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«L'Italia dei nuovi notabili», di Massimo Gramellini

La maggioranza degli storici e dei commentatori ha celebrato i nostri 150 anni dibattendo unicamente intorno alle origini dello Stato: come se alla commemorazione del nonno i nipoti sfogliassero l’album fotografico del suo battesimo, disinteressandosi del seguito. Purtroppo figure gigantesche come Cavour e Garibaldi non hanno molto a che spartire con l’Italia del 2011. Mentre basta spostarsi all’epoca successiva, l’ultimo scorcio del Ottocento, per respirare subito un’aria più familiare. Valori smarriti, partiti ridotti a comitati d’affari, compravendita di parlamentari, corruzione, scandali, cricche, mazzette. L’Italia dei notabili, la battezzò Indro Montanelli.

Cessata la spinta ideale, la politica diventa una palude nella quale sguazzano coccodrilli di modesto spessore, ma dotati di un appetito mostruoso. I due partiti «forti» nati dal Risorgimento, la destra cavouriana e la sinistra garibaldina (e qui il parallelismo con la Dc e il Pci forgiati dalla Resistenza è abbastanza impressionante) lasciano il posto a un vuoto morale e a una casta di capibastone legati al territorio, ciascuno titolare di un proprio pacchetto di clienti e di voti. Sono questi uomini, mossi esclusivamente da interessi di piccolo cabotaggio contrabbandati per «spirito di servizio», a fare e disfare maggioranze e governi, inaugurando la pratica del trasformismo e utilizzando «la macchina del fango» per sbarazzarsi degli avversari.

Crispi viene estromesso dal collega Nicotera, che passa sotto banco a un giornale le prove della sua bigamia. Qualche anno dopo è Crispi che costringe alle dimissioni Giolitti con una serie di rivelazioni compromettenti sullo scandalo della Banca Romana. Scandalo da cui finirà triturato anche lui, quando salterà fuori che una delle sue numerose mogli ha uno scoperto milionario col medesimo istituto. E che dire del ministro degli Esteri Mancini, smanioso di invadere il Nord Africa per cercarvi «le chiavi del Mediterraneo», espressione vuota e perciò destinata a imperitura fortuna? Viene azzoppato da un gossip ottocentesco sulle sue avventure amorose, culminate nella strepitosa risposta del ministro alla moglie che lo ha sorpreso a letto con la cameriera: «Scusami, cara, al buio avevo creduto fossi tu». La cronaca rosa lascia presto il posto a quella nera e nel 1893 il marchese Notarbartolo è ucciso su un treno a coltellate per aver denunciato i maneggi di Palizzolo, deputato e compare dei «padrini», con il Banco di Sicilia: l’alba dello struscio fra «maffia» e politica.

Corsi e ricorsi, siamo tornati lì. Agli intrecci inconfessabili, ai voti comprati, alle carriere costruite sui ricatti e le raccomandazioni, alle cricche degli appalti pubblici e delle massonerie deviate, alle case regalate ai potenti a loro insaputa per ingraziarsene i favori. Una delle poche differenze fra l’Italia dei notabili e quella dei responsabili è che a quei tempi non esisteva la tv, per cui non si era costretti a vedere di continuo certe brutte facce, tastandone quotidianamente l’ignoranza, la volgarità e la precarietà della sintassi.

Come si esce da questo pantano? Allora il cambio di stagione coincise con l’irruzione nella vita pubblica delle masse popolari, cattolica e socialista, che peraltro produsse contraccolpi drammatici, sfociati nell’interventismo bellico e poi nel fascismo. Stavolta è lecito auspicarsi un passaggio più «soft». Ma sempre dal risveglio dei sudditi – cioè dalla loro trasformazione in cittadini – occorre partire. E se all’epoca dei notabili il riscatto degli italiani si realizzò con la conquista del diritto di voto, oggi passa inesorabilmente dalla sua riconquista. Infatti quel diritto inalienabile lo abbiamo svenduto da tempo, delegando a una casta senza ideali la gestione degli affari che ci riguardano e venendone giustamente ricompensati con una legge elettorale che ha tolto alle vittime persino la possibilità di scegliersi i propri carnefici.

