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"Tagli nella scuola. Emilia Romagna 881 cattedre in meno", di Claudio Visani

Meno 881 insegnanti. L’incontro tra sindacati e Ufficio scolastico conferma i pesanti tagli al personale mentre crescono gli iscritti e gli alunni per classe salgono a 21,93. La Cgil si mobilita: «È in gioco il futuro». La Regione chiede vertice con la Gelmini

La situazione è drammatica. Con questo livello di tagli non si può resistere. Soprattutto in una regione come la nostra dove non c’è un modello di “scuola minima”, ma un’offerta tradizionalmente ricca: il tempo pieno, il sostegno a chi è in difficoltà, l’inglese, i laboratori. Non è più una questione sindacale, è il sistema scuola di questa regione che è messo in discussione. Se non si modifica la situazione, avremo un impoverimento sostanziale dell’offerta formativa, del tempo e delle condizioni scolastiche per i nostri ragazzi, a cui si aggiungerà il disagio sociale delle loro famiglie causa riduzione delle opportunità e dei servizi». Quello di Raffaella Morsia, segretaria regionale della Flc-Cgil dell’Emilia- Romagna, ieri al termine dell’incontro con l’Ufficio scolastico regionale sul taglio di 881 insegnanti previsto dal Ministero per l’anno prossimo, non è solo un preoccupante grido d’allarme. È l’invito esplicito a tutti gli attori interessati (mondo scolastico, enti locali, regione, politica, società) a mobilitarsi seriamente e in fretta, perchè questa volta si rischia davvero un arretramento irreversibile, ed «è in gioco il futuro». Le previsione sono impietose. Alla riduzione drastica degli organici (meno881 docenti emeno606 assistenti) si contrappone l’aumento considerevole degli studenti nei vari ordini di scuole (34.879, più 8,14% nel quinquennio2007-2012). Morale. «Se non cambieranno le cose -spiega Morsia – le classi scoppieranno (media di 21,93 alunni l’anno prossimo), per la prima volta si supererà in Emilia- Romagna la media nazionale (che sarà di 20,97), ci sarà una riduzione del tempo scuola, non si potranno più rispettare i diritti dei disabili, salteranno i laboratori e l’inglese ». Una situazione insostenibile, che finirebbe per pregiudicare anche il rispetto delle regole e dei criteri che sottendono da sempre la formazione delle classi (sicurezza, antincendio, sostegno ai disabili, parametri per i differenti ordini di scuola). «Basterebbe rispettare quelle norme che avremmo 440 classi in più alle elentari e 285 in più alle medie, con conseguente adeguamento degli organici », dice Morsia. Senza contare la riduzione del personale e il licenziamento in massa dei precari (nell’ultimo triennio la perdita dei posti di lavoro salirebbe a quota 6.000, «come se sparisse una grande azienda» è stato detto). Come uscirne? Ieri all’incontro con i sindacati erano presenti il dirigente facente funzioni Stefano Versari e la responsabile del personale Maria Luisa Altomonte. Versari, in particolare, ha riconosciuto la situazione di oggettiva difficoltà della scuola emiliamo-romagnola e si è impegnato a rappresentarla al Ministero e a chiedere una dotazione organica aggiuntiva. Davanti alle telecamere della Rai ha parlato di «clima collaborativo» con i sindacati e ha detto, in sostanza, che la partita è solo all’inizio. La Cgil scuola, dal canto suo, si sta già muovendo, sta lavorando per avere un incontro al Ministero e sta mettendo in campo una serie di iniziative di informazione e di lotta sul territorio, propedeutiche anche allo sciopero generale proclamato per il 6 maggio. Soprattutto, si è già mosso il governatore della Regione, Vasco Errani, che ha scritto una lettera al ministro Gelmini chiedendo un incontro urgente e sta aspettando la risposta. «La partita è politica – dice l’assessore regionale Patrizio Bianchi – il governo deve dire quali scelte intende fare sulla scuola anche alla luce del federalismo regionale. E deve dare una risposta alle esigenze di questa regione. Noi abbiamo un trend di crescita costante degli studenti, il taglio lineare del 10% agli organici in tutte le regioni a prescindere da questo dato non ha senso. Sarebbe devastante per il nostro modello di scuola e per la sua qualità. Non voglio neanche immaginare che il governo non dia una risposta e chieda a noi di surrogare a mancanze e tagli».

