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"Napoli ancora prigioniera dei rifiuti nuovi cumuli senza la maxidiscarica", di Marco Imarisio

Fermo l’impianto di Chiaiano. Presto stop definitivo, mancano le alternative. L’odore malato della discarica arriva fino a piazza Rosa dei Venti. Una decina
di anziani chiacchierano sotto alla tenda del presidio. Alcuni indicano lo striscione appeso sulla cancellata delle case popolari. «Avevamo ragione noi» c’ è scritto. Non si muove nulla. Non passano camion carichi di monnezza. Tutto fermo. Anche il grande buco da settecentomila tonnellate, che dovrebbe prendersi il grosso della spazzatura di Napoli. Lavori in corso, c’è da collaudare gli argini, a rischio smottamento. Per dieci giorni, rivolgersi altrove. Già, ma dove? Sembra di essere tornati al maggio 2008. Il rondò tra Chiaiano e Marano, dominato da una struttura in metallo che rappresenta una nave affondata, era diventato famoso in tutta Italia come piazza Titanic. La soluzione al dramma dei rifiuti napoletani passava per quest’incrocio che conduceva alla futura discarica. Scontri, cariche, barricate, politica in ebollizione. La fecero. Adesso siamo ai resti, come dicono da queste parti. È arrivata al limite massimo, colma di monnezza dopo due anni di vita accidentata, tra frane, smottamenti dell’invaso e allarmi sul percolato che sgocciolava nella selva che la circonda. Il sistema rifiuti è costruito per stare in un equilibrio precario, su un filo che rischia di spezzarsi da un momento all’altro. Così i dieci giorni di manutenzione a Chiaiano sono il battito d’ali che genera nuovi cumuli a fare da spartitraffico lungo via Toledo, sommerge i quartieri periferici di Ponticelli, riporta l’orologio indietro allo scorso Natale, ultima tappa di una emergenza eterna. In strade come via Tasso e corso Vittorio Emanuele ci sono auto incastrate tra i sacchetti neri, e mezzi pubblici che slalomeggiano a fatica su carreggiate intasate di immondizia. Oggi sono milleduecento le tonnellate a terra, nel fine settimana gli impianti lavorano a scartamento ridotto, entro lunedì mattina si arriverà a duemila. I rifiuti stanno tornando. In silenzio, senza destare scandalo. Anche la peggiore delle vergogne può creare assuefazione. La corsa contro il tempo è ripartita. Chiaiano è ormai piena, ancora non c’è traccia del buco che rimpiazzerà quello che sta per chiudere. L’accordo firmato lo scorso 4 gennaio a Palazzo Chigi prevedeva la «rapida» individuazione di un sito per realizzare «immediatamente» una nuova discarica nel Napoletano. Quattro mesi dopo non è dato sapere dove, se e quando si farà. La Provincia sta trattando con i sindaci dell’area vesuviana, ma a Terzigno non era finita propriamente in un trionfo, con la rivolta della popolazione e la conseguente marcia indietro.
C’è da pensare al futuro prossimo, ma il presente è segnato dai cumuli. La nuova crisi, si spera passeggera in attesa della seguente, è dovuta al blocco di Chiaiano, unico invaso napoletano, e all’impianto di tritovagliatura di Caivano, da due mesi completamente fermo a causa della frazione umida che ha invaso ogni pertugio disponibile. Era la parte di monnezza che doveva andare in Spagna per nave, così era stato annunciato durante l’emergenza natalizia. L’accordo invece non è stato fatto, il «molle» è rimasto qui, dove nessuno sa come fare a smaltirlo. Caivano riaprirà solo tra 50-60 giorni. Un’eternità. In questi tre mesi i camion dell’Asia, l’azienda cittadina incaricata della raccolta, hanno scorrazzato per tutta la Regione, portando i rifiuti ad Avellino e Caserta. Ma dal 7 marzo la discarica di Pianodardine viaggia a metà carico, per problemi tecnici all’invaso, e ha rimandato indietro le cento
tonnellate quotidiane in arrivo da Napoli. Il 17 marzo la Procura di Benevento ha sequestrato la discarica di Sant’Arcangelo di Trimonte, uno dei siti aperti per tamponare la grande crisi dell’inverno 2008, che raccoglie tutti i rifiuti della sua provincia e quelli di Napoli quando c’è urgenza, cioè sempre.
«Inquinamento causato dall’illecito smaltimento del percolato prodotto all’interno della discarica, nonché pericolo di frana e di disastro ambientale» . E così, seguendo l’allarme per l’ambiente, si torna alla casella di partenza di questo maleodorante gioco dell’oca. Agli anziani del presidio di Chiaiano, al loro striscione e all’odore mefitico che si respira quando gira il vento. Nei giorni scorsi un’inchiesta della Procura antimafia di Napoli ha portato alla perquisizione dell’impianto e degli uffici delle società incaricate di gestirlo. L’ipotesi di reato è la frode in pubbliche forniture. Per la
copertura dei rifiuti sversati sarebbe stata utilizzatasemplice argilla, di scarsa qualità, e terreni di risulta. I comitati e gli abitanti della zona hanno passato due anni a lamentarsi dei miasmi. Avevano invocato più volte controlli e analisi per la sicurezza del sito, ricevendo in cambio un’alzata di
spalle. Adesso che vedono confermati i loro timori, sono tornati ad affollare il presidio, pronti a bloccare i camion quando la discarica verrà riaperta.
Tanto dura poco, dicono tutti. Sulla carta, Chiaiano dovrebbe chiudere all’inizio dell’estate. Ma
l’esaurimento tecnico dell’invaso è previsto per il 16
maggio. Il giorno dopo l’elezione del prossimo sindaco di Napoli.

Il Corriere della Sera 26.03.11

"Precari, sentenza shock nella scuola. maxi risarcimento a 15 prof. E ora…", di Salvo Intravaia

Maxirisarcimento a 15 precari della scuola. La sentenza è a Genova, ma a questo punto il ministero dell’Istruzione rischia di rimanere travolto dalle richieste degli altri supplenti. Quello comminato dal giudice del lavoro del capoluogo ligure è il risarcimento più elevato mai disposto in Italia per il contenzioso riguardante i precari della scuola: quasi mezzo milione di euro. E basta fare due calcoli per comprendere che viale Trastevere rischia una vera e propria emorragia. Ad ognuno dei 15 lavoratori in questione il giudice, patrocinati dalla Uil scuola, ha riconosciuto un risarcimento di circa 30 mila euro, pari a 15 mensilità.