da www.lastampa.it

«Un nuovo patriottismo», di Ernesto Galli Della Loggia

Il ruolo della Presidenza della Repubblica

L’anniversario dell’Unità ha messo in luce un cambiamento importante dell’Italia di questi anni: il patriottismo è diventato anche di sinistra (mi riferisco, com’è chiaro, a quella sinistra di ascendenza marxista da molto tempo maggioritaria nella sua area; non già all’altra, ultraminoritaria, di ascendenza repubblicana e democratica, che invece patriottica lo è sempre stata).

Naturalmente anche prima di oggi moltissimi italiani appartenenti alla sinistra suddetta hanno nutrito un forte sentimento della patria, e in moltissime occasioni lo hanno manifestato con le parole e coi fatti. Tuttavia mai prima d’ora il patriottismo era entrato nel bagaglio ideologico di tale sinistra, nel suo orizzonte emotivo e culturale. Addirittura per gran parte della Prima Repubblica quella sinistra, lo si ricorderà, di patrie non nascondeva di averne due (l’altra essendo, ahimé, l’Unione sovietica). Oggi, invece, le cose per fortuna appaiono (se non altro appaiono) ben diverse.

I motivi del cambiamento sono molti. Innanzi tutto il fatto che la tradizionale inquilina dello «spazio patriottico», e cioè la destra, intralciata politicamente dalla presenza della Lega, si è fatta stupidamente paralizzare dai suoi veti lasciando libero il campo che un tempo era tipicamente suo. Pur avendo i voti di tanti italiani che un reale e forte sentimento della patria lo hanno, eccome!, essa, tuttavia, non è riuscita a dare a tale sentimento dei suoi elettori alcuna efficace rappresentazione politica. È accaduto invece che, essendo la destra alleata politica di una forza così sguaiatamente «antitaliana» come per l’appunto la Lega, questo solo fatto abbia subito trasformato il patriottismo in un’arma efficace contro il governo e la maggioranza, e perciò assai appetibile da parte della sinistra. La quale così ha trovato anche un modo per riempire almeno in certa misura il vuoto prodotto nel suo bagaglio ideologico dalla fine del comunismo.

Si aggiunga un ultimo fatto decisivo. E cioè che da oltre una decina d’anni il patriottismo, insieme al culto della Costituzione, è ormai diventato l’ideologia ufficiale della presidenza della Repubblica. Ciò è accaduto in coincidenza con un andamento delle cose che ha fatto del presidente della Repubblica il vero dominus virtuale del sistema politico-istituzionale, determinando, di pari passo, anche una forte crescita simbolica della sua immagine. Si è trattato di un processo che, iniziato con Pertini, è divenuto – dopo i settennati molto divisivi di Cossiga e Scalfaro – sempre più pronunciato con la presidenza di Ciampi e di Napolitano. Il progressivo discredito della politica, la sua rissosità inconcludente, la sua perdita di orizzonte ideale, insieme alla pochezza del personale di governo hanno avuto il risultato di esaltare sempre di più, per contrasto, la figura politica sì, ma istituzionalmente super partes e circondata di un apparato cerimoniale intrinsecamente nobilitante, del capo dello Stato. In breve, questi è diventato l’unico protagonista della scena ufficiale capace (perché credibile) di un discorso pubblico «alto», il solo in grado di parlare al Paese del suo passato e del suo futuro. Facendo uso, naturalmente, di toni e contenuti patriottici: gli unici consentiti dalla specificità del pur grande potere presidenziale.

