”Officina politica’, la scuola di formazione del Pd.
Il primo modulo e’ in programma dall’8 al 12 aprile e poi si andra’ avanti per un anno con un appuntamento al mese, salvo agosto e settembre. Il corso e’ riservato a giovani (under 35), con il 50% di uomini e donne, provenienti dalle regioni (due per ciascuna, segnalati dal segretario) che abbiano gia’ esperienza come amministratori o membri del partito. Nel corso dell’incontro vestiranno una tuta del Pd.
”Si trattera’ – spiega Annamaria Parente, responsabile formazione del Pd, a margine dell’incontro di Areadem a Cortona (Ar) – di un master diviso in tre grandi temi: cultura politica; istituzioni, su temi come federalismo e riforme; comunicazione.
Le lezioni saranno tenute da professori ed esperti e i dirigenti del partito porteranno, la sera, le loro esperienze”. Nel primo week end interverranno il segretario Pier Luigi Bersani e la presidente dell’assemblea Rosy Bindi.
Il Pd, quindi, torna ad aprire una propria ‘scuola’, dopo che circa venti anni fa erano state chiuse le Frattocchie (ex ‘accademia’ del Pci) e la Camilluccia, il centro di formazione della Dc. Un progetto fortemente voluto e sostenuto proprio da Bersani.
”Dopo tanti anni – aggiunge la Parente – riprendiamo l’esperienza di una scuola strutturata per sostenere il partito nella sua crescita e per operare in modo concreto nella formazione e nel ricambio della classe dirigente”.

da www.partitodemocratico.it

Orfini e Galan, botta e risposta sulle proposte PD per rilanciare la cultura a costo zero

Matteo Orfini denuncia le incongruenze del governo ed elargisce “consigli patriottici” al nuovo ministro così da evitare l’aumento della benzina. E Galan si dichiara interessato

Il gioco delle tre carte pensavamo fosse orami fuori moda, per la nota dinamica truffaldina che lo caratterizza! Ebbene ci sbagliavamo tutti! E’ diventato un “cult” nel governo, che brancolando nel buio tra fallimenti, avvisi di garanzia, dimissioni, sfiducie, rivisitazioni, l’ha usato per redistribuire poltrone e poteri, al di là di competenze reali dei soggetti interessati, sempre e solo a scapito del Paese.

Il 23 marzo, Giancarlo Galan ha annuciato le dimissioni da Ministro dell’Agricoltura, per guidare il dicastero dei Beni e delle Attività Culturali, lasciato libero dal dimissionario Sandro Bondi, verso cui ricordiamo era stata presentata una mozione di sfiducia da parte dell’opposizione che però non è passata alla Camera, dopo il crollo della Domus dei Gladiatori e altre tre strutture murarie a Pompei. Il Ministero dell’Agricoltura è stato quindi affidato al leader di Iniziativa Responsabile, Francesco Saverio Romano, determinando il passaggio dall’appoggio esterno a quello interno di Iniziativa Responsabile, al Governo Berlusconi. Ministro Romani, sulla cui nomina, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso pubblicamente delle riserve, a causa dei procedimenti giudiziari penali pendenti sulla sua persona.

Insomma come definirlo se non il gioco delle carte? Ma l’esito del gioco si sà è sempre lo stesso, a meno di eccezioni che confermano la regola.

Ebbene, a fronte del nuovo incarico di Giacarlo Galan, il Responsabile nazionale Cultura del Partito democratico, Matteo Orfini, ha voluto elargire dei “consigli patriottici” (a costo zero) al nuovo Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, affinchè non perseveri negli errori del suo fallimentare predecessore.