La questione della stabilizzazione dei precari e del riconoscimento agli stessi degli scatti di anzianità riguarda tutti i lavoratori a tempo determinato, in qualche modo discriminati dalle normative italiane. Ma è nella scuola che il fenomeno raggiunge proporzioni consistenti. I precari della scuola in servizio da oltre tre anni sono diverse decine di migliaia. Alcune recenti norme comunitarie prevedono per i precari il diritto agli scatti stipendiali in vigore per il personale di ruolo e la trasformazione, dopo tre anni, del rapporto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato.

Nella scuola, nonostante i tagli agli organici operati dal governo Berlusconi, sono 150 mila i precari con contratti fino al 30 giugno e al 31 agosto. E la maggior parte di questi è in servizio da oltre tre anni, perché a saltare sono stati ovviamente i più giovani. Se tutti

si rivolgessero al giudice del lavoro il ministero potrebbe sborsare 4 miliardi e mezzo di euro: una cifra che vanificherebbe metà dei tagli effettuati dalla coppia Tremonti-Gelmini nel triennio 2009/2011. Per tamponare la situazione, alcuni mesi fa, il governo è intervenuto con una norma ad hoc che pone un limite temporale alle richieste di risarcimento danni: il prossimo 31 dicembre.

Ma forse proprio questa manovra ha spinto migliaia di precari della scuola a rivolgersi ai giudici per paura di rimanere tagliato fuori dagli eventuali indennizzi e dalla possibilità di vedersi convertito il contratto a tempo indeterminato. “Per fare ricorso c’è ancora tempo fino al 31 dicembre – spiega – Corrado Artale, segretario generale Uil Scuola della Liguria -. L’unico requisito necessario è essere precari da almeno 3 anni”. “E’ una sentenza fondamentale nel panorama del contenzioso sui precari della scuola – aggiunge l’avvocato Massimo Pistilli – Se questa misura fosse ripetuta, determinerebbe infatti la fine del precariato, perché il ministero non potrà pagare risarcimenti del danno così alti per tutti i circa centomila precari del comparto”.

La Repubblica 26.03.11

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«Maxirisarcimento per 15 precari della scuola», di Laura Cavestri e Giampiero Falasca

Il precariato come “risparmio” sul costo del lavoro nella scuola rischia di trasformarsi in un boomerang dal peso insostenibile. Il Tribunale del Lavoro di Genova, infatti, ha condannato il dicastero di viale Trastevere a risarcire, con circa 500mila euro, 15 lavoratori precari della scuola che avevano fatto ricorso, attraverso l’azione legale promossa dalla Uil, per la loro mancata stabilizzazione. E il ministero dell’Istruzione già cerca i rimedi.

A ogni lavoratore, il giudice monocratico Marcello Basilico – nel dispositivo 520/2011 della sentenza, manca ancora il deposito delle motivazioni – ha riconosciuto un risarcimento del danno di circa 30 mila euro a persona, pari a 15 mensilità, oltre a diversi arretrati. In particolare, il giudice ha stabilito, per i 15 lavoratori precari, il riconoscimento degli stessi diritti economici del personale di ruolo, quindi, del percorso di carriera e delle anzianità professionali; l’illegittimità dei contratti a cui sono stati costretti i lavoratori precari (tre annualità di contratto a termine per coprire sedi vacanti) e, quindi, il riconoscimento di 15 mensilità per ogni lavoratore, quale risarcimento del danno per la mancata immissione in ruolo.
documenti

«In Liguria – ha spiegato Corrado Artale, segretario generale della Uil Scuola Liguria – hanno presentato ricorso circa 450 lavoratori solo tra le province di Genova, Imperia e Savona. Inoltre, per fare ricorso c’è tempo sino al 31 dicembre». «È una sentenza fondamentale nel panorama del precariato – ha affermato l’avvocato, Massimo Pistilli – perchè afferma l’illiceità della reiterazione di contratti a termine rinnovati per almeno tre anni finalizzati a coprire sedi vacanti. Riguarda, quindi, circa l’80% dei 140mila precari della Pa». Se un risarcimento di questo genere dovese essere pronunciato per solo 100mila precari l’esoborso per lo Stato sarebbe di circa tre miliardi. Cifra che potrebbe raddoppiare se si prendessero in considerazione anche i non docenti.

Luciano Chiappetta, direttore generale del personale Miur, dichiara che «il dicastero ricorrerà in appello per andare fino in fondo». Inoltre, nei prossimi giorni si svolgerà una riunione per valutare il caso Genova. Martedì – ma era già fissato in agenda – un vertice sindacati-ministero affronterà il nodo delle graduatorie dei precari. Ma se il numero dei soggetti potenzialmente interessati alla sentenza fosse molto elevato si potrebbe arrivare a una soluzione normativa.

La sentenza del Tribunale di Genova fa leva sull’immediata precettività della direttiva 1999/70/Ce, che fissa alcuni principi comuni a tutti gli Stati Ue in materia di lavoro a tempo determinato. L’interpretazione data dal giudice genovese ha un impatto molto forte perchè si assume la responsabilità di disapliccare la legge statale e pienamente vigente n. 124/1999.
Secondo il Tribunale di Genova, la legislazione italiana – con questa norma speciale – consente al ministero dell’Istruzione di assumere annualmente, con contratti a termine, i docenti di cui ha bisogno per coprire le scoperture annuali di organico. Ma la norma non prevede l’obbligo di applicare i limiti che devono essere rispettati, nel settore privato, dal datore di lavoro che utilizza un lavoratore a termine (cioè, l’obbligo di indicare la causale, il carattere temporaneo e non stabile delle esigenze di ricorso al contratto, la limitazione del periodo di durata massima del rapporto). La mancata previsione di queste limitazioni, secondo il Tribunale di Genova (e secondo altri tribunali che nei mesi prcedenti hanno tratto conclusioni analoghe) rende incompatibile la disciplina nazionale con la direttiva comunitaria, che alla clausola n. 5 prevede l’obbligo per ciascuno Stato membro di contenere il ricorso eccessivo ai contratti a termine.