da l’Unità

«Sulla pelle di Lampedusa», di Federico Geremicca

Fotogrammi che fanno il giro del mondo. Immortalano centinaia di uomini accampati con tende e fuochi su una collina come fossero apaches; fermano l’immagine di decine e decine di ragazzini tunisini che dormono per terra avvolti in giacche a vento e teli.

Fotografano l’isola di Lampedusa ridotta a pattumiera, migliaia di buste di plastica portate via dal vento, puzza ed escrementi ovunque, l’odore acre della creolina nei luoghi pubblici trasformati in dormitori. Tv francesi, tedesche, americane, canadesi… I cameramen si fregano le mani: come per Napoli e la monnezza. Non è una gran figura, a volerla dire con qualche ottimismo. E nei tinelli e nei salotti di Lione o di Los Angeles qualcuno, certo, si starà chiedendo com’è possibile che un civilissimo Paese occidentale, la settima od ottava potenza del mondo, una comunità di sessanta milioni di persone, insomma, non riesca ad accogliere (in maniera cristiana, verrebbe da dire…) poche migliaia di migranti. Se lo chiedono in mezza Europa. E forse sarebbe ora di cominciare a chiederselo anche da noi.

Dopo settimane e settimane di fatica e di obbedienza, se lo è chiesto – per esempio – Dino De Rubeis, sindaco dell’isola. E si è risposto. «Contro di noi c’è una strategia malefica», dice alla fine di una burrascosa assemblea con le mamme di Lampedusa: che si conclude con la decisione di chiudere a tempo indeterminato tutte le scuole dell’isola. «La tragedia di Lampedusa – continua – più grande è e meglio è. Serve a chiedere i soldi all’Europa. E magari a prendere un poco di voti al Nord perché, potranno dire, vedete che i tunisini li teniamo tutti a Lampedusa e al Sud?».

Di fronte a quel che accade qui ormai da settimane – i grovigli umani, i ragazzini tunisini con gli occhi sbarrati, la sporcizia, i rischi di infezione – e considerato il Paese in cui questo accade, non ci sono che due possibilità: o quel Paese è in mano a un governo di uomini inetti, oppure a un governo di cinici politicanti. Il sindaco di Lampedusa opta per la seconda delle due possibilità. Ed è difficile dargli torto. La tesi è: c’è una drammatizzazione dell’emergenza, un tanto peggio tanto meglio dal quale trarre tragica forza nel contenzioso con l’Europa e magari anche qualche vantaggio interno, sfruttando le immagini infernali di Lampedusa per passare alla linea dura, rimpatri, respingimenti e indiscriminate dichiarazioni di clandestinità. Solo che questa «strategia malefica» del tanto peggio tanto meglio – difficile da contestare di fronte a quel che si vede qui – si gioca tutta intera sulla pelle di Lampedusa. Che ieri, infatti, ha vissuto tre rivolte. Quella del pane, quella delle mamme e quella dei ragazzini arrivati dalla Tunisia.

La prima è divampata alle due del pomeriggio, quando sulla banchina della stazione marittima è arrivato il camion con il cibo per i migranti: pareva uno dei mezzi della nettezza urbana e aveva due ore di ritardo. Momenti di tensione, cibo rifiutato, urla, centinaia di tunisini che vengono giù dalla collina su cui sono accampati. Tre ore prima era stata la volta delle mamme: se vogliono la tragedia allora noi di tragedie ne vogliamo due, e poi vediamo che succede. Non intendono più mandare i bambini a scuola per le condizioni igieniche dell’isola e perché hanno paura. Propongono: chiudiamo le scuole, drammatizziamo. Il sindaco accetta. E poco dopo, tocca ai ragazzini tunisini stipati nei tre stanzoni dei locali puzzolenti della riserva marina: rifiutano il cibo perché è indecente. Guardiamo in una delle buste: fagioli bolliti di un colore indefinibile. Uno dei ragazzini si taglia le vene dei polsi perché non vuole più stare qui: è soccorso e medicato.