Si legge nelle pagine de Il Foglio, in un articolo di Orfini, che la prima incoerenza da sanare da chi è chiamato a dirigere il Ministero della cultura, dovrebbe essere quella di “contrastare la rottura della solidarietà tra mondo della cultura e opinione pubblica”, operata dal ministro Tremonti, il quale per coprire un minimo di reintegro delle risorse alla cultura, ha utilizzato una odiosa tassa sulla benzina. “Per evitare l’ennesima tassa –ha proposto Orfini – sarebbe sufficiente cancellare il condono sulle quote latte, piuttosto che prelevare dalle tasche degli italiani”. Insomma un altro giochino: ti do’ , quello che ti tolgo.
Ma le questioni non affrontate o mal gestite in questi anni, nel settore Cultura, sono molte ed urgenti, già evidenziate al precedente ministro Bondi, da parte del Partito democratico, ma mai considerate.

Matteo Orini ha provato a riproporle Galan, fornendo anche delle soluzioni semplici e a costo zero.
Per intervenire sulla drammatica precarietà degli operatori del settore, circa mezzo milione di persone prive di tutele, Orfini propone di: impedire la delocalizzazione delle produzioni, inserendo per le fiction la nazionalità italiana; ritoccare insieme le norme che riguardano i restauratori e i professionisti dei beni culturali, per il riconoscimento della loro professionalità; ridare impulso al percorso parlamentare di due importanti leggi bipartisan, quella sullo spettacolo dal vivo e quella sul welfare del settore, boicottate dal governo.

Infine Orfini ha denunciato una questione più generale: “In questi due anni e passa di governo, al ministero dei beni culturali si è introdotto l’utilizzo di meccanismi di gestione straordinaria, dalle ordinanze di protezione civile ai commissariamenti, dall’uso improprio delle società pubbliche alle nomine di sempre nuove e più costose incompetenze. E si sono fatte scelte penalizzanti –ha evidenziato –come firmare il contratto con Ales, che rischia di trasformare la società in un’agenzia interinale al servizio del ministero, umiliando competenze, non garantendo stabilità per i lavoratori e drogando il mercato”.

Di positivo al momento c’è che il ministro dei beni culturali Galan, sempre attraverso le colonne de Il Foglio pare “abbia considerato con interesse le sollecitazioni indirizzategli da Matteo Orfini, sostenendo in primis che proprio la battaglia da lui condotta contro il condono delle quote latte, ha contribuito al suo spostamento dall’”Agricoltura” alla “Cultura”!

Galan ha anche sinceramente affermato: “Da Presidente della Regione Veneto ho avuto spesso dalla sinistra –non dovrei dirlo, sottolinea il neo ministro – il sostegno che mancava da parte di altri”. Ed inoltre il ministro ha assentito anche su altri fronti rispetto alle proposte del Responsabile Cultura del Pd, dichiarandosi pronto a discutere in Parlamento riguardo i tagli alle risorse e le nuove tasse inerenti, del ministro dell’Economia Tremonti”.

Ci auguriamo che alle aperture di Galan, seguano poi i fatti concreti e soprattutto che abbia la forza necessaria per proporle al governo, per il bene della Cultura in Italia in tutte le sue svariate sfaccettature, e per l’immenso patrimonio monumentale che caratterizza il nostro Paese nella sua unicità.

da www.partitodemocratico.it

Immigrazione: "Il 13 aprile sit-in del PD davanti al Parlamento per la legge sulla cittadinanza"

Continueremo il nostro impegno affinché tutti gli italiani si riconoscano nella parola d’ordine: chi nasce e cresce in Italia è italiano

“Il PD vuole essere il Partito della convivenza e costruirla attivamente giorno per giorno, ed è per questo che il 13 aprile sarà davanti al Parlamento con ragazzi nati o cresciuti in Italia di origine straniera che porteremo ad incontrare i capigruppo delle forze politiche per chiedere che fine ha fatto la legge sulla cittadinanza. Continueremo il nostro impegno affinché tutti gli italiani si riconoscano nella parola d’ordine: chi nasce e cresce in Italia è italiano”, questa la dichiarazione di Marco Pacciotti Coordinatore del forum Immigrazione del PD, a margine della Conferenza PD sull’Immigrazione .