Questo contrasto tra legge 124/1999 e direttiva comunitaria – sempre secondo la sentenza – va risolto disapplicando la normativa nazionale. A ciò si aggiunge che, secondo la pronuncia, quando il ricorso allo stesso docente è ripetuto nel tempo, si deve presumere che sussista un fabbisogno stabile e non episodico della sua prestazione. Il risultato del ragionamento è che quando la scuola rinnova più volte un contratto a termine, si trova in una situazione di suo utilizzo illegittimo . Se si fosse nel privato, la conseguenza sarebbe il diritto all’assunzione del lavoratore. Trattandosi del settore pubblico, il giudice applica la sanzione per utilizzo irregolare del lavoro flessibile: il risarcimento danni.

da www.ilsole24ore.com

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«Un disastro annunciato», di Guido Gentili

Era attesa che scoppiasse. È accaduto a Genova, dove il Tribunale del Lavoro ha stabilito un maxirisarcimento di 500mila euro per 15 precari della scuola che hanno fatto ricorso contro il ministero dell’Istruzione. A suo modo una bomba normativa: se è vero che non cambia la natura del rapporto di lavoro (a tempo determinato) è altrettanto un fatto che il risarcimento del danno (pari per ogni lavoratore a 15 mensilità, con tanto di ricostruzione della carriera) per mancata immissione in ruolo non ha precedenti. E un valore segnaletico dirompente.

Non c’è bisogno di un matematico per capire che se questa dei maxirisarcimenti si confermerà come la linea maestra dei tribunali nelle migliaia di vertenze che i precari della scuola hanno avviato, per il ministero, già a corto di risorse, si aprirebbero le porte di un clamoroso default. Si calcola che siano circa 150mila i lavoratori con contratto a tempo determinato potenzialmente interessati a ricorrere alla magistratura.

Potrebbero insomma ballare, per i conti pubblici, qualcosa come più di quattro miliardi di euro. Non a caso l’allarme è suonato forte, ieri, sia nelle stanze del ministero di Maria Stella Gelmini sia in quelle del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Tre, a questo punto, le possibili domande. La prima: dovevamo aspettarci una simile svolta? In parte sì, nel senso che il problema non è certo nuovo. Nell’autunno scorso sull’emergenza-precari nella scuola era intervenuto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Poi il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, aveva affermato che senza la prospettiva di una sia pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità.

Un piano triennale straordinario di assunzioni era stato messo a punto dal governo di Romano Prodi con la legge finanziaria del 2007. Strada ritenuta impraticabile dal governo Berlusconi alle prese con la difficile quadratura dei conti pubblici: col «milleproroghe» approvato a febbraio 2011 si è deciso di bloccare le graduatorie fino ad agosto 2012 e di bloccare (emendamento della Lega) le richieste per le supplenze brevi in una provincia diversa da quella permanente. Il tutto mentre la legge 183 del 2010 (il «collegato lavoro») consente l’impugnazione dei contratti a tempo determinato già scaduti, avendo alle spalle una direttiva comunitaria del 1999 che permette di impugnare i contratti del personale precario.

Seconda domanda: la strada battuta a Genova può essere una soluzione? Non pare proprio. Migliaia di maxirisarcimenti non vanno alla radice del problema, non creano le condizioni per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e si risolvono piuttosto in un maxiesborso a spese delle casse dello Stato. Insostenibile da ogni punto di vista e, fermo restando il rispetto delle sentenze dei tribunali, sarebbe opportuna anche da parte della magistratura – nel Paese dove la giurisprudenza si è spesso incaricata di alimentare il debito pubblico – una riflessione su questo punto. Ugualmente impraticabile la “regolarizzazione di massa”: sanatorie di questo tipo possono condurre solo al disastro.

Terza domanda: cosa si può fare? Più che una leggina o un provvedimento di emergenza servirebbe una svolta ulteriore dopo gli interventi già fatti. Dei problemi della scuola sappiamo tutto. Lo stesso per il sistema di reclutamento pubblico, dove il fenomeno della precarietà incontrollata, tra deroghe speciali e aggiramenti, viaggia assieme al blocco (formale) delle assunzioni. In barba ai criteri di merito, e sempre scaricandosi sul bilancio pubblico.

da www.ilsole24ore.it

L'immigrazione si affronta con solidarietà e ragione

Bersani alla prima Conferenza Nazionale sull’Immigrazione del PD: “siamo in condizione di dimostrare che l’umanità determina la governabilità”. Bersani Conferenza Nazionale Immigrazione
“Quello di cui stiamo discutendo oggi va considerato un fronte delicato della politica del PD. Un fronte cruciale” così Pier Luigi Bersani ha iniziato il proprio intervento alla prima Conferenza Nazionale sull’Immigrazione del PD. “Come italiani noi siamo umiliati e molto arrabbiati per la vicenda di Lampedusa: lo siamo come lampedusani, come volontari, come poliziotti, come immigrati. Non è possibile che un Paese come il nostro dia questa prova di sé. La solidarietà internazionale ti viene se fai le cose per bene, altrimenti con che faccia vai a chiedere aiuto all’Europa? Maroni dice che l’Europa è sorda, ma è l’Europa di destra che è sorda. Se tu sei uno che chiude la porta, trovi sempre qualcuno più sopra di te che chiude la porta. Stavolta il governo deve metterci la faccia. Noi siamo pronti a chiedere la solidarietà e ad organizzarla. È da irresponsabili lasciar scadere il problema: si devono prendere la responsabilità di dire cosa va fatto”.

Ma la vicenda di Lampedusa così come quella degli sbarchi segnala un aspetto più generale e preoccupante: “le barche che arrivano – ha chiarito Bersani – danno il messaggio subliminale ecco l’immigrazione. Anche se sappiamo che il fenomeno rappresenta quasi il 5% della popolazione, vogliono darci l’immagine dell’immigrato come quella del disperato che non sai da dove viene e che ti fa paura. L’immigrato icona del populismo come uno che apre la porta di casa tua senza bussare. L’idea è funzionale alla paura e la paura è funzionale al dividendo politico”.
“L’interesse politico non è risolvere il problema ma ad averlo. Altrimenti come camperebbe la Lega? Per definizione non possono e non vogliono risolverlo il problema perché hanno bisogno che ci sia. Ma se avete governato 8 anni degli ultimi 10 e avete fatto tante norme, volete dirci in che cosa avete migliorato l’impianto dei temi dell’immigrazione?” attacca Bersani riferendosi alla sola propaganda del governo.