Nei bar dell’isola le tv trasmettono le immagini dei ministri Maroni e Frattini volati in Tunisia per cercare di convincere le nuove autorità di quel Paese ad arginare le partenze via mare. Stringono un accordo, sperano che sia rispettato: ma non si capisce quanto ci credano. Il fatto, forse, è che non si può puntare sempre sulla politica del piattino in mano: chiedere all’Europa che gli immigrati siano equamente spartiti tra i Paesi membri, e sentirsi rispondere – ovviamente – che una cosa così non si è mai vista; chiedere ai tunisini – che hanno ben altri problemi, a cominciare dalla pressione alle frontiere di terra – di fermare le partenze, sentendosi rispondere forse, e sapendo che per le autorità di quel Paese più gente va via e meglio è. Bisognerebbe metterci del proprio. Come ha tentato di fare ieri la nave San Marco.

Tonnellate di acciaio arrivate alle nove della mattina per portar via 500 migranti: e rimaste lì, alla fonda, fino a sera (e i tunisini, naturalmente, sulla banchina prima al sole e poi al freddo). Dal Viminale non sapevano dirle verso quale porto fare rotta. Tutti i centri di accoglienza sarebbero pieni. Alle sette della sera, infine, l’ordine: imbarcateli e portateli a Taranto. Tutti in una tendopoli dalle parti di Manduria. Che non sarà la Sicilia, certo, ma sempre Sud è…

da www.lastampa.it

Carpi (mo) – Presidio contro la violenza alle donne e contro il "femminicidio"

Le Associazioni femminili di Carpi UDI, CIF, Commissione Pari Opportunità dell’Unione Terre D’Argine, VivereDonna Onlus, dopo l’ultimo esecrabile atto di “femminicidio” accaduto tra le mura domestiche partecipano con grande tristezza al dolore della famiglia di Pina Esprimono solidarietà e preoccupazione per il futuro di tante giovani donne che frequentemente vengono offese e violate nel loro diritto a vivere come persone. Le Associazioni organizzano un presidio sabato 26 marzo 2010 e domenica 27 marzo davanti al Municipio di Carpi dalle 16 e 30 alle 18 e 30 contro il “femminicidio”. Chiedono a Enti, organizzazioni e alle cittadine e ai cittadini di aderire all’appello contro la violenza alle donne e di partecipare ai presidi.
Il Pd di Carpi ha aderito alla iniziativa.