Ma sia Ciampi che Napolitano non venivano dal nulla. Venivano entrambi da un retroterra ideologico di sinistra, sia pure di due sinistre diverse. La loro biografia personale e il prestigio del loro ruolo hanno avuto dunque l’effetto ovvio di accelerare ancora di più la corsa al patriottismo di una sinistra orfana di tanti ismi ormai annientati dalla storia.

da www.corriere.it

«Giappone, cresce l'allarme nucleare»

Il livello di crisi dell’impianto di Fukushima potrebbe salire

L’Agenzia nipponica per la sicurezza nucleare ha indicato oggi che potrebbe rialzare la valutazione della crisi dell’impianto di Fukushima n.1, colpito duramente dal sisma/tsunami dell’11 marzo, a livello 6 (“o grave incidente”), dopo la raccolta di dati sui livelli di radiazione nelle regioni limitrofe. Lo indicano i media nipponici. L’Agenzia (Nisa) ha assegnato un rating provvisorio di 5 (“incidente con più ampie conseguenze”) lo scorso 18 marzo, a una settimana dal devastante sisma di magnitudo 9 che ha generato un potentissimo tsunami che ha messo fuori uso l’impianto di raffreddamento della centrale e causato gravi danni ad alcuni dei suoi reattori.

«Il rating attuale e provvisorio si basa sulle informazioni disponibili al momento della valutazione», ha spiegato Hidehiko Nishiyama, portavoce dell’Agenzia, in una conferenza stampa. «La situazione rimane fluida e per la valutazione finale è necessario attendere che la situazione si stabilizzi e che tutti i dati sulle radiazioni diventino disponibili», ha concluso. I giudizi sulla gravità degli incidenti nucleari sono emessi secondo la International Nuclear and Radiological Event Scale (Ines), una scala introdotta dell’Agenzia internazionale dell’ energia atomica (Aiea, che fa capo all’Onu), per consentire la comunicazione tempestiva delle informazioni rilevanti sulla sicurezza in caso di incidenti nucleari.

La Ines si compone di 7 livelli: finora quello più grave, il settimo, è stato assegnato al disastro di Cernobyl del 26 aprile del 1986. Intanto un operatore dell’impianto ha lanciato questa mattina un nuovo allarme: «Il recipiente che contiene le barre di combustibile del reattore n. 3 della centrale nucleare giapponese di Fukushima potrebbe essere danneggiato».

da www.lastampa.it

«Surplace democratica», di Rudy Francesco Calvo

Il Nazareno si unisce e cementa l’asse con i terzopolisti.
Di fronte a un paese che «nella sostanza non ha un governo», inevitabilmente «aumentano le responsabilità del Pd». Su questa linea Pier Luigi Bersani si presenterà lunedì alla direzione del partito, in uno dei momenti più favorevoli della sua segreteria. I numeri restano incerti, anche se un’inversione di tendenza nei sondaggi c’è stata. Non sarà facile nemmeno incassare l’atteggiamento responsabile (e unitario) dimostrato in parlamento sull’intervento militare in Libia, visto che proprio su questo tema l’opinione pubblica si dimostra molto tiepida. Anche per questo, Bersani continua a ribadire la necessità di «restare nel solco della risoluzione già adottata», senza arrivare a un intervento di terra e lasciando spazio appena possibile a un’azione diplomatica.