“La paura da forza al populismo in tutta l’Europa. In Italia i populismi non stanno nelle opposizioni ma tutti al governo. Sentiamo l’esigenza di un istinto acuto di solidarietà ma sappiamo che la solidarietà da sola non può sconfiggere la paura. Serve la ragione! Non stancarci di mettere insieme ragione e solidarietà”

La globalizzazione ha avuto effetti di accelerazione sui fenomeni di immigrazione e di integrazione. “Ma tutte le globalizzazioni hanno un volto oscuro ovvero i meccanismi di ripiegamento e di chiusura. In economia si mostrano nelle forme di protezionismo, nel sociale si mostrano nella voglia di conservazione dei territori. Abbiamo a che fare con questa parte oscura che non è solo il frutto di una mentalità un po’ deviata e di propaganda. L’accelerazione di questi fenomeni porta veri problemi dove i nuovi poveri si trovano seduti tra i nostri poveri. È così che circolano idee pericolose”.

“Il Pd deve essere alternativo a queste idee con qualità, sentimento, ragione e molto combattimento . Siamo in condizione di dimostrare che umanità determina governabilità Noi abbiamo il giusto approccio per ridurre gli effetti delle contraddizioni e le deviazioni che ci stanno sul tema dell’immigrazione”.

“In termini di Pil e di crescita al momento l’Italia non è in grado di reggere il sistema di welfare e abbiamo bisogno di governare i flussi migratori e il loro inserimento. Va distribuito il carico sociale per evitare la guerra tra poveri. Senza integrazione c’è la disgregazione. E con la crisi tutto questo si acuisce di più. Il bisogno di servizi primari è proprio l’esempio di come questo federalismo è fasullo. Se arriva una persona in più c’è bisogno di una casa in più e non di mandare via un altro”

“Il modello italiano di integrazione non è paragonabile al multiculturalismo inglese o francese anche perché abbiamo una Costituzione con i fiocchi che ci permette nella sacralità dei suoi principi e nella sua elasticità, di avere una chiave culturale e giuridica flessibile che si combina bene con le autonomie locali. Con i suoi luoghi. Chiamiamole le autonomie delle convivenze e ricordiamoci che la dimensione locale è una risorsa”.

“Non siamo quelli del buonismo ma quelli doveri e diritti. Teniamo ben presente che umanità e governabilità del fenomeno migrazione sono strettamente legati. La destra ha fallito su questo tema. Noi abbiamo altre idee per governare il tema dell’immigrazione e sarei orgoglioso di dire a questi bambini – che non si come definire tra immigrato o figlio di immigrato – tu sei un italiano”.

www.partitodemocratico.it

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D’Alema: “Sull’immigrazione l’Italia sta perdendo una grande opportunità”
Il Presidente del Copasir conclude la Conferenza Nazionale sull’Immigrazione del PD: “Emergenza Lampedusa: usata come propaganda dal governo. L’Italia dovrebbe concedere lo status di rifugiati agli immigrati che arrivano sull’isola e poi occuparsi di eventuali rimpatri”

Massimo D’Alema, Presidente del Copasir ed esponente democratico, ha esordito alla prima Assemblea nazionale del Pd sull’Immigrazione, in qualità di “immigrato di trentesima generazione, perché questa è la storia degli italiani –ha chiarito –e nessun popolo può permettersi l’aberrazione del razzismo meno del popolo italiano, che è una mescolanza di razze e civiltà”.

“Non dobbiamo cadere nella trappola di apparire come quelli dei buoni sentimenti – ha detto D’Alema – perché noi abbiamo bisogno degli immigrati, e questo è un dato di partenza assoluto. L’Italia per avere un buono sviluppo economico, necessita di almeno altri 30 milioni di immigrati. E la presenza di 5 milioni di cittadini stranieri nel nostro Paese, sono una risorsa giovane che porta una energia positiva”.

Il Presidente del Copasir ha evidenziato come al giorno d’oggi concetti che sembravano un tabù siano diventati leciti: come parlare di razzismo, simbolo di degrado civile e culturale del nostro Paese. “Per il nostro Partito, democratico e progressista il contrastare la politica della paura deve diventare una battaglia seppur difficile ma identitaria. Negli ultimi anni, il contesto nel quale i fenomeni migratori si sono sviluppati è quello della globalizzazione, che accentua la paura ed il timore di smarrire le proprie radici, di essere omologati, paura che ha generato sentimenti identitari che non corrispondono poi alla realtà”.

D’Alema ha chiarito la questione, portando ad esempio i cinesi che stanno popolando le nostre città e che “sono percepiti come l’avanguardia di una grande potenza che minaccia i nostri privilegi, e conseguentemente come il declino della potenza del nostro Paese. E questo è un sentimento di paura che abbraccia tutto il mondo occidentale e che ha influito anche sugli orientamenti politici in Europa, fomentando il fenomeno del populismo”.

“In questo scenario –ha rilevato nella sua attentissima analisi – il tema dell’immigrazione è diventato l’emblema visibile delle minacce che sentiamo gravare sulla nostra civiltà, economiche, sociali e culturali e sul nostro primato politico. Ma un occidente che guarda con questo spirito ai fenomeni migratori è portato a perdere. Perché se non pratichiamo una politica dell’accoglienza e valorizzazione delle qualità umane, in futuro sarà difficilissimo attrarre talenti e persone che possono rivitalizzare il nostro Paese. Il rischio paradossalmente è che diventiamo il Paese di persone che costringiamo ad essere clandestini, a discapito della nostra sicurezza. La Lega vuole dichiarare clandestini i profughi che stanno arrivando con i barconi e poi che dobbiamo fare, processarli tutti? E’ una legge lesiva della legge stessa”.

Massimo d’Alema ha poi valutato questo difficile momento storico, di sconvolgimento politico del Mediterraneo. “Noi potremmo essere l’interlocutore naturale di questi giovani che diventano protagonisti del cambiamento, e che di fatto si muovono secondo i nostri principi costituzionali, cercando la democrazia. È spiacevole vedere invece che i ragazzi Bengalesi non percepiscono il nostro tricolore come il loro. Il mondo sta cambiando e il nostro Paese è dominato dalla paura che arrivano 15000 persone sul nostro territorio –ha denunciato l’esponente democratico -. È come il crollo del muro di Berlino, si dovrebbe festeggiare in Europa attorno ai principi di civiltà, piuttosto che essere dominati dall’ossessione della paura. E in questo si evidenzia la pochezza nel dibattito pubblico ridotto all’analisi se considerarli clandestini o meno”.