«Romano? Toccato il punto più basso della Repubblica», di Simone Collini

«La nomina di Saverio Romano è uno dei punti più bassi della storia della Repubblica, fino al punto da dover indurre il Quirinale a obiettare». Pier Luigi Bersani si guarda bene dal preannunciare quella che lui stesso definisce «l’ora X», cioè il momento della caduta di Berlusconi. Ma il leader del Pd è convinto che
rispetto alla vigilia del 14 dicembre, quando il governo si salvò dal voto di fiducia grazie ai cosiddetti Responsabili, e poi rispetto alla vigilia di un controverso rimpasto, il governo sia solo apparentemente più forte. «La verità è che la credibilità dell’esecutivo è diminuita in queste settimane, la percezione del fatto che il Paese non ha un governo è via via aumentata. Berlusconi, piuttosto che impegnarsi sui grandi temiinternazionali e sociali fa un rimpasto faticoso, difficile e che non porterà niente in quanto a stabilità di un governo è evidentemente impotente di fronte ai problemi». Bersani parla a Cortona, dove Area democratica ha
organizzato un convegno diverso rispetto a quelli tenuti sempre qui negli scorsi anni. La prima novità è proprio l’invito a partecipare al leader del Pd, col quale Dario Franceschini ha consolidato un asse interno che sarà ancora più evidente alla Direzione di dopodomani, nel caso Walter Veltroni e gli altri
di Movimento democratico contestassero la strategia della cosiddetta «alleanza costituente» aperta al Terzo polo e chiedessero effettivamente (come ha fatto l’altro giorno Paolo Gentiloni) un congresso dopo le amministrative. L’altra novità è l’invito a partecipare anche a personalità esterne al Pd, a cominciare da Pier Ferdinando Casini. E dagli interventi emerge non solo che l’opposizione continuerà a fare fronte comune in Parlamento, ma anche che l’ipotesi dell’alleanza costituente tra progressisti e moderati è tutt’altro che archiviata. Casini sta bene attento a non scoprirsi troppo in questa fase, maè significativo che di fronte a questa platea apra a un’intesa finalizzata «alla ricostruzione del Paese, sul modello degli anni ’50». Sembra quasi rispolverare le antiche “convergenze parallele”, il leader dell’Udc, quando dice che «il nostro
compito, da posizioni diverse, è di far emergere una posizione comune, perché oggi il Paese va governato fuori dagli schemi tradizionali». Parole caute («bisogna fare unpasso alla volta», dice lui stesso) ma che suonano alle orecchie dei dirigenti Pd come la conferma che l’alleanza con i centristi nel post-Berlusconi non è una chimera.
Franceschini lo dice con una battuta (“la prima volta alleati con noi, poi vedremo”), ma il ragionamento
che fa è serio, e ruota tutto attorno al fatto che una volta archiviato il berlusconismo «non potrà una parte sola togliere di mezzo i cumuli di macerie prodotti in questi anni e ricostruire le regole, il senso dello Stato,
della legalità»: «Servirà un arco di forze il più ampio possibile, forze che sono state anche avversarie, e che poi potranno tornare ad esserlo». Bersani, che lunedì dovrà affrontare in Direzione la minoranza interna
pronta a chiedere un cambio di linea sulla strategia delle alleanze, incassa il consolidamento dell’asse interno con l’area che fa capo a Franceschini ma anche le aperture di Casini, timide ma finora inedite. «Berlusconi può rimpastare quanto vuole ma il
paese non ha un governo – ribadisce – e questo aumenta le responsabilità per il Pd. Il tramonto berlusconiano ci porterà una esigenza di ricostruzione.
E dal 14 dicembre ad oggi non è che la fase sia cambiata. Noi non ci impressioniamo e teniamo ferma la barra». Niente correzione di linea, insomma. «La famosa vocazione maggioritaria vuol dire che tocca a noi preparare il progetto per il paese». Ma bisogna anche lavorare alle alleanze. E anche alla mobilitazione nel Paese, dice difendendo la raccolta di firme del Pd che ha fatto storcere la bocca anche ad alcuni dirigenti. «Sento anche tra di noi qualche snobismo verso i nostri banchetti. Si sbaglia, non è una forma retrò, è modernissima. Va bene internet,
ma dobbiamo farci vedere
sul territorio».

L’Unità 26.03.11

"Missione fallita, Masi lascia la Rai per lui pronto il vertice Snam", di Francesco Bei

Svolta ai vertici di viale Mazzini. Il dg Mauro Masi lascia la Rai e si avvicina alla Snam. Alla base del cambio, l’incapacità di gestire Floris, Santoro, Fazio e Gabanelli. Per il suo posto in lizza Lorenza Lei e Verro. L’era Masi è al tramonto. Martedì prossimo, con un anno di anticipo sulla scadenza, il direttore generale della Rai lascerà l’ufficio al settimo piano di viale Mazzini e spegnerà la luce dietro di sé. Missione fallita, il premier è scontento, i “nemici” di Berlusconi sono ancora tutti al loro posto: da Santoro alla Gabanelli, da Fazio a Floris, fino alla Dandini. Nonostante gli innumerevoli tentativi di imbrigliarli e censurarli in pubblico, nonostante Masi ce l’abbia messa tutta, quei cinque sono ancora in video. E il direttore generale, quello che criticò le pressioni del premier sulla Rai in una memorabile intercettazione – «manco nello Zimbabwe» – ora se ne deve andare.
Certo, non andrà in esilio a Ventotene.