Il segretario continua a insistere insomma sull’immagine del «partito di governo temporaneamente all’opposizione» e, almeno fino alle elezioni amministrative di maggio, la minoranza non dovrebbe sollevare troppo i toni. Difficilmente lo farà lunedì, anche perché appena una settimana dopo Movimento democratico si ritroverà a Roma per un incontro nazionale, nel quale si proverà «a dare un respiro più ampio alla proposta del partito – spiega un deputato – mentre questo Pd sembra sempre troppo legato alla stretta attualità, non riesce a imporre un’agenda diversa al paese».
A tenere banco nella discussione interna saranno anche, inevitabilmente, gli ultimi annunciati addii al partito, dal consigliere veneto (ed ex componente della segreteria veltroniana) Andrea Causin all’europarlamentare Gianluca Susta. MoDem avverte Bersani di non lasciarsi illudere dalla lieve crescita nei sondaggi: «È normale in una fase in cui sia Fini che Vendola appaiono indeboliti – spiega un esponente di primo piano della minoranza – ma non riusciamo ancora a intercettare i voti in uscita dal Pdl». Il problema di una linea ritenuta debole, insomma, c’è e verrà posto subito dopo il passaggio elettorale. «Dopo le amministrative – getta l’amo Paolo Gentiloni – è chiaro che si parlerà del congresso, ma serve anche un candidato segretario ». Che, per il momento, non c’è. La conferenza nazionale di metà mandato, prevista per l’autunno, servirà a Bersani per fare il punto sulle questioni interne. «Allora – riflettono a voce alta al Nazareno – probabilmente si riparlerà già di elezioni politiche e, con questa legge elettorale, nessuno vorrà creare problemi alla vigilia della compilazione delle liste».
Oggi, intanto, inizia a Cortona il quarto seminario di Area democratica, con ospite d’eccezione proprio il segretario. «Non siamo diventati bersaniani – ci tiene a chiarire Marina Sereni – siamo un’area con un suo profilo e un’identità e siccome consideriamo il Pd un approdo definitivo e irreversibile siamo molto esigenti». Domenica, nelle sue conclusioni, Dario Franceschini ribadirà la necessità di un’alleanza ampia per superare il berlusconismo, con un’attenzione particolare rivolta verso il Terzo polo. La mozione unitaria di tutte le opposizioni approvata ieri alla camera sulla Libia, con il voto quasi unanime dell’aula di Montecitorio, è considerato un ulteriore segnale della bontà di questa linea, nonché della sua praticabilità.
E oggi, a confrontarsi con Franceschini proprio sul post-Berlusconi, ci saranno Pier Ferdinando Casini e Fausto Bertinotti. «Non si può continuare a dire che siamo un partito che perde pezzi e non ha una linea – afferma Ettore Rosato, deputato molto vicino al capogruppo – chi semina pessimismo per provare a trarne vantaggio non fa il bene del Pd».