Il Presidente ha poi rilevato “la profonda confusione di messaggi” tra Berlusconi e La Russa, nella gestione del ruolo dell’Italia in Libia e la “sensazione è che l’Italia sia andata a rimorchio” piuttosto che essere protagonista. “Hanno scoperto dopo parecchi giorni che ci voleva la Nato – ha detto ironicamente durante il suo intervento –e la mia sensazione è che l’Italia stia perdendo una grandissima opportunità perché dovremmo essere a fianco questo mondo che auspica il cambiamento. Invece l’unico problema appare la garanzia del contenimento del pericolo islamico, e secondo la visione rozza del governo chi poteva garantirci meglio da questo pericolo, se non la dittatura? Ha avvertito D’Alema -sarà inoltre necessario rendersi conto che il processo democratico non avverrà nelle forme universali ma ci saranno delle forme proprie che non potremmo demonizzare”.

Ha ribadito sulla “necessità di gestire questi processi di migrazione e di collaborare con i Paesi interessati” e per questo i 20000 profughi, dovrebbero essere considerati dei rifugiati e bisognerebbe accoglierli anche solo temporaneamente per poter poi negoziare un ritiro assistito. D’Alema ha quindi portato ad esempio la situazione del Kosovo e dell’Albania, da lui gestita quando era al governo, quando i profughi erano ben 400000 e in Italia 25000. “Tutti ottennero la solidarietà dell’Europa ed alcuni kosovari furono accolti addirittura dall’Australia, come valore simbolico di solidarietà internazionale e ce li abbiamo mandati anche se è stato dispendioso. Il problema non si risolve mandando tendopoli”.

A margine dell’intervento, d’Alema ha evidenziato come la Conferenza del Pd sull’immigrazione sia stata molto proficua, indicando con chiarezza diversi punti importanti da sostenere come Partito democratico. “Una profonda riqualificazione delle selezione di chi viene in Italia è fondamentale –ha detto -. Se il giovane tunisino qualificato non ottiene il visto perché gli pongono questioni burocratiche è ovvio che da noi vengono solo i barconi. Noi abbiamo bisogno di una politica dell’accoglienza che punti ad una collaborazione tra politici e mondo imprenditoriale per attrarre immigrazione. Invece in Italia abbiamo una politica che genera clandestinità e produce insicurezza, e di conseguenza criminalità”.

“Anche il tema dell’affermazione dell’interculturalismo, inteso come arricchimento, deve essere una grande battaglia del Pd. Abbiamo bisogno di nuovi italiani che aiutano anche noi a sentirci più italiani e il patriottismo costituzionale, deve essere il terreno vero sul quale ricostruire l’unità del Paese. I nuovi italiani, vanno indirizzati ai valori condivisi della Costituzione, sperando che aiutino anche gli italiani che se ne sono dimenticati, nel rispetto delle loro radici”.

Parlando di religioni D’Alema ha sottolineato come l’Italia sia un Paese che non “garantisce” la libertà religiosa. “Quando stavo al governo volevo firmare le intese bilaterali tra stati e singole comunità religiose. Ho rischiato la crisi di governo per la comunità dei Testimoni di Geova, composta da quasi 300000 italiani, che sono stati perseguitati insieme agli ebrei. Ma il Parlamento dal 1999 non ha mai ratificato questo accordo, né altri. Io auspico che si formi con l’islam una intesa e questo sarebbe un fatto molto importante, perché è una realtà molto significativa”.

D’Alema ha concluso il suo appassionato intervento insistendo sul fatto che “quello che è fondamentale è far crescere sul campo le forme positive della convivenza, perché rimuovendo le paure verrà avanti una mescolanza tra cittadini italiani e stranieri ed i confini diverranno meno netti, come è accaduto tra i meridionali che si sono trasferiti al nord Italia; ed allora il Partito, i sindacati e l’associazionismo svolsero un ruolo di guida molto importante. Il Partito democratico ha fatto tanti passi in questa direzione e continueremo a farne, fornendo un punto di riferimento positivo per la vera integrazione dei popoli”.