È pur sempre un ex segretario generale di Palazzo Chigi e Gianni Letta lo tiene in gran conto. Per lui è dunque pronta la poltrona di amministratore delegato di Snam Rete Gas. Una postazione defilata (occupata ora da un ingegnere giudicato da tutti molto competente, Carlo Malacarne) ma che consentirebbe a Letta di mettere un suo uomo nella società controllata dall’Eni, soprattutto se il presidente del cane a sei zampe, Roberto Poli, dovesse essere sostituito da un candidato scelto da Tremonti. Oltretutto la Snam, il colosso che possiede materialmente i “tubi” del gas, si trova al centro in questi giorni di una partita delicatissima. L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che dovrebbe portare
alla separazione di Snam da Eni, restituendo alla società pubblica una piena autonomia. Ma Scaroni sembra avere altri piani ed è tornato a parlare di una possibile vendita del gioiello di famiglia.

Questi sono tuttavia problemi

L’avvicendamento al prossimo Cda di martedì. Decisivo per il dg il mancato allontanamento dal video dei “nemici” di Berlusconi, da Santoro a Fazio

del futuro. Nell’immediato Masi lascia (con circa 120 milioni di euro di indebitamento) una società nel mezzo di uno scontro politico sui conduttori non allineati al governo. In commissione di Vigilanza è stato solo rinviato di qualche giorno il redde rationem sul testo Butti, quello che impone l’alternanza dei conduttori nei talk show e sancisce la libertà dei direttori dei Tg (leggi Minzolini) di fare editoriali. Se anche il testo venisse ammorbidito rispetto all’originale, come il Pdl sembra disposto a fare, resta comunque la stretta sulla libertà editoriale dei conduttori. Una vicenda che sarà il prossimo direttore generale a gestire.

In pista ci sono due nomi. Quello della vice di Masi, Lorenza Lei, e quello del consigliere del Cda, Antonio Verro. Con Guido Paglia come terzo incomodo. Se Verro è di provata fedeltà berlusconiana (è stato deputato di Forza Italia), la Lei può vantare un curriculum da manager del servizio pubblico. Inoltre Leii ha una freccia micidiale nel suo arco, specie ora che Berlusconi ha bisogno del sostegno del Vaticano a causa del Rubygate. È conosciuta per la sua fede cattolica (fu la responsabile Rai per il Giubileo) ed è molto apprezzata Oltretevere. Ha rapporti personali sia con il presidente della Cei, Bagnasco, che con il segretario di Stato, Bertone.

Il ministro Paolo Romani, ha scritto l’Espresso, continua a ricevere da Bertone chiare indicazioni – «perfino via telefono in pieno Transatlantico» – per la promozione della Lei.
La Lei, se sarà effettivamente lei, si troverà dunque a misurarsi con il compito lasciato a metà da Masi: far fuori i conduttori sgraditi. A maggio scadranno i contratti dei magnifici cinque e in sede di rinnovo, con il testo Butti approvato in Vigilanza, il nuovo Dg proverà a dettare le sue condizioni.