www.partitodemocratico.it

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TRE SFIDE PER CAMBIARE IL PAESE

Come ridare speranza ad un’Italia impaurita? Una cosa è certa: le responsabilità che il Pd si deve assumere sono grandi. Se ne parla oggi all’incontro di Area democratica. L’incontro di Area Democratica a Cortona si svolge in un quadro internazionale quanto
mai difficile, segnato dalla tragedia del Giappone e dalla crisi della Libia drammaticamente complessa. Una crisi davanti alla quale questo esecutivo ha dimostrato, ancora una volta la sua inconsistenza, dividendo il Parlamento e il Paese con una mozione di maggioranza. Per discutere non soltanto tra noi abbiamo scelto per questa quarta edizione una formula più aperta con contributi di personalità di altre forze politiche e numerose competenze esterne. A tre mesi dal 14 dicembre, quando per due voti il governo Berlusconi ebbe la fiducia alla Camera, la legislatura sembra dunque destinata a proseguire con una maggioranza abborracciata legata soltanto alla concessione di incarichi. Da ministro in giù, indagati o no, non importa. La situazione economica e sociale resta durissima e ci attendono altre manovre finanziarie molto severe, la riforma «epocale» della giustizia resta soltanto una strategia per salvare il premier, i piani dalla casa al Sud, al fisco, sono soltanto annunci…
E il Pd? Noi abbiamo una grande responsabilità: ridare speranza a un Paese impaurito, rendere credibile l’apertura diuna stagionenuova di crescita, di eguaglianza, di coesione. La straordinaria partecipazione popolare alle celebrazioni del 150° anniversario dell’ Unità d’Italia, di cui dobbiamo ringraziare il Presidente Napolitano, ha dimostrato che c’è un Paese che ci crede, che vuole sentirsi unito e guardare con fiducia al futuro. Tre ci sembrano i terreni sui quali il Partito Democratico deve muoversi. Il primo è il «progetto per l’Italia»: abbiamo tenuto tre assemblee nazionali sui principali temi programmatici, ne sono scaturiti documenti e idee, ora si tratta di indicare le priorità. Nel nostro precedente incontro a Cortona, Franceschini nell’introduzione e Fassino nelle conclusioni, si soffermarono su alcune parole: regole, merito, mobilità sociale. Erano i giorni della sfida di Marchionne e noi dicemmo che un partito riformista, proprio per difendere le ragioni dei più deboli, proprio per dare opportunità ai giovani e alle donne di questo
Paese, deve avere il coraggio dell’innovazione, deve saper guardare al mondo con occhiali nuovi. Quel ragionamento è ancora del tutto attuale.
Il Piano Nazionale di Riforme che l’Europa ci chiede è il primo banco di prova per un’opposizione che voglia smentire l’assunto, su cui concretamente si è sin qui fondata l’azione di Tremonti, secondo cui rigore finanziario e crescita non possono stare insieme. Le proposte avanzate dal Pdalle parti sociali sono una buona base di partenza, ma debbono essere selezionate per poter diventare – come è stato in anni altrettanto difficili con i governi Amato, Ciampi e Prodi – la missione condivisa su cui il Paese si rimette in movimento. Il secondo terreno è quello delle alleanze: poiché il voto non sembra più imminente il dialogo tra progressisti e moderati è tramontato? Noi crediamo di no, perché l’eccezionalità di Berlusconi – di cui ci parla Silvio forever, il film di Faenza realizzato da Stella e Rizzo che proietteremo nella serata di sabato – è al tempo stesso specchio e alimento delle debolezze e dei vizi di questo nostro Paese. L’uscita dal berlusconismo richiederà uno scatto collettivo, renderà necessaria un’opera di ricostruzione, per dare all’Italia le condizioni diun bipolarismo normale, in cui anche forze collocate in campi diversi si riconoscono nelle stesse regole e condividono valori comuni. Cominciamo dal lavoro comune in Parlamento: ieri, con la mozione sulla Libia l’abbiamo fatto. Il terzo terreno, non meno importante dei primi due, è quello del partito. Per motivare l’elettorato di centrosinistra, dialogare con il mondo dei lavori e delle imprese, mobilitare le risorse della società civile abbiamo bisogno di un partito organizzato e aperto, capace di attivare un contatto diretto e personale con gli
elettori, di utilizzare davvero i nuovi strumenti che la rete mette a disposizione. Serve un partito che non sia solo di eletti. In fondo il grande successo delle primarie a Torino, al netto delle criticità che pure abbiamo dovuto registrare in altre situazioni, ci dice che c’è una grande voglia di partecipazione, che sta a noi regolare, cogliere e valorizzare. Serve un partito pluralista in cui si discute, in cui tutti ci si sente pienamente a casa propria perché non c’è una storia superiore ad un’altra. In un partito che sa coniugare pluralismo e unità c’è anche la capacità di far avanzare una nuova generazione di dirigenti senza che questo avvenga, o venga minacciato, come fenomeno di disgregazione del tutto disancorato dai contenuti politici. Per noi l’approdo al Pd è irreversibile, ed è per questo che siamo esigenti, che non vogliamo perdere di vista l’ambizione del progetto originario, quell’idea di grande partito progressista moderno, pluralista, che ha spinto tanti di noi a lasciare vecchie appartenenze e tanti altri a scegliere, magari per la prima volta nella loro vita, di aderire a un partito. Ci aiuteranno nella riflessione docenti universitari (Renzo Guolo, Paolo Bellucci, Paolo Segatti, Cristiano Vezzoni), i nostri sindaci (Michele
Emiliano, Graziano Del Rio, Giuseppe Fanfani).
Ne discuteremo insieme ai dirigenti del nostro partito da Dario Franceschini a Piero Fassino al segretario Pierluigi Bersani, ma anche con Fausto Bertinotti, Pierferdinando Casini, il ministro Roberto Maroni. Saranno per tre giorni interessanti, densi, utili. Speriamo non soltanto per noi.