“Si è conclusa a Roma, la prima Conferenza Nazionale del PD sull’Immigrazione. Due giorni di dibattito in cui si è parlato di diritti, di doveri, di una politica europea, di regole per una buona integrazione di ingressi regolari e di una Italia della convivenza. Numerose le adesioni e le partecipazioni di amministratori locali, rappresentanti di comunità straniere, dell’associazionismo, delle forze sociali ed economiche dei sindacati.Un incontro in cui si è parlato dell’Italia della normalità, dell’Italia nascosta, dell’Italia che vuole avere una visione comune dei problemi, basata sul dialogo e sulla cooperazione. Ma anche di una Italia della convivenza dove ruolo fondamentale lo svolgono i comuni che grazie al gioco di squadra con il volontariato, l’associazionismo, i sindacati, gli imprenditori e le scuole hanno accorciato le distanze tra italiani ed immigrati. Il Partito Democratico vuole fare la sua parte e per questo propone ‘10 chiavi per una nuova città della convivenza’, tra cui: inclusione dei nuovi italiani nelle liste elettorali, giunte comunali e commissioni di lavoro; estensione del servizio civile volontario ai giovani immigrati lingua,cultura italiana ed educazione civica; tavolo permanente di dialogo con le comunità religiose”.

Le 10 proposte del PD per la nuova città della convivenza

1) Inclusione dei nuovi italiani nelle liste elettorali, giunte comunali e commissioni di lavoro.
Per una partecipazione più incisiva dei nuovi italiani nella comunità locale e una possibilità di contributo nell’ambito di tutte le politiche per la città, è opportuno garantire nuove forme di rappresentanza non solo nei tavoli che interessano l’immigrazione.

2) Estensione del Servizio Civile Volontario ai giovani figli di immigrati.
Chi nasce e cresce in Italia, non divenendo automaticamente cittadino italiano, è escluso anche dall’opportunità di partecipare al Servizio Civile Nazionale.

3) Finestre di comunicazione interculturale sui media locali.
Una pagina settimanale sul quotidiano della città, una trasmissione radiofonica o un programma settimanale sulla tv locale per raccontare le trasformazioni della città in chiave multiculturale, dando voce ai nuovi cittadini e alle novità rappresentate dalla presenza di nuove culture in città.

4) Albo comunale dei mediatori socio-culturali.
Un riconoscimento delle professionalità e competenze italiane e di origine straniera. L’albo serve a selezionare le competenze, migliorare il coordinamento e progettare nuove opportunità di formazione per i mediatori.

5) Commissione multiculturale per la prevenzione e soluzione del conflitti.
Un gruppo composto da mediatori e specialisti nella gestione e soluzione dei conflitti pronto ad intervenire nei casi di emergenza e di proporre progetti a medio-lungo termine per la prevenzione dei conflitti. In particolare nei quartieri ad alta concentrazione di immigrati.

6) Tavolo permanente di dialogo con le comunità religiose.
Un’occasione di confronto e promozione del dialogo interreligioso e con le minoranze religiose presenti e attive nel territorio. In particolare si prevede un percorso di dialogo e promozione di un Patto di cittadinanza per la moschea, da siglare tra i cittadini e le comunità islamiche locali.

7) Consulta cittadina degli immigrati
Un coordinamento tra le associazioni di immigrati per favorire un facile e diretto dialogo con l’amministrazione comunale e coordinare iniziative e attività comuni.

8) Costituzione della Casa delle Culture.
Un luogo per la promozione della conoscenza reciproca tra le comunità di origine straniera e i cittadini italiani e dedito al coordinamento delle iniziative sui temi dell’interculturalità e della partecipazione attiva degli immigrati

9) Lingua, cultura italiana ed educazione civica.
Potenziamento delle proposte di formazione dirette ai cittadini stranieri di lingua e cultura italiana. Introduzione di moduli formativi di educazione civica da programmare anche in collaborazione con le comunità di immigrati.

10) Lettera di benvenuto al nuovo cittadino italiano.
Il sindaco della città dovrà inviare una lettera a tutti i nati nel Comune da genitori stranieri al compimento del loro diciottesimo anno di età per comunicare loro l’opportunità e l’urgenza di provvedere a richiedere la cittadinanza italiana per chi ne fosse interessato.

da www.partitodemocratico.it