La Repubblica 26.03.11

"Il lungo addio della Fiat", di Gianni Del Vecchio

Il piano dell’ad del Lingotto per comprarsi Chrysler e trasferire la sede in Usa. Nel mezzo del nuovo ciclone mediatico sul futuro americano della Fiat, la cosa più ovvia l’ha detta Giovanni Centrella, ora segretario generale dell’Ugl ma prima leader dei metalmeccanici del sindacato di destra: «È scontato che, dopo la fusione con Chrysler, Fiat possa decidere di aprire una sede negli Usa».
Scontato è la parola giusta, visto che si sa fin dallo scorso 15 febbraio, data dell’audizione parlamentare dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, che la casa automobilistica torinese presto sposterà la sua testa a Detroit. In quell’occasione il manager-dominus del Lingotto fu abbastanza chiaro, fissando dei criteri di scelta fra Italia e Stati Uniti che non lasciavano dubbi. Il primo è la capacità di accedere a grandi capitali. Va da sé che non c’è storia fra Wall Street e piazza Affari, fosse solo per la possibilità di attirare i grandi fondi d’investimento americani, partner ideali per condividere un investimento a medio termine come quello nel settore auto. Il secondo criterio è l’attrattività del sistema economico: anche in questo caso la sfida è impari, visto che l’Italia è famosa per la sua capacità di complicare la vita alle imprese mentre negli Usa ormai governo e sindacati fanno di tutto per attirare capitali stranieri. Insomma, due a zero per gli americani.
Ha quindi solamente il sapore di una ulteriore conferma lo scoop della Reuters, che ieri mattina ha messo in subbuglio le redazioni dei giornali. L’agenzia di stampa ha pubblicato di buon mattino una lunga analisi in cui cita fonti anonime vicine a Marchionne, tutte convinte della volontà del manager italo-canadese di trasferire la sede principale oltreoceano, sebbene ancora non se ne sia parlato in consiglio d’amministrazione. A Torino invece rimarrebbe la guida delle attività europee del gruppo. A far pendere la bilancia verso gli States anche un altro fattore, a giudizio della Reuters: le tasse. «Il luogo dove una società decide di stabilire la sede legale è anche il luogo dove paga le tasse – confida un anonimo dirigente Fiat –. Se in Italia si paga il 70 per cento e solamente il 30 in America, non ci vuole una cima per capire dove conviene di più».Sebben non nuova, la notizia ha subito alimentato le polemiche politiche e sindacali. La Fiom è ripartita all’attacco, con Giorgio Cremaschi, il presidente del comitato centrale, che invoca la nazionalizzazione della Fiat, mentre la Cgil si mostra più cauta, chiedendo conto dei dettagli del piano industriale per bocca del segretario confederale Vincenzo Scudiere. L’opposizione invece tira in ballo la negligenza del governo: il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, ha chiesto all’esecutivo di «mettere in campo interventi di sostegno alla permanenza in Italia, oltre che della produzione, anche delle funzioni di ricerca e progettazione».
La politicizzazione della vicenda tuttavia ha portato in secondo piano la vera novità contenuta nello special report dell’agenzia inglese. E cioè che Marchionne starebbe seriamente pensando di sacrificare un pezzo del gioiellino Ferrari per poter arrivare al 51 per cento di Chrysler. Il gruppo italiano infatti dovrebbe arrivare gratis al 35 per cento del capitale della società americana (dal 25 attuale) raggiungendo degli obiettivi di produzione già stabiliti col governo americano, mentre per il restante 16 per cento dovrebbe ripagare il prestito fatto dal Tesoro americano e quello canadese, fra i 7 e gli 8 miliardi dollari.
Una cifra molto vicina al valore stimato del cavallino in caso di quotazione in borsa. E Marchionne, sostiene la Reuters, lo sa bene.

da Europa Quotidiano 26.03.11

"Invoca la Grande Riforma ma a Berlusconi fa comodo una giustizia allo sbando", di Liana Millella