L’Unità 25.03.11

"Gli ir-Responsabili famelici: «Urge ddl per nuove poltrone»", di C. Fusani e N. Lombardo

«Io mi accontento di due settimane alle Maldive», dice il capogruppo Sardelli al premier. Ma gli altri no: vogliono poltrone, sottosegretariati, ministeri. Berlusconi deve fare in fretta, prima del voto su Ruby.
«I desideri di Scilipoti, Razzi, D’Anna, Pionati, Siliquini, Polidori… Sa alla fine cosahoscritto al Presidente? Luciano Sardelli, capogruppo pro tempore di Iniziativa responsabile, desidera due settimane di vacanze alle Maldive ». Pare che il premier abbia sorriso. Un po’ meno alla lettura delle pretese degli altri. Il fatto è che «’sti responsabili sono famelici» ammette uno di loro.
Martedì la «terza gamba» della maggioranza batterà cassa con Berlusconi.
Tra i capannelli dei Responsabili, cinque gruppi in uno, c’è chi al telefono dice: «Devi pazientare ancora un po’mapoi si va a dama, tranquillo, stasera torno là e ci parlo io…”».
Per capire quanto siamo irrequieti gli «IR», diciamo gli «Ir-responsabili» che tengono Silvio sotto scacco (il più agitato è Francesco Pionati) bisogna considerare la cena di mercoledì a palazzo Grazioli. E l’esordio del neo ministro Saverio Romanoieri mattina in Transatlantico.
Una nomina difficile quella di Romano, che il premier ha voluto festeggiare invitando a cena i Responsabili.
Menù tricolore, ospite Maria Rosaria Rossi (l’organizzattice delle feste a Tor Crescenza finita nelle intercettazioni), tre cantanti tra cui una «bella ragazza che ha detto che ci avrebbe insegnato il Bunga Bunga. Ma scherzava…» racconta uno dei presenti. Un pianista (non Apicella) ha suonato il repertorio riadattato in versione anti-Fini: il Se mi lasci non vale di Julio Iglesias e Montecarlo di Johnny Dorelli.
Secondo alcuni Berlusconi «ha cantato», secondo Sardelli «no, però era in ottima forma, il peggio sembra passato». Piatto forte della serata, «la politica», le foto ricordo con Gheddafi, i dubbi del premier sui «ribelli» libici.
Irrompe a Palazzo Grazioli Vittorio Sgarbi con fidanzata, un’amica e tre uomini. Se ci fosse modo di avere una poltroncina da sottosegretario ai Beni culturali… Barzellette a go go: «Silvio, finamente sei tornato un uomo libero», senza Veronica, quindi, insinua il critico, «se la Grotta Azzurra è libera ci puoi tornare….».
Il premier aveva già ricevuto in una mail di Sardelli la lista dei desideri. La regola del gioco è: «Premiare chi ha scelto la maggioranza fin dal 14 dicembre, giorno della fiducia, e chi ha un minimo di competenza». Catia Polidori, ad esempio, l’ex finiana umbra con «60mila imprenditori» al seguito.
E poi i tempi: «Il presidente ha spiegato che il rimpasto avverrà in più fasi: Romano che era scontato; tra una decina di giorni altre quattro nomine; più avanti, la fase tre, le altre dieci poltrone che restano». Rimpasti a tempo con gli appuntamenti alla Camera. La parola d’ordine è: non scontentare nessuno per tenere il voto compatto la prossima settimana quando l’aula di Montecitorio dovrà votare la prescrizione breve e il conflitto di attribuzione tra poteri del caso Ruby. Spiega uno degli invitati alla cena: «Il Presidente è stato chiaro: a noi tocca il posto da viceministro allo Sviluppo economico per Massimo Calearo e poi tre sottosegretari, Cesario, Belcastro e Pionati».Mai conti non tornano: scalpitano Siliquini e Polidori, per non parlare di Razzi e Scilipoti e Catone. Braccio di ferro tra Misiti (sottosegretario alla Protezione civile?) e Belcastro.
Troppe pretese e troppi pochi posti disponibili, in attesa ci sono le donne del Pdl e pure la Lega. «Non c’è problema, ieri sera il Presidente ci ha detto che farà un ddl per ampliare per legge il numero dei sottosegretari».
Scilipoti non ci crede, Razzi e Grassano neanche a chiederlo. Ieri mattina mentre Romano già magnifica in Transatlantico del “suo” ministero all’Agricoltura («da Cavour in poi, è stato il collante dell’unità d’Italia»), Scilipoti lo pizzica: «Ti ho chiamato due volte, non rispondi, hai già cambiato numero?».Romanose lo prende sotto braccio. Scilipoti detto “mina vagante”, ha avuto l’incarico di organizzare il Congresso del partito. A Messina. Ma non gli basta. Va tenuto sotto controllo, Scilipoti, «al guinzaglio».