Anto.Pro. da www.partitodemocratico.it

"Il nemico francese", di Filippo Ceccarelli

Ecco, ci mancava giusto il nemico francese. «Alla Francia il petrolio, a noi gli immigrati» si legge su certi manifesti comparsi in questi giorni a Roma. Il vittimismo antifrancese unifica i seguaci della destra sociale di Alemanno a quelli nordisti di Bossi che di fronte al fatto compiuto dei bombardamenti in Libia ha concluso con la consueta eleganza: «Finirà che ce la prendiamo noi in quel posto». Berlusconi è nero con Sarkò.
Raramente gli capita di sentirsi gabbato, e stavolta è successo che mentre lui volava a Parigi, per giunta nel pieno dell´irresolutezza, quell´altro non solo si era già messo d´accordo con inglesi e americani, ma era già partito con i bombardieri. La situazione ricorda l´incipit di una di quelle barzellette che al Cavaliere piace tanto raccontare. Ma il finale è aperto. In Parlamento e fuori il ministro Frattini è stato molto poco diplomatico, la grana sulla Nato e sul comando delle operazioni militari era quasi dovuta, però è arrivata tardi e sapeva di ripicca.
La contemporanea guerra commerciale sulla Parmalat rinfocola, a colpi di decreti legge, l´avversione antifrancese. L´autocompatimento si estende ai tanti, ai troppi posti che Parigi occupa nelle istituzioni finanziarie, Fondo Monetario, Bce. È la variante tecnocratica di un´antica antipatia che i governanti italiani, specie quando si trovano nelle peste per faccende di scontento sociale o di cialtronate che di colpo si rivelano tali, riattizzano con la malcelata speranza di spostare l´attenzione su qualcosa che c´è, che va e viene, un complicato sentimento di amore e odio che scorre nella storia e fermenta nell´immaginario, da Giulio Cesare in giù, da Asterix in su.
Anche le reazioni delle batterie mediatiche berlusconiane sull´impiccio libico appaiono, più che eccessive, un po´ sopra le righe della legittima animosità. All´estero deve sembrare al tempo stesso scontata e ridicola questa improvvisa offensiva italiana contro l´Eliseo. La politica internazionale è un campo che rifugge artifici, semplicismo e improvvisazioni. Un conto è attaccare Bocchino, Santoro o la casa di Montecarlo; altro conto è misurare la propria fantasia polemica – e ancora di più le proprie forze – con una nazione come la Francia.
Tra Libero, il Giornale e Panorama si oscilla tra colpi bassi a base di rivelazioni da servizi segreti sulla Francia che ha armato i ribelli oppure ha venduto a Gheddafi le armi con cui questi li massacra ed effettacci tipo quello con cui si conclude l´editoriale del settimanale di Segrate: «Al di là delle Alpi devono ogni tanto ricordare che nella loro storia non c´è solo il generale Napoleone. C´è anche il generale Cambronne». Figurarsi che peso avranno dato, in quel luogo di assoluta umiltà che è Parigi, all´ammiccante invito di Giorgio Mulè.
Sulla copertina, sotto l´immagine del presidente francese ritratto con la più celebre delle feluche campeggia uno strillo che vorrebbe tanto essere brillante: «Sarkofago», accipicchia. A sinistra si chiarisce il contesto: quel signore lì «voleva trascinarci in un duello mortale. Ecco come l´Italia ha ridimensionato la sua smania di protagonismo». Nella distanza tra l´immagine focosa del «duello mortale» e il mesto participio «ridimensionato» si misurano ragionevoli dubbi e inconfessabili frustrazioni.
Quanto alla «smania di protagonismo», beh, qui da noi negli ultimi tempi un certo protagonismo il potere se l´è pure conquistato sui media, a livello planetario, ma per un altro genere di smanie. Che faranno senz´altro meno male delle bombe e dei missili, francesi o italiani o soprattutto gheddafiani che siano, però insomma, forse è meglio lasciar perdere.
O forse no. Perché in tutto questo c´entrano i peggiori appetiti, c´entra il petrolio, c´entra la geopolitica, l´Africa, il Mediterraneo, i commerci, il prestigio, c´entra tutto quello che rende a volte gli interessi di due nazioni incompatibili. Ma nessuno, in un tempo nel quale la personalizzazione del potere è scappata di mano, riuscirà mai a escludere che il nemico francese è anche un fatto privato: è più di Berlusconi, se proprio bisogna dire, che di Sarkozy.
Troppo simili per non detestarsi. Simili, però diversi quel tanto che basta a concludere, con abbondanti evidenze documentarie e anche visive (una clip in cui il presidente italiano fa il segno al suo collega rumeno che il francese è matto), che il Cavaliere soffre Sarkozy. Dopotutto Chirac – con cui pure le cose andavano sempre abbastanza male – era un vecchio signore. Una volta, nel pieno del primo ciclo di scandali, raccontò che il Cavaliere gli aveva indicato il bidet di camera sua dicendo: «Ah, se queste maioliche potessero parlare!». Non fu simpatico, ma Chirac ormai se n´è andato; ed è arrivato quell´altro. Meno ricco di Berlusconi, d´accordo. Con meno esperienza internazionale, e vabbè. Ma più giovane, più bello, più fico e anche più potente perché lì monsieur le president mica deve penare per avere una firma del Quirinale sul Milleproroghe bis o perdere il sonno per la pronuncia della Consulta. Per non dire – colpo di grazia – del fatto che Sarkò ha come «fidanzatina» una delle donne più belle del mondo.
Si deve a Berlusconi di aver introdotto la categoria dell´invidia nel discorso pubblico; e sempre lui ha introdotto la diplomazia del contatto personale. Quanto basta per chiedersi se l´una e l´altra non gli si stiano ritorcendogli contro.

La Repubblica 26.03.11

"La Cina scippa la lana venduta agli italiani", di Paola Guabello

Il tessile ha un peso importante nell’economia italiana, ma l’abilità dei nostri addetti non basta più. Pechino paga le penali e si prende partite già assegnate. Così le aziende nostrane restano senza materia prima. Se a preoccupare gli imprenditori tessili fino a pochi giorni fa era il caro-materie prime, ora la situazione si va complicando: il problema non è più soltanto quello di acquistare il cotone a un prezzo che in dollari è aumentato nell’arco di 12 mesi del 166%, o la lana, che è salita di 56 punti percentuali.

Il problema adesso è fermare il mercante cinese. Un mercante sempre più spregiudicato, pronto ad acquistare i quantitativi di lana anche già venduti, accollandosi l’onere della penale che il commerciante deve corrispondere al precedente cliente, con il quale aveva firmato il contratto di vendita. Se un tempo bastava una stretta di mano fra gentiluomini, con il sopravvento cinese il mercato è diventato un Far West, dove vince il più prepotente. E di lana non ce n’è quasi più, mentre il cotone si trova con il lanternino.

Il Paese asiatico, concorrente numero uno per eccellenza del manifatturiero italiano, sta facendo incetta di materie prime: se, nel caso della lana, fa pressing agli allevatori australiani rilanciando sui prezzi fino ad aggiudicarsi le forniture migliori, al contempo trattiene per sé il cashmere, mettendo a dura prova il made in Italy. Che fatica da una parte a trovare qualcuno che abbia ancora materia prima da vendere, e dall’altra a sostenere i prezzi accessibili alle agguerritissime aziende asiatiche.

«È vero che i cinesi stanno acquistando in modo massiccio – conferma Piercarlo Zedda, presidente dell’Associazione nazionale del commercio laniero -. La lana, normalmente quella australiana, neozelandese e sudafricana, viene venduta all’asta e loro, direttamente o tramite commercianti locali, intervengono. Chi può pagare il prezzo più alto se la aggiudica. In questo momento i cinesi hanno molte aziende da far girare, buoni ordinativi in portafoglio con un grosso mercato interno in crescita; questo spiega il motivo di ciò che sta accadendo. Tutto si ribalta sulle nostre aziende, quelle che sono nella fascia medio bassa e hanno più difficoltà a competere a queste condizioni che diventano così proibitive».