Giulia Bongiorno: la maggioranza punta solo a salvare il premier e punire i magistrati. Con la responsabilità dilatata si introduce una spada di Damocle sui magistrati, chi potrà giudicare serenamente? Era silente da tempo la Bongiorno. Dopo due anni di trincea come contraltare di Berlusconi sulla giustizia. Complici, nel silenzio, l´impegno della sua gravidanza e la nascita di Ian. Ai suoi amici, la presidente della commissione Giustizia aveva anche detto: “Che spettacolo e che stanchezza. Sempre lo stesso gioco, nessuna riforma vera per la giustizia, ma solo leggine per sistemare gli affari giudiziari di Berlusconi”. Poi, ecco il rush impensato del Pdl, la raffica con la riforma costituzionale, il processo breve, la prescrizione breve, pure la responsabilità civile dei giudici. Così la responsabile Giustizia di Fli ha ricominciato a parlare. A Repubblica dice: «L´emendamento Pini è la prova che questa maggioranza non vuole riformare la giustizia, ma creare norme salva-premier e norme che puniscano i magistrati».
Andiamo per flash, la materia è tanta. Partendo dall´ultima creatura, la responsabilità civile. Il Pdl dice che chi critica la norma vuole salvare la casta.
«Non è così. I giudici hanno una funzione talmente delicata che è giusto pretendere sempre la massima buona fede e la massima competenza. Se un magistrato si rivela non all´altezza del compito altissimo che è chiamato a svolgere, è giusto che paghi. E siccome per adesso il sistema dei controlli e delle sanzioni non ha funzionato si deve intervenire. L´emendamento Pini, però, non disciplina nulla, si limita genericamente a dilatare a dismisura la responsabilità dei magistrati».
È accettabile una formula così vaga, “violazione manifesta del diritto”, per far partire una richiesta di risarcimento?
«Più che vaga, è inaccettabile. Ci si dimentica che ogni norma ha una zona grigia in cui il giudice deve poter interpretare la legge e applicarla al caso concreto. Con la spada di Damocle della responsabilità dilatata, un´interpretazione corretta potrebbe, invece, essere considerata una manifesta violazione di legge. È ovvio che così il più equilibrato dei magistrati può temere rappresaglie».
Ma è vero che segue i principi del diritto comunitario?
«È un richiamo monco. La violazione manifesta del diritto è definita a livello comunitario con dei paletti che fanno riferimento al carattere intenzionale della violazione e alla scusabilità, o non scusabilità, dell´errore. Paletti dei quali invece l´emendamento – guarda caso – non tiene conto. In questo modo, la responsabilità diventa sconfinata».
Il centrista Rao ne parla come della norma Ghe-Pini. Qual è la ratio, e perché questa accelerazione rispetto alla riforma costituzionale? Berlusconi ne ha bisogno per denunciare i suoi giudici e spingere gli italiani a metterli tutti in discussione?
«Rao è un raffinato politico e in quanto tale è bravissimo nel comunicare l´essenza delle cose. Sul piano dell´immagine si sventola la “Grande Riforma”, ma io non credo che la maggioranza la voglia davvero. Forse perché una giustizia sconquassata piace molto a chi è imputato. Di fatto, vanno avanti solo i provvedimenti il cui effetto è peggiorare ulteriormente il sistema».
Norme sempre e solo per i suoi processi. La prescrizione breve: c´è un fumus di incostituzionalità nell´attribuire a un incensurato un simile e reiterato privilegio?
«C´è di più. C´è l´irrazionalità di un sistema in cui, di fronte alla piaga della prescrizione, anziché correre ai ripari e dotare il sistema di risorse per arginarla – accelerando i processi –, si creano i presupposti per renderla più facile».
Alfano rivendica totalmente di aver fatto la sua riforma della giustizia. Voi finiani avete assunto una posizione cauta e attendista. Perché?
«Si affermano alcuni principi di grande civiltà, come la separazione delle carriere, ma al contempo arrivano dal testo segnali estremamente negativi laddove è innegabile il tentativo di trasferire alla classe politica alcune funzioni della magistratura. E se poi, in questo contesto, inizia il giochino di anticipare i provvedimenti più “graditi”, allora davvero nessuno potrà più credere alla volontà di riformare la giustizia per migliorarla».
Insomma, lei non crede nello spirito riformatore?
«Quello che posso dire è che, finora, la produzione normativa in tema di giustizia è stata essenzialmente una ricerca di norme “salva-premier” alternate a norme punitive della magistratura. Oggi è questo il filo conduttore della giustizia in Italia».
Finiranno mai gli scontri tra maggioranza e magistratura?
«Soltanto quando ci sarà un premier capace di riformare la giustizia nell´interesse dei cittadini. Quindi, dobbiamo attendere un altro premier».

La Repubblica 26.03.11