da l’Unità

«Ma non dovevano essere 330?», di Mario Lavia

Sono stati 300, non tanto giovani e meno che mai forti.
Dov’è il tanto strombazzato allargamento della maggioranza? Non si è visto. Nemmeno su una questione come l’intervento Onu in Libia sulla quale si poteva benissimo costruire una convergenza ampia. Altro che quota 330, solo per sette voti di scarto la maggioranza ha retto. Sette deputati giunti trafelati al loro scranno giusto in tempo per schiacciare il bottone giusto, altrimenti staremmo qui a parlare di un serissimo problema di governo.
Questi sarebbero persino capaci di andare in crisi mentre i soldati italiani sono impegnati nella missione Onu. Dalla due giorni parlamentare sulla Libia esce un bilancio di facile lettura: il ricostruito asse Pdl-Lega-Responsabili, cementato con la colla del potere (caso Romano) e quella dei diktat (Lega), continua a mostrare la corda in una Montecitorio da cui il premier si tiene alla larga, dove Fini si consente di non stigmatizzare un duro epiteto di Di Pietro a Frattini, dove l’intesa Pd-Terzo polo viene ogni volta oliata anche grazie ad una ritrovata sintonia all’interno del Pd.
Semmai ci si dovrebbe interrogare su un crescente disagio dei radicali, bisognerebbe occuparsene. Se questo è il quadro, domandarsi se e per quanto tempo la situazione potrà reggere non è propaganda. Perché non è difficile prevedere che i Romano e gli Scilipoti di turno, o gli scajoliani, o gli ex An, o i forzisti della prima ora, o i tremontiani, o i ciellini del Pdl, o (udite udite la novità di ieri) i “popolari europei” dei forzisti piemontesi, per non dire dei leghisti, di volta in volta alzeranno la posta. Due giorni fa è bastata la nomina di un ministro impigliato in vicende che la magistratura chiarirà, domani potrebbe essere uno stanziamento, un posto di sottogoverno, una leggina ad hoc, una nomina. E l’uomo che sta a capotavola dovrà di volta in volta abbassare la testa e mettere mano al (metaforico?) portafogli. Due anni così, per favore, no.