La questione ha anche un altro aspetto importante da tener presente. «Il problema vero – continua Zedda è che la lana ha avuto prezzi troppo bassi negli ultimi anni, al punto che gli allevatori avevano grossi problemi di sopravvivenza e quindi hanno convertito, dove possibile, in agricoltura. Basti pensare che i livelli attuali di produzione di lana australiana sono simili a quelli degli Anni 20». Non sempre, insomma, correre dietro a produzioni che sembrano più redditive si rivela lungimirante.

Ma la riflessione non si ferma qui. «Non c’è un solo colpevole, se proprio di colpa si deve parlare – aggiunge Michele Tronconi, presidente di Sistema moda Italia -. La lana che veniva normalmente comprata dalle aziende asiatiche era di qualità inferiore a quella acquistata dall’industria italiana. Ora le cose sono cambiate anche in funzione del fatto che i cinesi tendono a esportare il prodotto finito in modo da far crescere il loro manifatturiero, a partire dalle pettinature fino alle tessiture». E non ci sono soltanto i cinesi desiderosi di guadagni, naturalmente. «Il Pakistan e l’India – continua Tronconi – sul cotone hanno messo dazi e bloccato i contratti. Questo percorso si è iniziato da qualche anno ma c’è un dato per tutti che può rendere l’idea: se nel 2000 la produzione mondiale di fibre si attestava a 53 milioni di tonnellate nel 2009 siamo arrivati a 71 milioni (di questi 1,1 milioni di tonnellate sono di lana, 25 milioni il cotone). Se si valuta che la popolazione mondiale è di 6 miliardi, il consumo medio è salito da 8 a 10,4 chili a testa». E non basta: all’effetto caro-prezzi e al «saccheggio» cinese s’aggiunge il fattore liquidità. «Alla crisi finanziaria gli imprenditori, e non solo loro, hanno reagito andando a cercare rendimenti alternativi. E questo ha portato a una speculazione anche sulle materie prime. Nessuno si aspettava aumenti così forti. Il problema c’è ed è serissimo perché questo porta a un maggior onere di approvvigionamento la cui conseguenza diretta è una maggior necessità di capitale circolante. Il finanziamento dei magazzini si ribalta su un maggior costo di produzione, e se contemporaneamente, a questo s’aggiunge una nuova fase recessiva (la guerra in Libia e il Giappone, che è la seconda potenza industriale, non aiutano), si avranno maggiori costi e minor ricavo».

Conclusione: «Ovviamente ciò che bisogna fare, e non si sta facendo in Italia come in Europa, è pretendere reciprocità negli scambi. Manca una politica corretta, noi che abbiamo ancora delle eccellenze veniamo sacrificati sull’altare liberistico che ha portato alla crisi del 2008».

La Stampa 25.03.11

"Perequazione: chi l'ha vista?", di Alberto Zanardi

La riforma del federalismo fiscale è arrivata finalmente alle questioni di peso con l’approvazione del decreto sulla finanza regionale, dopo quello sulla finanza comunale. Colpisce quello che i due decreti mancano di affrontare. Il nodo centrale ancora aperto riguarda la perequazione: come redistribuire tra regioni ricche e regioni povere, e tra enti locali ricchi e poveri, le risorse fiscali loro attribuite mediante le imposte decentrate. Le decisioni su elementi solo apparentemente tecnici sono ancora rimandate a interventi successivi.

Con il decreto sulla finanza comunale (approvato dopo tormentate discussioni il 2 marzo scorso) e con quello sulla finanza regionale (che ha ricevuto ieri il parere favorevole della commissione bicamerale) la riforma del federalismo fiscale è arrivata finalmente alle questioni di peso. Più che impressionare per quello che dicono – qualche aggiustamento sui tributi locali, molte conferme degli assetti attuali, tutto comunque assai lontano dai rivolgimenti cosmici annunciati – colpisce quello che i due decreti mancano di affrontare. Il nodo centrale ancora aperto riguarda la perequazione, cioè come redistribuire tra regioni ricche e regioni povere (e così pure tra enti locali ricchi e poveri) le risorse fiscali loro attribuite mediante le imposte decentrate. Il risultato è che ad oggi uno degli esiti fondamentali della riforma, e cioè se, e come, cambierà la distribuzione delle risorse finanziarie tra Nord e Sud, tra regioni e comuni diversamente caratterizzati in termini strutturali e dotati in termini finanziari, rimane sostanzialmente indeterminato. È un segno, al contempo, della scelta di rimandare al futuro le decisioni costose in termini politici e del grado di improvvisazione con cui sono formulati i decreti.

IL SISTEMA PEREQUATIVO

Va ricordato che il disegno generale della riforma stabilisce per regioni/comuni un sistema di finanziamento/perequazione differenziato a seconda delle funzioni di spesa da loro svolte. Per le funzioni regionali e comunali che hanno maggiore portata sociale (per le regioni le funzioni assistite dai livelli essenziali delle prestazioni – Lep come la sanità, l’assistenza, l’istruzione) si prevede una perequazione sui fabbisogni: i trasferimenti perequativi devono consentire a ogni ente decentrato, qualsiasi siano i gettiti dei tributi locali che possono essere raccolti in quel territorio, di finanziare integralmente i fabbisogni locali in queste funzioni. Ci sono poi le altre funzioni, meno rilevanti dal punto di vista sociale (come, ad esempio, gli interventi in materia di cultura o di economia locale) per le quali deve essere applicata soltanto una perequazione delle capacità fiscali: i trasferimenti integrano i gettiti fiscali dei territori con basi imponibili più ristrette avvicinandoli alla media nazionale.
Questo disegno avrebbe dovuto trovare attuazione nei decreti attraverso la specificazione di meccanismi, assai complessi dal punto di vista tecnico, per la corretta determinazione dei trasferimenti perequativi a favore di ciascuna regione e di ciascun ente locale. E invece, quasi sempre, non si va oltre all’enunciazione di principi generali (riproponendo spesso alla lettera quanto già riportato nella legge delega) e si rimanda a interventi regolamentari successivi le decisioni su elementi apparentemente tecnici, ma assolutamente decisivi per l’effettiva attribuzione delle risorse finanziarie.
Valgano qui soltanto alcuni esempi.

COME USARE I LEP (QUANDO CI SONO)?