da www.europaquotidiano.it

«Gli imprenditori della paura», di Gad Lerner

Turbati da una rivoluzione araba che sovverte la loro visione del mondo, alcuni ministri italiani si sono trasformati in profeti di sventura. E subito i giornali governativi hanno cominciato a suonare le campane a morto.
Mentre Frattini sparava cifre a casaccio su «un´invasione di 300 mila profughi», La Russa e Maroni abusavano dei sacri testi per evocare un “Esodo biblico”, giungendo martedì scorso a fantasticare di “Tsunami umano”.
Rileggere in sequenza i titoloni di prima pagina de La Padania aiuta a comprendere lo stato d´animo di costernazione con cui i nostri governanti vivono questi cambiamenti storici, percepiti nel resto d´Europa come rischiosi, certo, ma potenzialmente benefici. “Maroni: stop all´invasione” (11 febbraio). “Travolti dall´orda. E l´Ue dorme. Crisi senza precedenti, un altro Muro di Berlino. Respingimenti impossibili senza la collaborazione della Tunisia. Sempre più elevato il rischio infiltrazioni di Al Qaeda” (15 febbraio). “Maroni: Libia, pericolo Al Qaeda” (25 febbraio). “Maroni: l´argine sta crollando” (8 marzo).
Mai in passato un responsabile dell´ordine pubblico si era così prodigato nel seminare il panico; sposando acriticamente la propaganda di Gheddafi: sia quando accusa gli insorti di essere terroristi, sia quando minaccia l´assalto dei profughi alle coste europee.
Ma è il governo nel suo insieme a incaricarsi di una mera funzione di contenimento, ignorando le opportunità storiche che i rivolgimenti in corso sulla sponda sud del Mediterraneo potrebbero riservare a un paese come il nostro, afflitto da invecchiamento demografico e crescita rallentata. Nei secoli l´Italia ha sempre conosciuto la prosperità collegandosi allo sviluppo armonico del Nordafrica e del Levante. Mentre ha patito i contraccolpi delle fasi storiche in cui i nostri vicini meridionali sono arretrati.
Dare per scontato che la rivolta giovanile in corso nel mondo arabo debba sfociare necessariamente in oscurantismo e spinta migratoria, alimenta nella nostra sfiduciata classe dirigente una coazione a ripetere. Eccola, allora, protesa nervosamente nel vano tentativo di ricostruire in fretta e furia un´altra diga. Non a caso Berlusconi ancora oggi rivendica come “capolavoro politico” il Trattato d´amicizia italo-libico firmato a Bengasi il 10 agosto 2008 e già miseramente fallito.
L´esito inglorioso della partnership con Gheddafi, costosa e moralmente discutibile, sembra non averci insegnato nulla. Davvero pensiamo che in futuro potremo cavarcela finanziando profumatamente altri gendarmi che sorveglino le coste e garantiscano l´approvvigionamento energetico?
L´ideologia leghista evidenzia oggi tutto il suo anacronismo. Pare quasi che Maroni viva con dispetto le aspirazioni di libertà diffuse nel mondo arabo e attenda che la “rivoluzione dei gelsomini” ceda il passo ai kamikaze, più congeniali alla sua politica allarmista. Come un disco rotto, sa ripetere soltanto le solite parole magiche, “clandestini” e “terroristi”, per mantenere l´opinione pubblica italiana prigioniera della paura. E se invece l´Eurabia preconizzata come un incubo da Oriana Fallaci si rivelasse in futuro un amalgama ben diverso, fondato su società aperte? Se l´”infelicità araba” narrata dal martire della democrazia libanese Samir Kassir come compiacimento vittimistico egemonizzato dall´integralismo, cedesse spazio alla speranza di una nuova, amichevole “felicità araba”?
Tale eventualità viene liquidata con sarcasmo dal nuovo pacifismo di destra all´italiana, animato peraltro dagli ex guerrafondai nostalgici di Bush. Le sue connotazioni prevalenti sono l´isolazionismo e il vittimismo. Nega la potenzialità di un´azione internazionale concertata a sostegno delle rivolte popolari. E s´inviperisce contro il protagonismo di Sarkozy accusandolo di volerci sottrarre zone d´influenza neocoloniali. “A loro il petrolio, a noi i clandestini” è il titolo demagogico di Libero che meglio sintetizza questo istinto di autocommiserazione.
L´unico impegno con cui il governo di centrodestra si presenta di fronte ai cittadini italiani è quello a sollecitare l´Unione europea nel respingimento dei profughi e nella loro ripartizione fra gli Stati membri. Peccato che il famoso “Esodo biblico”, lo “Tsunami umano”, finora abbia provocato l´intasamento della sola minuscola isola di Lampedusa, senza assumere le proporzioni di un´emergenza paragonabile agli effetti delle guerre balcaniche. Ma non importa: gli imprenditori politici della paura riuscirono a moltiplicare per dieci o per cento anche il “pericolo rom”, figuriamoci se non approfitteranno dell´esigua minoranza di fuggiaschi che anziché espatriare in Tunisia e in Egitto (dove ne arrivano davvero molti) raggiungono le coste italiane. Per loro già si prepara il trattamento di sempre: “A casa i finti profughi” (Il Giornale). Condito con quel di più di cinismo in cui per primo si distingue il governatore veneto Luca Zaia: «Questi non sono disperati, hanno soldi e abiti griffati».
È chiaro che questo governo anacronistico, trascinato controvoglia in un conflitto dal cui esito felice si sentirebbe minacciato, confida sulla repressione della rivolta araba. Ma l´interesse nazionale dell´Italia va in direzione opposta. I reazionari, orfani dei dittatori-amici, stavolta sono asserragliati sulla sponda nord.

da la Repubblica