1) Per le funzioni a più forte contenuto sociale, e per le quali la Costituzione prevede che siano fissati dei Lep da garantire sull’intero territorio nazionale, non è ancora stato chiarito, al di là di concetti un po’ fumosi quali gli “obiettivi di servizi” e il “patto di convergenza”, quali debbano essere sul piano concreto le modalità attraverso cui ancorare ai Lep la decisione finanziaria sui fondi da dedicare a sanità, assistenza, istruzione e come la distanza tra i Lep e i servizi attualmente forniti dai singoli enti possa condizionare il riparto di tali fondi. Resta comunque il fatto che, diversamente dalla sanità, per assistenza e istruzione manca ancora un catalogo di Lep, da costruire a partire da quelli previsti nella normativa vigente.

UN APPROCCIO SBAGLIATO

2) Emerge l’inadeguatezza dell’approccio seguito nei decreti, e cioè di intervenire separatamente per diversi livelli di governo (prima i comuni, poi le regioni e le province) partendo dalla ripartizione attuale delle funzioni di spesa. Èun metodo che tiene in un settore come la sanità, che è di competenza pressoché esclusiva delle regioni, ma mostra chiaramente la corda nell’assistenza e, nel caso di una sua effettiva devoluzione, nell’istruzione che sono/saranno settori tipicamente affidati a più livelli di governo. Come si fa, allora, a definire sensatamente i Lep da riconoscere ovunque e collegare a questi i fondi per finanziare/perequare i servizi sui territori quando, ragionando come fanno i decreti, bisogna distinguere i fondi che vanno alle regioni da quelli che vanno ai comuni?
3) La regolamentazione dei trasferimenti perequativi statali a favore dei comuni, tassello fondamentale della redistribuzione territoriale, inizialmente inclusa nel decreto sul federalismo regionale è stata poi espunta per manifesta inadeguatezza nel grado di elaborazione degli articoli proposti. Se ne dovrebbe parlare in un prossimo decreto ad hoc. Si tratta di un capitolo assai complesso in cui si concentrano sia i problemi collegati all’esistenza di servizi multi-governo, secondo quanto richiamato al punto precedente, sia dal ruolo che la legge delega sul federalismo fiscale riconosce alle regioni nel coordinamento della finanza comunale, sia infine dall’esistenza negli assetti finanziari attuali di un sistema di trasferimenti che dalle regioni vanno ai comuni che si affianca a quello più consistente dei trasferimenti che dallo Stato vanno ai comuni. Suscita allora molti dubbi il fatto che mentre il meccanismo della perequazione Stato-comuni sia stato messo per ora in panchina, su quello dei trasferimenti regioni-comuni si sia proceduto nel decreto sul federalismo regionale istituendo un Fondo sperimentale regionale di riequilibrio, senza che ci sia preoccupati di coordinarlo con il pezzo ancora mancante Stato-comuni, in una visione integrata che dovrebbe guardare al complesso delle risorse a disposizione di ciascun comune per fornire i servizi ai propri cittadini.

FISCALIZZAZIONE DEI TRASFERIMENTI

4) Uno dei leitmotiv dei due decreti sul federalismo è la “fiscalizzazione” dei trasferimenti attuali che lo Stato eroga a favore rispettivamente di regioni e comuni, cioè la loro trasformazione in fonti di finanziamento tributario. Questa operazione comporta una chiara incoerenza con il fatto che i sistemi perequativi previsti dalla riforma per la componente più rilevante, quella delle funzioni tutelate dai Lep, funzionano secondo uno schema verticale, cioè mediante trasferimenti dallo Stato agli enti decentrati. Infatti la fiscalizzazione, trasformando tutti gli attuali trasferimenti statali alle regioni/comuni in tributi, sarebbe coerente con una perequazione orizzontale, in cui gli enti ricchi concedono trasferimenti agli enti poveri. In altri termini, la fiscalizzazione sta assegnando al complesso delle regioni/dei comuni un ammontare di gettiti tributari eccessivo per il funzionamento del sistema perequativo verticale. Anche in questo caso, l’incoerenza deriva dal modo di procedere della riforma, fatto di sostituzioni “uno per uno”, in cui una fonte di finanziamento ne rimpiazza un’altra, senza alcuna visione d’insieme.

LA TRANSIZIONE

5)Manca in generale un adeguato sforzo di specificazione delle regole che dovranno sovraintendere alla transizione tra l’attribuzione attuale delle risorse tra regioni e tra enti locali (spesa storica) e quella che domani rifletterà i fabbisogni standard, oltreché delle regole che dovranno guidare la “manutenzione” dei sistemi di perequazione nel tempo, dopo che la fase iniziale di transizione si sia conclusa. Un punto critico – che interessa in particolare il prossimo decreto della “pipeline del federalismo” che verrà sottoposto al parlamento – è il coordinamento necessario tra transizione alla perequazione sui fabbisogni standard per quanto riguarda la spesa corrente e riduzione dei gap infrastrutturali attraverso la perequazione infrastrutturale. La sostenibilità del meccanismo della perequazione sui fabbisogni standard si regge criticamente sul fatto che le posizioni di partenza tra le varie regioni e tra i vari enti locali in termini di dotazioni infrastrutturali pubbliche siano sufficientemente omogenee: non si possono trasferire a tutti comuni risorse standard identiche per garantire le spese di funzionamento coerenti con un certo livello, ad esempio, di asili nido, se poi in certi territori gli asili nido devono essere ancora costruiti. Un collegamento ovvio (e certo non facile da regolare), ma di cui i decreti non sembrano dimostrare consapevolezza.

da lavoce.info

Scuola: PD a Gelmini, invece di risarcimenti era meglio stabilizzare

”Quella di oggi e’ solo l’ultima sentenza in ordine di tempo sulle mancate stabilizzazioni dei lavoratori precari della scuola”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, commentando il risarcimento di 500 mila euro che il ministero dovra’ a 15 precari genovesi. ”Queste cause – aggiunge – sono la diretta conseguenza delle scelte politiche della Gelmini e di questo Governo che, pur di fare cassa, non ha voluto portare a termine il piano straordinario di immissione in ruolo previsto dal governo Prodi. Con i risarcimenti di oggi si raggiunge una cifra consistente che ci porta a chiedere pubblicamente al ministro Gelmini di ammettere, una volta per tutte, che per lo Stato sarebbe stato molto meglio investire quelle risorse per la stabilizzazione dei docenti e la qualita’ della didattica piuttosto che pagare questi giusti risarcimenti. Il maxirisarcimento di oggi e’ l’ennesima condanna collezionata dal ministro Gelmini”.